La schiavitù si mostra nello scantinato di “Emigranti”

Emigranti e la vita nelle profondità di una società di schiavi.

Il destino psicologico e fisico dell’emigrante è sempre avvolto da una grande quantità di ombre, tante quante le sfaccettature che la sua figura, quantomai reale, può prendere. Nel caso specifico di questo spettacolo a prevalere nell’indagine è il lato oscuro di esistenze disperate, seppure in modo opposto. Non c’è la favola americana del self-made man né il colorato disegno del riscatto dello straniero in terra straniera. In Emigranti, questo il titolo dello spettacolo di Giancarlo Fares al Teatro dell’Orologio di Roma, siamo trascinati in uno scantinato. È un luogo isolato dal resto e metaforicamente specchio della condizione di chi vi abita. Ovvero una stanza senza finestre, scavata al di sotto di un luminoso mondo di vita e piani, luce e passi di benestanti uomini. Le loro esistenze scorrono serene, festeggiando il nuovo anno senza badare a chi, metri più in basso, si muove nel sotterraneo e vive, più degli altri, l’essenza di una società. Questo è l’emigrante nel suo incubo.

emigranti
I due compagni di stanza sapranno arrivare ad annichilirsi l’un l’altro, pur di impedirsi a vicenda la partenza dallo scantinato.

I personaggi sono due. Entrambi uomini adulti, uno è l’opposto dell’altro. La divisione nella camera rende il contrasto di un’evidenza quasi banalizzante, se non fosse per il supporto intenso ed originale del testo di Slawomir Mrozek. Il primo uomo è lo “zotico”, infantile e ingenuo; animalesco e avido. Una figura che sembra parlare dal passato più che dal presente, ma che con fedeltà rappresenta un tipo umano e ne dà grande spessore comportamentale, con precisione di pensiero. La recitazione di Giancarlo Fares è una mimesi quasi perfetta ed estremamente plastica, di cui si apprezza una maniera elastica e studiata. Meno interessante il secondo opposto: un intellettuale di estrazione sociale alta, borioso e superbo, ma patetico nel senso comune del termine. L’interpretazione di Marco Bianchi appare forzata né in grado di porsi sul medesimo piano di espressività. Esule politico per costrizione o volontà propria, questa figura è persa in una procrastinazione eterna, senza occupare il suo tempo se non con un intenso studio di carte. A prima vista mirato, il suo lavoro è privo di valore, perso nel tentativo di trasmettere al mondo un’acquisita nozione di schiavitù. Questo concetto è il perno dello spettacolo. Entrambi i personaggi sono schiavi e la loro esistenza è metafora di una condizione ancor più generale. Sono uno il nemico dell’altro, bloccati in quello scantinato da un attaccamento perverso e maniaco verso una non-vita. Per lo “zotico” è l’ossessione dell’accumulo di soldi; per il superbo è una presunzione frenante e la necessità di colmare il proprio nulla con una compagnia. A livello assoluto, è quasi una condizione naturale, dove ogni realtà costituita a nostro sostegno o completamento finisce per trasformarsi in una forma di schiavitù ad personam, in un bisogno psicologico dal carattere compulsivo. Ogni volta il miraggio di una partenza, come di una fuga, si risolve in un inevitabile restare.

Se però le rivelazioni dello spettacolo, su un piano filosofico, colpiscono nel profondo, non si può tralasciare un generale senso di insofferenza trasmesso dalla performance. Come se la forza del contenuto si fosse imposta, sovraccaricandone la forma e appesantendo la tecnica. O forse è proprio il soffocamento dell’atmosfera di un sottoscala?

(Foto di Manuela Giusto)

Gabriele Di Donfrancesco

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