Home Blog Pagina 202

Mustang, un inno alle donne in Medio Oriente

0

Mustang, un inno alle donne in Medio Oriente

Nel nostro piccolo mondo occidentale, la questione della disparità dei sessi è sempre all’ordine del giorno, e giustamente.

Ad esempio, per rimanere nell’ambito che in queste poche righe mi compete – il cinema – sono ormai mesi che si parla di quanto poco guadagnino le attrici in proporzione ai colleghi uomini, e ora molti grandi nomi stanno finalmente iniziando a ribellarsi.

 

Problemi che poi spariscono di fronte al vero dramma della condizione femminile a così pochi passi dalla nostra piccola fetta di civiltà. Mustang è un film che racconta la situazione di giovani ragazze nel mondo mediorientale moderno, e ci lascia un sapore ancora più amaro perchè tradizioni quasi medievali sono ancora vive e vegete nella Turchia che vorrebbe tanto entrare nell’Europa politica. E vedendo la cronaca recentissima, con le leggi sempre più repressive del presidente Erdogan o l’ondata di attentati che sta sanguinando il paese, Mustang assume un contesto ancora più potente.

 

Il film della giovane Deniz Gamze Ergüven, regista donna che si è formata a Parigi, segue le vicende di cinque sorelle orfane, di età compresa più o meno tra i 12 e 18 anni, allevate dallo zio, un tradizionalista misogino dai pesanti scheletri nell’armadio, e la nonna, una signora in costante conflitto tra la tradizione che rispetta e l’amore per le nipoti. Con una struttura episodica, ma legata da momenti chiave che ricorrono nel corso della storia e avranno tutti uno sbocco narrativo soddisfacente, Mustang ci mostra la condizione di queste cinque bellissime ragazze, i loro giochi, i loro desideri, l’oppressione che subiscono, i matrimoni combinati, i test della verginità, le tragedie e le piccole gioie. Il pensiero vedendo il film non può ovviamente non andare a Il Giardino delle Vergini Suicide di Sofia Coppola – e il paragone è ancora più azzeccato se pensiamo che sono due debutti di due registe donne – ma al tempo stesso le differenze sono abissali: se il film della Coppola decideva di abbracciare e mostrare la tragedia, Mustang invece è un inno alla vita e all’emancipazione giovanile/femminile, una storia di formazione piena di momenti leggeri che va a braccetto con gli episodi più brutti e terribili, così come la vita dopotutto.
festa-del-cinema-roma

 

La grazia, forse, è il vero obiettivo del film, il raggiungimento della grazia che solo un gruppo di sorelle forti e piene di desiderio possono raggiungere, cinque sorelle che sembrano quasi un personaggio unico, una ricerca che il mondo bigotto circostante, purtroppo così reale e contemporanea nella sua assurdità, ostacola ma senza la medesima forza delle ragazze. Non a caso, quando arrivano le porte blindate e le sbarre di ferro alle finestre, la casa diventa una vera prigione non per le ragazze, ma per i misogini tradizionalisti che non riescono più ad entrare, o meglio a mettersi in contatto col mondo delle giovani. Una metafora semplice ma potentissima, che fa di Mustang una delle rivelazioni cinematografiche dell’anno, un doloroso ma necessario specchio della nostra vicinissima realtà.

 

Emanuele D’Aniello

Freeheld, l’amore gay non è uguale per legge

0

Freeheld è un film che si muove, volontariamente, in costante e precario equilibrio verso il disastro.

Da un lato accetta la sfida di mischiare il film sulla malattia al film sociale, un connubio che potrebbe portare a risultati a dir poco stucchevoli e fin troppo manipolatori verso le emozioni degli spettatori; dall’altro decide di abbracciare gli stereotipi, che siano per i personaggi positivi – gay coloratissimi – o figure negative – i classici bigotti religiosi – per portare avanti un preciso e nettissimo discorso. Insomma, narrativamente parlando Freeheld è un treno lanciato in corsa a tutta velocità nel mezzo di un crash test.
 
E sapete una cosa? In questo rischio assolutamente voluto Freeheld riesce a convincere, a lanciare un messaggio efficace, a rimanere in piedi, perché a dispetto di tutto è un film che sa esattamente cosa vuole dire o fare.
Spesso e volentieri a molti film non basta il valore aggiunto di una importante storia vera, qui invece è un’ancora imprescindibile: Freeheld racconta la lotta di due donne innamorate che, quando ad una è diagnosticata una malattia terminale, fanno di tutto per lasciare la pensione all’altra. E’ l’America di dieci anni fa, la legalizzazione dei matrimoni omosessuali non solo non era ancora legge, ma non era nemmeno un’idea sulle scrivanie dei potenti. Con tali premesse, Freeheld si presenta come un film assolutamente a tesi, deciso a sacrificare la forma in favore del messaggio. E’ un difetto che lo caratterizza nell’intera durata, come detto soprattutto nella scrittura superficiale dei personaggi. Eppure compie innanzitutto una scelta perfetta – il preferire la narrazione della lotta per i diritti d’uguaglianza alle scene di lotta contro la malattia – che impedisce al film di scivolare nel purissimo melodramma (c’è pure spazio non a caso pure per la leggerezza grazie soprattutto a Michael Shannon e Steve Carell, sinceramente più bravi delle protagoniste Julianne Moore e Ellen Page, qui al compitino) e da quel momento cattura l’attenzione: non ci si può non commuovere di fronte alla battaglia di questa coppia, non si può vederlo senza pensare, soprattutto nel nostro paese, a cosa voglia dire una semplice estensione dei diritti che non farebbe male a nessuno, semmai il contrario.
Freeheld quindi, nella sua scrittura semplice e alquanto convenzionale, nella sua forma da piccolo prodotto tv più che da grande opera cinematografica, non è solo il classico di film in cui il messaggio conta più del resto, ma è un’opera in cui la forza del messaggio diventa essa stessa il fulcro narrativo centrale. Così rimane in piedi, e così manda a casa il pubblico con la consapevolezza che la strada per l’equità ancora va terminata ma è finalmente stata costruita, anche a costo di sacrifici indimenticabili.
Emanuele D’Aniello

Street Art, la rivincita della Roma Underground al Trullo

0
Questo fine settimana a Roma si è svolta la terza edizione del Festival Internazionale della Poesia di Strada con tema i #viandanti, che dopo Milano (2013) e Genova (2014) è arrivato al Trullo (quartiere tra la Portuense e la Magliana) per una manifestazione in cui l’arte di strada si è intrecciata con l’esperimento di riqualificazione delle realtà periferiche capitoline. Siamo andati per voi a dare un’occhiata durante le giornate dedicate all’evento per invitarvi a scoprire una Roma metropolitana e figlia del proprio tempo che cresce all’ombra della sua storia millenaria.
poeti der trullo
Forse non tutti sanno che negli ultimi anni Roma, al pari di Londra e Berlino, ha raggiunto il podio delle capitali europee della street art e che i muri ed i palazzi della sua periferia sono diventati lo sfondo ideale per realizzare delle vere e proprie opere d’arte da parte di artisti di fama internazionale (tra cui Bol32, Diamond, Gomez, Grndr, Marco Tarascio Moby Dick e tanti altri) tanto da motivare l’amministrazione comunale capitolina verso la realizzazione di un programma di valorizzazione di aree metropolitane da sempre considerate “ai margini”. 
poeti der trulloProprio su questa scia Il Festival Internazionale della Poesia di Strada, organizzato dai Poeti der Trullo, Solo e Pittori Anonimi del Trullo, Poesie Pop Corn insieme alla partecipazione degli street artist nazionali e non, ha dato vita ad una sorprendente rinascita del quartiere romano tramite una serie di opere d’arte urbana che hanno riscattato i murales come atti di vandalismo quotidiani riqualificandoli. 
Durante i giorni della manifestazione il Trullo è stato trasformato in un luogo dove la street art e la poesia si sono fusi con l’anima metro-romantica della periferia romana inaugurando un punto d’incontro in cui la forza dell’arte e delle parole ha affermato la propria centralità per la valorizzazione di un’area metropolitana dimenticata. Il Festival è stata un’occasione per sottolineare il vivace impulso culturale che anima il quartiere in modo da rigenerarlo dal punto di vista urbanistico e sociale. 
poeti der trullo
poeti der trulloImportanti artisti di strada hanno realizzato sui muri e sulle serrande del Trullo opere d’arte suggestive dominate dalla forza espressiva di immagini e parole dal retrogusto amaro che richiamano le reali difficoltà di chi vive la strada. In quest’iniziativa per la valorizzazione del territorio urbano emerge lo spirito creativo e la vocazione artistica di una generazione di ragazzi che non vuole abbandonare quel senso di decadenza che affligge le realtà periferiche della capitale, ma che lo sfrutta esaltandolo attraverso un senso estetico nuovo, moderno e metropolitano. Se non ci siete mai stati vale la pena perdersi tra le vie del Trullo, fatte di case popolari, giardinetti pubblici abbandonati, strati di cemento e quell’aria grigia tipica di tante zone ai margini della realtà romana contemporanea. Passeggiando tra gli isolati anonimi vi sorprenderà la possibilità di scontrarvi con questi murales poetici che danno nuova vita alle facciate dei palazzi in rovina e che combattono il degrado sociale e culturale con la forza delle parole ed uno spirito d’iniziativa spontaneo, vero e soprattutto giovane.
Martina Patrizi

“Room” è storia del piccolo Jack, nato e cresciuto in una stanza

0

Room sicuramente ha una dote innegabile: è una storia, un’esperienza, un film che non lascia indifferenti.

