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Sergio Rubini attore, regista e genio in “Americani”

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Il grande successo dal titolo originale Glengarry Glen Ross con il quale David Mamet nel 1984 ha vinto il Premio Pulizer è in scena al Teatro Eliseo fino al 30 ottobre.

L’anteprima nazionale, solo su inviti, protagonista di una raccolta fondi il cui incasso è stato devoluto a favore delle popolazioni colpite dal sisma, ha stupito il pubblico romano. Il teatro, pieno, emanava le vibrazioni e la tensione degli attori, una platea importante: critici, attori, giornalisti. L’emozione e a volte qualche incertezza hanno reso più umano un testo così difficile da interpretare riuscendo a catturare l’attenzione degli spettatori per due ore.
Il confronto da reggere con il film omonimo del 1992 diretto da James Foley e con attori del calibro di Al Pacino, Jack Lemmon, Alec Baldwin, Ed Harris e Kevin Spacey è stato pienamente superato. Il genio e la bravura di Sergio Rubini sono riusciti a incantare il pubblico. 
Il primo atto parte un po’ lento, è necessario inquadrare i personaggi, anche se il rischio è di perdere l’attenzione. I dipendenti di un’agenzia immobiliare vengono “stimolati” da Blake, inviato dai proprietari dello studio, per motivarli nel chiudere i contratti con una semplice gara, chi ne concluderà il numero maggiore avrà in premio una Cadillac mentre gli altri saranno licenziati. I quattro agenti affrontano la situazione in maniera diversa, panico, ira, disperazione. Le personalità di ciascuno qui vengono delineate.
Il giorno seguente (nel secondo atto) l’ambientazione si sposta in un grande ufficio con tutto sottosopra: hanno rubato le vendite, i contatti, i telefoni, le schede, e il dirigente Williamson ( Gianmarco Tognazzi) costringe i quattro a l’interrogatorio con la polizia. A turno si allontanano ma restano in scena Daniele Sonnino (Sergio Rubini) il venditore con pochissime speranze di mantenere il posto di lavoro, perché da mesi non faceva contratti, e Riccardo Roma (Francesco Montanari) il perfetto incantatore. Un susseguirsi di dialoghi incalzanti, sgomento, pause importanti, botta e risposta molto rapidi.
Si guardano l’uno con l’altro con sospetto “Tu dov’eri ieri sera?” accusa Daniele, “A casa, e tu?” palleggia Riccardo “A casa”.
Ma la vanità non riesce a far tacere Daniele che inizia il suo crescente monologo di gioia per aver concluso un ottimo sospettabile contratto “Ho dovuto aspettare 22 minuti perché firmassero” i poveri compratori degli otto lotti a 100 milioni al Terminillo. Una truffa. “Hanno firmato! Il momento è stato solenne: facevano sì con la testa, tre bicchierini di Gin e in silenzio, hanno firmato!”. 
I sospetti abbracciano l’improvvisa ascesa di Daniele, quando entra in scena Gianni Boni (Giuseppe Manfridi) che ha comprato cinque lotti Villa del Sole a Pomezia un “affare” fatto da Riccardo. Gianni è un compratore indeciso che vuole riavere indietro i suoi soldi. Qui assistiamo, a un duetto di complicità tra i due venditori che cercano, avendo capito il ripensamento, di fuorviare il povero e penoso Gianno Boni. Il pubblico è con lui e spera fino alla fine che riesca a opporsi al gioco del gatto e la volpe. Il finale da vedere ci lascia riflettere sull’addestramento alla vendita ad ogni costo estirpandola di ogni emozione, dove l’abilità viene misurata nella capacità di vendere, soprattutto il nulla.
Proprio negli anni ‘80 c’è la volontà di dire basta con le ideologie, i movimenti per i diritti umani, i valori libertari del sessantottospiega Rubini l’unico obiettivo per il nuovo uomo diventa non avere obiettivi, se non quelli dettati dalla società del Capitale, nel convincimento che se un valore esiste non è quello di essere ma quello di avere. Dinamiche appena nate allora e di cui Mamet già ne metteva in luce gli effetti disastrosi e per le quali oggi paghiamo lo scotto“.
La stagione dell’Eliseo è iniziata con un capolavoro, grazie ad un cast esperto e la regia di Rubini con la traduzione per il teatro di Luca Barbareschi, uno spaccato oggi come allora sempre attuale di venditori e consumatori.


Sara Cacciarini

Foto di Bepi Caroli

Il Quartiere Coppedè: tour nell’angolo fantastico di Roma

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Un luogo magico dove fiaba e realtà convivono alla perfezione: ecco il tour nel quartiere Coppedè di Roma.

Chi associa la città di Roma solo ed unicamente al suo antico glorioso passato, fatto di imperatori e gladiatori, visitando il quartiere Coppedè, dovrà ricredersi completamente! Qui infatti tutto parla di Liberty e di architettura moderna, conditi però da ingredienti nuovi e differenti: estro e fantasia. Più che nella Roma Imperiale, entrando nel quartiere Coppedè, sembrerà di trovarsi all’interno del mondo delle favole! Tutta la creatività e l’originalità di questo incantato angolo dell’Urbe, si deve a un unico uomo: Gino Coppedé, l’architetto fiorentino artefice di tanta meraviglia.
Vicino allo stile Liberty tanto in voga all’inizio del Novecento, il quartiere fu arricchito da elementi che narrano secoli e secoli di storia dell’architettura, alcuni tipici della tradizione romana, altri di quella fiorentina e italiana più in generale, tutti sapientemente fusi insieme da Coppedè, per dare vita a una realizzazione unica e sensazionale, manifesto personale della sapiente maestria dell’architetto. I palazzi che formano il quartiere costituiscono inoltre un vero e proprio tripudio di simbolismo: ogni elemento infatti è posto in modo da raccontare l’intera storia culturale italiana, dalla mitologia classica e la tradizione medievale e cavalleresca, fino alle epoche più moderne.
L’ingresso al quartiere posto in via Dora è monumentale: il visitatore è accolto dai due Palazzi degli Ambasciatori, collegati tra loro da un grande arco. Sulle loro facciate si possono riconoscere maschere, cavalieri, Vittorie alate, ghirlande, festoni e numerosi animali simbolici, mentre sotto l’arco pende un originale lampadario in ferro battuto, unica illuminazione posta all’ingresso del quartiere. Che Coppedè fosse un grande studioso ed osservatore è confermato dalla presenza di un’icona con l’immagine di Maria e Gesù, una personale rielaborazione delle ben più famose “Madonnelle” romane, poste in tutto il centro storico cittadino.
Andando a realizzare un nuovo quartiere per la Roma borghese e moderna di inizio ‘900, Coppedè non dimenticò l’impianto tipico della città: vicoli e stradine che conducono a graziose piazze spesso arricchite da fontane. Ecco quindi che passando sotto il grande arco d’accesso, si viene indirizzati verso piazza Mincio, vero cuore del quartiere, con al centro la Fontana delle Rane, omaggio alla più nota Fontana delle Tartarughe di piazza Mattei, opera in parte di Gian Lorenzo Bernini.
Sulla piazza si affacciano gli edifici principali: oltre ai Palazzi degli Ambasciatori, si notano il Palazzo detto di Cabiria, per il gigantesco portone di ingresso, una copia fedele della scenografia del film muto “Cabiria”, sceneggiato da D’Annunzio; il Palazzo del Ragno, che deve il proprio nome al grande mosaico che riproduce l’animale simbolo per eccellenza della laboriosità; ed il capolavoro assoluto di Coppedè, il Villino delle Fate.

Il Villino delle Fate

Composto da tre edifici separati ma connessi tra loro da una serie di scale, logge e passaggi posti su più livelli, da solo questo villino è in grado di incantare il visitatore grazie alla sua ricchezza decorativa ed alla complessità architettonica. L’architetto volle qui omaggiare tre importanti città italiane, attraverso l’inserimento di alcuni inconfondibili simboli: per Firenze furono scelti Dante e Petrarca; per Venezia lo stemma di San Marco insieme ad un veliero; e per Roma la Lupa con i Gemelli. Ma il simbolismo nel Villino delle Fate si spinge ben oltre, tanto che alcuni studiosi sono convinti che l’architetto abbia nascosto anche importanti messaggi massonici. Troviamo infatti sulle sue facciate una meridiana, simbolo del tempo, ma anche l’albero della vita, emblema primordiale di fertilità, cosi come una scena di battaglia contrapposta alla scritta “Domus Pacis”.
tour quartiere coppedè roma
Intorno a piazza Mincio è quindi possibile ammirare le più straordinarie realizzazioni di Coppedè, che a causa della morte prematura, non riuscì a completare l’intero quartiere come nel progetto iniziale. Dei circa 50 edifici inizialmente ipotizzati – tra villini e palazzi – l’architetto riuscì infatti a realizzarne solo alcuni, che possono essere ammirati continuando a passeggiare nelle vie limitrofe. Una passeggiata che è una vera “caccia al tesoro”, una continua sorpresa di incanto, meraviglia e stupore per andare alla scoperta di un grande architetto italiano: Gino Coppedè!
L’Asino d’Oro Associazione Culturale

L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Alla scoperta del Ghetto ebraico di Roma

Raghad: la favola che racconta una disperata morte in mare

Prosa giornalistica, poi favola: tra poesia e violenza in terra come in mare.

La giornalista e scrittrice Luana Silighini ha pubblicato a ottobre 2015 Raghad, Regina di Nertita. Si tratta di una favola contemporanea basata sulla vera storia di Raghad Hasoun, ragazza siriana morta di diabete su uno dei barconi profughi che attraversano il Canale di Sicilia. I trafficanti le avevano buttato in mare lo zainetto con le medicine. Nel racconto il suo nome è però Sira.

Luana Silighini
Illustrazioni e copertina di Elisa Moriconi.
La favola ha inizio con un bel pezzo di prosa giornalistica: un reportage interpretato in prima persona. A parlare è sempre la bambina, Sira, con i suoi occhi che riflettono il viaggio e presentano le sensazioni di straniamento, orrore e confusione. Un’epica biblica di camion nel deserto e gommoni per mare. La narrazione si mantiene per la maggior parte delle pagine chiara e le scene, appena accennate, rientrano in un quadro strutturale equilibrato di ricordi fugaci e rapidi momenti decisivi. La ragazza muore in paragrafi poetici, carichi di immagini profondamente evocative: il corpo che cala verso il fondale e vita e luce distorte sulla superficie marina vista dal basso.
È però la parte di fantasia a non convincere. Quando Sira si risveglia sul fondale marino, l’intero equilibrio narrativo viene meno. Tutto scivola via troppo velocemente, persino ad una lettura lenta e concentrata e la narrazione diventa inconsistente. Si nominano nuovi personaggi di sfuggita; eventi importanti della storia si perdono nella corrente come per dimenticanza. La prosa è frammentaria e si sente un eccesso di punteggiatura. Sia chiaro: l’importanza del tema trattato, il suo valore, la sua potenziale capacità di sensibilizzazione non possono oscurare la forma con cui un prodotto è proposto.
La ragazza, dopo aver sofferto l’orrore della guerra in vita, si risveglia in un incubo ugualmente violento. Trasformata in stella marina, scopre che il mondo in fondo al mar non è altro che una replica del suo vissuto in superficie. Certo i coralli colorati sono un piacere e la fauna marina è allegra e affabile, ma cade presto vittima di macabri assalti. Piccoli di pesce vengono trucidati da aragoste, la loro casa acquatica è tenuta sotto assedio e all’amico granchio salta via un occhio, cavato dall’esercito nemico. Nella mente dell’autrice il viaggio marino della giovane ragazza sarebbe stata un’avventura di formazione post-mortem. Si rivela invece un grottesco parallelo con la realtà storica. Il risultato è così una prolungata violenza psicologica, peculiare ma reale nella sua insensatezza. Un modo come un altro per parlare di guerra ai bambini, che pure possono benissimo già saperne quanto gli adulti. Come già detto è la prosa inesperta e vacillante a minare la storia; a volte è troppo, a volte troppo poco. Nel mezzo compaiono anche pagine ben scritte. Occorrerebbe una riscrittura capace di produrre quel lavoro pulito che ancora non è.

Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC

Rick and Morty, una serie TV animata da non perdere

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Direttamente da Adult Swim fino a Netflix Italia, Rick and Morty conquista critica e pubblico.

La dimensione 35C

Prendete una buona dose dei più disparati riferimenti pop e sci-fi, aggiungete (black) humor, superfici 2D, follia e schiacciante logica scientifica in parti uguali e affidate il tutto a due eccezionali menti, condendo il tutto con umorismo intelligente, nichilismo e momenti di riflessione. Rick&Morty è una delle serie televisive del momento: nata dal genio creativo di Justin Roiland e Dan Harmon e andata in onda per la prima volta a Dicembre 2013 su Adult Swim è diventata famosa in pochissimo tempo come una delle più riuscite degli ultimi tempi, con punteggio 100% su Rotten Tomatoes e 9.3/10 su IMDb. In Italia ha debuttato in esclusiva su Netflix il 1° Maggio 2016. 

Mettete pure da parte quella voce che accosta i cartoni animati a un pubblico relativamente molto giovane, perché Rick&Morty pattina leggiadramente sul sottile filo che separa la demenzialità dal genio indiscusso. Realizza i sogni proibiti di tutte quelle persone che amano divertirsi e ironizzare sul “come sarebbe andato a finire se…” o “e se invece succedesse che…” dei capisaldi dell’intrattenimento cult, centrando in pieno l’obiettivo sperato. 
Inutile dire che è fortemente consigliata la visione in lingua originale ma se non masticate l’inglese non c’è da preoccuparsi, è disponibile il doppiaggio interamente in italiano.

Due accortezze per godere al meglio di questa serie: innanzitutto, fare attenzione. Attenzione ai dialoghi, ai personaggi secondari e di sfondo. Niente viene lasciato al caso e ogni piccolo dettaglio si rivela portatore sano di giochi di parole, battute o considerazioni umoristiche, a volte anche piacevolmente macabre. 

In secondo luogo, non saltate la sigla finale per andare direttamente all’episodio successivo: dopo i titoli di coda c’è sempre un’ultima scena che si ricollega alla storia e chiude il cerchio narrativo. 
Episodio 1: “Avremo a che fare con roba davvero seria, oggi. Forse ne avete sentito parlare, si chiama MATEMATICA! E senza di essa nessuno di noi esisterebbe. Quindi, iniziamo… Due più due?” 
Tutto sembra iniziare in medias res, con quella che sembra una gita notturna dai palesi esiti negativi ma in realtà ci troviamo di fronte a un pilot in cui verranno presentati i personaggi principali. Ed ecco Rick Sanchez, scienziato pazzo dalla condotta quanto mai discutibile e ben lontano dall’essere incartapecorito dagli anni. Sbevazza di continuo e viaggia di dimensione in dimensione con estrema naturalezza. Accanto a lui c’è Morty Smith, quattordicenne come tanti, che si trova a seguire suo nonno saltando di galassia in galassia senza poter discutere, e suo padre, Jerry, poco autorevole e alla ricerca di un modo per spedire in tutti i modi il suocero in una casa di riposo. Segue sua madre, Beth Sanchez, cardiochirurgo per equini che sogna di poter dare una svolta significativa alla sua vita “di ripiego”; infine sua sorella Summer, sarcastica diciassettenne alle continue prese con i più banali problemi delle ragazze alla sua età: ragazzi carini e popolarità. 
Morty viene trascinato via dalla scuola che, secondo il parere del nonno, è assolutamente inutile e non permette di fare esperienze di vero peso scientifico, e catapultato nella dimensione 35C alla ricerca dei Mega-Grani, che si trovano nei Mega-Frutti, che crescono solo sui Mega-Alberi. Ma per ritornare a casa, avranno bisogno di oltrepassare la dogana interdimensionale e di nascondere accuratamente i Mega-Grani. E si sa che per occultare materiale proibito alla dogana, il sistema è sempre lo stesso…
Tuni Laurenti

BeFarmer: come essere viticoltori da casa ai tempi del web

Adottare le viti è l’idea di BeFarmer al centro di questo progetto, che avvicina produzione e consumo nella massima interazione mai registrata fino ad ora.

Voglio andare a vivere in campagna oltre che il tormentone di un Toto Cutugno d’annata, è quello che quasi tutti almeno una volta nella vita hanno desiderato, attratti da bucolici paesaggi e ritmi di vita più rilassati nell’idea di scoprire nuove dimensioni dell’essere. Nella realtà però sono molto pochi quelli a dar vita a questa visione, mentre la stragrande maggioranza abbandona presto il sogno campestre in virtù di una più comoda vita cittadina. Tra questi sognatori  incalliti i più motivati, o almeno così credono di essere, sono gli eno-entusiasti, popolo di appassionati del mondo del vino a vario titolo, quelli per cui coltivare una propria vigna rappresenta il vero e proprio Nirvana. Proprio a questi ultimi è dedicata la startup che promette di dar vita alle loro passioni direttamente dal divano di casa.
Nata dalle fervide menti di Filippo e Iacopo Rossi, Carlo Mozzetti e Francesco Kurhajec, BeFarmer sfruttando al massimo la potenzialità più avanzate del web, promette e mantiene il sogno di prodursi il proprio vino. Ciò è reso possibile attraverso una piattaforma digitale che connette i produttori con gli appassionati, che hanno la possibilità di adottare dalle singole viti fino ad interi filari e porzioni di vigna, scegliendo tra le diverse possibilità proposte dalle Aziende partner iscritte a Befarmer. Basterà poi uno smart phone ai vignaioli virtuali, per seguire la crescita e lo sviluppo delle proprie piante seguendone tutte le fasi, dal ciclo vegetativo a quello produttivo.
befarmer
Ma non è tutto e volendo l’esperienza può trasformarsi da virtuale in reale a contatto vero e proprio con la terra, per quanti desiderino veramente approfondire il più possibile la conoscenza dell’oggetto della propria passione e del mondo che lo circonda. Sarà infatti possibile prendere parte ai diversi lavori che secondo la stagionalità si rendono necessari durante la crescita delle piante affinché le uve giungano a piena maturazione nello stato ottimale. Basterà contattare le aziende partner per partecipare alle operazioni di potatura legatura e vendemmia delle viti adottate così come si potranno fare visite in cantina per assaggiare il proprio vino durante le sue fasi di affinamento. Anche l’imbottigliamento potrà essere personalizzato sia nel nome che nell’etichetta.
Quello che ad uno sguardo superficiale potrebbe sembrare poco più di un gioco in realtà è un progetto veramente innovativo che soddisfa diverse componenti come spiega il CEO Filippo Rossi, intervenuto di recente alla Social Media Week Rome 2016 nell’incontro esplorativo del rapporto tra Vino e Social Network. Per i viticoltori c’è la possibilità di aumentare la propria visibilità, aumentando la presenza sul web e permettendo l’incontro di clienti nuovi rispetto a quelli tradizionali, con il vantaggio non indifferente di poter contare su fatturati anticipati. Per gli appassionati c’è invece la possibilità di approfondire la propria passione, trasformandola in esperienza diretta e consapevole del mondo produttivo del vino. Befarmer riesce a convogliare tutto ciò coinvolgendo oltre ai produttori vitivinicoli anche la ricettività turistica rurale, nel segno di un’offerta complessiva che insegue la voglia crescente di stare a contatto col mondo rurale e la cultura contadina.

Bruno Fulco

Grey’s Anatomy 13, episodio 2: “Cause I gotta have faith, faith, faith”

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“Catastrophe and the cure”, questo il titolo del secondo episodio di una tredicesima serie che inizia davvero a farci scalpitare sulla sedia.

Protagonista indiscussa è la vicenda di Alex, che rischia la carriera per aver aggredito De Luca: torna in prima fila il generale Baley, come sempre con bastone e carota. Tirata d’orecchie per Karev, ma sempre accompagnata da una carezza. Ormai abbiamo imparato a conoscere Miranda e la sua personalità materna, che ondeggia tra la forza e la tenerezza. Apatica la figura di Joe, che non riesce proprio a trovare la propria collocazione nel mondo. Non mi stupirei di vederla sparire nel corso di questa stagione.
Ritorna finalmente anche Amelia, uno dei personaggi più controversi di GA, ma anche uno dei più divertenti: la troviamo alle prese con una nuova impresa, ovvero quella di far riappacificare Owen e l’amico Riggs, che tuttavia è molto impegnato a fare gli occhi dolci alla nostra Meredith. Parlando del diavolo, primi segni di cedimento anche per la bionda più algida della serie: l’accoppiata improbabile ci piace, perché Riggs è tutto quello che non era Derek, irriverente, brutale, cinico. E non lo vediamo affatto in difficoltà a buttare giù la muraglia della vedova… Ma come la mettiamo con Maggie? Preparatevi al colpo basso della sorella maggiore. Questo episodio conferma la mia premonizione: sarà bufera…
Esilarante l’apparizione della Kepner che raggiunge uno dei momenti di comicità più alti di tutta la serie nei panni di mamma sopraffatta dagli ormoni: al suo fianco un Avery ancora più tenero calato pienamente nel ruolo del papà affettuoso. Quanti di noi vorrebbero vedere di nuovo la coppia unita? Ai romanticoni questa puntata lascia uno spiraglio di speranza, grazie all’intervento del saggio Weber.
Fino a qui tutto bene, la serie ci appassiona e ci spinge ad avere fede, come canta April alla sua bambina, proponendoci un inedito George Michael. Una nota dolente, però: posso dire che manca un po’ il cinismo di Christina? La sua voglia di avere un intervento a tutti i costi, la sua ambizione sprezzante, la sua tenacia.
Qui ormai si parla solo di sentimenti ragazzi… un sano focus sulla chirurgia, con quei paroloni incomprensibili e quei casi da risolvere ogni tanto servirebbe. Più che altro per ricordarci che stiamo vedendo Grey’s Anatomy e non Beautiful!
Alessia Pizzi

This Is Us 1X02, The Big Three

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La serie drama rivelazione di questa stagione torna con un secondo episodio che tiene fede alle aspettative del suo pubblico.

Dopo il cliffhanger che ha sorpreso tutti nel primo episodio di This Is Us, nuova serie NBC che sta coinvolgendo sempre più pubblico, ecco che arriva la seconda puntata che tutti aspettavamo per capire in che direzione volesse andare la storia dei nostri protagonisti. Intitolato The Big Three, questo secondo appuntamento unisce il passato e il presente, narrando parallelamente dei tre fratelli Kate, Kevin e Randall e dei loro genitori Jack e Rebecca. Scopriamo che i tre fratelli e il padre hanno un elemento in comune: quello di non accettare ciò che sono diventati e la difficoltà di attuare un possibile cambiamento. 

Kate è in perenne lotta con il suo peso, una battaglia che la perseguita fin da bambina. Il suo stato emotivo è in perenne bilico, odia gli sguardi di commiserazione della gente e non si sente mai a suo agio in ambienti pubblici come le feste mondane, dove suo fratello Kevin la trascina per trovare supporto. Nonostante la sua fragilità, è infatti proprio Kate l’ancora di salvezza del suo gemello, che cerca costantemente in lei sostegno e coraggio per affrontare i problemi lavorativi che lo hanno travolto, cercando di ricominciare da capo. Randall, invece, deve affrontare un problema presente ma che lo riporta al passato, ovvero il ritrovamento del suo padre biologico, che lo porta ad avere difficili confronti con la moglie, preoccupata per il rapporto di questo nuovo “nonno” con le figlie. Tre storie, tre fratelli che sono costantemente legati tra loro e soprattutto al loro passato, che capiamo essere stato non tanto facile. Ma soprattutto, le loro storie sono molto legate al loro padre Jack che non riesce ad accettare di essere dipendente dall’alcool, problema che lo allontana dalla sua famiglia e che mostra la sua frustrazione e depressione. Rebecca cerca di affrontare il marito, cercando di farlo tornare in sè per il bene dei loro figli.

