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Stonetales: Architettura, Arte e Design in pietra

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Nell’Anno Giubilare dedicato alla Misericordia, la Facoltà di Ingegneria di Roma “Sapienza” e LAB2.0, sotto la direzione scientifica di Marco Ferrero e la direzione generale e artistica di Lorenzo Carrino, promuovono la manifestazione culturale stonetales, (Roma, 20 aprile- 22 maggio).

Con il patrocinio del Giubileo della Misericordia, del Comune di Roma e della Regione Lazio, la manifestazione si configura come una “antologia” di racconti che trovano nel materiale lapideo elemento comune e unificante; narrazioni ed esperienze che si fanno portatrici della qualità e della bellezza dei prodotti litici, espressione del rapporto millenario che lega le pietre d’Italia alla grande Architettura, all’Arte e al Design.
La rassegna propone un ampio programma di seminari, convegni, incontri e workshop, da tenersi presso gli spazi del chiostro di San Pietro in Vincoli (sede della Facoltà di Ingegneria di Roma “Sapienza”) dal 26 al 29 aprile, coinvolgendo architetti, critici d’arte, esperti di design, artisti, responsabili dell’amministrazione pubblica e alti esponenti del mondo cattolico.
Il 27 aprile, alle ore 18.30, la Basilica di San Pietro in Vincoli ospiterà l’incontro, curato da Lorenzo Carrino, dal titolo “LA VOCE DELLA PIETRA”; un dialogo tra il marmo (muto) di Michelangelo e le Pietre Sonore di Pinuccio Sciola. In questa occasione saranno esposte, al fianco del Mosè, alcune delle opere scultoree più conosciute dell’artista sardo.
Il programma di stonetales prevede una serie di esposizioni articolate in tre sezioni; le quali trovano genesi fondativa nelle potenzialità espressive del materiale lapideo, disegnando nuovi legami tra spazi storici del sacro e nuove finalità e forme del costruire in pietra.
ORIGINE curata da Luca Porqueddu, dedicata all’Architettura – dal 20 aprile al 22 maggio, all’interno del quadriportico della Basilica di San Clemente, raccoglie una serie di quattordici elaborazioni architettoniche che propongono differenti equilibri tra statica ed estetica del costruire, legate dalla comune riflessione attorno alle specifiche qualità del travertino.
La mostra sarà introdotta, alle ore 16.00 del 20 aprile, dall’incontro “DIALOGHI su PIETRA”; occasione nella quale Franco Purini e Claudio Strinati si confronteranno sulle modalità con cui il materiale lapideo indirizza l’ideazione e l’esecuzione dell’opera artistica e architettonica.
Opere in mostra di: Francesco Cianfarani, Pietro Colonna, Filippo De Dominicis, Massimo Dicecca, Bruna Dominici, KURMAK (Laura Fabriani, Sante Simone, Alessandro Zappaterreni), Margherita Pascucci, Giorgios Papaevangeliou, Luca Porqueddu, Tiziana Proietti, Michela Romano ed Emilia Rosmini, Stefano Sciullo, StudioErrante Architetture (Sarah Becchio, Paolo Borghino) e Gabriele Trövè.
MEMORIE curata da Tommaso Zijno, dedicata all’Arte – dal 22 aprile al 22 maggio, all’interno della cripta della Basilica dei Santi XII Apostoli, propone una selezione di opere dello scultore Jacopo Cardillo (Jago) che decodificano il gesto dello scolpire come “atto di fede” volto a liberare, dalla “pelle” che la protegge, la “anima” più profonda che il marmo custodisce: «tutto è contenuto».
RITI curata da Maria Teresa Della Fera, dedicata al Design – dal 21 aprile al 22 maggio, negli spazi della Basilica di Santo Stefano Rotondo al Celio, ospita una selezione di oggetti, realizzati dal collettivo recycled stones e da Peppino Lopez, che riconoscono nel tema della condivisione e del convivio nuove esperienze generative per gli scarti di lavorazione lapidea.
Le attività promosse da stonetales sono ad ingresso e partecipazione gratuita.
Contatti: info@stonetales.it

L’Olio protagonista a Roma con una degustazione d’eccellenza

L’Olio Extravergine d’Oliva, uno dei prodotti italiani per eccellenza, celebrato grazie ad un’imperdibile degustazione nel cuore di Roma, nella prima ed unica oleoteca della Capitale.

Tutti gli amanti dell’enogastronomia non possono assolutamente mancare di far capolino nell’oleoteca Sapord’olio di Roma, il primo luogo della Capitale interamente dedicato alla vendita delle eccellenze della produzione regionale italiana dell’Olio Extravergine d’Oliva. Sapord’olio nasce nel 2014 – da soli due anni – a via Po, ed è già un punto fermo a Roma per la valorizzazione dell’olio d’oliva, tanto da aver aperto un altro punto vendita in via Lucrezio Caro.

Sugli scaffali di questo fantastico negozio troviamo gli oli di produttori provenienti da 14 regioni, di tutti i tipi possibili, fruttati, DOP, bio, ma non solo. Se si guarda ben bene si trovano anche prodotti cosmetici a base di olio della linea Oro di Spello, oltre ad articoli di alta gastronomia, come il tartufo di Pagnani lavorato con olio d’oliva della Ciociaria, o il tonno di Antonio Tammaro, dell’Antica Tonnara di Favignana, e tanti altri.
Ma i veri protagonisti dello scorso 6 aprile 2016 sono stati gli Oli Evo vincitori del Biol 2016, i quali sono stati presentati con uno sfizioso aperitivo durante il quale abbiamo potuto degustarli uno ad uno. Una bellissima esperienza all’insegna del gusto, un vero e proprio viaggio sensoriale all’interno del mondo dell’olio, al quale, per chi come me ama il cibo e la gastronomia, vale la pena partecipare. Tutti gli assaggi proposti erano affiancati da altri prodotti italiani eccellenti, come la pasta di Gragnano e bruschette prelibate, tutto cibo di qualità che ha permesso di gustare e amare i protagonisti di questa serata.

Ilaria Scognamiglio

In viaggio nell’Antica Roma con Piero Angela

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La Roma di Cesare e di Augusto torna a vivere in tutta la sua suggestione grazie ai “Viaggi nell’antica Roma”, 2 storie e 2 percorsi promossi da Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e prodotti da Zètema Progetto Cultura. L’ideazione e la cura sono di Piero Angela e Paco Lanciano con la storica collaborazione di Gaetano Capasso e con la Direzione Scientifica della Sovrintendenza Capitolina.

Foro di Augusto
Un’iniziativa, partita nel 2014 con il Foro di Augusto e ampliata nel 2015 con il Foro di Cesare, che anche lo scorso anno ha raggiunto un successo straordinario con 158.000 spettatori provenienti da ogni parte del mondo e con un altissimo gradimento complessivo.

I due progetti partiranno il 22 aprile e proseguiranno tutte le sere fino al 30 ottobre 2016.

Il progetto “Viaggi nell’antica Roma” racconta il Foro di Augusto e il Foro di Cesare partendo da pietre, frammenti e colonne presenti, con l’uso di teconologie all’avanguardia. Gli spettatori vengono accompagnati dalla voce di Piero Angela e da magnifici filmati e ricostruzioni che mostrano i luoghi così come si presentavano nell’antica Roma: una rappresentazione emozionante ed allo stesso tempo ricca di informazioni dal grande rigore storico e scientifico.

Due storie e due percorsi nell’antica Roma da vivere separatamente (singolo spettacolo € 15 intero; € 10 ridotto) ma anche in forma combinata nella stessa serata o in due serate diverse (combinato Foro di Cesare + Foro di Augusto intero € 25; ridotto € 17). È possibile acquistare i biglietti in loco, tramite il numero 060608, nei Punti Informativi Turistici o sul sito web dedicato www.viaggioneifori.it.

Grazie ad appositi sistemi audio con cuffie gli spettatori possono ascoltare la musica, gli effetti speciali e il racconto di Piero Angela in 8 lingue (italiano, inglese, francese, russo, spagnolo, tedesco, cinese e giapponese).

