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Le Fille de Brest, il coraggio della coscienza che sconfigge la morte

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Festa del Cinema Roma: La battaglia della Fille de Brest, una donna determinata contro i poteri dell’industria farmaceutica

Titolo:  150 Milligrams (Le Fille de Brest)
Anno:  2016
Durata:    128’ mins
Genere: Drammatico
Regista: Emmanuelle Bercot
Cast : Sidse Babett Knudsen, Benoît Magimel, Charlotte Laemmel

 

Tratto dal libro di Irène Frachon riguarda le vicende della sua battaglia contro una casa farmaceutica per il ritiro di un farmaco, che detto così potrebbe sembrare un film già visto, il solito cliché in cui l’eroe spesso abbastanza sfigato, trova la sua via verso la gloria combattendo i grandi potentati farmaceutici. Qui però la protagonista è soltanto una persona comune, che fa il suo lavoro con la naturale attenzione al paziente che ogni medico dovrebbe avere. E’ la vera storia dell’autrice del libro pneumologa dalla vita ordinaria di mamma e moglie,  che lavora al policlinico universitario nella relegata provincia francese di Brest,  ben lontana dai fasti accademici degli ambienti che contano.
Un omaggio alla sua coerenza capace di mettere la coscienza davanti a tutto ma incapace di tacere davanti all’assassinio silenzioso dei suoi pazienti.  E’ la sfida alla casa farmaceutica che produce il Mediator farmaco rivelatosi fatale causa di molti decessi, ma in gioco c’è molto di più. Famiglia, carriera, amicizie, la possibilità di rimanere isolata dal proprio ambiente professionale e messa alla gogna, schiacciata dall’arroganza di un sistema sanitario imbalsamato e dal potere economico di una casa farmaceutica. Una lotta interiore tra coraggio e paura, alla ricerca del proprio limite per tentare di spostarlo ancora un po’ più in la. Il rifiuto di arrendersi,  aggrappandosi  a tutto quello di simile a lei che riesce a trovare intorno a se.
A differenza di una produzione americana l’ambientazione in uno scenario più simile al nostro ce lo rende più reale. I corridoi degli ospedali sono familiari e anche le riprese asettiche delle strutture sanitarie riprese nel grigiore del cielo di provincia. Forse anche il fatto che il farmaco veniva utilizzato in Italia con il nome di Mediaxal contribuisce ad aumentare il coinvolgimento. La sceneggiatura punta a garantire la tensione emotiva rimanendo sulla storia senza fronzoli, tanto che il film sembra essere più corto di quello che è. Il personaggio di Irène Frachon reso dalla regia di Emmanuelle Bercot è una persona comune, sensibile e di grande spontaneità, priva di eccessi politico ideologici e dell’energia inesauribile. Più complesso il personaggio del collega ricercatore che sarà fondamentale in tutta la vicenda, a lui Irène è legata da una profonda amicizia che si rivelerà sempre più contrastata e difficile da proteggere. Un uomo di sani principi e dedizione totale al suo lavoro che Benoît Magimel interpreta benissimo mostrando tutte le sfaccettature della coscienza umana, il modo in cui la mente si predispone al pericolo di essere annientato e cancellato dalla sua professione, oppure quello di sopprimere la dignità o di come convivere con essa. Il film lascia spontaneamente nel dubbio  su chi governa realmente le nostre vite e quanto valgono per l’industria farmaceutica, ma soprattutto chissà se basterà qualche coscienza illuminata a salvarci.
Bruno Fulco

Regina Madre, l’eterna lotta fra figli e genitrici

Regina Madre di Manlio Santanelli è una pièce rappresentata in tutto il mondo da 30 anni ed è considerato un caposaldo della drammaturgia italiana

Al suo debutto fu recensita perfino da Eugène Ionesco e venne apprezzata poiché improntata su una delle tematiche costantemente presenti nel nostro quotidiano: il rapporto tra madre e figlio.
A portarla in scena al Teatro dell’Angelo di Roma dal 20 al 30 ottobre 2016, è ora un cast di due interpreti ad hoc: Milena Vukotic, una vecchia signora di nome Regina, matriarca indistruttibile seppure affetta da ogni specie di infermità; e Antonello Avallone (che cura anche la regia), grigio cinquantenne segnato dal duplice fallimento di un matrimonio naufragato, che ancora lo coinvolge, e di un’attività giornalistica nella quale non è riuscito ad emergere. 
La Commedia a due personaggi, che si tinge di molteplici sfumature che vanno dal tragico al grottesco, dall’ironico alla boutade, prende le mosse da un classico ‘ritorno a casa’ momentaneo di un figliuolo non proprio prodigo poiché pervaso da sottili interessi personali e professionali, filtrati da pazienza, affetto e dipendenza psicologica dalla ferrea genitrice.
Tra i due personaggi in scena si instaura così un teso duello, condotto mediante uno scambio ininterrotto di ricatti e ritorsioni, di menzogne e affabulazioni, in una cornice scenica apparentemente dall’aria domestica e rassicurante – firmata insieme ai costumi da Red Bodò – che però, nell’offrire un perimetro ben preciso ai fantasmi mentali dei protagonisti, finisce per assumere i toni e le suggestioni di un realismo allucinato. In questo microcosmo dai confini continuamente invocati e negati, madre e figlio si inseguono, si cercano e si respingono saccheggiando presente, passato e futuro, in una incalzante altalena di emozioni che hanno nel grottesco la tonalità dominante.
A soccombere, alla fine, sarà il figlio. Ma, come sempre accade nelle coppie legate per la vita e per la morte, anche qui non sarà possibile, e neanche legittimo, distinguere il vincitore dal vinto.

Westworld 1×03, “The Stray”

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La nostra memoria è ciò che distingue come essere umani?

Questo dubbio non solo è la chiave di lettura principale della 3° puntata di Westworld, ma anche una prospettiva che potrebbe rivelarsi fondamentale nel resto della serie. Sicuramente il tema principale del lavoro di Jonathan Nolan, nella metafora del rapporto tra uomini e macchine, è la ricerca dell’identità personale per capire chi siamo, e in questa ricerca, forse vana, forse impossibile, la memoria è l’arma più importante che abbiamo.

E ovviamente non è affatto un caso che, finora, questo terzo episodio sia il migliore della nuovissima e ancora acerba serie. Pone nuovi interessantissimi quesiti – su tutti quello delle intenzioni di Ford – e al tempo stesso inizia a rispondere a domande non in un modo fine a sé stesso, ma approfondendo tematiche e personaggi, su tutto il passato doloroso di Bernard (un Jeffrey Wright come sempre perfetto).

Insomma, cosa è la nostra memoria, e soprattutto, ciò che ricordiamo e dimentichiamo è frutto di una scelta consapevole? Sia chiaro, compito e intenzione di Westworld non è affatto quella di rispondere, nemmeno ci prova, ma l’episodio attraverso i comportamenti dei robot ci fa ben capire che ciò che siamo, o meglio ciò che diventiamo, è una nostra scelta consapevole dettata dal filtro dei nostri ricordi. Non bisogna certo scomodare Freud o la psicoterapia per inquadrare la funzione della memoria nel nostro essere, basta un tuffo mentale nel passato e il nostro presente è subito condizionato.

Westworld è una serie che in tre episodi, come solo le grandissime serie HBO sanno fare, sta già affrontando di petto e con grande maestria temi molti importanti, non dimenticando mai di accompagnare di pari passo una dose d’intrattenimento e fascino che cattura l’immaginario dello spettatore, soprattutto di quelli casuali magari meno interessati a farsi domande a visione ultimata. E’ una serie infatti che continua ad essere dannatamente inquietante, a volte graficamente, a volte col pensiero, e quindi non permette mai di far calare l’attenzione. Naturalmente è ancora alla ricerca di un vero ritmo narrativo, ma la vicenda sia via via sempre più empatica, oltre che semplicemente intrigante.

Emanuele D’Aniello

Barberia – Barba, Sicilia e Massimo Venturiello

Massimo Venturiello e un’autentica orchestra da barba siciliana, raccontano un’Italia di altri tempi

Massimo Venturiello è il magnifico interprete e regista di un testo intenso e originale, scritto da Gianni Clementi, dal titolo Barberia – Barba, capiddi e mandulinu!, in scena al Teatro della Cometa dal 19 al 30 ottobre 2016. Ambientato in una Sicilia d’altri tempi racconta senza mai cadere nei luoghi comuni la storia “du varveri” (il barbiere), della sua esperienza da emigrante a New York, del suo ritorno, per motivi oscuri, in Sicilia, della sua bottega popolata da personaggi depositari di una cultura antica, narratori eccezionali, anziani cantastorie, picciotti malinconici. Ad accompagnare il barbiere nel suo racconto una piccola orchestra (la Compagnia popolare favarese) che con un tamburello, due mandolini e una fisarmonica abbandonati in un angolo della barberia danno vita a melodie istintive, ritmi quasi tribali. E queste note non appuntano solo la vita “du varveri” ma raccontano soprattutto, a metà tra una storia di Andrea Camilleri e le atmosfere di Buena Vista Social Club, le passioni di un popolo e di una terra; raccontano di sole, arance rosse, zagare, ricotta, tonnare ma anche di malaffare, sangue, donne piangenti vestite di nero. Senza dimenticare in fondo che “Barberia” è la storia di un barbiere, e un barbiere che si rispetti è il custode di mille segreti e la spia per eccellenza. 
Massimo Venturiello sarà in scena con un’orchestra “da barba” siciliana diretta da Domenico Pontillo, la Compagnia Popolare Favarese: Peppe Calabrese chitarra e voce, Maurizio Piscopo fisarmonica e voce, Mimmo Pontillo mandolino, Raffaele Pullara mandolino, Mario Vasile percussioni.
“A volte basta una voce – ha affermato Gianni Clementi – uno sguardo per riavvolgere il nastro registrato di una vita, per avere la sensazione di gustare antichi sapori, di annusare dimenticati odori. Quando poi quegli odori profumano di brillantina e quei sapori ti riempiono la bocca di pinoli, uva passa e sarde, allora ti puoi trovare solo in un luogo: una barberia siciliana. In un angolo, quasi dimenticati, un tamburello, un mandolino e una fisarmonica sono in attesa dei loro padroni. Braccianti, falegnami, pastori, gente semplice che non ha studiato, ma che, per uno strano, oscuro destino, conosce la musica. Melodie istintive, ritmi quasi tribali, che sembrano nascere dalla lava dell’Etna e scendere giù a valle fino a tuffarsi nell’acqua limpida e salata, all’ombra magari di un tempio greco…. Note che raccontano le passioni di un popolo destinato, nel bene e nel male, fin dalla nascita alla grandezza. Una terra che non conosce il grigio, ma tantomeno il bianco o il nero. Sono note che raccontano il sole, le arance rosse, le mandorle fragranti, la ricotta profumata con i fiori di zagare, gli scomposti e superbi balzi dei tonni nella trappola delle tonnare, le strade lontane di Nuova York percorse da picciotti malinconici, il sangue di fratelli dedicati al malaffare, il pianto delle donne avvolte nelle loro mantelle nero pece. Un barbiere che si rispetti (e un barbiere siciliano che regala minuscoli calendari profumati di brillantina merita tutto il nostro rispetto) è il custode di mille segreti e la spia per eccellenza. Se volete sapere le ultime novità, se volete ascoltare l’ultima melodia solo da lui dovete andare: ‘U Varveri!”

Il fascino musicale del Verismo al Teatro Palladium di Roma

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Il verismo è di un fascino senza limiti come ha dimostrato la rassegna “Le nuovi voci della lirica” del 13 e 14 ottobre 2016 al Teatro Palladium di Roma.

