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Viaggio tra Fagioli Western, legumi e tradizioni di alta qualità

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La “Piccola guida gustosa ai Legumi del Lazio” di ARSIAL  curata da Marco Panella, pregi e cultura delle piccole produzioni locali

Sempre discreti sulle nostre tavole, i legumi rappresentano una presenza costante della tradizione gastronomica. Tante sono le tipologie di questi piccoli regali della terra ad ogni regione d’Italia. Ognuno di questi omaggi incarna la tipicità di un territorio e ne esprime le tradizioni, tramandandone non solo i metodi di coltivazione ma soprattutto la gastronomia.

Sopravvissuti alla cucina usa e getta, sono i primi attori di piatti e ricette che anche nell’apparenza modesta, rappresentano spesso quel comfort food che fa sentire a casa propria
. L’iniziativa si inserisce nel lavoro di valorizzazione delle risorse enogastronomiche, che la regione Lazio sta portando avanti negli ultimi anni con rinnovato impegno. Relativamente ai legumi il patrimonio è di tutto rispetto, ben 24 le diverse tipologie con una dop riconosciuta e tre presidi Slow Food. Solo i fagioli ne contano 17, testimoniando ricchezza e varietà del territorio Laziale.
La Guida rende omaggio a questi legumi citandone i riferimenti disseminati nella storia, che a partire dagli antichi oratori attraversano il tempo entrando nel vissuto quotidiano della nostra epoca.
Il curatore Marco Panella durante l’incontro ha condotto il viaggio culturale, disegnando un percorso che passa dall’utilizzo dei legumi per il gioco casalingo, come il tris o la tombola in versione preconsumistica, fino ai giochi in tv di Raffaella Carrà, rintracciandone la presenza in moltissime citazioni tra letteratura e cinema. Nel film “Il secondo tragico Fantozzi” Paolo Villaggio nei panni del ragionier Ugo, viene messo “in ginocchio sui ceci” reo di essersi addormentato alla proiezione aziendale, liberamente obbligatoria, de La Corazzata Potëmkin. Ma è il western all’Italiana che porta alla ribalta cinematografica i fagioli del Lazio. I film girati sui Monti Simbruini affermano come protagonista il proprio prodotto locale, creando dallo Spaghetti Western il sottogenere Fagioli Western. Cosiddetto B-movie e oggi Cult che vanta fans illustri, registi del calibro di Quentin Tarantino che lo omaggia anche nel finale del film Django. La Pellicola simbolo del genere è “Lo chiamavano Trinità” in cui Bud Spencer interpreta con Terence Hill scene memorabili, come quella in cui quest’ultimo divora un’intera padellata di fagioli, scarpetta inclusa.
La Compagnia del Pane ha ospitato la presentazione, proponendo per l’occasione alcune delle preparazioni selezionate nella guida e realizzate in stile finger food, accompagnate dai vini e dall’olio del Lazio come naturale abbinamento di territorio. Lenticchie di Rascino, Ceci dal Solco dritto di Valentano, Fagiolina di Arsoli con filetti di cotica, solo alcuni degli assaggi proposti e rappresentativi della tradizione gastronomica di altissimo livello dei Legumi del Lazio. Non inganni la apparente semplicità delle pietanze, ricette come la Passatina di Cicerchia di Campodimele con cicoria di campo, sanno vestire d’eleganza il palato e regalare inaspettate sfumature del gusto. Ingredienti straordinari che in mani sapienti si trasformano in piatti d’alta cucina.

Lo sanno bene i grandissimi chef che hanno accolto l’invito dell’Arsial proponendo nella guida un loro piatto. Accanto alle ricette popolari della tradizione, troviamo infatti le ricette degli stellati Andrea Fusco, Luciano Monosilio, Gianfranco Pascucci ed altri grandissimi chef di livello internazionale, sostegni importanti all’iniziativa. Secondo Antonio Rosati, amministratore dell’Ente, il valore del progetto sta nell’integrazione tra alimentazione, qualità e salvaguardia della tradizione, che insieme al turismo possono fornire un’ulteriore leva allo sviluppo di una regione dalle risorse ancora da valorizzare a pieno.
Bruno Fulco

Arriva al cinema “Stella Cadente” di Luis Miñarro

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Arriva in Italia, distribuito da Boudu-Passepartout in collaborazione con il Festival del Cine Español e Exit Media, Stella cadente, l’ultimo film di uno dei personaggi più poliedrici del cinema spagnolo: Luis Miñarro. Il film sarà al cinema dal 26 Maggio.

Stella cadente è un lavoro del tutto originale: film storico e melodramma d’amore, commedia pop e musical camp, sogno gay ed equivoca festa erotica. Il film rifiuta ogni genere e convenzione narrativa e si snoda attraverso i suoi tanti riferimenti letterari, pittorici e musicali: da Baudelaire a Lucian Freud, passando per Alain Barrière, Wagner, Caravaggio e molti altri. Guardando con ironia ai canoni estetici degli anni Settanta, Stella cadente è un’aperta denuncia allo stato attuale della società e della politica e indica l’arte e il cinema come uniche possibili vie di fuga dal declino e dalla mediocrità proprie della contemporaneità.
La storia è quella del breve regno spagnolo di Amedeo d’Aosta che giunge a Madrid nel 1871. Armato di idee liberali e progressiste, presto vede i suoi ideali scontrarsi con la realtà spagnola del periodo, dominata da intrighi, corruzione e ogni bassezza di cui l’animo umano è capace. Costretto a passare la maggior parte del tempo tra le mura del suo palazzo per timore che l’instabilità politica sfoci in un attentato, dopo appena due anni Amedeo abdica, dichiarando la Spagna ingovernabile.
Nel cast c’è anche l’italiano Lorenzo Balducci che recita al fianco di Alex Brendemühl, Bárbara Lennie, Lola Dueñas, Francesc Garrido, Alex Batllori, Gonzalo Cunill e Francesc Orella.
Luis Miñarro, produttore e regista catalano, nella sua carriera ha prodotto i lavori di numerosi autori internazionali, fra cui Albert Serra (Honor de cavallería, 2006, vincitore del Torino Film Festival; El cant dels ocells, 2008) e Apichatpong Weerasethakul (Lo zio Boonme che si ricorda delle sue vite precedenti, 2010, vincitore della Palma d’oro a Cannes). Come regista ha realizzato due documentari e altrettanti film di finzione. È tra i produttori del nuovo film di Fabrizio Ferraro, Gli indesiderati. Europa! (in preparazione) che verrà prodotto e distribuito da Boudu-Passepartout. 

“Reinas”, sei grandi regine della storia in un libro

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Il 20 maggio alle ore 17.30 Armando Curcio Editore presenta “REINAS, Storie di Grandi Donne” di Isabel Russinova, presso la libreria Arion di Montecitorio 59. Presenziano Emilia Costantini  (Corriere della Sera) e il Prof. Bruno Roberti, Critico e studioso di cinema e teatro, docente universitario Unical (Università della Calabria), membro comitato direttivo “Filmcritica”.

Il 20 Maggio 2016 alle ore 18,30 Isabel Russinova presenterà a Roma, presso la libreria Arion di Montecitorio, il suo ultimo libro, un saggio che raccoglie sei ritratti di donne che hanno fatto la Storia: Reinas (Armando Curcio Editore). Interverranno alla presentazione Emilia Costantini e il Prof. Bruno Roberti.
Reinas, regine che hanno vissuto lontano dal nostro tempo, ma hanno segnato la nostra storia, donne che appartengono al mito e che sono diventate mito, luminose figure femminili con in comune la forte personalità, il coraggio e, a legarle insieme, la scelta di voler percorrere la via più dolorosa e in salita per raggiungere i propri obbiettivi per il bene comune, consegnandoci così un altissimo profilo di sé.
Berenice, figlia di Erode Il Grande, principessa giudea che ha cercato di pacificare romani ed ebrei; Galla Placidia, imperatrice romana rapita da Alarico, che amò Ataulfo e volle unire barbari e romani sotto lo stesso credo cristiano; Pentesilea, tra mito e storia, regina guerriera delle amazzoni, che combatte gli uomini per combattere le guerre; Rosina Crocco, “briganta”, una delle protagoniste del grande movimento femminile del nostro sud nell’800, che vide la prima ribellione attiva della donna; Tanaquilla, nobile Etrusca sposa di Lucumone il greco, che diventerà Tarquinio re di Roma; Agatha, prima presidente donna della Repubblica di Malta e dell’Europa del ‘900.
Donne che appartengono al mito e sono diventate mito, donne capaci di raccontare la “Donna”, la sua la forza, la determinazione, la dolcezza, la violenza, la bellezza, la volontà, l’intelligenza, l’astuzia, l’intuizione, la resistenza.
Reinas è un omaggio alla donna, con il desiderio di raccontala per incoraggiarla ad essere sempre orgogliosa della sua anima femminile e della sua forza interiore. Berenice, Pentesilea, Galla, Rosina, Agatha e Tanaquilla, rappresentano le tante donne che in tutti i tempi illuminano l’umanità.
Isabel Russinova, da tempo, studia e ricerca le figure di donna nel cammino del mondo per non dimenticarle, e molte volte diventano protagoniste di narrazioni teatrali, continuando così a far sentire la loro voce. 
Ingresso libero sino ad esaurimento posti.

Fausto e i suoi diabolici “sciacalli” al Teatro Ghione

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Fausto è un rigattiere, che vive una vita sempre sull’orlo della povertà. In gioventù, faceva parte di una band, che ebbe un discreto successo con la canzone “Annalisa”, ma il loro sogno andò in frantumi durante una notte a Capri. Questa è la base del divertentissimo spettacolo “Fausto e gli sciacalli” scritto da Gianni Clementi in scena dal 3 al 15 maggio al Teatro Ghione.

L’occasione è stata ghiotta. Non avevo mai messo piede in uno dei teatri più belli della nostra città, il Teatro Ghione, ma soprattutto non volevo perdermi la grande bravura del duo merveille Nicola Pistoia e Paolo Triestino; ed eccomi qui a parlare dello spettacolo “Fausto e gli sciacalli” scritto da Gianni Clementi con la loro regia ed interpretazione, in scena dal 3 al 15 maggio presso il citato teatro.

Teatro Ghione

Fausto (Paolo Triestino) è un rigattiere che vive sulla Via Casilina. La sua è una vita di stenti; per vivere pratica anche la televendita. Fausto vive con una moglie infelice, un figlio che non vuole accettare di diventare uomo, un padre completamente sordo ed il migliore amico depresso. Fausto ha anche un dolore, un dolore grande che si porta appresso da diversi anni. Da giovane faceva parte, insieme anche al suo migliore amico, di una band, gli Sciacalli, che ebbero un discreto successo con una canzone dal titolo Annalisa. Ma poi, dopo una notte di festeggiamenti a Capri, il cantante del gruppo Elmore (Nicola Pistoia) decise di fuggire con il 95% dei diritti della canzone.