Le modalità di accesso ai due spettacoli sono differenti. Per il “Foro di Augusto” sono previste tre repliche secondo il calendario pubblicato (durata 40 minuti) mentre per il “Foro di Cesare” è possibile accedere ogni 20 minuti secondo il calendario pubblicato (percorso itinerante in quattro tappe, ciascuna della durata di circa 10 minuti e per la durata complessiva di circa 50 minuti, inclusi i tempi di spostamento).
FORO DI CESARE
Lo spettacolo all’interno del Foro di Cesare è itinerante. Si accede dalla scala accanto alla Colonna Traiana e si attraversa il Foro di Traiano su una passerella realizzata appositamente.
Attraverso la galleria sotterranea dei Fori Imperiali, aperta al pubblico per la prima volta lo scorso anno, si raggiunge di Foro di Cesare e si prosegue così fino alla Curia Romana.
Il racconto di Piero Angela, accompagnato da ricostruzioni e filmati, parte dalla storia degli scavi realizzati per la costruzione di Via dei Fori Imperiali, quando un esercito di 1500 muratori, manovali e operai venne mobilitato per un’operazione senza precedenti: radere al suolo un intero quartiere e scavare in profondità tutta l’area per raggiungere il livello dell’antica Roma. Quindi si entra nel vivo della storia partendo dai resti del maestoso Tempio di Venere, voluto da Giulio Cesare dopo la sua vittoria su Pompeo e si può rivivere l’emozione della vita del tempo a Roma, quando funzionari, plebei, militari, matrone, consoli e senatori passeggiavano sotto i portici del Foro. Tra i colonnati rimasti riappaiono le taberne del tempo, cioè gli uffici e i negozi del Foro e, tra questi, il negozio di un nummulario, una sorta di uffici cambi del tempo. All’epoca c’era anche una grande toilette pubblica di cui sono rimasti curiosi resti. Per realizzare il suo Foro, Giulio Cesare dovette espropriare e demolire un intero quartiere e il costo complessivo fu di 100 milioni di aurei, l’equivalente di almeno 300 milioni di euro. Accanto al Foro fece costruire la Curia, la nuova sede del Senato romano, un edificio che ancora esiste e che, attraverso una ricostruzione virtuale, è possibile rivedere come appariva all’epoca.
In quegli anni, mentre la potenza di Roma cresceva a dismisura, il Senato si era molto indebolito e fu proprio in questa situazione di crisi interna che Cesare riuscì a ottenere poteri eccezionali e perpetui. Grazie al racconto di Piero Angela si potrà conoscere più da vicino quest’uomo intelligente e ambizioso, idolatrato da alcuni, odiato e temuto da altri.
Foro di Cesare

FORO DI AUGUSTO
Il racconto del Foro di Augusto parte dai marmi ancora visibili nel Foro e, attraverso una multiproiezione di luci, immagini, filmati e animazioni, il racconto di Piero Angela si sofferma sulla figura di Augusto, la cui gigantesca statua, alta ben 12 metri, dominava l’area accanto al tempio. Con Augusto Roma ha inaugurato un nuovo periodo della sua storia: l’età imperiale è stata, infatti, quella della grande ascesa che, nel giro di un secolo, ha portato Roma a regnare su un impero esteso dall’attuale Inghilterra ai confini con l’attuale Iraq, comprendendo gran parte dell’Europa, del Medio Oriente e tutto il Nord Africa. Queste conquiste portarono l’espansione non solo di un impero, ma anche di una grande civiltà fatta di cultura, tecnologia, regole giuridiche, arte. In tutte le zone dell’Impero ancora oggi sono rimaste le tracce di quel passato, con anfiteatri, terme, biblioteche, templi, strade.
Dopo Augusto, del resto, molti altri imperatori lasciarono la loro traccia nei Fori Imperiali costruendo il proprio Foro. Roma a quel tempo contava più di un milione di abitanti: nessuna città al mondo aveva mai avuto una popolazione di quelle proporzioni; solo Londra nell’800 ha raggiunto queste dimensioni. Era la grande metropoli dell’antichità: la capitale dell’economia, del diritto, del potere e del divertimento.

INFORMAZIONI:
Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 21.00) www.viaggioneifori.it #viaggioneifori Facebook: https://www.facebook.com/viaggioneifori Twitter: https://twitter.com viaggioneifori Instagram: http://instagram.com/viaggioneifori

Crema di sedano: una ricetta leggera e sfiziosa

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Aprile dolce dormire.
Aprile con il caldo estivo che sembra già alle porte.
Aprile che finalmente il cambio di stagione prende concretezza.
Aprile che improvvisamente ti ricordi che da lì a due mesi il bikini è alle porte.

E cominciano i dolori. Perché, se durante i mesi invernali non siamo state più che brave e attente, ehm e ancora ehm, dobbiamo correre ai ripari.

Ovviamente sto scherzando! Non c’è alcuna ragione di cominciare a rincorrere misure perfette digiunando o ammazzandosi in palestra. Non ha proprio senso se, appunto, abbiamo fatto della cioccolata, delle schifezze e della pigrizia il nostro must invernale. 
Meglio allora concentrarsi su un regime alimentare equilibrato, ricco di verdure, frutta (questa è la stagione delle fragole, approfittatene), e cenette leggere. Una camminata o una corsetta (se avete il fiato, io non ce l’ho) e uno yoga un po’ più dinamico vi aiuteranno a sgonfiarvi e a sentirvi più a vostro agio, senza dannarvi l’anima (specie ora che il nostro grande nemico, i cartelloni pubblicitari dei costumi di Yamamay, sta per tornare). 
Per l’appunto, il mio contributo al vostro benessere è questa ricettina facile, per nulla laboriosa e strabuona. La ricetta della crema di sedano va bene sia calda che a temperatura ambiente: me l’ha postata la mia nutrizionista perciò, purtroppo, non so dirvi di preciso di chi sia. 
Crema di sedano (ricetta per due porzioni – se volete proprio fare le bravissime):

Ingredienti:

 – cuori di sedano (io ne ho messi quattro);
 – due carote
 – una cipolla grande o due cipolle piccole;
 – una patata (N.B: di medie dimensioni: non deve pesare quattro chili, per intenderci);
 – un litro di acqua bollente, già salata;
 – una manciata di pinoli per guarnire (io non ne avevo per cui nella foto li ho omessi);
 – foglie di sedano per decorare (io non ne avevo per cui nella foto le ho omesse);
 – tre cucchiai di olio EVO
 – sale e pepe Q.B.
I principali ingredienti per la deliziosa crema di sedano: sedano, carote, cipolla, patata
Cominciamo col tagliare a pezzetini le carote e la cipolla; prendiamo una pentola (io uso quelle in pietra), ci versiamo dentro tre cucchiai di olio EVO e lasciamo riscaldare un pochino. Quindi facciamo rosolare per dieci minuti le carote e la cipolla a fiamma bassa. Nel frattempo, ridurre a pezzetini anche i cuori di sedano e, passati i dieci minuti, aggiungerli alle carote e alla cipolla; intanto portiamo a bollore un litro di acqua, e la saliamo. Tagliamo a cubetti la patata e, passati altri dieci minuti da che abbiamo aggiunto il sedano, la uniamo al resto degli ingredienti.
Dopo cinque minuti, versiamo nella pentola l’acqua bollente e facciamo cuocere il tutto per venticinque minuti da quando bolle. Aggiustiamo di sale e di pepe.
Passato il tempo necessario, spegniamo e facciamo freddare. Non resta che frullare il tutto molto bene per ottenere una crema dalla consistenza ricca e delicata allo stesso tempo. Impiattare calda o a temperatura ambiente guarnendo con pinoli e, a piacere, con foglie di sedano. 
La buonissima crema di sedano (scusate ma non avevo pinoli né foglie di sedano per guarnire)
N.B.: se desiderate una consistenza ancora più cremosa, aggiungere un cucchiaio di panna di riso o panna di soia o panna di cocco. 
Questa crema di sedano è molto leggera ma nutriente, adatta per una cenetta sfiziosa con un contorno di verdure (crude magari, come un carpaccio di zucchine) e una coppa di fragole come dessert. 
Chiara Amati

Il “Pinocchio” che diventa uomo al DOIT Festival

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Pinocchio è un bimbo, Pinocchio diventa uomo. L’essenza stessa del testo collodiano viene rielaborato attraverso le forme del teatro-danza per lo spettacolo “From Pinocchio” al Doit Festival il 7 ed il 8 aprile al Teatro Planet.