La musica lirica è una passione che prende e non lascia scampo, e gli appassionati di musica lo sanno: è per questo che non mi potevo perdere il concerto della prima parte della seconda edizione della Rassegna ” Le nuovi voci della lirica” andata in scena al Teatro Palladium di Roma il 13 ed il 14 ottobre 2016 (la recensione si riferisce alla serata del 13 ottobre 2016) dedicata al verismo musicale, cioè a quella corrente musicale che si sviluppa tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 che vedrà come capostipiti Giacomo Puccini, Pietro Mascagni e Ruggero Leoncavallo, mentre a novembre vi sarà la seconda parte dedicata al Belcanto, cioè la corrente musicale d’inizio XIX secolo. Il tutto vedeva la partecipazione dell’Associazione InCANTO e dell’Università degli Studi Roma3.
Il programma era ricco e vario; si andava da Puccini e la Madama Butterfly o la Bohème a Umberto Giordano e il suo Andrea Chénier ma anche Georges Bizet e la sua Carmen.
Sul palcoscenico si sono presentati quattro bravissimi cantanti.
A mio avviso la migliore in assoluto è stata il soprano Rossana Cardia, dotata di una voce magnifica e molto ricca, sia in alto che in basso, e di notevole espressività, tanto da farmi commuovere (e tutto sanno quanto è difficile) in quella che per me è la più bella aria di Giacomo Puccini, cioè Un bel dì vedremo dalla sua Madama Butterfly.
Il mezzosoprano Serena Muscariello si è distinta per un notevole temperamento ed una voce molto bella in acuto, tanto da apprezzarla moltissimo nella famosa Habanera dalla Carmen di George Bizet. Se però posso permettermi un appunto (non conosco nulla di tecnica ma, ahimè, il mio orecchio è allenato) questa giovane e brava cantante dovrebbe sviluppare maggiormente il registro basso, che non risultava così sicuro come quello degli acuti.
Il tenore Youngmin Oh, con l’esecuzione del famoso E lucean le stelle dalla Tosca di Giacomo Puccini, si è preso giustamente applausi calorosi. La voce è molto bella ed è tecnicamente apposto, ma manca ancora un poco di temperamento.
Il baritono Alessio Quaresima Escobar ha una voce meravigliosa che ricorda molto il grande Ettore Bastianini, un grande baritono morto nel 1967 a soli 44 anni, e mi ha strappato applausi sinceri dopo il Nemico della Patria dall’Andrea Chénier di Umberto Giordano. Una voce grande e larga, tutt’al più mi sentirei di consigliare a questo giovane e valido cantante (che già cantò, come Serena Muscariello, nella Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni al Teatro Palladium di qualche mese fa che vedete in foto) di pensare meno alla voce e di più al carattere del personaggio.
Di grande aiuto e supporto è stato il Coro Polifonico Roma Tre diretto dalla meravigliosa Isabella Ambrosini ( (ma già aveva dato prova di grande maestria nella direzione d’orchestra della citata Cavalleria) meraviglioso ne Gli aranci olezzano, e molto valido l’accompagnamento pianistico, seppur con qualche incidente perdonabilissimo, di Davide Dellisanti. Molto bravo anche Luca Aversano nell’introdurre la serata.
Un’altra cosa molto simpatica, per far capire quanto si possa amare questo genere, è stato vedere come alcuni artisti del coro partecipavano emozionandosi anche solo all’ascolto dei pezzi, come il ragazzo in prima fila con gli occhiali che addirittura piangeva, e lo posso ben capire perché succede sempre pure a me, non solo a teatro ma anche a casa.
Ma l’opera è così: se ti prende ti stringe forte e non ti lascia più!
Marco Rossi

Roma Nascosta: lo Stadio di Domiziano sotto piazza Navona

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Una Roma Sotterranea insolita tutta da scoprire: ecco la descrizione dello Stadio di Domiziano in un breve riassunto!

Roma è in grado di offrire al visitatore infinite e continue sorprese. Sono davvero numerosi infatti i luoghi di interesse storico e artistico presenti in città, che meritano assolutamente una visita: dalle vestigia imponenti della Roma Imperiale fino alle eleganti e sontuose opere di epoca rinascimentale e barocca. Ma vi sono alcuni luoghi di immenso valore che sono ormai nascosti nei livelli sotterranei e tra questi vi è lo Stadio di Domiziano, posto esattamente al di sotto della piazza barocca più famosa del mondo: piazza Navona. La sua particolare forma infatti, un rettangolo con un lato breve a forma semicircolare, si deve proprio all’edificio di epoca romana al di sopra del quale, durante il corso dei secoli, si è venuta a formare la piazza stessa.
 
 
Lo Stadio fu edificato per volere dell’imperatore Domiziano nell’86 d.C. per destinarlo allo svolgimento di una serie di gare ginniche da disputarsi alla maniera delle olimpiadi greche, ogni quattro anni, in onore del Certamen Capitolino Iovi da abbinarsi a competizioni musicali messe in scena in un altro vicino edificio oggi scomparso, l’Odeon.
 
Lo Stadio di Domiziano diventò così il primo e unico esempio di stadio in muratura costruito a Roma e destinato esclusivamente allo svolgimento delle gare ginniche. Queste comprendevano differenti discipline: la corsa, la lotta con varie specialità come per esempio il pugilato e il pancrazio (un tipo di lotta in cui quasi ogni colpo era ammesso), fino al pentathlon, la celebre specialità agonistica suddivisa in cinque prove (lancio del disco e del giavellotto, salto in lungo, lotta e corsa). Questi giochi, ginnici e musicali, erano detti agones. Ecco quindi che non solo la forma della piazza ma anche il suo nome si devono all’antico edificio di epoca romana: da “agone” “in agone”, “navone” ed infine Navona!
 
Domiziano volle far edificare in città un edificio per le gare ginniche per assecondare da un lato la sua passione, dall’altro per incrementare la sua popolarità. L’imperatore infatti amava lo sport e soprattutto l’atletica tanto in voga nel mondo greco a cui era molto legato. Dovette però affrontare una grande sfida: i Romani infatti non erano particolarmente attratti da gruppi di uomini che gareggiavano completamente nudi in prove ginniche alternate a recitazione di poesie e canti!
 
Amavano invece assai più la violenza, la forza, la brutalità e il sangue che certamente i gladiatori e le corse con le bighe trainate dai cavalli potevano offrire. Perfino i grandi intellettuali del tempo erano avversi a queste pratiche: Tacito scriveva preoccupato che queste “raffinatezze” (così chiamava le gare olimpiche) potevano minare gli antichi valori romani e si chiedeva cosa ormai potesse mancare ai giovani se non mostrarsi nudi e gareggiare in quelle prove, invece che pensare al servizio militare! Ma non era l’unico. Cicerone infatti sosteneva che lo scandalo più grande per gli atleti fosse esattamente spogliare il proprio corpo di fronte ai cittadini!
 
Nonostante le avversità, Domiziano però fece costruire lo Stadio, istituì le gare, legandole alle celebrazioni in onore di Giove e riuscendo a renderle di fatto obbligatorie, tanto che lo Stadio rimase in uso fino alla fine dell’impero.
 
L’edificio era veramente enorme e poteva contenere al suo interno fino a 30.000 spettatori: proprio il termine “stadio” deriva dalla parola greca stadion, l’unità di misura equivalente a 600 piedi (180 metri circa) che rappresentava l’esatta lunghezza della pista su cui si svolgevano le competizioni sportive!

 

Con la caduta dell’impero, anche lo Stadio iniziò il suo lento oblio e abbandono. Durante il Medioevo, proprio all’interno di una delle arcate dell’antico Stadio, la giovane matrona romana Agnese, subì un atroce martirio, divenendo una santa molto venerata nella zona, tanto che proprio qui fu costruita una prima chiesa a lei dedicata, divenuta poi la celebre Basilica di Sant’Agnese in Agone. Secolo dopo secolo, esattamente al posto degli spalti dell’antico Stadio, iniziarono poi a comparire tutte le abitazioni, le botteghe e i palazzi che disegnano oggi il profilo di piazza Navona, anche se l’aspetto attuale lo si deve ad un personaggio ben preciso: papa Innocenzo X Pamphilj.
 
Il pontefice infatti, insieme alla spregiudicata cognata Donna Olimpia Maidalchini, incaricò i due artisti più importanti del 1600 – Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini – di abbellire l’intera piazza su cui affacciava il sontuoso palazzo di famiglia, oggi sede dell’Ambasciata del Brasile. Ecco quindi che la Basilica di Sant’Agnese fu completata da Borromini, divenendo cappella dei Pamphilj, mentre a Bernini fu affidato il compito di impreziosire la piazza con due straordinari giochi d’acqua: la Fontana del Moro e la Fontana dei Quattro Fiumi. Ed è così che l’antico Stadio si trasformò nella piazza barocca più straordinaria e celebre del mondo!
 
 
L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Manchester by the Sea, la verità attraverso la finzione

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Manchester by the Sea, la verità attraverso la finzione

Il dilemma è vecchio e naturalmente privo di qualsiasi soluzione: al cinema, è meglio la verità all’interessante, o viceversa?

Anche a causa del nostro vecchio glorioso cinema italiano, il realismo è diventato la chiave di volta per colpire nel segno le emozioni degli spettatori, ma quando è troppo si rischia di cadere nel documentaristico e dimenticare che il cinema, non essendo la vita vera, ha bisogno di nutrirsi di finzioni e voli pindarici, pur rapportati a storie piccole e quotidiane, per marcare una linea di differenza.

Manchester by the Sea
, grazie ad una sceneggiatura magistrale del suo autore Kenneth Lonergan, è un film che risponde a quel dilemma nel mondo più semplice ed efficace possibile: sceglie di raccontare il realismo, la verità umana, usando però i trucchi fondamentali che solo il cinema ha a disposizione a differenza di tutti gli altri medium, cioè recitazione, montaggio, narrazione non lineare.

Nella maniera più basilare, possiamo dire che Manchester by the Sea è un film sull’elaborazione del lutto, non certo un tema nuovo o originale usato al cinema. Quello però che Lonergan fa con tale base di partenza è molto di più, ovvero cucire addosso ad un protagonista meraviglioso (recitato in maniera indimenticabile, con sguardi persi nella propria interiorità e balbettii così empatici, da un Casey Affleck in stato di grazia) una storia sfaccettata e umana in ogni sua piega.

Quella di un uomo che non vuole essere più padre (non posso svelarvi il motivo, naturalmente) ma è costretto ad esserlo dagli imprevisti dolorosi della vita è una storia che avrebbe potuto con estrema facilità trasformarsi in un classico dramma familiare, sempre emotivo per carità ma di quella che rimane in superficie: il racconto di Lonergan invece, in oltre due ore che non si percepiscono minimamente, entra sotto la pelle dello spettatore e lì rimane anche a visione ultimata, grazie ad un dolore che cresce piano piano, parlato e non urlato, quasi latente nel modo in cui invade la vita dei personaggi. Soprattutto, in un film che fortunatamente non ha nulla di consolatorio e riesce a non far mai diventare ciò un elemento pesante, o ulteriore causa di dramma, il dolore è raccontato senza la pretesa di farne l’elemento guida nella definizione dei personaggi: è presente, ma va messo da parte quando è necessario. Non a caso, l’immagine forse più significativa del film arriva verso il finale, quando nel cimitero vediamo la lapide di famiglia con un posto vuoto che aspetta solo l’incisione del nome del protagonista quando sarà: con tutto quello che ha passato lui è un uomo morto dentro, ma continua ad andare avanti giorno dopo giorno, lavoro dopo lavoro per il bene di sé stesso e degli altri cari, col sorriso quando è possibile averlo.

L’abilità narrativa di Lonergan è più di scrittura che estetica, e allora non sono tanto i flashback a dare contorno alla storia, quanto piccoli dettagli come sguardi persi, rimandi a situazioni già vissute e piccoli dialoghi che si sovrappongono. L’umanismo di Lonergan è appunto tutto qui, nell’abilità di riempire scene e dialoghi di enorme autenticità e, per non scadere nella monodimensionalità, saperla attizzare con sagace umorismo rimanendo al tempo stesso coeso narrativamente e tematicamente. Padronanza dei mezzi è tutto ciò che serve per fare grande cinema.

Emanuele D’Aniello

Tra l’ipnosi ed una fuga perpetua

Rumore elettronico, barre luminescenti nel buio ed una coreografia… Senza titolo.

