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“At Least For Now”, l’opera-rock di Benjamin Clementine

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Primo album per la giovane stella londinese.

A marzo del 2015 esce, dopo l’attesa strategica di quasi due anni imposta dalla Caroline Distribution, l’attesissimo album di Benjamin Clementine, At Least For Now.
Prima di analizzare l’opera è utile dare qualche informazione sul giovane musicista britannico. Nato a Crystal Palace, nel sud di Londra, trascorre un’adolescenza travagliata che culmina con l’abbandono della scuola. Dopo aver vissuto per un periodo come artista di strada, a 19 anni si trasferisce a Parigi per qualche anno guadagnandosi da vivere con la sua arte. Qui entra in contatto con la musica di Debussy e Satie, che egli annovera tra le sue principali fonti di ispirazione insieme a poeti del calibro di William Blake e Thomas S. Eliot. Nel 2012 viene scoperto da un magnate francese che crea l’etichetta ‘Behind’ per fargli registrare i primi lavori. Nel 2013 Clementine pubblica il suo primo EP ‘Cornerstone’ contenente 3 tracce, preludio ad At Least For Now.

L’album di esordio è composto da 11 tracce alle quali si aggiungono 2 tracce studio e 2 live della Deluxe Edition. La caratteristica principale delle canzoni di Clementine è l’essenzialità dello strumentale, composto quasi esclusivamente dal pianoforte suonato dal cantante stesso. A questo si aggiungono sporadici interventi di basso, batteria o archi, che danno l’impressione di illuminare in un flash il palco piccolo e in penombra, sul quale l’artista si esibisce seduto al piano e con la sua calda voce da tenore spinto. Questa è l’atmosfera che evoca la sua musica, calma ma potente, che fonde la teatralità dell’opera all’espressività del soul e ai toni graffianti del rock. Le tracce che spiccano dall’insieme dell’album, che è comunque un’amalgama ben organizzata e coerente, sono ‘Cornerstone’ e ‘Condolence’ alle quali si aggiunge ‘I Won’t Complain’ della Deluxe edition.

 L’album ha incontrato il calore e l’entusiasmo della critica, oltre ad aver vinto il Premio Mercury, dedicato da Clementine alle vittime degli attacchi terroristici di Parigi.

Gianclaudio Celia

I semplici “riti” quotidiani incisi nella pietra

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Gli oggetti vanno oltre le loro forme, si trasformano da semplici cose della vita quotidiana in un vero e proprio racconto. Questo è alla base di “Riti”, mostra organizzata nell’ambito di Stonetales all’interno della Chiesa di Santo Stefano Rotondo a Roma dal 21 aprile al 22 maggio

Il Celio è una delle più belle zone di Roma. Le sue strade strette e silenziose, le sue chiese così ricche di opere d’arte invitano alla contemplazione. All’interno della Chiesa di Santo Stefano Rotondo, oltre ai bellissimi affreschi del Pomarancio, in questo periodo troverete qualcosa di speciale, un piccolo ambiente domestico; tutto ciò è alla base di “Riti“, mostra curata da Maria Teresa Della Fera nell’ambito di Stonetales con opere di Peppino Lopez e del gruppo Recycled Stones, presente nella chiesa romana dal 21 aprile al 22 maggio.

Santo Stefano

Accompagnati dal magico suono del violino di Sophia Vanessa Di Tempora, il giorno dell’inaugurazione la chiesa ci sembrava ancora più scintillante e ricca, decorata da questi piccoli oggetti. Peppino Lopez,  nei suoi Crochet Home (collezione di centrotavola e complementi per la tavola fatti in polvere di marmo) o nei suoi Plat (collezioni di sottopiatti in pietra lavica dell’Etna e vetro riciclato), che possiamo vedere nella foto principale, sembrava volerci far ricordare i riti di una normale vita quotidiana, i ricordi di momenti felici e gioiosi come possono essere quelli di quando ci si siede a tavola; oggetti che portavano alla mente l’estrema gioiosità e gioia di vivere e dello stare insieme che contraddistingue, per esempio, i pasti nel Sud Italia (Peppino Lopez è siciliano).

Elemento che abbiamo ritrovato anche nelle opere del gruppo Recycled Stones ed i loro interessanti Paesaggi di Dati (sistema di accessori per la tavola), le loro Variazioni 2.0 (sistema di vasi monofiore), un omaggio ai vasi di Angelo Mangiarotti, e Satelliti (sistemi di vasi monofiore e candelabri a più altezze) che, insieme alle sopra citate Variazioni, possiamo vedere in questa foto.

Piccoli oggetti dai quali si avvertiva la rinascita della vita. Da un piccolo involucro bianco venivano fuori dei rami; essi rappresentavano il senso della nascita, del risveglio e del ricordo, come se improvvisamente la memoria di un qualcosa successo anni e anni fa rispuntasse davanti a noi con tutta la sua forza; elementi visivi di forte impatto.
Una piccola ma grande mostra, di notevole forza espressiva e per di più in un luogo magnifico. Andateci assolutamente!

Marco Rossi
@marco_rossi88

(Foto di Marco Rossi)

La tradizione di ferro: i Pupi Siciliani “senza maschera”

I Pupi Siciliani sbarcano al Teatro Quirino di Roma, dove, fino all’8 maggio, sarà allestita nella Sala Colonne la mostra fotografica “Il grido dei Pupi”, dedicata alle famose marionette siciliane, contemporaneamente all’esposizione di queste autentiche opere d’arte artigianali.

La mostra è stata inaugurata da un affascinante spettacolo teatrale messo in scena dall’Associazione Culturale Don Ignazio Puglisi, in cui gli esperti “pupari” hanno rappresentato “La morte di Orlando”, uno degli episodi più famosi della chanson de Roland.
Sul palco del Quirino, le marionette, riccamente decorate e curate nei minimi dettagli, hanno incantato adulti e bambini, portando sul palco l’epica battaglia di Roncisvalle tra i nobili paladini cristiani e i perfidi saraceni. 
I pupari, prestando la voce a questi nobilissimi burattini, hanno successivamente svelato la storia e i segreti di un’arte antichissima, che conserva ancora tutto il suo fascino rurale. 
Infatti i pupi acquistarono popolarità all’inizio dell’Ottocento, permettendo ai poveri contadini e alle classi più umili di perdersi nella finzione della rappresentazione scenica. Per secoli le marionette siciliane hanno costituito l’unica fonte di divertimento, rappresentando anche il solo mezzo di istruzione per i ceti analfabeti, che nello spettacolo teatrale trovavano un’educazione etica e sentimentale. I pupi furono i degni figli di un teatro umile, che si adattò alle rigide condizioni di una Sicilia arcaica e selvaggia; all’inizio costruito con materiale di recupero, assunse poi un’espressione assolutamente unica e folcloristica.
Questi pupazzi si distinguono dalle comuni marionette per il fatto di essere manovrati da un’asta di metallo agganciata alla sommità del capo, un aspetto caratteristico che gli conferisce stabilità e rigidezza. I pupi infatti non si piegano, non sono sorretti da un fragile filo, e per questo non cadono senza forma e senza ossa su se stessi. Sono fatti di ferro, sono forti e inflessibili, sono l’emblema di una tradizione secolare che non si spezza, ma che resta saldamente in piedi e a cui ancora è data una voce.
Il teatro dei pupi è un’eredità che è rimasta autentica, grazie alle generazioni di artigiani che con il proprio mestiere hanno conservato i segreti di un patrimonio culturale ricchissimo, inseguendo il filo di un’antica tradizione che si perde nel tempo.
In questo senso la mostra fotografica curata da Nunzio Bruno realizza una commovente testimonianza dell’antica tradizione dei Pupi Siciliani. Questi ultimi nelle foto sono spogliati della loro forzata teatralità, per consegnarli allo sguardo dell’osservatore nella loro forma più drammaticamente umana, quasi intima, senza maschera.
Le foto in bianco e nero sono una soffocata denuncia dell’insensibilità e dell’indifferenza che troppo spesso colpisce la nostra tradizione e il nostro antico folklore, troppo lento per inseguire la vertiginosa velocità dei tempi moderni.
I pupi nel loro dignitoso silenzio ci chiamano, invocano un pubblico diventato troppo distratto e arrogantemente superficiale per guardare indietro a un passato ricco di storie, di favole e di eroi, dove le maschere nella loro incompresa solitudine assomigliano sempre più alla condizione esistenziale dell’uomo contemporaneo.
Durante il percorso fotografico veniamo travolti da mondo sospeso e senza tempo, e, osservando direttamente questi pupi di ferro, ci accorgiamo quanto esse drammaticamente possano somigliarci.
Martina Patrizi

La street art sui muraglioni del Tevere

I muraglioni del Tevere diventano uno spettacolo: la street art arriva lungo il fiume.

L’artista William Kentridge, 61 anni, sudafricano, ha decorato con la propria arte i muraglioni romani, portando una street art singolare sulle sponde del nostro Tevere. Si tratta di Triumphs and Laments – un progetto per Roma: la storia della Capitale si lascia narrare per vittorie e sconfitte, dolore e arte; il tutto reinterpretato a discrezione dell’autore. Quanto saprete riconoscere del passato, lontano e vicino, dell’Urbe?

Ecco alcuni scatti per farvi un’idea. Starà a voi recarvi in loco per gustare il resto.

Triumphs and Laments Roma
Le figure sono ottanta, sui dieci metri di altezza, disposte per 550 metri lungo i muraglioni e ricavate asportando i residui accumulatesi sulla superficie. L’area interessata va da Ponte Sisto a Ponte Mazzini, dal lato del Lungotevere Farnesina.
Triumphs and Laments Roma
Si consiglia di partire da Ponte Sisto; troverete come prima figura quella in foto.
Triumphs and Laments Roma
Il murale è stato inaugurato ufficialmente il 21 aprile 2016, in occasione dei Natali di Roma, con musiche e danze dal vivo, mentre i bozzetti preparatori sono stati esposti al Macro di Via Nizza il 17 aprile e vi resteranno fino al 2 ottobre.
Triumphs and Laments Roma
Non si cerca affatto di costruire una rappresentazione realistica della storia e gli eventi non seguono un ordine cronologico; si procede per simboli, spesso contaminati da una commistione di elementi, a volte anacronistici, oppure solo in apparenza decontestualizzati.
Triumphs and Laments Roma
Data la grandezza del murale, c’è da rimanerne impressionati. Il presente fa irruzione con un barcone di migranti.
Triumphs and Laments Roma
Pasolini è una figura distesa sul cemento, brutalmente colpita, mentre Giordano Bruno, in foto, è la statua che scruta dal suo piedistallo.
Triumphs and Laments Roma
La Dolce Vita: Mastroianni e Anita Ekberg; niente fontana, ma una vasca da bagno. Così ci avviciniamo agli spazi finali della street art tiberina.
Triumphs and Laments Roma
Alcuni episodi storici sono più riconoscibili di altri...
Triumphs and Laments Roma
Si può presumere che il lavoro sia permanente, almeno fin quando lo sporco non torni ad annerire del tutto i muraglioni. Speriamo allora di poterne godere a lungo; la passeggiata lungo la banchina del fiume è un classico romano e per la maggior parte dell’anno resta poco sfruttata e artisticamente desolata. Che sia questo l’inizio di un nuovo “decoro” del Lungotevere?