Da bambini pensavamo sempre che “Pinocchio” di Carlo Collodi fosse una storia semplice; non è così. Esso è un vero e proprio romanzo di formazione. Pinocchio da burattino diventa uomo. Proprio questo delicato passaggio è stato messo in luce dallo spettacolo di teatro-danza “From Pinocchio“, andato in scena durante il DOIT Festival al Teatro Planet con la regia di Emiliano Russo, il quale ha ricevuto una menzione speciale da parte della giuria.

Doit Festival

Lo spettacolo parte da un presupposto molto semplice. Pinocchio nasce bambino e diventa adulto superando tutti gli ostacoli che la vita gli mette davanti (ad esempio, il famoso Mangiafuoco), come capita a tutti noi nel nostro percorso di crescita.
Attraverso le forme del teatrodanza (che unisce la recitazione alla coreografia) vediamo Pinocchio soffrire e amare, in una sola parola “vivere”.
Ma vivere significa anche gettare le maschere, essere onesti, prima di tutto con se stessi, ed ecco che ad un certo punto i bravissimi performer incominciano a porre al pubblico domande imbarazzanti, alle quali spesso non sappiamo rispondere o, per timore o imbarazzo, mentiamo per far sentire alla società ciò che vuole sentire.
Questo spettacolo è adatto sia ai più grandi che ai piccoli. Da vedere assolutamente!
Marco Rossi
@marco_rossi88

Pinocchio Recensione Film 2019

Pinocchio, da Collodi a Garrone nulla cambia e tutto cambia

Dancing Partners a Roma: quattro realtà in scena per la danza

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Da Spellbound Contemporary Ballet alla Company Chameleon, Dancing Partners ha portato a Roma quattro importanti realtà della danza contemporanea europea, per una serata ricchissima e capace di soddisfare ogni spettatore.

The Hesitation Day – Spellbound Contemporary Ballet
Si è appena conclusa una settimana ricca di danza a Roma e non solo. E’ stata l’invasione di Dancing Partners, progetto internazionale per la promozione della danza contemporanea, a portare nella capitale e nella vicina Rieti incontri teorici, lezioni pratiche, laboratori e serate di spettacolo, queste ultime svoltesi al Teatro Vascello di Roma e al Teatro Flavio Vespasiano di Rieti.
Le serate di spettacolo hanno visto coinvolte le quattro compagnie partner del progetto: Spellbound Contemporary Ballet (Italia), Thomas Noone Dance (Spagna), Company Chameleon (Inghilterra), Norrdans (Svezia). Parlare approfonditamente di tutto richiederebbe uno spazio e un tempo diverso da questo, ma cercheremo di depositare delle tracce di un programma artistico che ha spaziato dal gesto asciutto e minimale al dinamismo sfrenato, alla contact improvisation, da gesti ormai diventati firma dei coreografi stessi, come nel caso del cammeo di Mats Ek per Norrdans, a nuove esplorazioni e sperimentazioni ardite.
E’ questo il caso dei due lavori proposti dai straordinari danzatori della Spellbound Contemporary Ballet, che in questa occasione abbandonano qualsiasi orpello scenografico per dedicarsi totalmente alla danza. La compagnia di casa apre e chiude il sipario con le coreografie del direttore artistico Mauro Astolfi: The Hesitation day, quartetto maschile, e Lost For Words/L’invasione delle parole vuote – studio III.
L’esitazione, l’incertezza sono la chiave di lettura che ci offre il titolo del primo lavoro, ma nessun indugio trapela dai movimenti lignei e veloci dei quattro eccellenti e dotatissimi danzatori in scena. Una solitudine iniziale lascia subito spazio ad un susseguirsi di relazioni sclerotizzate, specchianti un consumismo capace di invadere ogni atto, ogni gesto, quasi robotizzandolo e offuscandone il fine; è infatti la perfezione e limpidezza del movimento che crea la sensazione di un ordine corrotto, malato dall’interno, nel quale l’elemento umano è represso, tenuto sotto controllo da un super-io costruito dall’esterno. Il dubbio non nasce dall’azione, ma dalla perdita di consapevolezza della direzione. Eppure tutto si sviluppa verso un fine, forse apparentemente inafferrabile nel presente del gesto, ma certamente presente in un orizzonte più ampio, nella completezza dell’agire.
Lost For Words studio III è l’ultimo atto di una trilogia costruita in forma di processo al “sistema parlato” e falsato dei rapporti umani, una lente d’ingrandimento sulle modalità con cui ogni giorno ci imbattiamo nell’altro. Il lavoro parla di un corpo interpellato, ultimo tentativo di far parlare chi si è perso o si oppone al flusso incessante di parole vuote. Nessuno dirà nulla, sarà l’individuo stesso, con la sua sola presenza, a comunicare: il movimento diventa ciò che ci permette di girare tra la gente, conoscerla, a volte scoprirla vuota, diventa mezzo con il quale indagare e trovare risposte concrete nel proprio corpo. 
Assolutamente riconoscibile è lo stile di Mats Ek, coreografo e danzatore svedese che pochi mesi fa ha annunciato il suo ritiro. Tra rond e tipici grand plié in seconda, quattro danzatori della Norrdans portano in scena un allegro e malinconico Pas de danse. Tutto inizia e finisce in un fischiettio di una melodia che, impressa nella mente, riporta inevitabilmente ad un ricordo, un evento di festa dal sapore di un tempo diverso, lontano dall’oggi, non perfettamente identificabile. Si percepisce l’odore dei balli di paese, mostrati però con assoluto lirismo attraverso passi accademici capaci di creare un clima di vitalità, fino alla chiusura finale: un uomo, rimasto solo, se ne torna via riprendendo a fischiettare una melodica familiare, dolcemente, scomparendo nel buio.
Diversissima per stile e tempo la coreografia che Katrìn Hall affida alla stessa compagnia: Tuomas è un duo enigmatico, costruito su movimenti inusuali, difficilmente riconducibili a significati derivanti dal quotidiano, eppure capaci di raccontare a chi osserva un continuo ritrovarsi nell’altro.
Pas de danse di Mats Ek – Norrdans
Che si tratti di una storia d’amore quella che ci presenta la Thomas Noone Dance con Until The End non è una certezza; si intravedono complicità che poi svaniscono, relazioni continuamente ribaltate tra i tre danzatori in scena. Da una prima lenta parte in due, l’azione si fa dinamica con l’entrata di un terzo elemento, disturbante, portatore di squilibri nella coppia, cambiamenti e nuove possibilità. Non colpisce nessun elemento veramente innovativo, né una forte ricerca su una qualità gestuale, in un lavoro che ha certamente la sua completezza, ma non brilla all’interno della serata.
Ultimo, ma non in ordine di apparizione né di importanza, il duo di Anthony Missen per Company Chameleon: Push, lavoro nato come pièce outdoor e riadattato per l’evento. Un palcoscenico spoglio, riportato a vergine, al suo aspetto più crudo e concreto, con le sue funi a vista, senza nessun tentativo di illudere lo spettatore di trovarsi altrove; ad abitare lo spazio i due danzatori Thomasin Gulgec e Theo Fapohunda: nessuna costruzione, nessun personaggio, due qualunque fatti di quella carne quotidiana che permette ad ognuno di stare al mondo, sentire ed emozionarsi. La performance altro non è che un’esplorazione sulla qualità del tocco e sulla sua risonanza fisica ed emotiva e quindi, semplicemente, l’incontro di due corpi e due interiorità, un faticoso e necessario stare in due. Contatto, sostegno, caduta, mi lascio, mi afferri, ti accolgo, consequenzialità reciproca, ascolto, dipendenza, oscillazione, perdita del proprio asse alla ricerca di un nuovo equilibrio condiviso, l’incertezza della direzione, il rischio di cadere, la paura che l’altro non sia lì a sorreggerti. Comunque, l’impossibilità di procedere altrimenti.
In nessuno dei casi presenti si può parlare dell’avanguardia della sperimentazione del linguaggio contemporaneo, Dancing Partners presenta una serata fatta di esperienze consolidate, stabili e riconoscibili che hanno la capacità di parlare, attraverso il movimento, ad un’ampia fetta di spettatori, sanno far avvicinare nuovi sguardi verso la danza senza cadere in un intellettualismo di nicchia e per questo perfette per quello che il progetto desidera essere: un mezzo itinerante di promozione e avvicinamento del pubblico alla coreografia contemporanea.
Chiara Mattei

Michela Andreozzi chiede: ma l’amore esiste veramente?