Ma ecco che Elmore torna a sconvolgere tutti gli equilibri, in una miscela esplosiva. Ecco che proprio lo spettacolo scritto da Gianni Clementi mette in luce con ironia e simpatia la falsità, l’animo cattivo ed amaro dell’essere umano, gli intrighi e le piccole e grandi bugie che sono insite dentro di noi, ma che in fondo lasciano una porta aperta alla speranza che i nostri sogni si possano realizzare. Tutto è stato molto ben caratterizzato dalla bravura di tutto il cast e dalla scenografia tridimensionale, curata da Alessandra Ricci, che riprende una Roma cattiva, inquietante ed opprimente.
Uno spettacolo bello, divertente ma che allo stesso tempo fa riflettere, amaro ed ironico. Un’ultima nota: la canzone Annalisa è stata composta per lo spettacolo da Stefano D’Orazio e Roby Facchinetti dei Pooh.
Marco Rossi
(Foto di Gabriele Gelsi)

I vampiri di Ronconi ballano la Danza Macabra di Strindberg

I mostri di Danza Macabra trovano la vittima con cui rappresentare la propria mostruosità e incantano il Quirino.

Il 10 maggio è andata in scena al Teatro Quirino di Roma la prima di Danza Macabra, regia di Luca Ronconi, dal testo di August Strindberg, traduzione di Roberto Alonge, e in scena fino al 22 maggio. Così si conclude la stagione teatrale 2015/2016: portando sul palco il divertimento tenebroso di una mostruosa decadenza. La commedia è prodotta in collaborazione col Teatro Metastasio di Prato, del quale ha aperto la stagione teatrale 2014/2015, e col 57esimo Festival di Spoleto. La prima rappresentazione è andata in scena il 27 giugno 2014 al Teatro Caio Melisso di Spoleto.
Adriana Asti
Un faro, uno scoglio e tre creature. A partire da sinistra, Adriana Asti, Giorgio Ferrara e Giovanni Crippa.
Danza Macabra si svolge nella vampiresca solitudine di un’isola dei mari del Nord. Qui sarà presto costruita una stazione di quarantena, perfetta per una località così tenebrosa. Il palco del Quirino si trasforma allora in un soggiorno e ci porta nella casa di alcuni peculiari abitanti del luogo, il Capitano e Alice. Sono loro i protagonisti del valzer drammatico di Strindberg: una coppia di sposi vicina ai venticinque anni di matrimonio, che per tutti questi non ha fatto altro che circondarsi di solitudine, alienando l’affetto di chiunque sull’isola. Si odiano nell’amore e si divertono nell’odiare e nel fingere la distruzione, architettando costantemente la fine l’uno dell’altro; una recita che vive ogni qual volta si presenti l’occasione di un pubblico. Come i mostri, che senza un mortale da spaventare condurrebbero vite del tutto tranquille, così loro attendono un terzo per poter accendere il proprio teatrale orrore. Kurt entra nella loro noia come una cometa nella gravità di una stella. Si è appena trasferito sulla macabra isola con l’incarico di gestire la futura stazione di quarantena. Sarà morso vampirescamente dall’alito languido e mortifero di quella realtà alienata e non avrà parole per definirne l’orrore, pur accettando ambiguamente una seduta nel loro diabolico soggiorno. Questa è la scenografia pensata da Marco Rossi: un sorprendente incontro di pesanti mobili dalle tonalità scure, rispondenti ad un gusto stanco, da fine età vittoriana. A questi si uniscono letti dalle spalliere di metallo, alte e appuntite come le guglie di una chiesa gotica. I cambi scena sono ottenuti con uno spettacolare movimento dell’intera mobilia, fatta scivolare in qualche modo da un lato all’altro del palco, come bottiglie sul pavimento di una nave in balia delle onde. Le luci, curate da A. J. Weissbardsi posano con un’angosciosa eleganza sullo spazio, risaltando i riflessi delle superfici scure. Ad amalgamare il tutto, troviamo i rintoccanti suoni di Hubert Westkemper.
Adriana Asti - Teatro Quirino
… è arrabbiata con me perché non sono morto ieri.
I colori petrolio e verde stagno dei costumi di Maurizio Galante si uniscono alle tonalità cupe fino al liquido di pareti e materiali e fanno spiccare per contrasto il pallore esasperato di volti e di mani. La recitazione è anch’essa lasciva, dal ritmo spezzato, come un battito cardiaco irregolare e malato, ma mai patetica; semmai ironica e in questo complice, autocosciente della propria simulazione di mostruosità. Il tutto va in scena senza il supporto di microfoni, o almeno noi non ne abbiamo notato l’utilizzo, e questo fa onore ai cali di volume nella voce degli attori. Insomma, non si bara.
Giorgio Ferrara nei panni del Capitano è sempre in movimento: una parata militare ambulante, capace di bloccarsi splendidamente a metà frase, la mandibola muta e spalancata, a simulare un rigor mortis improvviso. Squisitamente sbigottito e affascinato, Giovanni Crippa interpreta con aria decadente il personaggio di Kurt, perno fondamentale del movimento drammatico del testo. Adriana Asti fa sfoggio costante dell’abito di scena e indugia divertita nell’altezzosità dispettosa del suo ruolo, con un fare da Morticia Addams. Non è un caso: tutto in questo spettacolo ammicca al piacere di drammatizzare un mostruoso innocuo.
Si incontra il gusto del pubblico: gli applausi sono duraturi e scroscianti.
Gabriele Di Donfrancesco

La Vignarola, ode gastronomica all’orto della primavera

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La bella stagione in cucina riporta la Vignarola semplice e gustosa tradizione popolare, tornata in voga tra i gourmand alla ricerca di sapori autentici.


Se bisogna rappresentare con un piatto le singole stagioni quello che più rispecchia la primavera è senza dubbio la Vignarola.
Piatto originario della campagna romana, ne esprime tutta la bellezza e la tradizione agricola. Nel comune destino a molti piatti storici ha conosciuto il suo oblio, soppiantato da una moltitudine di pseudo novità culinarie che però alla lunga non riescono mai a tenere il passo con i sapori autentici della cucina Italiana.
Ex piatto povero a base di verdure e ortaggi rimanenze di giornata del Verduraio, pare che debba il suo nome al fatto che le coltivazioni avvenissero tra i filari delle vigne, per ottimizzare al meglio lo sfruttamento della terra. L’ipotesi alternativa si riferisce alla commercializzazione di questi prodotti ad opera dei contadini presso i mercati rionali cittadini. Spesso dalle donne chiamate in gergo Vignarole e garanzia quasi certa di qualità, prima dell’esplosione incontrollata di frutterie dai prodotti a volte di dubbia provenienza.
Non bisogna farsi ingannare dagli ingredienti di questo piatto, infatti sebbene composto essenzialmente da verdure è un piatto di una certa struttura, anche grazie alla presenza dei legumi i che ne aumentano l’apporto proteico. In relazione alle quantità la Vignarola può essere servita come secondo o come contorno, addirittura come condimento sulla bruschetta, anche se i cultori veri di questa meravigliosa pietanza stagionale spesso non indugiano nel godersela come piatto unico.
Il suo momento ideale è a cavallo tra aprile e maggio con la comparsa di fave e piselli che ne sono i protagonisti, accompagnati da lattuga, cipollotti e gli ultimi carciofi di stagione. La versione più ricca prevede il guanciale, ma anche il palato dei vegani può gioirne utilizzando solo l’olio extravergine. Altre varianti prevedono l’aggiunta di differenti erbe aromatiche o il fatto di utilizzare le fave private o meno dalla buccia interna, il risultato è comunque sempre una gustosa delizia. L’abbinamento al vino per questo piatto è di territorio con il Frascati Superiore Docg o Malvasia dei Castelli Romani.

Ingredienti per 4 persone:

  • Piselli freschi 500 gr
  • Fave fresche 500 gr
  • Lattuga romana 1 cespo
  • Carciofi 500 gr
  • Cipollotti 250 gr
  • Guanciale 100 g
  • Olio extravergine q.b.
  • Pecorino romano q.b.
  • Mentuccia
  • Sale e pepe q.b.
Preparazione: Sgranare fave e piselli, tagliare la lattuga e il guanciale a listarelle, spezzettare il cipollotto e pulire i carciofi eliminando il fieno interno, quindi immergerli in acqua acidulata con limone.
In una ampia padella scaldare l’olio e il guanciale finché non diventa trasparente, quindi aggiungere i cipollotti e farli imbiondire. Aggiungere i carciofi rosolandoli da ambo i lati e aggiungendo qualche cucchiaio d’acqua o brodo quindi coprire e cuocere per cinque minuti
Aggiungere fave e piselli mescolare e cuocere per dieci minuti bagnando con altro liquido quando necessario, aggiustare di sale e pepare.
Aggiungere la lattuga, la mentuccia e proseguire qualche altro minuto per ultimare la cottura di tutti gli ingredienti, quindi aggiungere il pecorino volendo anche a scaglie e servire.
Bruno Fulco

L’arte della vetrata artistica affascina e commuove

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L’arte del vetro è un’arte che resiste al passare del tempo. Questo sembra volerci dire la mostra “La Vetrata Artistica Contemporanea. Tra tradizione e innovazione“, dal 2 al 12 maggio presso la Biblioteca Comunale Guglielmo Marconi, che presenta opere create dagli allievi della Scuola d’Arte e dei Mestieri Ettore Rolli.

Ettore Rolli
L’arte della vetrata artistica resiste ancora al passare del tempo; è un’arte che ancor oggi affascina e commuove. La mostra “La Vetrata Artistica Contemporanea. Tra tradizione e innovazione“, dal 2 al 12 maggio presso la Biblioteca Comunale Guglielmo Marconi, curata da Vanessa Ascenzi, Giovanna Chieppa ed Eugenio Scabardi, che presenta opere create dagli allievi della Scuola d’Arte e dei Mestieri Ettore Rolli, non solo vuole, secondo le parole di una delle curatrici Vanessa Ascenzi, “puntare alla riscoperta di quest’arte” ma anche e soprattutto “portarla fuori dalla scuola“, essendo la Scuola Rolli in zona San Giovanni. Sappiamo inoltre, sempre secondo le sue parole, che “la mostra ha avuto grande successo e la biblioteca ha richiesto alla Scuola Rolli la possibilità di altre future collaborazioni“.
Ettore Rolli
Ettore RolliI 14 allievi del triennio della Scuola, attraverso le loro opere, mostrano un’attenzione particolare ai grandi artisti, come il vetro che riprende le campiture geometriche dipinte dal grande Piet Mondrian, con un effetto che possiamo dire ipnotico, ma anche lavori che propongono la sensualità femminea delle figure di Tamara De Lempicka.

Tra gli artisti sicuramente omaggiati per il forte uso del colore non poteva assolutamente mancare Antoni Gaudì, celebre architetto spagnolo e famoso per le sue forme estremamente varie e piene di colore, come nel celebre Park Güell. Molti dei ragazzi di primo anno hanno proposto delle bellissime vetrate che ricordano le celebri Rose della Casina delle Civette, seguendo dei progetti mai realizzati di grandi maestri come Cesare PicchiariniPaolo Antonio Paschetto e Duilio Cambellotti, dimostrando un’attenzione ai dettagli veramente encomiabile.
Un’ ulteriore esplosione di colore sono delle bellissime lampade esposte e meravigliosi decorazioni provenienti in parte da materiale di scarto.

Una delle curatrici, Giovanna Chieppa, porta anche alla scoperta dei vari vetri e delle tecniche usati, come la tessitura a piombo, la tecnica Tiffany, a grisaille o a mosaico, e porta anche alla scoperta degli attrezzi del mestiere, simbolo di quella sapienza artigianale che questi ragazzi stanno salvando da un completo oblio.

