Home Blog Pagina 177

Valeriano Ciai: le opere grafiche in mostra al MLAC

0

Valeriano Ciai: le opere grafiche in mostra al Museo Laboratorio di Arte Contemporanea dell’università la Sapienza di Roma.

Olio, tempere e incisioni dell’artista fra Trastevere e città universitaria.

 

Inaugurata al Museo Laboratorio di Arte Contemporanea dell’università la Sapienza di Roma la mostra Valeriano Ciai. Opere grafiche a cura di Claudio Zambianchi e Alice Mirti, un’iniziativa gemellata con il Museo di Roma in Trastevere che ospiterà fino al 15 novembre la mostra Valeriano Ciai 1928-2013. Segni e Memorie. 
Una piccola esposizione che accosta le opere incisorie, principalmente calcografiche, a poche produzioni a tempera con lo scopo di restituire all’osservatore un’idea coerente di come il Ciai concepisse l’incisione: un operare che incentrava i propri sforzi sulla luminosità e sull’andamento ritmico del segno, caratteristica che trova puntuali riscontri nelle opere pittoriche. Una suddivisione di ruoli tra università e museo assolutamente ben studiata poiché lo spazio universitario si pone come puntuale completamento di quanto esposto al Museo di Roma in Trastevere ospitando soltanto la componente incisoria dell’opera del Ciai che, pur ricoprendo un ruolo fondamentale nel suo operare artistico, sarebbe stata poco apprezzata se affiancata alle sue opere ad olio, composizioni di ben altra dimensione e di ben altro respiro, presenti nello spazio espositivo di Trastevere.
Per quanto riguarda l’esposizione in sé la mostra si pone da subito come un evento culturale dedicato più agli esperti del settore che ad un pubblico variegato, complice la mancanza quasi totale di pannelli esplicativi, che si sarebbero resi necessari per una più profonda comprensione dell’artista, e l’assenza di un percorso definito che lascia il visitatore libero di muoversi ma che allo stesso tempo richiede allo stesso un certo background di conoscenze per poter apprezzare appieno le opere. Quest’ultime sono state raggruppate, giocando sulla distanza tra le cornici e la loro foggia, per tematiche: i nudi, i paesaggi urbani e gli aeroporti, inserendo quasi in ciascun gruppo una tempera che evidenziasse il legame tra pittura e calcografia, soprattutto per quanto riguarda lo spessore e la ritmicità del segno e la luminosità. Magnifico il rapporto diretto con le lastre incisorie, che soltanto di rado vengono esposte insieme alle stampe. Uno spazio dunque che si pone come una tappa obbligata se si desidera avere un’idea davvero completa sull’operare di un artista contemporaneo poco conosciuto quanto straordinariamente attuale.
Chiara Marchesi

Emanuele Bruno, un judoka sul set

0

Dopo aver sfiorato la qualificazione alle Olimpiadi di Rio 2016, il grande judoka Emanuele Bruno familiarizza con il piccolo schermo come uno dei protagonisti del format TV “Un weekend con il nonno”, in onda su Rai4.

Il programma, ideato e realizzato da Stand By Me, racconta il legame indissolubile fra nonni e nipoti e lo vede in una puntata accanto a nonna Lina, scomparsa prima che il programma andasse in onda.
Emanuele, un atleta dalla grande sensibilità, difende con onore i nostri colori nella squadra delle Fiamme Gialle. Una passione nata in tenera età: a soli 5 anni, si allenava sul tatami della palestra dello zio. Lì, ha avuto inizio il suo percorso da baby judoka, durato fino all’età di 19 anni quando, dopo aver vinto l’oro nel campionato d’Italia juniores a 60 kg, l’argento nei campionati italiani juniores a 66 kg e l’oro ai campionati italiani under 23, è entrato nella squadra delle Fiamme Gialle. Il judo rappresenta la sua passione ed il suo lavoro, per questo sente l’esigenza di trasmettere i valori del judo sia ai bambini che ai ragazzi più grandi nella palestra di famiglia.
 
Vorrei che fossi tu a raccontarci i tuoi successi, Emanuele…
All’età di 18 anni, vinsi il mio primo campionato d’Italia e, a 19, il campionato italiano under 23, risultati per i quali le Fiamme Gialle mi vollero nel loro team. Questo fu il mio primo grande successo. Il secondo successo fu la conquista dell’argento nei campionati d’Europa under 23. Successivamente, ho conquistato svariate medaglie ai campionati d’Italia assoluti e nei vari circuiti internazionali validi per la qualificazione olimpica, qualificazione che purtroppo ho mancato per diverse motivazioni, una delle quali è stata il mio cambio di categoria, in quanto non rientravo più nella categoria dei 66kg. Quindi, si aspetta per parlare del terzo successo.
 
Non sei un semplice sportivo ma un difensore delle istituzioni. E’ un valore aggiunto far parte del Corpo della Guardia di Finanza e come si coniugano i due ruoli, quello sul tatami e quello più istituzionale?
Dentro e fuori il tatami rimango un finanziere, un pubblico ufficiale, e devo mantenere sempre comportamenti consoni al mio ruolo. Quindi, nonostante il judo sia uno sport da combattimento si sposa alla grande con il mio essere un pubblico ufficiale, poiché è un’arte marziale che insegna il controllo e l’equilibrio sia mentale che fisico.
 
Ha influito sulla tua carriera agonistica la formazione che hai ricevuto? I traguardi sportivi si raggiungono, oltre che alle doti fisiche e psicologiche, con una volontà ferrea e spirito di sacrificio.
L’educazione, il rispetto e l’essere una persona determinata, aspetti che i miei genitori mi hanno trasmesso, hanno fatto sì che io sia arrivato dove sono ora.”
 
Il judo è uno sport meraviglioso, nobile e rispettoso. Credi che le energie aggressive possano venire convogliate dall’educazione al contatto fisico e all’autocontrollo? Penso alle arti marziali come a una disciplina che cura e indirizza i percorsi…
Come ho detto prima, il judo è uno sport che insegna a combattere contro il tuo avversario rispettando delle regole. E’ un’arte marziale che, oltre ad insegnare come atterrare o far cedere il tuo avversario tramite sottomissioni, fa sì che ci sia profondo rispetto tra i due combattenti. E’ un’arte marziale che nasce in Giappone che, a parer mio, è uno dei paesi più civilizzati del mondo.”

Qual è stata la vittoria più bella? Quella in cui hai provato l’emozione di aver superato i tuoi limiti.
L’argento ai campionati europei under 23 è stato un’emozione enorme! Sono arrivato in finale battendo i più forti atleti presenti in gara e uscivo da un periodo no. Non mi aspettavo di riuscire in quell’impresa. Sono inspiegabili le emozioni che si provano stando su quel podio, per questo un’atleta professionista tende sempre a migliorarsi, per rivivere determinate sensazioni.
Hai dei campioni dello sport come figure di riferimento?
Non ho una figura in particolare da prendere come esempio, perché penso che ogni campione di qualsiasi sport abbia qualcosa da trasmetterci e dal quale possiamo imparare qualcosa.”
Quanto è importante il ruolo degli affetti nella gestione delle sconfitte?
Io sono un tipo molto riservato. Nella sconfitta, a volte, mi chiudo in me stesso, finché non riesco a trovare la motivazione della mia perdita. Ovviamente, avere un amico o una persona cara che ti sta vicino sia nei momenti belli che brutti è un qualcosa in più! Mia madre è la persona che più mi sta vicino in questi momenti e la ringrazio.
Sinceramente, cosa pensi di tutte queste nuove discipline che sono nate dalla fusione delle arti marziali e sport da combattimento con un grado di contatto estremo?
Immagino si stia parlando dell’mma, cioè mix martial arts. Ci sono due aspetti di questa nuova disciplina da esaminare. Il primo aspetto è quello positivo, cioè il mettere insieme più discipline e creare un’atleta, un combattente, completo sia nella lotta in piedi che a terra è una cosa fantastica! Il secondo aspetto, quello negativo, è che molti ragazzi, facendo questo sport quasi privo di regole, si fanno trascinare dal loro sentirsi dei “leoni da gabbia”, portando lo sport anche fuori dal tappeto di combattimento e, così facendo, rovinano tutto ciò che è l’insegnamento delle varie arti marziali, cioè il sapersi controllare al di fuori del perimetro di gara. Non nego, però, che in un futuro non mi dispiacerebbe fare qualche combattimento.”
Potresti spiegarci il senso filosofico del judo secondo gli orientali e se ha subito trasformazioni in Occidente?
Judo significa “via della cedevolezza”, usare la forza dell’avversario per sconfiggerlo. Ovviamente, come in tutti gli sport o le filosofie, ogni paese ha il suo stile. In Giappone il judo è incentrato sulla tecnica, in Russia il judo mira alla potenza, in Georgia troviamo il judo più di contatto e così via, ma la filosofia del judo fondata sul controllo e sul rispetto resta sempre invariata.
 
 
Grazie Emanuele, il mio augurio e la mia certezza è quello di vederti a Tokio 2020. L’hai promesso a nonna Lina e ogni judoka autentico ha uno spirito che lo protegge…
Ho promesso a mia nonna, il mio angelo custode, che insieme andremo a Tokio 2020, in occasione delle Olimpiadi. Non ci sarà fisicamente, ma so che lei sarà con me e mi impegnerò con tutto me stesso per mantenere la mia parola.

 

 

Antonella Rizzo

ROMAEUROPA Festival 2016 e l’amore di OCD LOVE

0

La L-E-V Company e la coreografia degli israeliani Sharon Eyal e Gai Behar conquistano il Teatro Argentina.

Le luci si spengono e una figura nera, di donna, un corpo muscoloso e definito inizia a muoversi al ritmo della musica. La musica che è una parte centrale dello spettacolo, creata da Ori Lichtik, percussionista e DJ che crea ritmi adeguati alla danza ed è uno dei pionieri della techno in Israele.
Passano i minuti e altri ballerini si aggiungono alla coreografia, sempre figure nere, uomini e donne, in una danza a scatti, con la musica che incalza a un ritmo sempre più serrato. Un ticchettio d’orologio scandisce il tempo, che scorre veloce, forse è la vita. Mani che sfiorano i volti, carezzano la pelle bianca del collo, del petto luminoso e atletico in contrasto con lo sfondo nero, i costumi sobri, neri con intagli di pizzo. I ballerini sono uccelli in un nido che lottano e si corteggiano in una danza d’amore a tratti aggressiva e altri momenti dolce e accogliente, fatta di sguardi e luci bianche che illuminano l’intimità dei corpi come se spiassimo intimamente dentro i loro sentimenti. Sensualità è la forza, sensualità è il dolore e l’incontro, l’abbandono di una storia d’amore. Gli interpreti e danzatori Gon Biran israeliano, Rebecca Hytting svedese, Mariko Kakizaki giapponese, Leo Lerus, Darren Devaney canadese e Keren Lurie Perdes americana, rappresentano la moltitudine di culture e di emozioni, riassumendo in questo ritmo preciso e netto l’incastro delle vite di ciascuno. Sharon Eyal, prima danzatrice e poi coreografa, nata a Gerusalemme, ha ballato con la Batsheva Dance Company dal 1990 al 2008 adottando la tecnica “Gaga” come base di lavoro per la sua compagnia L-E-V.
LEV, che in ebraico significa “cuore”, in cui mescola musica elettronica, techno, moda e opere contemporanee frutto anche di tutti gli anni di studio con la Batsheva Dance Company. In un’intervista dichiara la sua fonte d’ispirazione: “[…] sono attratta dalle emozioni forti, amo piangere, divertirmi, provare empatia, sentirmi debole. Mi piace sentirmi come se il mio cuore si muovesse da una parte all’altra del corpo e, nel frattempo, immaginare, pensare, sognare.
Gai Behar israeliano lavora dal 1995 al 2005 a Tel Aviv è un produttore e curatore di eventi artistici multidisciplinari. Il suo ruolo nelle compagnie è sempre stato quello di sperimentare gli aspetti della performance art, installazioni e video da combinare con la danza. La loro prima collaborazione è avvenuta nel 2005 con il progetto di Bertolina. L-E-V è stata fondata nel 2013, durante una residenza artistica presso The Banff Centre For Artist and Creativity in Canada.
Al RomaEuropa Festival 2016 fino al 3/12 molti altri eventi di musica, ballo, teatro e arti visive si alternano sui palcoscenici dei Teatri di Roma, della Casa de Jazz, il Monk Club, il Teatro Biblioteca Quarticciolo e del Marco Testaccio oltre alla Sala Santa Cecilia e L’Auditorium Conciliazione, un evento importante che vede Roma come unico palcoscenico per un festival che vuole difendere i valori della convivenza e del rispetto dell’altro.