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Al Teatro Due di Roma, per la rassegna “Una stanza tutta per leiMichela Andreozzi parla di un amore finito, ma anche della rinascita inevitabile di una donna ormai ferita. 

 
Maledetto Peter Pan è un monologo intelligente, brillante e divertente che serve a ricordarci di quanto, a volte, i giudizi sul nostro compagno possono essere offuscati dal cieco amore. Eh sì, perché nello spettacolo la bravissima e bellissima Michela Andreozzi ci apre gli occhi su cosa vuol dire “avere le corna”.
Lo spettacolo inizia con un tremendo cliché, ormai comune a noi donne (ma sono sicura che vale anche per gli uomini), lei che canta “Passerotto non andare via…” di Baglioni mentre versa lacrime amare per il suo Lui, che ha scelto una scappatella invece di rimanere con la moglie. Due ore di puro divertimento, perché in scena c’è solo Michela che però interpreta altri 19 personaggi. Così tracciamo la storia di un amore finito, con brillanti battute che ci lasciano anche un po’ l’amaro in bocca. L’attrice poi non si stupisce quando, alla domanda rivolta al pubblico: “Ma voi ci credete all’amore?” il pubblico rimane paralizzato sulla sedia. Insomma, che ci si può aspettare dopo 40 minuti di prese di coscienza sul falso amore? Ma l’Andreozzi ci tiene a spiegare che per lei, nonostante tutto, l’amore c’è ed esiste veramente, ecco perché le ultime battute dell’attrice ci riportano ad una diversa realtà e alla voglia di amare. Nessuna battuta è scontata e le risate che ci strappa sono sincere e genuine, riconoscendoci almeno in uno dei personaggi che porta sul palco.
Questa performance è un vero e proprio dialogo con il pubblico, che più di una volta viene preso come un consigliere a cui raccontare tutti gli avvenimenti della storia per sapere cosa ne pensa. In scena tanti oggetti, che servono a raccontare momenti e attimi del rapporto d’amore. Il rosso del divano diventa il centro del mondo per un cuore spezzato, che si rifugia sempre lì quando vuole scappare dalla realtà. Ma sulle note di “Respect” di Aretha Franklin” la nostra attrice, che un po’ ci rappresenta a tutti, rinasce e ci fa ballare il cuore. È un tripudio di emozioni che solo una brava cantastorie come Michela può tirare fuori. È viva e coinvolgente e ci dà speranza di rinascita in ogni attimo.
Questo spettacolo non è altro che la storia di un viaggio, di una donna, alla ricerca della tranquillità e della felicità che tutte possiamo raggiungere con l’aiuto solo di noi stesse.
Elena Lazzari 

Il Piccolo Principe nero: storia di un viaggio di speranza

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Le Officine Fotografiche presentano a Roma (zona Ostiense) il Piccolo Principe nero, romanzo di Maurizio Mequio (Poeta del nulla) che racconta la storia di Amadou, un bambino proveniente dal Mali che arriva in Europa non accompagnato.

La mostra fotografica, in esposizione dal 8 al 10 aprile, si è rivolta a grandi e piccoli proponendo, attraverso il contributo parallelo del gruppo artistico Muracci Nostri e di altri artisti, un percorso espositivo itinerante che ha in progetto di approdare a Lampedusa, denunciando una realtà drammatica ed inarrestabile crescita.

Durante l’esposizione erano presenti le 12 illustrazioni realizzate da Lus57, due versioni a mano della copertina del libro di Omino71, due opere di Gomez, tele e fotografie che, unite ad una selezione delle opere disegnate direttamente a mano dai bambini su carta, raccontano le avventure di tanti minori stranieri che cercano di raggiungere il nostro paese per una vita migliore. Tutti gli artisti hanno aderito con l’intenzione di dimostrare solidarietà e vicinanza nei confronti dei bambini e ragazzi non accompagnati, vittime delle difficoltà legate all’integrazione e sopravvivenza in una comunità purtroppo chiusa in se stessa. Per questo il percorso espositivo vuole rivolgersi soprattutto agli studenti e alle loro famiglie per stimolare una riflessione educativa che porti all’eliminazione delle barriere culturali che impediscono il dialogo con chi ha solo bisogno di essere ascoltato.

L’ideatore del progetto è Maurizio Mequio, scrittore del romano ispirato alle odissee dei migranti nel loro lungo viaggio della speranza, riportando attraverso le parole di un bambino tutte le paure di chi deve attraversare il mare per salvarsi. Il protagonista del romanzo, Amadou, proprio come l’intramontabile eroe del Piccolo Principe riesce attraverso la propria ingenua fantasia a trasformare una condizione tragica ed ingiusta in una favola fatta di sogni e speranze. Solo l’innocenza di chi non ha conosciuto il marcio del mondo, può permettere di credere in qualcosa di migliore. 
Il progetto è rivolto non solo ai più piccoli, ma anche ai grandi per ricordare che in Italia un minore straniero non accompagnato su tre scompare nel nulla, per ricordare che questi bambini non sono invisibili, ma hanno bisogno di essere ascoltati e hanno lo stesso diritto all’infanzia di chi si può considerare di essere nato nella parte “giusta” del mondo.

Martina Patrizi

Un libro per Monica Vitti, la grande attrice che non ricorda la sua storia

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Tra i Muracci Nostri e la street art all’Ex Manicomio Santa Maria della Pietà, si trova la libreria Iaiamanu, ennesima perla culturale nei pressi di Primavalle.