@Foto di proprietà dell’autore
 
Gabriele Di Donfrancesco

Pilade, il dramma della perdizione umana

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Pilade ed Oreste si scontrano apertamente: rappresentano due mondi diversi, in aperto conflitto fra di loro. Questo è alla base di “Pilade” di Pier Paolo Pasolini in scena fino al 1° maggio al Teatro Vascello.

@Giovanni Bocchieri
Siamo su di una piazza, la piazza di Argo, che assiste come un grande testimone allo scontro di due complesse personalità: Oreste, coraggioso, carismatico, colui che guarda al futuro, e Pilade, silenzioso, timido, attaccato alle antiche tradizioni, appassionato di poesia e che soffre l’ulteriore presenza ingombrante di Atena, la dea che non conosce il ventre materno né le perversioni che nascono dalla nostalgia. Tutto ciò è alla base di “Pilade“.
Oreste è una personalità considerata “lungimirante”, che guarda al futuro e parla di progresso tecnologico. Il popolo lo considera il leader più adatto, mentre Pilade è un uomo più vicino alle tradizioni, ai valori del passato, perché è l’unica cosa che noi conosciamo ed amiamo veramente: è il ventre di nostra madre, la nostra meta. Due personalità fortemente differenti a confronto: il supposto forte Oreste ed il timido ed amichevole Pilade.

I due protagonisti rappresentano la lacerazione ormai del tutto insanabile delle nostre società e dell’animo umano, spinto all’estremo dalle proprie pulsioni e passioni. Oreste combatte per propria vanagloria, ma anche Pilade, quando conosce Elettra, la sorella di Oreste, incomincia a vivere un sentimento che lo porterà verso la completa perdizione. Entrambi sono buoni e cattivi, perché noi tutti siamo buoni e cattivi.
Sono due anime dannate, distrutte e consumate dal proprio orgoglio e dalle proprie passioni. Oreste vuole essere considerato un eroe, mentre Pilade si dispera per trovare una propria strada. Egli è dominato anche dall’invidia.
Lo spettacolo, trasposto ai giorni nostri, attraverso la bella regia di Daniele Salvo e l’interpretazione magistrale di tutto il cast – in primis Elio D’Alessandro come Pilade, e Selene Gandini come Elettra – mette in luce la totale e spaventosa perdita di valori che la nostra società sta attraversando. Siamo un popolo senza guida, in tutti i sensi, anime smarrite alla ricerca di un appiglio; forse proprio per questo tendiamo a seguire un presunto comandante senza mai chiederci cosa ci sia dietro, mentre le voci fuori dal popolo, tutti coloro che non seguono la massa, sono automaticamente ghettizzate.
Marco Rossi

Il Padrino, un film che non si può rifiutare

“Io credo nell’America”

Titolo: Il Padrino (The Godfather)
Regista: Francis Ford Coppola
Sceneggiatura: Mario Puzo, Francis Ford Coppola
Cast Principale: Marlon Brando, Al Pacino, Diane Keaton, Robert Duvall, James Caan, Talia Shire, John Cazale.
Nazione: Stati Uniti
Anno: 1972
In America esiste il modo di dire “larger than life” – letteralmente traducibile con “più grande della vita” – per ricordare persone o avvenimenti che vivranno per sempre e sono più grandi, importanti e radicate nell’immaginario collettivo di quanto si possa concepire. Ecco, nell’ambito cinematografico Il Padrino è assolutamente più grande della vita stessa.
Tutti lo conoscono, anche quei pochi che non lo hanno visto conoscono qualche scena o addirittura mentono dicendo di averlo visto; chiedendo alla gente quali sono i migliori film di gangster o inerenti alla Mafia è sempre citato nei primissimi posti. Il problema è che a 40 anni dalla sua nascita molti ancora non hanno capito che non è solo un film sulla Mafia e non parla di Mafia, nessuno durante le quasi 3 ore di pellicola parla mai direttamente di Cosa Nostra o pronuncia quella parola, pur mostrando il film gli aspetti enfatici del crimine organizzato. Il Padrino è forse la più grande e potente saga familiare mai concepita e uno dei più grandi atti d’accusa alla perdita dei valori nella società americana, uno dei maggiori melodrammi americani del novecento. Tutto questo è riscontrabile nei romanzi e nella sceneggiatura di Mario Puzo, capolavori che il virtuosismo deciso di Coppola ha reso immortali. Si prende la comunità italo-americana, probabilmente la più legata alle tradizioni del paese d’origine, si introduce il concetto di Mafia, la rappresentazione forse più estrema dei vincoli di sangue indissolubili, e la metafora è servita su un piatto d’argento.

La trama

Il film si apre con un matrimonio e si chiude con un battesimo, due cerimonie tradizionali e fondamentali in ogni famiglia, i sacramenti che più di tutti sanciscono la nascita di un nuovo nucleo familiare; vediamo all’opera dei criminali e non dimentichiamo mai che lo sono, eppure simpatizziamo per loro perché per la maggior parte del tempo li vediamo insieme, dentro casa a svolgere faccende quotidiane, a parlare e mangiare, continuamente a mangiare, come fosse una famiglia normale, come fosse la nostra. I Corleone hanno la fama di banda spietata, ma per tutto il film non uccidono mai un solo innocente: l’unico non mafioso ucciso da loro è il capitano McCluskey, un poliziotto però corrotto. Non vediamo atti di racket, prostituzione, spaccio, ogni attività criminale dei Corleone si svolge al di fuori del cerchio familiare, e non a caso ogni qualvolta qualcuno si allontana dalla famiglia non finisce bene: Sonny per uno scatto d’ira lascia la casa e rimane da solo, e puntualmente viene trucidato; don Vito si allontana banalmente un momento dal figlio per comprare un’arancia al banco di frutta, e puntualmente viene colpito da un sicario; Michael deve allontanarsi fino in Sicilia, e puntualmente il suo nuovo amore Apollonia viene ucciso in un attentato. Appena manca la protezione più intima della famiglia nessuno è al sicuro, nemmeno i più potenti.
E chi sta perdendo negli anni settanta la protezione più intima di un vero regime di valori? L’America in tutti i suoi livelli, dalle istituzioni (la grigia presidenza Nixon che raggiungerà l’apice col Watergate) alla società (le criticate abitudini e costumi dei nuovi adolescenti) passando per il rispetto nel resto del mondo (l’escalation militare in Vietnam). Può essere quindi la figura di Vito Corleone una vera e propria allegoria del’America stessa? E’ vecchio, saggio, tiene sulle spalle tutta la famiglia, ama i figli e li protegge, incute timore e rispetto, ma è pur sempre un leader criminale. O forse Vito Corleone, proprio perché pieno di ipocrisie ma comunque fondamentalmente ricco di morale, è il simbolo di tutto ciò che l’America ha perso? Tutti i gesti atroci da lui compiuti non sono mai mostrati in prima persona, o sono narrati da altre persone o sono compiuti indirettamente, come il celeberrimo episodio della testa di cavallo mozzata, quando afferma rivolto al becchino Buonasera “un giorno, e che quel giorno non arrivi mai, ti chiederò un favore in cambio” si gela il sangue dello spettatore pensando alla più efferata vendetta, invece il favore che chiede in cambio è quello di sistemare il corpo del figlio morto per far si che la madre non lo veda ridotto in quello stato: se all’inizio don Vito può apparire come un boss spietato, per buona parte del film Vito è semplicemente un vecchio patriarca che mira al bene della propria famiglia.
O forse, in maniera più subdola, il percorso distruttivo intrapreso dall’America è raffigurato dalla discesa agli inferi di Michael Corleone? Il figlio di don Vito all’inizio è un soldato che si è arruolato nell’esercito proprio per non entrare negli affari immorali della famiglia, ma pian piano, per l’amore che lo lega ai fratelli e al padre, viene risucchiato in un vortice da cui tornare indietro è impossibile: alla fine del film Michael è del tutto un’altra persona, una marionetta manovrata dal suo destino e dalla sua lealtà verso la famiglia.

La recensione

Tradurre sul grande schermo una complessità simile di valori e sentimenti è un compito impossibile, ma Il Padrino c’è riuscito. La sceneggiatura di Mario Puzo sfiora la perfezione, e riesce già al termine della lunghissima sequenza iniziale, il matrimonio della figlia del boss, a farci conoscere le personalità, i modi di fare e pensare, i caratteri di una vastissima galleria di personaggi. La regia di Coppola è sicura, potente, intensa, capace di costruire atmosfere incredibili, e soprattutto eclettica: è sontuosa e sfarzosa nel già citato matrimonio iniziale; è epica, abilissima nello sfruttare i grandi spazi quando Michael va in trasferta forzata in Sicilia; è adrenalinica nel finale grazie ad un montaggio da film d’azione per la sequenza di omicidi che chiude i conti e corrompe definitivamente il giovane Michael. Così come una grande componente per il successo della pellicola è la colonna sonora immortale di Nino Rota, un tema musicale che tutti conoscono e che si è sentito così tante volte in così tanti contesti diversi. E si potrebbe addirittura non parlare degli attori perché sono le loro interpretazioni a parlare da sole: il film lancia Robert Duvall, James Caan, John Cazale ma soprattutto la stella di Al Pacino che qui firma una delle prove più intense, profonde e carismatiche di tutta la sua carriera, ogni singola emozione, e il suo personaggio ne prova davvero tante nel corso del film, è trasmessa solo muovendo gli occhi. E poi Marlon Brando, da molti definito prima del film ormai sul viale del tramonto, qui invece rinasce dalle proprie ceneri.
Riguardate la scena in cui Tom Hagen nel cuore della notte confessa a don Vito che il figlio Sonny è stato ucciso: è un momento indescrivibilmente tragico, potrebbe piangere, singhiozzare, urlare, disperarsi, sciogliersi, rimanere in silenzio, invece Brando fa un solo movimento, un singolo sussulto, e in quel sussulto c’è tutto.
Si potrebbe dire altro, ma Il Padrino è già parte della nostra eredità culturale: quando parte quella musica, alla prima nota tutti riconoscono immediatamente di che film si tratta.

3 buoni motivi per vedere il film:

– La fotografia del “signore delle tenebre” Gordon Willis, nessuno come lui ha mai utilizzato così bene le tonalità scure e le ombre, e in questo film, soprattutto nella scena d’apertura, si supera.
– Marlon Brando, anche solo per provare ad imitare la sua parlata, con i batuffoli di cotone nelle guance naturalmente.
– Scoprire e riscoprire il talento di John Cazale, uno de più grandi caratteristi di sempre scomparso troppo presto, nemmeno all’apice alla carriera, ma ancor prima di mostrare a tutti ciò di cui era capace.

Quando vedere il film?

– Beh, prima di tutto prendetevi parecchio tempo, il film dura quasi 3 ore. Il mio consiglio quindi è una domenica sera, possibilmente d’inverno, ed è uno dei pochi film che si può gustare anche da soli. Munitevi di cibo rigorosamente italiano e vino, l’atmosfera sarà perfetta.
Emanuele D’Aniello

Un altro film di Coppola dal nostro Cineforum? Eccolo!

Dracula di Bram Stoker: l’amore immortale filmato da Coppola

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La morte infantile raccontata in un concerto

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Un programma particolare con musiche di Gustav Mahler e Maurice Ravel è stato quello di questo weekend appena conclusosi all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Il tema principale erano le morti infantili.

