Valeriano Ciai: le opere grafiche in mostra al Museo Laboratorio di Arte Contemporanea dell’università la Sapienza di Roma.
Antonella Rizzo
IN EVIDENZA
martedì 11 ottobre ore 10.00 – Ingresso libero
CONVEGNO INTERNAZIONALE Sentieri d’innovazione . Incontro aperto sulle tendenze del teatro di figura internazionale
con John McCormick (Irlanda), Yasuko Senda (Giappone), Annett Dabbs (Germania) e Giovanni Moretti Modera Prof. Alfonso Cipolla
sabato 15 ottobre ore 11.30 Ingresso: 5 euro
CONCERTI E MUSICA Scuola Popolare di Musica Donna Olimpia diretta da Ciro Paduano
Olimpias Band
domenica 16 ottobre ore 11.30- ingresso: 7 euro
APERITIVI TEATRALI Compagnia Ragli in Pane Nostro con ANDREA CAPPADONA, testo e regia ROSARIO MASTROTA
![]() |
| Da Pane Nostro di Rosario Mastrota. |
martedì 11 ottobre ore 10.00
Convegno Internazionale
Sentieri d’innovazione
Incontro aperto sulle tendenze del teatro di figura internazionale
con John McCormick (Irlanda), Yasuko Senda (Giappone), Annett Dabbs (Germania) e Giovanni Moretti Modera Prof. Alfonso Cipolla
a cura di Festival Incanti di Torino, Alberto Jona
in collaborazione con l’Istituto per i Beni Marionettistici e il Teatro Popolare, UNIMA Italia, Unima Giappone, Comune di Grugliasco, Teatro Verde, Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell’Università degli Studi Roma Tre
La meravigliosa diversità del “ecosistema culturale” denominato Teatro di Figura, deriva non solo dalla pluralità di linguaggi ma dalla sua potente capacità di immediatezza universale che rende questo teatro propenso a mille contaminazioni e in perenne stato di potenziale cambiamento. Quattro osservatori d’eccezione, quattro testimoni di lungo corso, lontani geograficamente e con approcci molto differenti tra loro, si incontreranno col pubblico al teatro di Villa Pamphilj – Centro di Orientamento ai Mestieri delle Arti.
Ingresso libero
info: scuderieteatrali@gmail.com 065814176
www.festivalincanti.it – www.unimaitalia.net – www.teatroverde.it
sabato 15 ottobre ore 11.30
Scuola Popolare di Musica Donna Olimpia
diretta da Ciro Paduano
Olimpias Band
giovanissimi musicisti in concerto
La storia del gruppo Olimpias band inizia sette anni fa nella Scuola popolare di musica Donna Olimpia quando Ciro Paduano e Marcella Sanna pensano di costruire un gruppo formato da bambini dagli 8 agli 11 anni che abbia una modalità nuova nel far musica. Gli spettacoli non vogliono essere fini a loro stessi, non vogliono essere una celebrazione della bravura dei performer, non vogliono schiacciare il pubblico in un ascolto passivo. Al contrario gli spettacoli vogliono, in primo luogo, coinvolgere il pubblico attivamente e realizzare quindi con loro una performance interattiva; in secondo luogo vogliono offrire delle informazioni, anche se elementari, che i partecipanti possano cogliere e fare proprie ai fini di una sensibilizzazione e una conoscenza del far musica in maniera originale e adatta all’età dei ragazzi in questione.
