Regista: Emmanuelle Bercot
Questo dubbio non solo è la chiave di lettura principale della 3° puntata di Westworld, ma anche una prospettiva che potrebbe rivelarsi fondamentale nel resto della serie. Sicuramente il tema principale del lavoro di Jonathan Nolan, nella metafora del rapporto tra uomini e macchine, è la ricerca dell’identità personale per capire chi siamo, e in questa ricerca, forse vana, forse impossibile, la memoria è l’arma più importante che abbiamo.
E ovviamente non è affatto un caso che, finora, questo terzo episodio sia il migliore della nuovissima e ancora acerba serie. Pone nuovi interessantissimi quesiti – su tutti quello delle intenzioni di Ford – e al tempo stesso inizia a rispondere a domande non in un modo fine a sé stesso, ma approfondendo tematiche e personaggi, su tutto il passato doloroso di Bernard (un Jeffrey Wright come sempre perfetto).
Insomma, cosa è la nostra memoria, e soprattutto, ciò che ricordiamo e dimentichiamo è frutto di una scelta consapevole? Sia chiaro, compito e intenzione di Westworld non è affatto quella di rispondere, nemmeno ci prova, ma l’episodio attraverso i comportamenti dei robot ci fa ben capire che ciò che siamo, o meglio ciò che diventiamo, è una nostra scelta consapevole dettata dal filtro dei nostri ricordi. Non bisogna certo scomodare Freud o la psicoterapia per inquadrare la funzione della memoria nel nostro essere, basta un tuffo mentale nel passato e il nostro presente è subito condizionato.
Westworld è una serie che in tre episodi, come solo le grandissime serie HBO sanno fare, sta già affrontando di petto e con grande maestria temi molti importanti, non dimenticando mai di accompagnare di pari passo una dose d’intrattenimento e fascino che cattura l’immaginario dello spettatore, soprattutto di quelli casuali magari meno interessati a farsi domande a visione ultimata. E’ una serie infatti che continua ad essere dannatamente inquietante, a volte graficamente, a volte col pensiero, e quindi non permette mai di far calare l’attenzione. Naturalmente è ancora alla ricerca di un vero ritmo narrativo, ma la vicenda sia via via sempre più empatica, oltre che semplicemente intrigante.
Emanuele D’Aniello
Anche a causa del nostro vecchio glorioso cinema italiano, il realismo è diventato la chiave di volta per colpire nel segno le emozioni degli spettatori, ma quando è troppo si rischia di cadere nel documentaristico e dimenticare che il cinema, non essendo la vita vera, ha bisogno di nutrirsi di finzioni e voli pindarici, pur rapportati a storie piccole e quotidiane, per marcare una linea di differenza.
Manchester by the Sea, grazie ad una sceneggiatura magistrale del suo autore Kenneth Lonergan, è un film che risponde a quel dilemma nel mondo più semplice ed efficace possibile: sceglie di raccontare il realismo, la verità umana, usando però i trucchi fondamentali che solo il cinema ha a disposizione a differenza di tutti gli altri medium, cioè recitazione, montaggio, narrazione non lineare.
Nella maniera più basilare, possiamo dire che Manchester by the Sea è un film sull’elaborazione del lutto, non certo un tema nuovo o originale usato al cinema. Quello però che Lonergan fa con tale base di partenza è molto di più, ovvero cucire addosso ad un protagonista meraviglioso (recitato in maniera indimenticabile, con sguardi persi nella propria interiorità e balbettii così empatici, da un Casey Affleck in stato di grazia) una storia sfaccettata e umana in ogni sua piega.
Quella di un uomo che non vuole essere più padre (non posso svelarvi il motivo, naturalmente) ma è costretto ad esserlo dagli imprevisti dolorosi della vita è una storia che avrebbe potuto con estrema facilità trasformarsi in un classico dramma familiare, sempre emotivo per carità ma di quella che rimane in superficie: il racconto di Lonergan invece, in oltre due ore che non si percepiscono minimamente, entra sotto la pelle dello spettatore e lì rimane anche a visione ultimata, grazie ad un dolore che cresce piano piano, parlato e non urlato, quasi latente nel modo in cui invade la vita dei personaggi. Soprattutto, in un film che fortunatamente non ha nulla di consolatorio e riesce a non far mai diventare ciò un elemento pesante, o ulteriore causa di dramma, il dolore è raccontato senza la pretesa di farne l’elemento guida nella definizione dei personaggi: è presente, ma va messo da parte quando è necessario. Non a caso, l’immagine forse più significativa del film arriva verso il finale, quando nel cimitero vediamo la lapide di famiglia con un posto vuoto che aspetta solo l’incisione del nome del protagonista quando sarà: con tutto quello che ha passato lui è un uomo morto dentro, ma continua ad andare avanti giorno dopo giorno, lavoro dopo lavoro per il bene di sé stesso e degli altri cari, col sorriso quando è possibile averlo.