Una bellissima mostra, speriamo che possa avere un seguito.
Marco Rossi
(Foto di Marco Rossi)

Viale del tramonto, un grande film per un “Cinema piccolo”

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“Le grandi dive sono molto orgogliose”

Titolo:Viale del tramonto (Sunset Boulevard)
Regista: Billy Wilder
Sceneggiatura: Charles Brackett, Billy Wilder

Cast Principale: William Holden, Gloria Swanson, Erich von Stroheim, Nancy Olson, Cecile B.DeMille
Nazione: Stati Uniti
Anno: 1950

Esistono tanti film che parlano del Cinema: quello di un tempo, del muto, che omaggiano i grandi registi, le tecniche e gli attori del passato. Alcuni ne descrivono anche il lato oscuro, quello privo di sentimenti o, peggio, un po’ inquietante ed amorale. Il primo, forse, che ha unito questi due temi in un’unica pellicola è stato Billy Wilder in Viale del tramonto.
 

La trama

 
Norma Desmond (Swanson) è una diva del cinema muto dimenticata, ma sempre viva nell’illusione di tornare in scena e brillare come un tempo, con la stessa freschezza e fascino di quando aveva 20 anni. Per una serie di strane coincidenze, conosce Joe Gillis (Holden), uno sceneggiatore cinematografico in bolletta e molto più giovane di lei. Lo convince a leggere una sua patetica sceneggiatura, ad ingaggiarlo e a farlo vivere nella sua immensa villa sul Sunset Boulevard a Hollywood, dove abitano solo lei e l’inquietante maggiordomo Max (von Stroheim). Joe però capisce lentamente chi è Norma e la sua altalenante condizione psicologica, trasformandosi pian piano in un gigolò, che la diva ricompensa con soldi, abiti e una vita lussuosa. Una vita però solitaria, all’insegna del ricordo e dell’esaltazione di ciò che Norma è stata e che tornerà ad essere. Joe però incontra la semplice Betty (Olson), che un tempo gli criticò un’opera e che ora gli propone di scrivere un pezzo insieme. Norma, però, già stressata da un’altra illusione, non vede di buon occhio il rapporto tra i due…

La recensione

Il film è un dedalo di interpretazioni, simboli e temi. Anche solo soffermandosi sul cinema muto, questo film potrebbe far scervellare il migliore dei critici con la sua combinazione di coincidenze, ritorni e voluti rapporti tra i vari protagonisti. Si pensi a quanti richiami e omaggi fa Wilder sul tema: le star di quei tempi pioneristici non sono solo i personaggi principali, ma vengono utilizzati anche altri attori dell’epoca per realizzare dei camei per coloro che Joe chiama il ‘museo delle cere’, come Nilsson, Warner e Keaton.

Centrale in tutto, fulcro della sceneggiatura e del film, è il personaggio di Norma. Lei rappresenta quel mondo lontano, distaccato dal mondo moderno e, quindi, dal sonoro: simbolica la scena nel set di DeMille dove Norma scaccia, con stizza, la giraffa con il microfono.

Poiché il suo personaggio è l’essenza principale del film, l’attrice si immedesima in maniera a dir poco perfetta in una parte che si potrebbe quasi considerare auto-biografica. Come Norma, infatti, anche Gloria, prima di Viale del tramonto, mancava dalle scene da quasi vent’anni. La sua esperienza, le sue espressioni, i suoi movimenti ci ricordano una capacità d’interpretazione diversa da quella della Olson o di Holden: la Swanson stessa apparteneva a quella scuola per cui due riprese per un quadro iniziavano ad essere troppe. Lo capiamo in prossimità del finale quando Norma, per far pace con Joe, si ‘prepara’ lo sguardo davanti lo specchio: un’attrice che interpreta un’attrice in procinto d’interpretare.

Sempre in Norma è racchiuso il tema del divismo: la donna che ha avuto milioni di uomini ai suoi piedi, capaci di pagare per una sua ciocca di capelli, ora costretta a pagare a sua volta un uomo, pur di non accettare l’avanzare dell’età, pensa addirittura di essere adatta ad interpretare un personaggio giovane, sensuale e fresco come Salomè. Si capisce anche la scelta del doppio senso al titolo del film.

Altro tema portante è l’arrivismo di Hollywood. Questo è evidente in ogni singolo personaggio. Ognuno di loro è in sé un approfittatore, uno sfruttatore e rimane travolto: Joe sfrutta Norma per i suoi soldi e Betty per il sentimento; Norma sfrutta Joe per il suo lavoro e il suo desiderio di gioventù e Max per farsi servire fedelmente; Betty sfrutta Joe per poter scrivere una vera sceneggiatura; Max sfrutta le esaltazioni di Norma per continuare ad essere quello che era.
 
Da non sottovalutare, invece, le tecniche utilizzate in questo film, di cui molte sono frutto di studi e curiosi stratagemmi.
Si pensi alla prima visione che abbiamo di Holden dal fondo della piscina: come dei pesci, vediamo sopra di noi il volto del personaggio che galleggia. Una tecnica azzardata per i mezzi di quei tempi: girare dal basso in acqua. Il critico Ed Sikov ricorda che l’operatore fece degli esperimenti con specchi e manichini. Venne fuori che se l’acqua fosse stata a 40° (non di più perché altrimenti creava distorsione) potevano filmare tutto dall’alto, guardando uno specchio che rifletteva l’immagine di Holden.
 
La casa, ormai distrutta, era dell’ex moglie di Paul Getty e si trovava sulla Wilshire, non sul vero Sunset Boulevard. Gli interni sono stati completamente ricreati sul set. Nancy Olson ricorda, in un’intervista del 2002, di aver visto gli operatori strofinarsi una pietra pomice sulle mani e soffiare di fronte alla cinepresa, per dare ancora di più la sensazione che gli angoli fossero impolverati. Sempre in quell’intervista, la Olson ricorda anche quanto Wilder fosse ligio alla sceneggiatura: “Nessuna battuta era aggiunta (…) la cosa interessante era che nella colonna di sinistra c’erano le indicazioni per la cinepresa. Quando scriveva, quindi, Billy dirigeva”.
 Viale del tramonto
 
Miliardi le citazioni e i riferimenti che riportano la realtà dei fatti. Molti dei personaggi avevano già lavorato insieme. DeMille fu il regista che lanciò ufficialmente nello star-system la Swanson. In lingua originale, quando Norma va a trovare DeMille, questo la chiama ‘young fellow‘: nomignolo che il regista dava realmente alla Swanson. Il set che il regista sta girando è Sansone e Dalila: autentica pellicola che uscirà nel 1951. Il film che Joe e Norma vedono sulla parete è La regina Kelly del 1927, con la Swanson protagonista (è lei quella che vediamo noi e i personaggi) diretta da  Erich von Stroheim: film che, non in maniera ufficiale, segnò ad entrambi l’inizio della fine della carriera. Lo spettacolo privato che Norma fa per intrattenere Joe è, (citando il personaggio di Holden) Le belle bagnanti di Mack Sennett: un omaggio allo sketch delle ‘bathing beauties‘ dove la Swanson lavorò nel 1917 proprio con il regista Mack Sennett. E sempre qui Norma inoltre afferma “Ricordo ancora le compagne di balletto: Marie Prevost, Mabel Normand“: vere attrici del cinema muto e vere compagne in quello sketch.

Viale del tramonto, per farla breve, è un film sul Cinema, con attori che hanno fatto la storia del Cinema e per il Cinema.

3 buoni motivi per vedere il film:

– Gloria Swanson che ipnotizza e incanta e si destreggia in una parte impegnativa
– La regia di Billy Wilder, che si aggiudica il terzo Oscar dei sette che prenderà nella sua vita sua vita
– Capire perché Robin Williams in Mrs.Doubtfire cita la protagonista e una celebre frase di questo film

Quando vedere il film?

Non è il film leggero, bisogna ammetterlo. E’ il film giusto per iniziare un cineforum, specialmente per giovani menti che conoscono poco il cinema. Dà il giusto spunto per parlare degli inizi del cinema, del suo mondo e delle sue tecniche, travolgendo tutti con una trama sconvolgente.

Francesco Fario

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Indossare la Bellezza. La grande bigiotteria italiana

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@Graziano Temporin
Sarà aperta al pubblico fino al 29 maggio la mostra dal titolo Indossare la Bellezza. La grande bigiotteria italiana. Una selezione curata dalla storica e critica del gioiello Bianca Cappello che conta 300 ornamenti per il corpo, bijoux, corone, abiti gioiello, la maggior parte dei quali inediti.
Dopo il successo di media e di pubblico che l’evento ha riscosso presso l’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado lo scorso dicembre, l’esposizione è arrivata anche in Italia ed è ospitata presso la splendida cornice del Museo del Bijou di Bijou di Casalmaggiore in provincia di Cremona diretto da Letizia Frigerio. La mostra è organizzata dal Comune di Casalmaggiore con la partecipazione della associazione Amici del Museo del Bijou, il patrocinio di Fondazione Cologni Mestieri d’Arte. Il progetto di comunicazione è a cura di Eugenia Gadaleta esperta in fashion & art communication.
Presenti all’inaugurazione il sindaco di Casalmaggiore Filippo Bongiovanni, l’assessore alla cultura Pamela Carena ed il conservatore del museo Letizia Frigerio.
Tra i bigiottieri presenti in mostra anche De Liguoro, creatore delle Corone di Miss Italia presenti in mostra che, per l’occasione, ha creato alcuni coloratissimi e divertenti soprammobili utilizzando componenti e bijoux vintage. 
Protagoniste la sapienza artigianale e l’inventiva nella ricerca dei materiali non preziosi tipici della tradizione regionale italiana (tra cui il vetro di Murano, il corallo di Torre del Greco, la paglia di Firenze, il sughero sardo, il micro mosaico fiorentino) che segnano il susseguirsi delle mode e degli eventi storici italiani negli oltre 150 anni di unità nazionale.
Bijoux ideati e realizzati in Italia dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri provenienti da prestigiose collezioni private, enti pubblici, archivi e musei aziendali.

Bianca Cappello con questa attenta selezione, e con la serie di mostre Grandi Bigiottieri Italiani, in calendario nei prossimi mesi presso il museo di Casalmaggiore, si propone di valorizzare e divulgare la cultura del bijou italiano con la vocazione di affermare Casalmaggiore, e il suo museo, quale polo attrattivo d’eccellenza in Italia e nel mondo. 

“Sono contenta dell’interesse rivolto a questo settore – ha affermato Bianca Cappello – la storia della bigiotteria racconta da vicino la storia delle persone perché il bijou è un veicolo democratico in grado di mostrare da vicino il gusto e della creatività del popolo in cui nasce. Spero che questa mostra riesca a raccontare, attraverso lo stupore ed il fascino che questi bijoux ispirano, la storia della creatività italiana che nei suoi oltre 150 anni ha tenacemente ricercato e perseguito un codice unitario di bellezza.”