Untitled. Il Festival Teatri di Vetro ha concluso il percorso di teatro e danza al Teatro Vascello il 9 ottobre con Senza titolo per uno sconosciuto del Gruppo Nanou e di Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci. In scena Sissj Bassani, Rhuena Bracci e Marco Maretti. Non è però un lavoro particolarmente brillante. L’impegno fisico c’è, il significato molto meno, rendendo d’altronde effettivo il titolo Senza titolo.

teatri di vetro 2016 - teatro vascello
Visivamente lo spettacolo avrebbe tutto il necessario per restare impresso…
Lavoro e contenuto. La durata è di un’ora scarsa, che si rivela persino tanto per il materiale messo in scena. Il palco è immerso nel buio ad eccezione di alcune strisce luminescenti disposte a terra come bianche distorsioni visive. Intorno o sopra è costruita la coreografia dello spettacolo eseguita in tre: le ragazze agili e quasi sempre pulite nei movimenti, il ragazzo carente di scioltezza. La danza messa in atto è ipnotica ed alienante, supportata da uno sfondo di rumori elettronici dal vago ritmo ciclico, ma la sua ripetitività è fine a se stessa. Le variazioni sul tema sono rare e non è presente alcuna chiave di decodifica del messaggio. Appare una sperimentazione forzata, che si poneva l’intento di scomporre spazio, tempo, ritmo, figura umana, corporeità e generare una “fuga perpetua”. Finisce però per sembrare spesso un’imitazione del traffico nell’ora di punta. L’effetto ipnotico, che pure poteva essere interessante, viene meno per via di una coreografia che non sempre riesce. “Certo è”, commenta un nostro collega presente alla serata, “che ha un suo perché. Come quel genere di cose che si guardano quando ci si vuole piazzare davanti ad uno schermo e vegetare”.

In conclusione.  Quest’idea del vegetare, del rimanere incantati e svuotati dalla ripetitività è fra i cardini della sperimentazione teatrale e merita di essere ancora indagata. In Senza Titolo l’intento è nobile, ma si cade nel disgraziato errore di procurare allo spettatore anche una grande noia.

Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC

Cassiers ritrae al Teatro Argentina l’umanità carnefice

Il pericolo reale, soprattutto nei momenti di grande incertezza, sono le persone normali.

ROMA || Guy Cassiers ritorna al Romaeuropa Festival 2016 presentando l’8 e il 9 ottobre The Kindly Ones (De welwillenden) in lingua originale, con un cast stupendo per più di tre ore di spettacolo. Una produzione del Toneelhuis e del Toneelgroep Amsterdam, con il patrocinio dell’UE nell’ambito del progetto Littell. Lo spazio è il palco del Teatro Argentina e la serata che vi raccontiamo quella del 9.
L’opera. The Kindly Ones è l’adattamento del romanzo Le Benevole (Les Bienveillantes) di Jonathan Littell (2006), celebre e polemizzato per aver mostrato l’Olocausto dal punto di vista del carnefice. Si racconta la finta autobiografia di Maximilien Aue, ufficiale delle SS. È lui a riportare in prima persona le sue memorie e a ricordare al pubblico che l’evento fra i più spaventosi della storia è stato opera di persone. Mostri, ma pur sempre uomini, come lui per l’appunto: “Sì, ve l’ho detto: sono proprio come voi.” Littell e di conseguenza Cassiers si riallacciano a quel che Hannah Arendt definì la banalità del male. Cassiers però non produce un classico monumento alla Memoria. La sua rappresentazione storica è fedele fin nella più piccola sfumatura pur non essendo realista, come testimonia l’assenza di simboli nazisti sul palco. A stento si nominano esplicitamente le date degli eventi e le si lasciano desumere dal contenuto dei dialoghi. Lo stesso Cassiers dice nell’intervista rilasciata a Chiara Pirri del Romaeuropa: “nei miei spettacoli ho sempre tentato di evitare ogni forma di realismo.” Reso allora un qui ed ora sconvolgente e disgustoso, detemporalizzato, quel mondo è proposto come un altro futuro possibile, se non un presente, stringendo lo stomaco di ciascuno nell’orrore della coscienza individuale.

Romaeuropa Festival 2016 - Le Benevoli - Littell
La guerra totale è anche questo: il cittadino non esiste più.
Lo spazio. Fin dall’ingresso in sala gli attori attendono come fantasmi, seduti scomposti contro il grande archivio che fa da fondale. I suoi cassettoni si perdono nell’oscurità che sovrasta i soldati delle SS con le uniformi aperte. Intorno a loro, nella scenografia essenziale, lo spostamento di pochi dettagli trasforma lo spazio in un sudicio caveau, nel ciglio di una fossa comune, nell’anticamera di una piscina berlinese. Un binario di ferrovia attraversa il palco, mentre capita spesso che luci giallognole calino dal soffitto come lumi di stanze soffocanti.
Gli attori. La compagnia con cui Cassiers presenta il suo adattamento è di una professionalità così alta da essere rara. Spiccano Bart Slegers, magistrale nel suo ruolo protagonista, e Kevin Janssens, suo collega diabolico e affascinante. Eppure non vi è personaggio che non faccia venire i brividi sul palco e lasci profondamente turbati per la sua potenza espressiva.

Romaeuropa Festival 2016 - Le Benevoli - Littell
L’apparato funziona perché ha l’appoggio di tutti.” Il concetto di colpa collettiva della società tedesca dell’epoca.

L’azione. È il racconto di un nazismo stanco, di incredibili atrocità trasformate in chiacchiere distratte tra colleghi. Viene messa in scena la quotidianità lavorativa della grande macchina burocratica dello sterminio, di cui fa parte e nella quale fa carriera il protagonista Aue. Le tre ore dello spettacolo diventano dense, non di noia ma di abbondanza e il ritmo si mantiene serrato, a partire dai dialoghi. Impossibile non rimanere coinvolti nell’immensa massa di reale e dal peso della Memoria. Eppure non si tratta di un documentario e intorno ad Aue il mondo è fumoso, sempre composto per tratti fondamentali in un passare del tempo surreale. Non c’è una divisione tra il passaggio da un luogo all’altro. Non vi è alcuno stacco, né fisico né reale, e le entrate e uscite si susseguono poste sullo stesso piano. Così la guerra procede tra le pieghe di un flusso di coscienza macabro, cupo e tendente al sangue. Aue partecipa in prima linea ai massacri degli ebrei ucraini: guarda i cadaveri dei civili scivolare nelle fosse comuni, si preoccupa di dare ordini pratici in proposito e ne resta avvelenato la notte. Si torce nel dubbio: è un carnefice debole, impietosito dalle sue vittime ma incapace di salvarne la vita, di sottrarsi al meccanismo che lo circonda e di cui è ingranaggio. Egli è al tempo stesso pieno di contraddizioni col regime, dalla sua omosessualità nascosta alla coscienza. Il peso dell’incubo giornaliero si manifesta in orribili visioni notturne di vomito e feci, raccontate al pubblico in monologhi che interrompono la narrazione diretta e vengono recitati di fronte al calare di un telo trasparente. Su di esso il volto del protagonista viene proiettato e distorto. Maximilien Aue riflette a posteriori sull’umanità di tutto questo, sull’immenso squallore di un odio trasformato in ideologia operativa. Ci porta dalla Kiev occupata alla ritirata da Stalingrado fino alla Berlino bombardata dai Russi. Mostra così la follia di una comunità che sceglie a tutti i livelli di votarsi alla distruzione, di macchiarsi dell’orrore con termini quotidiani e comunemente accettati. Una società che delega il massacro ad un gruppo, le SS, del quale fa finta di non vedere l’operato. Dopo tanti scambi d’opinione pacati e controllati dai contenuti aberranti, il disegno di una Germania nazista del dopoguerra viene spazzato via nell’immagine di una Berlino in macerie.

Il valore. In questa confessione del protagonista sta la forza sconvolgente del romanzo di Littell e dell’adattamento di Cassiers. L’affermare l’essenza umana dello sterminio, senza cercarne una giustificazione ma mostrandone i meccanismi alla base con un’ottica interna. Solo eliminando la percezione dell’Olocausto come qualcosa di esterno all’uomo è possibile comprenderne il sadismo e la crudeltà e educare ad una coscienza collettiva di prevenzione. D’altronde già Vittorini nel 1945, pubblicando Uomini e No, scriveva che il male era nell’uomo e che il carnefice era uomo né più né meno della vittima. Il lavoro di Cassiers non fa che riproporre in se stesso una sintesi di questa eredità del novecento, mostrando l’uomo carnefice e disgustoso nel modo più magistrale e privo di filtri. 

Cast al completo:
AdattamentoDrammaturgia Erwin Jans
Traduzione Janneke van der Meulen, Jeanne Holierhoek
Attori Bart Slegers, Fred Goessens, Hans Kesting, Jip van den Dool, Abke Haring, Alwin Pulinckx
Johan Van Assche, Katelijne Damen, Kevin Janssens, Vincent Van Sande, Diego De Ridder
Scenografia, Costumi Tim Van Steenbergen
Suono Diederick De Cock
Consulente luci Bas Devos
Video Frederik Jassogne
Assistente alla regia Lutje Lievens, Morgan Verhelle
Casting Hans Kemna

Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC

Grey’s Anatomy 13, episodio 4: “le discese ardite e le risalite”

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Falling Slowly è il titolo del quarto episodio di Grey’s Anatomy, tredicesima stagione.

Come molti di voi sapranno il verbo “to fall” in inglese significa non solo cadere fisicamente, ma anche spiritualmente, come ci ricorda l’espressione falling in love, innamorarsi.
Quale falling si addice quindi ai nostri protagonisti?
Grey’s Anatomy Italia

Falling in Love

Meredith continua a tirare fuori il peggio di sé. Gli anni passano ma la sua indole cervellotica non smette mai di farci innervosire. Stavolta, oltre a colpire Maggie col “non detto”, colpisce anche Riggs con delle accuse alquanto puerili. Tuttavia, la resistenza nei confronti di questa attrazione non fa che aumentare l’idea che sarà qualcosa di più del solito sesso occasionale.
Fenomenale davvero la coppia Owen – Amelia: perfettamente imperfetti, ai miei occhi incarnano un amore davvero puro e intenso. Amelia finalmente apre il suo cuore da cucciolona senza sentirsi giudicata e Owen, reduce dal perfezionismo dell’algida Christina, può fare esattamente lo stesso.
Ma non è finita qui: strani sguardi a Casa Avery, ricordiamo che April è ospite dall’ex fino alla completa guarigione post partum. E chissà che l’occasione non renda l’uomo ladro come molti fans sperano…

Falling Apart

C’è anche un altro falling sensoriale, è il falling apart. Come cantava Bonnie Tyler nella celebre Total Eclipse of the heart, Once upon a time I was falling in love, but now I’m only falling apart, giocando con le due espressioni e passando dall’innamoramento allo sgretolamento. Insomma chi si sgretola qui? Karev in ambulatorio passa giorni duri, rischia il carcere, eppure sarà illuminato da un’epifania senza prezzo. Per riprendere il titolo di questa recensione, un Battisti rende l’idea, dopo la caduta, ci sarà senz’altro una risalita. Lo stesso vale per Jo e De Luca, che iniziano ad unire le forze per riprendersi dalla notte dell’aggressione. E speriamo che “non le uniscano troppo”…
Episodio complessivamente positivo (Meredith esclusa), dove un incidente aereo diventa solo la cornice di tutti gli intrecci affettivi e amorosi dei personaggi. Eppure, stiamo ancora incollati davanti allo schermo.
 
Alessia Pizzi

Moonlight, la delicatezza dei sentimenti nell’America del degrado

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Moonlight, la delicatezza dei sentimenti nell’America del degrado

Festa del Cinema Roma: Il sentimento che in Moonlight si nutre di se stesso per scoprirsi insopprimibile.