L’abilità narrativa di Lonergan è più di scrittura che estetica, e allora non sono tanto i flashback a dare contorno alla storia, quanto piccoli dettagli come sguardi persi, rimandi a situazioni già vissute e piccoli dialoghi che si sovrappongono. L’umanismo di Lonergan è appunto tutto qui, nell’abilità di riempire scene e dialoghi di enorme autenticità e, per non scadere nella monodimensionalità, saperla attizzare con sagace umorismo rimanendo al tempo stesso coeso narrativamente e tematicamente. Padronanza dei mezzi è tutto ciò che serve per fare grande cinema.
Emanuele D’Aniello
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| Visivamente lo spettacolo avrebbe tutto il necessario per restare impresso… |
In conclusione. Quest’idea del vegetare, del rimanere incantati e svuotati dalla ripetitività è fra i cardini della sperimentazione teatrale e merita di essere ancora indagata. In Senza Titolo l’intento è nobile, ma si cade nel disgraziato errore di procurare allo spettatore anche una grande noia.
Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC
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| “La guerra totale è anche questo: il cittadino non esiste più.“ |
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| “L’apparato funziona perché ha l’appoggio di tutti.” Il concetto di colpa collettiva della società tedesca dell’epoca. |
L’azione. È il racconto di un nazismo stanco, di incredibili atrocità trasformate in chiacchiere distratte tra colleghi. Viene messa in scena la quotidianità lavorativa della grande macchina burocratica dello sterminio, di cui fa parte e nella quale fa carriera il protagonista Aue. Le tre ore dello spettacolo diventano dense, non di noia ma di abbondanza e il ritmo si mantiene serrato, a partire dai dialoghi. Impossibile non rimanere coinvolti nell’immensa massa di reale e dal peso della Memoria. Eppure non si tratta di un documentario e intorno ad Aue il mondo è fumoso, sempre composto per tratti fondamentali in un passare del tempo surreale. Non c’è una divisione tra il passaggio da un luogo all’altro. Non vi è alcuno stacco, né fisico né reale, e le entrate e uscite si susseguono poste sullo stesso piano. Così la guerra procede tra le pieghe di un flusso di coscienza macabro, cupo e tendente al sangue. Aue partecipa in prima linea ai massacri degli ebrei ucraini: guarda i cadaveri dei civili scivolare nelle fosse comuni, si preoccupa di dare ordini pratici in proposito e ne resta avvelenato la notte. Si torce nel dubbio: è un carnefice debole, impietosito dalle sue vittime ma incapace di salvarne la vita, di sottrarsi al meccanismo che lo circonda e di cui è ingranaggio. Egli è al tempo stesso pieno di contraddizioni col regime, dalla sua omosessualità nascosta alla coscienza. Il peso dell’incubo giornaliero si manifesta in orribili visioni notturne di vomito e feci, raccontate al pubblico in monologhi che interrompono la narrazione diretta e vengono recitati di fronte al calare di un telo trasparente. Su di esso il volto del protagonista viene proiettato e distorto. Maximilien Aue riflette a posteriori sull’umanità di tutto questo, sull’immenso squallore di un odio trasformato in ideologia operativa. Ci porta dalla Kiev occupata alla ritirata da Stalingrado fino alla Berlino bombardata dai Russi. Mostra così la follia di una comunità che sceglie a tutti i livelli di votarsi alla distruzione, di macchiarsi dell’orrore con termini quotidiani e comunemente accettati. Una società che delega il massacro ad un gruppo, le SS, del quale fa finta di non vedere l’operato. Dopo tanti scambi d’opinione pacati e controllati dai contenuti aberranti, il disegno di una Germania nazista del dopoguerra viene spazzato via nell’immagine di una Berlino in macerie.