Ingresso: 5 euro
info: scuderieteatrali@gmail.com 065814176
www.donnaolimpia.it
domenica 16 ottobre ore 11.30
Compagnia Ragli
Pane Nostro
con ANDREA CAPPADONA, testo e regia ROSARIO MASTROTA
Giuseppe è arrivato al nord dal suo paesino, giù in Calabria, in un giorno di nebbia fitta. Lui, che è figlio e nipote di fornai, raccoglie l’eredità familiare nella sua panetteria che sa di profumi e colori, di pane e di sud. Serba anche la tradizione di pagare il pizzo alla ‘ndrangheta, che affonda le proprie radici in quella cittadina dell’hinterland milanese, sonnolente e indifferente. Una vita che scorre sul binario della normalità, un giorno uguale all’altro, la notte a panificare, il giorno dietro il bancone, tra una chiacchiera e una battuta con gli abitanti del quartiere. Ma un giorno Giuseppe si ribella…
ingresso: 7 euro
info: scuderieteatrali@gmail.com 065814176
INFORMAZIONI GENERALI
Teatro Villa Pamphilj
Villa Doria Pamphilj, Via di San Pancrazio 10 – P.zza S. Pancrazio 9/a,
00152 ROMA
Orario Biglietteria: dal martedì alla domenica dalle 10 alle 18
Biglietti da 3 a 10 euro
Info e prenotazioni: tel. 06 5814176 dal martedì alla domenica – promozione@teatrovillapamphilj.it
Arrivare a teatro: BUS 870 – 982 – 44 – 44F – (e nelle vicinanze 710 e 871)
FM 3 (Roma/Viterbo) fermata Quattro Venti
La nostra vita è un’eresia completa e assurda. Sembra questo quello che gli attori di ANTIPODI #HERETICO, PUNTATA ZERO PRIMA DI UNO SPETTACOLO ci hanno volute dire la sera del 1 ottobre 2016 alla Centrale Preneste, uno spettacolo in prima nazionale organizzato da Leviedelfool per il Festival Teatri di Vetro.
Non ci resta che assistere, se questa è stata la puntata zero, allo spettacolo che è la nostra vita.
| Le interpreti di Trascrizione del silenzio durante la performance. (c) culturamente.it |
| Il collega durante il suo turno. (c) culturamente.it |
| Gli Elara durante la loro esibizione. (c) culturamente.it |
| Una locandina del festival Teatri di Vetro con uno speciale ritocco. (c) culturamente.it |
| “I link, le parole, le immagini arrivavano, partivano, portavano passeggeri, ripartivano vuote. […]” (c) culturamente.it |
Tuni Laurenti e Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC
| Riccardo Arena |
| Zapruder |
| La grande banca dati illusoria di Deep Dream_Act II del collettivo None. (c) Cristina Vatielli |
Ieri 6 ottobre a Roma è stato presentato in anteprima stampa l’allestimento d’arte immersiva di Romaeuropa Digitalife 2016, a La Pelanda del Macro al Testaccio. Giunta alla settima edizione, la mostra apre oggi al pubblico fino al 27 novembre ed è a cura di Richard Castelli.
![]() |
| ZEE non è fotografabile. La retina dell’occhio umano di per sé fatica nel mare di stimoli ad elaborare un’immagine di quel che va accadendo. Una fotocamera incontrerebbe maggiori difficoltà. |
| Il gioco di specchi di Deep Dream_Act II. (c) Cristina Vatielli |
| Deep Dream_Act II in un momento di particolare “rumore”. (c) Cristina Vatielli |
Il collettivo None unisce artisti, ingegneri ed informatici in un’esperienza autonoma rispetto alla professione di ciascuno. Il gruppo è di casa a Garbatella. Delle visuali interattive si è occupato Andrew Quinn; del sonoro in particolare Luca Spagnoletti e del video Ippolito Simion e Federico Marchi per So What Picture.
![]() |
| Sovrapposizione di piani durante ST/LL con 3D Water Matrix di Takatani. |
Terza installazione di Digitalife è 3D Water Matrix del giapponese Shiro Takatani, da un’idea condivisa con Richard Castelli. Parliamo di una cascata d’acqua verticale, dall’alto verso il basso, con un flusso regolato da novecento valvole magnetiche computerizzate. Di fatto una macchina, ma non l’opera d’arte propriamente intesa, che al contrario è data dalle composizioni liquide che lo strumento permette di produrre. Giochi d’acqua che sfidano la forza di gravità grazie alle illusioni ottiche di una combinazione di elementi, da getti d’aria all’utilizzo di luci stroboscopiche a cambi nel flusso. Due saranno le coreografie messe in scena: ST/LL di Shiro Takatani e The Sorcerer’s Apprentice di Christian Partos. Per l’anteprima stampa era pronta solo ST/LL.