In mostra , tra gli altri, un rarissimo sautoir decò con perle millefiori di Ercole Moretti, le spille in micro mosaico di inizio secolo dei Fratelli Traversari, i commoventi e geniali bijoux del periodo autarchico e bellico, quelli elegantissimi e sartoriali della ricostruzione e della “dolce vita” degli anni ’50 e ’60 di Giuliano Fratti, Ottavio Re, Ornella Bijoux e Ferenaz. I girocolli firmati Moschino, Armani, Valentino, Ferrè, Rocco Barocco, Coveri e Ugo Correani, i bijoux creati da Bozart per Tita Rossi ed i luminosi abiti gioiello per Fashion TV, i bijoux di Luciana de Reutern e Coppola e Toppo per Ken Scott e gli splendidi bijoux di Pellini che, da Emma Caimi a Donatella, è oggi alla terza generazione di una gloriosa stirpe di bigiottieri milanesi. E ancora in mostra la numero uno dei collier firmati Bijoux Cascio per Emilio Pucci, i visionari ed originalissimi bijoux di Sharra Pagano, Angela Caputi – Giuggiù, Carlo Zini, Unger, le corone di Miss Italia realizzate da De Liguoro, i coloratissimi orecchini a cascata degli anni sessanta di Viganò e Artigiana Fiorentina Bigiotteria, gli eleganti bijoux in vetro soffiato di Sorelle Sent. Una sezione a parte è dedicata ai bijoux pezzi unici realizzati da Corbella negli anni ’30 per il teatro la Scala di Milano.
Il catalogo della mostra è edito da Sillabe.


Bijoux in mostra:

Angela Caputi – Giuggiù, Armani, Artigiana Fiorentina Bigiotteria, Bijoux Bozart, Bijoux Cascio, Casalmaggiore, Clotilde Silva, Corbella, Ugo Correani, Coppola e Toppo, Coveri, De Liguoro, Ferenaz, Valentino, Fendi, Giuliano Fratti, Lo.Sa, Luciana de Reutern, Ken Scott, Mazzucco Romano, Ercole Moretti, Moschino, Ornella Bijoux, Ottavio Re, Sharra Pagano, Pellini Bijoux, Rocco Barocco, Sorelle Sent, Fratelli Traversari, Unger, Viganò Alta Moda, Carlo Zini

Gli Oblivion, il Sistina e il loro jukebox umano

Gli Oblivion, il Sistina e il loro jukebox umano

Il teatro cabarettistico è una forma d’arte molto difficile da mettere in pratica oggi.

Molti si arrovellano, ci provano, riuscendo a creare delle pallide imitazioni o delle patetiche creazioni che si auto-definiscono ‘brillanti’. Altri invece usano quel tocco di originalità, quello sguardo un po’ satirico, la giusta dose di talento e una buona armonia nel gruppo di lavoro, mettendo in scena degli Spettacoli, degni di stare a teatro e meritarsi il giusto applauso di un pubblico soddisfatto (e non assecondante). Gli Oblivion appartengono a questa seconda categoria. Al Teatro Sistina di Roma fino al 15 maggio, il celebre quintetto, reso celebre da YouTube e mai tramontato, porta in scena la sua ultima creazione, The Human Jukebox.

Preparare qualche sketch e il resto lo fa il caso, tramite l’estrazione da un sacchetto di bigliettini, su cui il pubblico ha scritto nomi di cantanti o gruppi preferiti (italiani o stranieri non fa differenza): è questo lo schema utilizzato dal quintetto in questo spettacolo. Seguendo improvvisazioni che vanno dall’imitazione di un cantante e il suo stile, proponendo combinazioni dello stile di un cantante e le parole delle canzoni di un altro o imitando parola per parola una canzone, gli Oblivion riescono a rendere omaggio a tutto il panorama musicale, senza perdere di vista la satira, il ritmo e il coinvolgimento del pubblico. Ogni sera qualcosa di diverso, un cantante che la sera precedente non è stato omaggiato, poiché non estratto o non scritto da nessuno: un ingrediente che rende il tutto molto originale.

Martedì 10 febbraio, dopo una ‘cazzottissima’ (sketch dove quattro cantano una canzone e un altro dà un pugno su un piano: gli altri cambiano strofa della canzone, come succedeva con i vecchi vinili, dando al testo un significato diverso ed esilarante) de Il cielo di Renato Zero, il pubblico ha visto Davide Calabrese in un’esilarante mimica di Non me lo so spiegare di Tiziano Ferro, una divertente parodia di Alex Britti di Lorenzo Scuda, un Caruso all’Elio di Fabio Vagnarelli e un bellissimo Nel blu dipinto di blu di Graziana Borciana e Clara Maselli (in sostituzione di Francesca Folloni, assente per maternità), che si dividono la canzone rispettivamente in vocali e consonanti.

Fonte: rampower.it

Quando un gruppo entra nel cartellone del Teatro Sistina di Roma, può vantarsi di essere entrato in una sorta di ‘Olimpo’. Molti attori e artisti di spettacolo hanno mostrato qui il loro talento: Bice Valori, Paolo Panelli, Il Quartetto Cetra, Enrico Montesano, Renato Rascel, Domenico Modugno, Gino Bramieri solo per citarne alcuni. Un privilegio, quindi, e una responsabilità che viene concessa a pochi che fondono, in uno spettacolo, musica e teatro. Gli Oblivion però sono professionisti. Non hanno paura dei volti grigi un po’ attempati, dall’aria snob che hanno l’abbonamento a quel celebre teatro: coinvolgono anche un’anziana signora che applaude al ritmo di un ‘Gioca jouer‘ a tema Caparezza, pur non sapendo minimamente chi questo sia. Hanno una preparazione alle spalle, vera, accademica, unita ad una comicità intelligente e mai volgare.

Quello che spaventa, di questo quintetto che non è per la prima volta a Roma, è la profonda conoscenza della musica. Il loro repertorio è così vasto, il loro legame è così forte, che non hanno paura del minimo imprevisto che può arrivare dal pubblico. Ogni applauso è meritato, ogni risata giustificata, fino a far affermare al pubblico: “Che peccato non poter venire domani: chissà cosa faranno di diverso e quanto ci perderemo”.

Francesco Fario

Lillo e Greg, geni assoluti della comicità

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E’ stato spettacolo sold out e a ragione: perché, ancora una volta, Lillo & Greg dimostrano di essere dei geni assoluti della comicità; all’Ambra Jovinelli mettono in scena tutti i cavalli di battaglia tratti dal loro repertorio teatrale, televisivo e discografico in una miscela esplosiva ed esilarante.

L’Ambra Jovinelli è gremito di persone. I pochi posti vuoti si contano ad occhio. C’è attesa. Eppure non è il primo spettacolo che vado a vedere. Intorno a me, sono tutti entusiasti, si parla di qualcosa di imperdibile, di assolutamente travolgente. Io, invece, sono un po’ scettica, lo ammetto: perché Lillo & Greg li conosco, sì, ma non così bene. Perché, per esperienza, anche i migliori comici, nel loro infinito repertorio, qualche battuta che non fa ridere ce l’hanno.
Si alza il sipario, si illumina un grosso schermo: nel silenzio generale, va in onda Greg Anatomy – una brillante parodia dell’amatissima serie tv Grey’s Anatomy  dove, nel ruolo di due improbabili medici, ritroviamo Lillo & Greg. Solo qualche spezzone in realtà ma già si comincia a ridere. Rido anche io ovviamente, perché sono forti, perché hanno una verve comica che rasenta la genialità: giochi di parole, mimica, linguaggio in continua oscillazione tra il romanaccio e il forbito.

Poi, lo schermo di spegne, e sulla scena appaiono loro: il basso Lillo ( Pasquale Petrolo, protagonista suo malgrado di una delle scene migliori dell’intero spettacolo, La Storia di Lhyrhlo)  e l’alto ed elegantissimo Greg (Claudio Gregori). E si comincia proprio fingendo di essere all’inizio di un allestimento scenico, dove il primo fa delle audizioni e il secondo si presenta per recitare un suo monologo. E si comincia. Si comincia, dico a ridere. Ma ridere ridere. Non c’è un filo conduttore tra una scenetta e l’altra, ogni sketch viene riproposto, sì, ma in modo sempre nuovo: dal classico primo appuntamento, dove lui cerca di far colpo su di lei ripercorrendo i più significativi e divertenti cliché dell’acchiappo, al distopico Utopia (una società dove il sesso libero diventa sinonimo di buona educazione e amicizia, quasi come offrire un caffè a un amico che non vedi da tempo e incontri per caso).

Ma se all’ottima recitazione e alla riuscita di ogni battuta grazie a tempi comici perfetti, Lillo & Greg ci hanno abituato fin dagli esordi, quello che personalmente mi mancava è la loro straordinaria bravura come cantanti: i pezzi strepitosi che hanno riproposto come Latte & i suoi derivati hanno letteralmente travolto il pubblico.

Due ore, insomma, di puro spettacolo come ormai pochi se ne vedono. E è doveroso citare, oltre alla già acclarata bravura dei due protagonisti, Attilio Di Giovanni, musicista e compositore che ha riprodotto in chiave “da Balera” alcuni dei più grandi pezzi rock della storia; Vania Della Bidia, esilarante (e bellissima) spalle del duo comico, al pari della simpaticissima Monica Volpe
Lillo & Greg Best of sarà in scena per due nuove straordinarie repliche venerdì 13 e sabato 14 maggio. Da non perdere assolutamente. Che siate estimatori o no, sarà difficile davvero pentirsene.

[Repliche straordinarie: Venerdì 13 e Sabato 14 maggio ore 21:00]

Chiara Amati

Social Mum, diario semiserio di una mamma moderna

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Social Mum è l’ultimo progetto editoriale, fresco di stampa, di Graphofeel Edizioni, in uscita il 6 maggio 2016.

Apro la porta della sua camera. Gravissimo errore. Non ho bussato e vengo respinta senza tanti complimenti al di là dell’uscio. Le mie antenate ruggiscono dentro me facendomi sentire più inetta che mai. Respiro profondo, busso, riapro e il Caos, il Brodo Primordiale si propone ai miei occhi: tra mucchi di abiti, scarpe, libri, cartacce, album spiegazzati, tazze di improbabili colazioni sparse sul pavimento, calzini, unghie finte, monili, spartiti di pianoforte, emerge l’Adolescente”.

Social Mum è il diario semiserio di una madre di oggi alle prese con una figlia adolescente. Tra infatuazioni improbabili, rave apocalittici, selfie spregiudicati e ribellioni viscerali emerge potente il confronto scontro tra due generazioni, tra due donne uguali e diverse alle prese con le gioie e le difficoltà di vivere in cui mondo iperconnesso e virtualizzato.
Giulia La Face è romana, trapiantata e laureata a Bologna. Si occupa da venti anni di riabilitazione socio educativa in campo psichiatrico. Counselor, appassionata di discipline olistiche, gestisce un blog sul sito Letteratura al Femminile sulle tematica legate all’adolescenza. Ha collaborato con Graphofeel edizioni alla stesura di Going to Rome (Roma 2015)
Il libro è disponibile anche nei formati EPUB e MOBI.

Social Mum di Giulia La Face
Graphofeel Edizioni
Maggio 2016 pp. 170
euro 13,00 (formato cartaceo)
euro 7,99 (formato digitale)

I meravigliosi vini di “VITI”, Vignaioli in Terre d’Irpinia

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I vini di “ViTI”, i vignaioli dell’Irpinia, custodi dell’identità del territorio nel rifiuto dell’omologazione.