Il comportamento di Rebecca nei confronti dei tre gemelli, inoltre, è davvero di grande importanza, per comprendere alcuni comportamenti dei ragazzi nel presente, soprattutto per quanto riguarda il rapporto burrascoso tra Kevin e Randall e la continua frustrazione di Kate per il suo peso.

Una storia di una famiglia, come tante, ma non semplicemente questo. This Is Us è speciale per la grande sensibilità con cui viene narrata la vicenda dei protagonisti, c’è amore, passione, tristezza e dolore, sentimenti che si ripercuotono sul passato e il presente e che portano sempre a delle conseguenze da affrontare. Anche in questo secondo episodio, il cast si conferma ben affiatato, Milo Ventimiglia e Mandy Moore tengono la scena brillantemente, anche solo per pochi minuti della puntata. Stessa cosa Justin Hartley, Chrissy Metz e Sterling K. Brown, molto credibili e che donano ai loro personaggi una capacità formidabile di empatia con il pubblico.

Una serie di solito attira il suo pubblico, rendendolo fedele, proprio per le emozioni che sa regalare, e This Is Us ci riesce anche con questo secondo episodio, più intenso che svela qualche dettaglio in più su questa speciale famiglia e che lascia sempre interdetti con un finale simile a quello del primo episodio, un colpo di scena che ci fa attendere con maggiore voglia il prossimo episodio.
Ilaria Scognamiglio

La Pinacoteca Capitolina, un piccolo scrigno ricco di tesori

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L’Associazione Culturale Roma e Lazio x te ha organizzato una visita alla Pinacoteca Capitolina, vero e proprio scrigno di tesori, per domenica 2 ottobre. Approfittando della domenica gratuita parleremo di capolavori immortali di artisti come Tiziano, Caravaggio e Guido Reni e tanti altri.

Quando si dice avere un tesoro sotto un cuscino e non saperlo. Molti visitano Piazza del Campidoglio, si fanno foto davanti alla statua del Marco Aurelio ma molti non salgono all’ultimo piano di Palazzo dei Conservatori, sede del più antico museo del mondo, per visitare la meravigliosa Pinacoteca Capitolina, nata originariamente dall’unione delle Collezioni Sacchetti e Pio di Savoia. Il percorso, che si snoda attraverso delle sale progettate dall’architetto Ferdinando Fuga, mette in luce diverse correnti artistiche. Ed è quello che faremo con l’Associazione Culturale Roma e Lazio x te domenica 2 ottobre alle ore 16, approfittando dell‘apertura gratuita dei Musei per i residenti nel Comune di Roma.

Visita
© Google Cultural Institute – Wikipedia
Si passa dalla rigidità medievale alla forme ed ai colori fluidi della scuola di Tiziano e nel suo Battesimo di Cristo, ma ecco che arriva il Barocco e le forme spettacolari, dinamiche e violente di Pietro da Cortona, al quale è dedicata una sala intera, dove campeggia il bellissimo Ratto delle Sabine, dalle forme molto dinamiche e dai colori molto sgargianti.
Visita
© Web Gallery of Art
In una sala accanto abbiamo quello che io chiamo l’artista degli artisti, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, e l’occhio ammaliatrice del pittore lombardo ci porta nella Roma che lui vede della Buona Ventura (la foto principale), dove una zingara, con la scusa di leggere la mano, sottrae con furbizia un anello dalla mano del malcapitato, e l’enigmatico San Giovanni. Nella stessa sala, abbiamo opere del Guercino, un artiste enigmatico, classico, barocco, che non segue mai una regola precisa: tra le altre opere qui esposta vi è la famosa tela raffigurante il Seppellimento di Santa Petronilla, fatta per la Basilica di San Pietro; si tratta di un’opera enorme di 7 mt per 4 circa.
Visita
© 2006 Musei in Comune
Come per magia, girando un muro troveremo un’altra scuola, quella Bolognese, dominata dalla ripresa del classicismo attuata della scuola dei grandi Carracci, come il grande Guido Reni e la sua Anima Beata; sono figure meno tormentate dominate dai colori chiari.

Visita
© 2016 Musei Capitolini
Passando davanti ad alcune spettacolari vedute romane di Gaspar Van Wittel ed alcuni ritratti di Anton Van Dyck, finiremo la nostra visita passando per alcuni sali con capolavori immortali come l’originale del Marco Aurelio o anche le splendide tarsie marmoree della Basilica di Giunio Basso.
Visita
© Marie-Lan Nguyen (Yastrow)- Wikipedia

Per informazioni circa il costo della visita, il luogo e l’orario dell’appuntamento e le modalità della prenotazione obbligatoria cliccare sulla parola Pinacoteca.



Marco Rossi

La Norma londinese di Sonya & Sonia

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Grande successo alla prima di Norma di Vincenzo Bellini alla Royal Opera House Covent Garden di Londra con la direzione di Antonio Pappano.

Era un evento e come tale non si poteva perdere. La distanza tra Roma e Londra è stata colmata da un’iniziativa lodevole, che ormai molte istituzioni seguono: trasmettere i propri spettacoli su alcuni circuiti cinematografici. Ed ecco che, seduto sulla mia comoda poltroncina di velluto rosso, circondato da due barattoli di coca-cola e da uno gigante di pop-corn, mi sono goduto la Norma di Vincenzo Bellini, titolo che apre la Stagione Lirica 2016/2017 della Royal Opera House Covent Garden di Londra.
Vincenzo Bellini
© 2016 ROH Bill Cooper

La parola Norma mette paura alle cantanti solo a sentirla nominare: infatti la protagonista prevista, Anna Netrebko, il soprano del momento, non ha voluto cantarla perché non si sentiva adatta. Eh già, anche perché su quest’opera gira un fantasma tremendo, quello di Maria Callas, che ha fatto di Norma un personaggio irraggiungibile. Ma è proprio il personaggio stesso ad essere complesso: essa è una sacerdotessa druidica, capo di un popolo, i Galli, che mira a sconfiggere i Romani, ma lei è innamorata del proconsole nemico Pollione, dal quale ha avuto due figli che tiene segreti. Quando scopre che Pollione ora ama Adalgisa, una sua giovane novizia, gli animi si accendono. Adalgisa rifiuta quell’amore per il rispetto e l’amicizia che porta verso Norma (era all’oscuro di tutto) ma quando deve essere reso pubblico il nome di colui o colei che ha tradito, Norma dice il suo, conscia che il peccato di Adalgisa è il suo stesso, e si fa bruciare viva. Pollione, redentosi e sentendosi in colpa, decide di morire con lei.
Il personaggio presenta mille sfaccettature: capo di un popolo, madre, figlia, donna innamorata e poi furente. Il successo è stato trionfale, soprattutto per quella che io ho chiamato la coppia Sonya & Sonia; mi riferisco al soprano Sonya Yoncheva nel ruolo di Norma ed al mezzosoprano Sonia Ganassi nel ruolo di Adalgisa.
La Yoncheva ha dimostrato di essere una fuoriclasse, con una voce bellissima ed ha messo in luce perfettamente la conflittuatità del carattere di Norma. La Ganassi, con una voce sicuramente meno bella della compagnia probabilmente anche gravata dal peso degli anni di carriera (debuttò nel 1992 con Il Barbiere di Siviglia a Roma con la regia di Carlo Verdone), aveva ancora più grinta della protagonista ed ha tirato fuori le unghie, ammaliando il pubblico con la sua interpretazione. Entrambe però sono state aiutate dalla sfavillante e meravigliosa direzione di Sir Antonio Pappano, direttore stabile del Covent Garden e dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia; tesa, drammatica ma anche commovente. Per essere onesti, un neo della direzione è stato la presenza di qualche taglio che mi ha un poco infastidito
Purtroppo il comparto maschile non è stato all’altezza; il tenore Joseph Calleja si è proposto in un Pollione tutto cantato forte, con calate d’intonazione e falsetti, mentre il basso Brindley Sherratt, che interpretava Oroveso, il padre di Norma, aveva una voce grezza ed una dizione molto scadente
Buoni il tenore David Junghoon Kim nel ruolo di Flavio, amico di Pollione, ed il soprano Vlada Borovko nel ruolo dell’ancella di Norma Clotilde, seppur vestita come la Signorina Rottenmeier.
E qui veniamo alla regia; appena lessi che il regista era lo spagnolo Àlex Ollé, componente de La Fura dels Baus, compagnia catalana che presenta spettacoli estremamente sofisticai, mi spaventai non poco, memore di una sua Madama Butterfly dell’anno scorso alle Terme di Caracalla  che mi lasciò a dir poco perplesso (ad essere onesti, era proprio brutta). Qui il lavoro è stato molto interessante. L’azione è stata spostata in Spagna, un territorio dove l’impronta della religione cattolica è fortissima. Il peso del proprio dovere schiaccia Norma. La scenografia era formata da tutti crocifissi appesi, incombenti come delle ghigliottine. Norma e Adalgisa vestivano il clergyman, a voler simboleggiare l’oppressione maschilista del governo di Francisco Franco, il celebre dittatore spagnolo che rimase al potere dal 1939 al 1975. Era molto interessante. Non tutto era riuscito (i bambini che correvano in bicicletta all’inizio del II atto, quando Norma pensa di ucciderli per non farli macchiare del disonore di diventare schiavi dei Romani, erano parte di una scena infelice e non mi è piaciuto il fatto che sia Oroveso ad uccidere Norma; si capiva che voleva sottolineare il dominio maschile, ma ha tolto tragicità alla scena), mentre è stata di grande effetto la grande croce infuocata che è spuntata nel finale, che rappresentava la pira sulla quale avrebbero dovuto ardere Norma e Pollione.
Grande successo per tutti, ma con punte d’eccellenza per le due donne e per il tenore (a mio avviso, per quest’ultimo, si tratto di un successo immeritato).
Marco Rossi

In nome del popolo sovrano, storie nella Roma che lottò

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“Avevamo fatto la Repubblica dei poeti: potevamo vince?”

Roma, 1849. Pieno periodo risorgimentale. La città vive la romantica parentesi della Repubblica, dopo la fuga di Pio IX e la caduta del potere temporale. Giornate dove i cannoni sparavano sempre e ovunque, le barricate impedivano la circolazione delle carrozze e i cuori rivoluzionari combattevano contro i francesi per proseguire un’idea di governo, destinata dal principio a tramontare. In quei giorni lontani, bellicosi e caotici Luigi Magni ambienta In nome del popolo sovrano, pellicola del 1990.
 
Sono passati vent’anni dagli eventi de Nell’anno del Signore. Gli animi dei carbonari sono diventati combattenti per l’Italia: una parola che suona come sogno di una società carica di libertà. Roma, nello scenario sopra descritto, vede l’amore di Giovanni Livraghi (Luca Barbareschi), disertore austriaco e capitano garibaldino; e Cristina (Elena Sofia Ricci), giovane nobildonna dalle idee repubblicane. A far scudo del loro amore Angelo Brunetti, detto Ciceruacchio (Nino Manfredi), maniscalco e portavoce popolare; e il frate barnabita Ugo Bassi (Jacques Perrin) contrario al potere temporale. Peccato che Cristina sia sposata con il marchesino Eufemio (Massimo Wertmuller), giovane inesperto e stralunato, e la famiglia di lui sia a favore del ritorno del Papa, primo fra tutti il suocero (Alberto Sordi). Seguendo questa storia d’amore, dove la passione, il patriottismo e la fede nel domani si uniscono, la pellicola ci mostra la sconfitta di un’utopica forma di governo, che per prima nella Storia abolì la pena di morte. Da contorno, prediche nazionalistiche, ironiche conversazioni e, soprattutto, battaglie, dove borghesia e popolo si univano per la vittoria di un unico ideale.