![]() |
| ST/LL al termine di una sessione. La macchina nello spazio. (c) culturamente.it |
Nella sequenza di Takatani la pioggia è rallentata dalle luci strobo e ghiacciata a tratti in una formazione olografica di piani rotanti e separati fra loro. Fluttuano nell’aria come cartine topografiche di pianure irregolari o galassie di milioni di stelle. La gravità è allo stesso modo interrotta e sfidata; la caduta delle gocce è invertita e distorta come sequenze di dati su monitor rudimentali. Viene da pensare a Deep Dream_Act II e non è difficile vedervi una continuazione concettuale. La cascata di Takatani potrebbe benissimo rappresentare lo scrosciare di informazioni digitali delle nostre esistenze, riprodotto come opera d’arte per i nostri occhi.
![]() |
| Understanding the Other dello spazio PERCRO. |
Ad occupare il quarto spazio della Pelanda è un’esposizione documentarista dei risultati e dei progetti del Laboratorio PERCRO della scuola superiore Sant’Anna di Pisa. A disposizione filmati e un’esoscheletro robotico comandabile, solo da esposizione, o per meglio dire armatura, troneggiante nella sala. La scuola è di fatto un centro di avanguardia della Robotica Percettiva, come anche un’area di ricerca avanzata nella Robotica Indossabile e nell’elaborazione di spazi virtuali e realtà aumentata. Miracolo tutto italiano, il PERCRO mostra al Macro le proprie meraviglie.
![]() |
| Deep Dream_Act II in un momento di bassa attività. (c) culturamente.it |
Digitalife presenta un’arte che si esprime attraverso l’ingegneria e l’informatica: è angosciante e sorprendente e regala un’inaspettata catarsi. Immersione e fluidità sono i temi che accompagnano il visitatore. Non si tratta però di uno showroom del virtuale: esso è anzi reso una presenza concreta ed un mezzo per ottenere un risveglio percettivo. In ZEE l’essere umano non è perduto in un ambiente che la tecnologia ha reso privo di punti certi: è al contrario messo nella condizione di libertà assoluta di poterli ricreare. Takatani riporta agli occhi un’arte di rappresentazione attraverso gli elementi, ma lascia intuire che il controllo degli stessi è, persino nell’artistico, un mero gioco di luci. Deep Dream_Act II, criticando in modo affascinante lo stanco voyerismo della rete, produce quanto di più vicino ad una rappresentazione visiva dell’infinito virtuale, fruibile in uno spazio fisico. A Roma al momento non vi è un luogo di arte ambientale più all’avanguardia di questo.
Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC
![]() |
| Grazie a Miss Snow per la foto con tutte le Sailor! @MauroSaranga |
L’enorme successo della manifestazione, rispecchia la voglia di divertirsi in modo spensierato e perché no anche di esibirsi incarnando gli eroi e le eroine tanto amati.
Ma il momento più atteso è stato la premiazione dei Cosplay, numerosissimi gli iscritti pronti a sfilare, i vincitori del 2016 sono per la Yamato Cosplay Cup International Luca Buzzi con Princess Kenny di South Park e per il World Cosplay Summit Tatiana Motta e Giulia Ghersi con Rydia e Shiva – Final Fantasy IV. Il premio della competizione del Romics Cosplay Award prevede per i vincitori la partecipazione alla gara mondiale del World Cosplay Summit di Nagoya in Giappone.