Sara Cacciarini

Continuano gli eventi del Teatro Villa Pamphilj dall’11 al 16 ottobre

Tra musica, convegno internazionale e teatro matinée

IN EVIDENZA

martedì 11 ottobre ore 10.00 – Ingresso libero
CONVEGNO INTERNAZIONALE Sentieri d’innovazione . Incontro aperto sulle tendenze del teatro di figura internazionale
con John McCormick (Irlanda), Yasuko Senda (Giappone), Annett Dabbs (Germania) e Giovanni Moretti  Modera  Prof. Alfonso Cipolla

sabato 15 ottobre ore 11.30 Ingresso: 5 euro
CONCERTI E MUSICA Scuola Popolare di Musica Donna Olimpia diretta da Ciro Paduano
Olimpias Band

domenica 16 ottobre ore 11.30- ingresso: 7 euro
APERITIVI TEATRALI Compagnia Ragli in Pane Nostro con ANDREA CAPPADONA, testo e regia ROSARIO MASTROTA

ottobre 2016 - Pane Nostro - Rosario Mastrota
Da Pane Nostro di Rosario Mastrota.

martedì 11 ottobre ore 10.00
Convegno Internazionale
Sentieri d’innovazione
Incontro aperto sulle tendenze del teatro di figura internazionale
con John McCormick (Irlanda), Yasuko Senda (Giappone), Annett Dabbs (Germania) e Giovanni Moretti  Modera  Prof. Alfonso Cipolla
a cura di Festival Incanti di Torino, Alberto Jona
in collaborazione con l’Istituto per i Beni Marionettistici e il Teatro Popolare, UNIMA Italia, Unima Giappone, Comune di Grugliasco, Teatro Verde, Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell’Università degli Studi Roma Tre

La meravigliosa diversità del “ecosistema culturale” denominato Teatro di Figura, deriva non solo dalla pluralità di linguaggi ma dalla sua potente capacità di immediatezza universale che rende questo teatro propenso a mille contaminazioni e in perenne stato di potenziale cambiamento. Quattro osservatori d’eccezione, quattro testimoni di lungo corso, lontani geograficamente e con approcci molto differenti tra loro, si incontreranno col pubblico al teatro di Villa Pamphilj – Centro di Orientamento ai Mestieri delle Arti.
Ingresso libero
info: scuderieteatrali@gmail.com 065814176
www.festivalincanti.itwww.unimaitalia.netwww.teatroverde.it

sabato 15 ottobre ore 11.30
Scuola Popolare di Musica Donna Olimpia
diretta da Ciro Paduano
Olimpias Band
giovanissimi musicisti in concerto
La storia del gruppo Olimpias band inizia sette anni fa nella Scuola popolare di musica Donna Olimpia quando Ciro Paduano e Marcella Sanna pensano di costruire un gruppo formato da bambini dagli 8 agli 11 anni che abbia una modalità nuova nel far musica. Gli spettacoli non vogliono essere fini a loro stessi, non vogliono essere una celebrazione della bravura dei performer, non vogliono schiacciare il pubblico in un ascolto passivo. Al contrario gli spettacoli vogliono, in primo luogo, coinvolgere il pubblico attivamente e realizzare quindi con loro una performance interattiva; in secondo luogo vogliono offrire delle informazioni, anche se elementari, che i partecipanti possano cogliere e fare proprie ai fini di una sensibilizzazione e una conoscenza del far musica in maniera originale e adatta all’età dei ragazzi in questione.
Ingresso: 5 euro
info: scuderieteatrali@gmail.com 065814176
www.donnaolimpia.it

domenica 16 ottobre ore 11.30
Compagnia Ragli
Pane Nostro
con ANDREA CAPPADONA, testo e regia ROSARIO MASTROTA
Giuseppe è arrivato al nord dal suo paesino, giù in Calabria, in un giorno di nebbia fitta. Lui, che è figlio e nipote di fornai, raccoglie l’eredità familiare nella sua panetteria che sa di profumi e colori, di pane e di sud. Serba anche la tradizione di pagare il pizzo alla ‘ndrangheta, che affonda le proprie radici in quella cittadina dell’hinterland milanese, sonnolente e indifferente. Una vita che scorre sul binario della normalità, un giorno uguale all’altro, la notte a panificare, il giorno dietro il bancone, tra una chiacchiera e una battuta con gli abitanti del quartiere. Ma un giorno Giuseppe si ribella…
ingresso: 7 euro
info: scuderieteatrali@gmail.com 065814176

INFORMAZIONI GENERALI

Teatro Villa Pamphilj
Villa Doria Pamphilj, Via di San Pancrazio 10 – P.zza S. Pancrazio 9/a​,
00152 ROMA

Orario Biglietteria: dal martedì alla domenica dalle 10 alle 18
Biglietti da 3 a 10 euro
Info e prenotazioni: tel. 06 5814176  dal martedì alla domenica​ – promozione@teatrovillapamphilj.it
Arrivare a teatro: BUS 870 – 982 – 44 – 44F – (e nelle vicinanze 710 e 871)
FM 3 (Roma/Viterbo) fermata Quattro Venti

L’eresia dell’essere umano in scena con Teatri di Vetro

0

Il 1 ottobre 2016, per il Festival Teatri di Vetro, è andato in scena uno spettacolo particolare ma interessante incentrato sull’eresia: ANTIPODI #HERETICO.

La nostra vita è un’eresia completa e assurda. Sembra questo quello che gli attori di ANTIPODI #HERETICO, PUNTATA ZERO PRIMA DI UNO SPETTACOLO ci hanno volute dire la sera del 1 ottobre 2016 alla Centrale Preneste, uno spettacolo in prima nazionale organizzato da Leviedelfool per il Festival Teatri di Vetro.

Eresia è una presa di posizione. Come ha detto Chiara Lucisano la parola eresia “dal gr. airesis, il cui significato originario era «presa, scelta, elezione, inclinazione, proposta»“. Il testo è basato tutto sulla complessità della vita e sull’impossibilità di avere una visione comune. Tutti siamo eretici agli occhi degli altri.
Ed ecco in un punto abbiamo Maddalena e Cristo che parlavano di amore. In fondo sono due figure antitetiche. Cristo, per usare una citazione tizianesca, era l’amore sacro e Maddalena rappresentava l’amore profano, ma entrambe queste forme d’amore si sono unite in un discorso che rappresentava la volontà più pura del cuore umano
Avevamo la religione che inneggia alla pace ma in alcuni passi della Bibbia s’inneggia alla violenza per difesa della stessa.
Non vi era critica nelle loro parole, solo volontà di mettere in luce il dualismo, il bipolarismo e l’eresia dell’essere umano, che spesso dice delle cose e poi ne mette in pratica delle altre, ma anche la necessità dell’essere umano, per esprimere il proprio io, di andare contro degli schemi già prefissati.
Bellissimo spettacolo e molto coinvolgente la recitazione di tutti gli attori e performer: Claudia Marsicano, Daniele Turconi, Simone Perinelli, Ilaria Drago, Chiara Lucisano e Andrea Cosentino e l’Associazione Quotidina.com.

Non ci resta che assistere, se questa è stata la puntata zero, allo spettacolo che è la nostra vita.

Marco Rossi
(Foto © Facebook – Antipodi #Heretico puntata zero prima di uno spettacolo)

Serata in carrozzeria: quando il concerto interpreta lo spazio

Domenica 2 Ottobre speciale serata alle Carrozzerie n.o.t. all’insegna di corpi ed emozioni nello spazio.

Elettrosuoni - Trascrizione del silenzio - Walter Paradiso
Le interpreti di Trascrizione del silenzio durante la performance. (c) culturamente.it
Nell’ambito del festival Teatri di Vetro il 2 Ottobre si è svolta a Roma la seconda serata del percorso Elettrosuoni alle Carrozzerie n.o.t, divisa in tre esibizioni visivo-musicali dedicate alla creazione di stimoli adatti ad amplificare l’immaginazione e la sua percezione in tutte le sue sfumature.
All’arrivo alle Carrozzerie n.o.t. la prima performance è già in corso, totalmente mimetizzata nello spazio del salone d’ingresso. Due ragazzi in camicia e cravatta sono seduti ad un tavolo con un Mac, una stampante-scanner e una console per l’audio con numerosi pulsanti e manopole. Si tratta di Si serve il numero: ufficio per la dieta dell’immaginazione del gruppo S’Odinonsuonare, di e con Alessio Mazzaro e Marco Campana, con il sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di Toronto. Gli spettatori prendono un numero da un erogatore, attendono seduti nel salotto e una volta chiamati si accomodano alla scrivania, come in una giornata alla banca per una consulenza sul mutuo. Aspettiamo anche noi e quando arriva il nostro turno ci presentiamo, ci vengono prestate un paio di cuffie e chiesto di appoggiare una mano sullo scanner. 
Passiamo così dalla dimensione dell’attesa, della sala d’aspetto, con le sue chiacchiere e la tensione minima, all’esperienza del giudizio, dell’angoscioso disagio e della curiosità. Siamo costantemente sotto gli occhi di due persone in cravatta nera. Uno scrive e ci ignora palesemente. Cosa starà scrivendo? Il secondo armeggia con i pulsanti della sua strumentazione. Non ci viene dato alcun comando. Ai nostri sguardi interrogativi ne vengono scambiati altri inquisitori.

Elettrosuoni - Si serve il numero - sodinonsuonare
Il collega durante il suo turno. (c) culturamente.it
L’atmosfera è resa particolarmente fantascientifica dai suoni costantemente diffusi nelle nostre cuffie. Si tratta di una melodia di distorsioni elettroniche, capace di immergere in un preciso contesto dai toni orwelliani e retrò. Forse è questo un ufficio immigrazione distopico? Siamo in attesa di un via libera? Passeremo l’esame delle impronte digitali? Un insieme molto semplice di elementi produce così nella psiche del soggetto reazioni di disagio, inadeguatezza, preparazione, difesa.
Un esperimento intrigante, accompagnato da un sottinteso senso di scherzo. Alla stampa del foglio preparato per noi scopriamo di esserci messi in fila per una dieta. Ci vengono prescritte attività per risvegliare l’immaginazione, improbabili quanto affascinanti azioni da fare a precise cadenze. La ricetta è individuale e composta sulla base dei pochi dati che i due esaminatori riescono a cogliere da chi siede davanti. L’obiettivo, spiegano, è di spingere a “vedere la realtà in modo diverso” con “qualcosa di personale e privato come una dieta”.


Elettrosuoni - Elara
Gli Elara durante la loro esibizione. (c) culturamente.it
Arriva quindi il momento della seconda esibizione: è la volta del concerto degli Elara con il loro In the depths of time, in an ocean made of stars. Alla chitarra Luigi Cerbone, al basso Alessio Tozzini, alla batteria Vincenzo Barbone, fonico Martino Casedda.
Entriamo nel grande spazio di esibizione delle Carrozzerie e troviamo la band in fondo. Non ci sono sedie né una vera divisione fra pubblico e musicisti. Si è tutti parte dello stessa sperimentazione, da un lato chi produce e dall’altro chi riceve. L’intento è far vivere agli spettatori uno spazio a tutto tondo senza il bisogno di un posto preimpostato. Inizia il concerto e gli effetti scenici sono minimi, giusto luci soffuse, colorate di blu e viola per coadiuvare la sensazione di sogno ad occhi aperti. Vi è totale assenza di parole e parti cantate. C’è una precisa volontà a sperimentare, a lasciarsi trasportare dalla musica che compone passo dopo passo i suoi arzigogoli, i suoi castelli in puro stile dream pop, elettronica e shoegaze. I musicisti non sono sul palco per catalizzare l’attenzione sulla loro figura, quanto per dilatare i confini dell’immaginazione di chi ascolta attraverso suoni ripetitivi, ambientali e sintetici. Vengono strategicamente fusi per ottenere un effetto rilassante, adatto all’esplorazione della coscienza nel momento in cui, prima di lasciare il posto al sonno, essa diventa molle e carica di visioni fantastiche e creative.
Si è trattato di un momento specificatamente dedicato alla contemplazione e ogni spettatore ha potuto interpretarlo il più liberamente possibile. Lo spazio vuoto è stato utilissimo e appositamente studiato perché ognuno lo occupasse con ciò che il proprio ego suggeriva, senza il bisogno di dover comunicare niente al proprio vicino.
È stata senza dubbio un’esperienza nuova: lo spazio evocativo era la nostra mente. L’ambiente spoglio intorno non è stato altro che un palco comune su cui ognuno ha proiettato le proprie immagini, senza il bisogno di dover fornire spiegazioni o di dover mascherare i propri istinti.

Una locandina del festival Teatri di Vetro con uno speciale ritocco. (c) culturamente.it
Tra il concerto e l’ultimo lavoro in programma c’è una piccola pausa, durante la quale abbiamo avuto modo di parlare con Enea Tomei, responsabile della sezione musicale e di perfomance del Festival Teatri di Vetro. Tomei si dice contento dell’andamento delle serate e della buona affluenza di pubblico, “pur essendo sperimentali” e richiedendo una partecipazione non passiva. Ci spiega che la selezione al Teatri di Vetro è composta da due metodi di scelta degli artisti: un bando pubblico ed una parte di scouting, di cui lui stesso si è occupato e di cui la serata del 2 ottobre è un risultato diretto.
Elettrosuoni - Trascrizione del silenzio - Walter Paradiso
“I link, le parole, le immagini arrivavano, partivano, portavano passeggeri, ripartivano vuote. […]” (c) culturamente.it
Terminato l’intervallo, torniamo nella sala principale per l’ultimo evento in programma.
A metà strada tra uno spettacolo performativo di ampio gusto e un intricato accostamento di stimoli fine a se stessi, Trascrizione del Silenzio di Walter Paradiso è il secondo e ultimo elemento cardine della serata. La componente danzata è eseguita da Federica Cucinotta e Churui Jiang, entrambe ideatrici della coreografia. A loro va una particolare lode: la fluidità e pulizia dei loro movimenti è quantomai ipnotica e piacevole. La musica e il suono dal vivo rispondono ad Alessandro Altarocca. Il video è realizzato da Paradiso.
Una serie di temi viene presentata attraverso l’alternarsi di proiezioni murali di immagini o parole. Ogni sequenza è dedicata ad una fase di un viaggio esistenziale, immaginativo e astratto, senza punti di riferimento al di fuori di un più o meno velato metaforico. Davanti a questo sfondo si alternano due figure danzanti, il cui protagonismo rispetto alla proiezione è determinato dall’intensità dei fari a terra. Al crescere di questa, le due donne generano danze nuotanti sul pavimento e ginnastiche artistiche estremamente vicine al pubblico. L’essenzialità del loro stile ha un che di orientale. Si muovono davanti la parete di acquerelli eleganti e riprese nebbiose. Le immagini però non si fermano del tutto per garantire su di loro la completa attenzione, né loro nel corso delle stesse. La loro danza continua, tra un baciar terra col corpo e l’alzarsi in saluto al sole. Questa duplicità caratterizza l’intera scena: un doppio percorso corporeo e visivo, tra il materiale della coreografia e l’anima del racconto. L’osservatore deve scegliere se seguire lo schermo o le artiste. Proprio in questa scelta matura il senso della performance: non puoi cogliere entrambe le cose e la tua decisione influenza il tuo viaggio conoscitivo ed interpretativo stimolato dall’autore. Si diventa pellegrini nel creato di un altro. Vengono solamente indicate strade tematiche: la percezione di estraneità di un luogo, la ricerca di una comunità, la scoperta del diverso, la perdita d’orientamento, la necessità di disconnessione. Non manca una linea di costante scherzo e leggerezza. A partire dalla definizione di luoghi “al di là del Laptop” e di località pseudo digitali, si gioca con le parole, con la geografia, fino a comporre lo svago di un Marco Polo da scrivania. Terminato il nostro viaggio, si lascia presagire un percorso inverno, ma come conclude l’autore: il viaggio di ritorno è cosa che non si scrive”.