Cast al completo:
Adattamento, Drammaturgia Erwin Jans
Traduzione Janneke van der Meulen, Jeanne Holierhoek
Attori Bart Slegers, Fred Goessens, Hans Kesting, Jip van den Dool, Abke Haring, Alwin Pulinckx
Johan Van Assche, Katelijne Damen, Kevin Janssens, Vincent Van Sande, Diego De Ridder
Scenografia, Costumi Tim Van Steenbergen
Suono Diederick De Cock
Consulente luci Bas Devos
Video Frederik Jassogne
Assistente alla regia Lutje Lievens, Morgan Verhelle
Casting Hans Kemna
Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC
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| Grey’s Anatomy Italia |
Titolo: Moonlight
Anno: 2016
Durata: 110’ mins
Genere: DrammaticoRegista: Barry Jenkins
Cast: Mahershala Ali, Naomie Harris, Trevante
Rhodes, André Holland, Janelle Monáe
[Citazione di Morricone dal libro “Inseguendo quel suono: la mia musica, la mia vita. Conversazioni con Alessandro De Rosa, Mondadori, Milano 2016.]
Mille emozioni tutte racchiuse in una sola serie tv, una di quelle di cui non ci si stanca mai. Dopo sole poche puntate, tre per l’esattezza, This is Us, nuovo prodotto Nbc con Milo Ventimiglia e Mandy Moore, è entrato nei nostri cuori, in quei profondi meandri dove la storia di questa famiglia si annida e rimane per farci emozionare. Il terzo episodio, andato in onda lo scorso martedì negli USA, è intitolato “Kyle”, un nome che ci salta subito all’orecchio perché, nelle due puntate precedenti, non abbiamo conosciuto nessun personaggio che si chiamasse così. Ebbene, nonostante non sia mai stato visto, Kyle è importantissimo per lo svolgimento della storia dei protagonisti, soprattutto incide molto sul rapporto tra Rebecca e suo figlio Randall, sui quali si incentra la maggior parte dell’episodio.
Gli occhi sono, infatti, tutti puntati su Rebecca, una donna che ha sofferto molto perché il suo terzo gemellino, destinato a chiamarsi Kyle, è morto durante il parto e, nonostante lei e suo marito Jack abbiano deciso di adottare un piccolo neonato abbandonato in ospedale, Becky continua a pensare a quel bimbo mai nato. La sua paura più grande è quella di non riuscire a dare abbastanza amore al nuovo arrivato, chiamato provvisoriamente Kyle com’era stato deciso inizialmente.
Nel presente, intanto, Rebecca fa visita al figlio Randall con Miguel, che sappiamo essere un grande amico di Jack ma che ora sembra il suo compagno. Randall va in panico per la presenza di William, suo padre biologico, ma scopriamo presto che Becky sapeva già tutto su quell’uomo. All’uscita dall’ospedale, infatti, 36 anni prima, la donna scorse sul lato opposto della strada un uomo di colore, magro e smunto che la guardava uscire col piccolo Randall tra le braccia. Qualche tempo dopo, Rebecca riesce a rintracciarlo, scoprendo il suo soprannome Shakespeare, e lo raggiunge per parlargli e chiedergli di non farsi mai vivo con suo figlio. La scena è una delle più commoventi: entrambi sono consapevoli che per il piccolo l’adozione è stata la scelta giusta, anche se Rebecca teme di non legare abbastanza con lui. William le dà un consiglio, chiamarlo con un nome suo, regalandole un libro di Dudley Randall, contenente le sue poesie preferite. Da lì, quindi, il nome del bambino, che da Kyle a Randall diventa vera parte della famiglia.
Torniamo, poi, alla storia dei due gemelli Kevin e Kate, uniti da una simbiosi inimmaginabile per chi non vive un rapporto come il loro. Kevin ha deciso di partire per New York e dare una svolta alla sua carriera, volendo trascinare con sé anche la sorella. Motivo per il quale Toby, il nuovo ragazzo di Kate, è contrariato e cerca di far capire alla ragazza quanto sia importante che dopo 36 anni si distacchi dal fratello gemello. Scopriamo i desideri nascosti di Kate, la sua passione per il canto repressa per quei chili di troppo che la tormentano e per la completa dedizione alla carriera del fratello, un uomo che a stento sa preparare una valigia. Ma, dopo alcune confidenze scambiatesi tra di loro, Kevin decide di mettersi da parte e di partire da solo per La Grande Mela.