Non solo per il classico avvertimento “portatevi i fazzoletti” che potrebbe fuorviare, perché Room commuove ma mai forzatamente o artificialmente. Ma perché affronta temi, metaforicamente, molto universali ed umani, e ci mostra un qualcosa che è tristemente reale, pensiamo a tanti casi di cronaca recenti. Certo, è un film che va visto sapendo il meno possibile, evitando i trailer, e per questo è anche difficile parlarne ora per non rivelare troppo, e non solo per non rovinare la trama, ma soprattutto per non rovinare il vortice di emozioni di cui il film è fatto.
Room non è solo la traduzione di “stanza”, perché per i nostri due protagonisti, madre e figlio, è il mondo, anzi, nel caso del piccolo Jack di 5 anni è veramente tutto il mondo intero e tutto quello che conosce. In pochissimi metri quadri è nato e cresciuto, perchè lì è segregata dal suo aguzzino la madre dopo esser stata rapita anni addietro. Capite già la forza emotiva di quanto tento di dirvi. Saggiamente il film è totalmente narrato dal punto di vista del piccolo Jack, con voce fuori campo e dettagli personali che ci fanno entrare in una dimensione a dir poco dolorosa. Come può un bambino di 5 anni non solo crescere così, ma addirittura essere sereno? La risposta è che per lui quella è la normalità.
Senza rivelare troppo della trama, posso dire comunque che il film non è relegato tutto alla stanza, per questo l’impatto emotivo del mondo esterno è così forte. Una madre, un figlio, il dolore e la voglia di sopravvivere in tali condizioni, provando addirittura ad essere felici. Tratto dal romanzo di Emma Donoghue, il regista irlandese Lenny Abrahamson ha tirato fuori uno straziante film di cronaca nera, una dolorosa metafora sulla difficoltà di tenere lontano i figli dai pericoli del mondo odierno, e soprattutto una bellissima storia madre-figlio. Il precedente film del regista era la commedia grottesca, ma sempre esistenziale, Frank con Michael Fassbender, in cui il protagonista passava la propria vita con una gigantesca testa di cartapesta indosso che non toglieva mai: Abrahamson, forse senza volerlo, ma riuscendoci comunque con grande efficacia, ha costruito in due film diversissimi anni luce tra loro un percorso sulla claustrofobia delle relazioni, su quanto sia difficile comunicare veramente e sinceramente al giorno d’oggi.
Sincero forse è la parola chiave. Perché, metafore a parte, quello che vediamo sullo schermo è tremendamente sincero e autentico, tanto che pure alcuni passaggi narrativi discutibili sono completamente a servizio del discorso emotivo principale. Dopotutto come può non essere sincero lo sguardo di un bambino di 5 anni verso il cielo? Come può l’abbraccio di una madre, con tutto quello che ha sofferto, essere poco autentico? Room è un film che colpisce perché originale – ci si aspetta che finisca in un determinato modo, ed invece “quello” accade a metà film per poi cambiare totalmente prospettiva pur rimanendo del tutto coerente a se stesso – ma soprattutto lascia il segno visivamente: Brie Larson ed il piccolo Jacob Tremblay sono affiatati oltre ogni misura. Lei è spesso usata in commedie, ed è una molto poco conosciuta qui in Italia, ma con questa performance entra di diritto tra gli astri nascenti del momento: poche attrici, infatti, oltretutto con così poca esperienza, sono in grado con un semplice sguardo di trasmettere almeno due o tre emozioni simultaneamente. Il piccolo Jacob Tremblay è travolgente: sicuramente guidato ed istruito molto bene, è comunque impressionante anche solo per come utilizza l’intonazione della voce; e poi appunto, i suoi occhi trasmettono tutto.
Room è il film che credi di capire ma non ti aspetti, credi di leggere ma riesce sempre a suscitare una emozione diversa: fuori dalla caverna platonica c’è il mondo vero, è l’unico che abbiamo e l’unico che può regalarti la semplice gioia di vedere madre e figlio mangiarsi un panino.
Emanuele D’Aniello

Il Teatro Trastevere presenta “La Bella che è addormentata”

0

Teatro Trastevere, un venerdì sera con “La bella che è addormentata“, lo spettacolo tratto dal libro omonimo di Gianluca Lalli

Da un titolo che richiama – volutamente e ironicamente – la celeberrima favola della principessa addormentata a causa di una terribile maledizione, si snoda una trama che punta a denunciare alcune realtà ben precise, dannazioni del genere umano tutt’altro che fantasiose.
Nella prima parte dello spettacolo Lalli – voce e chitarra – accompagnato dalla seconda chitarra di Lorenzo De Angelis e da Alberto Salmè al flauto traverso, accompagna il pubblico in brevi flash di oppressione, potere e ingiustizia. Inframezzato dalle citazioni di autori del calibro di Orwell, Zamjatin, Huxley, Bradburyalle, che scorrono sullo schermo, il terzetto inneggia alla libertà, proponendo un’aspra satira di alcune tendenze umane legate al desiderio di dominare o all’inettezza di seguire, senza porsi poi troppe domande, nemmeno quando si compiono atti spregevoli.
…Non è così male starsene allegri e avere un padrone…
la bella che è addormentata
Viene ridicolizzata la morte dell’uomo “pecora”, la sconfitta di molti “lupi” che rinunciano ai propri denti per adeguarsi, la patetica fine dell’uomo come prodotto capitalistico, immerso in un universo dove “nel calendario del sesso l’amore non è permesso“.
Quando si crede che lo spettacolo sia tutto lì e i musicisti lasciano quella scena di cui sono stati i soli protagonisti, ecco arrivare sul palco Massimiliano D’Aloisio, pronto ad offrire agli spettatori il finale di questa storia.
Un po’ come il vaso di Pandora, da cui escono tutti i mali del mondo mentre sul fondo resta la speranza, le letture proposte dall’attore, dopo le denunce precedenti, toccano argomenti come l’amore, la pietà, l’attrazione: tutti sentimenti che accendono nell’uomo quell’unico desiderio di sopravvivenza, quell’ultima fiamma di ardore, che gli consente di andare avanti nonostante tutte le brutture del mondo che abita e di cui è spesso è vittima, volente o nolente.

Alessia Pizzi

Truth di James Vanderbilt apre il Festival del Cinema di Roma, ma non convince

0

Solitamente, i film sul giornalismo hanno un unico scopo: mostrare come si arriva alla scoperta di una grande notizia.

Truth di James Vanderbilt capovolge tale assunto: è un film, in realtà, sulle conseguenze di una notizia sbagliata. Il film di apertura della 10° edizione della Festa del Cinema di Roma racconta infatti il Rathergate, recente episodio famosissimo in America e praticamente ignoto da noi, ovvero l’indagine sul passato nelle forze armate del presidente George Bush che si rivelò fondata su fonti non provate, e quindi portò al licenziamento dalla CBS della produttrice tv Mary Mapes e al ritiro semi-forzato dello storico conduttore Dan Rather.
La storia, lo capite subito, è molto interessante e ricca di spunti riflessione. Vanderbilt, che ha scritto anche la sceneggiatura, non a caso riesce a scovare tra le righe e le sfumature della vicenda l’aspetto forse più incredibile, ossia come Mary Mapes sia al tempo stesso l’elemento da condannare per non aver verificato le proprie fonti, accecata dalla voglia di raggiungere la notizia ad ogni costo, sia la vittima dell’intera situazione, perchè la CBS, un immenso network che deve difendere i proprio interessi corporativi di fronte alla pressante opinione pubblica, non ha perso tempo nel difenderla puntando invece a farne il vero capro espiatorio. In tal senso, la cosa migliore del film è proprio la trasformazione di Dan Rather – che probabilmente in tanti altri film sulla vicenda sarebbe il protagonista – non solo in figura di seconda piano, ma soprattutto in un simbolo del giornalismo americano: quello che interpreta Robert Redford non è un vero personaggio multidimensionale, ma una metafora dell’apice del giornalismo, un apice che nel mondo contemporaneo non c’è più, la cui caduta porta conseguenze, non tanto a se stesso, ma a Mary Mapes.
Ma sia altrettanto chiaro, proprio per i tanti elementi interessanti, spiace dire che Truth non è un gran film. Un prodotto efficace, un buona biografia, ma non un gran film. E la colpa non è dei tanti elementi agiografici che molti critici americani, ovviamente colpiti dalla vicenda più di noi, hanno evidenziato – il film è tratto da una biografia della stessa Mary Mapes, quindi c’era da aspettarselo – ma di un disguido tecnico di fondo. James Vanderbilt è uno sceneggiatore noto che qui esordisce alla regia, e come tutti gli sceneggiatori che debuttano con un proprio copione, è troppo innamorato del proprio scritto. E’ indubitabile che questa sceneggiatura in mano ad un altro regista più serio e navigato, in grado di limare alcuni dettagli ed evidenziare determinati aspetti rispetto ad altri visti nel prodotto finale, avrebbe potuto fare il salto di qualità. Vanderbilt invece vuole parlare di tante cose – aspetti tematici, aspetti personali, la difesa del giornalismo vecchio contro il nascente internet – senza dare equilibrio. Ma il film ha soprattutto un grosso problema di fondo: per quanto si possa empatizzare con lei, e capire che la punizione della CBS nei suoi confronti sia stata forse sproporzionata, è difficile capire le ragioni di Mary Mapes, considerando l’assunto iniziale secondo il quale lei ha davvero sbagliato. Lei stessa nel film cerca sempre di riportare, a dispetto degli errori, la situazione al fulcro della situazione, al fulcro del problema, ma dimentica che il fulcro si perde proprio a causa sua, proprio a causa dei suoi errori che fanno dimenticare la vera questione. Il film sicuramente non nasconde le sue colpe, ma non a caso, per renderla veramente empatica, deve troppo spesso affidarsi alla solita interpretazione carismatica e torrenziale di Cate Blanchett.
Truth è un film con un titolo molto impegnativo, e la parola “verità” è citata tante volte nel corso della storia. Verità che si cerca ma non si trova e forse, alla fine, la qualità del film non rende vera giustizia ad una ricerca così importante. Ma merita la visione per ricordare soprattutto cosa sia il vero giornalismo, nel bene e nel male, e a cosa può andare incontro.
 
Emanuele D’Aniello

Vestiti ecologici insieme alle nuove borse Carpisa. La sfilata domani a Tivoli

0
Il 18 settembre alle ore 17, presso piazza Campitello di Tivoli, si terrà una sfilata di moda molto interessante che vedrà protagonista la nuova collezione di borse Carpisa, ma non solo. Ad arricchirla ci saranno vestiti e cappelli firmati da Gianluca Cococcia ed Eleonora Coresi, entrambi studenti al secondo anno dell’Accademia Nazionale d’Alta Moda e del Costume, Koefia.
Gianluca ed Eleonora
I due ventunenni hanno deciso di realizzare la collezione con materiali di riciclo, unendo le loro competenze: Gianluca, infatti, da anni si muove nel fashion system come fashion editor e blogger, mentre Eleonora è una vera esperta in ambito sartoriale. Ma non è finita qui: ad immortalare la sfilata ci sarà un altro giovanissimo, che ho avuto già l’occasione di intervistare. Si tratta del fotografo Valerio Canini, che dallo scorso gennaio è andato avanti con la propria carriera.  L’avevamo lasciato come futuro insegnante in un corso di photoshop, che ha ottenuto moltissime adesioni. Nel frattempo ci sono state proficue collaborazioni, specialmente con la stilista N’ELLA, che l’intervistato definisce “una delle stiliste più esplosive del panorama romano“, e altre interviste, come quella su HIFive Radio nel programma BBQ, condotto da Gabriel Morgia. Progetti futuri? Dopo gli scatti di domani per l’amico Cococcia, ci sarà la collaborazione con la rivista Effe, nel numero di Novembre.

(Foto di Valerio Canini)

Alessia Pizzi

Piera Degli Esposti si tramanda a noi con Wikipiera

La vocazione del raccontare non è mai stata più dolce.