Titolo: Moonlight
Anno: 2016
Durata: 110’ mins
Genere: DrammaticoRegista: Barry Jenkins
Cast: Mahershala Ali, Naomie Harris, Trevante
Rhodes, André Holland, Janelle Monáe

L’America Nascosta

E’ la vicenda umana del piccolo Chiron della sua sopravvivenza affettiva, sostenuta soltanto da rari e inaspettati appigli di solidarietà. È una fotografia dell’altra America, quella che non interessa a nessuno, nemmeno ai terroristi o ai candidati al congresso affamati di voti. Dietro la faccia glamour vista mare, Miami mostra il segno del degrado sociale in cui droga e prostituzione sono il pane quotidiano, un mondo senza aspettative dove il concetto di famiglia è una casualità o rimane solo un’idea. La scena che mette a confronto l’amico spacciatore con la madre di Chiron, mostra in tutta la sua povertà il contorto codice morale di una società senza speranza. Ma come un fiore che sboccia tra le macerie anche il sentimento può nascere ovunque cercando la sua via verso la luce. 

Reportage Sociale

Un affresco di vita reale degli USA, reso alla perfezione e senza inutili orpelli dal regista Barry Jenkins. Ottima la  sceneggiatura che offre il suo contributo liberando la storia da ridondanze, mantenendo il film sul binario del realismo più puro senza scivolare verso la banalità. Anche la violenza è resa nel giusto, quanto basta a contestualizzare l’ambiente senza concessioni all’eccesso. Gli interpreti danno tutti una grande prova a partire da Trevante Rhodes, che interpreta l’età adulta del protagonista rendendone plausibile il contrasto tra fisicità e dimensione umana. Ma ogni interpretazione si incastra perfettamente intorno a quella del protagonista senza stridere, dall’uomo incontrato inizialmente fino a Kevin, l’amico di una vita.
Anche i personaggi minori danno un contributo significativo nel rappresentare la globalità del contesto ambientale, come il compagno di scuola rasta, che incarna le modalità di affermazione sociale della maschilità attraverso il bullismo e la vessazione, secondo i canoni in uso in quella bolla sociale. Sarà proprio lui a scatenare l’istinto di sopravvivenza di Chiron, che continuerà però lo stesso a cercare la sua luce ma attrezzandosi per la vita in maniera diversa. Tecnicamente il film soddisfa da ogni punto di vista, le atmosfere richiamano quelle del reportage sociale, mentre il profilo colore dai toni smorzati rafforza l’idea di un contesto decadente.
La storia non ha ne buchi ne cadute di tensione e procede nei giusti tempi fino alle scene finali. Qui la fotografia raggiunge il suo punto più alto, regalando ai volti dei protagonisti un’espressività che permette al dialogo di limitarsi all’essenziale,  sostenendosi quasi completamente sulla forza delle inquadrature.
Bruno Fulco

Lo straordinario concerto di Morricone all’Auditorium

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The World Soundtrack Academy ha attribuito il secondo Oscar a Morricone (il primo alla carriera nel 2007) nel 2016 per la colonna sonora di The Hateful Eight, meritatissimi entrambi. 

Il grande maestro che ha omaggiato l’Italia e gli spettatori dell’Auditorium Parco della Musica con tre date di concerto nel mese di ottobre insieme all’Orchestra, al Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e al maestro del coro Ciro Visco. 

Si parte con i “classici”…

La sala Santa Cecilia completamente piena, tutto esaurito, circa 2800 posti per tre serate. L’ingresso del Maestro è stato accompagnato da applausi del pubblico, in piedi, per secondi, minuti lunghissimi eppure sempre troppo pochi per un uomo così minuto nell’aspetto ma da un animo grandioso. 
Apre il concerto con “La leggenda del pianista sull’Oceano” di Tornatore, il film è tratto da un monologo teatrale di Baricco, ascoltando la musica le scene del film inevitabilmente scorrono davanti agli occhi. Il sodalizio con il regista, nato nel 1988 con Nuovo Cinema Paradiso si è fatto sempre più stretto fino al 2009 con la colonna sonora del film Baarìa ed è proprio con “Tarantella” che conclude questo blocco. Le mani di Morricone sembrano un tutt’uno con la bacchetta, l’attenzione di tutta l’orchestra fluisce nel direttore che, con piccoli gesti, fa ondeggiare la bacchetta sinuosa che sembra legarsi alle note cantate dagli strumenti. 
Il repertorio ampio e stimolante vede anche “Fogli sparsi”, con l’affiancamento del pianista Leandro Piccioni, “Chi mai” dal film Maddalena, “H2S” e “Metti, una sera a cena” dall’omonimo film del 1969 che nasconde sotto la superficie orecchiabile di un tempo bossanova tre note che esploderanno in “Croce d’Amore” dal film Metti, una sera a cena
Un Omaggio a Bolognini con “Per le antiche scale” e “L’eredità Ferramonti” fino ad arrivare alla musica creata per i film di Sergio Leone, dove inevitabilmente le lacrime scorrono sulle guance e le vibrazioni che arrivano fino a far risvegliare l’anima, sono forti. Il Buono, il Brutto, il Cattivo con il coro di Santa Cecilia che intona e accompagna le note, C’era una volta il West, Giù la testa, con la soprano Susanna Rigacci che s’insinua perfettamente nell’orchestra, a fianco del maestro, guardandolo emozionata e ci fa sentire tutta la sua gratitudine per questo momento che condividiamo ampiamente, l’interpretazione è eccellente. 
Per terminare la prima parte “L’estasi dell’oro” dal film Il Buono, il Brutto, il Cattivo ricordata per la scena in cui Eli Wallach corre tra le tombe del cimitero in cerca dei 200.000 dollari d’oro. 

E si arriva ai più “moderni”…

La seconda parte inizia con la musica dell’Oscar “Diligenza per Red Rock” e “Bestialità” dal film The Hateful Eight, partitura che non è il punto di arrivo di una straordinaria carriera ma piuttosto un’apertura verso il “nuovo”, composta in poco tempo con un’unica indicazione di Tarantino: quella di pensare ad un paesaggio nevoso. Dopo quarant’anni Morricone scrive di nuovo la colonna sonora per un film western, il risultato è un Premio Oscar e una sinfonia in quattro movimenti. Come dichiara Morricone “Il tema principale l’ho iniziato con due fagotti all’unisono e poi, più avanti, l’ho ripreso con un controfagotto raddoppiato dalla tuba, perché volevo esprimere qualcosa di viscerale quindi anche nascosto o sepolto, di latente, ma altrettanto presente e fisico”.
Al termine del concerto un bis straordinario “Here’s to you” con il testo, composto da Joan Baez per il film Sacco e Vanzetti del 1971. Con il secondo acclamato bis e “L’estasi dell’Oro” si concludono due ore, troppo veloci, di concerto straordinario.

[Citazione di Morricone dal libro “Inseguendo quel suono: la mia musica, la mia vita. Conversazioni con Alessandro De Rosa, Mondadori, Milano 2016.]




Sara Cacciarini

Gilmore Girls stagione 2: Dean o Jess?

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“Proprio io, crescere un ragazzo!? Non mi piacciono i ragazzi! Sono….hanno sempre le mani sporche di marmellata, anche se a casa mia non c’è, non solo, hanno sempre la marmellata sulle mani, sono sempre appiccicose e questo io non lo sopporto! Non ho pazienza per le mani alla marmellata!”

Secondo molti, incluso il sottoscritto, la seconda stagione è davvero quella in cui Gilmore Girls diventa a tutti gli effetti Gilmore Girls, la serie che i suoi fans amano.
E poi non dimentichiamolo, è la stagione in cui arriva Jess.
Al secondo anno infatti, è ormai chiarissimo che Amy Sherman-Palladino e suo marito Daniel hanno pienamente in mano le redini dello show dal punto di vista creativo, sanno cosa fare e cosa vogliono, soprattutto sanno che lo stile e il tono sono tutto per differenziare la loro serie dai tanti dramedy generazionali del panorama tv e rendere unica la serie. La trama rimane canonica – i piccoli drammi quotidiani con l’aggiunta del triangolo amoroso, e su questo ci arriveremo tra poco – ma finalmente la serie diventa un prodotto slegato dalla propria trama: sono i personaggi a contare, il linguaggio a renderlo differente, l’umorismo a farlo diventare qualcosa di mai visto prima, lo spirito a lasciarlo umanissimo e quindi profondamente empatico pur essendo ricco di cose eccentriche.
E quando dico eccentrico, davvero uso eufemismi. Gilmore Girls fa letteralmente morir dal ridere con un’ironia particolare tutta sua, figlia delle bizzarrie di cui nessun’altra serie è capace. Vedere per credere:
Ma appunto, è il momento in cui arriva Jess, e tutto cambia.
I primi quattro episodi sono in pratica un lungo epilogo prolungato della passata stagione, in cui Lorelali accetta la proposta di matrimonio di Max, i due fanno i preparativi e poi, improvvisamente, Lorelai ci ripensa e letteralmente scappa. La storia c’è da ammetterlo finisce un po’ all’improvviso (è un po’ poco realistico il modo in cui Max accetta tutto rassegandosi, sparendo letteralmente dalla scena) ma è decisivo per comprendere il carattere della protagonista: a causa di tutte le esperienze passate ed una gravidanza inattesa, è una donna che deve fare le cose e non avere il tempo di pensarci, un elemento che tornerà molto più avanti nel corso della serie in maniera decisiva.
Dalla 5° puntata inizia veramente la nuova stagione, con l’arrivo di Jess appunto. Il nipote di Luke è trattato in maniera abbastanza stereotipata all’inizio, è il classico introverso dal cuore duro che per non esporsi fa il bullo con tutto e con tutti, ma non solo l’effetto comico della sua essenza cittadina a contrasto con la semplicità di Star Hollows è perfetto, ma soprattutto è fondamentale il suo ingresso perché scardina il carattere di Rory, che da dolce ragazzina studiosa e perfettina finalmente diventa un’adolescente tridimensionale. Ancora, non è il semplice ingresso del già visto elemento del triangolo amoroso a cambiare le carte in tavola – per quanto le spettatrici per anni si sono divise in team Jess e team Dean – quanto il modo in cui tale elemento cambia l’evoluzione di un personaggio, la cui necessità di stimoli e interessi cambia radicalmente. Dean e Jess non sono banalmente due opposti, dopotutto sommandoli non si raggiunge la perfezione, tutt’altro, ma la rappresentazione del cambiamento d’età, un percorso che l’inventiva del team Sherman-Palladino ha sempre trattato con grande lungimiranza.
Paradossalmente l’ingresso di Jess, e lo dico da spettatore maschile non a caso, è anche importante perché instaura uno dei migliori rapporti della serie, quello con lo zio Luke. E’ incredibile come una serie di fortissima e fondamentale impronta femminile, e sempre spacciata ad un pubblico di sole ragazze, abbia in realtà nel corso di sette lunghi anni sempre azzeccato i personaggi maschili e soprattutto i rapporti tra di loro: quello tra Luke e Jess è un rapporto di profonda sincerità e profonda stima che cresce col tempo, basato sui gesti, sulle attenzioni, sulle punzecchiature e sulle battute quando meno te lo aspetti, senza alcuna formalità perché solitamente, quando due uomini si vogliono davvero bene, per loro esprimerlo è la cosa più difficile. Per carità, Luke e Jess sono entrambi molto caricaturali nel loro ostinato orgoglio e astio verso il mondo circostante, ma è la loro sincerità reciproca a renderli estremamente credibili.
Il rapporto umano, appunto, è quello alla base di tutto, consolidato ancora di più in questa stagione. Quello tra Lorelai e Rory è quasi inutile sottolinearlo, e semmai colpisce quello tra Rory e Paris, talmente particolari da dover diventare amiche quasi per forza di cose, e tra Lorelai e la madre Emily, che tra i soliti bassi ha dei bellissimi alti, come l’episodio in cui le due vanno insieme alla spa. Ma ovviamente il momento indimenticabile è quello del diploma di Lorelai: il suo rapporto con i genitori non cambia in quel momento, sarà sempre complicato e raggiungerà altre enormi fratture, ma quell’attimo in cui i loro sguardi si incrociano quando Lorelai è sul palco vale tutto. Davvero, vale tutto per dei personaggi fittizi e per noi spettatori.
Chi ama Gilmore Girls probabilmente ha iniziato ad essere conquistato ed amarlo da questa seconda stagione. Insieme alla terza, è probabilmente quella più equilibrata tra dramma e commedia, tra eccentricità e umanità. Insomma, è puro Gilmore Girls.
 