![]() |
| © Piccola Compagnia Dammacco – Vito Valente |
Marco Rossi
@marco_rossi88
Una vera e propria meraviglia sconosciuta a tutti. Tante persone si fermano o visitano le Catacombe di San Sebastiano ma molti non fanno quei pochi metri in più per visitare i complessi della Villa di Massenzio, con il suo famoso Circo ed il Mausoleo dell’amato figlio Romolo, reso visitabile dopo delicati interventi di restauro durati diversi decenni.
Come arrivare: bus 118, 660, 218. Se in auto parcheggiare in Via di San Sebastiano (raggiungibile dalla Via Ardeatina).
Questa visita fa parte di un ciclo di visite intitolato “A spasso con gli Imperatori” che ci porterà alla scoperta dei monumenti simbolo legati alla memoria dei più grandi imperatori romani. Scopo delle visite sarà quello di narrare le gesta socio-politiche e i fatti più salienti della vita di questi grandi uomini del passato, svelando i segreti che si celano dietro i resti e le rovine del passato. A guidare le visite saranno gli archeologi e storici dell’arte dell’associazione Roma e Lazio x te.
FANNO PARTE DI QUESTO CICLO:
– Giulio Cesare l’eredità della gloria inseguendo il sogno di Roma per sempre
– Augusto e la nascita dell’Impero Romano- Livia, Ottavia e Giulia: Le donne di Augusto
– Anno 64 d.C.: Nerone e il Grande Incendio di Roma
– Traiano Optimus Princeps dell’Impero Romano
– Nel solco di Adriano, memorie di un imperatore
– Massenzio il grande sconfitto
Per info e dettagli:
Corciano castello di vino
Tutto il programma >> www.corcianocastellodivino.it
Tel. 335 8071837 / 347 2881096 / 366 5615298
E-mail: info@corcianocastellodivino.it
“Domani gli uccellini canteranno. . . Su affronti la vita!” “No! Voglio farla finita!”
Titolo: Luce della Città (City Lights)
Regista: Charlie Chaplin
Sceneggiatura: Charlie Chaplin
Cast Principale: Charlie Chaplin, Virginia Cherrill, Harry Myers
Nazione: USA
Anno: 1931
Al giorno d’oggi l’impatto di Charlie Chaplin nel cinema si è un po’ perso, ho spesso questa impressione. Forse perché Chaplin non si è mai compromesso e mai ha accettato compromessi. Forse perché era un testardo diventato addirittura antiquato già negli anni ’30, decidendo di persistere col muto pure dopo l’avvento del sonoro. Forse perché non si è mai vergognato di far ridere, a differenza di altri.
O magari il mio è solo una pretestuosa impressione per dire che nessuno nei decenni successivi ha imparato la lezione di Chaplin e fatto film puri come li faceva lui, come Luci della Città era e sempre sarà. Non è facile definire la purezza di un film, ma se davvero dovessi scegliere un solo titolo nella storia che rappresenta l’essenza vera del cinema – si badi bene, non ho detto il migliore o il più significativo – sceglierei senza ombra di dubbio Luci della Città del 1931. Un film che con una semplicità disarmante fa ridere e commuove, ma soprattutto il motivo di tale scelta è racchiuso in quella indimenticabile scena finale: senza pomposi trucchi estetici, senza estenuanti parole fuori luogo, solo col silenzio e con gli sguardi, e ovviamente col sorriso, Chaplin tocchi i cuori di ogni essere umano. Lo fa con la musica, con la recitazione, col montaggio…..col cinema, appunto.