Parlare di sé senza essere egotisti. Trasformare la propria vita in teatro e la scena in ricordi proiettati sull’eco delle parole. Questa è la capacità di un’attrice come Piera Degli Esposti, in grado di articolarsi come una serena e sincera manifestazione di se stessa nel corso di uno spettacolo che è intervista ed introspezione: Wikipiera, al Teatro della Cometa, con Pino Strabioli. Seguendo un preciso percorso riflessivo, è necessario rilegare alla banalità la ripetizione di complimenti di grandezza e bravura. Fronzoli di cui attori arrivati a questo livello di carriera non hanno bisogno. Hanno già chi rinnova per loro auguri ed inchini. La consapevolezza della loro arte è ormai cementata nella memoria collettiva. Non rimane allora che cercare di sondare diversamente la materia, per rendere al lettore un quadro d’insieme degno di essere letto.
Ma prima un cenno al contenuto. Cos’è Wikipiera? È il racconto di una donna di nome Piera, dalla maestra delle elementari che per prima l’ha formata a Lucio Dalla. Dalle iniziali esperienze teatrali ad Eduardo De Filippo. Da “La Figlia di Iorio” a “Molly”, alla televisione. Il tempo si ferma e la voce si fa sincera, da qui fino al 18 ottobre.
piera-degli-esposti
Il palco è allestito senza grandi pretese. Bastano due sedie, un tavolino, un leggio ed uno sfondo girevole. Insomma, uno studio televisivo trapiantato a teatro ed arricchito della profondità atmosferica che solo un sipario può dare. L’impressione è quella di non star assistendo all’esecuzione di un canovaccio predisposto: l’unico testo è la vita stessa ed i ricordi che la compongono, ispezionati da una donna che non ha timore di donarsi alla mente degli altri. Ne deriva una generale idea di improvvisazione. È un salotto anche questo. Il modo in cui la materia dello spettacolo raggiunge lo spettatore è in fondo quello di uno schermo televisivo. È accanto a te nella stanza, pur essendo lontano. Si potrebbe giocare molto sull’accavallarsi di piani di percezione, ma il fine è sempre lo stesso: l’insistente bisogno di donare e tenersi compagnia. L’esperienza, nel complesso, è rasserenante. Troviamo una Piera che, con la dolcezza di una madre vegliarda, cerca con la sua vita di curare l’angoscia degli altri. I suoi ricordi non sono solo l’appagamento di una curiosità pettegola, quanto la creazione di un modello rassicurante. Piera, in tutta la sua persona, si siede su una cima di strati di tempo e lascia intendere come arrivare aldilà della tempesta sia possibile, qualsiasi strada si prenda. È un punto d’ispirazione e di coraggio.
“Il compito dell’attore è quello di consolare” così ci spiega Piera. La sua idea si concretizza nel piacere di interpretare personaggi abitati dal dolore, potendo in tal modo dar vita alla catarsi consolatoria. Non sfugge a questo dovere teatrale la storia della sua esistenza: ascoltarla è forza e stupore; illuminazione e speranza. Un insegnamento che non tutte le biografie viventi possono dare. Piera, come una settimana prima Carmen si offre ad una comunità che ha bisogno disperatamente di esempi che ne guidino lo spirito. Nel farlo, assolve ad un antico dovere generazionale: tramandarsi nella memoria, cosicché il frutto del tempo non vada perduto.
Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC

“Life is Musical” la nuova Web Series a ritmo di musica. Intervista agli ideatori

0
Ho incontrato Niccolò Dettore e Lorenzo Benvenuti e c’è stata subito una bellissima sintonia. Dopo aver bevuto un caffè e parlato del più e del meno, con grande naturalezza abbiamo iniziato a parlare del loro progetto, che finalmente ha preso vita. Giovedì 15 ottobre vedremo il prodotto di questi ragazzi, che hanno scritto, diretto e interpretato la prima Web Series italiana dedicata al musical, “Life is Musical” appunto. Appassionati entrambi di questo genere teatrale ci raccontano da dove è nata l’idea e cosa vedremo nella loro serie. 
***
Come vi è venuta in mente una Web Series che ha come tema i musical? Non è un po’ un azzardo dato che non se ne è mai vista una sul web?

Niccolò: Ci sono tre motivi che ci hanno spinto a questo tema del musical. Il motivo principale è proprio quello che hai citato nella domanda. Non è mai stata fatta e volevamo metterci alla prova. È una novità e le novità mi piacciono sempre molto, con la speranza che anche al pubblico possa piacere la nostra Web Series. Il secondo motivo è che è un tema in espansione, soprattutto in questi ultimi anni, in Italia, si parla moltissimo di musical. Il terzo ed ultimo motivo, forse il più importante, è la grande passione e l’amore che abbiamo verso il musical.

Quindi voi andate a teatro spesso? Posso chiedervi se avete dei musical preferiti che ritroveremo anche nel corso delle puntate?

Lorenzo: Assolutamente sì. Ci siamo fatti una domanda principale. Quando si diventa performer? Quando una persona fondamentalmente è malata di musical e fa girare tutta la sua vita intorno allo spettacolo. I nostri protagonisti, specialmente Lorenzo, vivono per cantare e cantano per vivere, cosa che io personalmente vorrei fare nella mia vita. Cantare per vivere. A me personalmente piace vedere uno spettacolo che sia grande in tutti i suoi lati. “Romeo e Giulietta ama e cambia il mondo” raccoglie tutto ciò che a me piace in un musical, ottima scenografia, ottimi costumi e meravigliosi artisti. Questo musical e tantissimi altri come anche “Pinocchio” e “Ghost” verranno ovviamente citati nel corso delle puntante. Anche a volte con un punto di vista critico, ovviamente un’umile critica che si più permettere uno spettatore come me, come noi. Anche se poi è lo spettatore che aiuta un musical ad essere grande e replicare in più date.
life-is-musical
Puntate con questa Web Series ad attirare l’attenzione anche dei grandi nomi dei musical e farli entrare nella vostra serie. Mi viene in mente un nome molto noto, una grande artista come Giulia Ottonello. Che ne pensate?

Lorenzo: Sarebbe un onore avere Giulia Ottonello in “Life is musical”. Lei è un nome che negli ultimi anni il pubblico ha visto più spesso, grazie al musical “Frankenstein Junior” e “Cast”, tutt’ora gira l’Italia con “Cabaret”. Certo puntiamo ad accendere le menti a questi grandi artisti e aiutarci a diventare una serie nota al grande pubblico di youtube. Proviamo ad allargare questa famiglia. Sarebbe bello far sapere a tutti coloro che fanno musical ad alti livelli e non solo, che ci sono due ragazzi che dedicano le loro energie e le loro idee in questo progetto.
Entrando più nello specifico, come protagonista di Life is musical, oltre a voi, c’è questo DVD. Elemento un po’ magico che farà diventare pazzo di musical il protagonista. Oltre a questi particolari misteriosi, vedremo momenti comici o magari romantici?
Niccolò: E’ una sketch comedy a tema musical quindi, già dalla prima puntata si capisce che l’impronta divertente c’è assolutamente. Poi noi ci siamo ispirati ai nostri film preferiti come The Mask e The Ring. Si vedrà in ogni puntata quali sono le nostre passioni quali sono i nostri punti cardini nel cinema e nei telefilm. Siamo partiti da un’idea piccola che ci sembrava buona e abbiamo costruito tutto intorno a quelli che sono i nostri gusti musicali e non solo. Il web vorremmo fosse solo un punto di partenza… molte volte in fase di scrittura ho immaginato che questa serie un giorno potrebbe diventare un vero musical. Sarebbe un grande sogno che si realizza.
***
Non ci resta che aspettare il 15 ottobre per la prima – di otto puntante – di “Life is Musical”: gli autori mi hanno promesso risate, momenti magici e misteriosi e anche un grande amore. Un amore diverso da quello che lega due persone, ma non meno importante: quello cioè che lega l’uomo ad una grande passione. Devo essere sincera: questi due ragazzi a me piacciono, avevano il fuoco negli occhi mentre mi parlavano del loro lavoro, e quindi voglio dargli fiducia. Fatelo anche voi!
Elena Lazzari


Facciamo che…Facciamo che io sono “Carmen che non vede l’ora”

Di cosa non vede l’ora Carmen? Di essere libera e forse liberare chi ascolta con la sua storia.

bartolini-baronio
La sera del 9 ottobre è andato in scena alle Carrozzerie n.o.t l’ultima novità del duo Bartolini/Baronio: “Carmen che non vede l’ora”. Avevamo già avuto occasione di apprezzare il loro lavoro con il dinamico “Passi” al Teatro Argot Studio. Stavolta non c’è una donna appesa al soffitto. Nessun conflitto di personalità. Non c’è l’oscurità di un dialogo incastrato nel subconscio. Troviamo invece un salotto luminoso. Il viaggio nella storia vera di Carmen procede con la dolcezza di un racconto di famiglia, rivolto al pubblico come al secondo invitato della serata. E così, seduti sul nostro divanetto invisibile, ogni barriera viene meno e ci troviamo tutti immersi nella vita di Carmen. Condividiamo le sue vicende come queste sono state a loro volta trasmesse agli attori e prima ancora vissute. Questo legame straordinario ci porta su una dimensione comune, ad un tempo storia d’Italia e di una donna, come di tutte le donne.

“Facciamo che… Facciamo che io sono Carmen.”

È con questa formula che gli anni di Carmen prendono forma concreta sul corpo di Tamara Bartolini. Sono scene e ricordi che si susseguono rapidi intorno ad una narrazione a turni, nell’alternarsi tra attore e personaggio. Così il duo racconta e ricrea la memoria con la magia di ombre proiettate sopra un muro. Imbrigliati nella rete di esperienze, scandiamo insieme i momenti di un’esistenza: dal matrimonio combinato alla volontà di essere libera. Dopo l’ex Jugoslavia e l’Africa, viaggiamo con lei verso l’Italia del dopoguerra rincorrendo i fulgidi anni Sessanta, per poi fuggire a Roma ad insegnare educazione sessuale con le canzoni dei Pink Floyd. Al termine di tutto, la sensazione di aver assistito ad una favola di vita vissuta.
Il duo Bartolini/Baronio colpisce ancora una volta con una recitazione profondamente naturale, dalla potente forza comunicativa. È una madre fatta d’arte che sa scovare l’esperienza comune e immergere il pubblico nella condivisione totale di una vita espressa in ricordi. È quella perfetta complicità tra l’uomo che canta, col sorriso farabutto della canzone popolare, e la sensualità della donna, creatrice del proprio corpo e della libertà della sua storia. I gesti, la voce, i dialoghi, la scena: ogni elemento si mostra con la semplicità vera e propria di un salotto a cui siamo tutti invitati. Così la naturalezza si fa un sidro dolce e splendido.
È un teatro dal respiro sincero, senza grandi artifizi; eppure, nella sostanza, più vicino al capolavoro di tutti gli altri. Ancora una volta Tamara Bartolini e Michele Baronio si attestano fra i punti di forza del teatro romano contemporaneo.
(Foto di Matteo Nardone)
Gabriele Di Donfrancesco