Tuni Laurenti e Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC

Il Premio MAXXI festeggia i suoi primi quindici anni con la giovane arte italiana

0

I quattro finalisti del Premio 2016 per l’Arte Contemporanea espongono nella galleria fino al 29 gennaio 2017.

Selezionati da una giuria internazionale composta registi, giornalisti, critici, curatori e dal Direttore artistico del MAXXI Hanru Hou, alcuni dei lavori di Riccardo Arena, Ludovica Carbotta, Adelita Husni-Bey e il collettivo Zapruder entreranno a far parte della collezione del Museo. Fa parte del progetto, per il vincitore che sarà annunciato a novembre 2016, anche l’ideazione di una nuova opera creata per la mostra, con l’obiettivo di aiutare i giovani artisti nella possibilità di produrre delle opere museali che risiederanno nella collezione permanente. 
I finalisti di questa edizione hanno illustrato le loro opere durante l’inaugurazione della mostra raccontando le emozioni, i sentimenti e l’empatia che vogliono trasmettere al pubblico attraverso i loro lavori.
Riccardo Arena
Riccardo Arena (1979, Milano) si occupa di progetti che come dichiara “nascono dai miei viaggi, mi arrivano delle intuizioni che nel corso del tempo si cristallizzano in strutture narrative molto articolate. L’ultimo progetto Orient 1- Everlasting Sea (2016) nasce da un viaggio nelle Isole vicino al circolo Polare Artico che sono il cuore sacro della Russia, un luogo dove i monaci ortodossi raggiungono l’ascesi, ma anche un luogo dove Lenin aveva sperimentato il campi di detenzione. Le opere che realizzo raccontano dei dettagli di questa fuga verso gli spazi siderali una ricerca mistico scientifica. Orient 1 è un’ulteriore tappa del progetto, contempla l’esplorazione di una “terra incognita” la cartografia della luna, partendo dagli spunti dei primi cartografi che pensavano ai crateri pieni d’acqua e sognavano di navigare i mari lunari”. 
Zapruder
Zapruder, Zeus Machine, il collettivo, composto da David Zamagni, Nadia Ranocchi e Monaldo Moretti, espone una enorme scultura video dorata. “Siamo dei cineasti, la preoccupazione più forte al momento del confronto rispetto alla realizzazione di un opera per il MAXXI era di non costruire una scatole nera che si escludesse o escludesse il museo, siamo riusciti con l’installazione a mantenere le specificità del nostro lavoro attraverso tre macro elementi che si intersecano nel nostro progetto: Zeus, Ercole e The Promise Land.” Al suo interno un film in più atti che racconta il potere del mito. La sceneggiatura scritta dal collettivo per il loro omonimo film di prossima uscita è dedicato alla “Dodici fatiche di Ercole”.
Ludovica Carbotta
Ludovica Carbotta (1982, Torino), con il progetto Monowe iniziato a gennaio, rappresenta una città immaginaria pensata per una sola persona. Ludovica presenta un frammento di questa città in scala reale 1:1 in questo caso una parte del museo Monowe (the City Museum). L’opera è composta da tre elementi: l’edificio, intersezione di architetture passato e presente, le opere, una reinterpretazione di opere storiche e l’abitante Ondina Quadri che è un’attrice che vivrà la città raccontando il tempo perduto. La storia narra la solitudine dell’uomo di oggi iper-connesso ma è anche è un invito a ripartire dall’individuo per un futuro migliore.
Adelita Husni-Bey
Adelita Husni- Bey (1985, Libano) con La luna in Folle un’opera in cui propone un set televisivo.
Il progetto nasce da una collaborazione creata a luglio con cinque compagnie diverse. La tematica abbastanza comica, la sparizione di un certo tipo di format a causa del cambiamento politico, si basa principalmente sul programma Avanzi, una presa in giro in chiave contemporanea”.
Mentre una telecamera ruota attorno alla struttura i tre gruppi di teatranti professionisti inscenano un dibattito politico, un reality e un talk show.
In mostra si potrà ammirare anche una sezione documentaria che racconta le edizioni precedenti. Inoltre continua il progetto del MAXXI a sostegno degli spazi e del pensiero indipendente con Base/ Progetti per l’Arte di Firenze attraverso l’esposizione di cartoline, manifesti e altre opere raccolte in una teca espositiva fino al 30 ottobre 2016.
Sara Cacciarini

Grey’s Anatomy 13, episodio 3: quando anche i miracoli annoiano

0

“Non credevo che i miracoli potessero essere così noiosi”.

In questa esilarante frase alla Kepner trovo tutto il senso di questo episodio numero tre, “I ain’t no miracle worker”. Ma andiamo con ordine: prima di tutto, Shonda ha ascoltato le mie preghiere. Finalmente la serie torna a parlare di traumi e fratture, portando davanti agli occhi degli spettatori quelle amabili metafore chirurgiche in cui chiunque può riflettere le piccole dinamiche della propria esistenza.
Tutta la puntata ruota attorno ad un incidente stradale da cui emergono delle banali dinamiche familiari, rese davvero interessanti da alcuni momenti romantici a livello umano e divertentissimi a livello medico. A regalarci la prima dosa di tenerezza (nonché il primo piccolo miracolo) è il ritorno di Arizona, uno dei personaggi – a mio avviso – migliori di GA. La sua elegante affabilità scende come acqua da una cascata arida per farci sentire di nuovo la compassione, la fiducia, la speranza.
Mentre la Kepner si annoia a stare a casa a fare la mamma e Avery si mostra sempre di più il papà dei sogni, anche Miranda inizia a guardare Ben con occhi diversi per una questione legata al figlio Tuck. C’è da dire che in questo telefilm i mariti pessimi non esistono…
Meredith riesce a celare giusto a se stessa la forte attrazione che la lega a Riggs e forse, proprio perché ancora tenta di illudersi del contrario, continua a non dire nulla a Maggie, che d’altro canto si sente sminuita dalla sorella maggiore. Ho come l’impressione che a svelare l’arcano sarà Amelia, che in questa nuova veste di moglie (simpaticamente atipica) sta acuendo tutto il suo intuito.
Come sempre non voglio svelarvi troppo di questo terzo episodio, credo fermamente che le serie vadano gustate con sguardo vergine, proprio per poterne trarre degli spunti autonomi. Il bello di Grey’s Anatomy, però, e spero che tutti i fans siano d’accordo, è proprio che riesce a scatenare delle fortissime emozioni, andando a toccare delle corde del cuore umano che tutti prima o poi sentiamo vibrare nel nostro petto.
E dunque, i miracoli esistono? Possono salvarci? O come tutte le cose sperate e idealizzate sono più noiosi di quanto crediamo?
Semplicemente, anche il bello ha i suoi difetti, anche il fantastico può annoiare, anche il meraviglioso può non meritare tutta la nostra costante attenzione. Ma comunque serve!
Alessia Pizzi

L’avanguardia artistica di Digitalife: flussi dati e infiniti virtuali

Nirvana di infiniti virtuali, giochi d’acqua vicini a raffigurazioni olografiche e confusione sensoriale indotta: queste le meraviglie artistiche del Digitalife 2016. Noi le abbiamo provate!

 (c) Cristina Vatielli
La grande banca dati illusoria di Deep Dream_Act II del collettivo None. (c) Cristina Vatielli

Ieri 6 ottobre a Roma è stato presentato in anteprima stampa l’allestimento d’arte immersiva di Romaeuropa Digitalife 2016, a La Pelanda del Macro al Testaccio. Giunta alla settima edizione, la mostra apre oggi al pubblico fino al 27 novembre ed è a cura di Richard Castelli.

Quest’anno vengono presentate tre opere internazionali, dal Giappone all’Italia, che prevedono una fruizione del lavoro dall’interno della creazione d’arte ambientale. Abbiamo avuto modo di sperimentarle tutte.

Romaeuropa Digitalife 2016 Macro Testaccio Pelanda
ZEE non è fotografabile. La retina dell’occhio umano di per sé fatica nel mare di stimoli ad elaborare un’immagine di quel che va accadendo. Una fotocamera incontrerebbe maggiori difficoltà.
Con ZEE dell’austriaco Kurt Hentschläger l’immersione assume la forma di un totale annientamento dell’orientamento sensoriale. Guidato dallo staff del Digitalife, il pubblico viene introdotto a gruppi di dieci persone per volta in una sala avvolta nella nebbia. Si viene abbandonati in un luogo nel quale è impossibile vedere al di là del palmo della propria mano, dove l’aria densa di vapore inghiotte i punti di riferimento, dal pavimento al soffitto. A viaggiare per il volume condensato sono i bagliori luminosi di luci stroboscopiche e pulsanti. Varie tonalità di colore vengono rapidamente generate in una pioggia costante di stimoli, trasformati nell’unico elemento visibile. Ossia un’aurea abbagliante e mutevole, che il cervello non sa come elaborare. Nelle intenzioni di Hentschläger si vuole spingere la mente, centro di creazione ed interpretazione del nostro universo percettivo, a ricostruire il mondo a noi circostante nella totale assenza di input conoscibili. Gli stimoli luminosi passano nella retina come un caleidoscopio, identico a quei giocattoli per bambini che distorcono lo sguardo dell’osservatore. In momenti di tale confusione visiva i ricordi e le suggestioni della memoria inventano figure e luoghi che escono dalla nebbia con una vividezza affascinante. Con le palpebre chiuse l’effetto è ammorbidito e tuttavia presente come ulteriore modifica dell’esperienza. Si può vagare liberamente o seguire una corda. Gli incontri con gli altri partecipanti non mancano, preceduti da un preavviso breve di sagome nella nebbia. Sono contatti sorpresi: ci si guarda perdersi nuovamente nel nulla. Le allucinazioni percettive del cervello non ne vengono influenzate. L’atmosfera non è magica: è spirituale e surreale, divinatoria. Alle improvvise esplosioni di luce, reminiscenze di 2001, Odissea nello Spazio, si accompagnano momenti di puro e stabile colore. Questo riempie l’aria con poesia indescrivibile e rende immersi in totale e liberatoria percezione. Una musica elettronica di sottofondo dai crescendo improvvisi e alienanti è compagnia costante dell’esperienza. Lo spazio, reso liquido, ispira così la sensazione di un volo attraverso una dimensione del quale ognuno avrà un’esperienza differente. La durata del viaggio è di dodici minuti. La grande illusione di Hentschläger è un al di là olografico di grande bellezza, in memoria del suo amico e cognato Zelko Wiener.

(c) Cristina Vatielli
Il gioco di specchi di Deep Dream_Act II.  (c) Cristina Vatielli

Lasciando ZEE ci spostiamo al seguente allestimento, situato all’altro capo dell’edificio e opera stavolta del collettivo italiano None. Si tratta di Deep Dream_Act II e porta il nome di un algoritmo scoperto per caso da Google nell’ambito dello sviluppo di reti neurali virtuali. Esso è in grado di metabolizzare un flusso di dati e produrne risultati creativi inaspettati. La struttura dell’opera è un percorso a croce rivestito di specchi, alternati a schermi a parete dotati di sensori kinect. Questi ultimi interagiscono con il pubblico e trasmettono sequenze a cascata di immagini e video, raccolti dalla rete attraverso il gruppo Facebook DeepDream Open Archive. Per chi lo volesse è possibile accedere al proprio account Facebook e collegarlo temporaneamente al sistema dell’installazione, per poter vedere parte delle proprie foto scaricate nella pioggia di dati di Deep Dream.
In esso il senso dello spazio è ampliato all’infinito per il gioco di riflessi e si ha l’illusione di trovarsi all’interno di una banca dati. Nelle intenzioni del collettivo, mi spiega Gregorio De Luca Comandini, si vuole mostrare la doppia faccia della realtà umana contemporanea: il materiale quotidiano e la vita virtuale, eccezionalmente superficiale, con una preponderanza enorme di gattini e pornografia. Queste sono le informazioni che scorrono davanti agli occhi a varie velocità, alternando ritmi di improvvisa esplosione a momenti di calma nella trasmissione. Il flusso è specchio della coscienza collettiva dei materiali che carichiamo ogni giorno nella rete: emette suoni inquietanti e lascia presagire l’illusione di una forma di consapevolezza della nostra presenza al suo interno. Che questa possa osservarci; che le nostre informazioni possano guardarci in distorsioni di codici; che ci si trovi di fatto nel sogno di una mente virtuale: tali sono le impressioni che scaturiscono da Deep Dream_Act II. Impossibile non pensare alla fantascienza distopica del secolo scorso.