Il colpo di fulmine avuto nella prima puntata continua, This is Us si rivela essere davvero una bella e profonda serie tv, che commuove, fa ridere grazie alle battute irriverenti e a volte taglienti, è un vero e proprio turbine di emozioni che in questo terzo episodio ci lascia soli con una domanda: che fine avrà fatto Jack? Speriamo di scoprirlo presto!
“Qui non finisce perché arrivano gli italiani. Qui, arrivano gli italiani, proprio perché è finita”
Roma, 1867. L’Italia ormai è una realtà. Solo la Città Eterna non ne fa ancora parte. Il potere temporale della Chiesa resta ancorato ai suoi principi, protetto dalle truppe francesi. Il sogno della liberazione, però, non è tramontato. Persino chi rappresenta il potere capisce, ormai, che i tempi sono cambiati; come monsignor Colombo da Priverno, protagonista del film del 1977 di Luigi Magni In nome del papa re.
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| Salvo Randone e Nino Manfredi nella pellicola (foto di rarefilm.net) |
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| Una scena del processo (foto static.vivacinema.it) |
In nome del popolo sovrano, storie nella Roma che lottò
Francesco Fario
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Per questo ho deciso di dedicare la mia giornata libera come prima cosa alla scoperta del Teide. Il gigante addormentato, con i suoi 3718 metri la vetta più alta di Spagna. Mi attraeva l’idea di valicare quella coltre incantata di nuvole che continuamente tiene prigioniera la cima, esiliandola alla vista e relegandola a una dimensione incantata. Non a caso gli aborigeni in tempi antichissimi consideravano il vulcano come un luogo dove dimorassero le forze del male, influenzato da una divinità diabolica che albergava nelle viscere della terra.
Ovviamente il giorno dell’escursione non c’era una nuvola nemmeno a pagarla oro ed era impossibile trovare un lato dove non vi battesse il sole, abbandonando l’idea di attraversare un mondo stregato, ma accogliendo felicemente quella di essere sbarcati direttamente su un altro pianeta.
E’ stato facile capire perché viene definito paesaggio lunare, infatti bisogna tradurre completamente alla lettera il significato di questo affascinante aggettivo. Amici che mi state leggendo, sembra di essere realmente sulla Luna.
Sarebbe stato utile chiamare in causa il buon Leopardi per spiegare a parole quella sublime sensazione di infinito che si prova quando crudamente ci poniamo di fronte allo spettacolo della natura in tutta la sua indomabile bellezza. Per lo meno io mi sono persa cercando di toccare con lo sguardo tutto ciò che riuscivo ad abbracciare, fino a quell’orizzonte dove il cielo tocca la terra ed il mondo per un attimo sembra finire.
Per chi non lo avesse mai sentito nominare, ammetto io stessa di aver ignorato l’esistenza di questo vulcano mitologico, consiglio sinceramente a chi si trovasse o si troverà sull’isola di visitarlo, abbandonare la spiaggia e catapultarsi su un paesaggio marziano alla ricerca di panorami sconosciuti.
Ora avendo lasciato il Teide ai propri dei ed essendo tornata a livello del mare, decisi di cimentarmi in una nuova ed entusiasmante impresa: conquistare le onde munita di tavola da surf. Essendo totalmente inesperta, considerai più logico iscriversi ad una lezione, così da condividere la mia pessima figura e la mia già nota scoordinazione anche con gli estranei.
Per prima cosa l’istruttore saggiamente ti spiega le basi del surf sulla spiaggia, mostrandoti la giusta posizione e le mosse fondamentali per alzarsi in piedi mantenendosi in equilibrio. Inutile dire che non servì a molto, perché come ben sappiamo una cosa è la teoria e l’altra è la pratica. Infatti una volta lasciati a se stessi in balia delle onde, tutto ciò che sembrava incredibilmente facile, quasi meccanico, diventa impossibile da realizzare, e più che assomigliare ad un surfer si assumono le sembianze di una grassa foca che annaspando cerca di reggersi sulla tavola.
Tuttavia è stata un’esperienza divertente, e solo la consapevolezza di trovarmi seduta su una tavola da surf nell’Atlantico cullata dalle onde bastava a soddisfarmi, cosciente di aver realizzato una delle tante cose nella mia vita mai mi sarei immaginata di fare. Eppure anche questa è andata.
