Massimo Ranieri e la rivolta di Riccardo III

Se il testo si ribella? Massimo Ranieri ed il noir shakespeariano all’Ambra Jovinelli.

Scivolando sempre più verso l’inverno, il Teatro Ambra Jovinelli offre uno spettacolo dai respiri congelati a mezz’aria. È una reinterpretazione del Riccardo III shakesperiano, con la regia di Massimo Ranieri.
Ranieri indossa i panni del subdolo Riccardo: un uomo di potere, dal godimento quasi giocoso della sua stessa malvagità. La sua fame di trono ingoierà tutti, tra fratelli e nemici. Lo circonda una vasta pletora di attori, affannati per gli ambienti di una complessa macchina scenica. È una botte di metallo dagli anfratti nascosti, spogli. Nell’insieme, essa stessa un complotto ruotante sul proprio asse. Tutto intorno, un’epoca lontana da quella shakespeariana accoglie lo spettatore. Così Ranieri spiega l’approccio visivo al testo: 

“[…] Via via che continuavo a leggere e rileggere mi è apparso sempre di più bianco e nero. Anzi, bianco e noir.”
massimo-ranieri
Massimo Ranieri nei panni di un Riccardo a trono conquistato all’Ambra Jovinelli

Parole antiche si risvegliano fra proiezioni monocromo di ombre. Uomini, donne; pedine. I loro ritmi sono interrotti da sfumature di violini e stonature di tamburi; improvvisi i colpi di pistola. È un mondo raggelato in placche di metallo, silenti e sgomente davanti all’orrore. I fumi delle sigarette, tossici e sensuali, si perdono nella nebbia dei fari; sotto di loro, figure anni trenta. Gli abiti sono squadrati e l’eleganza è nera come il petrolio. Eccolo Riccardo: un capitalista malvagio in una realtà dalla durezza industriale. Un ironico mostro in un’età violenta, affamata e militare. Gotham, forse. Il suo respiro, quel noir da fumetto, disegna donne oscure ed irresistibili, di cui persino la risata è presagio di morte.  Questo è Shakespeare all’epoca del cemento. Se ne ammirano i toni di un thriller psicologico. Proprio allora, fra le pieghe di una splendida traduzione ad opera di Masolino D’Amico, si nasconde il sentimento di una stonatura generale.

Occorre aprire una parentesi di onestà, perché il compito del critico non è quello di gonfiare l’autostima dell’attore, ma  piuttosto rientra in un discorso storiografico. Si tratta di comporre di volta in volta un archivio, corrispondente ai tempi e ai fatti che vi si svolgono. Ogni parola scritta, seppure persa nel mare contemporaneo di infinite altre, aspira al ruolo di conservare la Storia. Nel darne un giudizio vi dipinge il contesto. Questo è lo spirito della nostra redazione; questa la massima della nostra professionalità. E nell’ambito di un discorso di onestà, non posso nascondere che lo spettacolo non funziona. Sebbene tutto, dalla trasposizione temporale all’adattamento scenografico; dalla scelta delle musiche  ai costumi; tutto, come ho detto, susciti un gran fascino, manca un elemento in termini di spessore. È un vuoto che evolve nel corso della rappresentazione. Il primo atto sa dissimularlo nel ritmo delle scene. Il suo spirito è quello di uno Shakespeare divertito dalla sua ironia e deliziato dalla duttilità dei propri personaggi. Il prodotto è buono. Un adattamento troppo lirico non sarebbe stato fedele all’autore, in grado di parlare al popolo come al nobile e dunque estraneo ad intellettualismi esasperati. Eppure il mondo noir che circonda questo Riccardo III si blocca spaesato al secondo atto. Come la scenografia scorrevole del finale, che non può chiudere il proprio movimento perché bloccata dal corpo esanime di Riccardo, così l’adattamento non trova la linea con cui rendere giustizia a se stesso. Diventa una forma che cigola. Un uomo disorientato. Parole dette senza la necessaria convinzione. È una violenza, forse la vendetta divertita dello spirito letterario di Riccardo, che subdolamente manomette una bella conclusione, nel momento in cui se ne attende l’apice del finale.
D’altronde, come salvarsi, quando è il testo a ribellarsi?


Gabriele Di Donfrancesco

@GabriDDC


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