(c) Cristina Vatielli
Deep Dream_Act II in un momento di particolare “rumore”. (c) Cristina Vatielli

Il collettivo None unisce artisti, ingegneri ed informatici in un’esperienza autonoma rispetto alla professione di ciascuno. Il gruppo è di casa a Garbatella. Delle visuali interattive si è occupato Andrew Quinn; del sonoro in particolare Luca Spagnoletti e del video Ippolito Simion e Federico Marchi per So What Picture.

Romaeuropa Digitalife 2016 - Macro Testaccio
Sovrapposizione di piani durante ST/LL con 3D Water Matrix di Takatani.

Terza installazione di Digitalife è 3D Water Matrix del giapponese Shiro Takatani, da un’idea condivisa con Richard Castelli. Parliamo di una cascata d’acqua verticale, dall’alto verso il basso, con un flusso regolato da novecento valvole magnetiche computerizzate. Di fatto una macchina, ma non l’opera d’arte propriamente intesa, che al contrario è data dalle composizioni liquide che lo strumento permette di produrre. Giochi d’acqua che sfidano la forza di gravità grazie alle illusioni ottiche di una combinazione di elementi, da getti d’aria all’utilizzo di luci stroboscopiche a cambi nel flusso. Due saranno le coreografie messe in scena: ST/LL di Shiro Takatani e The Sorcerer’s Apprentice di Christian Partos. Per l’anteprima stampa era pronta solo ST/LL.

(c) culturamente.it
ST/LL al termine di una sessione. La macchina nello spazio. (c) culturamente.it

Nella sequenza di Takatani la pioggia è rallentata dalle luci strobo e ghiacciata a tratti in una formazione olografica di piani rotanti e separati fra loro. Fluttuano nell’aria come cartine topografiche di pianure irregolari o galassie di milioni di stelle. La gravità è allo stesso modo interrotta e sfidata; la caduta delle gocce è invertita e distorta come sequenze di dati su monitor rudimentali. Viene da pensare a Deep Dream_Act II e non è difficile vedervi una continuazione concettuale. La cascata di Takatani potrebbe benissimo rappresentare lo scrosciare di informazioni digitali delle nostre esistenze, riprodotto come opera d’arte per i nostri occhi.

Macro Testaccio
Understanding the Other dello spazio PERCRO.

Ad occupare il quarto spazio della Pelanda è un’esposizione documentarista dei risultati e dei progetti del Laboratorio PERCRO della scuola superiore Sant’Anna di Pisa. A disposizione filmati e un’esoscheletro robotico comandabile, solo da esposizione, o per meglio dire armatura, troneggiante nella sala. La scuola è di fatto un centro di avanguardia della Robotica Percettiva, come anche un’area di ricerca avanzata nella Robotica Indossabile e nell’elaborazione di spazi virtuali e realtà aumentata. Miracolo tutto italiano, il PERCRO mostra al Macro le proprie meraviglie.

(c) culturamente.it
Deep Dream_Act II in un momento di bassa attività. (c) culturamente.it

Digitalife presenta un’arte che si esprime attraverso l’ingegneria e l’informatica: è angosciante e sorprendente e regala un’inaspettata catarsi. Immersione e fluidità sono i temi che accompagnano il visitatore. Non si tratta però di uno showroom del virtuale: esso è anzi reso una presenza concreta ed un mezzo per ottenere un risveglio percettivo. In ZEE l’essere umano non è perduto in un ambiente che la tecnologia ha reso privo di punti certi: è al contrario messo nella condizione di libertà assoluta di poterli ricreare. Takatani riporta agli occhi un’arte di rappresentazione attraverso gli elementi, ma lascia intuire che il controllo degli stessi è, persino nell’artistico, un mero gioco di luci. Deep Dream_Act II, criticando in modo affascinante lo stanco voyerismo della rete, produce quanto di più vicino ad una rappresentazione visiva dell’infinito virtuale, fruibile in uno spazio fisico. A Roma al momento non vi è un luogo di arte ambientale più all’avanguardia di questo.

Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC

Romics disse “Cosplay”, e Cosplay fu anche quest’anno!

0

Si è svolta a Roma la ventesima edizione del festival dedicato al fumetto, l’animazione e games.

Grazie a Miss Snow per la foto con tutte le Sailor! @MauroSaranga
Sabato mattina alle 10 già una coda interminabile di macchine occupava il piazzale antistante la Fiera di Roma per uno degli eventi più attesi dell’anno. Ragazzi, bambini e adulti mascherati da Cosplay fin nei minimi dettagli fedeli agli eroi dei fumetti, un’immagine surreale, umani, supereroi, personaggi fantasy, mostri e vampiri tutti insieme affollavano le casse per entrare.
L’enorme successo della manifestazione, rispecchia la voglia di divertirsi in modo spensierato e perché no anche di esibirsi incarnando gli eroi e le eroine tanto amati.
Tantissimi gli espositori, vendita di fumetti ma anche di oggetti, dalle lenti a contatto per Cosplay con la speciale App per “provarle” tutte su una nostra foto, le parrucche di tutti i colori e lunghezze a prezzi veramente abbordabili e di alta qualità. Ma non solo, La Rebel Legion riconosciuta dalla LucasFilm come principale associazione mondiale di costuming per i “ribelli” di Star Wars che combattono in diretta portando il pubblico nella magia di Jedi, principesse e Wookiee.
Non è mancato neanche uno spazio dedicato ai giochi in scatola come il famoso “Gioco del Go” di origine cinese, popolare tra i samurai come gioco di strategia e metafore delle forze naturali.

Ma il momento più atteso è stato la premiazione dei Cosplay, numerosissimi gli iscritti pronti a sfilare, i vincitori del 2016 sono per la Yamato Cosplay Cup International Luca Buzzi con Princess Kenny di South Park e per il World Cosplay Summit Tatiana Motta e Giulia Ghersi con Rydia e Shiva – Final Fantasy IV. Il premio della competizione del Romics Cosplay Award prevede per i vincitori la partecipazione alla gara mondiale del World Cosplay Summit di Nagoya in Giappone.

Il Romics d’Oro invece è andato a Moreno Burattini, sceneggiatore di Cattivik, Lupo Alberto e Zagor per la Sergio Bonelli Editore, a Gabriele dell’Otto famoso per aver realizzato le copertine e tavole a fumetti sempre per la Bonelli come Dylan Dog e Orfani e i grandi editori internazionali quali i Marvel Comics Secret war, X-Force: Sex And Violence, Avengers annual, Avenging Spider-Man 14 e 15, Amazing Spider-Man: Family Business. L’ultimo premiato David Lopez disegnatore ufficiale del “nuovissimo” Wolverine, su testi di Tom Taylor.
Una manifestazione sempre emozionante dove s’incontrano giocatori e appassionati di fumetti di tutte le età per condividere in pochi giorni l’amore per l’animazione nei padiglioni della Fiera di Roma.

 
Sara Cacciarini

Gilmore Girls stagione 1: benvenuti a Stars Hollow

0

“Di’ ai nonni che farò tardi… e che aspetto un figlio dal demonio, scegli tu il nome.”

Banalmente, una delle cose più importanti di una serie tv è il suo primissimo impatto, ovvero la sua primissima scena. Tante serie tv hanno creato prime scene iconiche, che si sono poi rivelate decisive nell’introdurre e caratterizzare immediatamente la storia ed i personaggi.
Gilmore Girls non poteva che iniziare con Lorelai nel locale di Luke impegnata ad ordinare caffè, anzi, precisamente la sesta tazza di caffè della sua mattina, trovandosi di fronte la burbera reazione di Luke, e poi, dopo l’arrivo della piccola Rory, con due ragazzi che non le prendono affatto seriamente come madre e figlia.
Lorelai, Rory e Luke. Certo, la serie andando avanti svelerà l’importanza dei nonni che possiamo inserire nel gruppo fondamentale di protagonisti (soprattutto Emily, a tutti gli effetti una “Gilmore Girl” del titolo), ma il nucleo essenziale della storia è basato assolutamente su questi tre personaggi.
Ora, se vi trovate su questa pagina immagino già conosciate benissimo la storia e tutta la serie, andata avanti lungo sette stagioni dal 2000 al 2007. ma qualora siate nuovi e volete essere convinti a recuperare tutto, eccovi qualche piccola coordinata fondamentale d’introduzione:
– le protagoniste sono Lorelai Gilmore, che all’inizio della storia ha 32 anni, e sua figlia Rory di 16, la stessa età a cui la madre è rimasta incinta di lei, evento improvviso che portò Lorelai a fuggire di casa dall’oppressivo mondo dei ricchi e conservatori genitori Emily e Richard, andando ad abitare nella piccola e pittoresca cittadina di Stars Hollow nel Connecticut.
– Lorelai gestisce un hotel, l’Independence Inn, con l’aiuto del singolare Michel e della cuoca Sookie, la sua migliore amica.
– Rory è il classico piccolo genio, una secchiona che divora libri e va benissimo a scuola, ma non ha affatto un carattere chiuso o arrogante. La sua migliore amica è Lane, una ragazza di origini coreane che ha un rapporto a dir poco bizzarro con la tradizionalista madre.
– Stars Hollow è una cittadina come non troverete mai in giro, abitata da quello che “sembra essere il cast di un film di Fellini” come dice Lorelai. I suoi personaggi sono eccentrici, a cominciare dall’uomo dei mille lavori Kirk, i suoi riti e feste ancora più bizzarri, ogni assemblea cittadina un pretesto per divertirsi. L’unico che sembra normale, e non a caso appena può si tiene lontano dai riti cittadini, è Luke Danes, il proprietario della tavola calda preferita dalle nostre protagoniste, segretamente innamorato di Lorelai.
Tranquilli, la parte noiosa è finita. Se infatti vi sembra un classico dramedy generazionale e tradizionale, tenetevi forte, perché Gilmore Girls non lo è affatto.
Certo, è una storia basata sulle relazioni romantiche e umane, ma la penna della sua creatrice Amy Sherman-Palladino e di suo marito Daniel Palladino ha creato uno dei più grandi frullatori di cultura pop degli ultimi anni. Il tono è spesso sopra le righe, l’umorismo quasi sempre surreale, il livello di citazionismo fa girar la testa (tanto che sono stati pubblicati interi vocabolari sul modo in cui parlano i personaggi) e il ritmo dei dialoghi è frenetico. Ripeto, FRENETICO. I personaggi parlano ad una velocità impressionante, non a caso le pagine dei copioni erano 80 invece delle classiche 50 per puntate da 40 minuti.
La prima stagione, a dir la verità, è naturalmente ancora abbastanza frenata, con Amy Sherman-Palladino nella situazione di dover ancora capire ad inquadrare prima e poi dominare la propria creatura, e soprattutto indecisa se puntare sugli aspetti tradizionali della narrativa tv oppure sui lati più eccentrici, nettamente più nelle sue corde. I momenti salienti non a caso riguardano gli aspetti sentimentali della vita delle due protagoniste: Rory ha il suo primo ragazzo, Dean, mentre Lorelai si innamora di Max Medina, un professore della figlia. Ma fin da subito il tono, il ritmo e la singolarità dei personaggi è ciò che risalta: per ogni pomposa cena del venerdì a casa dei nonni c’è il bizzarro funerale di un gatto a bilanciare il clima. Il rapporto simbiotico tra una madre e una figlia è accompagnato dalla quantità spropositata di caffè e cibo spazzatura che ingeriscono, avvicinando le due davvero ad un’atmosfera di enorme semplicità. Ogni puntata è un ritorno a casa, un caloroso e divertente abbraccio in una comunità semplicemente unica. Non a caso, l’impronta prettamente femminile della serie non è mai un ostacolo ad un visione completa per ogni tipo di pubblico, così come per ogni fascia d’età.
La prima stagione si può davvero definire largamente introduttiva di un intero mondo televisivo, e ci lascia con una proposta di matrimonio ed il leitmotiv del sentimento di Luke verso Lorelai. Ma soprattutto ci fa capire che abbandonare le vite di queste personaggi per il pubblico sarà quasi impossibile.