Questo weekend di concerti all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia è stato in parte incentrato su un tema particolare: le morti infantili. Esse sono state le protagoniste di una serie di concerti dedicati anche alla memoria del grande Giuseppe Sinopoli, direttore d’orchestra scomparso a Berlino per un infarto durante un’esecuzione, quindici anni fa.

Gustav Mahler
© Riccardo Musacchio & Flavio Ianniello
Il maestro Yuri Temirkanov, con la sua innata eleganza, è salito sul podio ed ha attaccato la Pavane pour une infante défunte, un brano delicatissimo di Maurice Ravel, un tocco di estrema poesia con cui il compositore francese immagina di creare una dedica ad un’immaginaria infanta defunta. Un brano dolcissimo, commovente.
Emozione che regna anche nei Kindertotenlieder (Canti dei bambini morti), composti da Gustav Mahler riadattando alcune poesie autobiografiche di Friedrich Rückert. Si tratta di 5 lieder estremamente commoventi, poetici; la poesia deve trasparire anche dalla voce, ed in questo caso si può dire che il baritono Markus Werba abbia centrato pienamente il bersaglio. I testi narrano la voglia di vivere negata a questi bambini, il dolore dei loro padri, la voglia di stringerli ancora tra le loro braccia, e, durante questa stupenda esecuzione, pensavo ai tanti bambini morti, uccisi, stroncati dalle malattie ancora oggi.
Di tutt’altro aspetto è stata la Sinfonia n. 4 in mi minore op. 98 di Johannes Brahms, un brano solenne, magniloquente ma intimo allo stesso tempo; uno degli ultimi capolavori del XIX secolo.
Un’esecuzione trionfale e commovente.
Marco Rossi
@marco_rossi88

Al Foro Italico arriva La Bohème di Ettore Scola

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Il 1 febbraio 1896 La Bohème conquistava il pubblico del Teatro Regio di Torino.

Nell’epoca in cui il progresso musicale era incarnato dal genio wagneriano, però, la proposta di Giacomo Puccini divideva la critica, che, se da un lato riscontrava una certa dote “miniaturistica” nel compositore italiano, dall’altra paventava scarsa originalità, specialmente nella melodia, con un giudizio che oggi lascia parecchio l’amaro in bocca.
Ad ogni modo, l’opera ha conosciuto e superato tempeste ben peggiori (come dimenticare la sfida di Puccini con Leoncavallo, che voleva mettere in scena lo stesso soggetto, o le discussioni con i librettisti, Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, e l’editore Giulio Ricordi, solo durante la sua gestazione?), per poi arrivare fino a noi con la fierezza che solo alcune forze della Natura sanno mostrare allo sguardo umano.
Tale potenza si rivela ancora più forte, a distanza di oltre un secolo dalla prima messa in scena, se a firmare la regia è un grande del cinema italiano come Ettore Scola, eccellenza nostrana scomparsa lo scorso gennaio.
L’appuntamento, ormai vicinissimo, con la Bohème, sembra quasi impossibile da dimenticare: culla dell’amore di Mimì e Rodolfo sarà il Foro Italico di Roma, il 30 maggio alle ore 21. Protagonisti due interpreti straordinari, star mondiali della lirica, che uniranno le loro voci per la prima volta, Angela Gheorghiu e Stefan Pop (al posto di Marcelo Alvarez, come precedentemente segnalato).

Ad affiancarli in scena, Silvia Colombini (Musetta), Francesco Verna (Marcello), Davide Mura (Colline), Raffaele Raffio (Schaunard), con la direzione del Maestro Alberto Veronesi, direttore musicale dell’Opera Orchestra of New York e attuale presidente della Fondazione Festival Pucciniano di Torre del LagoL’assistente alla direzione sarà Leonardo Tamburrano.

La Nova Amadeus Chamber Orchestra, fondata dal Maestro Stefano Sovrani, formata da 56 giovani professori d’orchestra, tutti italiani, accompagneranno lo strepitoso cast.
L’International Opera Choir, diretto da Gea Garatti, è formato da giovani talentuose voci europee tenute a battesimo dalla Fondazione Carla Fendi.Le scene sono di Luciano Ricceri; i costumi dello storico laboratorio Tirelli di Roma.
L’evento è organizzato da Europa Musica (direttore artistico Maestro Sergio Rendine) e fa parte del Calendario Giubilare. Partner dell’evento è il gruppo Radio Dimensione Suono (RDS).
PARTNERS DELL’EVENTO SONO IL GRUPPO KORIAN E MEDIA PARTNERS GRUPPO RDS Radio Dimensione Suono E CITYNEWS/Romatoday

Gli appassionati non si lascino scappare i Biglietti in promozione per i gruppi su TicketOne!
Se volete saperne di più seguite su Facebook la pagina Opera in Stadio e aderite all’evento per restare sempre aggiornati.
INFORMAZIONI:
 
email: info@operainstadio.it
Alessia Pizzi

Cosa accade se la “donna oggetto” si ribella?

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Maria è una donna che crede di avere tutto, ma in realtà è sola, terribilmente sola. “Una donna sola” di Franca Rame, andato in scena al Teatro Kopò, è un testo ironico ma drammatico sulla condizione della donna moderna.

Maria è una donna che sembra contenta, sembra avere tutto. Ma soffre, soffre molto dentro di sé. Maria non è rispettata e non è amata. È una donna a disposizione, una donna oggetto, ed è su questo principio che si basa “Una donna sola“, spettacolo scritto dalla grande Franca Rame andato in scena dal 21 al 24 aprile al Teatro Kopòproprio in una sala dedicata a questa grande artista recentemente scomparsa.

La scena è dominata dal colore rosa, colore simbolo della femminilità ma anche stereotipo di tutto ciò che è femminile. Siamo all’interno di una cucina e tutti gli oggetti che ne fanno parte sono delle sagome di cartone, simbolo di quel finto benessere di cui Maria crede di far parte. All’improvviso, però, la donna si apre e si confessa ad una vicina di casa: è una donna oggetto, completamente a disposizione del marito Alfredo, che la picchia, del cognato – vittima di un violento incidente e ospite in casa loro – che la molesta, del figlio piccolo, di un vicino guardone e di un pervertito che la chiama al telefono incessantemente. Non ha più personalità, è diventata un oggetto ad uso e consumo degli uomini che la circondano. Ed ecco che infatti si butta tra la braccia di un altro uomo, un suo vicino di casa, ma anche lui è morboso e la vuole a sua completa disposizione. Maria non ce la fa più ed arriva addirittura ad un tentato suicidio, dal quale sarà proprio il marito a salvarla. Ma ormai il suo equilibrio si è rotto e decide d’imbracciare un fucile per uccidere il suo carceriere e tutti gli uomini che la oltraggiano. Chi sarà la sua prossima vittima?

Lo spettacolo portato in scena al Teatro Kopò con la bravissima Francesca Epifani presenta una narrazione dal ritmo assolutamente incalzante e trascinante senza mai fermarsi. Il pubblico rimane coinvolto in questo turbinio che altro non sarebbe che il vortice psicologico nel quale si trova la protagonista.
La forza di tale spettacolo, oltre alla bravura dell’attrice, capace di parlare ed intrattenere il pubblico attraverso lo sfondamento della cosiddetta “quarta barriera“, cioè quel limite invisibile tra palco e pubblico, risiede nel testo, carico di amara ironia. Sì, perché si ride, ma si ride amaramente pensando a quanto questo testo sia così fortemente attuale pur essendo stato scritto circa quarant’anni fa.Ancora oggi capita che la donna sia considerata “oggetto”, senza una propria dignità: dai numerosi femminicidi di cui oggi la cronaca purtroppo è piena, alla preclusione di alcuni diritti assolutamente primari, come quello all’istruzione, le donne oggi sono ancora violentate, oltraggiate, costrette a prostituirsi, o vendute come beni dalle loro famiglie.
Le donne sono il simbolo della perfezione assoluta, ma soprattutto, e qui un povero scribacchino come me lascia la parola alla grande Franca Rame (che ricordiamo fu stuprata da alcune bestie a causa delle sue idee politiche), non devono mai perdere il rispetto di loro stesse.
Marco Rossi
@marco_rossi88

La commedia inglese a ridosso di una chiesa romana

Il Teatro San Genesio mostra il proprio tocco anglofono mettendo in scena You never can tell in un clima di pacata piacevolezza.

Dal 19 al 24 aprile 2016 è andato in scena al Teatro San Genesio di Roma You never can tell, una commedia del 1897 di George Bernard Shaw, regia di Michael Fitzpatrick, con Anna Butterworth, Rishad Noorani, Antonella Micone, Edoardo Camponeschi, Helen Raiswell, Fabiana De Rose, Grant Thompson, Jim McManus, Michael Fitzpatrick e Jim Schiebler.
teatro San Genesio
You never can tell, ossia tradotto: Non si può mai dire.
Abbiamo avuto la possibilità di assistere al tardo pomeriggio del 23. Lo spettacolo è interamente rappresentato in inglese, in versione quantomeno integrale, e mostra al pubblico una squisita trama ambientata a cavallo tra il diciannovesimo ed il ventesimo secolo. I Clandon, una famiglia progressista, si recano in una località di mare, prendendo di nuovo contatto con la società londinese. Centro del nucleo familiare è la madre, Mrs. Clandon, una donna indipendente e coraggiosa, che si è allontanata dal pessimo marito, portando con sé i figli e tutelandone così la felicità. Il suo personaggio racchiude i valori del secolo incombente: un femminismo nascente si mischia a concezioni dell’educazione e dell’amore moderni, condite da un senso di responsabilità e libertà personali spiccatamente eleganti. L’incontro con uno squattrinato dentista del luogo, il Dr. Valentine, porterà alla luce personaggi del passato e, con essi, le crepe di impensabili errori di giudizio commessi nel tempo. Gli ideali progressisti della famiglia Clandon, etichettati come il mantra del ventesimo secolo, dovranno tenere fede alla propria novità, per portare armonia fra gli intrighi amorosi e coniugali intrecciati in riva al mare. 
teatro San Genesio
Partendo da sinistra, Helen Raiswell, Fabiana De Rose e Rishad Noorani.
La durata dello spettacolo non è affatto indifferente, attestandosi intorno ad oltre le due ore; una densità che può mettere a dura prova una compagnia non professionista. Nonostante i difetti, gli attori sono comunque in grado di far sfoggio di una memoria di ferro, a cui viene incontro una voce che rifiuta l’uso dei microfoni; una politica che viene a mancare nei teatri più importanti e ritroviamo con gusto nei più piccoli. La chiarezza vocale non raggiunge sempre un buon punto di incontro con l’espressività, con la quale viene a patti, come se lo sforzo di concentrazione sulla prima smorzasse la libertà della seconda. Riesce a compensare il linguaggio del corpo, che sa supportare il dialogo. Ne deriva tuttavia una percepibile carenza di ritmo, che, pur non costante, dilata il tempo. Le ben ammobiliate ambientazioni primi novecento riescono in parte a coprire il difetto, mentre il comparto luci non si preoccupa affatto di valorizzare il palco e si pone come un punto non sfruttato. Detto questo, dallo spettacolo emerge comunque un impegno visibile e appassionato nella resa dei singoli caratteri. L’intera regia costruisce uno spettacolo classico, che fa sfoggio di gustosi costumi e rappresenta una storia dalla messa in scena cristallina. Non si può non rimanere incantati da Helen Raiswell, nei panni di Mrs Clandon, la madre: il suo accento è musicale e il suo personaggio traspare da un controllo posato del gesto e della postura, contrapposto alla forza espressiva del volto e dello sguardo. A conquistare il pubblico è soprattutto Rishad Noorani nelle vesti del Dr. Valentine, per la sua recitazione naturale, divertita e particolarmente empatica col pubblico. Una menzione ulteriore va rivolta anche a Michael Fitzpatrick, come maggiordomo dalla personalità peculiare, arricchita da una buona dose di dettagli.
teatro San Genesio
Partendo da sinistra, Helen Raiswell, Anna Butterworth e Fabiana De Rose.
Si è assaporato per l’intera serata l’atmosfera inaspettata ed affascinante di un’intera platea inglese, calata nel teatro di una chiesa a poche strade dal Lungotevere. Piace considerarlo il simbolo di quell’interconnessione fra le due nazioni, spesso troppo superficialmente indagata, che da Keats arriva ai giorni nostri, tra una Londra affollata da italiani ed una Roma attraversata da inglesi.
Gabriele Di Donfrancesco