 

I 3 Miglior Episodi:

 

“The Bracebridge Dinner” – 1×10
“Teach Me Tonight” – 1×19
“Lorelai’s Graduation Day” – 1×21
Emanuele D’Aniello

This Is Us 1X03, “Kyle”

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Un altro episodio, altre rivelazioni che ci fanno innamorare sempre di più della famiglia Pearson!

Mille emozioni tutte racchiuse in una sola serie tv, una di quelle di cui non ci si stanca mai. Dopo sole poche puntate, tre per l’esattezza, This is Us, nuovo prodotto Nbc con Milo Ventimiglia e Mandy Moore, è entrato nei nostri cuori, in quei profondi meandri dove la storia di questa famiglia si annida e rimane per farci emozionare. Il terzo episodio, andato in onda lo scorso martedì negli USA, è intitolato “Kyle”, un nome che ci salta subito all’orecchio perché, nelle due puntate precedenti, non abbiamo conosciuto nessun personaggio che si chiamasse così. Ebbene, nonostante non sia mai stato visto, Kyle è importantissimo per lo svolgimento della storia dei protagonisti, soprattutto incide molto sul rapporto tra Rebecca e suo figlio Randall, sui quali si incentra la maggior parte dell’episodio.

Gli occhi sono, infatti, tutti puntati su Rebecca, una donna che ha sofferto molto perché il suo terzo gemellino, destinato a chiamarsi Kyle, è morto durante il parto e, nonostante lei e suo marito Jack abbiano deciso di adottare un piccolo neonato abbandonato in ospedale, Becky continua a pensare a quel bimbo mai nato. La sua paura più grande è quella di non riuscire a dare abbastanza amore al nuovo arrivato, chiamato provvisoriamente Kyle com’era stato deciso inizialmente.

Nel presente, intanto, Rebecca fa visita al figlio Randall con Miguel, che sappiamo essere un grande amico di Jack ma che ora sembra il suo compagno. Randall va in panico per la presenza di William, suo padre biologico, ma scopriamo presto che Becky sapeva già tutto su quell’uomo. All’uscita dall’ospedale, infatti, 36 anni prima, la donna scorse sul lato opposto della strada un uomo di colore, magro e smunto che la guardava uscire col piccolo Randall tra le braccia. Qualche tempo dopo, Rebecca riesce a rintracciarlo, scoprendo il suo soprannome Shakespeare, e lo raggiunge per parlargli e chiedergli di non farsi mai vivo con suo figlio. La scena è una delle più commoventi: entrambi sono consapevoli che per il piccolo l’adozione è stata la scelta giusta, anche se Rebecca teme di non legare abbastanza con lui. William le dà un consiglio, chiamarlo con un nome suo, regalandole un libro di Dudley Randall, contenente le sue poesie preferite. Da lì, quindi, il nome del bambino, che da Kyle a Randall diventa vera parte della famiglia.

Torniamo, poi, alla storia dei due gemelli Kevin e Kate, uniti da una simbiosi inimmaginabile per chi non vive un rapporto come il loro. Kevin ha deciso di partire per New York e dare una svolta alla sua carriera, volendo trascinare con sé anche la sorella. Motivo per il quale Toby, il nuovo ragazzo di Kate, è contrariato e cerca di far capire alla ragazza quanto sia importante che dopo 36 anni si distacchi dal fratello gemello. Scopriamo i desideri nascosti di Kate, la sua passione per il canto repressa per quei chili di troppo che la tormentano e per la completa dedizione alla carriera del fratello, un uomo che a stento sa preparare una valigia. Ma, dopo alcune confidenze scambiatesi tra di loro, Kevin decide di mettersi da parte e di partire da solo per La Grande Mela.

Il colpo di fulmine avuto nella prima puntata continua, This is Us si rivela essere davvero una bella e profonda serie tv, che commuove, fa ridere grazie alle battute irriverenti e a volte taglienti, è un vero e proprio turbine di emozioni che in questo terzo episodio ci lascia soli con una domanda: che fine avrà fatto Jack? Speriamo di scoprirlo presto!

Ilaria Scognamiglio

La Carica dei 101 a ritmo di jazz-swing

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Inizia la stagione concertistica del Teatro Eliseo con un family concert per grandi e piccini.

Il travolgente classico Disney reinterpretato nell’originale versione dell’orchestra NuovaKlassica:
Tutto ebbe inizio con… una macchia!
Direttore d’orchestra Carlo Stoppoloni
Attrice Angela Di Sante
Scenografia multimediale Giampaolo Bertoncin
Gli abiti di Angela Di Sante sono di MATTIOLO by Gai Mattiolo
Appuntamento da non perdere quello di domenica 23 ottobre alle 11.30 presso il Teatro Eliseo. L’orchestra NuovaKlassica apre la stagione concertistica dell’Eliseo con un evento che unisce la passione per la musica e l’entusiasmo del mondo dei più piccoli in un unico e coinvolgente spettacolo. Molto più di un racconto, molto più di un concerto.
La carica dei 101 è una deliziosa avventura teatrale che, grazie all’accattivante e travolgente ritmo jazz-swing e alla voce narrante della bravissima Angela Di Sante, saprà incantare il pubblico rendendolo, come sempre, protagonista. Gli irresistibili personaggi scodinzolanti, la storia leggendaria accompagnata da suggestive immagini, gli straordinari costumi di scena e il meraviglioso mix di umorismo, sentimento e avventura fanno di questo spettacolo un’esperienza davvero indimenticabile per tutti.

Riusciranno gli adorabili cuccioli a pois a salvarsi dalla perfida Crudelia De Mon?
Prendete per mano la musica e lo scoprirete!
L’associazione NUOVAKLASSICA nasce nel 2005 dallo spirito di dedizione e professionalità e dall’amore per la musica dei soci fondatori, il Maestro Carlo Stoppoloni e il Maestro Ernesto Celani. Si impegna nella diffusione dell’espressione artistica nella sua interezza: musica, arte, teatro, danza, coinvolgendo il pubblico alla comprensione dei linguaggi artistici e delle innumerevoli interazioni al fine di apprezzarne le forme e gustarne la fruizione. L’orchestra Nuovaklassica, composta da 45 elementi, è in scena ad accompagnare magistralmente il racconto, ad interagire con l’attrice in un ruolo assolutamente complementare ad essa. Formata da musicisti provenienti da prestigiose orchestre nazionali, finalizza la sua attività alla qualificata esecuzione della musica classica, attraverso proposte che hanno come principale obiettivo la diffusione consapevole dell’evento musicale.

TEATRO ELISEO
Domenica 23 ottobre 2016 ore 11.30
Biglietteria tel. 06.83510216 |Giorni e orari: da martedì a domenica 10.00 – 19.00
Via Nazionale 183 – 00184 Roma Biglietteria on-line www.teatroeliseo.com e www.vivaticket.it
Call center Vivaticket: 892234
Prezzi a partire da 16 €

In nome del papa re, storie nella Roma che cambiò

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“Qui non finisce perché arrivano gli italiani. Qui, arrivano gli italiani, proprio perché è finita”

Roma, 1867. L’Italia ormai è una realtà. Solo la Città Eterna non ne fa ancora parte. Il potere temporale della Chiesa resta ancorato ai suoi principi, protetto dalle truppe francesi. Il sogno della liberazione, però, non è tramontato. Persino chi rappresenta il potere capisce, ormai, che i tempi sono cambiati; come monsignor Colombo da Priverno, protagonista del film del 1977 di Luigi Magni In nome del papa re.

L’ULTIMO PROCESSO – Colombo da Priverno (Nino Manfredi) è un giudice della Sacra Consulta, ormai stanco di condanne ed esecuzioni, pronto a dimettersi dalla sua carica, a causa di una crisi di coscienza. Una notizia inaspettata, però, lo porta a tornare su i suoi passi. La contessa Flaminia (Carmen Scarpitta), sua conoscenza di vecchia data, va a chiedergli aiuto per salvare il giovane Cesare Costa a lei caro e due suoi amici Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, arrestati perché accusati (giustamente) di aver fatto saltare in aria una caserma.
 
Da buon prete, Colombo cerca di capire perché tanto interesse da parte della donna per Cesare: questa gli confessa che è il figlio e non solo suo… Il monsignore affronterà una corsa contro il tempo per salvarlo, trovandosi in mezzo all’ultimo processo eseguito dal potere temporale, affiancato e sostenuto dal fedele perpetuo Serafino (Carlo Bagno), dalla contessa e dall’amante del giovane; affrontando le più alte vette della Chiesa, come il Generale Gesuita (Salvo Randone).
 
In nome del papa re è l’ultimo capitolo della trilogia risorgimentale di Luigi Magni, girata dopo Nell’anno del Signore, ma successiva come racconto a In nome del popolo sovrano: ultima perché si svolge a pochi anni prima della presa di Roma e, quindi , la caduta del potere della Chiesa.

È, probabilmente, la pellicola più poetica che Magni abbia girato.

Oltre all’uso delle parole, la motivazione si trova nell’atmosfera decadente che vige nella pellicola. Un decadentismo intellettuale, di un forza politica gestita solo da anziani e “ribelli che muoiono sempre a vent’anni“; in una Roma spesso scura o notturna. Forza politica ben rappresentata da Salvo Randone, il cui compito non è la salvezza delle anime, ma la sola certezza che la gente creda ancora nel potere della Chiesa. Uomo senza scrupoli, ma comunque molto furbo, capace di chiedere il perdono dopo una menzogna costata la vita a terzi.

 

Salvo Randone e Nino Manfredi nella pellicola (foto di rarefilm.net)
 
Il personaggio del perpetuo Serafino è una figura semplice, comica nei suoi atteggiamenti, nella sua curiosità e nella sua invadenza. Egli è il puro. Non gli importa del perché il monsignore abbia un figlio, gli dispiace solo che non gli abbia detto. Per lui, come affermerà nel il film, “quello che conta è il pascolo” non i greggi e i pastori. Cesarino è l’intraprendenza, la gioventù che non vede ostacoli, la ribellione senza confini, capace di diventare cieca e di auto-convincersi. Pronta anche però a chiedere scusa: una ribellione perciò intelligente.

Il centro, però, di tutto il film, praticamente onnipresente in quasi tutte le scene, è il personaggio di don Colombo.

La sua formazione la racconta da sé: “Io da giovane cantavo sotto una finestra che non s’apriva mai. E proprio vicino la persiana c’era una madonnella di coccio che piangeva, per via che era l’Addolorata. Quando una sera la finestra si aprì…e venne giù una secchiata d’acqua che un altro po’ m’affogo. Restamo a guardasse io e la madonella. Io tutto fracico, lei che piagneva: me fidanzai con lei – guardando una statua della Madonna sorridendole – Un amore che ancora me dura“. Monologo che ben esprime la sua vera natura di uomo di fede e l’ultima parte lo rende un sincero. Uomo che vive tormentato dai sensi di colpa. Non dorme ormai da tempo, fuma, non mangia. Cerca di capire, ma non riesce.
 
Uomo ironico, un po’ burbero, ma pronto a porgere l’altra guancia e sacrificarsi. Cerca di capire il perché la generazione del figlio abbia “tanta rabbia dentro ma fuori non si vede”. Uomo che ormai si sente pronto a combattere i suoi colleghi. Personaggio reso unico da Nino Manfredi: nel vederlo si può tranquillamente pensare che Magni l’abbia costruito per lui appositamente.
 
IL PROCESSO – All’interno del film la scena del processo a Monti e Tognetti è la più significativa. Qui Magni inserisce la sua critica all’attualità. Sono gli anni dove la censura della Democrazia Cristiana è più spietata che mai (si pensi al tentativo di fermare la trasmissione di Mistero Buffo di Dario Fo). Sono gli anni dove la distanza fra governo e popolo è molto lunga. E in questo film, durante il processo, Magni fa dire a Manfredi frasi di denuncia, molto attuali all’epoca. Frasi che parlano di dietrismo, frasi che mettono all’erta chi governa. “Quando un esercito è in borghese, è un esercito di popolo e con il popolo ci si sbatte sempre il grugno” ne è un esempio.  Un processo-allusione dove chi ascolta sta in silenzio o, peggio, dorme.