I 3 Miglior Episodi:

“Rory’s Birthday Parties” – 1×06
“Forgiveness and Stuff” – 1×10
“Christopher Returns” – 1×15

Emanuele D’Aniello

Un triste e lungo “esilio” dei nostri giorni alla Centrale Preneste

0

Per il Festival Teatri di Vetro è andato in scena alla Centrale Preneste lo spettacolo Esilio della Piccola Compagnia Dammacco, uno spettacolo basato sull’alienazione dei giorni nostri.

teatri di vetro
© Piccola Compagnia Dammacco – Vito Valente

Alcuni testi hanno la facoltà di sconvolgere, ed è quello che il teatro dovrebbe sempre fare; destabilizzare, creare turbe emotive. Ed uno di questi testi è stato sicuramente “Esilio” scritto e diretto da Mariano Dammacco, andato in scena con la Piccola Compagnia Dammacco il 29 settembre alla Centrale Preneste di Roma nell’ambito del Festival Teatri di Vetro.
Era la storia di un uomo, un uomo dei nostri giorni, che aveva perso tutto, ma soprattutto aveva perso la coscienza di se stesso. Come tanti di noi, quando si sentono navi alla deriva senza un faro o porto sicuro al quale attraccare, dopo aver perso l’individuo in questione (un mister x, nessuno ma tutti allo stesso tempo), ha attraversato varie fasi: incredulità, sconforto, vergogna, tristezza, spirito di reazione, spossatezza ed incredulità, e tutto ciò portava a sensazione del tipo: ansia, ossessione, momenti di irrazionalità e lucidità
Tante volte pensiamo che sia colpa di qualcun’ altro, come il personaggio che spesso affermava “se questa è una pena, qualcuno deve avermi condannato e processato“.
Non c’è soluzione a questa dramma odierno, nemmeno l’anima che faceva da narratore esterno, personaggio reale ma anche fittizio, riusciva a dare speranza, perché forse la speranza non c’era e la loro e nostra paura era ed è “paura delle altre persone“.
Il testo è stato veramente emozionante e profondo così come l’interpretazione meravigliosa di Serena Balivo nel ruolo di quello che ho chiamato Mister X (il travestimento rendeva ancora più complesso il personaggio) ed anche del bravo Mariano Dammacco nel ruolo dell’anima.
Bravi veramente tutti, e da ciò ne esce un bel messaggio: non avere paura della paura, ma tutto questo è, ahimè, pura, semplice e illusoria utopia!

Marco Rossi
@marco_rossi88

Una meraviglia nascosta: la Villa di Massenzio sull’Appia Antica

0

L’Associazione Culturale Roma e Lazio x te ha organizzato alla Villa di Massenzio sull’Appia Antica per domenica 9 ottobre alle ore 11.

Una vera e propria meraviglia sconosciuta a tutti. Tante persone si fermano o visitano le Catacombe di San Sebastiano ma molti non fanno quei pochi metri in più per visitare i complessi della Villa di Massenzio, con il suo famoso Circo ed il Mausoleo dell’amato figlio Romolo, reso visitabile dopo delicati interventi di restauro durati diversi decenni.

Massenzio è stato sicuramente un imperatore sfortunato (il titolo ufficiale è Massenzio, il grande sconfitto), essendo diventato famoso per la sconfitta e la sua morte durante la Battaglia di Ponte Milvio del 312 d.C., quando uscì vincitore il suo rivale e cognato Costantino, cambiando la storia del mondo.
Massenzio si fa costruire questo complesso sfavillante su una delle strade più importanti del mondo antico, la Via Appia, la regina viarum, la strada regina che collegava Roma a Brindisi.
Durante la nostra visita parleremo delle tecniche murarie dell’epoca massenziana e delle ville dell’ozio nell’antica Roma. Basti pensare che sull’Appia Antica vi sono le due più grandi ville romane del Suburbio: la Villa dei Sette Bassi e la Villa dei Quintili. Parleremo anche dei personaggi che hanno legato la loro storia a questo monumento, come Gian Lorenzo Bernini e le sue stupefacenti creazioni barocche e Papa Innocenzo X.
massenzio
Attraverseremo anche il recinto  per andare a visitare il povero Romolo, morto adolescente sembra per una caduta nel Tevere. Il suo mausoleo, concepito anche come tomba dinastica, si presenta quasi totalmente integro. Quando saremo al suo interno parleremo anche delle tombe romane, delle quali le più importanti si trovavano su strade come la Via Appia Antica, come simbolo di ricchezza ma anche per questioni di igiene.
massenzio
La visita partirà domenica 09 ottobre 2016 alle ore 11:00 dall’ingresso degli scavi sito in Via Appia Antica, 153 (accoglienza e registrazioni da 30 minuti prima) e sarà condotta da Marco Rossi, storico dell’arte in possesso dell’abilitazione di guida turistica della Provincia di Roma

Come arrivare: bus 118, 660, 218. Se in auto parcheggiare in Via di San Sebastiano (raggiungibile dalla Via Ardeatina).

Il contributo associativo per partecipare alla visita guidata è €10 nuovi iscritti; €9 soci; €5 (14-17 anni); €2 (6-13 anni); gratis (0-5 anni) più il biglietto d’ingresso gratuito.
Se il gruppo dovesse superare le 15 persone, prenderemo degli auricolari al costo di due euro per rendere la vostra visita più rilassante e piacevole.
Sconti: 2 euro di sconto a chi prenota e partecipa a 2 visite organizzate dalla nostra Associazione durante la stessa settimana (la settimana va da lunedì a domenica). Se interessati, potrete trovare le informazioni relative alle altre visite sul sito Roma e Lazio x te
Le modalità di prenotazione obbligatoria (per ricevere conferma e per essere ricontattati nel caso di variazioni) sono una mail a romaelazioxte@gmail.com o via sms al nostro coordinatore Simona 3332456364, indicando data e titolo della visita, nome e cognome di chi effettua la prenotazione, numero dei partecipanti (specificando l’età di eventuali bambini), numero di cellulare e indirizzo mail.

Questa visita fa parte di un ciclo di visite intitolato “A spasso con gli Imperatori” che ci porterà alla scoperta dei monumenti simbolo legati alla memoria dei più grandi imperatori romani. Scopo delle visite sarà quello di narrare le gesta socio-politiche e i fatti più salienti della vita di questi grandi uomini del passato, svelando i segreti che si celano dietro i resti e le rovine del passato. A guidare le visite saranno gli archeologi e storici dell’arte dell’associazione Roma e Lazio x te.

FANNO PARTE DI QUESTO CICLO:
– Giulio Cesare l’eredità della gloria inseguendo il sogno di Roma per sempre
– Augusto e la nascita dell’Impero Romano- Livia, Ottavia e Giulia: Le donne di Augusto
– Anno 64 d.C.: Nerone e il Grande Incendio di Roma
– Traiano Optimus Princeps dell’Impero Romano
– Nel solco di Adriano, memorie di un imperatore
– Massenzio il grande sconfitto

Le informazioni si possono chiedere contattando i numeri 3383435907, 3315632913, 3494687967 (la segreteria è aperta dalle 10.00 alle 19.00).
Marco Rossi

A Corciano in Umbria la VI edizione di Castello di Vino

La VI edizione dal 7 al 9 ottobre a Corciano (PG): tre giorni di degustazioni enogastronomiche con 15 cantine della zona del Trasimeno e 14 punti di ristoro, tra musica live, convegni, premiazioni, animazioni per bambini…

Umbria VI edizione enogastronomia

Dal 7 al 9 ottobre 2016 l’antico e affascinante borgo di Corciano (PG) ospita la VI edizione di Corciano Castello di vino, un gustoso percorso sensoriale itinerante che da 6 anni coinvolge tutti gli amanti dell’enologia e delle tradizioni
Anche quest’anno l’evento sarà una ricca occasione per approfondire la conoscenza del territorio umbro, e in particolare quello del Trasimeno, attraverso le sue produzioni vinicole. Tutti i visitatori infatti, acquistando il proprio calice al costo di 8 euro, potranno degustare gratuitamente i diversi vini delle 15 cantine partecipanti che, per l’occasione, allestiranno uno spazio personali nel centro storico di Corciano. 
La manifestazione è promossa dall’Associazione Corciano castello di vino -composta dalle tre storiche associazioni locali APD Corciano, Filarmonica Corciano e Pro loco di Corciano- in collaborazione con la Strada del Vino dei Colli del Trasimeno; è nata nel 2011 e cresce ogni anno di più sia per la vasta presenza di pubblico in continuo aumento (dalle 1.700 presenze stimate del primo anno, alle 10.000 del 2015), sia per il coinvolgimento volontario e appassionato dei cittadini corcianesi.

Umbria VI edizione enogastronomia
LE CANTINE PARTECIPANTI: Pucciarella, Terre del Carpine, Morami, Castello di Magione, La Casa dei Cini, Società agricola Casaioli Stefano, Il Poggio, Azienda Agraria San Giorgio, Le Piagge, Madrevite, Coldibetto, Azienda Agraria Carlo e Marco Carini, Poggio Santa Maria, Società Agricola Pomario. Tutte le cantine fanno parte della Strada del Vino Colli del Trasimeno e concorreranno per aggiudicarsi il “Premio Corciano Castello di vino” quale Miglior Cantina 2016. La Cantina ospite, non in gara, sarà Le Cimate (Montefalco).

Umbria VI edizione enogastronomia
LA PIU’ AMPIA PANORAMICA SUI VINI DEL TRASIMENO 
Domenica 9 ottobre si terrà, per il terzo anno consecutivo, la ‘degustazione bendata’ per decretare il miglior vino bianco e miglior rosso tra le cantine partecipanti all’evento. Il Premio Corciano Castello di vino, un importante riconoscimento per tutte le cantine, verrà assegnato da una giuria tecnica sulla base delle degustazioni dei vini proposti da ogni cantina partecipante. In giuria Jacopo Cossater wine blogger e giornalista, Michele Italiani Sommelier A.I.S. e produttore della Cantina Briziarelli, Pietro Marchi Degustatore ufficiale e Vice Presidente AIS Umbria, Maurizio Pescari giornalista enogastronomico e blogger, Bruno Petronilli giornalista e critico enogastronomico. 
La ‘degustazione bendata’ ideata da Corciano castello di vino si conferma come la più grande panoramica organizzata a livello annuale sui vini del Trasimeno: mai così tante cantine di un solo territorio sono giudicate in un’unica sessione d’assaggio. Si aggiudicherà il Premio la cantina che riceverà più voti sommando quelli della giuria tecnica e quelli del pubblico, chiamato a votare il proprio vino preferito. 
Ogni giorno si terranno corsi base gratuiti per sommelier tenuti dall’A.I.S. Associazione Italiana Sommelier, presso la Sala del Consiglio del Palazzo Comunale. Un’imperdibile occasione per chi volesse acquisire maggiore consapevolezza in materia.  
Novità di quest’edizione sarà la “Degustazione guidata” a cura dell’esperto Jacopo Cossater: “Il Gamay del Trasimeno, il Cannonau e i suoi fratelli si incontrano in un Castello di… vino” (ore 18 Taverna del Duca).
Umbria VI edizione enogastronomia
NON SOLO VINO… MUSICA LIVE, STREET FOOD E SOLIDARIETA’
La tre giorni dedicata ai prodotti enogastronomici sarà arricchita da musica live per le vie del borgo -con concerti dal rock al swing fino al jazz-, dj set, da convegni e incontri su importanti tematiche, da presentazioni di libri, divertenti animazioni e giochi dedicati ai più piccoli.
Tra i tanti ospiti di questa VI edizione il sassofonista jazz di fama mondiale Cristiano Arcelli che presenterà il suo album “Solaris”. L’artista sarà sul palco insieme alla sua una nuova formazione in trio, che si avvale di Stefano Senni al contrabbasso e Bernardo Guerra alla batteria, per una appassionante serata di Jazz live music nel bellissimo chiostro del Palazzo Comunale, in scena domenica 9 ottobre alle ore 19. 
E ancora tanta musica con il duo acustico perugino La Bestia e la Bella che interpreterà la musica degli ultimi sessant’anni con tratti singolari dipingendola con i colori insoliti di due voci, un violino e una chitarra, e con i Four Seasons, quartetto di Perugia che presenterà un cocktail musicale infallibile di swing e soul, costituito da un repertorio coinvolgente di grandi successi con arrangiamenti rivisitati e curati nei particolari. Nel pomeriggio di domenica 9 ottobre da segnalare l’evento “Smooth event”, a partire dalle ore 17, con selezione musicale del Dj Faust-T. 
Ospiti della tre giorni enogastronomica anche gli ex calciatori Lamberto Boranga, Fabrizio Ravanelli, Fabrizio Nofri, Marco Gori e il medico sportivo Mario Marcaccioli in una conversazione aperta, moderata dal giornalista Marco Taccucci, sul tema “Sport e alimentazione”.
Sabato 8 ottobre, inoltre, l’interessante Convegno “Il Trasimeno tra rosato e bollicine”; sull’argomento, tra prospettive e progetti, a dibattito ci saranno Sabina Cantarelli Presidente della Strada del vino Colli del Trasimeno, Cristian Betti Sindaco di Corciano, Bruno Petronilli giornalista e critico enogastronomico, Sandro Camilli Presidente A.I.S Umbria, Emanuele Bizzi Presidente del Consorzio di Tutela Vini DOC Colli del Trasimeno e il Prof. Alberto Palliotti Dip. Scienze Agrarie Alimentari e Ambientali Università degli Studi di Perugia. 
Nel corso dell’evento sarà possibile assaporare anche le numerose delizie gastronomiche locali grazie ai tanti corner, punti di ristoro all’aperto, dislocati nel centro storico. La Taverna del Duca invece proporrà un prelibato menù, tutte le sere diverso e curato nei particolari da cuochi esperti, adatto a ogni tipo di palato. 
Il progetto “Valorizziamo le differenze” – L’associazione Corciano Castello di vino continua nel proprio impegno sociale e per questa VI edizione ha ideato un progetto di informazione e sensibilizzazione sui temi ambientali, collaborando con l’Associazione Uno in più -nata per sostenere le persone con Sindrome Down- e con la Trasimeno Servizi Ambientali (TSA).
Il progetto consiste nella produzione di elaborati grafici da parte dei ragazzi dell’Associazione Uno in più sul tema della differenziazione dei rifiuti. Tutti i lavori realizzati verranno esposti nei contenitori di differenziazione presenti nelle cantine per sensibilizzare il territorio verso una corretta raccolta differenziata.
Lo scopo di Corciano castello di vino è quello di finanziare il recupero e il restauro di opere e strutture appartenenti alla città. Come ogni anno, attraverso un referendum popolare, sono i cittadini stessi a decidere le strutture a cui dare priorità. 