Seconda a livello temporale, ma terza ad essere stata girata, In nome del popolo sovrano s’inserisce nella trilogia risorgimentale del regista romano. Tra i tre, è il film dove la guerra è maggiormente presente e, forse, con maggior numero di ‘perdite’. La poesia si percepisce nel romanesco, malinconico e sarcastico (a volte un po’ volgare, ma non gratuitamente), in un’atmosfera di lotta, paura e coraggio.  Lo spirito romano di quei giorni è il vero protagonista. Uno spirito che ne ha viste tante e crede poco ai cambiamenti, ma che accetta e capisce, anche attraverso le lacrime, la necessità di adeguarsi ai tempi.

 

Massimo Wertmuller è il marchesino Eufemio
 

Simboliche figure di questo spirito che cambia sono Eufemio e suo padre. Il primo con i suoi tormenti, i suoi pianti e le sue scelte. Rappresenta quella generazione che si trovò per istinto a scegliere l’ideale all’onore. Il suo spirito è contrario all’immobilismo idealistico del padre. Come dirà la serva Rosetta, infatti, parlando con il marchese-padre: “Ecco che succede a fare i figli con le lavandaie: è il sangue della madre che gli si ribella. Eufemio v’è nemico perché per metà è figlio del popolo“. Sarà Eufemio a sparare al quadro del nonno e a schiaffeggiare lo stesso padre che lo ritiene un “mammalucco“: gesto assurdo per gli ideali conservatori dell’epoca.

Il marchese-padre (Alberto Sordi) durante il monologo sul balcone

 

Il marchese-padre è rappresentante di coloro costretti ad adeguarsi. Inizialmente vede tutto come un capriccio, un gioco che è durato troppo. A seguito della notizia di ciò che ha fatto Eufemio e della sua fuga, capisce il dramma del figlio, che per metà è anche suo e quindi “è anche nemico di se stesso“. E‘ lui che esegue un commovente monologo sul terrazzo, rivolto alla Città Eterna, afferma che i tempi sono diversi e che non è più possibile “fregarsene di tutto e di tutti“. La città risponde con un suono di campane, simbolo di un certo immobilismo. Risposta a cui il marchese controbatte, non indifferentemente.


Torna, come sempre in questi film di Magni, il tema della fede e della cristianità. Anche qui, come nel precedente film, si vede un netto contrasto tra chi crede e chi governa con fede. Bassi è il miglior rappresentante della prima categoria. Lui, che combatte con la tonaca, che benedice le bare dei martiri della rivoluzione. La Chiesa non lo riconosce più come ‘uomo di fede’. Giovanni, però, che sempre lo deride di non essere “un prete vero e proprio“, è a lui che si inginocchierà e chiederà la confessione. Significativa la scena tra Bassi e Lorenzo, il figlio di Ciceruacchio. Qui il prete parla per la prima volta al bambino dell’angelo custode. Il ragazzino capisce e Bassi, abbracciandolo, sorride e afferma: “Bravo! Sei quasi un teologo. Continua di questo passo e ti faranno Papa“. Frase satirica ma di un uomo che, malgrado tutto, continua ad avere una fede pura, non corrotta dal potere. 

Forte nel film è il senso e l’uso della Storia, utilizzata in stile quasi manzoniano. Nella pellicola, troviamo molti personaggi realmente esistiti, come Belli (Roberto Herlitzka) e Carlo Bonaparte (Carlo Croccolo). In questo film, inoltre, Magni inserisce un ingrediente spesso presente in altre sue pellicole (come State buoni se potete): la figura dei bambini, che rappresentano quell’incoscienza coraggiosa, quella volgare purezza e quella speranza carica di confini che solo una guerra può sconvolgere. 

3 buoni motivi per vedere il film

E’ una cronaca di quegli anni: dai nomi dei martiri della Repubblica Romana, si capisce la profonda ricerca delle fonti;
– I costumi di Lucia Mirisola, vincitori del David 1991;
– Le musiche di Nicola Piovani, tristi e forti allo stesso tempo. 

Quando vedere la pellicola?

La domenica pomeriggio, per la disponibilità di tempo e lo spirito ‘da divano’. Il motivo non è certo per l’argomento, che viene reso in maniera molto scorrevole e leggera; quanto per la durata di 110 minuti. L’originale, per chi avesse la fortuna di trovarlo, è di 140 minuti. 

Francesco Fario

 

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Road To Tenerife: il siberiano che vive in una grotta

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Bilancio della settimana.

Un susseguirsi di esperienze assurde e situazioni grottesche si è alternato nell’arco di questi primi dieci giorni a Tenerife, passando dal tranquillo tramonto sulla spiaggia alle notti di Las Veronicas, praticamente quello che più si avvicina al paese dei Balocchi.
Risolto il problema lavoro, il resto è stata tutta una strada in discesa. Ho avuto la fortuna di conoscere persone disponibili, gentili, e soprattutto che hanno avuto l’idea di portarmi dopo tre giorni a bere, il classico modo di conoscersi e rompere il ghiaccio, anzi il migliore.
Quella è stata davvero una serata strana, dico strana nel senso buono della parola, perché si è trattato di uno di quei momenti della vita che nell’istante esatto in cui li stai vivendo, pensi “ma io qui come diamine ci sono finita?”, per poi accorgersi che non te ne frega assolutamente niente, e riderci su.
Questo più o meno è il riassunto del mio stato d’animo, nel momento in cui mi sono ritrovata seduta in una macchina con una collega canaria, un’ecuadoriana, ed un venezuelano, musica reggaeton rigorosamente a palla, sull’autostrada alle undici di sera diretti ad un autogrill (che qui chiamano gasolinera) per mangiare un panino. Giuro che dieci giorni fa all’aeroporto di Roma Fiumicino era l’ultima cosa a cui avrei mai pensato. Innanzitutto ho scoperto che qui la gente ha come abitudine quella di cenare all’autogrill, come se a noi potesse venire in mente di uscire per cena sul raccordo anulare, comunque devo dire che è stato divertente, buono e le risate non sono mancate.
Dalla cena alla gasolinera sono passata il giorno dopo per le strade de Las Veronicas, un posto che qui ha la fama di essere frequentato da inglesi ubriachi, disco-pub stracolmi di turisti che già dal tardo pomeriggio si perdono tra i fumi dell’alcol dando spettacolo probabilmente di alcune delle migliori performance della loro vita. Ne ho viste di tutte, dalla trentenne che compiva capriole in mezzo alla strada, al ragazzo magrolino con gli occhiali che dimenticato il computer e con in mano un gin lemon chiede alle ragazze che passano in ginocchio di sposarlo, molto romantico.
La serata è lunga e prosegue all’Achaman, una delle discoteche più famose di Tenerife Sur. Bachata, salsa, merengue, reggaeton, qui si trovano decisamente più spagnoli, la notte è afosa, ansimante, il sangue caliente tipico dei latini si sfoga lasciandosi andare ancheggiando ed ondeggiando al ritmo di una musica che pompa incontenibile il sangue nelle vene come se avesse lo stesso ritmo del battito del cuore. Si balla tutta la notte all’Achaman, per questo il dj urla instancabilmente “la noche nos pertenece”.

Finalmente arriva domenica, per me giornata di riposo, ho quindi l’imbarazzo della scelta. La cosa migliore è prendere una bicicletta, preparare lo zaino, occhiali da sole, sì ci sono, e via. Non avendo una meta precisa mi sono goduta felicemente il panorama, distese di palme a vista d’occhio, innumerevoli, in fila ordinate come tanti soldatini, il sole rovente che non perdona (la questione ustioni di terzo grado per adesso si può rimandare), spiagge brillanti come biglie.

Da Las Americas mi dirigo lungo Costa Adeje, una delle zone più lussuose dell’isola, ville ed hotel a cinque stelle si arrampicano lungo il mare, aprendosi a panorami mozzafiato, l’oceano immenso con le sue sfumature che si spengono all’orizzonte, l’aria di sale. All’improvviso mi accorgo di una caletta persa tra la costa, che sa tanto di paradiso, e lasciata la bicicletta decido di proseguire a piedi arrampicandomi lungo le colate laviche che migliaia di anni fa sono venute qui a morire tra le onde.

Ed è qui, mentre alla maniera romantica mi ero persa a contemplare il mare, che incontro Alexander. Ora si potrebbe perdere un giorno a spiegare chi sia questo Alexander, ma mi limiterò a riassumere che si tratta di un settantenne russo che vive da anni in una piccola grotta scavata dall’infinita erosione delle onde su questi scogli gialli. Quest’uomo giunto a Tenerife dalla Siberia per circostanze che tuttora mi rimangono sconosciute ha l’aria del classico vecchino seduto su una panchina in attesa di due chiacchiere, infatti è bastata una parola gentile per ritrovarmi sul suo divano, se così si può chiamare, a sfogliare nostalgicamente album di famiglia. Un uomo che vive di niente e con niente, che bacia il santino della Vergine sempre in mano, la pelle arsa dal sole e gli occhi cristallini della tundra siberiana, chissà come è finito su questo scoglio, chissà, ma sembrava felice.
Il ritorno verso l’hotel è stato pensieroso, e l’immagine di Alexander mi ha accompagnato per qualche giorno, sicuramente tornerò a trovarlo. Per adesso lo conservo con questa foto dove si è messo in posa orgogliosamente per me, dietro la terra e davanti il mare, così che chi legga la sua storia sappia che a questo mondo ancora esistono i romantici.

Stay Tuned!


Martina Patrizi

Quando l’arte è questione di testa: Emanuela Bracaglia

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Quando l’arte è questione di testa: Emanuela Bracaglia

L’artista di oggi è Emanuela Bracaglia, nata nel 1971 a Frosinone dove vive e lavora.

Si diploma al Liceo Classico di Frosinone e si laurea in studi Etno-Antropologici, Antropologia del Paesaggio, all’Università La Sapienza di Roma. Dal 2009 studia e pratica fotografia; inizia a realizzare cappelli in lana dagli anni ’90 e qualche anno fa inizia a sperimentare nuove tecniche e materiali per costruire artigianalmente cappelli e fascinator di ogni foggia e per ogni occasione, proponendosi ad un pubblico eclettico sia maschile che femminile.
In continuo aggiornamento e ricerca, definisce la sua attività con questo efficace aforisma:
Alla continua ricerca di assegnare un valore al mio stare al mondo, mi riesce di ex-istere solo attraverso l’arte nelle sue diverse forme.”
Emanuela non è solo una creatrice di moda ma un’artista eclettica che spazia dalla fotografia alle creazioni materiche che rappresentano la punta di diamante delle sue creazioni.
 
-Qual è stato, in breve, il percorso che ti ha condotto a realizzare queste opere di assoluta raffinatezza e originalità?
Sono arrivata quasi naturalmente ad intraprendere l’arte di creare cappelli. Sin da adolescente ne realizzavo di lana, all’uncinetto, per me e per i miei familiari ; nel tempo ho sperimentato tecniche nuove e, dietro esortazione di amici cari, mi sono esposta alla proposta delle mie creazioni al pubblico.
-Pensi che in Italia ci sia una certa resistenza nel concepire la moda come un atto creativo a tutti gli effetti? C’è un atteggiamento compassato e rigido verso gli accessori originali e si nota una certa omologazione. Indossare una tua creazione è invece “un atto politico” di determinazione e di risolutezza.
In Italia, ma forse nel mondo, mi pare ci sia una decadenza (purtroppo non letteraria, bensì letterale) del buon gusto in generale: nei modi sociali e anche nell’abbigliarsi. Ammiro molto la Moda creativa e raffinata, ma credo anche che vestirsi secondo un personale vocabolario stilistico sia un modo ricercato di avere stile e personalità . Le mode passano, il buon gusto dovrebbe restare. Credo che stia andando a mancare l’educazione al bello e all’arte.
 
-La domanda che ti chiederebbero le lettrici e di cui mi faccio portavoce è questa: il fascinator è un accessorio destinato alle signore che frequentano la Royal Family o è un’attenzione che possiamo concederci tutte?
 