Ancora troppo sottovalutato il territorio campano è capace di regalare vini che fanno la gioia di chi ricerca il gusto al di fuori della tipologia standard.
Se c’è una zona vinicola di cui non si parla mai abbastanza questa è senza dubbio l’Irpinia, scrigno prezioso di vitigni autoctoni capaci di esprimersi su livelli qualitativi eccezionali. Gli appassionati conoscono bene le perle enologiche di questa zona benedetta da Bacco, ma per diversi motivi la grande massa rimane ancora  stupita quando qualcuno afferma che il Fiano è uno dei migliori vitigni d’Italia. I motivi della mancata valorizzazione che questa zona meriterebbe sono diversi. Il ritardo sulla valorizzazione delle risorse del Sud rispetto al resto del paese è sicuramente uno di questi, motivo che fa il paio con una visione imprenditoriale che ha sempre visto nella produzione di massa la via più facile per un guadagno immediato. Strategia che se da una parte è riuscita ad incrementare i volumi di vendita non ha però fatto breccia nel cuore della maggioranza dei consumatori, che spesso snobbano ancora vini come il Fiano, il Greco di Tufo e l’Aglianico.
A farne le spese quei produttori, fortunatamente sempre di più, che cercano di dare a questi vitigni il risalto che meritano esprimendone la loro eccezionali potenzialità. I viticultori di “ViTI” sono tra questi, l’acronimo sta per “Vignaioli in Terre d’Irpina” ed è un’associazione che riunisce Cantina del Barone, Cantine dell’Angelo e Il Cancelliere. Tre aziende per tre vitigni, ognuna ad alta specializzazione sulla tipologia coltivata. Denominatore comune la grande attenzione nel rappresentare il territorio e l’espressione qualitativa che il vitigno è in grado di raggiungere. Massima libertà al vitigno stesso di interpretare il territorio evidenziandone le peculiarità, poco importa se poi nel bicchiere i vini non riproducono lo stereotipo della loro tipologia. Vanno ben oltre, regalando personalità e autenticità che liberano la beva  da ogni aspetto banale suscitando stupita approvazione.

La loro filosofia produttiva è volta al biologico, niente lieviti selezionati, niente effetti speciali, solo massima attenzione alle uve coltivate nella maniera più naturale. Nessun uso di solfiti nei rossi e vicini allo zero solo in alcuni bianchi. Viti anche centenarie che affondano le radici nel profondo, realizzando quell’impatto minerale che è il tratto distintivo di queste produzioni. In alcuni casi la presenza dei graspi verdi durante la pressatura delle uve  rende il carattere dei bianchi unico nel suo genere. Un lavoro d’attenzione e passione per un vino identitario prodotto necessariamente in numero di bottiglie limitato.  
I Fiano della Cantina del Barone”, Paòre e Particella 928, lasciandosi alle spalle la frutta topicale ne conservano solo il ricordo, dedicandosi al tratto minerale da cui affiorano lievi sentori floreali e di erbe aromatiche. In bocca grande freschezza e consistenza al palato, caratteristiche che aumentano in finezza nel secondo. Cantine dell’Angelo nel comune di Tufo, rende omaggio al vitigno che porta il territorio anche nel nome. I due Greco di Tufo prodotti, entrambi Docg fanno della mineralità sulfurea la loro bandiera, completando il naso con la frutta matura e sfumature di fieno, erba essiccata e lieve floreale, soprattutto nel Torrefavale ottenuto dalle vigne più vecchie. In bocca spessore e gustosa acidità. Completa il lotto la batteria dell’Aglianico proposta dalla Cantina il Cancelliere. Vitigno di grande potenza, nel Giovianorivela un progetto d’eleganza che il tempo realizzerà e che sopra al minerale, gioca con le spezie dolci e un frutto non invasivo in attesa di domare il tannino. Risultato già compiuto nel Nero Né Docg 2010 che si presenta arricchito delle note balsamiche e più complesso. Unione d’intenti riuscita quella di “ViTI” che  potrebbe anche chiamarsi “il territorio nel bicchiere”.

Bruno Fulco

Il fantastico Ezio Bosso sorprende e incanta di nuovo Roma

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Emozioni grandi nel secondo appuntamento romano con il pianista e compositore in scena sabato 7 maggio all’Auditorium Parco della Musica.

Formatosi all’Accademia di Vienna può vantare prestigiosi incarichi internazionali. Vive a Londra dove ha diretto sia la London Symphony Orchestra che la London Strings, mentre in Italia ha mostrato il suo talento dirigendo l’orchestra dell’Accademia della Scala e quella del Teatro Regio di Torino. Numerose inoltre le sue esibizioni nei teatri più importanti del mondo. La replica dell’evento in cartello nella capitale a poco meno di un mese dal precedente, si è resa necessaria vista l’impossibilità di contenere in una singola data Romana tutto l’affetto che il pubblico nutre per questo artista straordinario.  
La Standing ovation all’ingresso sul palco lo sorprende e impiega qualche momento nel superare l’evidente emozione, per poi  regalare al suo pubblico quasi tre ore di sensazioni intense. L’empatia tra l’artista e la platea è palpabile e si snoda in un dialogo con la musica sempre in evidenza. La grande musa che ispira la sua vita, spingendolo oltre l’infame malattia neurodegenerativa con cui è costretto a convivere dal 2011, ma che non ne limita affatto la produzione artistica. Dopo aver composto per il cinema  (“Io non ho paura” di Salvatores, “Rosso come il cielo” di Bortone) oltre che per il teatro e la danza, presenta il suo doppio CD  “The 12th Room”.  

Con le stanze Ezio Bosso costruisce un percorso narrativo basato sull’antica teoria che rappresenta la vita in dodici stanze, la prima delle quali è impossibile da ricordare per l’impossibilità dei neonati di utilizzare la vista, ma che viene visualizzata all’interno dell’ultima stanza permettendo di tornare alla prima e iniziare di nuovo. Nella prima parte dello spettacolo l’artista accompagnato dal suo “fratellone” Steinway & Son, pianoforte gran coda preparato appositamente per lui da Piero Azzola, elogia Chopin eseguendo tre dei suoi preludi. Prosegue con il “vecchiaccio” Bach di cui esegue alcuni preludi per clavicembalo ben temperato, sottolineando l’importanza dell’opera dei due come patrimonio emozionale comune, ed esortando il pubblico a sentire la musica come una cosa propria, così come per chi la scrive o chi la esegue. Altre stanze della sua vita accompagnano i suoi brani. Quella da cui segue il volo di un uccello nella magia di “Following a bird” o il rapporto con John Cage e l’esperienza musicale del silenzio, fino all’elogio alla sua poetessa preferita Emily Dickinson che dall’interno della sua stanza ha concepito la sua opera. 
Il coinvolgimento del pubblico culmina nella seconda parte, facendosi totale quando l’artista esegue la Sonata No. 1 in Sol Minore che dà il titolo al CD. In un lungo crescendo emotivo la forza straordinaria dell’esecuzione trasporta i presenti al di fuori della dimensione temporale. L’artista trascende se stesso trovando con lo strumento un rapporto quasi fisico, di fusione. Il pubblico è in piedi in tripudio a omaggiare con tre minuti di applausi ininterrottil’energia coinvolgente di questo straordinario compositore. Non vogliono andarsene, lui li ringrazia uscendo più volte sul palco a raccogliere tanta ammirazione e regalandogli infine il bis. Soltanto le luci spegnandosi romperanno l’incantesimo sulla folla, che lo aspetta di nuovo a giugno sullo stesso palco.
Bruno Fulco

Red Hot Chili Peppers, si riparte da Dark Necessities

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A cinque anni da “I’m With You” la band californiana è pronta ad annunciare l’undicesimo album studio, “The Getaway”.
Artwork di “The Getaway” @wikipedia.org
Dopo rumors e interviste relative al seguito di “I’m With You” sono i Red Hot stessi a rompere gli indugi tramite le loro pagine social, postando una foto con il titolo del nuovo singolo in uscita il 5 di maggio, “Dark Necessities”. 
Quali saranno le novità del nuovo album, “The Getaway”? Il primo grande cambiamento si ha nel “dietro le quinte”, infatti si conclude la ventennale collaborazione con il produttore Rick Rubin che aveva accompagnato la band dal ’91. Si tratta di un cambiamento epocale, considerando che Rubin ha prodotto gli album più apprezzati della band, facendoli entrare definitivamente nell’Olimpo delle rockstar. A subentrare è Danger Mouse, musicista e già produttore dei The Black Keys. Le sue idee “super moderne”, come le definisce il front man dei Red Hot Chili Peppers Anthony Kiedis, potrebbero veramente fondersi all’ecletticità che ha da sempre contraddistinto la band di Los Angeles e dar vita alla “rivoluzione” che mesi prima il batterista Chad Smith aveva preannunciato ai fan.
L’annuncio del nuovo singolo sulla pagina @Facebook dell band.
L’artwork della copertina di “The Getaway” mostra una bambina accompagnata da un orso, un procione e un corvo. Kiedis rivela che questi quattro personaggi rappresentano i membri della band, ma non accenna alla volpe che scappa poco più avanti nella scenetta. Che sia un riferimento all’ex chitarrista John Frusciante? Meglio non addentrarsi nella questione.
I membri del gruppo si rivelano estremamente entusiasti e impazienti di poter suonare le nuove tracce durante i live del tour 2016, che nel mese di ottobre toccheranno la nostra penisola in due date, l’8 all’Unipol Arena di Bologna e il 10 al Pala Alpitur di Torino.
Il singolo Dark Necessities non delude le aspettative e si rivela una sorta di trasposizione in chiave pop del funky al quale la band ci aveva abituati in passato. Dopo una breve intro il basso slappato di Flea e il ritmo soft ma incalzante della batteria iniziano a delineare lo scheletro della canzone. Ad esso si aggiungono un sottofondo di piano e le delicate note della chitarra di Josh Klinghoffer, che continua la propria esperienza nel gruppo dopo “I’m With You”. Il tocco di Danger Mouse si sente e tanto, soprattutto nel coro che accompagna il ritornello. Il tutto si conclude con un assolo essenziale ma d’impatto, confermando lo straordinario talento nell’uso degli effetti da parte del chitarrista.
Le premesse a “The Getaway” sono molto interessanti, quindi per adesso non ci resta che aspettare il 17 giugno per scoprire se la “rivoluzione” sia realmente avvenuta.
Gianclaudio Celia
@Gian_Celia

Alla scoperta del Perù con le foto di Lisistrata Simone

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A Roma fino al 21 maggio 2016, con ingresso gratuito, presso la libreria l’Argonauta (zona Piazza Fiume) saranno esposte le fotografie di Lisistrata Simone, un vero e proprio documentario sul suo viaggio in Perù.