Via Pietro Maffi, che la ospita, è diventata nota di recente, grazie all’inaugurazione del Circolo Letterario Alda Merini, diretto da Manuela Solidani e nato con la collaborazione dell’Assessore Marco Della Porta, neo vicepresidente del XIV Municipio capitolino.
La cultura è rivoluzione sana che nasce dalle periferie: con questa frase inizia l’incontro dedicato alla giovane Chiara Ricci, autrice del libro Monica Vitti, Recitare è un gioco. La Ricci non è al suo primo tentativo, specialmente con le attrici: la precedente impresa era infatti dedicata ad un’altra grandissima del cinema nostrano, Anna Magnani. Sin dall’inizio della presentazione si tende purtroppo a parlare della Vitti all’imperfetto, data la sua sparizione dagli schermi per problemi di salute, ma l’attrice è viva e ha ben 85 anni. Questo, quando si pensa alla sua vita, getta senz’altro un velo di infinita tristezza su tutti noi. Essere una protagonista della storia cinematografica italiana e non ricordarlo sembra uno scherzo che il destino poteva davvero risparmiarsi.
Ad intervistare Chiara, è Manuela, che con semplicità e attenzione ha tentato di scavare in quella che è stata la ricerca certosina della scrittrice, dagli archivi storici della RAI alle interviste, come quella a Maurizio Costanzo (che l’ha recentemente intervistata a sua volta sul libro appena uscito). La Vitti non può partecipare al progetto e suo marito (Roberto Russo) dà la benedizione alla Ricci ma si tira fuori, come ennesimo gesto galante nei confronti della compagna, sposata nel 2000 dopo ben 27 anni di fidanzamento.
Durante l’intervista si ripercorrono velocemente le tappe della vita dell’attrice: dal difficile rapporto con la madre, che cresce una donna piena di piccole ossessioni, ma portatrice di una bellezza acqua e sapone, ai primi approcci col grande schermo dopo l’Accademia Silvio D’Amico. Si ricorda quindi la grande passione con Michelangelo Antonioni: “Lei ha una bella nuca, potrebbe fare del cinema” le disse il regista mentre doppiava Dorian Gray ne Il Grido.
Da quel momento si delinea un’attrice versatile, sia per le interpretazioni drammatiche, come nella “tetralogia dell’incomunicabilità” (L’avventuraLa notteL’eclisse e Deserto rosso), che per quelle comiche,  come ne La ragazza con la pistolaAmore mio aiutamiDramma della gelosia e Polvere di stelle.  Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, insieme a lei, la cosiddetta “Quinta Moschettiera” sfilano di fronte a noi, tra le domande, le risposte e gli interventi dei partecipanti all’evento, fino ad arrivare a quel Leone D’Oro, che, insieme ad altri numerosissimi premi, ha scandito la carriera di una donna davvero unica nel suo genere.
Bionda, alta, snella, con quella voce roca si distruggeva ogni particolare, non trovandosi mai bella. Affermava che le donne sono forti e possono farcela, anche se c’è poco spazio per loro (nel cinema e non).
Così, questa mosca bianca vola tra le pagine ricostruite dalla Ricci, che ha cercato di carpirne la vera essenza, l’inaspettata malinconia. Malinconia che si insinua anche in noi, nel ricordare quella donna pimpante che oggi non sa chi sia e che rivive attraverso il ricordo degli altri, delle persone che ha fatto emozionare col suo talento. Il libro, che vanta la prefazione di Giancarlo Governi e le foto di Romano Milani, è un volumetto da sfogliare piacevolmente, un excursus in una grande storia al Femminile, un tributo ad un inimitabile profilo di Donna.
Alessia Pizzi

“Le faremo sapere” e l’omaggio al poliziesco italiano

Le faremo sapere: tra rifiuti, ricostruzioni, esperienze e polizieschi violenti degli anni ’70.

Il 2 ed il 3 aprile è andato in scena nel piccolo Teatro Planet di Roma lo spettacolo Le faremo sapere, ospite della rassegna DOIT e quindi non gareggiante nel concorso. L’allestimento, di e con Massimo Mirani, regia di Daria Veronese, è un ritorno sulla scena romana del duo, conosciuto per il recente spettacolo dedicato a Pasolini, “Non per vantarmi, ma avevo capito tutto”, rappresentato l’ultima volta il 9 maggio 2015 al Teatro Due, durante la prima edizione del DOIT, e finalista al Roma Fringe Festival 2014. Alla fine dello spettacolo, Miriam Comito ha condotto il dibattito.
© Walter Mirabile
Mirani durante lo spettacolo – Copyright Walter Mirabile
Questa volta Mirani mette in scena un’autobiografia romanzata in gran parte riferita a se stesso, distorta quel tanto che basta ad evitare un monologo esageratamente autoreferenziale. Si potrebbe parlare di un tentativo di trasmissione delle esperienze di una vita. Come spiega lo stesso Mirani, lo spettacolo voleva fornire un esempio di esistenza che non si fosse mai arresa di fronte alle occasioni negate: dalla scuola teatrale al teatro d’avanguardia anni ’70; dai provini Rai ai polizieschi e poi di nuovo alla televisione e al teatro. Questo messaggio è contrapposto a quello che, a detta dell’autore, è stato un tema portante di gran parte della rassegna del DOIT: la mancanza di lavoro e la disperazione di fronte al muro sociale e generazionale che essa crea. Mirani voleva dare un segnale, come a dire di non arrendersi.
Articolato come monologo, “Le faremo sapere” non vede espedienti scenografici degni di nota: solo un uomo in una stanza, che parla e si tuffa nei ricordi, per mimarli al pubblico. Il ritmo è pacato, semplice: è in tutto e per tutto la condivisione di un’esperienza, riesaminata a distanza di tempo, quando la passione che l’ha attraversata è stata già soppesata, considerata e tramutata in pensiero. La storia di un uomo che decide di essere attore e si ricostruisce ad ogni rifiuto, senza mai perdere l’occasione di lavorare: umiltà, rispetto, umanità. A colpire è il traguardo che chiude lo spettacolo: Mirani entra a far parte del cinema poliziesco degli anni ’70. Quello che oggi è considerato cult.
Così come esiste un teatro italiano scomparso, esiste un cinema italiano vissuto e poi svanito. Ve ne sono tanti, in realtà: tanti filoni teatrali e tanti cinematografici, persino televisivi. Insomma, se è vero che il passato debba esaurirsi per dar vita al presente, ci sono casi in cui il passaggio del testimone non è immediato ed è seguito da uno iato abbastanza lungo. È questo quanto è accaduto al cinema “poliziottesco” italiano, fenomeno degli anni ’70: inseguimenti rocamboleschi con protezioni ridotte al minimo; incidenti d’auto tutt’altro che simulati; spaccati di anni violenti, fra attori stuntman e stuntman attori. E i titoli: “Milano violenta”; “Sbirro, la tua legge è lenta… la mia… no!”, per citarne alcuni in cui lo stesso Mirani ha lavorato. Film polizieschi, con figure oscure della malavita e altrettanto sfumate della legge: una creatività che sperimentava nelle riprese e nelle tecniche, pur disponendo di budget limitati, e che riscosse a suo tempo grande successo. Proprio questo assecondò il pregiudizio dei suoi contemporanei, che lo considerarono un cinema popolare e senza valore artistico. Erano però film che competevano con i lavori americani, dotati di una propria originalità e destinati a diventare di culto come lo sono oggi.  Di fatto lo spettacolo intero, con la sua narrazione autobiografica, è un grande omaggio a quel momento creativo. Lo celebra con rimandi specifici, ammiccando ad un racconto ben più vasto, che pure è interrotto prima di guadagnare respiro.
Le faremo sapere” è, a detta di Mirani, l’esempio di un uomo che non si arrende e di rifiuto in rifiuto riesce a costruire una carriera; il suo finale cattura oltremodo l’attenzione.


Gabriele Di Donfrancesco

Un “cittino” di Civitella diventato uomo al Teatro dell’Orologio

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La Strage di Civitella in Val di Chiana è stata una delle più tremende azioni compiute dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale in Italia. La sua storia, raccontata attraverso gli occhi del comandante delle forze partigiane Edoardo Succhielli, è al centro dello spettacolo “El mi cittino” di Andrea Ferri e Matteo Malfetti, andato in scena il 5 ed il 6 aprile al Teatro dell’Orologio

Edoardo Succhielli è un giovane appartenente all’esercito italiano, che combatte con onore e lealtà, caratteristiche tipiche di ogni soldato che si rispetti. Ma siamo nel 1943 e, dopo l’armistizio, tutti gli equilibri saltano. Gli amici diventano nemici e la vita di Edoardo cambia. Da questo momento prende il via “El mi cittino” di Andrea Ferri e Matteo Malfetti, in scena in prima nazionale il 5 ed il 6 aprile al Teatro dell’Orologio.