Al Quirino va in scena la musica della vita con “Borges Piazzolla”

“Io non mentisco, invento. Invento anche Buenos Aires. La mia Buenos Aires non esiste.“



L’incontro tra la voce del grande attore e la musica della passione non può non produrre un librarsi di nitide immagini ed emozioni. Questa è l’atmosfera incantata che avvolge il palco del Teatro Quirino la sera dell’8 ottobre alla prima di “Borges Piazzolla”, regia di Francesco Tavassi, con Giorgio Albertazzi e Mariangela D’Abbraccio.
Ad accompagnarli il pianoforte di Fabrizio Siciliano, il contrabbasso di Raffaele Toninelli, la chitarra di Luca Pirozzi, il violino di Alessandro Golini e la fisarmonica di Gianluca Casadei.
giorgio-albertazzi
Al centro di un fantastico viaggio fra poesia e canzone troviamo l’incontro tra lo scrittore argentino Borges e il musicista Piazzolla. Nulla può giovare ad una notte romana più del poter riscoprire, in un ottobre caldo e confuso, la forza del Tango. In questa cornice, Mariangela D’Abbraccio si fa interprete della sensualità di una “terra di chitarre“. È una Buenos Aires dalle note di una femminilità calda e risonante, che s’impenna verso l’alto a spianare l’aria col ritmo che la anima. I grandi brani di Piazzolla, composti sui celebri testi di Borges, si lasciano spiegare dalla voce di Albertazzi, trasfigurandosi nelle memorie e nei panorami dello scrittore che le ha composte. Sono un’anima orgogliosa di essere argentina e l’atmosfera unica del barrio Palermo a costellarne i ricordi della nostalgia di una favola che riecheggia del battito del Tango. Un po’ come la Macondo di Marquez, la Buenos Aires di Borges si fa impalpabile e si condensa nel bianco dell’abito dello scrittore, avviato all’ultimo, glorioso periodo della sua vita. Allora accade qualcosa di naturale e ad un tempo unico: il grande attore si trasforma nel suo alias e Borges è la sua voce e la sua memoria, nell’immedesimazione fra due immortali di tempi diversi. “Con il passare degli anni una persona popola il proprio mondo di immagini” ed il labirinto, tanto caro a Borges, si incastra nella sequenza dei ricordi, unendo l’attore allo scrittore. È un momento d’arte che commuove il cuore dei presenti e immerge la sala nell’atemporalità del Tango di cui risuona. Dalla voce di Albertazzi rinasce il celebre argentino e la sua poesia si rigenera nella notte; un mondo dolcemente posato sulla propria sedia. Resta nella mente il ricordo di una superba interpretazione della Maria di Buenos Aires e di una poesia che suona. Giorgio Albertazzi e Mariangela D’Abbraccio donano così la musica della vita stessa.
Gabriele Di Donfrancesco

“Chi tra noi due sta immaginando l’altro?” Jackson Pollock in scena

Jackson Pollock diventa il protagonista della sua morte, spaesato sul palco del Teatro dei Conciatori.

Esistono luoghi comuni di ogni genere e in molti ambiti. Uno di questi è la tendenza ad attribuire la fama dei buoni spettacoli unicamente ai teatri più grandi. Una sciocca equivalenza. La nostra redazione non è mai stata di questo parere. Il gioiello più grande può nascondersi nell’angolo più piccolo, dai posti limitati, dove lo spettatore trova una memoria preziosa che conserverà gelosamente nel tempo. La sera del 4 ottobre è stata uno di questi momenti. Al Teatro dei Conciatori di Roma è andata in scena l’ultima replica di “Conversazione sul luogo dell’incidente (Trasfigurazione cruenta di Jackson Pollock)“, regia e testo di Giuseppe Manfridi, con Giuseppe Manfridi e Nelly Jensen. Ad introdurre la rappresentazione troviamo un video dal ritmo sincopato, ad opera di Stefano Sparapano. Fa da cornice allo spettacolo, producendo un piacevole incontro tra più arti visive: un amalgama di pittura, teatro, cinema e realtà. Le animazioni fluide ricordano i colori di una tela di Pollock.
teatro-dei-conciatori

“Chi tra noi due sta immaginando l’altro?”

La memoria frammentaria di una fine violenta diventa una nebbia concreta nel piccolo spazio di un bosco, incastrato tra un burrone ed una carreggiata. È un limbo in cui confusione e volontà si alleano nel nascondersi l’una con l’altra. Coperta da entrambe, la verità. Quella di un fatto che già conosciamo: una “trasfigurazione cruenta”, una morte improvvisa. Una tragedia che fa parte della storia personale del pittore. Ne è il capolinea. È accaduta, ce l’aspettiamo, eppure non perde la forza perturbante di un colpo di scena inaspettato, proprio perché perfettamente giostrato fin dal primo istante. Jackson Pollock è lì, un animo vagante e timoroso d’infrangere la fumosa realtà che lo avvolge. Si tratta di qualche albero, del profilo scuro della notte; dei segni di una tragedia. Sono dettagli sparsi tutto intorno, ma accuratamente evitati, per impedire che una disperazione insostenibile inondi una psiche fuggita in un’incertezza consolatoria. Un Pollock, insomma, rifugiato nei concetti della sua stessa arte. Come se, in piedi di fronte alla tela, potesse ancora tenere alto un pennello e schizzare il colore attraverso lo spazio. Distanza, la parola chiave. “Tutto avviene per colmare distanze, tutto.” Solo che stavolta non c’è nulla da riempire. L’ultima misura, la vita, è stata consumata e nascondersi in un intervallo già colmato è una soluzione di breve respiro. Da durare appena il passaggio di una nebbia.
C’è anche una donna. Un punto stabile: lo sguardo fermo e duro; come se una dolcezza infinita si fosse violentemente spenta in un battito. Al suo posto, una parodia d’affetto: un’indifferenza non sofferta, una compassione che non ammorbidisce. Il suo nome è Ruth ed un grande mistero psicologico pende dalla poesia delle sue labbra; dalla sua voce spaventosamente serena nella notte. Dapprima semplice referente dei pensieri della coscienza confusa di Pollock, il suo personaggio acquista sempre più lo spessore di un giudice ultraterreno. La sua dimensione è posta tra gli abissi psichici della morte e quella nebbia incognita che fa da panorama e di cui lei stessa, probabilmente, è parte. Viene così a crearsi un’atmosfera unica, che all’inferno dantesco conferisce un tocco americano e la modernità dei thriller d’autore. Merito in parte dell’apparato scenico. Il palco si trasforma in un’isola di terreno. La sua realtà spaziale tentenna tra introspezione e soprannaturale,  mantenendole in simbiosi con eleganza e poesia. La personalità di Pollock si fonde in un perfetto equilibrio con la propria storia, presa nell’istante ultimo della morte. Giuseppe Manfridi dà prova di un’arte di rara qualità. Da un lato il genio di chi sa cogliere il punto di vista inaspettato. Dall’altro il gusto della parola; la poesia costruita su Pollock, sulle sue idee. La sua interpretazione è di una complessità saporita. Una recitazione elegante e accurata. La voce si piega alle più rauche tonalità. La personalità è rabbiosa e dirompente. Ruth gli si aggira intorno, mai vicina; implacabile ma serena. Nelly Jensen la arricchisce di una sensualità quasi crudele. Quella di un’entità enigmatica, impietosa ma senza rancori. L’inesorabile posa della verità finale. Entrambi si alternano in un ritmo oscuro, dal gusto indefinito e risucchiante.
È l’esempio di un teatro a cui siamo sempre meno abituati. Quel fenomeno che cattura la mente e l’arricchisce nel corso di una catarsi; l’unico capace di parlare sempre alla psiche dell’uomo, scavalcando ogni altra barriera.
Decisamente da ricordare.
Gabriele Di Donfrancesco

Il corpo delle donne (in salute e in malattia). Parola alle Amazzoni Furiose

6
Dall’alba dei tempi il corpo della donna è la rappresentazione della società. Come dimenticare le statuette delle Grandi Madri, simbolo della fertilità, o le antiche egizie, cosparse di seducenti unguenti nelle pitture coeve? Del corpo femminile – come noi contemporanei lo concepiamo – si è discusso in un celebre documentario omonimo, dove in maniera arguta e raffinata, veniva sottolineata la fragilità dell’icona muliebre proposta dai media, a partire dalla televisione. Donne “siparietto”, donne “cornice”, belle ma non necessariamente competenti, come vuole un rinomato luogo comune. Donne omologate dal silicone, che propinano un’ideale di bellezza opinabile, che perdono la dignità per qualche vano minuto di celebrità.

Tutta questa mortificante questione, finché resta relegata nell’ambito di un’analisi sociale e antropologica, volta a sottolineare le contraddizioni dell’Universo femminile e i limiti degli attuali stereotipi, può toccarci lievemente, può interessarci fino ad un certo punto se non siamo particolarmente attenti a queste dinamiche, cosiddette di “genere”. Quello che però non dovrebbe sfuggire al nostro sguardo è qualcosa di molto peggiore, che va a toccare non solo le donne, ma anche le loro debolezze moderne, una delle quali è senz’altro il cancro al seno. Il fatto che la cantante Anna Tatangelo, dal seno notoriamente rifatto, sia stata scelta come testimonial della campagna LILT (Lega Italiana per la Lotta ai Tumori) per la prevenzione del cancro mammario, già poteva risultare altamente discutibile anche solo per una questione di sensibilità nei confronti di quelle donne che sono costrette a ricorrere alla chirurgia plastica perché vittime del tumore. Ma dover accettare anche la posa da calendario è stato davvero troppo per molti e la rete non ha tardato a far sentire la propria voce, non di certo per obsoleta bigotteria. Un contrattacco forte e deciso alla campagna Nastro Rosa 2015 viene dalle Amazzoni Furiose, che hanno scritto addirittura una lettera alla ministra della Salute Beatrice Lorenzin per far ritirare la campagna stessa.

Cosa significa per una donna che ha avuto o ha il cancro al seno vedere come testimonial della prevenzione una donna rifatta? Le scelte personali della testimonial non sono oggetto della nostra protesta. Abbiamo appena pubblicato una lettera in cui ci rivolgiamo direttamente a lei, invitandola ad unirsi a noi. La lettera è visibile sul blog Le Amazzoni Furiose.

Sul vostro sito parlate di pinkwashing nella partnership tra LILT e Peugeot. E’ un’accusa molto forte, cosa avete da dire in merito? Il pinkwashing è un fenomeno di portata internazionale. Il termine è stato coniato dall’organizzazione statunitense Breast Cancer Action ed è diventato uno dei cardini del dibattito sul cancro al seno che da anni si svolge oltre oceano e raccoglie voci autorevoli di ricercatori delle scienze biomediche e sociali, professionisti della salute, attivisti, persone colpite dalla malattia. L’alleanza tra il capitalismo delle corporation e il settore no-profit, spinto a questo genere di alleanza dai tagli ai sovvenzionamenti statali che si sono verificati a partire dagli anni ’80, non riguarda solo LILT e Peugeot. In Italia, ad esempio, la Fondazione Veronesi ha stretto una partnership con una nota marca di assorbenti, prodotti che subiscono processi di lavorazione che espongono al rischio di venire a contatto con diossine e furani. Di questo avevamo già scritto, ma i media non avevano prestato attenzione.