La mostra, intitolata Perù, mano nella mano, è un suggestivo reportage fotografico alla scoperta di un paese antichissimo, ricco di storia e cultura. Lisistrata Simone ci rivela, grazie al suo obiettivo, l’incontro con un popolo dalle tradizioni millenarie, immerso in una natura incontaminata dai panorami mozzafiato.
Il percorso espositivo diventa una toccante testimonianza di un viaggio umano per le Ande, raccontando la storia di un iter personale alla ricerca di se stessi, tra scorci indimenticabili e un popolo dalla genuina generosità, abituato a tendere la mano a chi viene da lontano.
Le foto esposte confermano quelle che sono state le emozioni vissute dalla fotografa durante il suo viaggio dall’altra parte del mondo, catturando non solo paesaggi e scenari incantevoli, ma soprattutto scene di vita quotidiana e attimi di umana intimità, tra villaggi sperduti e montagne preistoriche. La stessa Lisitrata Simone al ritorno ha raccontato ciò che più l’ha toccata nel profondo: l’incontro e lo scambio con la gente che ha avuto la possibilità di conoscere esplorando il paese andino. Per questo motivo le persone sono le protagoniste indiscusse del suo reportage, un vero e proprio omaggio ad un popolo che nella sua rustica semplicità e popolare saggezza si mette al servizio del prossimo.
Contadini, pastori, bambini in fasce, donne e madri, immortalati nella vita di tutti i giorni, nella purezza dei loro gesti scanditi tra il lavoro nei campi e le feste di paese. La mostra ci presenta in 30 scatti l’incontro con gli uomini, un percorso alla scoperta dell’altro, della sua terra, dei suoi colori e dei suoi sapori, diventando il diario di bordo di un viaggiatore innamorato.
Tra le sale della libreria l’Argonauta, specializzata in libri di viaggio, si entra in un mondo senza tempo, cristallizzato, siamo catturati dal sorriso della vecchina del paese, così simile a quello delle nostre nonne, e dallo sguardo innocente di un bambino, che scruta curioso l’obiettivo, due occhi grandi neri, che ci interrogano, ci chiamano. Forse ci siamo persi, forse non siamo più in Via Reggio Emilia 89, siamo ai confini del mondo, siamo in Perù.
Martina Patrizi

Teho Teardo e Blixa Bargeld, come far risplendere l’oscurità

Il via il tour con il nuovo album “Nerissimo” al Quirinetta.

@Quirinetta
Il 4 maggio, presso il Quirinetta di Roma, Teho Teardo e Blixa Bargeld danno il via al tour di lancio del nuovo album “Nerissimo”. La scelta di Roma non è casuale, infatti proprio nella città eterna i due avevano iniziato la loro esperienza nel 2013. Teho (nome d’arte per Marco Teardo) chitarrista poliedrico, vincitore di un David di Donatello nel 2009, si riunisce al cantante tedesco Blixa dando vita a una attesa reunion (“un incontro tra due amici” come riportato nel comunicato stampa) dopo la collaborazione che aveva dato vita al celebrato “Still Smiling”(2013).
Ma qual è il segreto della loro musica e perché affascina così tanto gli ascoltatori? Il progetto è costituito da tracce in tedesco, italiano e inglese che Blixa, con la sua voce nasale ed evocativa, canta con uno stile dai tratti narrativi. Ciò ha come effetto l’immersione totale dell’ascoltatore, grazie anche alla musica dark-ambientale di Teho.
@Quirinetta
La serata inizia nella piacevole atmosfera del Quirinetta dove, intorno alle 22.00, iniziano ad affluire i numerosi spettatori che riempiono nel giro di qualche minuto l’intera sala. Alle 22.30 circa le luci si spengono, il palco si illumina e un fragoroso applauso accoglie la formazione costituita dai due artisti accompagnati da una violoncellista e un polistrumentista inizialmente al sintetizzatore.
Contro le “convenzioni” del classico concerto, Blixa cerca subito il contatto diretto con il pubblico scambiando qualche battuta e alleggerendo l’atmosfera prima di tuffarsi nell’esperienza di “Nerissimo”. La risalita dall’oscurità inizia con “Ich Bin Dabei”, traccia tratta dal nuovo album, caratterizzata dall’azione del violoncello che, con tocchi brevi, riproduce un ritmo incalzante sul quale la narrazione della strofa si infrange contro la ferma ripetizione del titolo. A seguire una traccia in inglese e “Mi Scusi”, durante la quale, con un italiano “giovane e inesperto” (come lo definisce nella canzone stessa), il pubblico è deliziato dal racconto del rapporto tra l’artista e la lingua. Intanto l’atmosfera si evolve e anche sul palco la formazione cambia. Dal sintetizzatore si passa all’oboe e poco dopo si aggiunge un trio d’archi. Tutto questo contribuisce a caricare di energia l’aria fino ad arrivare a “Nerissimo”, la title track, con la quale si giunge al primo picco della serata. Da qui è possibile vedere un barlume di luce in mezzo all’oscurità. Il pubblico è totalmente rapito, inglobato dal mondo esoterico creato da Teardo. È piacevole vedere come molti inizino a dondolare, cullati dalla melodia colorata dalle sferzate del violoncello.
@Quirinetta
Passato questo apice il clima si stempera leggermente, lasciando spazio a un po’ di distrazione. È l’unica nota negativa della serata.
Lentamente, però, si risale arrivando alla fine della scaletta con “Come Out and See Me”, altro picco dell’esibizione. La voce di Blixa diventa grave, graffiante, con tratti di solennità e con essa il pubblico sembra essere invitato a venir fuori, a risorgere dalle tenebre. Notevole è la chiusura del brano, quando Teardo dirige i violini facendoli calare gradualmente di intensità fino al silenzio. Contemporaneamente le luci sul palco si abbassano ed è di nuovo tenebra. La platea esplode in un fragoroso applauso che si prolunga fino al ritorno sulla scena dei sette musicisti per il bis.
Anch’esso si ricollega al percorso precedente, stemperandolo in maniera graduale e dolce con “Soli Si Muore”, come fosse il lieto fine di un film. Ed è di nuovo fine, stavolta ancora meglio.
Nel complesso è stata un’esperienza suggestiva, sicuramente non banale.
Non rimane che consigliare con molto piacere i successivi spettacoli che avranno luogo a Bologna e Milano.
 
Gianclaudio Celia

“Otto”, l’amore di due anime attraverso i secoli

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I protagonisti di questa lunga favola sono due, anche se si ritrovano a loro insaputa a rivestire i panni di 8 vite diverse, amandosi costantemente attraverso i secoli. Una collana di perle è il filo conduttore delle storie ambientate in epoche diverse a Parigi, Londra e Berlino fino ad approdare ai giorni nostri, a Roma.

TEATRO DEI CONCIATORI
3 |15 maggio 2016
OTTO
Regia: Antonio Serrano
Con: Stefania Barca – Caterina Gramaglia – Franco Mirabella – Nicolas Zappa
Aiuto Regia: Giulia Massimini
Otto è il simbolo dell’infinito e questa storia parla delle infinite potenzialità della vita e della sua forza primigenia: l’amore. L’idea complessiva è molto liberamente ispirata all’ “Orlando” di Virginia Woolf. L’autrice dell’opera teatrale Roberta Calandra dichiara di aver inizialmente elaborato l’idea per un film trasformandola successivamente in romanzo e, infine, in questo intenso concentrato di poesia. 
Il primo episodio si ispira ad Olympia De Gouges, interpretata da Stefania Barca, autrice della “Dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine“, che per le sue idee venne giustiziata nel periodo della Rivoluzione Francese: “il male non è mai stato altro che tradire se stessi” mormora mentre, incinta, si avvia alla ghigliottina. 
I due poeti romantici John Keats e Percy B. Shelley, amanti segreti in una Inghilterra del 1800, sono i protagonisti della seconda storia, interpretati da un giovane Nicolas Zappa e da Franco Mirabella, a cui abbiamo chiesto qual è l’emozione di calarsi nei panni di questi personaggi così diversi e con personalità così forti: “È un testo di parola che lega noi attori, ed è quello che mi ha affascinato dal momento in cui ho letto la sceneggiatura; l’attore è uno strumento bello, magico e misterioso che si riallaccia al desiderio di creare qualcosa di memorabile, che fare sognare.” 
Nel terzo episodio le due anime si ritroveranno come Milena e Greta in un lager dove riescono, anche nella drammaticità più buia, a tirare fuori l’essenza e la gioia delle piccole cose della vita. Quando l’una sussurra all’altra “credo che questo non sia altro che un momento di cui ci vergogneremo attraverso i secoli” il pubblico, toccato e coinvolto, si scioglie in applausi fragorosi.
Per finire, l’unione di Giacomo ed Elena, cioè un uomo e una donna contemporanei (ma in posizione scambiata rispetto ai ruoli di partenza) che coronano il loro sogno d’amore in una confusione di sentimenti che finalmente esplode. Mentre sullo sfondo appare un altro protagonista: il bellissimo quadro “Sonno romano” di Clerici.
Sara Cacciarini

TEATRO DEI CONCIATORI – Via dei conciatori, 5 – 00154 ROMA
Tel. 06.45448982 – 06.45470031 – info@teatrodeiconciatori.it – http://www.teatrodeiconciatori.it/
BIGLIETTI: € 18,00 + tessera obbligatoria di 2 €
ORARIO SPETTACOLI: dal martedì al sabato ore 21.00 domenica ore 18.00

Piadina integrale farcita con radicchio, crema di ceci e avocado

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Un pasto leggero ma sfizioso, nutriente, appagante e… VELOCE. Dove e come?Ma su CulturaMente, no?

@CulturaMente
Avete presente quando tornate la sera stanchi morti e tremate alla sola idea di mettervi a cucinare? Quelle sere in cui proprio non avete voglia di buttarvi sul classico cibo precotto o sulla pizza ordinata a domicilio? (E anche se ne aveste voglia, ricordatevi che l’estate è alle porte e che, a primavera già inoltrata, non dobbiamo affaticare il nostro fegato e i reni!)
Vi propongo, allora, una ricetta veloce, adattissima sia per un pranzo (se siete studenti, ad esempio, e state sgobbando sui libri, a casa) o una cena diversa dal solito, ma veloce e nutriente. E’ anche piuttosto light perché, se avete una padella di quelle aderenti (magari rivestite in pietra), non servirà nemmeno l’olio. 
Trattandosi di un pasto veloce, vi consiglio di comprare la piadina; ma nulla vieta che potete farla anche voi, se disponete di più tempo (o voglia): conosco una ricetta facilissima che posterò la prossima volta. 
Tornando alla preparazione di oggi, la piadina di farro che utilizzo io, bio e ad un prezzo accessibile, potete trovarla al Todi’s: non è troppo grande e non contiene strutto, di conseguenza rimane più leggera rispetto a una piadina classica.
Vediamo dunque cosa altro ci serve 🙂

Piadina integrale di farro farcita con radicchio e crema di ceci e avocado (per una persona)

  • Una piadina di farro
 Per la farcia: 
  • Un avocado maturo
  • Ceci già cotti 
  • Un limone
  • Mezzo radicchio
@CulturaMente
Cominciate preparando la crema di ceci e avocado (la ricetta non è mia, l’ho trovata per caso in un video che girava su Facebook). Scolate i ceci e sciacquateli sotto l’acqua corrente. Scolateli per bene e metteteli nel mixer. Ora sbucciate l’avocado, privatelo del nocciolo e fatelo a pezzetini (questa operazione rende più facile il lavoro del mio mixer, ma se ne avete uno più potente potete anche evitare); infine spremete il limone e aggiungete il succo. Ora azionate il mixer fino a ottenere un composto omogeneo e cremoso; aggiustate di sale e pepe. 
Mettete una padella antiaderente sul fuoco e fate scaldare. Nel frattempo tagliate il radicchio a fettine (io uso quello tondo, è meno amaro rispetto alla variante lunga) e arrostitelo nella padella. Spegnete e salate.
Scaldate la piadina due minuti per lato. Ora guarnite prima con la crema e poi con il radicchio.
Mangiate subitissimo, prima che la piadina si raffreddi 🙂
Chiara Amati

Via col Vento, francamente non ve ne infischiate

“Domani è un altro giorno”

 
Titolo: Via Col Vento (Gone with the Wind)
Regista: Victor Fleming
Sceneggiatura: Sidney Howard, Ben Hecht, John Van Druten, David O. Selznick, Jo Swerling
Cast Principale: Vivien Leigh, Clark Gable, Olivia De Havilland, Leslie Howard
Nazione: Stati Uniti
Anno: 1939
 
Un film destinato ad essere immortale, come il romanzo da cui è stato ispirato, Via col Vento è una colonna portante nella storia cinematografica mondiale, una pellicola senza tempo che almeno una volta nella vita bisogna aver visto (o un po’ di più se siete fan sfegatati).
Dalla colonna sonora, ai vestiti sontuosi, fino alle battute più famose che tutti ricordiamo, come “Domani è un altro giorno” o “Francamente me ne infischio”, Via col Vento ha fatto la storia del cinema, è un grande classico, nel vero senso della parola, che ancora oggi detiene il record per maggior incasso mai visto.

