Mustang, un inno alle donne in Medio Oriente
Nel nostro piccolo mondo occidentale, la questione della disparità dei sessi è sempre all’ordine del giorno, e giustamente.


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| Gianluca ed Eleonora |
C’è anche una donna. Un punto stabile: lo sguardo fermo e duro; come se una dolcezza infinita si fosse violentemente spenta in un battito. Al suo posto, una parodia d’affetto: un’indifferenza non sofferta, una compassione che non ammorbidisce. Il suo nome è Ruth ed un grande mistero psicologico pende dalla poesia delle sue labbra; dalla sua voce spaventosamente serena nella notte. Dapprima semplice referente dei pensieri della coscienza confusa di Pollock, il suo personaggio acquista sempre più lo spessore di un giudice ultraterreno. La sua dimensione è posta tra gli abissi psichici della morte e quella nebbia incognita che fa da panorama e di cui lei stessa, probabilmente, è parte. Viene così a crearsi un’atmosfera unica, che all’inferno dantesco conferisce un tocco americano e la modernità dei thriller d’autore. Merito in parte dell’apparato scenico. Il palco si trasforma in un’isola di terreno. La sua realtà spaziale tentenna tra introspezione e soprannaturale, mantenendole in simbiosi con eleganza e poesia. La personalità di Pollock si fonde in un perfetto equilibrio con la propria storia, presa nell’istante ultimo della morte. Giuseppe Manfridi dà prova di un’arte di rara qualità. Da un lato il genio di chi sa cogliere il punto di vista inaspettato. Dall’altro il gusto della parola; la poesia costruita su Pollock, sulle sue idee. La sua interpretazione è di una complessità saporita. Una recitazione elegante e accurata. La voce si piega alle più rauche tonalità. La personalità è rabbiosa e dirompente. Ruth gli si aggira intorno, mai vicina; implacabile ma serena. Nelly Jensen la arricchisce di una sensualità quasi crudele. Quella di un’entità enigmatica, impietosa ma senza rancori. L’inesorabile posa della verità finale. Entrambi si alternano in un ritmo oscuro, dal gusto indefinito e risucchiante.Tutta questa mortificante questione, finché resta relegata nell’ambito di un’analisi sociale e antropologica, volta a sottolineare le contraddizioni dell’Universo femminile e i limiti degli attuali stereotipi, può toccarci lievemente, può interessarci fino ad un certo punto se non siamo particolarmente attenti a queste dinamiche, cosiddette di “genere”. Quello che però non dovrebbe sfuggire al nostro sguardo è qualcosa di molto peggiore, che va a toccare non solo le donne, ma anche le loro debolezze moderne, una delle quali è senz’altro il cancro al seno. Il fatto che la cantante Anna Tatangelo, dal seno notoriamente rifatto, sia stata scelta come testimonial della campagna LILT (Lega Italiana per la Lotta ai Tumori) per la prevenzione del cancro mammario, già poteva risultare altamente discutibile anche solo per una questione di sensibilità nei confronti di quelle donne che sono costrette a ricorrere alla chirurgia plastica perché vittime del tumore. Ma dover accettare anche la posa da calendario è stato davvero troppo per molti e la rete non ha tardato a far sentire la propria voce, non di certo per obsoleta bigotteria. Un contrattacco forte e deciso alla campagna Nastro Rosa 2015 viene dalle Amazzoni Furiose, che hanno scritto addirittura una lettera alla ministra della Salute Beatrice Lorenzin per far ritirare la campagna stessa.
Cosa significa per una donna che ha avuto o ha il cancro al seno vedere come testimonial della prevenzione una donna rifatta? Le scelte personali della testimonial non sono oggetto della nostra protesta. Abbiamo appena pubblicato una lettera in cui ci rivolgiamo direttamente a lei, invitandola ad unirsi a noi. La lettera è visibile sul blog Le Amazzoni Furiose.