teatro dell'orologio

Edoardo decide di darsi alla macchia nella sua Toscana, entrando nei partigiani con il nome di Renzino, ma ogni tanto si ricorda di essere un bambino, un “cittino” come si dice a Civitella in Val di Chiana (AR), dove vive ancora la sua mamma. Ma quel bambino sarà costretto a diventare uomo quasi subito, perché la guerra non aspetta, la guerra non perdona.
Il testo, prodotto da Agiteatroscritto dai due valenti giovani autori, ed interpretato da Matteo Malfetti con la regia di Andrea Ferri, racconta con assoluta partecipazione ed anche con punte di agghiacciante ironia tutto ciò che segue. Matteo salta da una parte all’altra del palco come un clown impazzito nell’interpretare tutti i personaggi di questa storia, ma soprattutto lui, Edoardo, la cui squadra fu costretta ad aprire il fuoco contro tre soldati tedeschi. La rappresaglia sarà tremenda. I paesi di Civitella, Cornia e San Pancrazio saranno messi a ferro e fuoco e 244 persone saranno uccise nella maniera più atroce.
Con il suo teatro di narrazione, senza scenografie ma solo con l’uso del suo corpo e della sua voce, Matteo ci fa rivivere quei momenti, ci fa conoscere Edoardo, uomo che ancora oggi sconta la colpa da uomo libero, ma anche Don Alcide, il parroco coraggioso che decise di condividere la stessa sorte dei suoi fedeli, e ancora un impiegato comunale che vede sua moglie e sua figlia bruciare vive in quell’inferno di fuoco, la sua casa. Noi siamo con loro perché noi siamo loro, insieme con Matteo su quelle assi del palcoscenico. Vediamo le case bruciate, i corpi martoriati, gli alberi distrutti e la speranza completamente spazzata via. Sentiamo anche la voce di una superstite, anche grazie alla riproduzione di alcuni file audio di alcune registrazioni fatte dagli autori, con il rumore assordante dei nastri delle audiocassette quando si riavvolgono.
Da vedere assolutamente.
Marco Rossi
@marco_rossi88

“Il prezzo del domani”: la vita al tempo della guerra

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“Il prezzo del domani” (Casa Editrice Kimerik) è il romanzo d’esordio di Mirko Valerio, giovane insegnante di italiano e storia di Montecchio Maggiore (Vi), e vi stupirà. 

Il suo non è un semplice romanzo storico, ma una sorta di macchina del tempo che catapulta il lettore nel Veneto, in particolare nella provincia vicentina, degli anni ’30 – ’40, fatto di lavoro nei campi, tradizioni, ragazzini vivaci che giocano alle biglie lungo la strada e che si fanno scherzi con l’inchiostro in classe, che giocano a calcio nel campetto vicino alla chiesa e che si imbarazzano a parlare con la ragazzina di cui sono innamorati. Gli stessi che, qualche anno dopo, devono scegliere se partire per il fronte, andando incontro a morte quasi certa, o rifugiarsi sui monti. Se denunciare l’amico d’infanzia, reo di essere ebreo, o nasconderlo. In ogni caso la vita di ciascuno di loro cambia irrimediabilmente. «Scrivere questo romanzo – spiega Valerio – è stato un lavoro lungo e complesso ma comunque ricco di soddisfazione. La storia, si sa, è fatta da uomini e donne, ciascuno con una propria storia da raccontare, con dei propri sentimenti e dei propri sogni, obiettivi da raggiungere e umanità. È questo ciò che ho voluto trasmettere con il mio romanzo
Uno scrittore ormai a corto di idee si ritrova con l’auto in panne nel cuore della campagna veneta. Nell’attesa che il guasto venga riparato, incontra un vecchio che, senza un motivo apparente, lo rende partecipe di una vicenda passata, di un intreccio di storie personali che meritano di riaffiorare. Pietro, Matteo, Marco, Lorenzo, Nico e Giovanni sono un gruppo di coetanei nati sul finire degli anni ’20. L’8 settembre 1943 è uno spartiacque: Pietro, lasciando in paese Sofia, la sua ragazza, decide di partire per la montagna come partigiano, seguito da Matteo, forse non del tutto consapevole di ciò che l’aspetta. Marco, invece, prende la decisione opposta e si arruola nella Milizia Repubblicana. Nico preferisce rimanere in paese ed operare per il coordinamento delle varie brigate partigiane. Sui monti incontrano Stella, una ragazza che fa da staffetta e che manifesta da subito un interesse per Pietro. In paese, Enrico, figlio di un pezzo grosso del partito, avvicina Sofia, la ragazza di Pietro. Dopo le prime missioni notturne in pianura, Pietro viene a sapere che in paese girano voci su una relazione tra Sofia ed Enrico e, sconvolto, decide di verificare di persona. Nell’estate del 1944 viene assaltata una caserma militare italiana e Pietro e Matteo sono tra i primi ad entrarvi di nascosto. All’alba Nico viene imprigionato insieme ad altre trenta persone, in attesa di essere giustiziati per rappresaglia in seguito alla morte di alcuni soldati tedeschi. Durante l’inverno, Stella ha la possibilità di stare con Pietro, ma si accorge che, seppur ferito per il tradimento della sua ragazza, il cuore del ragazzo palpita ancora per Sofia. Così, a malincuore, decide di scendere in pianura a prendere la ragazza. Mentre i tedeschi si ritirano, Pietro e Matteo tornano al proprio paese ma Enrico, che sta cercando di scappare, blocca Sofia e la costringe a salire in macchina. E un inaspettato colpo di scena muterà per sempre il destino di Pietro, Sofia e Matteo.

Tinto Brass al Vittoriano: la liberazione nel desiderio

La vita è semplice, ma complicata dalla paura che le persone hanno della libertà“: così ‘Tinto Brass: uno sguardo libero’ al Vittoriano.

Dal 24 febbraio al 23 marzo 2016 il Complesso del Vittoriano di Roma ha ospitato la mostra “Tinto Brass, uno sguardo libero”: un percorso organizzato in modo sintetico e chiaro nello spazio di un’unica sala. Tinto Brass è raccontato tramite lo sguardo della critica, dei suoi sostenitori, degli esperti e di Tinto stesso, per aforismi, pensieri, foto di scena, bozzetti, lettere personali, manifesti e locandine.
Come per molte figure della contemporaneità recente, anche di Brass è diffusa l’ignoranza. La sua motivazione più generale risiede nell’oscurità a cui vengono relegate le opere che disturbano la morale del proprio tempo, come pena per aver colpito nel segno. Vediamo allora di ricostruire brevemente la storia di Tinto Brass, per rendere almeno con qualche foto e a parole il respiro della mostra.
La liberazione si compie nel desiderio, nell’immaginazione, probabilmente non nella realtà.
Vittoriano
Foto di scena presente alla mostra; da Sogno (2000), cortometraggio – Copyright di Gianfranco Salis.
Il giovane Giovanni Brass, nato a Milano il 26 marzo 1933, dipingeva, tanto da guadagnarsi il soprannome affettuoso di “piccolo Tintoretto di casa”, donde Tinto. Il suo viaggio inizia nell’estate del 1957, con un lavoro presso l’ufficio stampa della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia; qualche mese prima, per assecondare i genitori, si era laureato in Giurisprudenza. Nello stesso anno si trasferisce a Parigi; parte così l’avventura di anni sperimentali, dove la miseria, le possibilità, le grandi personalità, la chiusura e ad un tempo apertura degli ambienti culturali si accompagnavano di pari passo. Nella metropoli europea lavora presso la Cinémathèque française come archivista e proiezionista, entrando a contatto con le idee dei giovani Truffaut, Godard, Rivette, per dirne alcuni. Stringe amicizia con Joris Ivens, dal quale riceve il primo incarico di assistente al montaggio per un documentario su Chagall. Possiamo considerarlo l’avvio della carriera cinematografica di Brass. Per tutta la sua vita non sarà solo regista, ma più propriamente montatore, al punto da dire:
Il montaggio imprime alla pellicola il mio stile personalissimo. […] Non firmo la regia se non posso montare il film, come accaduto in passato per Caligola.
Vittoriano
Così si presentava l’ingresso della mostra.
Non è l’unico punto fisso della realtà autoriale di Tinto Brass. Il discorso sul Potere e l’analisi delle sue forme di censura penetrano nelle fondamenta della società. Negli anni sessanta i suoi film spezzano la percezione della contemporaneità con una comicità trasgressiva, grottesca, ed una serietà anarchica, critica e sagace: Chi lavora è perduto del ’63; Disco volante nel ’64; l’Urlo. Quest’ultimo, realizzato nel ’68 sulle ali della rivoluzione, partiva da un’intuizione fondamentale:
Se la Storia si mette a correre, il cinema non può continuare a camminare.
Vittoriano
Una panoramica delle locandine di un’intera carriera.
Sarà però la censura e la società italiana, come del resto ebbe modo con Pasolini, a bloccare sul nascere quella corsa. La distribuzione del film fu permessa solo nel ’72, quando ormai l’impatto sul presente era stato compromesso dal passare del momento. D’altronde, la censura accompagnerà sempre Tinto Brass: su ventisette film, ne saranno vittima ventisei.
Deluso dal ’68, Tinto realizza un’interpretazione decisa e totalizzante di quel Potere multiforme con cui si era scontrato, trovandola nell’erotismo. Prima Salon Kitty nel ’75, poi La Chiave nell’83 come conferma della nuova linea creativa: da cinema sperimentale a cinema erotico, ma per scelta e non solo provocazione. Tinto comprende come la libertà di un uomo si esprima prevalentemente nella sua sessualità; l’establishment di ogni tempo impone il proprio potere con la repressione e limitazione di questa, degradandone gli stimoli e sapendoli, a sua volta, realizzare solo nella perversione e nella corruzione degli stessi. Così Caligola nel ’79 diventa la raffigurazione di un potere che corrompe e manifesta la sua corruzione in un erotismo squallido, dalla libertà limitata proprio nella forzatura del suo godimento. Ma la sessualità è per Tinto una gioia di vivere, una bellezza umana, illuminante, che si esprime per colori accesi e con un taglio in cui vengono riposte tutte le conoscenze, apprese in anni di esperienza. È un erotismo di qualità, sperimentale nella resa visiva, che proprio perché realizzato con tecnica e criterio si scontra con quella percezione italiana, che vede nel corpo sempre e comunque un elemento basso: non può esservi applicato il sublime se non per via indiretta, pena un riconoscimento di volgarità o, peggio, perversione.
I miei film erotici non sono una diminutio rispetto ai film più politici: sono la continuazione, per me più onesta, dello stesso discorso.
Saper parlare, descrivere e vedere l’erotismo è in fondo simbolo di un’onestà verso se stessi, di accettazione della nostra condizione naturale di corpi; di esseri umani liberi nella carne e nei sentimenti, la cui libertà finisce al cospetto di quella dell’altro. È una forma di rispetto più grande della repressione e dell’imposizione, sociale e religiosa; di quella censura di noi e degli altri, simbolo di una paura oscurantista del vivere. Tinto Brass ce lo insegna.
Gabriele Di Donfrancesco