Il fascinator così come il cappello ed ogni genere di copricapo è un accessorio complementare e valorizzatore dell’abbigliamento quotidiano; è sufficiente e necessario scegliere di volta in volta quello adatto : è lo stesso che indossare le scarpe giuste. Con i termini “adatto” e “giusto” non voglio riferirmi neppure ad un codice di moda generalizzato e condiviso, che pure esiste, ma che può risultare un “manuale” eccessivamente esigente o che non si ha facilità o possibilità di conoscere; mi riferisco piuttosto ad una educazione minima alla misura estetica, alla armonia degli abbinamenti e al rispetto della decenza sociale.
 
 
-Quali sono comunque le regole basilari da seguire per non sconfinare nel cattivo gusto? 
L’educazione alla misura è educazione artistica ma anche gli eccessi sono compresi nell’arte . Il gusto estetico cambia storicamente nel tempo e nelle diverse culture umane. Nell’arte e nell’estetica occidentale sono stati codificati dei criteri di classicità, cui si fa riferimento per seguirli o negarli (anche il brutto è in epoca attuale considerato artisticamente bello). Ci si può documentare su quali siano di volta in volta i dettami della moda, oppure, si può scegliere di coordinare in modo creativo i propri gusti e le conoscenze minime su abbinamento di forme e colori, ma , soprattutto ci si deve basare sulla propria conformazione fisica e sulla propria personalità per conciliare abbigliamento, fisicità, carattere e situazione sociale. 
 
Sembra a questo punto che non stia dando delle indicazioni pratiche risolutive. In parte è così, nel senso che , se non si vuole o non si ha modo di seguire un manuale riconosciuto di eleganza, quest’ultima deve basarsi su una educazione familiare e/o sociale al Bello, così come è concepito nella nostra cultura o, meglio, nella estetica interculturale. Qualche indicazione pratica di base si può cercare di darla, comunque:
 
  • direi che si dovrebbe stare accorti ad indossare ciò che esalta la nostra figura fisica e la nostra personalità e non che piuttosto le mortifichi;
  • si può e si deve giocare con gli abbinamenti in modo peculiare per non essere appiattiti dalla diffusione di un unico modo di apparire
  • si dovrebbe tendere a conciliare la propria scelta di abbigliarsi con la considerazione rispettosa della situazione sociale, in cui si interviene di volta in volta; poiché se è vero che nelle società di diritto abbiamo facoltà e necessità di esprimere l’individualità è anche vero che siamo persone sociali, che dovrebbero far riferimento a criteri di buona convivenza;
  • abbigliamento (e includo certo anche i cappelli ) e trucco dovrebbero tendere a dare armonia al proprio corpo o a esaltare un particolare piuttosto che un altro.
 
Così come il “buon gusto” anche il “cattivo gusto” ha riferimenti canonici nella cultura di appartenenza; nel caso occidentale, il cattivo gusto spesso è riconosciuto come sinonimo di “completamente fuori luogo” o “fuori misura”. Ripetendomi direi quindi di considerare la propria fisicità da un lato e la situazione sociale (lavoro, tempo libero, festa, casa..) , dove ci si presenta, dall’altro, nella scelta di come abbigliarsi.
 
Capita che ci si possa sentire “fuori luogo” quando si è gli unici ad indossare un certo capo di abbigliamento, il cappello in particolare, ma non è questo il caso in cui si ha cattivo gusto: al contrario, bisogna stare attenti a non cadere nell’errore che il buon gusto stia nella conformità allo stile degli altri, diffuso ed approvato; spesso è proprio lì che si annida il cattivo gusto. Non è necessario ricercare l’eccentricità ad ogni costo per affermare se stessi in pubblico né ostentare la sessualità nell’abbigliarsi: personalità affermativa e sensualità dovrebbero commisurarsi al rispetto dell’idea che si ha di sé e non assecondare la necessità compulsiva di attrarre l’attenzione altrui. Si rivela molto più costruttivo adeguare la moda a se stessi piuttosto che adattare se stessi alla moda.
 
-Una lezione magistrale…Trovo che le tue creazioni siano un inno alla bellezza e alla gioia di vivere. Ce ne sono veramente per ogni momento della giornata e ogni stato d’animo, realizzati con materiali unici. Sembrano incarnare i diversi tratti della personalità femminile. Come nasce un progetto?
Ogni mio progetto , che sia una foto o un cappello o qualsiasi altra cosa, spesso nasce da un’immagine , che mi sopravviene nei momenti prima di prender sonno, la notte: sono per me le circostanze più creative. Mi ispiro poi a qualsiasi evento o oggetto incontri nel quotidiano così come nei manuali di moda. Quando mi viene commissionato un particolare lavoro tengo in primaria considerazione gusto , esigenze e fisionomia del committente.
 
Inoltre, di fondo, sono ispirata molto dallo stile di abbigliamento europeo , maschile e femminile, dall’ultimo ventennio del 1800 fino a tutti gli anni ’30 del 1900.
-Le tue donne sembrano uscire dalla matita di grandi illustratori come Ertè; hai un artista di riferimento che ami particolarmente?
 
Amo l’arte nelle sue molteplici espressioni e molti artisti segnano la mia visione del mondo, ma qui vorrei dire che ciò che più mi ispira in qualsiasi delle mie realizzazioni è una predilezione cromatica per i forti chiaroscuri luminosi, che danno risalto alle forme.
 
-Non rimane che accontentarci di qualche foto e programmare al più presto una visita al tuo atelier. Grazie, Emanuela.
 
Sono io a ringraziare la gentilissima Antonella Rizzo per aver avuto la generosa volontà di presentare i miei lavori!
 
 
CONTATTI:
Antonella Rizzo

Bridget Jones’s Baby: c’è un tempo per tutto, anche per l’amore

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Bridget Jones’s Baby: c’è un tempo per tutto, anche per l’amore

Ve la ricordate la londinese Bridget Jones, quella un po’ cicciottella, goffa e totalmente anticonvenzionale?

Bridget Jones’s Italia

Ebbene, dopo Il diario di Bridget JonesChe pasticcio, Bridget Jones! torna sugli schermi per il terzo round della sua vita, e nella fattispecie, al suo quarantatreesimo compleanno, con una forma smagliante e una  Renée Zellweger esilarante.

Si definisce una zilf (da zitella) a tutti gli effetti, quindi un’amica decide di regalarle il weekend della sua vita per farla sentire un po’ meglio e la trascina ad un festival pop, dove ritroviamo Ed Sheeran sul palco (e non solo).

In questa spumeggiante location la nostra blondie incontra Jack (alias Patrick, il Derek di Grey’s Anatomy, in una nuova veste attoriale molto gradevole), un americano che le regala la “ripassata” dei suoi sogni.

Nel corso di una settimana, tra il funerale dell’ex editore Daniel (Hugh Grant) e il battesimo del figlio di un’amica, Bridget incontra di nuovo anche Mark (Colin Firth), decisamente affascinante nei sui cinquant’anni. Dopo una notte d’amore, Bridget lo saluta con una lettera, un po’ scoraggiata dal loro passato includente.
Il film si incentra sulla gravidanza della Jones, ma soprattutto sull’irreale situazione che si viene a creare tra i due ipotetici padri, in amichevole competizione tra loro. Solo gli inglesi potrebbero essere così ottimisti sul bon ton in una situazione del genere… ma del resto è una commedia, e così ci piace.
A prescindere dalla questione prettamente biologica, durante il film gli spettatori si chiedono con chi sceglierà di vivere Bridget, visto che entrambi i potenziali padri si rivelano più che lieti della novità. Jack, intraprendente e competitivo o Mark cupo e introspettivo?

Mentre la trama scorre escono fuori anche altre tematiche molto interessanti e attuali, come lo scontro tra la protagonista e la madre che, in piena campagna parrocchiale a favore dei valori tradizionali, si ritrova una figlia incinta (e non “ingrassata di nuovo“, come sostiene qualche acida comare) e senza compagno.

Dulcis in fundo, ovviamente, un tema caldo nella società odierna, quello del licenziamento delle donne incinte: Bridget è una pimpante (ma sempre sbadatissima) News Producer in una rete televisiva e si troverà a lottare con la nuova durissima capa.
Insomma, cosa portiamo a casa con questo film? Ve lo anticipo, un bel lieto fine, che regala al pubblico una lezione senza tempo sull’amore: non ci sono momenti giusti e momenti sbagliati per viverlo. Le cose, semplicemente, capitano. C’è un tempo per sognarle, agognarle, e un tempo per viverle, assaporarle. Forse capita quando noi, più che il momento in sé, siamo “giusti”, cotti a puntino. Anche in situazioni poco auspicabili le persone sanno trovare le risposte che hanno dentro di loro con semplicità, prendendosi le mani in una lunga stretta che, se si è fortunati, può durare una vita e farci uscire dalla “zitellitudine”, come suggerisce ironicamente la nostra protagonista.
Alessia Pizzi

Once Upon a Time 6X01, la Salvatrice è tornata!

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Altro giro, altra corsa! Emma e i suoi seguaci tornano per un’altra avventura da favola!

I lunedì non saranno più privi di emozioni ora che la sesta stagione di Once Upon a Time è arrivata grazie al network ABC. Infatti, la serie tv fantasy creata da Edward Kitsis e Adam Horowitz torna con la Salvatrice ancora in prima linea in una nuova avventura. Questi ultimi mesi sono stati pieni di trepidazione per tutti noi fan, dopo che la vera Regina Cattiva è tornata e un nuovo cattivo, Mr. Hyde è arrivato nella nostra amata StoryBrooke.

Ma non è di lui che dobbiamo preoccuparci, perché un nuovo misterioso pericolo è all’orizzonte. Ma come avevamo lasciato i nostri protagonisti? Alla fine della quinta stagione, Regina alle prese con la sua parte cattiva e in lutto per la morte dell’amato Robin Hood, Emma la Salvatrice e il suo Uncino sembravano aver trovato il loro lieto fine, mentre Tremotino, dopo aver tradito ancora una volta la fiducia di Belle, è alla ricerca di un modo per svegliarla da un sonno in cui lei stessa si è lasciata cadere.

La prima puntata di questa nuova stagione, intitolata The Savior, si apre in un afoso deserto che ci annuncia la novità di quest’anno, ovvero l’arrivo dei personaggi di Aladdin. Vediamo, infatti, il cattivo Jafar confrontarsi con Aladdin, facendo capire che anche lui è un Salvatore proprio come Emma, incolpandolo di aver fallito nella sua missione e dicendogli che nessun Salvatore può avere il suo lieto fine. Interessante scoprire che esistono altri Salvatori come la nostra Emma, elemento che potrebbe essere centrale nello sviluppo di tutta la sesta stagione. Torniamo poi a StoryBrooke, dove Mr.Hyde rompe le uova nel paniere al nostro gruppo di eroi, ma grazie ai fantastici piani di Emma e Regina verrà messo da parte in un batter d’occhio. Intanto, Emma ha uno strano tremolio alla mano, che la porterà a scoprire uno scioccante segreto, mentendo ancora una volta ad Uncino e ai suoi. Regina e Zelena devono fare i conti con una ritrovata sorellanza, che però non durerà a lungo. Infine, Tremotino fa i conti con il tentativo di risveglio di Belle, entrando nei suoi sogni per cercare di indurla a tornare da lui.

Senza troppi spoiler, questo primo episodio della sesta stagione di Once Upon a Time ha elementi convincenti e non, cosa prevedibile dopo tante stagioni di una serie che cerca sempre di stupire con colpi di scena e intrecci fiabeschi che riportano i più nostalgici indietro nel tempo alle grandi favole Disney. Affascinante sarà, sicuramente, seguire Emma in questo nuovo percorso da Salvatrice e capire come sia collegata con Aladdin e i personaggi di Agrabah che presto faranno il loro ingresso. In più, sembra che il personaggio di Robin Hood tornerà, ma non si sa ancora se in qualche flashback o in altre vesti. Cosa avranno in serbo per noi Kitsis e Horowitz? Staremo a vedere!