Infine dopo un weekend completamente dedicato all’attività all’aria aperta, è giunta otra vez l’ora di tornare a lavoro (sì, perché vorrei ricordare che qui io sto anche lavorando). La nuova settimana è già iniziata con un caldo avvolgente ed un cielo serenamente limpido.
L’avevo già detto che sembra un paradiso?
Stay tuned!
Martina Patrizi
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| Foto di scena di Antonio Agostini. |
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| Enrico e Michele Enrico Montesano. (c) Antonio Agostini. |
Note di regia di Massimo Romeo Piparo
Cast al completo:
Personaggi Interpreti:
Il Marchese e Gasperino Enrico Montesano
Lo zio Prete Giulio Farnese
La Marchesa madre Monica Guazzini
Madre di Faustina/moglie di Gasperino Dora Romano
Capitano Blanchard/Guardia Svizzera Michele Enrico Montesano
Papa Pio VII Tonino Tosto
Genuflessa Ilaria Fioravanti
Olimpià Benedetta Valanzano
Il Servitore Ricciotto Igor Petrotto
Aronne Piperno Andrea Pirolli
L’Amministratore Roberto Attias
Commissario / Giudice Gerry Gherardi
Camilla Ambra Cianfoni
Rambaldo /Il Graduato Giacomo Genova
Faustina Gloria Rossi
Il Cardinale Assistente del Papa Fabrizio Caiazzo
L’oste Sergio Spurio
La figlia di Gasperino / cameriera Francesca Rustichelli
Il cameriere in polpe Oreste Capoccia
Marcuccio Rocco Stifani
Castrato Sandro Bilotta
La Streghetta Sebastiano Lo Casto
Ensemble (sediari, parroci, soldati, popolani):
Debora Boccuni (capoballetto)
Francesco Caramia
Saria Cipollitti
Annalisa D’Ambrosio
Ilenia D’Agostino
Viola Oroccini
Silvia Pedicino
Giuseppe Ranieri
Cialì Sposato
IL MARCHESE DEL GRILLO
TOUR
UDINE dal 15 al 17 ottobre 2016 (TEATRO NUOVO GIOVANNI DA UDINE)
NAPOLI dal 22 al 30 ottobre (TEATRO AUGUSTEO)
ROMA dal 3 al 27 novembre (TEATRO SISTINA)
REGGIO EMILIA dal 2 al 4 dicembre (TEATRO VALLI)
PADOVA 10 e 11 dicembre (GRAN TEATRO GEOX)
TORINO dal 13 al 18 dicembre (TEATRO ALFIERI)
FIRENZE dal 30 dicembre 2016 all’8 gennaio 2017 (TEATRO VERDI)
BARI dal 13 al 15 gennaio 2017 (TEATRO TEAM)
Ulteriori informazioni:
Via Sistina 129, 00187 Roma
www.ilsistina.it
www.facebook.com/teatrosistinaroma
www.twitter.com/teatrosistina
“Da sempre sono stato affascinato dal lato più spirituale ed onirico della musica” ci dice Melloni spiegando il progetto solista di Cosmic Falls. “Mi piaceva il significato stesso del nome, e l’immagine di questa cascata che nasceva nel cosmo più remoto.” Interessante la scelta del prezzo dell’album di 3,99 euro su Google Play, concorrenziale rispetto allo standard digitale. “Volevo che Borealis fosse il più accessibile possibile a chiunque. In un primo momento, addirittura, pensai di metterlo in free download sul sito della mia etichetta Vibe Records.”
Vediamo allora nello specifico le singole tracce di questo suo secondo lavoro. Melloni lo introduce promettendo che ogni volta “sarà un trasmettere un po’ diverso“.
Borealis. I primi dieci secondi ricordano l’apertura introduttiva di Akira, celebre film d’animazione giapponese del 1982 di Katsuhiro Ōtoma. Ben presto però il ritmo si rifà ai beat commerciali, soft e d’atmosfera. Si presenta l’intero spirito dell’album: musiche ambientali, dotate di una certa eleganza nell’equilibrio e nella pulizia dei suoni.