Dopotutto quando Chaplin decide di realizzare questo film è davvero un uomo contro tutti, un egocentrico in delirio di onnipotenza che decide di fare una scommessa col fato e girare un film muto dopo il boom dei film sonori. In un certo senso sembra il classico “vecchio” che non si rassegna all’avanzare del progresso, ma dall’altro punto di vista, quello della preservazione della purezza del cinema, appare come un novello Don Chiosciotte lanciato verso i mulini a vento. Solo che questa volta i mulini esistono veramente, e Chaplin li abbatte uno ad uno ricorrendo alla colonna sonora, alle gag sonore, ma mai alle parole, dimostrando che il suo vagabondo può funzionare soltanto in un panorama fatto di silenzi. Pensandoci bene è verissimo perché, a differenza di tanti altri personaggi dell’epoca, il vagabondo di Chaplin può esistere effettivamente solo in quello scenario: è una figura muta per scelta, quasi un mimo vedendo come si muove, ed il suo carattere è definito dalle azioni e dai gesti. Il vagabondo è una figura mitica non perché atemporale, in realtà non avrebbe mai avuta la medesima funzione e medesimo effetto in film parlato, ma perché racchiude la semplicità dell’agire umano definito da quel che facciamo.
Purezza quindi, basilare essenza ancora, con Luci della Città si va sempre a parare là in un modo o nell’altro. Non è un ragionamento forzato, Chaplin stesso ce lo dice e sottolinea senza veli: nell’amicizia con un ubriaco prima e con una ragazza non vedente poi, il vagabondo si pone ai margini della società ma soprattutto fuori dalle sovrastrutture, uscendo dall’artefatto e mettendosi a contatto con ciò che dovremmo essere: se l’uomo fosse stato sobrio e quindi impegnato nella routine quotidiana, avrebbe perso tempo con un buffo essere armato di bombetta e bastone? Se la ragazza avesse avuto la vista fin dall’inizio, avrebbe davvero notato quella bizzarra figura in mezzo allo sciame di persone? Il cinema di Chaplin, ponendo l’accento sulle diverse estrazioni sociali, è sempre stato molto politico, ma qui è sicuramente meno politicizzato di quanto poi sarà in Tempi Moderni o in Il Grande Dittatore, eppure l’autore ci ricorda ancora che, forse, sono le categorie sociopolitiche che noi creiamo ad impedire il vero contatto umano, quello necessario a sopravvivere e tirar fuori la parte buona racchiusa (ma potrei dire anche “rinchiusa” con sinistra efficacia) in ognuno di noi.
In questa sua umanità, ottimista ma profondamente seriosa, un approccio sempre difficile da realizzare, forse Chaplin è stato un po’ perso nel corso del tempo. Ma vale davvero la pena ritrovare quell’umanità, farla nuovamente nostra, mostrarla agli spettatori di oggi e addirittura nelle scuole. Dopotutto se c’è un film che rappresenta al meglio tutto il genio di Charlie Chaplin, questo è sicuramente il titolo giusto.
– La già citata scena finale, una sequenza breve che ci rimette in pace col mondo.
– L’incontro di pugilato, una delle migliori sequenze comiche mai sceneggiata da Chaplin.
– Per riscoprire la bellezza di un cinema che non c’è più.
– Fortunatamente, questo è un film che non dovrebbe conoscere limiti temporali.
Emanuele D’Aniello
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
![]() |
| Gli Ingranaggi della Valle, da sinistra a destra Shanti Colucci, Alessandro Di Sciullo, Flavio Gonnellini, Marco Gennarini, Davide Savarese, Antonio Coronato e Mattia Liberati |
![]() |
| La cover nel nuovo concept album Warm Spaced Blue, presentato il 28 Settembre al Planet Live Club di Roma |
Tuni Laurenti
![]() |
| Arrosticini |
![]() |
| Lo Scarrozzino |
![]() |
| Antica Cuopperia Amalfitana |
![]() |
| Compagnia dell’Impiccato |
![]() |
| Sapori di Calabria |
Per chi si fosse perso l’appuntamento niente paura, nel prossimo week end dal 6 al 9 ottobre c’è GNAM, Festival Europeo del cibo di stradain Viale Oceania all’Eur, che almeno nel programma promette di non far rimpiangere i sapori di Testaccio. Lo spazio alle tipicità internazionali si annuncia ampliato al di la della carne alla griglia, con una nutrita presenza di Apefood e food truck oltre agli stand fissi.