La voce della comunità passa per un piccolo teatro

Tiriamo le somme di un festival romano dal cuore grande: DOIT Festival 2016

© Walter Mirabile
La lunga fila dei premi di entrambi i concorsi.  Foto di Walter Mirabile
Il 10 aprile 2016 il Teatro Planet di Roma ha ospitato la doppia premiazione della seconda edizione della rassegna teatrale DOIT Festival, organizzata da Cecilia Bernabei e Angela Telesca, e del premio drammaturgico Artigogolo della casa editrice ChiPiùNeArt. Il concorso è durato un mese, dall’8 al 20 marzo e dal 29 marzo al 10 aprile, per un totale di quattordici eventi, tra spettacoli e presentazioni, e un buon numero di testi teatrali. Erano presenti due giurie ben differenti, costituite da critici, docenti, giornalisti e blogger, nonché l’attore Massimo Mirani, poste a selezionare la prima gli spettacoli vincitori, la seconda i testi destinati alla raccolta drammaturgica Artigogolo. Il materiale partecipante di quest’ultima è stato sottoposto ai giudici in maniera anonima. Anche il pubblico ha avuto modo di far pesare il proprio giudizio in percentuale minore rispetto alla giuria, votando e commentando su apposite schede i propri preferiti. Tuttavia, le piccole dimensioni del Teatro Planet hanno permesso una partecipazione sensibilmente ridotta rispetto alla precedente edizione 2015, ospitata dal Teatro Due di Roma. Una delle novità di quest’anno sono stati invece i dibattiti, che hanno permesso l’approfondimento del percorso di creazione delle opere presentate, rivelandosi una parentesi breve, quanto stuzzicante.
© Walter Mirabile
La consegna del premio per Davide Tassi, L’Intruso. Partendo da sinistra: Davide Tassi, Cecilia Bernabei e Angela Telesca. Foto di Walter Mirabile
Lo spettacolo vincitore del DOIT Festival è stato Gretel e tutti gli altri, di Susanna Mannelli, associazione culturale Cronopios Botti du Shcoggiu, direttamente dalla Sardegna. A questo fanno seguito una serie di menzioni speciali:
  • Bukowski, a night with Hank, di Francesco Nikzad, diretto e interpretato da Roberto Galano, menzione speciale premio Giuria Giovani;
  • Emiliano Russo, menzione speciale alla regia per From Pinocchio;
  • Marcella Pelleranno, menzione speciale alla recitazione per Gretel e tutti gli altri
  • L’intruso, di Davide Tassi, menzione speciale alla drammaturgia.
  • Perché la guerra, di Alessandro Izzi, sezione drammaturghi in azione. Storia di una madre che cerca notizie sui propri figli partiti per la guerra e mai più tornati; il testo si sviluppa sulla base del carteggio omonimo del 1931 tra Einstein e Freud, raccolto sotto il titolo di Warum Krieg? nel ’33;
  • Antigone – Metamorfosi di un mito, di Serena Gaudino, sezione drammaturghi emergenti. Si tratta di una riscrittura del mito greco, tra storia antica e le testimonianze delle vittime delle faide mafiose di Scampia. Il progetto è nato da visite nelle fabbriche e nelle comunità, volte a raccontare il mito e ad usarlo per curare il senso del presente. Ne è scaturito un libro e solo allora il testo teatrale;
Sempre per la sezione drammaturghi in azione, le menzioni speciali vanno a:
  • Nascondigli, di Michela Giudici e Alessandro Veronese;
  • Neime, di Amalia Bonagura. Il testo prende il nome dall’immaginario paesino italiano al centro delle vicende: un piccolo Eden autosufficiente, arroccato sulle pendici di un monte. Sconvolto dalla furia della natura e isolato in attesa dei soccorsi, Neime riceve la visita di uno straniero senza identità e senza memoria; il simbolo di un migrante, presto trasformato nello stigma del terrore e nel capro espiatorio della catastrofe. Di Neime abbiamo potuto assistere ad un assaggio, messo in scena da dodici attori della compagnia Margot Theatre. Lo spettacolo era precedentemente andato in scena al Teatro dell’Orologio di Roma dal 1 al 5 marzo.
Così si conclude un percorso che lotta nel sottobosco della capitale per permettere alle idee di circolare. Il suo sforzo garantisce ad un piccolo pubblico una visione sul mondo di altre menti, su creazioni nuove non legate alle dinamiche delle grandi produzioni, dei teatri commerciali e nazionali. Si porta sul palco la voce della comunità, quella che passa per le scene meno note e costruisce il contesto reale di una città, spesso ben diverso da quello più pubblicizzato per mezzi di maggior diffusione. Speriamo allora che l’iniziativa possa evolversi in nuove edizioni, ispirando altri ad organizzazioni di qualità, basate sui fondi umani e non su quelli materiali.
Gabriele Di Donfrancesco

I giardini più amati dagli artisti moderni conquistano il cinema

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Da Monet a Matisse. L’arte di dipingere il giardino moderno racconta a tutti gli effetti una storia d’amore.

Racconta la passione che lega alcuni dei più grandi artisti moderni -Monet, Matisse, Bonnard, Renoir, Kandinskij, Pissarro, Sorolla, Nolde, Libermann- ai loro giardini prediletti.
Il tour cinematografico, che arriva nelle sale italiane solo il 24 e 25 maggio nell’ambito del progetto della Grande Arte al Cinema di Nexo Digital (elenco delle sale su www.nexodigital.it), ci permette di scoprire una mostra innovativa e coinvolgente: quella che la Royal Academy of Arts di Londra ha allestito per raccontare l’evoluzione del tema del giardino nell’arte moderna, dalle bellissime e colorate visioni degli Impressionisti fino alle sperimentazioni più audaci, oniriche e simboliche dei movimenti d’avanguardia. Ed è proprio Monet, forse il più noto ed importante pittore di giardini nella storia dell’arte, il punto di partenza della mostra: appassionato ed esperto orticoltore, Monet coltivò ed allestì numerosi giardini in ciascuna delle sue residenze, da Sainte-Adresse a Giverny, dove si spense 90 anni fa.
Si svegliava all’alba Monet. Dipingeva sotto il sole cocente e sotto la pioggia battente per studiare tutte le infinite sfumature della luce. Intorno alla sua casa rosa a Giverny aveva creato un giardino con uno stagno e un ponte giapponese, che ancor oggi accoglie migliaia di visitatori con le sue tinte e i suoi avvolgenti profumi. Dalle passeggiate sulle colline intorno alla proprietà, Monet tornava con semi di fiori selvatici per aiole. Papaveri di campo, primule, violette, margherite, fiordalisi e digitali erano l’anima del duo giardino.
Il film trasporta così gli spettatori attraverso alcuni dei più bei giardini del mondo, raffigurati poi all’interno di opere d’arte: oltre alle ninfee di Monet a Giverny, conosceremo il giardino di Bonnard a Vernonnet, in Normandia, o quello di Kandinskij a Murnau, in Alta Baviera, luogo di incontro di musicisti e artisti provenienti da tutto il mondo.
E avremo naturalmente un accesso privilegiato alle opere che questi magnifici giardini hanno ispirato e che sono state raccolte nella mostra londinese per narrare il ritorno alla natura che caratterizzò il periodo a cavallo tra Otto e Novecento: la ricerca di un’oasi di pace, in fuga dal rumore e dal caos della vita moderna.
La visita dietro le quinte di questi paesaggi, accompagnata dalle nuove intuizioni di esperti internazionali di giardinaggio e critici d’arte, offrirà uno scenario straordinario per svelare il rapporto tra l’arte e i giardini. Le interviste con famosi artisti moderni, come Lachlan Goudie e Tania Kovats, riveleranno inoltre come il rapporto tra l’artista e il mondo naturale sia tema di enorme modernità anche nel 21 ° secolo.

Trailer qui https://youtu.be/QMSw9Kng160

Contro lo sgombero del Teatro la casetta

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Silvia D’Onghia, in un articolo de Il Fatto Quotidiano scrive:

Oltre il danno, la beffa. Il primo è quello erariale ai danni delComune di Roma, sul quale la Corte dei Conti potrebbe indagare dopo l’esplosione del caso Affittopoli: decine di immobili concessi dal Campidoglio ai privati a canone irrisorio e spesso neanche incassato. Una condizione che negli anni si è incancrenita (c’era chi versava 135 euro al mese con un reddito dichiarato di 250 mila euro), fino a toccare i paradossi dei 53 milioni di euro annui che il Comune spende per pagare le sue sedi istituzionali e gli alloggi di edilizia popolare e dei creditori senza nome sui quali non potersi rifare.

Questo sarebbe il danno, mentre la beffa la starebbero vivendo tutte quelle associazioni, come le Onlus dedicate ai minori, che hanno ricevuto lo sfratto. La D’Onghia ricorda quello che ha recentemente interessato l’associazione “Viva la Vita onlus” (via Sabotino), che da sempre si occupa di malati di Sla, mentre noi vogliamo segnalare la situazione del teatro la casetta, realtà radicata nel cuore di Primavalle a Roma, che si sta mobilitando contro lo sgombero:

Il decreto 140 (nato per affittopoli) vuole indistintamente lo sgombero di tutti gli spazi del comune entro 10 giorni! L’associazione Cantieri dello Spettacolo oltre ad aver realizzato a proprie spese il teatro da uno spazio fatiscente, ed aver pagato regolarmente l’affitto richiesto dal comune di Roma, ha svolto e svolge da 16 anni quotidianamente (nel Teatro la casetta) come a tutti è noto attività socioculturale con grandi fatiche. Chiediamo a quanti possono di poter partecipare (e darne massima diffusione), mercoledì 27 aprile dalle 10,00 alle 12,00 dentro il Teatro la casetta. A questo evento si aggiungeranno altre iniziative a difesa dello spazio, ma intanto vi preghiamo di volerci dare un riscontro anche con sms al numero 338.3707076.