Il presidente della LILT, il senologo Francesco Schittulli,  sostiene che la posa della Tatangelo sia stata scelta per sensibilizzare le giovanissime, e non per ricordare quelle da calendario. Cosa avete da dire in proposito? Cosa vuol dire ‘sensibilizzare’? Far sapere alle donne, anche giovanissime, che il cancro al seno esiste ed è una malattia molto grave? Questo purtroppo è tristemente noto a tutti, donne e uomini di ogni fascia d’età. Solo nel 2012 in Italia sono morte 12.004 donne di cancro al seno e l’incidenza è in aumento. Si tratta di un fenomeno macroscopico che suscita, e giustamente, allarme. Se invece per sensibilizzazione si intende l’adesione ai programmi di screening, ci chiediamo se Schittulli sia a conoscenza del fatto che non esiste alcuna indicazione scientificamente fondata per l’adesione ai programmi di screening per le donne al di sotto dei 50 anni di età. Di cosa sta parlando allora?

E la cantante come risponde? Si definisce indignata. Ma qui l’accusa non è tanto al buon gusto della sua presenza come testimonial, non è una mera critica alla nudità aggressiva,  ma l’ennesima, crudele, e non così latente, strumentalizzazione del corpo della donna.

Alessia Pizzi

“Laicità e religione nell’Europa moderna”, un atelier per ricercatori

L’IstitutoSangalli, “istituzione laica e non confessionale, indirizzata alla conoscenza e allo studio della storia e delle culture religiose”, ha come finalità quella di promuovere e favorire, a livello nazionale e internazionale, gli studi storico-religiosi, anche e soprattutto attraverso il confronto e il dialogo interreligioso, attuato tramite seminari, convegni, conferenze, cicli di lezioni, pubblicazioni. 
Da sempre attento al sostegno e all’incoraggiamento dei giovani ricercatori “in grado di dare un contributo significativo al progresso culturale e civile dell’Italia e dell’Europa”, l’Istituto Sangalli si è distinto proprio per essere uno dei pochi enti privati ad erogare borse di studio, istituire premi e finanziare progetti di ricerca. Proprio nell’ambito dei seminari, vanno senz’altro segnalate le giornate di studio patrocinate dell’Istituto Sangalli, in collaborazione con la Escuela Española de Historia y Archeología, che si terranno a Roma, da lunedì 5 ottobre a giovedì 8 ottobre 2015, in via di S. Eufemia 13. Un atelier organizzato dal vice presidente dell’Istituto Sangalli, Massimo Carlo Giannini, e da Rafael Valladares per la Escuela, che darà vita a un confronto tra prestigiosi e rinomati studiosi italiani e stranieri e giovani ricercatori provenienti da tutte Europa e non solo. Un dibattito che si preannuncia ricco di spunti e di riflessioni che, se anche in prospettiva storica, non mancheranno di risultare attuali e imprescindibili per comprendere il nostro “oggi”. 
Clicca qui per vedere il programma del seminario.
Chiara Amati

A Roma e a Milano la Pink Parade contro il tumore al seno

0
Ve lo ricordate Pink is Good? Il progetto, nato nel 2003 per iniziativa della Fondazione Umberto Veronesi, aveva come scopo quello di debellare il tumore al seno, supportando tanto la ricerca quanto la sensibilizzazione alla prevenzione.
Per la seconda volta PittaRosso, leader nazionale nel retail calzaturiero, fa suo il nobile intento, organizzando la Pink parade, stavolta non solo a Milano, ma anche a Roma.
La camminata non competitiva, che si terrà domani nella Capitale, mira a raccogliere fondi con una marcia rosa di 5 km che avrà come appuntamento finale quello del 25 ottobre a Milano. Tutti possono prendere parte alla camminata, che si svolgerà nei centri storici delle rispettive città. La quota per partecipare è di 10€ e ci si può iscrivere fino al giorno precedente, che, nel caso romano, è proprio oggi. La partenza è alla Terrazza del Pincio verso le 10.30… non mancate!

Le modalità di iscrizione sono svariate: 

  • presso un punto vendita PittaRosso 
  • sul sito www.pittarossopinkparade.it
  • attraverso l’abbonamento al Corriere della Sera edizione digitale
  • presso i gazebo della Fondazione Umberto Veronesi
“Da soli si cammina veloci, ma insieme si va lontano…”



Alessia Pizzi

A Broadway spariscono i canovacci e resta B.L.U.E.

Al Teatro Sette va in scena B.L.U.E. e l’improvvisazione si fa cantata.

Non è la prima volta che la nostra redazione entra in contatto con l’esperienza unica di uno spettacolo di improvvisazione. Era già successo con Whois Luigi, della compagnia degli Appiccicaticci. Avevamo avuto occasione di prendere parte ad una delle serate e ne eravamo rimasti particolarmente colpiti. Era l’aprile scorso quando entravamo in questa dimensione teatrale. Il che vuol dire essere sfiorati dalla brezza di un processo creativo che accade in contemporanea col proprio sguardo. La forma finale è un insieme di idee fortuite, scontratesi e generate da menti diverse, che hanno dovuto collaborare a senso per mantenere un’armonia costruttiva. Una splendida esperienza. Come una droga, se ne diventa dipendenti. Gran parte della presa di uno spettacolo di questo genere è proprio la sua unicità, slegata da qualsiasi vincolo ed irripetibile. La nuova drammaturgia non può avere un carattere spontaneo quanto la spontaneità fatta fenomeno: l’improvvisazione. Stavolta è il turno di una nuova compagnia: I Bugiardini. La proposta è ambiziosa e torna a gran voce con un tutto esaurito che ha riempito il TeatroSetteUn musical improvvisato, dove la canzone si trova piegata alle necessità di un botta e risposta fulmineo, con un più vasto numero di persone e probabilità in gioco.

Questo è B.L.U.E.

 La parte fondamentale del prodotto in questione è la presenza di un certo numero di serate, in grado di mostrare come effettivamente ogni lavoro sia totalmente differente dal primo. Una fiera della creatività, a cui però abbiamo avuto modo di assistere solo per una sera. Il che significa essere entrati a contatto con una delle tante possibili espressioni del lavoro di gruppo della compagnia. Gli spettatori hanno potuto sperimentare un’esperienza totalmente diversa ad ogni replica e dunque, stavolta più che mai, non può esistere un giudizio complessivo. Il modus operandi di B.L.U.E. è semplice. Il pubblico decide ambientazione e nome a inizio spettacolo e il resto viene da sé. Il 25 settembre la scelta è ricaduta sul campeggio e sul titolo “Non aprite quella tenda!”. Alla base resta sempre una linea guida di comicità. Stavolta vi era una chiara indicazione a giocare con una presupposta atmosfera di angoscia e terrore. Il che ha dato vita ad una commedia composta da una coppia di fidanzati; da un gruppo di scout legato alle nottole; da un assassino involontario di questi animaletti ed una comunità di nottole, pronta a vendicarsi. È sempre interessante ripensare in retrospettiva a come la prima scena abbia finito con l’influenzare l’andamento totale della fantasia della compagnia. Stavolta, però, la performance non è stata particolarmente brillante. Le musiche sono state impeccabili, bisogna dirlo: fluidi gli interventi di più voci, l’ideazione di un ritornello e la simbiosi con i musicisti. Dal punto di vista della storia improvvisata, c’è stato però un ristagno creativo, dipeso probabilmente dal tema proposto. La prima parte dello spettacolo ha momentaneamente perso di vista il sotto testo implicito nel titolo. L’elemento parodico è stato trascurato. Questo prevedeva una comicità capace di muoversi in un’atmosfera di sciocca angoscia. Imboccata troppo tardi, tale strada è stata tagliata dal necessario finale nel momento della sua maggiore espressione.

Blue
Insomma, un campeggio nel bosco poteva portare ad esiti ben più eclatanti. Non si può però sindacare sull’improvvisazione; la creatività di ciascuno recepisce i messaggi in maniera diversa. Una nota di merito va invece rivolta a Patrizio Cossa. Lo avevamo già incontrato in Who Is Luigi e anche stavolta ha dimostrato una brillante capacità creativa. Il suo contributo allo spettacolo è stato grande. La maggior parte delle scene riuscite o più esuberanti le si devono al suo intervento improvviso. Ha recuperato uno spirito più funzionale alla riuscita dello spettacolo. Fabrizio Lobello non è stato da meno; abile nel costruirsi un personaggio, ha finito col porsi come cardine dell’intera trama man mano che andava concepita. Oltre a questo duo fortunato, la sera del 25 ha visto anche un’ottima performance delle ragazze: Simona Pettinari e Tania Mattei. Poi, chiaramente, così come è nato dal nulla, “Non aprite quella tenda” è sparito nell’oblio, soppiantato ogni sera da nuove e forse più riuscite improvvisazioni. Come se uno scrittore concepisse ex abrupto un intero romanzo per poi non salvarlo a lavoro finito. Ecco allora che le pagine tornano bianche e pregi e difetti perdono importanza, perché tutto è sparito.
Resta però nella memoria la bravura di ciascuno.

Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC

Il Furio Camillo e la sua cultura dinamica

Il Furio Camillo presenta in modo alternativo la nuova stagione culturale 2015-2016

Molti teatri hanno già presentato i programmi per la nuova stagione. Come ogni anno, un frammento di questo microcosmo viene inesorabilmente perduto. Sono luci che si spengono, fulminate a volte senza la possibilità di riempire lo squarcio. Raramente i filamenti tornano a riscaldarsi, come nel caso dell’Eliseo. I teatri, ormai, chiudono e basta. In fondo, è sempre stato questo il destino del Teatro: vivere una perenne tempesta, trasportato da correnti di burrasca e piegato ad un ciclo perenne di sistole e diastole, contrazione ed espansione. In questo panorama di degradazione tanto ambientale quanto culturale, diventano fondamentali il dinamismo di sperimentazione e l’ampiezza di vedute. All’insegna di queste qualità, il Teatro Furio Camillo ha presentato il 24 settembre scorso la stagione teatrale 2015/16. La conferenza è stata più di una semplice formalità. Al contrario, è stata un’occasione di arricchimento culturale. Semplice nella sua organizzazione, ha proposto ai presenti delle anteprime dal vivo. Se il sistema funziona per gli altri campi artistici, perché non applicarlo al teatro?
La Compagnia Sakuntala ha letteralmente “aperto le danze” della conferenza, con un ballo articolato sulle parole della Livella di Totò. Marianna Cifarelli, Aurora Pica, Elettra Rossi e Mariacristina Canta si sono esibite in una splendida dimostrazione della flessibilità del corpo: un trepidante scuotersi di vesti rosse. Saranno protagoniste dello spettacolo di danza contemporanea Saglie SaglieLo spirito della nuova stagione ha così permeato la platea con il suo voto al movimento. Un dinamismo di cui il Furio Camillo va molto orgoglioso e che trova la sua espressione più eclatante nel circo-teatro, protagonista di una rassegna internazionale ad esso dedicata. Si tratta di Battiti:la terza edizione di un progetto ambizioso, che dimostra come la volontà organizzativa sia l’unico vero scoglio da superare per dare vita ad un vibrante contesto culturale. Dal 10 al 22 novembre, il pubblico del Furio Camillo potrà assistere all’arte degli attori/atleti. Un susseguirsi di spettacoli in cui il corpo si dimostra in grado di possedere la scena ad ogni livello fisico. Ne abbiamo avuto un assaggio alla conferenza. Alessandra Lanciotti, della compagnia Materiaviva, si è agilmente issata su un cerchio a mezz’aria, col trasporto della rabbia di una delusione amorosa. La musica ha guidato le acrobazie in un fluido incontro tra un’incredibile forza fisica ed un’elegante grazia.
Una mostra fotografica a cura del CSF Adams accompagna la rassegna, ampliando lo studio dei corpi in movimento. Durante la conferenza non è mancato un momento di riflessione. Nello spazio più raccolto del dietro le quinte, Gianluca Riggi ha riscaldato la stanza con la lettura di Alì dagli occhi azzurri. Un Pasolini come sempre profetico parla dal passato con l’iperbole biblica della poesia e s’incontra con un presente in cui, di colpo, l’inverosimile è diventato la realtà quotidiana;  un’emergenza umanitaria che batte alle porte dell’Europa e rapida si fa strada. È stato così presentato il Progetto Pasolini: un laboratorio teatrale dedicato solamente ad attori. Questi produrranno in un tempo ridotto uno spettacolo in onore del quarantesimo anniversario dalla morte dell’intellettuale. Una seconda rassegna occupa il cartellone del Furio Camillo: Tre passi di Donna. Presentata da Linda Di Pietro, direttore artistico di uno degli spettacoli partecipanti, il progetto è ormai alla sua quarta edizione. Ancora una volta il teatro abbraccia la complessa dimensione dell’universo femminile, proponendo un viaggio introspettivo dinamico e pulsante. I bambini non avranno di che lamentarsi: il Furio Camillo ha in programma ben due rassegne dedicate ai più piccoli. La prima si articola in contemporanea con Battiti e propone il circo-teatro ai giovanissimi, col titolo Piccoli Battiti. La seconda vuole accompagnare il Natale, momento splendido dell’infanzia, con una serie di spettacoli che si alterneranno dal 25 dicembre al 6 gennaio, sotto il titolo La Città del Natale.
Insomma, il Furio Camillo resta davvero aperto tutto l’anno e cerca di educare anche i piccini alla cultura. Non finisce qua. Il teatro si “regala” letteralmente ai creativi. Il Bando di creazione garantisce infatti l’usufrutto del palco alla compagnia vincitrice, per poter produrre autonomamente uno spettacolo ex-novo. Il Furio Camillo si fa fabbrica a tutti gli effetti. Quest’anno ad ottenere il palco è stata la compagnia CircoSonambulos. I suoi membri Claudia Oddi e Paolo Aprile hanno presentato parte del progetto nell’ultima anteprima della serata. Un’agenda piena di eventi per un teatro che, ovviamente, non riceve finanziamenti pubblici. La volontà del Furio Camillo di porsi come un polo di grande respiro appare evidente. La cultura ha bisogno di un approccio creativo al rilancio ed alla sua diffusione. Questo genere di impegni permettono alla realtà romana di essere, nel suo piccolo, un panorama culturale acceso. Una dimensione che riesce ad andare avanti nonostante un volontario e costante abbandono istituzionale. Naturalmente la nuova stagione del Furio Camillo prevede una varietà molto più ampia di appuntamenti.
Per ulteriori informazioni, cliccate qui.
Gabriele Di Donfrancesco

La gaffe di Miss Italia. Era tutto calcolato?

4
“Avrei voluto vivere nel 1942, al tempo della guerra. Tanto io sono donna e sarei stata a casa” 
C’e stato un tempo in cui il concorso di bellezza Miss Italia era considerato un appuntamento annuale piacevole e gradito. Si vedevano giovani in erba che tentavano di vincere l’ambita corona senza essere già pronte a lanciarsi con spavalderia nel mondo dello spettacolo. Aleggiava l’ingenuità dell’ignoranza, quell’ignoranza sana che allontanava le menti dalla brama del successo e della vana gloria. Sempre di ignoranza si parla anche oggi rivolgendosi alla neo Miss Alice Sabatini, ma stavolta si bacchetta la sua presunta erudizione. La diciottenne di Montalto di Castro, ormai nota per l’infelice battuta sul ’42, è diventata preda dei media e dei social media, scatenando reazioni contrastanti. Dallo shock iniziale si è passati alla tenerezza nei confronti della sua età, per poi arrivare alle lacrime della madre e alla cinica affermazione: cosa dovremmo aspettarci da una che vince un concorso di bellezza? La maratona si è conclusa in bellezza con il simpatico tapiro di Striscia la Notizia e con la seguente accusa di violenza psicologica rivolta dalla Miss contro Valerio Staffelli. Se non l’avete ancora appreso, Alice avrebbe affermato che Micheal Jordan è il personaggio storico che ammira di più. 
Errare è umano, perseverare è diabolico. 

Il caso è antropologicamente interessante. Il concorso di Miss Italia è un flop da qualche anno, tanto che la Rai l’ha ceduto di buon grado a La7. Onestamente il contest non è più seguito come un tempo e le reginette non vantano più la popolarità delle “ave”. Ormai il programma non è più un trampolino di lancio, insomma. Verrebbe quasi naturale pensare che forse la gaffe della Miss sia stata organizzata e impacchettata come una fantastica strategia di marketing. Pensateci: se non fosse per la gaffe ne avremmo parlato così tanto? La vittoria avrebbe fruttato una tale notorietà?
La Miss è stata accusata di essere ignorante. Ma la sua risposta scabrosa sembra proprio difficile da concepire, anche solo da pensare fugacemente. Molti l’hanno giudicata come sintomatica dell’emozione, ma chi di noi, seriamente, avrebbe mai risposto in una maniera più sconclusionata e allo stesso tempo toccando implicitamente argomenti molto caldi quali i diritti delle donne e la guerra? Guarda caso, proprio oggi che le donne sono agguerritissime su tutti i fronti e barconi carichi di migranti popolano il Mediterraneo! In ultimo, qualcuno ha sostenuto che la Miss è giustificata, perché mero prodotto della scuola italiana. Ecco quindi l’ennesimo colpo all’attualità, se pensiamo al boom mediatico della riforma renziana sulla scuola. Inutile menzionare poi il ritorno del luogo comune, è bella e stupida, e le solite voci contrarie, non è nemmeno avvenente…
Per concludere: una ragazza emozionata e ignorante può partorire una risposta talmente stupida da scatenare così tante riflessioni intelligenti?
Lungi da me dare una risposta all’ardua sentenza, ma non posso fare a meno di pensare che forse qualcuno, stanco di portare a casa un insuccesso televisivo, abbia voluto suggerire alla neo Miss una risposta “vincente” (e sappiamo tutti molto bene quanto il trash abbia più successo della virtù). Se vi sembra troppo potrei ipotizzare che la trovata sia della stessa giovane per far mangiare la polvere alle altre concorrenti, oppure, ma questo è un pensiero proprio da malalingua, la vittoria era già stabilita, così come la domanda e la risposta. Questo potrebbe significare che la Miss si sia venduta per una “giusta” causa, la fama, e magari sia meno stupida di quanto la ritenga l’opinione comune. Se lo chiedete ad Achille del resto, è meglio essere ricordati, in qualunque caso, piuttosto che essere sotterrati dalla polvere del tempo. E lui di eternità ne sa qualcosa.

Alessia Pizzi

Le acque di Lesbo, da Saffo ai migranti

0
Vi ricordate il mito del Minotauro cretese che mangiava i bambini e che fu sconfitto da Teseo grazie all’aiuto di Arianna e del suo filo srotolato? E le guerre che videro scontrarsi prima Atene contro i Persiani e poi Atene contro Sparta? Forse meno note sono le guerre macedoniche che i Romani intrapresero per la conquista del mar Egeo, sotto i riflettori da secoli come culla di grandi civiltà (minoica, micenea, ellenica) e location di tremende lotte di potere. Nel suo abbraccio millenario sono comprese tante sedi famose, una delle principali, almeno a livello letterario, è Lesbo, patria di quella poetessa che con la sua voce femminile fece risuonare l’eros in tutta la letteratura occidentale. Attualmente spodestata dalla più nota Mykonos, meta vacanziera privilegiata di gruppi di amici e neo sposini, l’isola dove secondo Aristofane le donne erano famose famose per l’arte del lesbiazein, ovvero della fellatio, torna protagonista della cronaca per fatti ben meno comici. Sembra infatti che 30 migranti siano dispersi nelle sue acque, lo ha riferito la guardia costiera ellenica.

Continua la corsa dalla Siria verso un’Europa che chiude i propri confini e lascia le acque aperte, pronte ad inghiottire le persone in fuga. Le stesse acque che, in un papiro rinvenuto poco più di un anno fa, Saffo chiede a Era di mantenere calme, affinché il fratello Carasso torni sano e salvo con la sua nave, non riescono ad emulare un lieto fine nella storia contemporanea. Il mar Egeo è un intreccio di mito e storia, popolato da eroi, imprese, guerre e poeti: lì vicino, c’è lo stretto dei Dardanelli, la fessura turca che lo collega al mar di Marmara. In passato lo chiamavano Ellesponto, “mare di Elle”, in omaggio alla sorella di Frisso che cadde in mare mentre fuggiva da un sacrificio in groppa all’ariete dal vello d’oro. Secondo il mito, dunque, la fanciulla morì nel passaggio che unisce l’Asia all’Europa, inghiottita dalle acque profonde. Per questi migranti senza nome, invece, non ci saranno miti a renderli eterni, cantori a ricordarli, né, come suggerisce Luciano di Samosata per Elle, Nereidi che possano recuperare i loro corpi. Corsi e ricorsi della storia leggendaria, di cui purtroppo assaggiamo un finale molto meno poetico. Il massimo che possiamo aspettarci è qualche foto atroce sulle prime pagine dei giornali.

…per tutto il resto facciamo affidamento sugli dèi:

anche il sereno torna all’improvviso 
dopo grandi tempeste.