Questa volta mi sono cimentata nell’avvistamento di cetacei, una delle attrattive imperdibili di quest’isola magica, dove basta allontanarsi pochi metri dalla costa per ritrovarsi in mare aperto, in pieno oceano, dove il blu è così intenso che il mondo sulla terra ferma sembra nulla paragonato alle profondità abissali.
L’Eden, il catamarano, è salpato nella tarda mattinata affaticato dal peso di una cinquantina di turisti esaltati che, armati di macchina fotografica, scrutavano le ombre del mare alla ricerca della fatidica pinna. Ovviamente tra loro, c’ero anch’io. Potevo perdermi i delfini? Non è che a Fregene capiti proprio di vederli tutti i giorni.
I nostri desideri si sono realizzati in pochi minuti, quando sulla cresta dell’onda, lucenti e brillanti, sono apparsi i loro dorsi inconfondibili, danzando elegantemente come sirene tra la spuma, liberi, selvaggi, imprendibili. Una visione stupenda.
Salutato il mare, il sole e soprattutto il caldo ho percorso l’autostrada del nord verso San Cristobal de la Laguna, l’epicentro universitario dell’arcipelago canario. Generalmente è poco diffusa la conoscenza dell’incredibile varietà climatica che caratterizza Tenerife, dove basta spostarsi di pochi chilometri per passare dal rovente sole africano al vento freddo portato dalle correnti oceaniche, compreso delle immancabili piogge.
Nonostante l’aria pungente La Laguna è sempre un buon posto dove passare il fine settimana, incredibile ritrovo di studenti che con i loro botellón riempiono strade e locali con il solo scopo di divertirsi. Sono ospitata da un mio caro amico spagnolo, conosciuto durante l’erasmus che in mezz’ora mi catapulta nella realtà universitaria della zona fatta di piatti di pasta strabordanti mangiati sul divano e dal vino direttamente versato nelle tazze per la colazione. Che bella la vita da fuori sede! Passata l’inevitabile sbornia del sabato sera, ancora fischiettando a ritmo del reggaeton, passiamo la domenica al mare a Bajamar. Questa località costiera si caratterizza per le piscine di acqua salata riempite naturalmente dalle onde che si infrangono con violenza sugli scogli, delle vere e proprie bombe d’acqua.
Stay tuned!
![]() |
| Gilbert & George Metalepsy 2008 381×604 cm Courtesy: Gli artisti e White Cube © Gilbert & George |
![]() |
| Marc Quinn Thor in Nenga 2009 Olio su tela, 170×270 cm Courtesy: Fama Projects, Verona |
![]() |
| Vanessa Beecroft VBSS.003.MP 2006 Fotografia digitale, 230x180x7 cm Courtesy: Collezione Serpone |
Torniamo anche questa settimana a StoryBrooke grazie alla seconda puntata di Once Upon a Time, intitolata “A Bitter Draught”. La sensazione, anche se siamo solo al secondo appuntamento per questa stagione, è che la serie stia andando a scemare, non c’è più quell’energia che si palpava nelle prime stagioni, ma ci si annoia vedendo situazioni viste e riviste, che si smuovono soltanto grazie all’arrivo di nuovi personaggi.
Infatti, elemento centrale di questa puntata è l’arrivo di Edmond Dantes, ossia Il Conte di Montecristo famosissimo nel mondo letterario e anche lui mosso da un sentimento di vendetta. Personaggio contorto e complesso, Edmond stringe un patto con la Regina Cattiva, alla quale promette di uccidere Biancaneve e il Principe Azzurro. Insomma, Dantes viene relegato alla semplice figura del sicario, nessuno ci fa entrare nel pieno del suo backgorund che poteva avere un grande potenziale nello svolgersi della storia. Una scelta creativa di Horowitz e Kitsis che non convince per nulla noi appassionati di questa meravigliosa serie, ma andiamo avanti. Emma inizia le sue sedute di psicoterapia con Archie, per cercare di risolvere i suoi problemi dovuti alle visioni del precedente episodio e tenta di portare i suoi genitori fuori città fallendo miseramente.