Lottiamo per nuovi quartieri, combattiamo per dare lustro alle nostre periferie e, dopo i tagli allo spettacolo dal vivo dovremmo osservare in silenzio anche la morte di queste realtà culturali?

Il “Teatro la casetta” è la sfida: promuovere la cultura attraverso l’aggregazione e i contenuti, offrire formazione, intrattenimento, ricerca e prevenzione; con qualità a costi popolari, sono i punti salienti di un fare, che con tanta passione e fatica si porta avanti, ripagati dalla bellezza dei nostri bambini, del pubblico, delle scuole (dai nidi alle superiori) e delle tante compagnie provenienti da tutto il mondo a costi amichevoli, che abbracciano e partecipano al nostro progetto.

Contro lo sgombero del Teatro la casetta, iniziano dunque le attività di salvaguardia.  Venite a sostenerlo il 27 aprile dalle 10,00 alle 12,00. Sono invitati tutti i cittadini che vogliono sostenere la cultura e il merito. Per aderire all’evento su Facebook, qui  e qui.

Alessia Pizzi

Siamo figli delle “Ragazze del Settantacinque”

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Le ragazze del Settantacinque già dal titolo lascia facilmente intendere che il tema principale del romanzo è l’emancipazione femminile.

Le protagoniste sono quattro giovani amiche romane, studentesse e lavoratrici, che decidono di recarsi in campeggio a bordo di una 500 poco affidabile, lasciandosi alle spalle storie d’amore al capolinea e ménage à trois. L’intreccio si scioglie per bocca di Valeria – fotografa nel vivace mondo culturale capitolino, affiancata da Stefano, un partner (nella vita e nel lavoro) non proprio affidabile – e si amplia fino a toccare passato e presente anche delle sue compagne.
Non solo solita dilungarmi troppo nei dettagli della trama, perché credo che un libro vada gustato fino in fondo, vorrei però sottolineare alcuni tratti molto interessanti che ho riscontrato sia a livello concettuale che nell’usus scribendi di Carla Apuzzo.
Prima di tutto ho adorato la familiarità dei luoghi descritti dall’autrice, che sono quelli in cui vivo: da Monte Mario ai teatri di Trastevere, piccole lucciole che animano costantemente le mie notti.
Di Roma si evince non solo l’attivismo di quegli anni, ma anche il “valore inestimabile” della sua grandezza, che consentiva alle ragazze di essere libere senza essere giudicate. Dettaglio tutt’altro che trascurabile nelle realtà più piccole (negli anni Settanta e, perché no, anche oggi?), dove l’apparenza la fa da padrone e alcuni luoghi comuni restano davvero difficili da scalfire. Il paradosso, come si ricorda nel libro, è che, nonostante la riforma legislativa del maggio del ’75 prevedesse la parità tra i sessi, la donna continuava ad essere trattata come persona di serie B in famiglia. 
Proprio in questo limbo s’impone con fermezza la libertà sessuale delle protagoniste, la genuina irriverenza, la preziosa spontaneità. Caratteristiche che onestamente riscontro in poche donne mie coetanee e che stento a ritrovare in mia madre, ventenne negli anni Settanta. Il tutto viene raccontato con descrizioni piacevoli e mai ridondanti, caratterizzate da un linguaggio che alterna il registro più alto, tipico della narrazione, a quello dialettale dei dialoghi.
Non vi aspettate un libro pesante, militante o storico: si tratta a tutti gli effetti di un romanzo dal gusto diaristico, a tratti molto divertente, da cui si possono trarre molte informazioni, prettamente a livello antropologico.
Le ragazze del Settantacinque è dunque un assaggio – non indigesto – di donne combattive, riflesso di un periodo storico che ha segnato l’evoluzione della condizione femminile, non tanto all’esterno quanto all’interno di noi stesse, seminando, seppur a volte con irruenza, quelle piante da cui oggi possiamo bere liberamente il succo, distese sul campo della nostra vita.
Alessia Pizzi

Il senso della vita (e della morte) con Pirandello

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Alberto Di Stasio indaga l’animo umano, il dramma interiore di un uomo colpito da una malattia, attraverso le parole immortali de “L’uomo dal fiore in bocca” di Luigi Pirandello.

L’androne di una stazione è un posto squallido, bruttissimo, ma è lì che due anime si incontrano: un lui ed una lei. E da questo incontro prende il via la messinscena curata da Alberto Di Stasio de “L’uomo dal fiore in bocca” di Luigi Pirandello, al Teatro dei Conciatori dal 5 al 17 aprile.

Alberto Di Stasio

Lei ha perso il treno, sembra quasi esaurita, ma ecco che sale sul palco un altro personaggio, lui, che sembra completamente avvolto nei suoi pensieri; la sua camicia è sporca di sangue, non parla bene ed ha delle strane macchie sulla bocca.
Il loro dialogo, assurdo quanto pieno di conflitti sui problemi che la vita sempre pone loro, arriva ad un punto di non ritorno; una confessione, una terribile confessione, un qualcosa che solo a pensarci mette paura. Lui è affetto da una forma di epitelioma, un tumore della pelle, un cinico e dissacrante regalo lasciatogli dalla morte. Ed ecco che quindi tutti i nostri problemi svaniscono.
Il lavoro di Alberto Di Stasio sul testo è assolutamente straordinario. Nel testo originale l’uomo (lo stesso fenomenale Di Stasio) parla con un interlocutore, mentre una donna, come fosse la morte in agguato, li spia. In questo caso, invece, l’altro interlocutore è la donna (la brava Veronica Zucchi) che diventa per il protagonista una valvola di sfogo. Essa rappresenta contemporaneamente diversi personaggi, come la moglie – la stessa che gli impedisce di evadere mentalmente dal problema con le sue continue premure, ma anche la donna che lui non vorrebbe far soffrire – un’amica – una persona con cui aprirsi – ma forse anche la stessa morte – che lo spinge a riflettere ancora di più sulla sua vita e sul senso di essa. Sono due anime che si studiano. Pirandello e Di Stasio sembrano voler portare ognuno di noi sopra le assi di quel palco, perché ognuno di noi ha o avrà un “fiore in bocca”, un problema così grande che ci porta o ci porterà a riflettere sul senso assoluto delle nostre vite, sulla loro fugacità e sulla poca importanza che diamo a valori fondamentali come gli affetti. Ma quando ciò avverrà non ci è dato saperlo, perché la vita ti pone ostacoli duri all’improvviso, come accade a quest’uomo.
Marco Rossi
@marco_rossi88

RvB Arts unisce fotografia e scultura con una mostra doppia

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La galleria RvB Arts inaugura a Roma in via delle Zoccolette e in via Giulia
le mostre personali di
VERA ROSSI
TRANSPARENCY
GIANLORENZO GASPERINI
BRONZES
Vernissage e cocktail: giovedì 21 e venerdì 22 aprile 2016
dalle 18.00 alle 22.00
La mostra resterà aperta fino a sabato 7 maggio
orario galleria; domenica e lunedì chiuso
Curatrice e organizzazione: Michele von Büren
Testo critico: Viviana Quattrini
RvB Arts – Via delle Zoccolette 28, 00186 Roma
Antiquariato Valligiano – Via Giulia 193, 00186 Roma

 

Con una doppia personale, RvB Arts presenta le nuove opere della fotografa milanese Vera Rossi e le sculture in bronzo dell’artista romano Gianlorenzo Gasperini.

 

Vera Rossi svolge dal 1996 la propria attività di fotografa legata ai temi della natura e dello still life. Nelle opere presentate in questa mostra, finestre, oggetti di vetro e superfici d’acqua diventano i soggetti di un’ampia serie di fotografie di piccole e grandi dimensioni, in cui la Rossi indaga la trasparenza e la qualità riflettente di questi materiali, accentuata dall’uso del plexiglass come supporto. Emergono una serie di immagini, tratte dalla realtà quotidiana, in cui, grazie ad un gioco di specchi, il limite fra interno ed esterno diventa incerto. Un mondo rarefatto dove lo spazio prospettico e la percezione ordinaria del tempo si annullano.

 

Gianlorenzo Gasperini è nato a Civitavecchia nel 1967. Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Roma dove si è specializzato in scultura.

 

RvB Arts è lieta di presentare in questa mostra un gruppo di sculture in bronzo di Gasperini mai esposte insieme a Roma. Il tema dell’instabilità, ricorrente nel lavoro di questo artista, si ripropone con evidenza anche nel modo di trattare il metallo. Attraverso l’accelerazione dei processi di ossidazione tipici del bronzo, la superficie delle figure appare erosa, segnalando l’instabilità della forma e della materia non solo nello spazio ma anche nel tempo. RvB Arts è una galleria romana che promuove l’Accessible Art. Scova talenti emergenti e organizza mostre ed eventi con lo scopo di far conoscere l’arte contemporanea in maniera divertente ed informale, rendendola anche ‘abbordabile’ da un punto di vista economico.

 

Antiquariato Valligiano è una nota galleria romana che dal 1982, nella rinomata via Giulia, propone antiquariato italiano delle regioni alpine e non solo, tra cui mobili di ogni tipo e oggetti allegri e raffinati.

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Michele von Büren: gallerista di RvB Arts; www.rvbarts.com – info@rvbarts.com

Viviana Quattrini: critica d’arte della galleria; vivianart82@gmail.com

Ufficio stampa: Caterina Falomo; tel 346.8513723; caterina@pennarossapresslab.it

Sbriciolata alla Marmellata di Fragole, veloce ma di classe

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Buona quanto la crostata, ma meno impegnativa: benvenuta Sbriciolata!

Cucinare è un po’ come andare in bicicletta. Non importa da quanto non lo fai, alla fine riesci sempre a tirare fuori qualcosa di decente quando riprendi in mano un mattarello!
Nel mio caso, si tratta quasi sempre di dolci. Durante il periodo universitario ne sfornavo uno a settimana durante la sessione d’esami, andando a nuocere seriamente la linea di chi mi stava attorno.
Anche in cucina, comunque, mi rivelavo abbastanza indolente nei confronti dei dosaggi precisi, atteggiamento che echeggiava fortemente la mia avversione per tutto ciò che era prestabilito, come ad esempio, i risultati delle espressioni matematiche.
Tutto questo volo pindarico per dirvi che ogni tanto, tra i vari impegni, devo ritirare fuori la desperate housewife che c’è in me. In questo caso era una festa in ufficio a richiedere l’uso delle mie mani.
Mi serviva una torta che piacesse a tutti, quindi il più semplice possibile, ma allo stesso tempo che non fosse banale. Fondamentale era il mantenimento: per un pranzo del martedì doveva essere cotta la domenica. (Non so voi, ma io dopo 8 ore di ufficio mi rifiuto di impastare la pastafrolla…)
La mia scelta è ricaduta dunque sulla Sbriciolata alla Marmellata. Più semplice da allestire della crostata (a me le strisce vengono sempre enormi, ma con le briciole non si sbaglia!), e meno complessa da impastare (non bisogna fare il panetto). Mi sono lasciata ispirare da questa ricetta, ma, inutile dirlo, ho apportato delle varianti, che troverete spiegate sotto:
INGREDIENTI:
1 uovo – 100 g zucchero – 300 g farina – 100 g di burro – 1 fialetta di aroma alla vaniglia oppure un cucchiaino di vaniglia pura – 1 barattolo di marmellata di fragole.
PROCEDIMENTO:
Amalgamare tutti gli ingredienti facendo precedentemente ammorbidire il burro, dividere a metà l’impasto e cospargerne con una parte una tortiera di circa 24 cm, ricoprire con la marmellata di fragole e poi con l’altra metà dell’impasto. Infornare in forno preriscaldato a 180 gradi x circa 30 minuti.