 

Una scena del processo (foto static.vivacinema.it)

 

I CAMBIAMENTI – In tutto il film si sente sempre l’ansia o, comunque, l’imminente arrivo di qualcosa che deve succedere. Un attentato, un’esecuzione, l’arrivo degli italiani o delle guardie: qualcosa accadrà! E’ il principio o la fine di qualcosa. Non si capisce che cosa, ma qualcosa cambierà. C’è chi smania (i giovani ribelli), chi combatte affinché ciò non accade (i preti detentori del potere) e chi si arrende al fatto che non si può rimandare in eterno qualcosa (Don Colombo). Lui si arrende a questo cambiamento, anche senza capire, e sarà l’unico a reagire. Da prete, ovviamente.

3 motivi per vedere il film: 
(come scrisse qualcuno in passato)– Nino Manfredi
– Nino Manfredi
– Nino Manfredi

Quando vedere il film?
La sera. E’ un film molto divertente: le battute ironiche e satiriche riescono a strappare a tutti un forte sorriso. Film però carico di critiche e non consigliato ai ben-pensanti.

 

In nome del popolo sovrano, storie nella Roma che lottò

Francesco Fario

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

My first highway, il dramma giovanile di Kevin Meul

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Festa del Cinema Roma: My first highway, la strada imprevista che può segnarti la vita.

 
Titolo:  My first highway
Anno:  2016
Durata: 82 mins
Genere: Drammatico
Regista: Kevin Meul
Cast: Aäron Roggeman, Romy Louise Lauwers, Charlie Vanhoof

Dramma d’amore giovanile 

Per il circuito Alice nella Città il Regista Kevin Meul mette in scena il dramma dell’amore giovanile tra intrigo, destino e casualità. Adolescenze vissute sul sottile confine dell’emarginazione fanno da filo conduttore per My first highway. In questo  contesto matura la vicenda di due ragazzi al limite di esistenze svogliate e a tinte fredde, dove le pulsioni di Benjamin scivolano senza freno nello sguardo intrigante di un amore d’estate, che in qualche modo gli segnerà la vita per sempre.  Il film è ben costruito sulla dimensione esistenziale della gioventù con le sue insidie, un mondo in cui un’improvvisa sliding door può cambiarti per sempre il senso della vita. Nessuna atmosfera melensa né retoriche consumate per il regista Kevin Meul che costruisce una narrazione spedita e senza eccessi, aderente ad una realtà assolutamente possibile senza bisogno di effetti speciali. L’apparente banalità delle dinamiche tra i due permette di esplorare una dimensione di iniziale normalità senza forzature del personaggio maschile.
Il ragazzo che vive pigramente ai margini del mondo è estremamente credibile a partire dalla sua caratterizzazione, con la sua timida fragilità adolescenziale e combattuto tra una paura e un desiderio di essere grande, che annebbiano la coscienza. Lei, sfuggente e sensuale, catalizza tutto il suo mondo trascinandolo nei suoi segreti. I dialoghi tra loro restituiscono il gioco di ambigua complicità in cui matura il sottile tormento di Benjamin, incapace di comandare un gioco più grande di lui.  Il ragazzo impegna ogni suo sforzo per essere all’altezza del suo miraggio, fino alla catarsi emotiva nel distributore di benzina che segnerà l’inizio della sua consapevolezza adulta.

Fotografia Vintage

La fotografia è una componente fondamentale nella riuscita del film, centrata completamente sui due protagonisti intorno al quale tutto il mondo risulta fuori fuoco, così vicino e così incomprensibile nelle sue dinamiche prive di nitidezza. Le tonalità delicate dei colori accennate verso il vintage, hanno un po’ il sapore di quei vecchi filmati amatoriali delle vacanze girati in famiglia, contribuendo a creare l’atmosfera dilatata nel quale scorrono i tempi del film così come alcune riprese di paesaggio, forse però un po’ troppo accademiche. Le musiche dal tratto heavy non sono sembrate esagerate, soprattutto quando utilizzate per sottolineare la drammaticità dei momenti. Nel complesso il film risulta più che gradevole anche se dopo la parte centrale tende ad appiattirsi un po’, mentre una variante diversa nel finale avrebbe potuto renderlo ancor più convincente.
Bruno Fulco

Road To Tenerife: due cose da fare prima di morire

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Il primo mese è passato e tanto per spuntare un paio di cosette dalla to do list prima che il tempo ladro passi troppo velocemente, mi sono levata due sfizi che iniziavano a pesare sulla coscienza: scalare un vulcano e fare surf.

Escursione sul Vulcano

Per questo ho deciso di dedicare la mia giornata libera come prima cosa alla scoperta del Teide. Il gigante addormentato, con i suoi 3718 metri la vetta più alta di Spagna. Mi attraeva l’idea di valicare quella coltre incantata di nuvole che continuamente tiene prigioniera la cima, esiliandola alla vista e relegandola a una dimensione incantata. Non a caso gli aborigeni in tempi antichissimi consideravano il vulcano come un luogo dove dimorassero le forze del male, influenzato da una divinità diabolica che albergava nelle viscere della terra.

Ovviamente il giorno dell’escursione non c’era una nuvola nemmeno a pagarla oro ed era impossibile trovare un lato dove non vi battesse il sole, abbandonando l’idea di attraversare un mondo stregato, ma accogliendo felicemente quella di essere sbarcati direttamente su un altro pianeta.

E’ stato facile capire perché viene definito paesaggio lunare, infatti bisogna tradurre completamente alla lettera il significato di questo affascinante aggettivo. Amici che mi state leggendo, sembra di essere realmente sulla Luna.


Spazi infiniti che si alternano a vasti deserti di sabbia rossa, crateri, colate laviche millenarie battute dal sole, magma nero come l’inferno, panorami a perdita d’occhio. La cosa che più colpisce lo sguardo è proprio l’immensità quasi inspiegabile del paesaggio, si avverte immediatamente la sensazione di essere troppo piccoli rispetto ad un mondo così grande, così vecchio, così incredibilmente meraviglioso.

Sarebbe stato utile chiamare in causa il buon Leopardi per spiegare a parole quella sublime sensazione di infinito che si prova quando crudamente ci poniamo di fronte allo spettacolo della natura in tutta la sua indomabile bellezza. Per lo meno io mi sono persa cercando di toccare con lo sguardo tutto ciò che riuscivo ad abbracciare, fino a quell’orizzonte dove il cielo tocca la terra ed il mondo per un attimo sembra finire.

Per chi non lo avesse mai sentito nominare, ammetto io stessa di aver ignorato l’esistenza di questo vulcano mitologico, consiglio sinceramente a chi si trovasse o si troverà sull’isola di visitarlo, abbandonare la spiaggia e catapultarsi su un paesaggio marziano alla ricerca di panorami sconosciuti.

Tavola da Surf, vieni a me!

Ora avendo lasciato il Teide ai propri dei ed essendo tornata a livello del mare, decisi di cimentarmi in una nuova ed entusiasmante impresa: conquistare le onde munita di tavola da surf. Essendo totalmente inesperta, considerai più logico iscriversi ad una lezione, così da condividere la mia pessima figura e la mia già nota scoordinazione anche con gli estranei.

Per prima cosa l’istruttore saggiamente ti spiega le basi del surf sulla spiaggia, mostrandoti la giusta posizione e le mosse fondamentali per alzarsi in piedi mantenendosi in equilibrio. Inutile dire che non servì a molto, perché come ben sappiamo una cosa è la teoria e l’altra è la pratica. Infatti una volta lasciati a se stessi in balia delle onde, tutto ciò che sembrava incredibilmente facile, quasi meccanico, diventa impossibile da realizzare, e più che assomigliare ad un surfer si assumono le sembianze di una grassa foca che annaspando cerca di reggersi sulla tavola.

Tuttavia è stata un’esperienza divertente, e solo la consapevolezza di trovarmi seduta su una tavola da surf nell’Atlantico cullata dalle onde bastava a soddisfarmi, cosciente di aver realizzato una delle tante cose nella mia vita mai mi sarei immaginata di fare. Eppure anche questa è andata.

Infine dopo un weekend completamente dedicato all’attività all’aria aperta, è giunta otra vez l’ora di tornare a lavoro (sì, perché vorrei ricordare che qui io sto anche lavorando). La nuova settimana è già iniziata con un caldo avvolgente ed un cielo serenamente limpido.

L’avevo già detto che sembra un paradiso?

Stay tuned!


Martina Patrizi

Il Marchese del Grillo va a svernare da Udine a Bari

Il 15 ottobre riparte il tour della Commedia Musicale tratta dal film di Mario Monicelli.

Teatro Sistina tour (c) Antonio Agostini
Foto di scena di Antonio Agostini.
scritto con Benvenuti, De Bernardi, Pinelli, Zapponi

ENRICO MONTESANO
è
IL MARCHESE DEL GRILLO

Adattamento teatrale di
Gianni Clementi     Enrico Montesano     Massimo Romeo Piparo
con Musiche originali composte da Emanuele Friello

             Scene Teresa Caruso       Costumi Cecilia Betona  
Coreografie Roberto Croce Direzione Musicale Emanuele Friello

Regia
MASSIMO ROMEO PIPARO

Una dei personaggi della romanità più amati dal pubblico torna in scena nei principali teatri italiani: riparte il tour de Il Marchese del Grillo, Commedia Musicale tratta dal film “cult” di Mario Monicelli, una Produzione Il Sistina in collaborazione con MF Produzioni firmata da Massimo Romeo Piparo. Nei panni del celebre Marchese Onofrio del Grillo, ruolo che fu di Alberto Sordi, ancora una volta Enrico Montesano, grande mattatore che a questa maschera dolce amara ha regalato una delle sue migliori interpretazioni.
Dopo il grande successo della scorsa stagione, “Il Marchese del Grillo” è entrato a pieno titolo nella storia del Sistina e della Commedia Musicale italiana con oltre 50.000 spettatori in sole 5 settimane di programmazione e ben 12 volte il Tutto Esaurito. La tournée prenderà il via il 15 ottobre da Udine (Teatro Nuovo Giovanni da Udine), per poi toccare Napoli (Teatro Augusteo), Roma (Teatro Sistina, dove lo spettacolo ha avuto il suo trionfale debutto assoluto nel novembre 2015), Reggio Emilia (Teatro Valli), Padova (Gran Teatro Geox), Torino (Teatro Alfieri), Firenze (Teatro Verdi) e Bari (Teatro Team).  
Per il pubblico una Commedia Musicale capace di divertire e far riflettere,  venata di ironia, ricca di gag e battute fulminanti, e impreziosita da una scrittura efficace (l’adattamento è scritto da Gianni Clementi, Enrico Montesano e Massimo Romeo Piparo) e dalla splendida colonna sonora originale firmata dal Maestro Emanuele Friello. Accanto a Montesano, un cast rinnovato composto da oltre 30 artisti. 
Prendendo spunto da una figura storica realmente esistita, la commedia racconta la storia del Marchese Onofrio del Grillo, guardia nobile del Papa, che nella Roma papalina di inizio ‘800 trascorre le sue giornate nell’ozio, frequentando osterie, coltivando relazioni clandestine e organizzando scherzi e beffe di cui sono vittime popolani, nobili, la sua famiglia e perfino lo stesso pontefice. Ma, dopo l’invasione di Roma da parte di Napoleone, anche la sua vita spensierata prenderà una piega del tutto imprevedibile e per la prima volta uno dei suoi terribili scherzi, la sostituzione di persona operata ai danni di un povero carbonaro ubriacone, consentirà al Marchese un onorevole riscatto con un finale a sorpresa.
tour - (c) Antonio Agostini
Enrico e Michele Enrico Montesano. (c) Antonio Agostini.