Per info e dettagli:
Corciano castello di vino
Tutto il programma >> www.corcianocastellodivino.it
Tel. 335 8071837 / 347 2881096 / 366 5615298
E-mail: info@corcianocastellodivino.it

Luci della Città, la vera purezza del cinema

“Domani gli uccellini canteranno. . . Su affronti la vita!” “No! Voglio farla finita!”

Titolo: Luce della Città (City Lights)
Regista: Charlie Chaplin
Sceneggiatura: Charlie Chaplin
Cast Principale: Charlie Chaplin, Virginia Cherrill, Harry Myers
Nazione: USA
Anno: 1931

Al giorno d’oggi l’impatto di Charlie Chaplin nel cinema si è un po’ perso, ho spesso questa impressione. Forse perché Chaplin non si è mai compromesso e mai ha accettato compromessi. Forse perché era un testardo diventato addirittura antiquato già negli anni ’30, decidendo di persistere col muto pure dopo l’avvento del sonoro. Forse perché non si è mai vergognato di far ridere, a differenza di altri.

O magari il mio è solo una pretestuosa impressione per dire che nessuno nei decenni successivi ha imparato la lezione di Chaplin e fatto film puri come li faceva lui, come Luci della Città era e sempre sarà. Non è facile definire la purezza di un film, ma se davvero dovessi scegliere un solo titolo nella storia che rappresenta l’essenza vera del cinema – si badi bene, non ho detto il migliore o il più significativo – sceglierei senza ombra di dubbio Luci della Città del 1931. Un film che con una semplicità disarmante fa ridere e commuove, ma soprattutto il motivo di tale scelta è racchiuso in quella indimenticabile scena finale: senza pomposi trucchi estetici, senza estenuanti parole fuori luogo, solo col silenzio e con gli sguardi, e ovviamente col sorriso, Chaplin tocchi i cuori di ogni essere umano. Lo fa con la musica, con la recitazione, col montaggio…..col cinema, appunto.

Dopotutto quando Chaplin decide di realizzare questo film è davvero un uomo contro tutti, un egocentrico in delirio di onnipotenza che decide di fare una scommessa col fato e girare un film muto dopo il boom dei film sonori. In un certo senso sembra il classico “vecchio” che non si rassegna all’avanzare del progresso, ma dall’altro punto di vista, quello della preservazione della purezza del cinema, appare come un novello Don Chiosciotte lanciato verso i mulini a vento. Solo che questa volta i mulini esistono veramente, e Chaplin li abbatte uno ad uno ricorrendo alla colonna sonora, alle gag sonore, ma mai alle parole, dimostrando che il suo vagabondo può funzionare soltanto in un panorama fatto di silenzi. Pensandoci bene è verissimo perché, a differenza di tanti altri personaggi dell’epoca, il vagabondo di Chaplin può esistere effettivamente solo in quello scenario: è una figura muta per scelta, quasi un mimo vedendo come si muove, ed il suo carattere è definito dalle azioni e dai gesti. Il vagabondo è una figura mitica non perché atemporale, in realtà non avrebbe mai avuta la medesima funzione e medesimo effetto in film parlato, ma perché racchiude la semplicità dell’agire umano definito da quel che facciamo.

Purezza quindi, basilare essenza ancora, con Luci della Città si va sempre a parare là in un modo o nell’altro. Non è un ragionamento forzato, Chaplin stesso ce lo dice e sottolinea senza veli: nell’amicizia con un ubriaco prima e con una ragazza non vedente poi, il vagabondo si pone ai margini della società ma soprattutto fuori dalle sovrastrutture, uscendo dall’artefatto e mettendosi a contatto con ciò che dovremmo essere: se l’uomo fosse stato sobrio e quindi impegnato nella routine quotidiana, avrebbe perso tempo con un buffo essere armato di bombetta e bastone? Se la ragazza avesse avuto la vista fin dall’inizio, avrebbe davvero notato quella bizzarra figura in mezzo allo sciame di persone? Il cinema di Chaplin, ponendo l’accento sulle diverse estrazioni sociali, è sempre stato molto politico, ma qui è sicuramente meno politicizzato di quanto poi sarà in Tempi Moderni o in Il Grande Dittatore, eppure l’autore ci ricorda ancora che, forse, sono le categorie sociopolitiche che noi creiamo ad impedire il vero contatto umano, quello necessario a sopravvivere e tirar fuori la parte buona racchiusa (ma potrei dire anche “rinchiusa” con sinistra efficacia) in ognuno di noi.

In questa sua umanità, ottimista ma profondamente seriosa, un approccio sempre difficile da realizzare, forse Chaplin è stato un po’ perso nel corso del tempo. Ma vale davvero la pena ritrovare quell’umanità, farla nuovamente nostra, mostrarla agli spettatori di oggi e addirittura nelle scuole. Dopotutto se c’è un film che rappresenta al meglio tutto il genio di Charlie Chaplin, questo è sicuramente il titolo giusto.

3 buoni motivi per vedere il film:

– La già citata scena finale, una sequenza breve che ci rimette in pace col mondo.

– L’incontro di pugilato, una delle migliori sequenze comiche mai sceneggiata da Chaplin.

– Per riscoprire la bellezza di un cinema che non c’è più.

Quando vedere il film?

– Fortunatamente, questo è un film che non dovrebbe conoscere limiti temporali.

Emanuele D’Aniello

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Ingranaggi della Valle, nuova promessa del prog rock italiano

0

Al Planet Live Club di Roma, gli Ingranaggi della Valle presentano il loro nuovo lavoro Warm Spaced Blue.

Gli Ingranaggi della Valle, da sinistra a destra Shanti Colucci, Alessandro Di Sciullo, Flavio Gonnellini, Marco Gennarini, Davide Savarese, Antonio Coronato e Mattia Liberati
La ventiquattresima edizione del Progressivamente Festival, rassegna del rock progressivo, apre i battenti con una speciale dedica a due artisti scomparsi di recente che hanno dato un enorme contributo al genere, Keith Emerson, storico tastierista prog, e Rodolfo Maltese, chitarrista del Banco del Mutuo Soccorso. Dal 28 settembre al 2 ottobre, sul palco del Planet Live Club di Roma si sono alternate numerose band accomunate dalla ricerca sperimentale, sia musicale che concettuale, che caratterizza in modo particolare questo genere.
Ed è proprio qui che il 28 settembre gli Ingranaggi della Valle, giovane gruppo in ascesa, hanno presentato il loro secondo lavoro, Warm Spaced Blue. Dopo una chiacchierata veloce con i membri della band, giovani e notevolmente competenti in materia musicale, il disco viene descritto come un concept album che ha risentito delle tetre influenze dei Miti di Cthulhu lovecraftiani rielaborati in chiave junghiana, rispetto a quei concetti dialettici di inconscio collettivo e io cosciente che il grande scrittore statunitense ha saputo sapientemente frammentare attraverso un simbolismo singolare. Chiave di volta e di lettura tra i due concetti si rivela essere lo stesso titolo dell’album, che richiama quell’ingannevole blu del mare – simbolo dell’inconscio collettivo – che nasconde sotto il suo velo i relitti e i mostri dell’inconscio e si distanzia dall’io cosciente, creando una disarmonia fatale.
La cover nel nuovo concept album Warm Spaced Blue, presentato il 28 Settembre al Planet Live Club di Roma
Il concerto è stato un modo per introdurre le sonorità aspre, distorte ma con venature melodiche coadiuvate dal violino e dai moog di Warm Spaced Blue che hanno trasportato il pubblico in quella dimensione onirica lovecraftiana che gli Ingranaggi hanno personalmente sperimentato e cercato in tutti i modi di riproporre. Inutile dire che la folla è andata in visibilio già dalla prima traccia proposta e gli applausi sono cresciuti man mano che l’esibizione andava avanti.
Durante la performance, gli Ingranaggi hanno dato un assaggio del lavoro precedente, In Hoc Signo, e la cosa è servita, anche se solo in parte, a capire che tra i due lavori è passato il tempo necessario al gruppo a far maturare un’idea diversa riguardo la loro ricerca stilistica, che viene definita da loro stessi “estremamente personale” e “in certi casi più rock che prog”.
Dopo un ascolto attento di entrambi i cd, possiamo affermare senza ombra di dubbio che ci sono stati cambiamenti sostanziali, primo fra tutti l’abbandono dell’italiano e l’utilizzo dell’inglese e di testi più criptici, sibillini ed evocativi. In più, la narrazione, differentemente dal primo lavoro, in Warm Spaced Blue è affidata molto più alla musica ed è qui che si capisce cosa intendevano gli Ingranaggi quando definivano lo stile di questo lavoro “più rock che prog”: ci troviamo in pieno prog nella scelta delle tematiche e dei testi, nella ricerca strumentale che non sembra voler avere confini, negli arrangiamenti melodici e a numerose voci strumentali ma il rock emerge solidamente nelle sonorità incalzanti, nei numerosi riff che si alternano più volte nelle singole canzoni e nell’atmosfera più dura e meno epica rispetto al primo album.
In ogni caso, quello che ci si ritrova tra le mani è un lavoro piacevolmente inetichettabile. Warm Spaced Blue è un album che riflette una ricerca interiore continua basata perlopiù sul fluire musicale che sui testi veri e propri, è un riflesso di qualcosa che viene da dentro e che, nel momento in cui vede la luce, non si incanala su un sentiero battuto precisamente ma si costruisce una via propria dal nulla.
Sperimentazione senza confini, con suoni distorti e in certi casi dissonanti, melodie dilatate e più linee musicali autonome che si intrecciano tra di loro senza fondersi ma lasciando all’ascoltatore la possibilità di prestare attenzione singolarmente ad ognuna di esse per estrapolare sensazioni diverse. 
Warm Spaced Blue si compone quasi di più identità e che dicono la loro allo stesso tempo, ricreando l’effetto che si andava cercando ideologicamente con i riferimenti ai Miti di Cthulhu e a Jung, come una folla di persone ben definite – in questo caso, strumenti – che, accordandosi su un unico tema, un’unica storia, decidono di esprimersi tutti insieme e a frequenze differenti, con un effetto incredibilmente orgiastico, piacevolmente dissonante e dalle mille sfaccettature.
Che dire? Complimenti e applausi a bocca aperta per gli Ingranaggi della Valle e buona fortuna per le loro prossime ricerche sperimentali.

Tuni Laurenti

Street Food a Roma: dopo Testaccio arriva GNAM all’Eur

0

Lo Street Food raccoglie sempre più appassionati alla scoperta delle tradizioni regionali italiane e internazionali, un patrimonio da valorizzare.

Arrosticini
Nello spazio industriale dell’ex Mattatoio a Testaccio il mondo dello street food ha piantato le tende per il fine settimana dell’1-2 ottobre, raccogliendo la grande folla di appassionati che ormai il genere richiama. L’attenzione è in costante aumento ormai da qualche anno, figlia dell’interesse esploso sul mondo food e della sua avidità di nuove tendenze. Per i cosiddetti gastrofighetti, sempre a caccia di novità a volte anche fini a se stesse, è stato amore a prima vista, ma ben presto attraversando le moltitudini hipster il cibo da strada ha incontrato il grande pubblico diffondendosi trasversalmente in maniera rapida. Dai manager agli studenti, dalla Roma bene alle periferie, gli appassionati si sono riversati in gran numero negli spazi della Città dell’Altra Economia. Ad attenderli oltre 50 stand provenienti da tutta l’Italia, con la partecipazione di alcune realtà internazionali.
Lo Scarrozzino
Ogni regione ha esposto i suoi cavalli di battaglia, ed anche qualcosa di più. I grandi classici c’erano tutti a cominciare dagli Arrosticini presentati da più di uno stand. Lo “Scarrozzino”della famiglia Mercatanti li proponeva anche in una curiosa accoppiata con l’Oliva Ascolana, nel segno del continuum territoriale Marche – Abruzzo dovuto alle diverse provenienze regionali della famiglia. Nel contesto gastronomico dello street food il fritto è certamente un must, da molti degnamente rappresentato a partire dalla “Cuopperia Amalfitana” col suo tipico cartoccio di pesce. Anche la selezione di fritti “Sapori di Calabria” si è distinta, al grido di In amore vince chi frigge ha proposto tra gli altri le ottime crocchette  gusto nduja e salame con provola.
Antica Cuopperia Amalfitana
 Forte il richiamo della“Focacceria Umbra” e in questa regione si sa, street food fa rima con salumi. Tra le delizie di norcineria, Lo Scartoccio, un mix di cuori di prosciutto, mortadella di chianina e cinghiale, condito con olio e leggermente riscaldato, oppure il Ciccotto di Grutti, preparato col quinto quarto del maiale e posto a cuocere sotto la porchetta per riceverne tutto il sapore. Originario del paese di Grutti, è un presidio Slow Food che riporta direttamente alle tradizioni popolari, dimostrando il potenziale dello street food come potente veicolo culturale. Fattore evidenziato anche dagli Irpini della “Compagnia dell’Impiccato” dove la vittima è il caciocavallo fuso, appeso a sciogliere lentamente sulla brace in tre consistenze diverse e servito su una bruschetta, che l’antica tradizione riporta come espediente per riuscire a far mangiare il formaggio ai bambini. La conferma di quanto a volte siano semplici le vie del gusto.
Compagnia dell’Impiccato
 Alla festa non poteva mancare la Sicilia, altra eminenza del cibo di strada con “Quelli di Palermo” che hanno esibito l’intero campionario dei classici, dagli Arancini a Pane e Panelle, fino a Cassate e Cannoli da accompagnare con i vini dolci dell’isola. Il contributo pugliese è stato reso dalla “Bombazza” con le bombette, dei bocconcini di capocollo dal cuore di caciocavallo arrotolati nella pancetta. Da bere tante tipologie di birra, naturale accompagnamento per questi sapori decisi. Tra tutte la strepitosa rossa del birrificio artigianale “Collesi”capace di raccogliere 12 premi in giro per il mondo. L’apporto internazionale alla manifestazione si è materializzato più che altro come il festival della carne grigliata, tra BBQ americano, Ristorante Texano, Asado e i banconi Oktoberfest,  allestiti alla Bavarese e lontani anni luce dal trasmettere l’autenticità che è il cuore dello street food.
Sapori di Calabria

Per chi si fosse perso l’appuntamento niente paura, nel prossimo week end dal 6 al 9 ottobre c’è GNAM, Festival Europeo del cibo di stradain Viale Oceania all’Eur, che almeno nel programma promette di non far rimpiangere i sapori di Testaccio. Lo spazio alle tipicità internazionali si annuncia ampliato al di la della carne alla griglia, con una nutrita  presenza di Apefood e food truck oltre agli stand fissi.