Il regista Victor Fleming e il produttore David O’Selznik, nei lontani anni ’30, si cimentarono in quest’impresa colossale, cioè realizzare il ritratto di un’epoca, quella della guerra di secessione americana, che già Margareth Mitchell aveva fatto penna su carta, attraverso il racconto della storia d’amore travagliata di Rossella (Scarlett in originale) e l’affascinante Rhett Butler.

Un’impresa ardua, in cui pochi credevano, ma che alla fine è valsa ben 8 Oscar, tra cui regia e Miglior attrice protagonista alla meravigliosa e all’epoca giovanissima Vivien Leigh. Come dimenticare quei magnetici occhi verdi, quello sguardo ostinato e sicuro, di una donna forte, determinata, a tratti anche egoista e arrogante, che affronta con coraggio e ostinazione le difficoltà della guerra. Vuole tutto dalla vita, soprattutto Tara, la sua casa. Finirà per averla perdendo però l’uomo che ama.

 

La trama

 
Il film ruota tutto attorno alla figura femminile di Rossella, ragazzina viziata e innamorata perdutamente del giovane e ingenuo Ahsley Wilkes, che però è già promesso ad un’altra, sua cugina Melania. Nonostante i ripetuti corteggiamenti che la bella O’Hara riceve da decine di uomini, il suo cuore è sempre proteso verso Ashley, anche quando irrompe nella sua vita l’affascinante Capitano Rhett Butler, che da subito comprende la natura scaltra e decisa di Rossella. Infatti, la nostra protagonista sa benissimo cosa vuole dalla vita, chiunque sposi non sarà mai all’altezza del suo vero amore. Certo, come tutti, Rossella è una donna che sbaglia, inciampa nei suoi errori ma subito è pronta a rialzarsi, nonostante le difficoltà della vita e della guerra in corso, durante la quale si ritrova a dover cercare il coraggio per sopravvivere. Dopo anni e anni di lotte e sacrifici, finalmente la Georgia vede un barlume di pace, nonostante la sconfitta contro i nordisti, e Rossella, dopo due matrimoni non andati a buon fine, decide finalmente di sposare Rhett. Il loro sarà un rapporto burrascoso fin dal principio, tanto che Rossella si renderà conto troppo tardi di amare davvero il bel Capitano.
 

Il commento

 
Via col Vento è il kolossal per eccellenza della cinematografia americana, uno dei film più amati al mondo e ce ne sarà pure una ragione. In primis, un personaggio come Rossella O’Hara non ha eguali, scaltra, coraggiosa, romantica e cinica allo stesso tempo, è una donna in cui non si può far a meno di immedesimarsi. Se ci si pensa la cosa è paradossale perché è proprio lei il personaggio con più accezioni negative di tutta la pellicola. Allora perché? Rossella è una donna umana, che sbaglia e non ha paura di farlo, non si tira indietro davanti alle difficoltà e questa sua caratteristica affascina non poco. Vivien Leigh, poi, nel ruolo è davvero magistrale.
 
Girato nel caos più totale, ma in gran segreto, su un set dove a nessuno era permesso avvicinarsi, Via col Vento, riesce a descrivere con romanticismo epico e tormentato, non solo una storia d’amore, ma anche il ritratto di un’epoca passata, oltre a rappresentare oggi la testimonianza del potere hollywoodiano e del suo monumentale quanto efficace apparato produttivo.

3 buoni motivi per vedere il film:

– E’ una pietra miliare di tutto il cinema, non vederlo sarebbe un sacrilegio.
 
– La bravura degli attori, in particolare dei protagonisti Vivien Leigh e Clarke Gable, oltre che di Hattie McDaniel, indimenticabile nel ruolo della Mammy di Rossella.
 
– Assistere alla memorabile scena finale, rimasta impressa nel cuore di ogni cinefilo.
 
Quando vedere il film?
 
Una domenica pomeriggio, in cui potete dedicare circa 4 ore alla visione completa del film, magari con un bel po’ di dolci da mangiare e qualcuno con cui condividere questa meravigliosa storia d’amore.
 
 
Ilaria Scognamiglio
 

Leggi un altro film cult recensito nel nostro cineforum!

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Arte Neo-Pop in mostra a C.O.N.T.E.M.P.O.R.A.R.Y.‏

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«C.O.N.T.E.M.P.O.R.A.R.Y.», è la nuova mostra presentata dalla galleria Micro Arti Visive, che prosegue la sua programmazione proponendo sulla scena romana le opere di cinque artisti di punta del linguaggio Neo-Pop.

«C.O.N.T.E.M.P.O.R.A.R.Y.», ha inaugurato ieri resterà visitabile fino al 4 giugno 2016. 
L’Ingresso libero, per cui… affrettatevi!
La mostra all’insegna del colore, dei contenuti e di tecniche molto diverse, capitanate dalle opere di Fabio Ferrone Viola, capostipite di un genere tra l’ironia e la denuncia, che da tempo pone l’attenzione sul degrado ambientale, per dare voce ad una coscienza collettiva sempre più attenta alle problematiche dell’inquinamento.
La mostra raccoglie però anche le opere di Marco Bettini, Biagio Castilletti, Luigi Folliero, Chicca Savino, tutti artisti dal profilo professionale già consolidato che operano da diversi anni, caratterizzati da un’intensa attività di ricerca e sperimentazione.
info & contatti Paola Valori 347 0900625
MICRO | Arti Visive Roma, Viale Mazzini 1

Ecco il loro profili:
FABIO FERRONE VIOLA nasce nel 1966 da Franco Ferrone, noto imprenditore del settore tessile e collezionista d’arte contemporanea, e Maria Luisa Viola. La sua arte è una provocazione nemmeno troppo velata al problema dell’inquinamento globale, le sue opere sono quasi sempre realizzate con materiali di riciclo come lattine in alluminio, intagliate e usate come tessere di un grande “puzzle”, tappi di plastica oppure di latta divengono un collage insieme ad elementi grafici, su tele di canvas e tavole in legno. La sua vena creativa è legata alla cultura popolare nata da Richard Hamilton negli anni 50 e poi sviluppata negli Stati Uniti dove Ferrone Viola ha studiato e viaggiato molto, e si fonde alla manipolazione artigianale, tipica Italiana, di materiali più disparati, soprattutto quelli di scarto. Le sue opere sono esposte in qualificate gallerie in Italia e negli Stati Uniti.
MARCO BETTINI Romano, classe 1972. Stilista dell’ironia, creativo, curioso, artista autodidatta. Poco più che ventenne inizia a lavorare nel mondo dello spettacolo, e dopo essere cresciuto a scalette e copioni, a 40 anni si appassiona a una diversa forma d’arte, dove più della parola può il colore, più del movimento l’interpretazione immutabile di un’idea, più della scenografia, l’impatto del colore e la matericità dell’opera. Ispirato dai maestri della Pop-Art inizia a reinterpretare icone e personaggi del nostro tempo in una chiave moderna e ironica. Già dagli esordi le sue opere vengono apprezzate da personaggi dello spettacolo e della cultura italiana, come testimoniano i vari articoli su Dagospia, Vanity Fair, il Messaggero e il Tempo. Nel 2014 Mini e Bmw Roma scelgono le sue opere per gli showroom di Roma. Nel 2015 in occasione della personale Mini Pop Art, personalizza con una sua opera una Mini Cooper.
BIAGIO CASTILLETTI Artista siciliano nato nel 1966, ha scelto Roma come città dove vivere e lavorare. Sperimentatore minuzioso ai limiti del feticismo chirurgico, Castilletti compie perizie tecniche che fanno della vista dispositivo fraintendente. Da anni esplora nella sua ricerca elementi come luce e materia in una equilibrata fusione tra arte e design. Quadri che diventano veri completi di arredo, artigianalità che è frutto di passione, ricerca e innovazione. Con metodologia investigativa esplora i divari correnti tra realizzazione e resa, discutendo i limiti delle apparenze.
LUIGI FOLLIERO è nato a Roma nel ’71 dove vive e lavora come Grafico e artista. Affascinato dall’effetto materico e dalle trasparenze che ritrova nella combustione delle plastiche, comincia a definire delle immagini, esplorando all’inizio la manipolazione di semplici plastiche colorate fuse tra loro, per poi rielaborare le icone della cultura inglese mediante il simbolismo dei “Teschi” replicando con ironia tagliente un rifiuto degli strumenti autoreferenziali dell’arte. Nella dimensione sportiva invece esalta, attraverso il taglio netto e chiaroscurale tipico del modulo espressivo pop e fumettistico, la forza in potenza che è pronta a scattare in avanti, trasformandosi in pura energia scevra dalla forma. I corpi, neoclassici, vengono così proiettati in un nuovo scenario, sospendendo nel bilico ogni possibile congettura sul loro destino. Lo sfondo a monocromi puri ribadisce questa traslitterazione dei corpi nella dimensione della pura intenzione, accentuando, grazie alle linee aguzze, il senso di concentrazione e astrazione che si nasconde dietro tendini e muscoli in attesa del movimento che porterà alla vittoria. Negli ultimi lavori riproduce bistecche passando dalla trasparenza all’effetto materico, stratificando le trasparenze nella combustione.
CHICCA SAVINO romana classe 62. Passione per la pittura da sempre. Nel 2000 si iscrive all’Accademia d’Arti Decorative. Nel 2010 stravolge totalmente il suomodus operandi e si avvicina allo stile pop. Il suo è un tratto semplice ma la sua caratteristica è l’uso del colore. Nel 2014 si avvicina alla scultura, più precisamente alla creta e lì è amore a prima vista. Tralascia quasi le tele e si dedica anima e corpo alla materia, con la supervisione del suo maestro, Massimiliano Giara. Realizza in brevissimo tempo opere come “Coltiviamo le nostre idee”, “Freedom”, “L’Umorometro” e “Vola” opera dedicata al suo maestro scomparso prematuramente. Ciò ha influito molto sui suoi lavori, oggi manifesti diuna satira rivolta al mondo attuale. Le sue opere sembrano “battute”, non più verbali astratte, ma palpabili; una presa in giro modellata e dipinta con i suoi infiniti colori.