Note di regia di Massimo Romeo Piparo

Il Marchese del Grillo illumina Roma in un momento molto particolare della propria storia contemporanea. La schietta filosofia di vita di Onofrio del Grillo pervade l’intera Commedia di rimandi attualissimi e tremendamente affini con la realtà a cui tutti i romani devono quotidianamente fare fronte: Giustizia corrotta, una Chiesa in bilico tra il debole potere spirituale e il più ammaliante potere temporale, il tremendo dilemma dell’essere e dell’apparire, il dramma dei più poveri contrapposto al cinismo dei potenti; tutti argomenti che sembrerebbero fotografare l’attuale sistema-Italia e ancor più l’inesorabile declino di Roma Capitale, ma che invece sono scaturiti quasi mezzo secolo addietro dalla felice intuizione di grandi Maestri della Commedia italiana della seconda metà del ‘900. Il Marchese del Grillo, quindi, si appresta a diventare lo spettacolo giusto al momento giusto e nel luogo giusto; travolgerà il pubblico con fragorose risate e amare riflessioni in un perfetto mix tragicomico scandito da battute e aforismi indimenticabili.

Cast al completo:

Personaggi Interpreti:
Il Marchese e Gasperino Enrico Montesano
Lo zio Prete Giulio Farnese
La Marchesa madre Monica Guazzini
Madre di Faustina/moglie di Gasperino Dora Romano
Capitano Blanchard/Guardia Svizzera Michele Enrico Montesano
Papa Pio VII Tonino Tosto
Genuflessa Ilaria Fioravanti
Olimpià Benedetta Valanzano
Il Servitore Ricciotto Igor Petrotto
Aronne Piperno Andrea Pirolli
L’Amministratore Roberto Attias
Commissario / Giudice Gerry Gherardi
Camilla Ambra Cianfoni
Rambaldo /Il Graduato Giacomo Genova
Faustina Gloria Rossi
Il Cardinale Assistente del Papa         Fabrizio Caiazzo
L’oste Sergio Spurio
La figlia di Gasperino / cameriera Francesca Rustichelli
Il cameriere in polpe Oreste Capoccia
Marcuccio Rocco Stifani
Castrato Sandro Bilotta
La Streghetta Sebastiano Lo Casto

Ensemble (sediari, parroci, soldati, popolani):
Debora Boccuni  (capoballetto)
Francesco Caramia
Saria Cipollitti
Annalisa D’Ambrosio
Ilenia D’Agostino
Viola Oroccini
Silvia Pedicino
Giuseppe Ranieri
Cialì Sposato

IL MARCHESE DEL GRILLO 
TOUR

UDINE dal 15 al 17 ottobre 2016 (TEATRO NUOVO GIOVANNI DA UDINE)
NAPOLI dal 22 al 30 ottobre (TEATRO AUGUSTEO)
ROMA dal 3 al 27 novembre (TEATRO SISTINA)
REGGIO EMILIA dal 2 al 4 dicembre (TEATRO VALLI)
PADOVA 10 e 11 dicembre (GRAN TEATRO GEOX)
TORINO dal 13 al 18 dicembre (TEATRO ALFIERI)
FIRENZE dal 30 dicembre 2016 all’8 gennaio 2017 (TEATRO VERDI)
BARI dal 13 al 15 gennaio 2017 (TEATRO TEAM)

Ulteriori informazioni:
Via Sistina 129, 00187 Roma
www.ilsistina.it
www.facebook.com/teatrosistinaroma
www.twitter.com/teatrosistina

Borealis, l’elettronica italiana dal gusto tribale ed evocativo

Tra sonorità etniche ed orientali, con un pizzico di commerciale e molto equilibrio: vi raccontiamo il nuovo album d’elettronica italiana Borealis.

Borealis è il secondo album di elettronica ambientale del progetto solista Cosmic Falls del romagnolo Alberto Melloni. Il lavoro segue Uneasiness, esordio di febbraio, ed è uscito a poca distanza il 20 settembre 2016 sulle varie piattaforme digitali. Si tratta di otto tracce per un totale di quarantatré minuti di ascolto piuttosto vari e frutto dell’incontro di stili differenti, dalla musica etnica ad impulsi più commerciali. Il tutto filtrato dall’anima elettronica e d’atmosfera. A trainare concettualmente l’album è l’immaginario del viaggio, dell’esotico tra un nord ed un sud di un mondo rarefatto. L’idea del cammino attraversa le tracce Homeless (2), Back And Forth (3), A Day In The Sun (8), mentre il presagio di sensazioni e viste oniriche è ben riportato da  Borealis, canzone d’apertura, e  da Body of Light. Centrali nell’album, Hands (4) fra le migliori e A Plastic Suite. The Golden Dawn, penultima, risulta la meno originale nel contesto.

Da sempre sono stato affascinato dal lato più spirituale ed onirico della musica” ci dice Melloni spiegando il progetto solista di Cosmic Falls. “Mi piaceva il significato stesso del nome, e l’immagine di questa cascata che nasceva nel cosmo più remoto.” Interessante la scelta del prezzo dell’album di 3,99 euro su Google Play, concorrenziale rispetto allo standard digitale. “Volevo che Borealis fosse il più accessibile possibile a chiunque. In un primo momento, addirittura, pensai di metterlo in free download sul sito della mia etichetta Vibe Records.

Vediamo allora nello specifico le singole tracce di questo suo secondo lavoro. Melloni lo introduce promettendo che ogni volta “sarà un trasmettere un po’ diverso“.

Alberto Melloni


Borealis. I primi dieci secondi ricordano l’apertura introduttiva di Akira, celebre film d’animazione giapponese del 1982 di  Katsuhiro Ōtoma. Ben presto però il ritmo si rifà ai beat commerciali, soft e d’atmosfera. Si presenta l’intero spirito dell’album: musiche ambientali, dotate di una certa eleganza nell’equilibrio e nella pulizia dei suoni. 

Homeless. Suggerisce un jazz elettronico. A partire dalla scelta del titolo, si forma l’esperienza di un cammino pronto a svilupparsi assecondando un susseguirsi di paesaggi. Semplice nel ritmo di riferimento tribale, è una traccia delicata e serale, accompagnata da vocalismi di entrambi i sessi e dal ripetersi dei versi:

I fall dreamin’ back home
I fall dreamin’ back home
Uh deep down in the ashes
Back And Forth. Ha una trama di suoni quasi impercettibili, colpetti dolci sulla sensibilità dell’ascoltatore, supportati da basi a tratti più incalzanti.
Hands. Siamo accolti da un vocale suggestivo, distorto per lentamente differenziarsi dal sottofondo di beat rallentati e rifugiarsi fra gli stessi come un’eco accompagnata dalla chitarra. Accordi minimi che raccontano una storia dal profilo spiccatamente commerciale ma appassionante, senza però disturbare o spezzare la ricercatezza di equilibri essenziali. Particolarmente evocativo il testo, che contribuisce a renderla una delle tracce migliori dell’album:

Intense, let me see your hands
What have you got to loose?
Is got nothing to proove
Watch the world don’t spinnin’ about your in
Fallout, open your ears and shut your mouth
What have you got to loose?
A Plastic Suite. Vocalità distanti e impalpabili, perse all’alba della canzone: “Sometimes you call my name // You spin me right round, again“. Accenni di chitarra e pianoforte a concludere il brano dopo una nebbia di voce ed elettronica. 
Body of Light. Richiama le origini del genere, con distorsioni alla Around the World dei Daft Punk, ma intonate come un canto gregoriano e spezzate da un crescendo interrotto di beat. Questi non sono mai portati a livelli da discoteca e producono un generale senso di attesa di qualcosa che non arriva, tra canto e suoni sintetici. Così la descrive Melloni: “mi sono lasciato ispirare da atmosfere fantascientifiche e suoni retro.
The Golden Dawn. Sono presenti nel brano reminiscenze dei Chemical Brothers, fuse poi tra una voce che riporta alle atmosfere anni ’80 e la base ricorrente dell’intero album. Risulta tuttavia essere il brano meno brillante dell’album, se non proprio noioso. Così racconta l’autore: “ho giocato un po’ con le sonorità tipiche della musica indiana.
A Day in the Sun. Parte con l’incontro tra campanule e un organo da chiesa. Molto dolce e in qualche modo stonata, come a presagire quel pacato alienamento dell’elettronica. Schiocchi di dita, sussurri confusi nel sottofondo e presto una linea guida lounge caratterizzano questo pezzo arioso, sommesso, rilassante e con un pizzico di angosciante malinconia nella distanza. All’apparenza composto da pochi elementi, segue quello stile di pulizia e cura delle quantità accennato prima. Chiudendo gli occhi pare di vedere delle campanule di uno scaccia pensieri, colpite da una leggera brezza, o la banchina di un minuscolo porto sul far del tramonto.

Conclusione

In generale Borealis si inserisce nel panorama elettronico come un prodotto elegante, semplice, professionale e dall’ampia godibilità. A volte sperimentale, è nel complesso un ponte di collegamento fra più sottogeneri e una buona introduzione agli stessi. Un esperimento riuscito e in pieno spirito con quello che Melloni descrive come un periodo di avanguardia elettronica italiana. Melloni nomina alcuni artisti compatrioti del momento: Godblesscomputers, Populous o Clap! Clap! e i “compaesani” Margot. Il mercato è però “ancora un po’ troppo rilegato all’underground“, forse in preparazione di una futura esplosione o ormai maturo e non alla ricerca di una corruzione commerciale.
Gabriele Di Donfrancesco

Red Hot Chili Peppers, lo strabiliante live a Torino

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Dopo 4 anni di assenza il gruppo californiano torna in Italia per tre strepitose notti. Noi vi proponiamo il racconto della prima data di Torino del 10 Ottobre.

I Red Hot Chili Peppers al Pala Alpitur di Torino il 10 Ottobre. (c) culturamente.it

Il 2016 ha segnato il ritorno di una delle band più amate di sempre, i Red Hot Chili Peppers. Dopo aver rilasciato il loro undicesimo album studio “The Getaway, in cui il già noto funky si fonde ad una sperimentazione psychedelic-pop, i quattro hanno dato inizio al tour mondiale che nel mese di ottobre ha toccato anche la nostra penisola per ben 3 appuntamenti, il primo a Bologna e i successivi due a Torino, andati tutti sold out in pochi minuti.

Già nella prima mattinata iniziano ad affluire numerosi i fans, in modo da accaparrarsi i primi posti davanti al palco. A premiarli sarà anche il cielo della fredda Torino che regalerà un tiepido sole ai giovani in coda. Cancelli aperti alle 18:30, il Pala Alpitour inizia a riempirsi nel giro di pochi minuti e l’entusiasmo non fa che crescere tra la folla. Ad aprire le danze è il gruppo tecno-pop francese La Femme che delizia il pubblico con la sua musica dai toni sfumati e misteriosi, inusuali agli ascoltatori italiani, non abituati alla sperimentazione “sinonimo per francese”, ma comunque di grande impatto scenico. Tra le canzoni spicca la famosa Sur La Planche 2013.

Scaletta del concerto. Credit: Red Hot Chili Peppers.

Concluso l’opening il pubblico inizia già a rumoreggiare nel vedere gli strumenti dei propri beniamini portati sul palco dai tecnici. Non passerà molto per l’inizio dello show. Ed è così che le luci si spengono e accompagnati dall’evocativo suono della tromba, suonata nel dietro le quinte dal bassista Flea, salgono sul palco i Red Hot Chili Peppers, immersi nel boato assordante dei circa quindicimila del Pala Alpitur. Dopo la consueta intro iniziale, in cui Chad Smith, Flea e Josh Klinghoffer danno prova del loro straordinario talento, prende posto anche il frontman Anthony Kiedis e si inizia con “Around The World”, seguita da “Otherside” e “Snow”. La scelta della scaletta non può che soddisfare i fans grazie alla proposta di brani vecchi e nuovi, alcuni anche assenti dalle scene da diversi anni, accompagnati dai grandi classici come “Under the Bridge” e “Californication”.