Alessia Pizzi
Non è la prima volta che la nostra redazione entra in contatto con l’esperienza unica di uno spettacolo di improvvisazione. Era già successo con Whois Luigi, della compagnia degli Appiccicaticci. Avevamo avuto occasione di prendere parte ad una delle serate e ne eravamo rimasti particolarmente colpiti. Era l’aprile scorso quando entravamo in questa dimensione teatrale. Il che vuol dire essere sfiorati dalla brezza di un processo creativo che accade in contemporanea col proprio sguardo. La forma finale è un insieme di idee fortuite, scontratesi e generate da menti diverse, che hanno dovuto collaborare a senso per mantenere un’armonia costruttiva. Una splendida esperienza. Come una droga, se ne diventa dipendenti. Gran parte della presa di uno spettacolo di questo genere è proprio la sua unicità, slegata da qualsiasi vincolo ed irripetibile. La nuova drammaturgia non può avere un carattere spontaneo quanto la spontaneità fatta fenomeno: l’improvvisazione. Stavolta è il turno di una nuova compagnia: I Bugiardini. La proposta è ambiziosa e torna a gran voce con un tutto esaurito che ha riempito il TeatroSette. Un musical improvvisato, dove la canzone si trova piegata alle necessità di un botta e risposta fulmineo, con un più vasto numero di persone e probabilità in gioco.
La parte fondamentale del prodotto in questione è la presenza di un certo numero di serate, in grado di mostrare come effettivamente ogni lavoro sia totalmente differente dal primo. Una fiera della creatività, a cui però abbiamo avuto modo di assistere solo per una sera. Il che significa essere entrati a contatto con una delle tante possibili espressioni del lavoro di gruppo della compagnia. Gli spettatori hanno potuto sperimentare un’esperienza totalmente diversa ad ogni replica e dunque, stavolta più che mai, non può esistere un giudizio complessivo. Il modus operandi di B.L.U.E. è semplice. Il pubblico decide ambientazione e nome a inizio spettacolo e il resto viene da sé. Il 25 settembre la scelta è ricaduta sul campeggio e sul titolo “Non aprite quella tenda!”. Alla base resta sempre una linea guida di comicità. Stavolta vi era una chiara indicazione a giocare con una presupposta atmosfera di angoscia e terrore. Il che ha dato vita ad una commedia composta da una coppia di fidanzati; da un gruppo di scout legato alle nottole; da un assassino involontario di questi animaletti ed una comunità di nottole, pronta a vendicarsi. È sempre interessante ripensare in retrospettiva a come la prima scena abbia finito con l’influenzare l’andamento totale della fantasia della compagnia. Stavolta, però, la performance non è stata particolarmente brillante. Le musiche sono state impeccabili, bisogna dirlo: fluidi gli interventi di più voci, l’ideazione di un ritornello e la simbiosi con i musicisti. Dal punto di vista della storia improvvisata, c’è stato però un ristagno creativo, dipeso probabilmente dal tema proposto. La prima parte dello spettacolo ha momentaneamente perso di vista il sotto testo implicito nel titolo. L’elemento parodico è stato trascurato. Questo prevedeva una comicità capace di muoversi in un’atmosfera di sciocca angoscia. Imboccata troppo tardi, tale strada è stata tagliata dal necessario finale nel momento della sua maggiore espressione.
Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC
C’e stato un tempo in cui il concorso di bellezza Miss Italia era considerato un appuntamento annuale piacevole e gradito. Si vedevano giovani in erba che tentavano di vincere l’ambita corona senza essere già pronte a lanciarsi con spavalderia nel mondo dello spettacolo. Aleggiava l’ingenuità dell’ignoranza, quell’ignoranza sana che allontanava le menti dalla brama del successo e della vana gloria. Sempre di ignoranza si parla anche oggi rivolgendosi alla neo Miss Alice Sabatini, ma stavolta si bacchetta la sua presunta erudizione. La diciottenne di Montalto di Castro, ormai nota per l’infelice battuta sul ’42, è diventata preda dei media e dei social media, scatenando reazioni contrastanti. Dallo shock iniziale si è passati alla tenerezza nei confronti della sua età, per poi arrivare alle lacrime della madre e alla cinica affermazione: cosa dovremmo aspettarci da una che vince un concorso di bellezza? La maratona si è conclusa in bellezza con il simpatico tapiro di Striscia la Notizia e con la seguente accusa di violenza psicologica rivolta dalla Miss contro Valerio Staffelli. Se non l’avete ancora appreso, Alice avrebbe affermato che Micheal Jordan è il personaggio storico che ammira di più. Alessia Pizzi
Continua la corsa dalla Siria verso un’Europa che chiude i propri confini e lascia le acque aperte, pronte ad inghiottire le persone in fuga. Le stesse acque che, in un papiro rinvenuto poco più di un anno fa, Saffo chiede a Era di mantenere calme, affinché il fratello Carasso torni sano e salvo con la sua nave, non riescono ad emulare un lieto fine nella storia contemporanea. Il mar Egeo è un intreccio di mito e storia, popolato da eroi, imprese, guerre e poeti: lì vicino, c’è lo stretto dei Dardanelli, la fessura turca che lo collega al mar di Marmara. In passato lo chiamavano Ellesponto, “mare di Elle”, in omaggio alla sorella di Frisso che cadde in mare mentre fuggiva da un sacrificio in groppa all’ariete dal vello d’oro. Secondo il mito, dunque, la fanciulla morì nel passaggio che unisce l’Asia all’Europa, inghiottita dalle acque profonde. Per questi migranti senza nome, invece, non ci saranno miti a renderli eterni, cantori a ricordarli, né, come suggerisce Luciano di Samosata per Elle, Nereidi che possano recuperare i loro corpi. Corsi e ricorsi della storia leggendaria, di cui purtroppo assaggiamo un finale molto meno poetico. Il massimo che possiamo aspettarci è qualche foto atroce sulle prime pagine dei giornali.
Alessia Pizzi
Alessia Pizzi
Alessia Pizzi
Librerie immense, compratori compulsivi di libri, citazioni sul piacere di leggere: community intere di lettori sono raccolte dai social network, ma quanti di loro sanno che il libro ha davvero, strictu sensu, una finalità terapeutica? La biblioterapia è una realtà, molto più anglosassone che italiana al momento, ma pochi ne conoscono le origini e gli sviluppi attuali. “Due Montalbano prima dei pasti” cita un recente articolo de La Lettura riferendosi alla “Terapia Camilleri“, ideata dalla dottoressa Loretta Salvati per combattere i disturbi ossessivo-compulsivi (ovvero quelle fissazioni irrazionali che portano molte persone a compiere frequentemente gli stessi gesti) attraverso la lettura dei romanzi dell’autore. Incuriosita da questo nuovo approccio, ho deciso di intervistare la dottoressa Rosa Mininno, fondatrice del primo sito di biblioterapia italiano nonché della prima scuola, che ha sede a Tivoli.Alessia Pizzi
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| Istat: Matrimoni e Primi Matrimoni Celebrati |
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| Istat: Numero Medio di Figli per Donna |
Mi racconta che non ha avuto figli perché suo marito non ne ha voluti e che ora si ritrova senza nipoti. Mi incalza a fare un bambino.Scatta in me un atroce dubbio: ma non sarà che i figli si fanno per la paura di restare soli e che poi si soffre come cani quando decidono di trasferirsi altrove per un moto meramente egoistico? Forse a parlare qui è il senno del poi, oppure un grande rimpianto. Dopo essermi congedata, rifletto sulle verità di questa voce del Sud Italia incontrata in una strada di periferia romana. Penso che ha vissuto quasi un secolo e forse non ha goduto dei privilegi a me concessi. Questo la incastra, come tanti altri suoi coetanei e non, in una forma mentis cristallizzata che accetta la deviazione alla “regola” con molta difficoltà. Mi chiedo se avrebbe rivolto le stesse frasi anche ad un ragazzo. Poi mi ricordo che in camera mia c’è un libro, acquistato qualche tempo fa, sulla storia del pudore in Italia, sul lecito e l’illecito, sull’indecenza femminile menzionata dalla mia interlocutrice. E mi domando: c’è davvero bisogno che io lo legga?
Alessia Pizzi