Nel complesso, l’episodio non è dei migliori, pecca di originalità, risulta lento agli occhi degli spettatori, e i pessimi ascolti registrati negli USA non fanno presagire nulla di buono per il futuro della serie. Ma questo non ci scoraggia, continueremo a seguire le vicende di Emma e i suoi compagni sperando in una svolta decisiva anche per questa stagione!
![]() |
| © Rome4u Roma e Lazio x te |
| © Galleria Colonna |
![]() |
| © Galleria Colonna |
![]() |
| © Rome4u Roma e Lazio x te |
Marco Rossi
@marco_rossi88
E sinceramente lo è ancora di più con Westworld, il nuovo prodotto di punta del leggendario network satellitare americano HBO, perché gli spunti di riflessione che in più di un’ora mette sul tavolo sono davvero tanti ma al tempo stesso enormemente frenati dalla volontà di creare un episodio largamente introduttivo (e sottolineo il largamente).
Allora provo pure io ad introdurre, un momento doveroso di fronte ad un nuovo pilot. Westworld è una serie prodotta da JJ Abrams, nome che agli amanti delle serialità tv americana dirà più di qualcosa (ormai anche agli appassionati di cinema), ma soprattutto figlia della mente creativa di Jonathan Nolan, fratello del celebre regista Christopher, che con la moglie Lisa Joy copre il ruolo decisivo di showrunner della serie. La storia è l’adattamento del film del 1973 “Il Mondo dei Robot” di Michael Crichton, ma pur essendoci punti di contatto è chiaro che un film di 2 ore sarà inevitabilmente diverso da una serie che punta a dipanarsi per più stagioni (questa prima sarà composta da 10 episodi). La trama, molto ma molto sinteticamente, racconta di un avveniristico parco a tema in cui gli uomini più ricchi del pianeta posso vivere un’esperienza virtuale nel vecchio far west americano, entrando a contatto con dei robot che fanno da comparse.
Westworld, ed il suo primo episodio, di conseguenza, ci presentano subito il motivo di fondo e centrale dell’intera vicenda: il rapporto tra uomo e macchina. Sono onesto, sinceramente non è il massimo, ormai moltissima fantascienza ricorre da decenni a tale tematica e mette sempre al centro il quesito “il robot può avere una propria coscienza, una propria memoria, una propria anima?”. La serie non nasconde una certa ovvietà del quesito di fondo – utilizza addirittura le tre leggi di Asimov – ma dopo aver visto un intero filone di film simili da Blade Runner al recente Ex Machina, solo per citare qualche esempio, Westworld rischia di incappare subito nell’effetto deja vu. Un effetto che abbiamo per tutti i 70 minuti: come in tutti i film che affrontano tale argomento, si finisce per empatizzare più con i robot, e come in tutte queste storie l’uomo è il cattivo perché accanto alla visione creativa si vede il fondo di infinità crudeltà a cui può arrivare.
Ecco, detto così sembra che stia bocciando questo pilot, ma non è vero. Come detto è una puntata molto introduttiva, credo si debba aspettare il prossimo episodio o almeno un paio prima che i fili della vera trama entrino in azione, e soprattutto Jonathan Nolan e il suo team approcciano un tema visto e rivisto in modo del tutto affascinante e inquietante.