A rendere il concerto ancora più spettacolare è la scenografia, composta da una coreografia di luci e lanterne al led di ogni colore che fluttuando a tempo di musica sulle teste di artisti e spettatori rendono il tutto magico. Tra le nuove hit tratte dall’ultimo lavoro della band troviamo “The Longest Wave” e il capolavoro “Goodbye Angels”. La serata procede in allegria ed entusiasmo confermando la fama di grandi artisti live che i quattro si sono costruiti nel tempo. A spiccare (come al solito) è Flea, il cui carisma, estro e ineguagliabile qualità tecnica lo rendono uno degli artisti più amati dal pubblico rock. Una delle canzoni che sorprende maggiormente gli spettatori è “Sir Psycho Sexy” datata 1991, considerata una delle perle della loro produzione. Conclusa la scaletta i quattro si ritirano nel backstage prima del gran finale. Dopo pochi minuti, infatti, ritornano sul palco regalando una delle canzoni più emozionanti mai composte “Don’t Forget Me”, cantata unicamente dal pubblico ormai in estasi. A rientrare sul palco è anche Kiedis accompagnato dalla piccola Everly, sua figlia. Insieme a lei canterà “Dreams of a Samurai”.

Un concerto dei Red Hot Chili Peppers non può che finire in un modo, con “Give it Away” ovviamente. E allora è il momento per tutti di concentrare le ultime forze rimaste per saltare e cantare a squarciagola.

Sicuramente l’esibizione di Torino rimarrà nella storia dei concerti della penisola, segnando il grande ritorno di una band che non ha bisogno di presentazioni e che da più di trent’anni regala ad ogni concerto il cuore al suo pubblico.

Gianclaudio Celia
@Gian_Celia 

Rick and Morty, episodio 2: “Evoluzione canina”

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Ecco il secondo episodio, che vale pilot, nottate insonni e spese di produzione.

Rieccoci qui, con il secondo episodio di questo gioiello dell’animazione 2D che è Rick and Morty. Differentemente da altre serie TV animate, in Rick and Morty si segue il filo logico degli avvenimenti, anche se il più delle volte la cosa non viene molto sottolineata, perciò se non ricordate ciò che è giù successo nella puntata precedente e non potete vivere senza conoscere ogni sfumatura dei personaggi che agiscono di fronte i vostri occhi, qui.
 
Episodio 2: “È tutto finito, Jerry. I cani perseguiranno una guerra per il dominio globale. Ma, ehi! Almeno non pisciano sul tappeto, giusto?”
Stavolta Rick e Morty dovranno cercare di impiantare nella mente dell’insegnante di matematica del ragazzo l’idea di dargli una A, cosicché lui non sia costretto a studiare per trascurare le avventure con il nonno in giro per il cosmo perché, ci teniamo a ribadirlo “I compiti sono stupidi, Morty, l’idea è quella di averne di meno e basta”. Allo stesso tempo, dovranno fare in modo di ristabilire l’equilibrio in casa Smith, che vede la crescita esponenziale dell’intelligenza del cane, Snuffles, il quale decide di soggiogare la razza umana, colpevole di millenari misfatti ai danni della razza canina.
E così, si recano a casa dell’assolutamente scevro da interpretazioni stereotipate insegnante di matematica (oh, come ci piacciono gli stereotipi umoristici!) e, attraverso un dispositivo brevettato da Rick stesso, entrano nei suoi sogni.
Sarà una discesa negli inferi onirici dai contorni sempre più demenziali e grotteschi, fino al punto in cui si ritroveranno a dover calmare gli incubi di Scary Terry, un’esilarante parodia di Freddy Krueger di Nightmare (con tanto di filastrocca inquietante di sottofondo), a mimetizzarsi in una festa promiscua dove si viene puniti con la morte se ci si rifiuta di concedersi al “piacere” e a ragionare esattamente come in “quel film di cui parli in continuazione”. Parliamo di Inception, ovviamente, “solo che qui avrà senso”.
“Non giudicare, Morty”
Al loro ritorno, avranno di fronte un mondo completamente ribaltato, in cui cani bionici detteranno le regole di una nuova società in cui l’uomo non è altro che una creatura servizievole e in grado di regalare ottimi passatempi attraverso lo sfruttamento gratuito. Orribile, vero? O forse solo una prospettiva in cui l’essere umano si trova a non essere alla cima della catena alimentare?
Non abbiamo intenzione di dare una lettura animalistico-etica – anche se forse qualche domanda al riguardo sarebbe necessario farsela – perciò arriva il momento di ristabilire i canoni umani conosciuti finora e quale altro modo se non quello di viaggiare attraverso i sogni di un cane, ormai talmente intelligente da avere un inconscio che si presta perfettamente a questa pratica?
“Appare chiaro, ormai, in questo momento, che l’era della superiorità umana sia giunta ad un triste epilogo”
La cosa affascinante di questo episodio – e di questa serie in generale – è la minuziosità con cui la trama si sviluppa, senza lasciarsi indietro falle o incomprensioni, di come i temi parodiati trovino una perfetta strada secondaria su cui snodarsi e di come la satira si intrecci perfettamente senza sbavature e sentimentalismi.
I sogni a matrioska, spinti al limite del paradosso, sono comunque un’intelaiatura perfetta su cui è costruita una storia, per quanto umoristica, estremamente seria nella sua riuscita; l’idea di inconscio, seppure palesemente studiato a tavolino, calza a pennello per ogni personaggio.
Ovviamente, nel momento in cui ci troviamo di fronte ad una parodia velata (anche se qui sarebbe più corretto dire affogata) nel black humor, è necessario rendersi conto che la stereotipizzazione dei personaggi, per quanto poco politically incorrect, bypassa le sviolinate non necessarie e stabilisce un focus preciso che cattura l’attenzione dello spettatore fino alla fine. Ci sentiamo quindi in dovere di fare un appello speciale ai moralisti dalla compassione facile e dal senso dell’umorismo praticamente assente: Rick and Morty non è una serie per voi.
In ogni caso, questo episodio (e molti altri a venire, state tranquilli!) ci fa capire come gli autori diano briglia sciolta alle supposizioni e ai cambi di punti di vista, dando vita a trame che ci lasciano a bocca aperta e con la voglia di applaudire per un tempo infinito.
No, in realtà solo per il tempo necessario a premere Play su “Guarda prossimo episodio”.

Tuni Laurenti

Once Upon a Time 6X03, “The Other Shoe”

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“Cenerella, Cenerella sempre in moto Cenerella!”

Cosa succede questa settimana nella ridente cittadina di StoryBrooke? Finalmente, dopo due puntate leggermente tendenti alla noia, arriva il terzo appuntamento con Once Upon a Time intitolato “The Other Shoe”, dove ritroviamo con piacere uno di quei flashback che ci raccontano i retroscena della vita di uno dei personaggi, proprio come gli sceneggiatori erano soliti fare nelle prime stagioni. Stavolta è il turno di una delle favole più amate di tutti tempi, ovvero quella di Cenerentola, detta Ashley nel mondo reale, che torna dopo molto tempo sulla scena di Once Upon a Time. La nostra Cenerella sta finalmente vivendo il suo sogno d’amore nel presente con il suo principe, l’affascinante Sean alias Principe Thomas, ma purtroppo a StoryBrooke niente è mai tranquillo, infatti dal dirigibile arrivato nella cittadina durante la prima puntata è arrivata anche la sua sorellastra Clorinda.
Ed ecco che subito ci ritroviamo di nuovo nel mondo della Foresta Incantata, dove a casa di Lady Tremaine arriva il valletto del Principe ad invitare tutte le famiglie del regno alla festa, e Cenerentola spera di esserci con il bellissimo vestito del’amata madre. La gelosia e l’odio della sua matrigna e delle sue sorellastre, però, è così forte che distruggeranno l’abito e la renderanno così Cenerella. Ma, come la storia ci insegna, la ragazza riuscirà a partecipare al maestoso ballo dove incontrerà l’uomo della sua vita, il suo bel Principe Thomas, anche se le difficoltà non finiscono qui. 
A Storybrooke, intanto, Ella affronta la sorellastra Clorinda, con poco successo ma, come sempre accade in questa favolistica serie tv, il gruppo dei Charming capitanato da Emma accorre in suo aiuto e tutto si risolverà per il meglio. Concentrandoci sulla cara Emma, anche in quest’episodio dimostra le sue insicurezze dovute alla premonizione avuta nelle precedenti puntate, che la vedono in procinto di morire presto. Continua ad andare da Archie per trovare conforto e, finalmente, decide di dare una svolta alla sua vita privata chiedendo ad Hook di andare a vivere insieme, sperando che questo la porti a raggiungere una sorta di serenità. Regina, intanto, è alle prese con Mr. Hyde, che si allea prevedibilmente con la Regina Cattiva che lo aiuta a fuggire di prigione. Un’alleanza che sicuramente dovrà essere contrastata nelle prossime puntate.
Un terzo episodio che, a discapito dei primi due, è stato soddisfacente, grazie ad alcuni elementi ritrovati e a storie che pian piano si stanno evolvendo. Cosa succederà la prossima settimana? Stay Tuned!

Ilaria Scognamiglio

Westworld 1×02, “Chestnut”

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Ma noi, chi siamo veramente?

Attenzione, non voglio provare ora a rispondere al quesito fondamentale, la domanda che in tanti da tantissimo tempo si pongono e cui naturalmente non c’è risposta. E sia chiaro, nemmeno Westworld, che in fondo rimane soltanto una serie tv, vuole provare a rispondere. Semplicemente tale domanda primaria, proprio perché una risposta forse non l’avremo mai, diventa molto più interessante e se possibile ancora più complessa spostandola dal punto di vista esistenziale a quello strettamente sociale.

Chi è l’uomo in mezzo ad altri uomini, quando ha la possibilità di liberarsi delle proprie convezioni sociali? Il secondo episodio di Westworld ci mette indubbiamente di fronte a questo dilemma: siamo il ragazzo buono che, pur sapendo di poterlo evitare di fronte a robot lì apposta per servirlo, si butta nel fango per aiutare un anziano (finto) e raccoglie un barattolo ad una donna (finta), oppure siamo l’uomo selvaggio che sfoga le proprie pulsioni sparando all’impazzata contro un robot solo per scoprire che effetto fa uccidere?

I migliori show sono sicuramente quelli che ci fanno riflettere, quelli che una volta terminati ci lasciano ancora la voglia di pensarci e venire la frenesia verso il prossimo episodio. Westworld ha già raggiunto questo livello alla seconda puntata, un episodio che rimane ancora molto introduttivo – ma ci mancherebbe con tutta la mole di materia bizzarra che affronta – ma finalmente ci mostra il punto di vista degli umani, dei visitatori del parco che affrontano un viaggio non solo di divertimento virtuale, ma di pura riscoperta morale. Ovviamente sappiamo ancora molto poco del parco in sé e della storia in generale, ma tra il viaggio dell’uomo in nero, le intenzioni di Ford e soprattutto le scoperte del robot Maeve, siamo andati improvvisamente molto avanti.

Questo secondo episodio infatti, ricorrendo alla domanda essenziale dell’inizio, ci ricorda quanto le esperienze ed i traumi contino nella formazione di ognuno di noi. Figuriamoci nel caso di un robot, che pur potendo avere varie memorie dovute alle varie riprogrammazioni, di vero e reale praticamente e paradossalmente ha solo il bagaglio artificioso di ricordi impianto nelle proprie schede: è chiaro che per una serie il cui fulcro è il rapporto uomo-macchina vedere l’umanizzazione dei robot, e soprattutto la loro presa di consapevolezza del proprio essere, è a dir poco fondamentale nello sviluppo della vicenda, e questa 2° puntata è già una tappa fondamentale.

“Chestnut” per la verità soffre di uno dei classici difetti delle prime stagioni delle serie HBO, ovvero una mancanza di ritmo dovuta alla necessità di spiegare molto cose pur rimanendo il più misteriosi possibili. Evita di diventare noiosa grazie al fascino della vicenda e un livello di inquietudine che monta sempre più col passare dei minuti, e sta avviando molto bene la storia, ma deve ancora lavorare un po’ sulla costruzione dell’empatia verso i protagonisti. Inutile dire che il tempo a disposizione per riuscirci c’è eccome.

Emanuele D’Aniello