Bruno Fulco

Road To Tenerife: hasta la capital!

0

Quarta settimana.

Questa volta mi sono cimentata nell’avvistamento di cetacei, una delle attrattive imperdibili di quest’isola magica, dove basta allontanarsi pochi metri dalla costa per ritrovarsi in mare aperto, in pieno oceano, dove il blu è così intenso che il mondo sulla terra ferma sembra nulla paragonato alle profondità abissali.

L’Eden, il catamarano, è salpato nella tarda mattinata affaticato dal peso di una cinquantina di turisti esaltati che, armati di macchina fotografica, scrutavano le ombre del mare alla ricerca della fatidica pinna. Ovviamente tra loro, c’ero anch’io. Potevo perdermi i delfini? Non è che a Fregene capiti proprio di vederli tutti i giorni.

I nostri desideri si sono realizzati in pochi minuti, quando sulla cresta dell’onda, lucenti e brillanti, sono apparsi i loro dorsi inconfondibili, danzando elegantemente come sirene tra la spuma, liberi, selvaggi, imprendibili. Una visione stupenda.


La gitarella in barca si è conclusa con un tuffo nelle acque trasparenti del Puertito de Ameñime, un piccolo paradiso di pescatori sopravvissuto alla speculazione edilizia ed al turismo di massa, che ancora conserva il rustico fascino del paesino di mare. Qui tra le barcarole ormeggiate risalgono silenziosamente le tartarughe, che in questa caletta hanno trovato un rifugio tranquillo e sicuro, tuttavia a differenza dei delfini le anziane signore non c’hanno fatto il favore e toccherà rimandare l’emozionante incontro a data ancora da definire.

Salutato il mare, il sole e soprattutto il caldo ho percorso l’autostrada del nord verso San Cristobal de la Laguna, l’epicentro universitario dell’arcipelago canario. Generalmente è poco diffusa la conoscenza dell’incredibile varietà climatica che caratterizza Tenerife, dove basta spostarsi di pochi chilometri per passare dal rovente sole africano al vento freddo portato dalle correnti oceaniche, compreso delle immancabili piogge. 

Nonostante l’aria pungente La Laguna è sempre un buon posto dove passare il fine settimana, incredibile ritrovo di studenti che con i loro botellón riempiono strade e locali con il solo scopo di divertirsi. Sono ospitata da un mio caro amico spagnolo, conosciuto durante l’erasmus che in mezz’ora mi catapulta nella realtà universitaria della zona fatta di piatti di pasta strabordanti mangiati sul divano e dal vino direttamente versato nelle tazze per la colazione. Che bella la vita da fuori sede! Passata l’inevitabile sbornia del sabato sera, ancora fischiettando a ritmo del reggaeton, passiamo la domenica al mare a Bajamar. Questa località costiera si caratterizza per le piscine di acqua salata riempite naturalmente dalle onde che si infrangono con violenza sugli scogli, delle vere e proprie bombe d’acqua.

Uno spettacolo meraviglioso, il mare che con tutta la sua forza sbatte sulla costa, il fragore dell’onda indomabile che come un tuono che scuote l’aria, la schiuma bianca che improvvisamente copre tutto ciò che ti circonda, sei sott’acqua, è solo un attimo e torni a respirare.

Arrivato il lunedì è già tempo di rientro, ma mi concedo una passeggiata per Santa Cruz de Tenerife, la capital, tappa obbligatoria prima di tornare a Las Americas. Qui il tempo è già più piacevole, e la mattinata vola tra le vie della capitale, una città nuova e moderna con i suoi grattacieli a pelo d’acqua, famosa per il suo auditorio, il tempio della musica, un capolavoro architettonico che si affaccia direttamente sull’oceano.
Anche questa volta il tempo è volato, sballottandomi tra il caldo ed il freddo, tra la natura incontaminata e la città, qui in questa Tenerife così spontaneamente sorprendente, dove esistono solo una quantità indefinibile di eccezioni.

Stay tuned!

Martina Patrizi

Love, l’arte contemporanea incontra l’amore

0

Una mostra internazionale per festeggiare i 20 anni di attività del Chiostro del Bramante, dove il pubblico è protagonista.

Gilbert & George Metalepsy 2008 381×604 cm Courtesy: Gli artisti e White Cube © Gilbert & George
Dal 29 settembre 2016 al 19 febbraio 2017 grazie supporto del JTI (Japan Tobacco International) che crede fortemente nell’arte e nella cultura, cercando di renderla il più possibile accessibili a tutti, è stata allestita questa mostra sull’amore.
Ed è proprio l’artista giapponese Yayoi Kusama la regina di questa esposizione, con la sua opera All the Eternal Love I Have for the Pumpkins, 2016, ultima nel percorso ma prima in bellezza e sensazioni che lascia senza fiato. Un sogno dove le immagini di sé moltiplicate da un gioco di specchi in un campo di zucche luminose ci fa sentire Ego, protagonisti e narcisisti all’infinito. Non poteva terminare meglio, una scatola d’amore per ciascuno di noi, in cui entrare e specchiarsi.
Ma veniamo all’inizio, l’eposizione è curata da Danilo Eccher che vede l’arte sempre come una dichiarazione d’amore, ci riesce attraverso artisti diversi dell’arte contemporanea da Vanessa Beecroft, Francesco Clemente, Nathalie Djurberg e Hans Berg, Tracey Emin, Robert Indina, Ragnar Kjartansson, Mark Manders, Ursula Mayer, Tracey Moffatt, Marc Quinn, Francesco Vezzoli a Tom Wesselmann. 
La scritta LOVE un quadrato di lettere che Robert Indiana ha tracciato agli inizi degli anni sessanta ci accoglie all’ingresso della mostra, i colori accesi rosso e blu, non lasciano dubbi sul tema. Le scritte diverse, ma sempre d’amore, accompagnano tutto il percorso culminando in una grande parete, dove poter disegnare e scrivere a piacimento con i pennarelli tradizionali Carioca. Si torna bambini, un po’ titubanti davanti a tutto questo spazio dove finalmente scrivere sui muri è permesso.

 

Marc Quinn Thor in Nenga 2009 Olio su tela, 170×270 cm Courtesy: Fama Projects, Verona
Tra le opere più incantevoli le due dell’artista, Joana Vasconcelos che vive e lavora a Lisbona, sono la sintesi di un amore contemporaneo dove il sentimento e l’oggetto quotidiano si fondono. La prima, un enorme cuore rosso Coração Indiependente Vermelho, 2013, domina in una stanza buia con in sottofondo le canzoni eseguite da Amália Rodrigues, è realizzato con posate di plastica traslucida. L’altra in vetro di Murano ed elementi lavorati a uncinetto, la sua Kromiusa, gigantesca e azzurra.
Andy Warhol con la celebre One Multicoloured Marilyn da una collezione privata è un altro buon motivo per fare questo percorso, il quadro rappresenta un misto tra infantile dolcezza e segreta perversione, lei è il volto dell’amore.
Imponente a parete il quadro Metalepsy di Gilbert & George dove rappresentano i loro stessi corpi in un caos ordinato di elementi colorati e ripetitivi.
Vanessa Beecroft VBSS.003.MP 2006 Fotografia digitale, 230x180x7 cm Courtesy: Collezione Serpone
Perché l’amore per loro e tutti gli altri artisti di questa mostra, diversi nel ritrarre ma simili nel trasmettere emozioni, viene rappresentato in maniera felice, ambigua, infantile, trasgressiva, terminando con l’opera di Yayoi Kusama: la “Infinity Room” per abbandonarsi al pensiero di sé.


Sara Cacciarini

Once Upon A Time 6X02, “A Bitter Draught”

0

Altro lunedì, altra avventura a StoryBrooke. Cosa è successo ai Charmings questa settimana?

Torniamo anche questa settimana a StoryBrooke grazie alla seconda puntata di Once Upon a Time, intitolata “A Bitter Draught”. La sensazione, anche se siamo solo al secondo appuntamento per questa stagione, è che la serie stia andando a scemare, non c’è più quell’energia che si palpava nelle prime stagioni, ma ci si annoia vedendo situazioni viste e riviste, che si smuovono soltanto grazie all’arrivo di nuovi personaggi.

Infatti, elemento centrale di questa puntata è l’arrivo di Edmond Dantes, ossia Il Conte di Montecristo famosissimo nel mondo letterario e anche lui mosso da un sentimento di vendetta. Personaggio contorto e complesso, Edmond stringe un patto con la Regina Cattiva, alla quale promette di uccidere Biancaneve e il Principe Azzurro. Insomma, Dantes viene relegato alla semplice figura del sicario, nessuno ci fa entrare nel pieno del suo backgorund che poteva avere un grande potenziale nello svolgersi della storia. Una scelta creativa di Horowitz e Kitsis che non convince per nulla noi appassionati di questa meravigliosa serie, ma andiamo avanti. Emma inizia le sue sedute di psicoterapia con Archie, per cercare di risolvere i suoi problemi dovuti alle visioni del precedente episodio e tenta di portare i suoi genitori fuori città fallendo miseramente.

La Regina Cattiva, come abbiamo visto nel finale della prima puntata, cerca ancora di portare Zelena dalla sua parte per scagliarsi conto l’ormai buona Regina, ma la strega verde non è convinta del tutto, visto il suo tentativo di voltare pagina e cambiare vita. Hook, intanto, cerca di aiutare Belle a nascondersi da Mr. Gold offrendole alloggio sulla sua barca. Ma il punto centrale (e più interessante) di tutto l’episodio è lo scontro tra la Evil Queen e Regina, un confronto che puntualizza come il bene e male in fondo non sono indivisibili. E’ Regina, infatti, la causa stessa dei suoi mali nonostante sia la parte buona del suo io, è lei che allontana ancora una volta Zelena, lei a far del male al neo arrivato Edmond Dantes, anche se cerca solo di difendere i Charmings. Nel bene, dobbiamo rassegnarci, ci sarà sempre una punta di male è questo che si sottolinea ancora una volta, per quanto ci si possa sforzare di essere migliori.

Nel complesso, l’episodio non è dei migliori, pecca di originalità, risulta lento agli occhi degli spettatori, e i pessimi ascolti registrati negli USA non fanno presagire nulla di buono per il futuro della serie. Ma questo non ci scoraggia, continueremo a seguire le vicende di Emma e i suoi compagni sperando in una svolta decisiva anche per questa stagione!

Ilaria Scognamiglio

Palazzo Colonna, una meraviglia assoluta del Barocco

0

L’Associazione Culturale Roma e Lazio x te propone una visita sabato 8 ottobre 2016 alle ore 11 ad una meraviglia assoluta del Barocco: il Palazzo Colonna e la sua meravigliosa Galleria, dove incontreremo vari membri di questa famiglia che ha segnato la storia di Roma.

Visita
© Rome4u Roma e Lazio x te

Tutto è bello, troppo bello, scintillante, sfavillante; ricchezza e decorazioni sfrenata sono alla base di questo luogo che ha il potere di far tremare i piedi a chiunque lo veda; la Galleria ed il Palazzo Colonna. La luce, i marmi ricchissimi provenienti dal Tempio di Serapide ed i lampadari di cristallo ci mostrano il potere di questa famiglia, come illustrano gli affreschi barocchi della volta della Galleria con le storie di Marcantonio Colonna, il grande vincitore della storica Battaglia di Lepanto del 1571. Correte, venite con noi, anche perché il palazzo apre solo il sabato mattina!
I batticuore sono in ogni minuto, le decorazioni lasciano a bocca aperta. La stupenda quadreria, composta da opere di artisti come Guercino, Bronzino, Tintoretto, Lanfranco e  Annibale Carracci con il suo famoso Mangiafagioli ci danno il benvenuto.