Infatti, anche avendo imparato molto in questa puntata, per noi il mondo di Westworld rimane un gigantesco mistero: sappiamo solo che esiste questo bizzarro parco giochi futuristico, ma non sappiamo le relazioni tra i personaggi umani, che non abbiamo mai visto al di fuori dei loro fantascientifici laboratori. C’è il fascino di capire come i robot possano sviluppare un’autentica anima, e al tempo stesso l’intrigo di questi uomini che giocano letteralmente a fare Dio (pochissimi minuti, e Anthony Hopkins è già al suo meglio negli ultimi dieci di ruoli cinematografici discutibili). Abbiamo una notevole quantità di regole ancora da scoprire, e soprattutto il passato delle varie storie che può venire a galla da un momento all’altro. Ma non lasciatevi ingannare solo dalla solita dose di interrogativi: Westworld appare già come una serie con i piedi ben piantati nei temi esistenziali più che nei misteri fini a sé stessi, con l’angoscia fondamentale che deriva dalla ricerca del nostro ruolo nel mondo.
Cosa è la vita? Forse non siamo tutti robot nelle mani di un disegno imperscrutabile molto più grande di quanto possiamo o potremo mai immaginare? Domande a cui indubbiamente Westworld non potrà dare vere risposte nelle prossime 9 puntate, ma renderle ancora più affascinanti sicuramente sì. Dopotutto, come dice il personaggio della direttrice Cullen ad un certo punto, rivolta al suo programmatore: “Sei abbastanza intelligente da vedere che c’è un disegno più grande, ma non così intelligente da capire cosa sia” e ciò potrebbe essere indirizzato ad ognuno di noi.
Emanuele D’Aniello
![]() |
| Pasticceria Napoleoni al Gluten Free Days |
Qualcosa è cambiato nel mondo della celiachia, se prima tutto ciò che riguardava questa problematica era ammantato da un velo di tristezza ora non è più così. E’ stata questa la prima sensazione balzata agli occhi delle oltre 4000 persone intervenute nel salone delle fontane all’Eur, che ha ospitato il “Gluten Free Days” l’1-2 ottobre. Se prima si definivano “gli sfigati del food”, adesso rivendicano con forza e a ragione tutto il loro orgoglio gourmet, non rinunciando ai piaceri del palato e sostenuti da una serie di cambiamenti che hanno giocato a loro favore. Primo tra tutti il crescente interesse verso l’aspetto salutistico, unito al costante aumento del numero di persone interessate da questo problema alimentare. In questo senso dagli Usa hanno ricevuto un supporto importante, infatti da tempo la crescente cultura del benessere indirizza sempre più persone verso una dieta senza glutine, come stile di vita sano al di la delle intolleranze. Questa tendenza ha ingolosito sempre più aziende attratte da una nuova massa di consumatori, impegnandole in una ricerca sui percorsi del gusto per soddisfarli oltre la mera sopravvivenza.
![]() |
| Chef Ferrarini al Gluten Free Days |
![]() |
| Il Maestro pizzaiolo Marco Amoriello al Gluten Free Days |
La dimostrazione ha indicato anche chiaramente che i livelli produttivi delle aziende si sono elevati rispetto alla fase iniziale. Per un periodo, durato anche troppo, i prodotti dedicati ai celiaci sono stati concepiti esclusivamente come elemento per la sopravvivenza alimentare, senza nessuna concessione al gusto. Per fortuna l’atteggiamento iniziale di molte aziende, volto più che altro ad un business costruito sul consumo costretto è in forte regresso, anche se alcune sopravvivono ancora nella grande distribuzione. Le molte aziende presenti al Gluten Free Days con i loro prodotti in assaggio, hanno ampiamente dimostrato che la forbice del gusto con i normali alimenti si assottiglia sempre più, smarcandosi dalla presenza o meno del glutine. Le vette più alte per ora si raggiungono in pasticceria, dove le Aziende che si sono liberate dalla gabbia della necessità come unico fine, dimostrano che i loro prodotti non presentano alcuna lacuna ne inducono alla ricerca di paragoni. Una grande conferma verso il valore della qualità la cui ricerca e sempre garanzia del gusto, indipendentemente che si parli di celiachia o meno.
Bruno Fulco