Muffin al cioccolato di Specci Food, una goduria per i più golosi

Avete voglia di fare merenda e non sapete cosa mangiare? Alcuni amici hanno deciso di venire a trovarvi per l’ora del tè? Niente paura, ecco una ricetta facile e veloce per i più golosi.

Una passione, due sorelle, quattro mani e amore per il cibo. Questi gli ingredienti che hanno fatto nascere “Specci Food”, il progetto gastronomico nel quale ci siamo ripromesse di creare nuove facili ricette golose alla portata di tutti! Oggi, su CulturaMente, inauguriamo la nostra rubrica che vi permetterà di cucinare cibi gustosi, dolci e salati, in poco tempo ma sempre con tanto gusto.
Per farvi leccare i baffi, la prima ricetta è quella dei Muffin al Cioccolato, un vero e proprio must tra i dolci americani, che ormai anche qui in Italia abbiamo imparato ad apprezzare alla grande! La nostra è una rivisitazione con qualche spezia in più, come la cannella, di cui andiamo matte. Inoltre, l’aggiunta di un po’ di zenzero li rende davvero unici e speciali. Ovviamente, potete variare con gli ingredienti che più vi piacciono, in sostituzione del cioccolato o appunto della cannella.
Ecco la nostra ricetta
INGREDIENTI
  • 375 gr Farina
  • 2 Uova
  • 250 cl Latte o 2 vasetti yogurt
  • 4 cucchiai di zucchero
  • 150 gr cioccolato
  • 1 cucchiaio zenzero grattugiato
  • 150 gr Burro
  • Cannella q.b.

PROCEDIMENTO
Sciogliere il burro, in modo da renderlo liquido, e montarlo con le fruste elettriche (o con una frusta normale se non disponete di tecnologie avanzate) insieme allo zucchero.
Una volta montato, aggiungere le uova, lo yogurt/latte, lo zenzero grattugiato e continuare a mescolare con le fruste. Dopo un po’, aggiungere la farina, insieme al lievito per dolci e alla cannella. Mischiare il tutto per bene, sempre con l’aiuto delle nostre amate fruste e infine aggiungere il cioccolato tritato ( o le gocce di cioccolato). Dopo aver imburrato per bene gli stampini, riempire con l’impasto ottenuto.
Ricordatevi di preriscaldare il forno a 180°, dopodiché infornare per 15/30 minuti, controllando sempre la cottura dei nostri muffin.
Insieme ad un tè classico o a vaniglia, gustatevi i vostri dolcissimi muffin! 
Buon Appetito!
Ilaria Scognamiglio

“Peperoni Difficili”, la verità chiede di essere conosciuta

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Ambientato nella cucina di un giovane parroco di provincia, Peperoni difficili si ispira a una piccola vicenda realmente accaduta e pone domande sul “mentire a fin di bene”, sulla verità e il diritto di dirla o di saperla. 

@Fabio Artese

dal 5 al 15 maggio 2016 prosa
dal martedì al sabato h 21 domenica h 18
Teatro Franco Parenti in collaborazione con Iacovacci e Busacca
PEPERONI DIFFICILI
La verità chiede di essere conosciuta
testo e regia Rosario Lisma con Anna Della Rosa, Ugo Giacomazzi, Rosario Lisma, Andrea Narsi scene e costumi Eleonora Narsi luci Paola Tintinelli e Luigi Biondi musiche Gipo Gurrado.

I personaggi coinvolti, oltre al parroco, sono la sua bellissima sorella volontaria in Africa, un bidello allenatore della squadra dell’oratorio, un bancario, colto, brillante e stranamente inconsapevole di essere spastico. Rosario Lisma, autore vincitore del Premio ETI Nuove Sensibilità 2009 con L’operazione, si ispira alla tradizione umoristica del ‘900 e alla commedia all’italiana.
In scena, con lui, oltre a Ugo Giacomazzi e Andrea Narsi, anche Anna Della Rosa, giovane pluripremiata interprete del teatro italiano e ultimamente sugli schermi cinematografici in La Grande Bellezza.
DALLA STAMPA

Non è facile trovare una commedia che fa ridere, e parecchio, mettendo in discussione con intelligenza temi capitali. Succede in Peperoni difficili, nuovo testo di Rosario Lisma; giovane attore di talento. Nella trama, un parroco di provincia si vede piombare in casa la virtuosa sorella missionaria, di cui si innamorerà un amico colto e brillante, sebbene spastico, handicap che i paesani fingono di non vedere. Il quesito se sia meglio mentire a fin di bene o dire la verità a tutti i costi si innesta su situazioni quotidiane e si incarna in personaggi non attesi, ma vivi nello loro opposte, fragili umanità, in una pièce ben scritta che mescola risata e dramma, di solida costruzione e dialoghi irresistibili, con quattro interpreti ( con Lisma, Anna Della Rosa, Ugo Giacomazzi e Andrea Narsi) in stato di grazia. Bravi.
Simona Spaventa, la Repubblica
Rosario Lisma interpreta e dirige un testo coraggioso e contracorrente sul rapporto tra verità e fede. La sua forza è proprio nella messinscena delle piccole cose, dei dettagli diabolici, delle tragedie quotidiane. Lisma è ottimo e generoso capocomico. Bravi anche i compagni di scena: Anna Della Rosa, seducente e scalpitante, Andre Narsi, di una malinconia buffa e commovente, e lo straordinario Ugo Giacomazzi, cui tocca il difficile ruolo, ma meglio concepito, del disabile. E questo spettacolo, più che un’apologia della “menzogna a fin di ben” è un tributo alla finzione e a quella favolosa fabbrica di bugie che è il teatro.
Camilla Tagliabue, Il Fatto Quotidiano

Il successo dello spettacolo sembra essere proprio la sua semplicità, costruire un canovaccio con pochi elementi può diventare impresa ardua se non compensata da sapiente regia e professionalità. In realtà la messa in scena ha un meccanismo quasi perfetto(…)grazie ai quattro attori che si rivelano assai convincenti. Il pubblico ha apprezzato e, nonostante si trattasse di una ripresa, sono state diverse le chiamate agli applausi alla “prima milanese”


Biglietteria:
Intero Prosa € 20,00
Ridotto over 65 € 15,00
Ridotto studenti € 12,00
Servizio di prenotazione € 1,00 a biglietto

I Kiss per la prima volta al cinema

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Solo per una notte arriva nelle sale italiane lo show che ha conquistato Las Vegas entrando di diritto nella storia del Rock.

La band che ha vinto più premi di qualunque gruppo americano porta su grande schermo in Dolby Atmos il concerto leggendario della Città del Peccato con contenuti esclusivi ed interviste inedite realizzate appositamente per il cinema.

Dopo i Queen e i Led Zeppelin anche i Kiss arrivano al cinema il 31 maggio.
E’ il novembre del 2014 quando i Kiss atterrano in elicottero direttamente sul tetto del famigerato Hard Rock Hotel & Casino di Las Vegas, impazienti di esibirsi nella Città del Peccato per nove date.
Due anni dopo quell’incredibile show, entrato di diritto nella storia del rock, sbarca nelle sale cinematografiche italiane martedì31 maggio (elenco delle sale a breve su www.nexodigital.it) con interviste e filmati esclusivi. E’ ‘KISS Rocks Vegas’, l’evento che raccoglierà i fan di tutto il mondo per celebrare la band che con più di 100 milioni di dischi venduti, 30 album d’oro e 14 di platino, ha conquistato più premi di ogni altro gruppo americano, diventando uno dei più influenti di tutta la storia del rock.
Famosi anche per il look iconico, i Kiss si formano a New York nel 1973 da Paul Stanley (voce, ritmo chitarra) e Gene Simmons (voce, basso chitarra). I loro live sono la quintessenza del rock teatrale, arricchiti da performance spettacolari con numeri da mangiafuoco, sputi di sangue sintetico, chitarre che sparano fumo, razzi e fuochi d’artificio. Tommy Thayer (chitarra, voce nonché produttore di ‘KISS Rocks Vegas’.) ed Eric Singer (batteria, percussioni, voce) completano la potente lineup della band.

In occasione dell’annuncio dell’evento al cinema i Kiss hanno dichiarato:
Paul Stanley (Vocals, Rhythm guitar)
“Venite al cinema e ascoltateci con i’impressionante potere del surround. Vi sentirete come se foste con noi a Las Vegas e non siate timidi ‘Shout it out loud!”
Gene Simmons (Vocals, Bass guitar)

“Unitevi a noi per una ‘Crazy Crazy Night’ nel vostro cinema preferito!”
Tommy Thayer (Lead guitar, Vocals)

“Siamo tutti tremendamente orgogliosi di questa produzione, cattura davvero una performance unica. Dovete vederci al cinema per provare in pieno quest’esperienza”.
Eric Singer (Drums, Percussion, Vocals)

‘Al The Joint dell’Hard Rock a Las Vegas abbiamo spaccato. Conoscerete molto da vicino i Kiss. Ci amerete ancora di più”.


Nella Rock and Roll Hall of Fame dal 2014, i Kiss hanno pubblicato 44 album e nel 2015 hanno ricevuto anche l’illustre ASCAP Award. Oltre 40 anni di tour mondiali e l’ultimo nel 2015 con cinque spettacoli in Giappone e un singolo che ha raggiunto la prima posizione, “Samurai Son”, composto insieme al gruppo pop Momoiro Clover Z. L’energia del loro tour per il 40° anniversario ha scosso anche il Nord e Sud dell’America e l’Australia. Supportati dalla metà degli anni ’70 dallo storico fan club Kiss Army e pronti a salpare, il prossimo novembre per la sesta volta, a bordo del Kiss Kruiseper la Kiss Navy, la loro fantastica crociera rock.
Hanno collaborato con la Warner Brothers nel 2015 per il film ‘ScoobyDoo e KISS: Il Mistero del Rock and Roll’. Altre apparizioni sono quelle delSuper Bowl, le Olimpiadi Invernali di Salt Lake City, il concerto Rockin’ The Corps, dedicato alle truppe americane in missione in Iraq e Afghanistan,una partnership con la Fox per ‘Family Guy’ oltre a due performance speciali alle finali di American Idol.
La loro musica è stata usata in importanti campagne pubblicitarie per John Varvatos, Google Play, Hello Kitty e anche in una campagna di Dr. Pepperdurante il Super Bowl, a sostegno del tour ‘Hottest Show On Earth’. Quest’anno rappresenta inoltre il terzo della stagione della LA Kiss Arena Football League, che ha riportato il calcio agonistico a Los Angeles. I fondatori della band Paul Stanley e Gene Simmons sono anche entrati nel mondo culinario con l’apertura di una serie di ristoranti di successo, chiamati Rock & Brews.
Molto attivi anche fuori dall’ambito musicale, i Kiss supportano numerose ‘Veterans Organizations’ come The Wounded Warriors Projects, The USO, il programma ‘Hire A Hero’ della Camera di Commercio degli Stati Uniti, The Legacy Organization in Australia, Help for Heroes nel Regno Unito e Dr. Pepper Snapple Groups Wounded Warriors Support Foundations. 
‘KISS Rocks Vegas’ è distribuito da Nexo Digital in collaborazione con i media partner Radio DEEJAY, MYmovies.it e Rockol.