Un “Intruso” ambiguo e familiare al DOIT Festival

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Ognuno di noi ha un aspetto di perversione; questa sembra volerci dire “L’Intruso” spettacolo scritto ed interpretato da Davide Tassi con la regia di Francesca Rizzi per il Doit Festival al Teatro Planet di Roma

Un personaggio strano ed ambiguo, complesso, indecifrabile, ma così assolutamente moderno. Questo è “L’Intruso” di e con Davide Tassi e la regia di Francesca Rizzi, portato in scena durante il Doit Festival al Teatro Planet il 31 marzo ed il 1° aprile con dibattito condotto da Enrico Ferdinandi de La Platea.
Teatro Planet
© Emanuela Bauco

Una scenografia semplice, con una luce ed una sedia, e un personaggio particolare. Tutta la vita l’ha passata studiando gli altri, con manie voyeuristiche. Egli rappresenta quel lato oscuro che è dentro ognuno di noi, cioè quel desiderio che tante volte abbiamo di sentirci superiori a chiunque altro.
Tutti noi tante volte studiamo e scrutiamo gli altri solo per scovarne i difetti, per poter essere accettati da questo mondo che spesso ci considera come nullità, anime sospese nel vuoto. Il personaggio interpretato da Davide Tassi si vede come una sorta di eroe maledetto, un personaggio solo che tenta di combattere per un’impresa folle. Egli si sente umiliato dappertutto: a casa, a lavoro, nei rapporti umani, come capita spesso a ciascuno di noi, quando diamo la colpa agli altri mentre in realtà non capiamo che il mostro ce l’abbiamo dentro. Egli è pronto a colpirci in qualunque occasione se non siamo consci della sua pericolosità. I nostri mostri sono le nostre paure, il nostro ego smisurato, la nostra incapacità di sentirci parte di un gruppo, di una società; in poche parole di comprendere gli altri, ma perché non siamo capaci di capire per primi noi stessi.
Ma se non siamo capaci di fare ciò la nostra rabbia esploderà ed il danno sarà incalcolabile, come i quadri che si rompono cadendo. Infatti essi, per usare una citazione del grande Baricco, “stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi“.
Ed ecco infatti che il nostro personaggio riesce a farsi invitare a cena dall’odiato e ricco vicino, ma la sua rabbia esploderà di nuovo, in maniera assolutamente tragica, anche se con un finale che sembra aperto. 
Testimone di tutto ciò è una sedia, che quasi diventa complice del protagonista in tutte le sue vicende.
Si tratta di uno spettacolo che fa riflettere sulle nostre vite moderne, tese sempre di più verso una società che punta più sull’io che sul noi. Spesso, chiusi nella nostra mediocrità, pensiamo che il mondo ci consideri come il suggeritore nascosto dietro le quinte mentre gli altri sono gli attori che prendono gli applausi. Davide ci vuole dire che non è così. Siamo tutti uguali, ma solo se riusciamo a capitare che siamo, volente o nolente, sempre parte di un gruppo.
È uno spettacolo che fa riflettere sulle nostre vite, tanto da arrivare a pensare di non voler stare mai seduto su quella sedia, non voler mai arrivare a tanto, ma che cosa intenda con “tanto”, cari amici lettori, lasciate che sia un segreto, un mio solo segreto!!
Marco Rossi
@marco_rossi88

Cosa c’entra la birra con l’ecosostenibilità?

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Si parla molto di recente dell’ecosostenibilità dell’alimentazione e dell’enologia, ma anche il settore birrario sta iniziando a penetrare questa tematica con un importante successo tra gli appassionati. 

La birra è un prodotto molto apprezzato da ogni fascia di età e l’attenzione cade sempre di più anche in questo caso verso proposte rispettose dell’ambiente in ogni sua sfaccettatura.
La produzione della birra si basa su ingredienti naturali come l’acqua, il luppolo, il malto, l’orzo e altri cereali. La scelta di produrre con un impatto ambientale ridotto passa dalla preferenza per prodotti locali, a chilometro zero, coltivati secondo un metodo biologico, senza l’uso di sostanze chimiche per lo meno per alcune linee di prodotto. La filiera agricola ecosostenibile è una realtà possibile e molto interessante da sviluppare in questo Paese.
L’acqua è un bene prezioso per la produzione della birra, ma anche per l’ambiente stesso. Assieme all’energia l’acqua va risparmiata e utilizzata con attenzione garantendo una corretta manutenzione degli impianti così da evitare gli sprechi. L’ottimizzazione degli impianti energetici a basso consumo sono un primo fondamentale passo per l’ecosostenibilità del settore birrario.
Un altro metodo interessante di ultima generazione permette il recupero dell’anidride carbonica che viene prodotta dalla fermentazione della birra per un secondo impiego come per esempio la produzione di altre bibite di tipo gassato.

Dal punto di vista del packaging la birra viene generalmente venduta in bottiglie di vetro e lattine, materiali riciclabili e l’innovazione in questo senso arriva con la scelta di alcune ditte di sostituire i fusti in acciaio con fusti in plastica riciclabile. Alcune fabbriche di birra, come l’americana Migration Beer, scelgono anche di distribuire la propria creazione solamente all’interno di un ristretto raggio di chilometri così da non impattare sull’ambiente un eccessivo carico di CO2 per il trasporto. Gli scarti di produzione della birra possono essere reimpiegati grazie ad una scoperta tecnologica portoghese che li trasforma in mattoni ecosostenibili che offrono risparmio energetico e ridotta dispersione di calore rispetto al mattone in argilla tradizionale. Anche la spillatura della birra può prevedere un sistema di riduzione dell’impatto ambientale. Carlsberg per esempio ha messo a punto il Sistema Draughtmaster che permette la spillatura senza impiego di anidride carbonica.