Conclusione
A rendere il concerto ancora più spettacolare è la scenografia, composta da una coreografia di luci e lanterne al led di ogni colore che fluttuando a tempo di musica sulle teste di artisti e spettatori rendono il tutto magico. Tra le nuove hit tratte dall’ultimo lavoro della band troviamo “The Longest Wave” e il capolavoro “Goodbye Angels”. La serata procede in allegria ed entusiasmo confermando la fama di grandi artisti live che i quattro si sono costruiti nel tempo. A spiccare (come al solito) è Flea, il cui carisma, estro e ineguagliabile qualità tecnica lo rendono uno degli artisti più amati dal pubblico rock. Una delle canzoni che sorprende maggiormente gli spettatori è “Sir Psycho Sexy” datata 1991, considerata una delle perle della loro produzione. Conclusa la scaletta i quattro si ritirano nel backstage prima del gran finale. Dopo pochi minuti, infatti, ritornano sul palco regalando una delle canzoni più emozionanti mai composte “Don’t Forget Me”, cantata unicamente dal pubblico ormai in estasi. A rientrare sul palco è anche Kiedis accompagnato dalla piccola Everly, sua figlia. Insieme a lei canterà “Dreams of a Samurai”.
Un concerto dei Red Hot Chili Peppers non può che finire in un modo, con “Give it Away” ovviamente. E allora è il momento per tutti di concentrare le ultime forze rimaste per saltare e cantare a squarciagola.
Gianclaudio Celia
@Gian_Celia
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| “Non giudicare, Morty” |
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| “Appare chiaro, ormai, in questo momento, che l’era della superiorità umana sia giunta ad un triste epilogo” |
Tuni Laurenti
Attenzione, non voglio provare ora a rispondere al quesito fondamentale, la domanda che in tanti da tantissimo tempo si pongono e cui naturalmente non c’è risposta. E sia chiaro, nemmeno Westworld, che in fondo rimane soltanto una serie tv, vuole provare a rispondere. Semplicemente tale domanda primaria, proprio perché una risposta forse non l’avremo mai, diventa molto più interessante e se possibile ancora più complessa spostandola dal punto di vista esistenziale a quello strettamente sociale.
Chi è l’uomo in mezzo ad altri uomini, quando ha la possibilità di liberarsi delle proprie convezioni sociali? Il secondo episodio di Westworld ci mette indubbiamente di fronte a questo dilemma: siamo il ragazzo buono che, pur sapendo di poterlo evitare di fronte a robot lì apposta per servirlo, si butta nel fango per aiutare un anziano (finto) e raccoglie un barattolo ad una donna (finta), oppure siamo l’uomo selvaggio che sfoga le proprie pulsioni sparando all’impazzata contro un robot solo per scoprire che effetto fa uccidere?
I migliori show sono sicuramente quelli che ci fanno riflettere, quelli che una volta terminati ci lasciano ancora la voglia di pensarci e venire la frenesia verso il prossimo episodio. Westworld ha già raggiunto questo livello alla seconda puntata, un episodio che rimane ancora molto introduttivo – ma ci mancherebbe con tutta la mole di materia bizzarra che affronta – ma finalmente ci mostra il punto di vista degli umani, dei visitatori del parco che affrontano un viaggio non solo di divertimento virtuale, ma di pura riscoperta morale. Ovviamente sappiamo ancora molto poco del parco in sé e della storia in generale, ma tra il viaggio dell’uomo in nero, le intenzioni di Ford e soprattutto le scoperte del robot Maeve, siamo andati improvvisamente molto avanti.
Questo secondo episodio infatti, ricorrendo alla domanda essenziale dell’inizio, ci ricorda quanto le esperienze ed i traumi contino nella formazione di ognuno di noi. Figuriamoci nel caso di un robot, che pur potendo avere varie memorie dovute alle varie riprogrammazioni, di vero e reale praticamente e paradossalmente ha solo il bagaglio artificioso di ricordi impianto nelle proprie schede: è chiaro che per una serie il cui fulcro è il rapporto uomo-macchina vedere l’umanizzazione dei robot, e soprattutto la loro presa di consapevolezza del proprio essere, è a dir poco fondamentale nello sviluppo della vicenda, e questa 2° puntata è già una tappa fondamentale.
“Chestnut” per la verità soffre di uno dei classici difetti delle prime stagioni delle serie HBO, ovvero una mancanza di ritmo dovuta alla necessità di spiegare molto cose pur rimanendo il più misteriosi possibili. Evita di diventare noiosa grazie al fascino della vicenda e un livello di inquietudine che monta sempre più col passare dei minuti, e sta avviando molto bene la storia, ma deve ancora lavorare un po’ sulla costruzione dell’empatia verso i protagonisti. Inutile dire che il tempo a disposizione per riuscirci c’è eccome.
Emanuele D’Aniello