MIE MODIFICHE 

Prima di tutto dovete spiegarmi come sia possibile unire tutti questi ingredienti senza un goccio di acqua o latte: quindi ovviamente mentre mescolate gli elementi aggiungete o l’una o l’altro a seconda dei vostri gusti.

ATTENZIONE: non vogliamo un panetto come quello della crostata, ma delle briciolone, quindi non esagerate!

Inoltre, io aggiungo sempre un cucchiaino di lievito per evitare di sgranocchiare sassi.
Evito infine lo zucchero a velo, sono una purista: voglio sentire il sapore dell’impasto quando mordo la torta sfornata.
Per concludere, essendo particolarmente angosciata dallo staccamento della torta una volta cotta, ovviamente ho imburrato e infarinato la teglia. 
Come dovrebbe apparire la Sbriciolata prima di essere infornata
Alessia Pizzi

C’è un Amleto bambino in ognuno di noi

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Prendete il genio intramontabile William Shakespeare, il talentuoso Benedict Cumberbatch e il teatro inglese più famoso del momento, il National Theatre. 

Ora, mescolate tutti questi elementi e vedrete che il risultato sarà uno spettacolo da non perdere. Mi riferisco ovviamente alla messa in scena di Amleto, reso film per farlo vedere a tutto il mondo, con protagonista Benedict Cumberbatch
La storia è ovviamente sempre quella e devo dire di essere stata piacevolmente sorpresa dalla fedeltà dello spettacolo di Lyndsey Turner, il regista-drammaturgo che si è prestato per questo progetto. Grazie a Nexo Digital tutto questo è realtà e, come conclude Benedict a fine spettacolo durante i ringraziamenti, ovunque voi siate questo spettacolo può essere visto.
La bellezza del prodotto è data da due fattori: il primo è sicuramente la messa in scena, che è a dir poco geniale in ogni dettaglio; il secondo fattore è la bellissima ripresa (quindi la regia video) che segue lo spettacolo come se fossimo proprio noi a seguire ogni attore passo per passo. Ovviamente vedere uno spettacolo dal vivo è tutta un’altra cosa, anche se qui siamo al cinema, vi assicuro, che la differenza non si vede.
Ma entriamo nello specifico, gli attori meritano tutti una grande attenzione partendo dal messaggero, – poiché, come è noto, nelle tragedie di Shakespeare il meno importante può far scattare la storia – e arrivando ad Ofelia, interpretata da un’attrice rivelazione che pochi conoscono, Siân Brooke. Menzione d’obbligo alla madre di Amleto interpretata dalla stupenda, Anastasia Hille.
Ci accorgiamo che sono proprio le donne con la loro fragilità a muovere tutto lo spettacolo. Infatti in quest’opera le donne non sono in grado di aiutare Amleto, ma anzi lo aiutano a raggiungere la pazzia, proprio perché sono deboli e fanno scattare i meccanismi più oscuri del racconto. Dunque non è solo Amleto a stare male, bensì tutti quelli che lo circondano, incapaci di risanare la sua pazzia.
I temi che vengono toccati sono molteplici e i cambi scena sono sul palco, così che anche noi li possiamo vedere. Una danza sul palcoscenico fa cambiare scena e noi prendiamo fiato, solo per due secondi, perché le luci poi si accendono e il dramma continua. Notevoli anche i costumi e l’impatto visivo delle scenografia mozzafiato, che sarebbe bello vedere anche nei nostri teatri, ogni tanto. Tutto accompagnato dalle musiche macabre che caricano la nostra suspense.
Non mancano le risate, amare, che Benedict ci fa gustare. Come? Guardandolo impazzire con il suo sorriso da bambino. Ecco cosa sembra Amleto, un bambino, che è appena approdato nel mondo, con la differenza che lui soffre già in partenza per un padre morto e una madre assente. Lo vediamo, dunque, in una veste diversa che pochi hanno proposto, ovvero quella di un bambino che non sa affrontare il mondo e a volte è semplicemente lo spettatore di tutto, come un piccolo che si guarda intorno per vedere gli errori dei grandi mentre il mondo da avanti.
Quando si mischiano due potenze artistiche come il teatro e il cinema è questo il risultato: uno spettacolo da non perdere, per chi come me vorrebbe vedere il suo amato Shakespeare in tutte le salse.
Elena Lazzari

La luce dei Florence+The Machine brilla a Bologna

Le luci si spengono, il cuore inizia a battere più veloce, le urla delle persone invadono il palazzetto dello sport, ed in un attimo è subito musica.

Ma facciamo un passo indietro: disperatamente cerco di accalappiare, a Luglio, gli ultimi posti per il concerto che aspettavo da anni, quello dei Florence + The Machine, a Milano. Arrivo tardi e non riesco a comprarli, così, alla notizia che avrebbero messo altre due date, esulto e compro tre biglietti per Bologna, all’Unipol Arena per il 13 aprile 2016.

La spumeggiante rossa Florence arriva sul palco con i 15 minuti “accademici” di ogni star, ed inizia subito a ballare scalza sulle note di “What the Water Gave Me”: è subito festa.

Foto di Unipol Arena
Il suo vestito celeste invade gli occhi di ognuno di noi, la sua voce riesce a raggiungere note altissime e, tra una canzone e l’altra, la cantante ci spiega tutti i dettagli dei testi che ha scritto personalmente. Ci tiene a raccontare soprattutto quanto sia stata male quando ha scritto la canzone “Shake It Out”Canzone che parla d’amore, di morte, e di quanto si deve cadere in basso per rendersi conto che c’è una via d’uscita per ogni cosa. Florence menziona più volte la sua adorata mamma che le ha fatto amare l’Italia e la storia del Rinascimento. Il pubblico risponde ad ogni input ed è sempre più attivo: ce ne accorgiamo quando sulle note di “Cosmic Love”, alza una serie di palloncini a forma di cuore che invadono l’Unipol Arena. L’atmosfera d’amore e di gioia ha il suo picco nell’ultimo brano pubblicato dalla band, “How big How blue How Beautiful”. Ma cosa è grande, blu e bellissimo? Florence spiega che ovunque noi siamo, Bologna, New York, Madrid, avremo sempre sopra a noi un cielo blu, grande e bellissimo. Tutti possiamo ammirarlo, non servono soldi o meccanismi strani, ma questo spettacolo meraviglioso è gratis e –  perché no – è anche rifugio dell’anima.
Ma è nelle note della favolosa  “Dogs Days is Over” che il pubblico si scioglie in un’atmosfera che solo chi ama i Florence può capire. Ognuno di noi, una volta nella vita, va ad un concerto che gli fa aprire gli occhi, che gli fa sentire sensazioni nuove, che entra come un terremoto nella vita. E’ un dono, è un regalo, è qualcosa che non dimenticherai mai e, come dice Florence nella sua “Rabbit Heart “, “This is a gift, it comes with a price” (questo è un regalo che ha un prezzo).

Il prezzo per sentire buona musica qual è? Credo che chi ci doni della vera musica come i Florence + The Machine deve avere qualcosa in cambio, è così è stato Bologna. Uno scambio di doni sinceri. E voi siete mai stati ad un concerto dei Florence+ The Machine? C’è stato un concerto che vi ha cambiato il modo di vedere le cose? 
Elena Lazzari

“I Segreti di Mydeklain”, il fantasy di Federica Sabatucci

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Io e Federica ci incontriamo a Roma, alla Bakery House, e mentre ordiniamo da mangiare iniziamo già a parlare del suo libro e di lei come scrittrice. Ad ogni parola che dice, la inizio a vedere con occhi diversi, davanti a me ho una giovane donna che ha ancora moltissimo da imparare. Le sue parole però mi convincono che, con il carisma che si ritrova, farà sicuramente grandi passi nel mondo. Scrive il suo primo libro alla tenera età di 16 anni, ed è come se fosse un piccolo figlio per lei, perché di fatica ne ha fatta per scrivere senza farsi scoprire da nessuno. “I Segreti di Mydeklain è un libro fantasy che ha come protagonista Axel, una giovane ragazza che si trova catapultata in mondo completamente diverso dal nostro, magico. Axel è estroversa, impulsiva e determinata e inizia così questa avventura magica tra ninfe e stregoni. Molte sono le cose che le capiteranno, tra cui lo scoprire di una gemella cattiva che minaccia di distruggere tutto quello in cui crede. Federica è stata molto disponibile nel rispondere alle molte domande che le ho posto, anche un po’ più personali, di seguito le sue risposte.
Quando nasce il tuo libro “I segreti di Mydeklain”?
Ho cominciato a scriverlo quando avevo 16 anni. In realtà non è stata una cosa intenzionale, tutto credevo di fare tranne che far nascere un libro di 460 pagine. Questa storia è nata un po’ nella mia testa, e sentivo che più mi limitavo e facevo in modo di non riscrivere e più stavo male. Allora un giorno che non riuscivo a dormire e avevo bisogno di alleggerire la mia testa dalle mille idee che avevo dentro, ho iniziato a scrivere. Quella notte buttai giù i primi due capitoli. Come un fiume in piena il libro già stava prendendo piede. Così tra alti e bassi ho costruito tutta la storia.
Cos’è per te la scrittura?
È un attimo solo mio con me stessa. Quando scrivo sono realmente io, anche quando parlo in terza persona o descrivo un personaggio è un po’ lo specchio di quella che sono. Inizialmente dire che stavo scrivendo un libro mi imbarazzava moltissimo, ecco perché non l’ho detto a nessuno fino a che non ero certa della pubblicazione. Avevo paura di sentirmi dire “Ma che fai? A Sedici anni vuoi metterti a fare la scrittrice?”. Poi invece devo dire che ora, anche se mi emoziono ancora tantissimo nel sapere che qualcuno legge le mie parole, mi sono un pochino abituata nel sentir parlare di me come una “scrittrice”.

Leggendo il libro, chi è fan del fantasy se ne accorge subito, che ci sono molti riferimenti a libri come Harry Potter o Hunger Games. Me lo puoi confermare? Come mai questa scelta di inserire dei particolari di altre storie?
È vero, hai ragione ci sono moltissimi riferimenti soprattutto ad Harry Potter, ma devo essere sincera è stata un’operazione molto innocente e automatica. È ovvio che, divorando Fantasy dalla mattina alla sera, automaticamente sono rimasta affascinata da un mondo che volevo assolutamente raccontare. Mi hanno influenzata in maniera inconscia e devo dire che sono veramente contenta di essermi lasciata andare così tanto da fare riferimenti ad Harry Potter, perché questa cosa la vedo come un tributo verso un mondo così affascinante come il fantasy. Ovviamente ci sono moltissimi riferimenti anche a persone che conosco e posso dire che, osservando come le persone che mi circondano muovevano le mani oppure come parlavano le mie amiche e i miei familiari, ho tratto moltissima ispirazione per i miei personaggi. Tornavo a casa e pensavo a come potevo poi inserire tutto ciò nel libro. Facevo tesoro di tutto quello che mi capitava. E, infine, la cosa più palese è che la protagonista mi assomiglia moltissimo, sopratutto fisicamente. Una cosa che lega moltissimo me e Axel (che appunto è la protagonista) è l’impulsività e la voglia di agire sempre.