Visita
© Galleria Colonna

Dalle finestre possiamo vedere lo stupendo giardino con le vestigia del Tempio di Serapide scintillante di vari colori differenti seguendo le varie luci del giorno.
Accompagnati da quadri, specchiere dipinti con immagini floreali e putti, mobili decorati con pietre preziose e avori per puro piacere e stupendi arazzi e lampadari multicolore e consolle in legno dorato con personaggi rappresentanti l’Allegoria dei Turchi vinti da Marcantonio, scopriremo le storie di altri membri importanti di questa famiglia, come Martino V, Papa dal 1417 al 1431, al secolo Oddone Colonna, il Papa che fermò la Scisma d’Occidente e che restaurò la Basilica di San Pietro e la Basilica di San Giovanni, ma anche Isabella Colonna, zarina nera che governò la Roma d’inizio Novecento, ma soprattutto Vittoria Colonna, grande poetessa e letterata e amica di Michelangelo.

Visita
© Galleria Colonna
La visita sarà sabato 8 ottobre 2016 e partirà alle ore 11:00. La partenza sarà a Piazza della Pilotta, 4 (davanti alla Pontificia Università Gregoriana) con accoglienza e registrazioni da 30 minuti prima.
La visita sarà condotta da Marco Rossi, storico dell’arte in possesso dell’abilitazione di guida turistica della Provincia di Roma.

Il contributo associativo per partecipare alla visita guidata è €10 nuovi iscritti; €9 soci; €5 (14-17 anni); €2 (6-13 anni); gratis (0-5 anni) più biglietto d’ingresso: €10 per gruppi superiori alle 4 persone, €12 intero. Se il gruppo dovesse superare le 15 persone, avremo anche l’ausilio degli auricolari al costo di 2 euro per rendere la visita più piacevole e rilassante.
Vi è anche la possibilità di 2 euro di sconto a chi prenota e partecipa a 2 visite organizzate dalla nostra Associazione durante la stessa settimana (la settimana va da lunedì a domenica). Se interessati, potrete trovare le informazioni relative alle altre visite sul sito Roma e Lazio x te.
Le modalità di prenotazione obbligatoria (indispensabile per ricevere conferma o per essere avvisati in caso di variazioni) sono una mail a romaelazioxte@gmail.com o via sms al nostro coordinatore Simona 3332456364, indicando data e titolo della visita, nome e cognome di chi effettua la prenotazione, numero dei partecipanti (specificando l’età di eventuali bambini), numero di cellulare e indirizzo mail. 

Informazioni: 3383435907, 3315632913, 3493687967 (la Segreteria è aperta dalle 14.00 alle 19.00).
Visite
© Rome4u Roma e Lazio x te

Marco Rossi
@marco_rossi88

La Festa della Castagna DOP di Vallerano: dall’8 ottobre all’1 novembre la XV edizione

Pigmenti bruni e rossastri hanno già colorato le verdi foglie del castagno, si infila tra le mura del borgo l´odore del fuoco

Scoppiettano le caldarroste come bambini in festa e i dipinti nelle chiese attendono e invitano all’estasi. È l´autunno a Vallerano. Un autentico scrigno che si schiude liberando bellezza e cultura, come un riccio fa con la castagna, lasciando già pregustare il suo intenso sapore d´autunno.
 
E sarà proprio la Castagna del territorio, insignita dalla Comunità Europea del marchio di Denominazione di Origine Protetta (DOP), ad accompagnare la Festa a lei dedicata ogni week-end, a partire dall’8 ottobre e fino al primo novembre 2016, nel pittoresco borgo medievale ubicato nel cuore della Tuscia viterbese. Un’iniziativa che, giunta alla sua XV edizione, offrirà come al solito una serie di valide alternative, a cominciare dai pranzi e dalle cene all’interno delle caratteristiche cantine scavate a mano nel tufo, con ottimi menù a base di prodotti tipici locali. Il programma della sagra sarà poi arricchito dai mercatini dell´antiquariato e dell´artigianato; da valide guide turistiche che porteranno i visitatori a conoscere la storia del paese e le sue numerose e notevoli bellezze artistiche e culturali; dalle incursioni nelle vecchie cantine dove venivano lavorate le castagne fino alle escursioni nel castanificio dove si potranno osservare dal vivo le moderne tecniche di lavorazione delle castagne e dei marroni. 
In piazza della Repubblica si potranno inoltre gustare caldarroste a cura dell´organizzazione della sagra e l´atmosfera di festa sarà ulteriormente arricchita ogni giornata da gruppi folkloristici, cortei storici e gruppi musicali che si esibiranno in piazza, oltre ai mercatini tipici dedicati alla gastronomia del territorio e ad esposizioni di opere di vari artisti locali. 
Immancabile la guida gratuita contenente tutte le ricette a base di castagna, pubblicata ed offerta gratuitamente dall’Associazione Amici della Castagna di Vallerano, organizzatrice dell’evento.
La stessa associazione, in collaborazione con il Gruppo Archeologico di Vallerano sarà anche promotrice di passeggiate tra i castagneti secolari ed ai siti rupestri e di interesse storico, in collaborazione col C.A.I.

Westworld, il pilot della nuova serie evento della HBO

0

Recensire l’episodio pilota, peraltro di una serie attesissima, non è mai facile.

E sinceramente lo è ancora di più con Westworld, il nuovo prodotto di punta del leggendario network satellitare americano HBO, perché gli spunti di riflessione che in più di un’ora mette sul tavolo sono davvero tanti ma al tempo stesso enormemente frenati dalla volontà di creare un episodio largamente introduttivo (e sottolineo il largamente).

Allora provo pure io ad introdurre, un momento doveroso di fronte ad un nuovo pilot. Westworld è una serie prodotta da JJ Abrams, nome che agli amanti delle serialità tv americana dirà più di qualcosa (ormai anche agli appassionati di cinema), ma soprattutto figlia della mente creativa di Jonathan Nolan, fratello del celebre regista Christopher, che con la moglie Lisa Joy copre il ruolo decisivo di showrunner della serie. La storia è l’adattamento del film del 1973 “Il Mondo dei Robot” di Michael Crichton, ma pur essendoci punti di contatto è chiaro che un film di 2 ore sarà inevitabilmente diverso da una serie che punta a dipanarsi per più stagioni (questa prima sarà composta da 10 episodi). La trama, molto ma molto sinteticamente, racconta di un avveniristico parco a tema in cui gli uomini più ricchi del pianeta posso vivere un’esperienza virtuale nel vecchio far west americano, entrando a contatto con dei robot che fanno da comparse.

Westworld, ed il suo primo episodio, di conseguenza, ci presentano subito il motivo di fondo e centrale dell’intera vicenda: il rapporto tra uomo e macchina. Sono onesto, sinceramente non è il massimo, ormai moltissima fantascienza ricorre da decenni a tale tematica e mette sempre al centro il quesito “il robot può avere una propria coscienza, una propria memoria, una propria anima?”. La serie non nasconde una certa ovvietà del quesito di fondo – utilizza addirittura le tre leggi di Asimov – ma dopo aver visto un intero filone di film simili da Blade Runner al recente Ex Machina, solo per citare qualche esempio, Westworld rischia di incappare subito nell’effetto deja vu. Un effetto che abbiamo per tutti i 70 minuti: come in tutti i film che affrontano tale argomento, si finisce per empatizzare più con i robot, e come in tutte queste storie l’uomo è il cattivo perché accanto alla visione creativa si vede il fondo di infinità crudeltà a cui può arrivare.

Ecco, detto così sembra che stia bocciando questo pilot, ma non è vero. Come detto è una puntata molto introduttiva, credo si debba aspettare il prossimo episodio o almeno un paio prima che i fili della vera trama entrino in azione, e soprattutto Jonathan Nolan e il suo team approcciano un tema visto e rivisto in modo del tutto affascinante e inquietante.

Infatti, anche avendo imparato molto in questa puntata, per noi il mondo di Westworld rimane un gigantesco mistero: sappiamo solo che esiste questo bizzarro parco giochi futuristico, ma non sappiamo le relazioni tra i personaggi umani, che non abbiamo mai visto al di fuori dei loro fantascientifici laboratori. C’è il fascino di capire come i robot possano sviluppare un’autentica anima, e al tempo stesso l’intrigo di questi uomini che giocano letteralmente a fare Dio (pochissimi minuti, e Anthony Hopkins è già al suo meglio negli ultimi dieci di ruoli cinematografici discutibili). Abbiamo una notevole quantità di regole ancora da scoprire, e soprattutto il passato delle varie storie che può venire a galla da un momento all’altro. Ma non lasciatevi ingannare solo dalla solita dose di interrogativi: Westworld appare già come una serie con i piedi ben piantati nei temi esistenziali più che nei misteri fini a sé stessi, con l’angoscia fondamentale che deriva dalla ricerca del nostro ruolo nel mondo.

Cosa è la vita? Forse non siamo tutti robot nelle mani di un disegno imperscrutabile molto più grande di quanto possiamo o potremo mai immaginare? Domande a cui indubbiamente Westworld non potrà dare vere risposte nelle prossime 9 puntate, ma renderle ancora più affascinanti sicuramente sì. Dopotutto, come dice il personaggio della direttrice Cullen ad un certo punto, rivolta al suo programmatore: “Sei abbastanza intelligente da vedere che c’è un disegno più grande, ma non così intelligente da capire cosa sia” e ciò potrebbe essere indirizzato ad ognuno di noi.

Emanuele D’Aniello

Gluten Free Days: la celiachia 2.0, dalla sopravvivenza al gusto

0

Un settore alimentare che nel Gluten Free Days punta in maniera decisa a soddisfare il palato dei nuovi diversamente gourmet.

Pasticceria Napoleoni al Gluten Free Days

Qualcosa è cambiato nel mondo della celiachia, se prima tutto ciò che riguardava questa problematica era ammantato da un velo di tristezza ora non è più così. E’ stata questa la prima sensazione  balzata agli occhi delle oltre 4000 persone intervenute nel salone delle fontane all’Eur,  che ha ospitato il “Gluten Free Days” l’1-2 ottobre. Se prima si definivano “gli sfigati del food”, adesso rivendicano con forza e a ragione tutto il loro orgoglio gourmet, non rinunciando ai piaceri del palato e sostenuti da una serie di cambiamenti che hanno giocato a loro favore. Primo tra tutti il crescente interesse verso l’aspetto salutistico, unito al costante aumento del numero di persone interessate da questo problema alimentare. In questo senso dagli Usa hanno ricevuto un supporto importante, infatti da tempo la crescente cultura del benessere indirizza sempre più persone verso una dieta senza glutine, come stile di vita sano al di la delle intolleranze. Questa tendenza ha ingolosito sempre più aziende attratte da una nuova massa di consumatori, impegnandole in una ricerca sui percorsi del gusto per soddisfarli oltre la mera sopravvivenza.

Chef Ferrarini al Gluten Free Days
Il Gluten Free Days è una creazioni di Roberto Malfatto per il Lanificio Factory e WE FOR 2016 onlus, in collaborazione con AIC Lazio (Associazione Italiana Celiachia del Lazio) e con SuLLeali Comunicazione Responsabile, svolto con il patrocinio del Ministero della Salute,  Regione Lazio e  Comune di Roma. Giunto alla sua quarta edizione, ha esplorato questo stile alimentare sempre più in evidenza senza tralasciarne nessun aspetto. Convegni medico scientifici e screening diagnostici della celiachia, moltissimi medici disponibili per consulenze anche dal punto di vista psicologico e tante aziende che hanno presentato i propri prodotti. Corsi di cucina e  showcooking, con gli chef glutenfree  che si sono succeduti dietro ai fornelli. Presenze altolocate dal mondo del food, come il maestro pizzaiolo tre volte campione del mondo Marco Amoriello e la sua pizza “Peroni Senza Glutine”, che utilizza tra gli ingredienti dell’impasto proprio la birra creata appositamente per celiaci e intolleranti al glutine. Oppure le energiche performance di chef Marcello Ferrarini direttamente da Gambero Rosso Channel. Proprio il protagonista del programma “senza glutine con gusto”, a differenza di altri chef che si dedicano allo sviluppo di questa cucina “è” celiaco, per cui sente maggiormente l’impegno su questo fronte. In uno dei suoi show cooking ha trattato il tema della pasta, elemento cardine e spesso nota dolente di questa alimentazione e, utilizzando solamente prodotti di cui è testimonial, ha mostrato in pratica come la qualità degli ingredienti sia la via principale su cui insistere per arrivare al gusto. Lo ha fatto eseguendo dei Fusilli con ragù di struzzo, lardo di colonnata, peperoni e pinoli croccanti su emulsione al prezzemolo, piatto che ha riscontrato il gradimento dei presenti confermando più di mille parole le tesi dello chef.
Il Maestro pizzaiolo Marco Amoriello al Gluten Free Days

La dimostrazione ha indicato anche chiaramente che i livelli produttivi delle aziende si sono elevati rispetto alla fase iniziale. Per un periodo, durato anche troppo, i prodotti dedicati ai celiaci sono stati concepiti esclusivamente come elemento per la sopravvivenza alimentare, senza nessuna concessione al gusto. Per fortuna l’atteggiamento iniziale di molte aziende, volto più che altro ad un business costruito sul consumo costretto è in forte regresso, anche se alcune sopravvivono ancora nella grande distribuzione. Le molte aziende presenti al Gluten Free Days con i loro prodotti in assaggio, hanno ampiamente dimostrato che la forbice del gusto con i normali alimenti si assottiglia sempre più, smarcandosi dalla presenza o meno del glutine. Le vette più alte per ora si raggiungono in pasticceria, dove le Aziende che si sono liberate dalla gabbia della necessità come unico fine, dimostrano che i loro prodotti non presentano alcuna lacuna ne inducono alla ricerca di paragoni. Una grande conferma verso il valore della qualità la cui ricerca e sempre garanzia del gusto, indipendentemente che si parli di celiachia o meno.

Bruno Fulco