(Sappho, Obbink 2014a)

Alessia Pizzi

Il successo delle Pagine Viaggianti raccontato da Monica Maggi

Era la primavera del 2014 quando la metro B di Roma, precisamente la fermata San Paolo – Piramide, veniva invasa dalle Pagine Viaggianti in onore della Giornata Mondiale del Libro e del Diritto D’Autore. L’idea, nata già nel 2012 dall’estro della scrittrice e giornalista Monica Maggi, prevedeva lo scambio totalmente gratuito di libri. Dopo un anno il progetto ha fatto passi in avanti, ottenendo il patrocinio delle Biblioteche di Roma e il sostegno ufficiale del Comitato Scientifico dell’Unesco. Da questo momento le Pagine Viaggianti non saranno solo un appuntamento occasionale, ma potranno essere ospitate quotidianamente da specifici punti. 

Come nasce Pagine Viaggianti e perché?

Faccio una sintetica premessa. Professionalmente sono una giornalista iscritta all’Albo, ma da sempre e da quando ho memoria di me (circa 55 anni, ne ho 57) ho amato la scrittura, le parole, in una parola i libri. Nel 2010 lavoravo ancora come giornalista, docente universitaria e creatrice di eventi, mi propongono di aprire una libreria a Morlupo, a nord di Roma. Io ero completamente digiuna dei risvolti commerciali di un progetto simile, tentenno un po’, ma poi accetto. A febbraio del 2010 nasce Libra, libreria e caffè letterario. Libra poi chiude i battenti come libreria nel 2012: troppo lavoro, io da sola e con questo aspetto crisi-guadagni-investimenti che si faceva pressante. Chiudo e trasformo Libra in Associazione culturale. E nasce Pagine Viaggianti. Perché? Perché nei due anni e mezzo di attività ho capito alcune cose fondamentali. Primo: la gente adora leggere. Secondo: il libro è un oggetto indispensabile e desideratissimo dalle persone, ma proibitivo come costo e che esige tempo, denaro, spazio. Terzo: il libro è il primo oggetto di cui ci si disfa quando si trasloca, quando muore qualche parente, quando bisogna fare spazio in casa. Ho unito i tre elementi ed è nato il progetto PAGINE VIAGGIANTI. Il senso del progetto sta tutto qui: dare alle persone quello che alle persone fa bene, attraverso un libro che racchiude TUTTO il senso della vita. Un libro è una storia, è identificazione, è intrattenimento, è senso della vita, è insegnamento, è crescita ed evoluzione. Quindi ho detto “raccogliamo quello che la gente butta e quello che le case editrici eliminano, e regaliamolo“. Mettiamolo in viaggio, appunto. E soprattutto mettiamolo in viaggio nei punti che le persone frequentano maggiormente: metro, stazione dei treni, ma anche piazze, strade di alto passaggio, e così via.
Mi ricordo un incontro di pagine viaggianti nella metro Piramide un anno fa, che ebbe molto successo: cosa è successo poi?

Dunque, PAGINE VIAGGIANTI è un progetto che, nella sua semplicità, ha riscosso moltissimo successo. Basti pensare che solo nella prima edizione del 2013 sono stati scambiati 700 libri in poche ore, e altrettanti raccolti e “stoccati” per l’edizione successiva. Le persone hanno accolto l’iniziativa con un entusiasmo incredibile, a tal punto da chiedere repliche addirittura settimanali. Atac mi ha proposto quindi di dare appuntamenti ogni due mesi, ma nello stesso tempo si è detta impossibilitata a sostenere economicamente il progetto. Ho quindi scelto di restare autonoma e poter replicare Pagine Viaggianti anche in altri luoghi che non fossero solo la metropolitana. 
Come è nata la collaborazione con le Biblioteche di Roma?

Spontaneamente. Le attività di Libra e delle Biblioteche ruotano ovviamente intorno al mondo dei libri. E poi pensiamo sempre che, a capo delle istituzioni, ci sono sempre le persone. Se queste persone hanno cuori lungimiranti, capiscono e sostengono. Così è successo per le Biblioteche di Roma.

Come si svilupperà il progetto in futuro?

In maniera diffusa ma anche con appuntamenti fissi. Intanto si replicherà il 23 aprile 2016 in occasione della Giornata Mondiale del Libro e del Dirittto d’autore. Per quel giorno stiamo pensando ad un luogo importante e di grande impatto. E poi con questa nuova versione di “Pagine Viaggianti vola in città”, i cesti da posizionare in tutti i punti commerciali disponibili.

Cosa bisogna fare per creare un punto di pagine viaggianti? Cosa si potrà fare in questi luoghi?

Creare un punto PAGINE VIAGGIANTI è semplicissimo. Basta individuare un esercizio commerciale su strada (parrucchiere, alimentari, agenzia immobiliare, bar, ristorante, e qualsiasi altro tipo) disposto a posizionare un cesto che Libra riempirà con una prima fornitura di libri. Successivamente il punto commerciale verrà mappato sul blog Le Pagine Viaggianti con indirizzo, telefono e logo. In questo modo le persone che vogliono prendere o portare libri possono scegliere dove. Per comunicare dove aprire un punto PAGINE VIAGGIANTI basta cliccare nella sezione CONTATTI sempre sul sito. Vi aspettiamo!

Libra 2.0  Facebook Fanpage

Alessia Pizzi

Muracci Nostri, la rivoluzione culturale della nostra Primavalle

0
Primavalle prima era una borgata dove sorgevano solo palazzi e casette popolari. C’era molto prato, pochi negozi. senza alcun servizio pubblico. Venivano i pastori con il loro gregge e la gente quando doveva andare al centro diceva: “Vado a Roma”. Negli anni Cinquanta l’autobus era chiamato la Gallaraccia. Da Primavalle arrivava fino a Boccea e quando prendeva la salita del Forte Braschi la gente doveva scendere e spingere fino alla Piazza; il biglietto costava cinque lire. Il primo nome del cinema in Piazza era il Titanus. Cera un dormitorio pubblico, un depuratore e la strada Torrevecchia si chiamava strada romana dove si facevano le scampagnate. A Via Pietro Bembo c’erano i “grattacieli” di tre piani Alla fine di Pietro Maffi c’era un pazzo dove ci fu l’omicidio di una bambina di nome Annarella Bracci. In quei tempi i pochi negozi erano aperti anche la domenica. I bambini andavano a farsi il bagno ai tre fontanili dove c’era un vascone pieno d’acqua. C’era il negozio del carbonaro e anche il chiosco delle grattachecche. Delle signore mettevano un banchetto piccolo di legno con sopra mostaccioli, castagnaccio e zeppi dolci davanti alle scuole. Alla festa del quindici agosto tutti i negozi mettevano una quota e si faceva una gran festa con luci sulle strade, musica, bancarelle, giochi come l’albero della cuccagna, la corsa con i sacchi ed altri ancora.
street art roma

Questa è una delle tante testimonianze raccolte dalla mostra che la Biblioteca F. Basaglia di via Borromeo ha dedicato al quartiere che la ospita, Primavalle.

E il ventisettesimo quartiere di Roma, che un tempo non era che prato, ne ha viste davvero tante nell’ultimo mezzo secolo. Fatti di cronaca hanno turbato la quiete dei cittadini, processioni sacre, proteste e scioperi contro la disoccupazione hanno animato le vie che percorriamo tutti i giorni per andare a fare la spesa, andare a lavoro, prendere l’autobus. Protagonisti, spesso non benamati, della borgata sono stati spesso quei muri che portano il peso del tempo con le loro scritte, a volte solo dediche d’amore, altre, attacchi alla politica e ai mali della società.
Questi muracci, altro non sono che le mura delle case e delle attività, i pilastri del quartiere in cui il cittadino si identifica. Per questo, di fronte al degrado che spesso affligge la realtà abitata, nei migliori dei casi, accade che la comunità si armi per riconsegnargli l’identità che gli spetta.
Street art Roma: Muracci Nostri e la rinascita di Primavalle

Così Poeta del Nulla, alias Maurizio Mequio, ha coinvolto gli artisti del quartiere per conferire a Primavalle e dintorni un nuovo valore. E infatti, fino all’ex Manicomio Santa Maria della Pietà sono molti gli angoli baciati dalla street art.

L’inizio dei lavori è coinciso con la IV edizione della festa tradizionale Primavalle… mica l’Ultima, tenutasi verso la fine di Agosto. Una manifestazione dal titolo significativo, che ci tiene a sottolineare la raison d’être di luoghi spesso considerati marginali, e dunque, trascurati. La rivoluzione culturale ha avuto un grande successo stuzzicando la curiosità di molti in tutta Italia, ma il mio vuole essere il tributo di chi vive questo quartiere, di chi si rallegra quotidianamente nel vederlo rinascere.
Da questo momento i bambini potranno farsi domande su grandi disegni da imitare, piuttosto che sulle parolacce, le passeggiate nel quartiere trasmetteranno gioia, sia a coloro che hanno potuto immortalare la loro creatività, sia a coloro che ne fruiranno e basta. E la sera, quando si tornerà a casa, ci si sentirà meno soli al buio, perché le nostre spalle sono protette dallo sguardo dei nostri muracci.

Alessia Pizzi

Memorie di un Video Maker: intervista a Gianluca Lasaracina

0
Mamma, papà, da grande voglio fare il regista!
Un’esclamazione di questo tipo suscita nei genitori una sorta di ilarità, pari alla proposta di fare l’astronauta o la ballerina. Ci sono tipi di professioni molto difficili da intraprendere e spesso i sogni dei giovani vengono assorbiti da un clima disincantato, che esclude a prescindere la possibilità di riuscire negli intenti se non con le giuste conoscenze e raccomandazioni. Proprio della disoccupazione e dell’emancipazione dalla società preconfezionata aveva parlato Gianluca Lasaracina nella sua web serie The Kills, proponendosi personalmente come esempio di ragazzo che non si arrende e che vuole arrivare in alto. I risultati non si sono fatti attendere: Gianluca ha vinto infatti il Video Talent Vodafone Amici grazie al videoclip girato per la canzone “Sei di mattina” di Briga, ottenendo uno stage presso la prestigiosa New York Film Accademy. Il suo sogno si è avverato, l’esperienza è stata vissuta a pieno, e il ventitreenne è tornato a Roma: è arrivato il momento di tirare le somme, anche perché a breve potrete ammirare online il corto girato nella Grande Mela.

Estero sì, estero no. tiriamo le somme dello stage.
Estero sì. La concorrenza nel mio settore è molta, ma la richiesta altrettanto. Rispetto all’Italia i “clienti” hanno un budget più elevato per girare videoclip o spot e le attrezzature e questo fa sì che si lavori meglio e con più calma, con un numero di persone maggiori a livello di troupe. Credo che l’Italia, in particolare Roma, abbia da offrire molte bellezze scenografiche, che difficilmente possono essere paragonate con le altre città, ma l’America dalla sua ha molte più location dove ambientare le scene. In ogni caso credo che prima di andare all’estero a “battere cassa” si debba raggiungere degli obiettivi concreti nel proprio Paese.

