Il gioco di spirito de “Il Brevetto dell’Anima”

Brevetto dell’anima o folle brevetto d’autore?

“Il Teatro è condivisione della Follia […]”
Nelle note di regia Luciano Capponi usa queste parole e noi vogliamo catturarle come riferimento interpretativo nell’introdurre la sua ultima fatica: Il Brevetto dell’Anima. La firma di Capponi torna dunque al Teatro Agorà di Roma e dopo l’impagabile Vasetto di Pandora ci presenta nuovamente una corte. Ancora una volta fa da padrone il gusto per lo scherzo linguistico. Il dialetto s’incastra nel regale e si riveste di costumi stravaganti e uomini effemminati. Tra le loro mani una trama flebile, caricata di profondità contenutistiche talmente forti da prevalere e spezzarne la struttura. Continui riferimenti al nostro presente fuoriescono dalle crepe narrative e la vicenda classica di una congiura di palazzo si colora delle ombre di una metafora. Vi è un codice e le sue chiavi interpretative sono palesi e allo stesso tempo di difficile comprensione. È la commedia stessa a remare contro il proprio pubblico. L’intero spettacolo è un gioco di spirito che motteggia l’intelligenza dei presenti. Sia che si tratti di ridere ad una battuta, sia che si cerchi di cogliere il senso metaforico di una scena, il succo è che siamo ottusi a prescindere. Nel primo caso, perché ridiamo senza capire; nel secondo, perché crediamo o pensiamo di dover capire. Una follia perfetta.
teatro-agorà
Il cast degli spettacoli di Luciano Capponi è sempre all’altezza: Daniele Aldrovandi, Lollo Frizza, Giulio Brando, Valentina Scorsese, Bessy Bang, Stefano D’Angelo, Penny Brown.
Divisa fra più livelli, la storia si trasforma in una forma cava. Racchiuso nel guscio c’è un panorama sommerso di suggestioni e simboli. Un “alieno” siculo parla nel sonno al re, sussurrando perle di filosofia popolare. Pizie mascherate ballano al ritmo di canzoni contemporanee. L’unica soluzione è quella di accettare la commedia come un viaggio nell’ego dell’uomo, tra metafore politiche e frecciatine al presente. È un affastellarsi di elementi, tipico del teatro di Capponi, manifestato a volte in un demenziale dalla complessa elaborazione. È una ripetitività comica ed alienante in cui l’intera compagnia si destreggia con grande professionalità. Eppure, questa comicità si trasforma in una presenza asfissiante, per la metafora del testo come per la stabilità stessa del prodotto. Il risultato è un’insofferenza acustica che sbalordisce. Il motivo va ricercato nella struttura dello spettacolo, troppo legata al precedente Vasetto di Pandora e non sufficientemente adulta per brillare in maniera autonoma. Non riesce a raggiungere un nuovo livello di espressione artistica e, senza prendere posizione, genera insofferenza. Le future declinazioni del percorso dell’autore dovranno andare oltre. Nell’attesa, speriamo che la follia, quasi un suo epiteto formulare, non si spenga.
Gabriele Di Donfrancesco
Nato a Roma nel 1995 da famiglia italo-guatemalteca, è un cittadino di questo mondo che studia Lingue e Lettere Straniere alla Sapienza. Si è diplomato al liceo classico Aristofane ed ama la cosa pubblica. Vorrebbe aver letto tutto e aspira un giorno ad essere sintetico. Tra le sue passioni troviamo il riciclo, le belle persone, la buona musica, i viaggi low cost, il teatro d'avanguardia e la coerenza.

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