E’ stato difficile scriverlo? Hai mai pensato di mollare?

Sì certo, ho avuto molte difficoltà nei due anni di scrittura, soprattutto perché ero spinta solo dalla mia forza di volontà, che a volte vacillava: ad esempio a metà libro sono tornata indietro e ho ricominciato da capo cambiando molte cose. Ogni volta che lo rileggevo mi mettevo quasi le mani tra i capelli perché avevo scritto delle assurdità. Mi chiedevo “ma come ho fatto ha scrivere una cosa del genere?” Poi, come ho detto prima, era un forza più grande di me il voler raccontare questa storia, così ho continuato. 

La ragazza che ho davanti a me è bionda, alta, e con gli occhi azzurri. Oltre ad essere simpatica e brillante, è appassionata. Si vede da come le brilla il volto quando parla della sua esperienza da scrittrice e di come il suo libro sia qualcosa di importantissimo per lei. I Segreti di Mydeklaine si può trovare su Amazon, invece lei potete  trovarla  anche sul suo blog Indaco e Cannella”, approfittandone per porle delle domande che, magari, a me sono sfuggite. Siate certi che dopo aver letto attentamente il suo libro avrete voglia di scriverle per saperne di più.

Elena Lazzari

Perfetti Sconosciuti vince i David di Donatello 2016

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Ieri sera è stato il momento dei David di Donatello 2016, il più prestigioso premio del cinema italiano, arrivati alla 60° edizione, ma soprattutto la prima prodotta da Sky Italia.

Non a caso, si è fatto di tutto durante la serata per copiare il format tv degli Oscar (ne parleremo tra poco) e ci sono riusciti persino come distribuzione di premi: se pochi mesi fa infatti a Los Angeles vinse Spotlight con appena due statuette, film e sceneggiatura, ora ai David con esattamente gli stessi due premi vince la commedia di Paolo Genovese Perfetti Sconosciuti.
Un verdetto sicuramente popolare considerando l’ottimo successo al botteghino della pellicola, ma piuttosto strano (una commedia non vinceva da 20 anni esatti, l’ultima Ferie d’Agosto) considerando poi che nella serata hanno fatto incetta di premi, ben 7 statuette ciascuno, Il Racconto dei Racconti e Lo Chiamavano Jeeg Robot (quest’ultimo ha vinto tutti e quattro i premi attoriali).

Prima di ulteriori commenti, ecco tutti i vincitori in tutte le categorie:


MIGLIOR FILM

Fuocoammare
Il racconto dei racconti
Non essere cattivo
Perfetti sconosciuti
Youth – La giovinezza

MIGLIORE REGISTA

Gianfranco Rosi per Fuocoammare
Matteo Garrone per Il racconto dei racconti 
Claudio Caligari per Non essere cattivo
Paolo Genovese per Perfetti sconosciuti
Paolo Sorrentino per Youth – La giovinezza

MIGLIORE REGISTA ESORDIENTE

Carlo Lavagna per Arianna
Adriano Valerio per Banat – Il viaggio
Piero Messina per L’attesa
Gabriele Mainetti per Lo chiamavano Jeeg Robot
Fabio Bonifacci e Francesco Micciché per Loro chi?
Alberto Caviglia per Pecore in erba

MIGLIORE SCENEGGIATURA

Il racconto dei racconti – Tale of Tales
Lo chiamavano Jeeg Robot
Non essere cattivo
Perfetti sconosciuti
Youth- La giovinezza

MIGLIORE PRODUTTORE
Fuocoammare
Il racconto dei racconti
Lo chiamavano Jeeg Robot
Non essere cattivo
Youth – La giovinezza

MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA

Àstrid Bergès-Frisbey per Alaska
Paola Cortellesi per Gli ultimi saranno ultimi
Sabrina Ferilli per Io e lei
Juliette Binoche per L’attesa
Ilenia Pastorelli per Lo chiamavano Jeeg Robot
Valeria Golino per Per amor vostro
Anna Foglietta per Perfetti sconosciuti

MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA

Claudio Santamaria per Lo chiamavano Jeeg Robot
Alessandro Borghi per Non essere cattivo
Luca Marinelli per Non essere cattivo
Marco Giallini per Perfetti sconosciuti
Valerio Mastandrea per Perfetti sconosciuti

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA

Piera Degli Esposti per Assolo
Antonia Truppo per Lo chiamavano Jeeg Robot
Elisabetta De Vito per Non essere cattivo
Sonia Bergamasco per Quo vado?
Claudia Cardinale per Ultima fermata

MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA

Valerio Binasco per Alaska
Fabrizio Bentivoglio per Gli ultimi saranno ultimi
Giuseppe Battiston per La felicità è un sistema complesso
Luca Marinelli per Lo chiamavano Jeeg Robot
Alessandro Borghi per Suburra

MIGLIORE AUTORE DELLA FOTOGRAFIA
Il racconto dei racconti
Lo chiamavano Jeeg Robot
Non essere cattivo
Suburra
Youth – La giovinezza

MIGLIORE MUSICISTA
Il racconto dei racconti
La corrispondenza
Lo chiamavano Jeeg Robot
Non essere cattivo
Youth – La giovinezza

MIGLIORE CANZONE ORIGINALE
La felicità è un sistema complesso, “TORTA DI NOI”
Non essere cattivo, “A CUOR LEGGERO”
Perfetti sconosciuti, “PERFETTI SCONOSCIUTI”
Quo vado?, “LA PRIMA REPUBBLICA”
Youth – La giovinezza, “SIMPLE SONG #3”

MIGLIORE SCENOGRAFO
Il racconto dei racconti
La corrispondenza
Lo chiamavano Jeeg Robot
Non essere cattivo
Suburra
Youth – La giovinezza

MIGLIOR COSTUMISTA
Il racconto dei racconti
La corrispondenza
Lo chiamavano Jeeg Robot
Non essere cattivo
Youth – La giovinezza

MIGLIORE TRUCCATORE
Il racconto dei racconti
La corrispondenza
Lo chiamavano Jeeg Robot
Non essere cattivo
Youth – La giovinezza

MIGLIOR ACCONCIATORE
Il racconto dei racconti
La corrispondenza
Lo chiamavano Jeeg Robot
Non essere cattivo
Youth – La giovinezza

MIGLIOR MONTATORE
Fuocoammare
Lo chiamavano Jeeg Robot
Perfetti sconosciuti
Suburra
Youth – La giovinezza

MIGLIOR FONICO DI PRESA DIRETTA
Il racconto dei racconti
Lo chiamavano Jeeg Robot Non essere cattivo
Perfetti sconosciuti
Youth – La giovinezza
Non essere cattivo

MIGLIORI EFFETTI DIGITALI
Game Therapy
Il racconto dei racconti
Lo chiamavano Jeeg Robot
Suburra
Youth – La giovinezza

MIGLIOR DOCUMENTARIO DI LUNGOMETRAGGIO
HARRY’S BAR, di Carlotta Cerquetti
I BAMBINI SANNO, di Walter Veltroni
LOUISIANA (The Other Side), di Roberto Minervini
REVELSTOKE. UN BACIO NEL VENTO, di Nicola Moruzzi
S IS FOR STANLEY, di Alex Infascelli

Come già accennato, il verdetto è stato piuttosto singolare, testimoniato dall’umore della sala (e dalla reazione degli stessi vincitori) all’annuncio finale. Ripeto, non per demerito del film, che tra l’altro colpevolmente non ho ancora visto e che di conseguenza non posso giudicare, quanto per la traiettoria presa nel corso del serata: il trionfo di un cinema italiano nuovo, originale, con i tanti premi ad un fantasy coraggioso e ad un superhero movie ancora più bizzarro, sono davvero un grosso incoraggiamento per i nostri autori giovani. Poi però per il “premio grosso” si è ripiegati sulla sicurezza e sul plauso del grande pubblico. Una volta che avremmo potuto dire “noi apprezziamo la commedia come nemmeno i premi americani fanno” comunque rimane quel retrogusto amaro da autogol tipicamente italico.
Ma veniamo ora agli aspetti davvero positivi, ovvero la cerimonia stessa, come detto la prima edizione dei David non in mano alla Rai ma prodotta da Sky (e mostrata comunque anche in chiaro su TV8). Dire che la produzione, e la conduzione del simpatico Alessandro Cattelan, è promossa, è quasi un eufemismo. E’ stata chiara la voglia di copiare il format degli Oscar, ma è stata una scelta azzeccatissima, perché cose semplici ma efficaci (vedi le bellissime clip di presentazione delle varie categorie) non solo hanno funzionato benissimo, ma sono sembrate quasi rivoluzionarie dopo decenni di produzione amatoriale della Rai (mi vengono i brividi a ripensare a Tullio Solenghi che, cartelletta alla mano, reggeva il microfono ai vari presentatori). Dalle battute di Cattelan, alla presenza di mostri sacri del nostro cinema come Dante Ferretti e Vittorio Storaro, fino alla collaborazione comica del gruppo The Jackal (l’esilarante clip d’apertura della serata col cameo finale di Paolo Sorrentino è una perla da tramandare ai posteri), tutto ha dato finalmente l’idea di organizzazione e voglia di fare bene: a volte pagare dei veri autori televisivi non è poi così folle, fortunatamente. Unica pecca, e qui non c’è colpa di Sky, è stata la platea e il pubblico presente: ma lo sapevano gli attori seduti in sala che si poteva ridere alla battute di Cattelan, o sono troppo snob per farlo? Capisco che anche per loro una cerimonia così “straniera” è una novità a cui doversi abituare – e ad esempio imparare a leggere il gobbo elettronico aiuterebbe – ma un atteggiamento così serio, forzatamente istituzionale, è totalmente deleterio per l’apparenza tv e per l’intrattenimento del pubblico a casa.
Emanuele D’Aniello

SIX STEPS TO OBVIOUSNESS, l’intreccio fra mondi digitali ed arte

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Il MLAC Museo Laboratorio di Arte Contemporanea presenta SIX STEPS TO OBVIOUSNESS, mostra antologica di Alessandro Rosa, a cura di Giulia Tulino, che sarà ospitata dal 23 aprile al 21 maggio presso il Museo Laboratorio di Arte Contemporanea (MLAC), Università Sapienza di Roma, in Piazzale Aldo Moro 5.