Ilaria Scognamiglio

Montesacro, un piccolo gioiello isolato

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L’Associazione Culturale Roma e Lazio x te propone una visita guidata nel quartiere romano di Montesacro, una delle famose “città giardino” d’inizio Novecento.

Montesacro è un piccolo quartiere che possiamo definire magico, una boîte à surprise fantastica. L’Associazione Culturale Roma e Lazio x te ha organizzato per venerdì 30 settembre alle ore 18 una visita. Nato come una delle famose “città giardino” d’inizio Novecento, fa parte di quei quartieri che nascono per accogliere gli sfollati del centro città a causa degli sventramenti per creare le grandi arterie stradali. Montesacro è un piccolo, possiamo dire, borgo chiuso dalle sue costruzioni e dal fiume Aniene. Già dalla Piazza principale, Piazza Sempione, possiamo ammirare le fantasie e l’estroversione dei due architetti principali del complesso: Gustavo Giovannoni ed Innocenzo Sabbatini. Ed ecco la Chiesa dei Santi Angeli Custodi del Giovannoni, ricca di materiali differenti che la accendono di colori caldi.

Visita

Mentre invece Innocenzo Sabbatini crea un altro palazzo sulla piazza, oggi sede del Municipio, ed altri villini rifacendosi all’architettura medievale con curiosi animali che spuntano, come tricheci o aquile e antilopi, maschere con varie espressioni e ritratti.

Girando l’angolo, lasciandoci alle spalle l’inizio Novecento, andremo verso il contemporaneo, fermandoci davanti alla Ragazza di Montesacro, opera commissionata nel piano di riqualificazione di quartieri periferici con l’arte urbana.

Passando il Ponte Tazio, attraverseremo la zona di Sacco Pastore ed entreremo nella preistoria (resti dell’uomo di Neanderthal risalenti a circa 80/125.000 anni fa furono qui trovaati), ma come una palla impazzita, rientreremo nel presente, parlando del più famoso abitante di questa zona, Rino Gaetano, e di alcune delle sue celebri canzoni. Come testimoni silenziosi di una storia sempre onnipresente, attraverseremo il Ponte Nomentano, storico ponte romano dove avvenne l’incontro tra Leone III e Carlo Magno nell’anno 800 e ci recheremo presso la storica collina di Montesacro, dove la plebe romana, in rivolta contro il patriziato, si riunì nel 494 a.C. e Menenio Agrippa, per dissuaderli, tenne un famoso discorso e Simon Bolivar, il libertador del Sud America, giurò qui di attuare la rivoluzione.

Per informazioni circa: il costo della visita, l’orario ed il luogo di partenza e la modalità della prenotazione obbligatoria cliccare sulla parola Montesacro.




Marco Rossi
@marco_rossi88

(La foto della Chiesa dei Santi Angeli Custodi e del Palazzo di Sabbatini è di Marco Rossi, la foto della Ragazza di Montesacro è tratta dal sito lucianamiocchi.com e la foto del Ponte Nomentano è tratta dal sito www.visitlazio.com

Il Trip del Teatro Patologico salva i ragazzi dall’emarginazione

Il Teatro Patologico conclude il primo corso universitario per persone con disabilità psichica e fisica e esorcizza la stigmatizzazione sociale con il Don Chisciotte.

Il 23 settembre il Teatro Quirino ha ospitato la prima de il Trip di Don Chisciotte, lavoro conclusivo dei ragazzi del corso universitario di Teatro Integrato dell’Emozione, progetto del Teatro Patologico di Dario D’Ambrosi. Lo spettacolo è stato poi replicato il 24 e il 25.
Teatro integrato delle emozioni - Federica di Benedetto
(c) Federica Di Benedetto
Il lavoro del Teatro Patologico permette a ragazzi, altrimenti destinati ad un’emarginazione clinica, la possibilità di essere attivi all’interno di una comunità. Così il fare teatro diventa un percorso di terapia ed emancipazione. Questo è il Trip di Don Chisciotte: lo spettacolo che conclude un cammino universitario realizzato per aprire le porte dell’istruzione superiore ad una categoria finora esclusa. Esso è perciò simbolo di una lotta profonda, fisica e spirituale per l’equilibrio, il controllo e la dignità di se stessi. Una sfida sociale ed un’avanguardia tutta italiana, ammirata all’estero e frutto di un’idea di Dario D’Ambrosio, che ha scelto di trattare la disabilità come realtà umana e non prettamente clinica.
Questo accade sul palco: gli attori del Teatro Integrato delle Emozioni sfidano i propri limiti e s’impegnano per la coesione interpersonale di una storia. È una reinterpretazione del Don Chisciotte, stilizzata con una scenografia che ricorda una cameretta dei giochi. È in fondo il prodotto della fantasia di un figlio, Andrea, ragazzo paraplegico. Lo spettacolo che viene costruito proviene dalla sua mente per la sua mente. Il Trip di Don Chisciotte si rifà dunque a quel senso di doppia vita e doppia realtà che accompagna una diversità di percezione, interpretata dall’esterno come anormalità e resa perciò motivo di disagio attraverso l’incomprensione. Paolo Gilberti, il nostro Chisciotte, è però un eroe che non si lascia piegare e va incontro al proprio destino con la sua armatura, il pacifico affetto e il voto di fedeltà al proprio signore, Andrea. Per lui ognuno dei partecipanti interpreta con passione la propria avventura.
Dario D’Ambrosi è il creatore del Teatro Patologico, a cui risponde il primo corso universitario al mondo di Teatro delle Emozioni, tenuto in collaborazione con Tor Vergata. Sul palco del Quirino aprono la serata il magnifico rettore Giuseppe Novelli e lo stesso D’Ambrosi, che fa notare: “Siamo dei cazzari in tante cose, però in altri paesi questi ragazzi sarebbero con le camicie di forza.” Così si spiega l’importanza del progetto: non tanto nella trasformazione dei suoi iscritti in attori professionisti, ma nella loro reintroduzione nel mondo e nell’esorcizzazione del dolore, che sia psichico o fisico, attraverso l’effetto liberatorio e terapeutico del Teatro. Fare vita e non isolamento ospedaliero.
Il Teatro Quirino non è l’unico palco calcato dal Teatro Patologico. Parigi, Monaco, New York e nel 2017 Tokyo e Los Angeles per Medea, altro lavoro del gruppo che ha riscontrato un grande successo. A Londra aveva ottenuto il Wilton’s Price per il miglior spettacolo straniero della stagione 2012/13.
Di D’Ambrosi avevamo già parlato quando il suo Teatro Patologico aveva ospitato Cassandra a maggio 2016.

Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC

Il Comune di Fondi ospita la terza edizione del Festival poetico “verso Libero”

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Le ‘radici’ sono il tema della III edizione: nel complesso di San Domenico versi, pittura, teatro e perfoming art. In anteprima nazionale un’opera teatrale inedita di de Libero

Uno degli argomenti più dibattuti degli ultimi anni è quello, all’interno del drammatico scontro di civiltà, della nostra identità e, dunque, delle nostre radici. Affondiamo le nostre radici in una storia millenaria e al tempo stesso esse riaffiorano nel presente come bussola, stella da seguire durante il viaggio. Libero de Libero, nella citazione scelta come fil rouge degli eventi proposti nella III edizione del Festival poetico “verso Libero”, scriveva: “Viviamo stretti come albero a radice”. Lo scriveva negli Anni Cinquanta, anni in cui l’Italia si stava trasformando, radicalmente appunto. Eppure il miracolo della poesia è sempre questo: rendere universale un sentire personale e fare immortale un pensiero che ha una sua collocazione temporale, ma che rimane valido per moltissimo tempo.

Il verso di de Libero preso a prestito da “Creatura celeste” si collega intimamente al testo poetico “Viaggio alla nuova città” di Rodolfo Di Biasio, Premio di poesia “Solstizio” alla carriera lo scorso anno, in questa edizione protagonista della performance che aprirà al chiostro di San Domenico di Fondi alle 20.30 la serata del 1° ottobre del Festival poetico “verso Libero”: stanno lavorando a questo progetto il regista Antonio Fasolo, gli attori Daniele Campanari e Serina Stamegna, la pittrice-performer Stefania Romagna e il musicista Antonio Zitarelli. A seguire lo stesso Rodolfo Di Biasio passerà il testimone del Premio di poesia “Solstizio” alla carriera a Lino Angiuli, il poeta-ulivo, una delle voce più forti della poesia italiana contemporanea in questo suo essere terragno e radicato, un radicale innovatore di origini pugliesi. Chiuderà la serata del primo ottobre un omaggio ad Antonio Parisi, improvvisamente scomparso un anno fa, autore del “Canzoniere fondano” che ha immortalato gli usi e costumi di una vivace porzione d’Italia come quella fondana.
Un momento fondamentale del Festival “verso Libero” sarà quello di apertura alle 18 di sabato 1° ottobre nella Sala Lizzani del complesso di San Domenico. Verrà presentato in anteprima assoluta il testo inedito del “Don Giovanni (o il burlatore di se stesso”, opera teatrale di Libero de Libero che l’associazione culturale a lui dedicata ha trascritto interamente e intende presentare al pubblico in una lettura di alcuni passi. Interverranno in merito anche Lorenzo Cantatore, curatore del diario “Borrador” in cui ci sono riferimenti al lavoro dongiovannesco, e Marcello Carlino, professore emerito di Letteratura Italiana alla “Sapienza” di Roma che terrà una breve presentazione dell’opera inedita.
Il Festival “verso Libero” continuerà anche domenica 2 ottobre con una visita al neonato Museo Ebraico della Giudea alle ore 11 insieme all’associazione “Haviu et Hayom” composta da giovani ebrei che leggeranno e distribuiranno poesie scritte nelle lingue dell’ebraismo. Il progetto proposto da questi ragazzi si chiama “Babele in rima” ed è stato messo in campo per la prima volta a Roma in occasione della scorsa Giornata Europea sulla cultura ebraica.
Appuntamento il pomeriggio alle 18.30 al chiostro di San Domenico di Fondi con la poesia e l’arpa di Francesco Benozzo, docente dell’Università di Bologna e performer che proporrà un reading-concerto dal titolo “Le radici della poesia”, un viaggio dentro la storia del racconto in versi, da Omero a Gilgamesh ai giorni nostri. A seguire un altro momento importante del Festival con la consegna del Premio di poesia “Solstizio” per opera prima alla presenza dei finalisti e dei vincitori (Lorenzo Babini, Pietro Federico e Luca Lanfredi) e di Davide Rondoni e Claudio Damiani, giurati e poeti di grande fama, insieme a Clery Celeste, vincitrice del riconoscimento lo scorso anno ex-aequo con Gabriele Gabbia. Ciascuno di loro leggerà propri versi, ma anche un testo di de Libero, per contribuire alla riscoperta di questo autore lungo tutta la penisola. Il Festival si chiuderà con una performance tra poesia e pittura con Alessandra Romagna ed Elvio Ceci, autori di un libro a quattro mani dal titolo “Pareidolia – vedere ciò che non c’è”. Per l’occasione si esibiranno live anche i Surgical Beat Bros.

Grey’s Anatomy 13, episodio 1: “L’arme e gli amori”

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Ci risiamo: tredicesima stagione di Grey’s Anatomy e il numero già spaventa.

Un po’ per la superstizione popolare, che gli attribuisce qualche sventura, un po’ perché è davvero difficile arrivare a mandare in onda tredici stagioni di una serie tv senza mai annoiare, soprattutto quando fai sparire o morire molti dei protagonisti (ultimo tra tutti l’amatissimo capellone Derek Shepherd).
Grey’s Anatomy Italia
Invece la storia di Meredith & Co. sopravvive al dottor Stranamore e continua ad incantare il pubblico. Anzi, forse la nostra Meredith ci piace un po’ di più ora e lascia scoprire altri lati di se stessa, lontani da quelli di moglie e madre.

Ma come li avevamo lasciati?