Pensi che un giovane italiano che studia fuori sia portato a tornare all’estero? Perché?
All’estero, in particolare negli USA, c’è una cultura totalmente differente dalla nostra, non solo in ambito cinematografico. Un Paese talmente multietnico che ti offre spunti quotidianamente.

Tu cosa hai intenzione di fare?
Come detto sopra, ho intenzione di raggiungere altri obiettivi qui in Italia e poi partire per l’America. New York è una città fantastica e andrei a viverci e lavorare con molto entusiasmo.

Qualcosa che ti ha ispirato particolarmente oltreoceano?
La città di per sé mi ha ispirato molto. Vedere per la prima volta dal vivo il “set” di molti dei miei film preferiti mi ha dato parecchi spunti.

E una cosa che ti ha spaventato? 
È stato difficile ambientarsi inizialmente perché è una città che non fa sconti, una metropoli che viaggia alla velocità della luce. Dopo qualche giorno di test con la lingua inglese è stato tutto più semplice.

Melancholy of departure è il titolo del corto che ha diretto Gianluca sulle note dell’ormai familiare rap di Briga. Non vi anticiperò molto: lo stile è quello essenziale che lo aveva contraddistinto nel precedente videoclip, ma chiaramente l’approccio è molto differente. Protagonista in questo caso non è il cantante, ma una storia d’amore, o meglio, le sue sensazioni più forti, raccontate per 4 minuti circa dall’occhio di un promettente giovane regista italiano.

Alessia Pizzi

Libro panacea. Due chiacchiere con la biblioterapeuta

Aprire un libro e tirare un sospiro di serenità, accarezzarne le pagine provando curiosità e trepidazione, oppure ricordando le sensazioni che ci ha trasmesso leggendolo.

Librerie immense, compratori compulsivi di libri, citazioni sul piacere di leggere: community intere di lettori sono raccolte dai social network, ma quanti di loro sanno che il libro ha davvero, strictu sensu, una finalità terapeutica? La biblioterapia è una realtà, molto più anglosassone che italiana al momento, ma pochi ne conoscono le origini e gli sviluppi attuali. “Due Montalbano prima dei pasti” cita un recente articolo de La Lettura riferendosi  alla “Terapia Camilleri“, ideata dalla dottoressa Loretta Salvati per combattere i disturbi ossessivo-compulsivi (ovvero quelle fissazioni irrazionali che portano molte persone a compiere frequentemente gli stessi gesti) attraverso la lettura dei romanzi dell’autore. Incuriosita da questo nuovo approccio, ho deciso di intervistare la dottoressa Rosa Mininno, fondatrice del primo sito di biblioterapia italiano nonché della prima scuola, che ha sede a Tivoli.
[dt_divider style=”thin” /]
Prima di tutto, cos’è la biblioterapia?
La biblioterapia è una tecnica integrata alla psicoterapia.Complessivamente si tratta di un percorso scelto e guidato da un esperto, che conosce tanto la letteratura quanto le dinamiche psichiche. Il paziente si immedesima e si confronta con testi e personaggi che poi vengono sviluppati. Esistono comunque due accezioni di biblioterapia: una è clinica e viene applicata in psicoterapia, l’altra è educativa e formativa e consente un coinvolgimento di più attori, tra cui biblioteche, associazioni ecc. al fine di creare una sinergia culturale importante, un circolo virtuoso nel tessuto sociale che porti al confronto e alla crescita collettiva.
[dt_divider style=”thin” /]
A che punto è la biblioterapia in Italia?
In Italia purtroppo siamo colpiti dalla malattia della “non lettura” (paradossalmente, vista la nostra tradizione letteraria), mentre leggere può dare tante opportunità nella vita. Qui la biblioterapia non è molto conosciuta, ma ha una storia che risale ai primi del Novecento. Dall’America si è diffusa particolarmente nei paesi anglosassoni, tanto che in Inghilterra è adottata addirittura dal sistema sanitario nazionale, visto che l’efficacia della tecnica è certificata.
[dt_divider style=”thin” /]
Come si è avvicinata a questa tecnica?
Nella mia formazione personale c’era la letteratura, ma in Italia non esistevano corsi di formazione. La tecnica l’ho presa da Ian Falloon, che a Londra applicava la biblioterapia per aiutare pazienti e familiari. Dal 1998, quindi, suggerisco la biblioterapia per superare vari tipi di disturbi: da quelli dell’ansia e dell’umore a quelli alimentari. Ma non solo, l’approccio è utile anche per le nuove dipendenze, ovvero quelle da internet, videogiochi, gioco d’azzardo e shopping compulsivo. Il libro consente di ricreare quella dimensione culturale e temporale che si viene a perdere in queste circostanze. La lettura in solitudine è positiva e non è paragonabile all’isolamento creato dal web, perché quest’ultimo non consente di sviluppare un pensiero critico.
[dt_divider style=”thin” /]
E in Italia come ha portato avanti la biblioterapia?
Intanto ho fondato il primo sito dedicato alla biblioterapia e dal 2006 sono stata molto attiva con corsi e workshop. Quest’anno ho anche fondato a Tivoli S.I.B I. L.L.A., la prima Scuola Italiana di Biblioterapia, del Libro, della Lettura e delle Arti, dove da settembre partiranno svariati corsi per gli operatori sanitari, insegnanti, librai e bibliotecari, ma anche per genitori e bambini.
[dt_divider style=”thin” /]
In ambito accademico qualcosa si è mosso?
La biblioterapia inizia ad essere protagonista di diverse tesi di psicologia, scienze della formazione, ecc. All’Umberto I di Roma è stata inaugurata nel 2012 una biblioteca nel reparto Oncologico, ma anche l’ospedale di Perugia è molto attivo: ad aprile è uscita una ricerca italiana sulla rivista Scienze e Ricerche, circa gli effetti positivi che la biblioterapia può avere sul decadimento cognitivo. Il libro può  davvero scardinare il sistema di chiusura e porta a chiedere aiuto, quindi si crea una rispondenza, che non giova solo ai pazienti, ma anche agli operatori.
[dt_divider style=”thin” /]
Che mi dice di tutti quei manuali di autostima che vediamo in giro?
Quelli sono terribili: promettono guarigioni immediate e spesso nuocciono anche di più.
[dt_divider style=”thin” /]
Qualche libro per la biblioterapia?
Ci sono libri buoni e libri cattivi: io prediligo i classici, ma apprezzo anche autori moderni come Gramellini e D’Avenia. Non sono da sottovalutare i saggi, come “Donne che corrono coi lupi“. Ho apprezzato molto “Natura come cura” di Mabey, dove l’autore racconta la sua storia di depressione superata attraverso il contatto con la natura, oppure “Come i libri mi hanno salvato la vita” della Walker. Per superare la perdita di una persona cara spesso consiglio “Dove lei non è” di Barthes. Evito i gialli e gli horror perché non sono testi utili per lavorare sulla violenza e l’aggressività.
[dt_divider style=”thin” /]
Un ricordo particolare su un libro consigliato ad un paziente?
Un signore ha letto Madame Bovary e mi ha detto che il libro gli ha illuminato la mente. Si è identificato con lo stato d’animo della protagonista, il bisogno di riscatto e la sensazione di oppressione… sa, non esistono libri per uomini e libri per donne!
Dottoressa Rosa Mininno

Dialogo con l’ottantenne: sposati e fai un figlio!

0
Chi ha studiato filosofia a scuola si ricorderà per certo che Socrate era solito andare per le strade a far partorire la verità alla gente. Può sembrare un atteggiamento un po’ da mitomane nel Ventunesimo secolo, tuttavia da alcune domande fatte alle persone comuni si possono evincere grandi verità.
Involontariamente stamattina mi sono ritrovata ad essere un Socrate in gonnella (letteralmente) proiettato nell’universo della satira oraziana, specialmente quella “del seccatore” (I, 9), dove il poeta si trova costretto da un chiacchierone a confutare i falsi luoghi comuni sul circolo di Mecenate.
Mi trovavo a passeggiare con il cane dopo aver comprato il giornale, quando una vispa signora di ottant’anni mi apostrofa: “Signorina, invece di andare a spasso con il cane si trovi un fidanzato!
La mia indole curiosa non può fare a meno di cedere alla tentazione di approfondire questo dialogo non ricercato, così mi fermo e la lascio proseguire: “Si trovi un marito e faccia un bambino. Sono queste le cose che contano“.

Istat: Matrimoni e Primi Matrimoni Celebrati
Le rispondo che a volte un cane è meglio di un uomo, ma poi aggiungo che ho un fidanzato. La signora si rincuora e decide che sono una ragazza per bene, con cui poter conversare, allora mi chiede quando ho intenzione di sistemarmi. Affermo, provocandola bonariamente, che vorrei realizzarmi nel lavoro prima di avere dei figli. Pronta, controbatte dicendo che il lavoro non c’è, così le rispondo che, dopo la laurea, ne ho trovato uno che mi consentirebbe di coronare il quadretto da lei suggerito. Il suo viso è stupito, velatamente interdetto. Comprende che non sono il soggetto più adatto per confermare i luoghi comuni preconfezionati e sposta il discorso su una sua amica, al momento molto mortificata per il fallimento del matrimonio della figlia e la rottura col nuovo fidanzato. La signora mi suggerisce di tenermi stretto il mio (credendo che sia l’unico che ho avuto, forse?), per non perpetrare l’indecenza (cito testualmente) di avere più uomini nel corso della vita. D’altra parte, a chi importa che una donna sia felice e realizzata? La signora continua dicendomi che bisogna adattarsi e che un tempo le donne dovevano sopportare anche qualche schiaffo e qualche spinta dai propri mariti.

Istat: Numero Medio di Figli per Donna

E’ questo il motivo che dovrebbe spingermi a sposarmi, immagino.
Mi racconta che non ha avuto figli perché suo marito non ne ha voluti e che ora si ritrova senza nipoti. Mi incalza a fare un bambino.Scatta in me un atroce dubbio: ma non sarà che i figli si fanno per la paura di restare soli e che poi si soffre come cani quando decidono di trasferirsi altrove per un moto meramente egoistico? Forse a parlare qui è il senno del poi, oppure un grande rimpianto. Dopo essermi congedata, rifletto sulle verità di questa voce del Sud Italia incontrata in una strada di periferia romana. Penso che ha vissuto quasi un secolo e forse non ha goduto dei privilegi a me concessi. Questo la incastra, come tanti altri suoi coetanei e non, in una forma mentis cristallizzata che accetta la deviazione alla “regola” con molta difficoltà. Mi chiedo se avrebbe rivolto le stesse frasi anche ad un ragazzo. Poi mi ricordo che in camera mia c’è un libro, acquistato qualche tempo fa, sulla storia del pudore in Italia, sul lecito e l’illecito, sull’indecenza femminile menzionata dalla mia interlocutrice. E mi domando: c’è davvero bisogno che io lo legga?

Alessia Pizzi