Il vernissage è fissato per sabato 23 aprile alle ore 18.00. Il finissage, il 21 maggio, coinciderà con La Notte Bianca dei Musei. Per l’occasione è previsto un evento speciale che vedrà l’esibizione del collettivo Stochastic Resonance sulla terrazza esterna del museo, associando musica e video mapping sulle pareti esterne del MLAC, dialogando con opere e proiezioni di Alessandro Rosa.
Le opere esposte, commistione di media diversi in cui si intrecciano filosofia del linguaggio, estetica e psicologia sono realizzate da installazioni e video proiezioni. Alessandro Rosa si avvale poi di parole specifiche come “verità”, “negazione”, “filosofia”, delle relative etimologie e delle macchie di Rorschach che, proiettate alternativamente ad immagini come l’acqua, il cerchio e il quadrato, permettono allo spettatore di distinguere la percezione fisica da quella psicologica ed emotiva e il problema della percezione da un punto di vista interpretativo e non solo psicologico, poiché a queste vengono affiancate parole come “negazione”, verità”, “geometria”, “filosofia”, “linguaggio”. Se la pratica pittorica ha sempre utilizzato diversi significati per un’unica “figura” significante, il non figurativo si è spinto oltre. Nel lavoro di Alessandro Rosa assistiamo invece ad un mescolamento di segni che sfuggono all’espressività, entrando nel campo della designazione e compiendo un ulteriore passaggio rispetto alle espressioni tautologiche tipiche dell’arte concettuale americana. Passando dallo Scolabottiglie di Duchamp a Una e tre sedi di Kosuth per esempio, si giunge qui ad una comunicazione che cerca, attraverso canali diversi, di accostarsi sul piano di un’equivalenza semantica tra enunciati iconici ed enunciati verbali, tra idea e parola, tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo.
L’esposizione farà da scenario a THREE STEPS ON NEW MEDIA, tre incontri nei quali si tratterà il tema dell’intreccio tra mondi e tecniche digitali e discipline artistiche, attraverso l’intervento di artisti, storici dell’arte e critici.
Per l’evento organizzato dal MLAC Museo Laboratorio di Arte Contemporanea della Sapienza il 21 maggio 2016, in occasione della Notte Bianca dei Musei, il collettivo Stochastic Resonance intende offrire una serie di performance audio/visuali, che spazieranno da sonorità più ambient chill ad altre maggiormente sperimentali glitch and noise oriented, tutto accompagnato e rafforzato da proiezioni e video installazioni al fine di creare un unicum percettivo. Si prevedono cinque performance musicali accompagnate da due artisti visuali.

STOCHASTIC RESONANCE è un network indipendente che si muove nella scena elettronica sperimentale italiana ed internazionale, offrendo prodotti di alta qualità che spaziano tra sperimentazione e armonia, facendo scorrere l’impulso sensibile tramite la multimedialità. Stochastic Resonance è una rete di artisti che si dedica alla sperimentazione di nuove forme di comunicazione, derivanti dalla collaborazione tra diversi linguaggi audiovisivi, digitali ed elettronici, al fine di produrre un lavoro più profondo e maggiormente percettivo grazie alla miscela di generi e diversi contributi sensoriali. L’etichetta prende il nome dal fenomeno fisico della risonanza stocastica, in cui un segnale a livello basso diventa più forte e percepibile attraverso l’aggiunta di altri segnali o anche rumore, il non-segnale per eccellenza. Prendendo spunto da questo interessante fenomeno, nei progetti di SR, un’idea si sviluppa attraverso una nuvola di rumore proveniente da diverse sensibilità, producendo uno stile unico in cui la bellezza e la tecnica sono le due metà di una sola spinta, più profonda dell’arte contemporanea. Per maggiori dettagli si invita a visitare le pagine:

Shakespeare 2016: il Palladium canta la rovina di Roma

[…] L’occhio non vede se stesso se non di riflesso, attraverso altri oggetti.Così il Palladium ospita Shakespeare.

Nell’ambito del convegno internazionale Shakespeare 2016 Memoria di Roma, organizzato dalle università romane Sapienza, Tor Vergata e Roma Tre, è andato in scena il 9 aprile al Teatro Palladium Della rovina, di tempo e di bellezza: Shakespeare e il destino di Roma”: regia di Luca Aversano, con la partecipazione degli studenti del Dams; musiche eseguite dal vivo dall’ensemble Mirabilis Harmonia. La rappresentazione ha visto una replica il 10, sempre al Palladium, ed un’ultima il 14 aprile al Teatro di Villa Torlonia. Il testo dello spettacolo raccoglie frammenti dai drammi romani shakespeariani, per i quali si è fatto riferimento alla consulenza scientifica di Maria Del Sapio Garbero.
Teatro Palladium
Sfocati in alterne personalità: così sono presentati i volti degli artisti.
La scena prende piede con un ritmo di tamburi, replicando un tribale ancestrale, in cui i gesti e le posizioni si riducono ad una ritualità dell’essenziale. Le pose devono essere rigide, gli sguardi persi attraverso le figure come spettri greci; soffiano versi della caduta di Troia e riportano le sorti di Roma al destino della patria dei suoi fondatori. Come la città di Enea, così l’Urbe latina e la latinità tutta è inesorabilmente votata al sangue della propria fine. A fare da contrappunto alla poetica crudezza dei testi si pongono le musiche barocche, che costruiscono una scenografia di suoni e armonie stridenti contro la violenza dei personaggi. Sono tre gli attori, Alessandra De Luca, Domenico Bisazza, Daniele Di Matteo; le loro voci si trasformano nei protagonisti di ciascun frammento, spaziando tra tragedie e giochi di forza variabili. Fra loro si aggira un’entità spiritica, la ballerina Maria Elena Curzi, che dà una presenza muta e corporea all’assente coro teatrale.
Nonostante la scelta di una rappresentazione di Shakespeare per suggestioni tematiche e psicologiche, Della rovina, di tempo e di bellezza” non convince. Il lavoro sul testo è chiaramente preciso ed accurato e le parole del bardo trovano sempre il modo di emergere da qualsiasi contesto. Resta però traballante la forza della voce: Domenico Bisazza lascia scivolare il termine di ogni frase in un vuoto indistinto, come un soliloquio inudibile, inaccettabile se si considera che gli attori sono microfonati. Pare che, assorto nel controllo dell’espressività delle singole parole, Bisazza perda di vista la necessità di applicarne un volume. Un lavoro migliore è quello di Daniele Di Matteo, che di certo sa far tuonare il dialogo col proprio diaframma. Una lode va rivolta ad Alessandra De Luca, centro di ogni costruzione drammatica che si realizzi fra i tre attori sul palco. Alla sua femminilità, aleggiante fra epoche e personalità diverse, si rivolge uno dei temi portanti dello spettacolo: quello che rende la donna una bellezza che grida alle follie del potere, inascoltata, quando non è essa stessa l’attrice della rovina. Le movenze sono eleganti, altere e cariche di dolore nel proprio silenzio.
Gabriele Di Donfrancesco

La rinascita del cinema italiano è “Veloce Come il Vento”

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Diciamolo subito in apertura, nel modo più semplice ma fondamentale: Veloce come il Vento è davvero un bel film.

Lo so, è piuttosto strano iniziare quella che dovrebbe essere l’analisi di un film con un giudizio sommario e sbrigativo, per quanto positivo. Alcuni potrebbero dire che è un mettere le mani in avanti. In realtà, voler premettere immediatamente la qualità del film è quasi una necessità terapeutica per far scemare lo stupore.
Un film italiano di macchine e corse di macchine. Un film italiano di genere sulla velocità. Con Stefano Accorsi. Ed è bello. E lo sto scrivendo da sobrio.
Matteo Rovere al terzo film in carriera cambia totalmente registro e affronta il cinema di genere (quello delle corse oltretutto, uno dei filoni più abbandonati in Italia) con la voglia di captare le “americanate” ed inserirle in un contesto prettamente nostrano, e l’uso del dialetto già rende l’idea. Veloce come il Vento non è un dramma familiare mascherato da film sulle corse, Veloce come il Vento è l’analisi delle difficoltà della vita, soprattutto dei rapporti interpersonali, affrontata con la filosofia delle corse in pista, perfettamente coerente con i propri protagonisti. Molto liberamente ispirato ad una storia vera, il film di Rovere è testardo come i personaggi nel raggiungere un traguardo che simboleggia l’armonia familiare e la realizzazione personale: se Giulia in pista corre per vincere il campionato (le immagini del vero campionato GT italiano ed i veri stunt sono una chicca da applausi), che non è una vittoria sportiva fine a sé stessa ma serve a salvare la propria casa, allo stesso modo in mezzo alle strade di Imola, inseguita da motociclisti poco simpatici, Giulia corre per mantenere in pista la propria vita e mantenere sotto controllo i propri problemi nell’unico modo che conosce: col piede sempre schiacciato sull’acceleratore.
Matteo Rovere fortunatamente conosce anche l’uso del freno, ed è quello che applica con precisione alla sceneggiatura. Si potrebbe obbiettare che è molto studiata a tavolino e fin troppo calibrata, con moltissimi argomenti – l’unico vero difetto del film è infatti l’eccessiva durata, si potevano evitare un po’ di ripetizioni – e qualche colpo di scena telefonato, ma Rovere riesce a trasformare la struttura molto classica, i momenti già visti e rivisti da tipico cinema sportivo americano, in punti di forza. La necessità di avere una seconda possibilità di Loris, e la voglia di riscatto e redenzione personale di Giulia, tutti traguardi da superare attraverso il trionfo sportivo, sono classici elementi visti in tanti film del genere (incluso il canonico montaggio degli allenamenti) ma qui sono convincenti grazie alla connessione emotiva con le motivazioni dei personaggi. In particolare è convincente il ritratto di Giulia e il modo sereno con cui il film mostra una ragazza gareggiare in un mondo di maschi: non c’è retorica, non c’è ruffianeria, non ci sono scontate battute a riguardo o sottolineature trionfali, è tutto normale e forse questo è l’aspetto più riuscito del film.
E poi c’è l’elefante nella stanza che ha nome e cognome: Stefano Accorsi. Probabilmente molti, entrando in sala, non avevano dubbi sul film, quanto pregiudizi sulla qualità attoriale di Accorsi. Li capisco uno ad uno questi ipotetici spettatori. Eppure sono stato il primo a ricredermi, perché Accorsi non solo funziona, ma è effettivamente bravo. E’ indubbio che la prova trasformista aiuti sempre, e qui non c’è ipocrisia, c’è proprio un drogato azzeccato pure nell’aspetto, dai denti marci ai capelli unti, ma Accorsi è bravo nel calarsi totalmente nel personaggio, con l’espressione spesso disorientata e gli occhi semichiusi che raccontano una storia. Per la prima volta da quando lo vedo non si nota che Accorsi stia recitando, e questo è già un trionfo. E poi indubbiamente è molto convincente la giovane Matilda De Angelis, che a soli 20 anni colpisce soprattutto per la determinazione e la cattiveria con cui morde un ruolo delicatissimo, chiamata a bilanciare le responsabilità della vita quotidiana alla irresponsabilità della pista.
 
Veloce come il Vento, a poche settimane dall’uscita di Lo Chiamavano Jeeg Robot, a pochi mesi dall’uscita di Suburra (che personalmente non mi è piaciuto, ma ha ottenuto un ottimo riscontro generale) è la prova non solo che il cinema di genere in Italia è ancora vivo, ma è la conferma che nel nostro paese ci sono autori giovani, autori nuovi, ricchi di talento, visione e grande capacità nel prendere le idee del cinema straniero per poi rielaborarlo nella nostra realtà e con la propria sensibilità. Veloce come il Vento soprattutto funziona perché capisce quali tasti premere e quando farlo: prendiamo la scena in cui Loris è per la prima volta al box di Giulia e prende le cuffie per aiutarla, è una scena semplicissima, quasi ovvia, vista chissà quante volte, ma quanto è emotivamente efficace?
 
Emanuele D’Aniello