Meredith ha un improbabile love affair con Riggs, a cui è interessata anche la sorellastra Maggie. Visto che, a giudicare dagli sguardi che si lanciano, non sembra essere una storia di solo sesso, cosa deciderà di fare la nostra cara Mer?
Molto più grave la situazione di Alex, che manda all’ospedale De Luca pensando che stia abusando di Joe ubriaca. La ragazza nasconde un passato oscuro, un matrimonio da cui è fuggita, ma questo all’inizio della tredicesima stagione non sembra essere il primo problema di Karev, che avrà ben altro da “scontare”…
Piccola entrata in scena di April, che finalmente ha avuto la bambina di Avery, Harriet, e dei neo sposini Amelia e Owen. Tra il boss Bailey e Warren sembra tornare un po’ di pace dopo gli attriti dovuti alla temporanea sospensione di quest’ultimo dal programma. Per il momento manca all’appello Arizona e ovviamente Callie, che si è trasferita a New York con la rossa Penny alla fine della dodicesima stagione.
Insomma, tutto riprende regolarmente, lasciando aperti molti quesiti insoluti. Il primo episodio (“Undo”) ci fa già pregustare una stagione piena di intrighi psicologici. Molto interessante anche lo sviluppo del rapporto tra Meredith e Maggie: sappiamo benissimo che quest’ultima non sarà mai al pari di Christina nel cuore della protagonista, e temiamo che alla fine lo scontro si farà brutale, soprattutto perché Meredith ogni tanto a questa tendenza a mentire e a omettere che a una come Maggie fa davvero paura…


Alessia Pizzi

L’Illuminazione Led per valorizzare i Quadri

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L’arte ha le proprie specifiche necessità di illuminazione. 

www.ziogiorgio.it
Lo sa bene chi opera nel settore museale, chi allestisce mostre, ma anche chi svolge la professione di architetto per aziende e privati. Le opere d’arte, nello specifico i quadri, hanno bisogno di una corretta illuminazione per esprimere al meglio la loro essenza in ogni tipo di ambiente. 
Molto spesso la luce naturale all’interno di spazi museali o gallerie non è sempre ottimale e in ogni caso durante la stagione fredda gli orari serali sono estesi. Le tele sia antiche che moderne hanno poi esigenze specifiche affinché non vengano alterate dai flussi di luce sia artificiale che naturale. 
I quadri devono essere illuminati in modo corretto affinché la visione e la contemplazione dell’opera avvenga semplicemente e sia possibile in ogni condizione di luce. Per l’arte sono i dettagli a fare la differenza e per ammirarli al meglio è fondamentale che la luce sia ottimale. 
Il fatto che la tecnologia delle lampadine led non si surriscaldi offre ai curatori museali e agli architetti una maggiore sicurezza per le opere d’arte che grazie al led non si rovinano e non corrono inutili rischi. Va considerato inoltre il risparmio in termini economici che l’illuminazione led offre ad ambienti molto grandi come appunti i musei, le gallerie d’arte e similari, in cui è presente una costante illuminazione diurna e serale, tutto l’anno. 
L’illuminazione di un quadro può essere di tipo diretto o indiretto. Nel primo caso la fonte luminosa, sia essa un faretto led, una barra o una striscia led, è posizionata sopra, sotto o a lato dell’opera per esaltarne i dettagli presenti. Nel secondo caso ci si trova di fronte a opere molto antiche o particolarmente delicate su cui non è possibile direzionare luci dirette, si impiegano dunque elementi di illuminazione distanti applicati al soffitto o alle pareti o anche a pavimento. 
È possibile anche che una particolare mostra o una specifica esposizione di quadri richieda uno studio della luce ad hoc. In questo caso è necessario interpellare un tecnico della luce che riesca ad esaltare al meglio quadri di particolare pregio e delicatezza. 

Casa delle Lampadine

Da oltre 40 anni Casa delle Lampadine, con sede a Torino, si occupa di illuminazione a 360 gradi. Ogni tipo di illuminazione è disponibile anche sul sito internet con più di 5000 articoli anche dedicati all’ambito tecnico e professionale. L’ampia disponibilità di prodotti specifici per chi opera da professionista con l’illuminazione è una garanzia di soddisfazione senza pari.

Le opere di Stefano Ricci ipnotizzano la Galleria Tricromia di Roma

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Quando si dice che l’arte ti conquista in pieno potremmo parlare direttamente del caso di Stefano Ricci, illustratore e fumettista ma anche filmmaker ed i suoi misteriosi disegni esposti nella mostra “In questo momento” alla Galleria Tricromia di Roma dal 20 settembre 2016 al 6 ottobre 2016.

Galleria Tricromia
© Stefano Ricci

Le opere di Stefano Ricci sono ipnotiche. Si entra in un vero e proprio sogno. Indagano la sfera dell’onirismo. I disegni esposti alla Galleria Tricromia di Roma per la mostra “In questo momento” dal 20 settembre 2016 al 6 ottobre 2016 fanno parte di un concreto viaggio che l’artista compie attraverso la sfera dei ricordi e della mente. In Mia Madre i colori scuri e screziati delle opere di Ricci ci portano ad entrare misteriosamente in contatto con questa donna, che noi non conosciamo ma i disegni del figlio ce la mostrano. Essi creano quelle sensazioni di curiosità e voglia di sperimentare tipiche dell’essere umano quando viene a conoscenza di qualcosa, come un bambino che vede per la prima volta la sua mamma.

Galleria Tricromia
© Marco Rossi
Guardando bene questa rappresentazione di Loredana, vediamo una figura misterica, che non ci guarda, con un uomo dietro che sembra dirle qualcosa. Ma lei sta ascoltando o non sta ascoltando? Non lo sapremo mai. Lei sembra chiederci di guardarla, di studiarla, di osservarla.
Ne I Migranti alcune immagini di orsi ed animali s’intrecciano in un labirinto oscuro che rappresenta il percorso intricato delle nostre vite e soprattutto di quelle dei migranti, destinati verso un futuro incerto. I colori sono fortemente aggressivi. Sono figure sole, bisognose di comprensione ed affetto, come il panda accarezzato da una bambina, metafora di un uomo solo.

Galleria Tricromia
© Marco Rossi

In “Il sogno” abbiamo una viaggio mentale di un sogno fatto dall’artista, che si rappresenta come un bambino atto ad eseguire diverse attività, come suonare un tamburo o scalare una torre. Domina l’elemento onirico, mentale. Secondo le sue testimonianze, Stefano Ricci passò alcuni periodi di vacanza nelle Dolomiti con il grande Franco Basaglia, la psichiatra promotore della Legge 180 del 18 maggio 1973, con la quale vennero chiusi i manicomi e venne organizzato il sistema d’igiene mentale pubblico, attraverso lo sviluppo della psichiatra sociale. I colori forti di Ricci sembrano voler mettere in luce la forza e la vitalità delle nostre menti.
Galleria Tricromia
© Stefano Ricci

Una mostra assolutamente da non perdere; in una sola parola, eccezionale.

Marco Rossi
@marco_rossi88

This Is Us, il pilot della nuova serie tv con Milo Ventimiglia

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Arriva This Is Us, la nuova serie drama targata NBC con Milo Ventimiglia e Mandy Moore.

Dopo tanti mesi di attesa è finalmente arrivata la serie tv This Is Us, family-drama targato NBC, diretto da Glenn Ficarra e John Requa, che ha fatto il suo debutto negli USA lo scorso 20 settembre con grande successo. Pensate che soltanto il trailer, in questi ultimi mesi, ha ottenuto più di trenta milioni di visualizzazioni sul web, rendendo questo nuovo prodotto televisivo uno dei più attesi della stagione 2016/2017, soprattutto dai fan di Milo Ventimiglia che per molti di noi rimarrà sempre il Jess Mariano di Gilmore Girls. Ma andiamo avanti.
L’ho definito family-drama perché This is Us, scritta da Dan Fogelman, è una serie che racconta la storia di una famiglia e delle persone che gravitano attorno ad essa.
C’è un fatto: secondo Wikipedia, l’essere umano medio condivide il suo compleanno con oltre 18 milioni di persone nel mondo. Non c’è prova che condividere la stessa data di nascita crei un qualunque tipo di legame tra queste persone. E se c’è, Wikipedia non l’ha ancora scoperto per noi
Con questa frase inizia il racconto dei nostri quattro protagonisti, che hanno in comune una cosa, il giorno del compleanno: Jack (Milo Ventimiglia) è sposato con Rebecca (Mandy Moore) ed è in attesa della nascita dei loro 3 gemelli; Kevin (Justin Hartley) attore di sitcom di discutibile livello è in piena crisi esistenziale, perché vorrebbe per la sua carriera dei ruoli più impegnativi; Kate (Chrissy Metz), sorella gemella di Kevin e in lotta con i suoi chili di troppo; infine, Randall (Sterling K. Brown) uomo di successo, in cerca dei suoi genitori biologici. This is Us è la storia di quattro vite, così come sono, senza clichè o troppi fronzoli, raccontando vite vere, con le loro emozioni e i loro problemi, facendo subito affezionare il pubblico ai suoi personaggi. 
Certo, guardando la prima metà dell’episodio, tutto potrà sembrare banale, una storia già vista. Ma è proprio questa la forza di questa puntata introduttiva di This Is Us: veniamo portati pian piano a capire qual è l’intreccio che unirà i quattro, solo nei minuti finali dell’episodio. La riuscita del pilot è ovviamente stata possibile grazie ad una regia sapiente, che si sofferma su ogni personaggio con la giusta intensità, senza lasciare nessuno troppo in disparte e cercando di osservare con occhio intimo le quattro storie, e degli ottimi dialoghi.
 Una serie che unisce sentimento, comicità, dramma ed emozioni, il nuovo prodotto della NBC si prospetta appassionante e con un cast corale che promette davvero bene.
Ilaria Scognamiglio

A Fondi Lino Angiuli, Premio di poesia ‘Solstizio’ alla carriera‏

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Il 1° ottobre, alla III edizione del Festival poetico ‘verso Libero’ l’associazione ‘de Libero’ consegnerà il riconoscimento a uno dei più grandi cantori del Sud.

Il tema della III edizione del Festival poetico “verso Libero” che si terrà a Fondi dal 1° al 2 ottobre 2016 è ispirato a questo verso deliberiano: “viviamo stretti come albero a radice”. È un passo di “Creatura celeste”, una delle odi più belle che Libero de Libero inserì nei “Cantari di Ciociaria” per cantare – appunto – la sua terra natìa. Per consegnare il Premio di Poesia “Solstizio” alla Carriera c’era bisogno, dunque, di un uomo che non fosse “soltanto” un poeta, ma un poeta radicale, un poeta radicato. E forse nessuno meglio di Lino Angiuli in questo momento in Italia incarna quella sperimentazione poetica che non ha ceduto il passo al conformismo, allo stereotipo, conservando invece un linguaggio e un verso del tutto personali e riconoscibilissimi. 
Dopo il conferimento del riconoscimento a Rodolfo Di Biasio nella passata edizione, quest’anno sarà lui stesso a cedere il testimone a Lino Angiuli, un grandissimo cantore del sud (“voce del verbo sudare”, come lui stesso scrive) in una serata che lega de Libero a Di Biasio, Di Biasio ad Angiuli, ed anche Angiuli a Parisi. Perché il 1° ottobre 2016, giorno di apertura del Festival “verso Libero”, dalle 18 ci sarà spazio per assaporare un de Libero inedito con Lorenzo Cantatore, curatore del diario “Borrador”, che ci svelerà passi inediti dalla seconda parte, e con Marcello Carlino, il quale invece ci parlerà di un’opera teatrale deliberiana appena riportata alla luce dai membri dell’associazione “de Libero”: il “Don Giovanni (o il burlatore di se stesso)”. 
La serata del 1° ottobre inizierà alle 20.30 con una performance teatral-poetica proprio sull’opera di Rodolfo Di Biasio, dal titolo “Viaggio alla nuova città”: stanno lavorando al progetto il regista Antonio Fasolo, gli attori Daniele Campanari e Serina Stamegna, la pittrice-performer Stefania Romagna e il musicista Antonio Zitarelli. A seguire la consegna del Premio alla Carriera a Lino Angiuli, 70 anni appena compiuti, poeta, novelliere, critico e codirettore dal 2000 del semestrale “Incroci”. Angiuli è persona fortemente empatica e simpatica, eccelso narratore (è anche autore di libri sui racconti popolari) e il suo essere terragno, radicato in Terra di Bari o forse più giustamente in un Sud italiano che è vastissimo, si lega anche ad Antonio Parisi, il cui “Canzoniere fondano” sarà ricordato dai soci dell’associazione de Libero nell’ultima parte della serata di sabato, grazie alla partecipazione dell’amico fraterno Gaetano Carnevale. Parisi è venuto a mancare un anno fa, ma la sua opera resta immortale, specchio di una società forse persino immutabile.
Tornando a Lino Angiuli, classe 1946, è nato e vive in Terra di Bari, dove ha diretto un Centro Regionale di servizi culturali. Collaboratore dei Servizi culturali della Rai e di quotidiani, ha fondato alcune riviste letterarie, tra le quali il semestrale «incroci», che dirige con Raffaele Nigro e Daniele Maria Pegorari per l’editore Adda di Bari. Ha pubblicato dodici raccolte poetiche in lingua italiana e dialettale; tra le ultime: “Daddò dadda” (Marsilio), “Catechismo” (Manni), “Un giorno l’altro” (Aragno), “Viva Babylonia” (Lietocolle), “L’appello della mano” e “Ovvero” (Aragno). La sua produzione, che ha ricevuto numerosi riconoscimenti e traduzioni, è considerata nell’ambito di manuali scolatici ed enciclopedie. Molte le pubblicazioni sul versante della cultura tradizionale. Recentemente, per “La Vita Felice” di Milano, ha realizzato tre antologie della poesia europea.
Scrive Gabrio Vitali come postfazione al libro “Un giorno l’altro” (Aragno, 2005): “È, quello che si libera nella parola di Angiuli, un mondo di immagini, voci, di gesti e di appartenenze legati tutti a una campagna rassicurante e sempre ritrovata come antidoto ai miasmi del vivere; un mondo che può essere attraversato con serenità, con ironia e qualche volta persino concedendosi allo stupore”. 
Mentre è lo stesso Angiuli ad affermare lucidamente: “Da parecchio tempo, soprattutto nel Meridione (dove è ancora attivo un cospicuo strato di cultura tradizionale) si assiste a una pratica culturale che somiglia tanto alla elaborazione di un lutto. Ri-cerche, ri-letture, ri-visitazioni, re-stauri, re-cuperi, ri-valutazioni, ri-scoperte… e così via: è questo il vocabolario in gran parte usato per chiamare una serie infinita di operazioni, anche editoriali, con cui si cerca di diluire il senso di perdita di un orizzonte culturale ancora capace di parlare nonostante sia stato tacitato dal frastuono della modernità. (…). Tante altre alterità, a cominciare dalla propria, (…) aspettano di essere prima di tutto ascoltate e poi incontrate in quel luogo assai speciale che è la lingua”. 
Il Premio alla Carriera che l’associazione de Libero conferirà ad Angiuli non vuole essere una ri-valutazione della sua opera, piuttosto un ponte tra chi, come lui e Di Biasio, può farsi maestro e guida nei confronti dei più giovani, i quali saranno difatti protagonisti della sezione opera prima del Premio “Solstizio” nella giornata successiva del 2 ottobre.

Romeo e Giulietta: al Globe Theatre l’intramontabile tragedia di Shakespeare

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Romeo e Giulietta, una delle tragedia più belle di sempre, sarà in scena al Globe Theatre, per la regia del grande Gigi Proietti, fino al 2 ottobre 2016. Un appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati dell’inarrivabile Shakespeare. 

@MarcoBorrello
E’ Romeo e Giulietta, e della loro storia d’amore non ci si stanca mai. Non ci si stanca mai di ascoltare i dolci sospiri della giovane Capuleti dall’ormai leggendario balcone o di spiare Romeo mentre per la prima volta la scorge al ballo. Non ci stanca mai anche del finale, amaro, struggente, che pure, ogni volta, desidereremmo meno triste: cosa sarebbe successo se… E poi ci si ferma. Perché ci si rende conto da subito che è anche e soprattutto il finale a consegnare alla storia il capolavoro di William Shakespeare.
Il Globe si rivela un teatro incredibilmente suggestivo (se anche incredibilmente scomodo). Le luci, soffuse, il palco essenziale, e tutto intorno spettatori impazienti, accrescono l’attesa della magia cui si sta per assistere. Poi arriva in scena lui, Gigi Proietti. E tutto si fa prima silenzio e poi applauso fragoroso. Recita l’incipit e sono brividi e commozione. E’ un gigante, troneggia anche nella vastità degli spazi. Tutto si ferma per quei pochi minuti di presentazione e tu cerchi di destreggiarti al meglio tra l’ascolto, il non perderti nemmeno un secondo della sua straordinaria verve recitativa e l’emozione. Che c’è, tantissima. E ci si chiede se dopo il suo breve se anche vibrante intervento, tutto finisca lì, che altro da vedere non c’è. Non può esserci.
Invece poi Gigi si ritira e cede il posto ad un cast di attori fresco e motivato. Particolarmente apprezzabile e godibile è la scelta di ambientare la prima parte nella nostra realtà quotidiana, fatta di giovani ribelli e bimbe tredicenni che si affacciano per la prima volta alla vita. Complice anche la freschezza dei giovani attori, si assiste insomma quasi ad una commedia giovanile da “Notte prima degli esami”: si ride, ci si emoziona, ci si avvince: riuscirà Romeo a conquistare Giulietta? Riuscirà il loro amore a far cessare l’odio tra le due potenti famiglie rivali? Ma dopo il ballo, dopo la dichiarazione d’amore e la conseguente promessa al balcone di lei, tutto si fa improvvisamente più serio. E come un cambio di pagina, ecco che la tragedia incombe: Romeo non indossa più i jeans, Giulietta non ascolta più musica rock mentre si veste. D’improvviso, anche i dialoghi, che in una prima parte hanno ricalcato i ritmi della commedia e della realtà dei giorni nostri, tornano seri. Torna il linguaggio di Shakespeare. Aulico, potente. La forza della parola che da’ vita all’immagine.
E, preceduta da questo improvviso cambio di vesti e di suoni, anche la storia volge al suo peggio: l’uccisione di Mercuzio, la vendetta di Romeo su Tebaldo, la cacciata di Romea da Verona, l’imminente matrimonio di Giulietta con Paride, il feroce scontro di Giulietta con il padre. Sono finiti i giochi di ragazzi, i teneri incontri, le parole sussurrate, le promesse fatte alla luna capricciosa. L’entrata nella vita adulta si compie, per i due giovani innamorati, già il mattino dopo la loro prima e unica notte d’amore. E potente è il richiamo a quel talamo bianco che presto, come sudario, avvolgerà Giulietta. La tragedia è lì, insomma, e non si fugge. La conclusione, inevitabilmente amara, anche.
Gigi Proietti si rivela un regista abile e appassionato e anche, per certi versi innovatore. Il cast è di certo all’altezza delle aspettative, per quanto le interpretazioni di alcuni personaggi secondari – a mio avviso – abbiano altamente superato quelle dei due protagonisti (se anche, va detto, godibilissime), Mimosa Campironi nella parte di Giulietta e Matteo Vignati in quella di Romeo. Mi riferisco, in modo particolare, alla davvero straordinaria resa scenica di Alessandro Averone che ha dato vita ad un Mercuzio particolarmente convincente, in continua oscillazione tra disperazione e goliardia.
Ma degne di nota sono state, anche, le interpretazioni di Francesca Ciocchetti, nel ruolo della Balia, di Martino Duane (Capuleti) e, soprattutto, di Gianluigi Fogacci  nei panni di un irresistibile Frate Lorenzo.
Insomma, Romeo e Giulietta al Globe Theatre va assolutamente visto. Ritagliatevi una serata diversa, in un teatro suggestivo, all’interno di uno degli spazi più belli di Roma, Villa Borghese. E’ Romeo e Giulietta e per quanto alcuni di voi abbiano già visto o già letto questa storia, vi assicuro che non ne avrete mai abbastanza.
Chiara Amati

Un weekend “del patrimonio” alla GNAM

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L’ultimo weekend di settembre, la GNAM parteciperà all’iniziativa europea con l’intento di potenziare e favorire il dialogo e lo scambio in ambito culturale tra le Nazioni

Sabato 24 e domenica 25 settembre la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea 
partecipa alle Giornate Europee del Patrimonio (GEP) nell’ambito delle iniziative promosse dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo sul tema “Patrimonio e cittadinanza. Cultura è partecipazione”. 
Sabato 24 la Galleria rimarrà aperta fino alle 22.30, con biglietto d’ingresso al prezzo simbolico di € 1 dalle 18.45 alle 21.45 (ultimo ingresso), con le gratuità previste per legge. 

Programma

Ore 11.00

Laboratorio per famiglie “Il tempo del fare” Un viaggio alla scoperta degli archivi degli artisti tra carte d’artista e cartoline: gli “sms” dei creativi del passato e la trasformazione delle cartoline con la mail-art! Non dimenticate di portare un francobollo per diventare mail-artisti! Partecipazione compresa nel prezzo del biglietto.

Ore 20.00 

Totem. Performance musicale del trio Colombo – Schiaffini – Marino 
Eugenio Colombo: sax alto, sax soprano, flute. 
Giancarlo Schiaffini: trombone.
Luigi Marino: zarb, cymbals, portable electronic devices, objects
Con il progetto Totem, il trio si esibirà all’interno dell’esposizione The Lasting. L’intervallo e la durata a partire dalle 20.00 in tre momenti distinti, ognuno di circa quindici minuti. Eugenio Colombo, Giancarlo Schiaffini e Luigi Marino daranno vita a un esempio di improvvisazione musicale, circondati da opere che richiamano il rapporto tra improvvisazione, tempo e gesto. 

Bio

Eugenio Colombo (Roma, 1953) Sassofonista, flautista, compositore jazz, si diploma nel 1982 al Conservatorio di Frosinone. Ha scritto diverse composizioni per strumenti solisti, per quartetto di sassofoni, trio d’archi, big band e banda di ottoni con solisti improvvisatori. È uno dei membri fondatori della Italian Instabile Orchestra e del SIC trio con Schiaffini e Iannaccone. Ha collaborato, tra gli altri, con Steve Lacy, Ekkehart Jost, Bruno Tommaso, Giorgio Gaslini, Maurizio Giammarco e Giovanna Marini. 

Giancarlo Schiaffini (Roma, 1942) Compositore, trombonista, tubista, si è laureato in fisica nel 1965. Autodidatta in musica, negli anni Sessanta e Settanta ha partecipato alle prime esperienze di free-jazz in Italia e ha fondato diversi gruppi strumentali. Ha collaborato con John Cage, Karole Armitage, Luigi Nono e Giacinto Scelsi. Ha partecipato a numerosi festival e stagioni concertistiche e ha registrato per molte radio nazionali e internazionali. Dal 1988 collabora con Silvia Schiavoni per la composizione ed esecuzione di performances multimediali. 

Luigi Marino (Roma) Musicista e improvvisatore, lavora su supporti elettronici, percussioni e sistemi di interazione tra una fonte esecutore-driven estemporanea e un computer. Ha conseguito la laurea in Lettere e Filosofia presso l’Università di Tor Vergata, e un master in musica elettronica al Mills College. Ha studiato zarb con Mohssen Kasirossafar. Ha conseguito numerosi premi tra cui l’assistentato di insegnamento presso il Center of Contemporary Music at Mi lls College, il Paul Merritt Henry Prize e il dottorato presso l’Arts and Humanities Research Council.