Non è solo una questione di tendenza, l’ecosostenibilità e il rispetto per l’ambiente sono tematiche calde che permettono anche di sviluppare l’economia territoriale, ma quel che forse è più importante offrono in fatto di birre un gusto unico, personale e raffinato dal sapore antico che fa riscoprire il meglio della tradizione. 

Al Teatro Vascello debuttano Gli Innamorati di Goldoni

Dal 7 al 17 aprile 2016 (dal martedì al sabato h 21 domenica h 18) arrivano al Teatro Vascello GLI INNAMORATI di Carlo Goldoni, per la regia Andrée Ruth Shammah con Marina Rocco, Matteo De Blasio,Roberto Laureri, Elena Lietti, Alberto Mancioppi, Silvia Giulia Mendola, Umberto Petranca, Andrea Soffiantini, scene e costumi Gian Maurizio Fercioni, luci Gigi Saccomandi, musiche Michele Tadini, produzione Teatro Franco Parenti.

Dopo uno straordinario successo di pubblico e critica, va in scena al teatro Vascello di Roma dal 7 al 17 aprile Gli Innamorati di Carlo Goldoni regia di Andrée Ruth Shammah, che, con sapiente equilibrio, è riuscita a far convivere “una regia classica” con lo spirito contemporaneo, visto che gli innamorati di ieri non sono diversi da quelli di oggi, essendo uguali le gelosie, le ansie, le paure, perché nulla possa opporsi al loro sentimento. Sul palcoscenico, la regista scatena una vibrante tensione che coinvolge e attraversa tutti i personaggi, ne investiga i tormenti, ne scruta le verità, i sospetti, il clima psicologico, utilizzando una leggerezza assoluta, puntando sulla finzione dichiarata, oltre che sul meta teatro.
Lo spettatore si trova dinanzi al vorticoso gioco dell’amore, ai suoi capricci, alle sue interferenze e impertinenze, partecipa al ritmo indiavolato dei due innamorati che non smettono un attimo di litigare, assaporano l’incostanza del sentimento d’amore che la Shammah coglie con allegria, svelandone il mistero attraverso un dinamismo inusitato, dove la parola rincorre il gesto e viceversa, mentre lo spirito drammatico incontra lo spirito allegro, tipico del gioco del “teatro nel teatro”, con gli attori che entrano ed escono dal loro ruolo, su un palcoscenico nudo, dove ogni azione si consuma a vista.
Andrée Ruth Shammah riprende il suo percorso di ricerca su Goldoni – dopo “La Locandiera” e “Sior Todero Brontolon” – con “Gli Innamorati”: inesorabile macchina teatrale adatta alla nuova compagnia del Teatro Franco Parenti, reduce dal successo del “Don Giovanni” di Filippo Timi.
Nella messa in scena de Gli Innamorati, con un cast nutrito di bravissimi attori e con Marina Rocco nei panni di Eugenia, la regia della Shammah affronta con gioco e allegria il testo velenoso di Goldoni che crea un clima psicologico ondivago, perché le persone più che l’amore, sono agitate da timore, vanità, sospetto, e tormento.

Andrée Ruth Shammah è oggi una delle figure di spicco del mondo culturale e teatrale italiano con il riconoscimento di Commendatore della Repubblica Italiana per il suo impegno per la cultura.
La sua storia artistica nasce al Piccolo Teatro di Milano con Giorgio Strehler e Paolo Grassi, ma si concretizza con l’apertura del Salone Pier Lombardo, oggi Teatro Franco Parenti – fondato nel 1973 insieme ad altri artisti ed intellettuali come Franco Parenti, Giovanni Testori, Dante Isella e Gian Maurizio Fercioni –
Dal 1989 Andrée Ruth Shammah dirige il Teatro Franco Parenti, con un lavoro costantemente attento a salvaguardare il livello qualitativo e la coerenza culturale che sta alle origini della nascita del Teatro.
Un centinaio in oltre quarant’anni le regie firmate tra quelle teatrali, liriche e televisive. Dopo aver esordito dirigendo, giovanissima, la Trilogia Ambleto / Macbetto / Edipus di Giovanni Testori, il lavoro sulla drammaturgia testoriana è proseguito con altri spettacoli importanti come I promessi sposi alla prova, L’Arialda , La Maria Brasca, fino al suo ultimo lavoro
Una Casa di Bambola di Henrik Ibsen con Marina Rocco nel ruolo di Nora e Filippo Timi in quello di tutti e tre i personaggi maschili dell’opera.

La danza di Benedetta Capanna: Roma, il presente, l’origine

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Benedetta Capanna dà il via ad “Aprile in danza”, rassegna organizzata al Teatro Palladium dall’Università di Roma Tre.

Si è aperta sabato scorso la nuova rassegna del Teatro Palladium dedicata alla danza contemporanea. Il teatro dell’Università di Roma Tre ha voluto aprire un nuovo spazio nella città alla ricerca coreografica nazionale, invitando artisti emergenti o già affermati a rappresentare ciò che sta accadendo nel panorama della giovane danza italiana. E’ con questo spirito che prende vita Aprile in danza.
La prima serata è stata dedicata interamente a Benedetta Capanna, danzatrice e coreografa internazionale che accosta la sua attività in Italia con quella negli Stati Uniti e in Giappone. Per il pubblico del Palladium Capanna ha riunito tre suoi lavori, molto diversi sotto vari aspetti, all’interno del tema Il tempo del ritorno: Danze rotte: nella bolla di Pasolini è un ritorno alla propria città, Roma, Epiphany of retourning un ritorno al presente, Apah un ritorno alle origini.
Danze rotte: nella bolla di Pasolini è un solo della coreografa che prende le sembianze di un’ininterrotta passeggiata tra le vie di Roma, un’immersione nella sua straordinaria quotidianità, nel sentimento, profondamente romano di stasi, di perdita della processualità del tempo, in bilico tra la voglia di abbandonarla e di lasciarsi sovrastare da essa. E’ la Roma “croce e delizia” di ogni suo abitante, la Roma che soffre e fa soffrire, quella Roma che è, tra tutta la bellezza che il tempo le ha donato, fatica. Ma quella che scorre sul palco, tra i paesaggi in video, le voci e le musiche, i gesti della danzatrice, tra passi pesanti e silenziosi scivolamenti, è prima di tutto una Roma fatta delle parole di Pier Paolo Pasolini e delle vie percorse nei film in bianco e nero; chiudo gli occhi e nella testa compare l’immagine di Anna Magnani. Quello con Pasolini non è un rapporto di referenza, bensì di dialogo continuo, di immersione nel senso profondo dei suoi scritti, citati dall’inizio alla fine della performance.
Una luce calda, forse afosa, riempie la scena per la quasi totale durata del lavoro. Improvvisamente l’opposto: l’ambiente si riempie di una luce bianca, il caotico chiacchiericcio diventa musica e dalle strette viette romane si materializza il sublime splendore dei marmi bianchi.
La città c’è, è ben rappresentata e chi la vive quotidianamente sa ritrovarla, ma invece di perdersi nelle sue contraddizioni sembra dissolversi in gesti e sequenze reiterate che lentamente tendono ad astrarsi.
Epiphany of retourning, film vincitore di Pool 15 International Dance Film Festival di Berlino e del DMJ International VideoDance Festival2015, del SAITAMA ARTS THEATER di Tokyo, è un film-assolo di danza sullo stupore del ritorno. In esso, a differenza di quanto il titolo possa far pensare, non è il tempo a dominare il senso del lavoro, bensì l’assoluta presenza di un istante, il percepirsi, percorrere il proprio corpo per confermare quello specifico e autentico hic et nunc.
Chiude la serata Apah, coreografia per tre danzatori (Benedetta Capanna, Maria Elena Curzi, Giordano Novielli). Apah in sanscrito sono le acque, sia terrene che celesti, elemento purificante e vivificatore che in quasi tutte le tradizioni simboleggia un ritorno alle origini. L’originario che ci si trova ad osservare ha la forma stessa dell’acqua, non è uno stato primitivo legato alla terra, ma fluttua in una dimensione intermedia che sfiora il pavimento e l’aria con la stessa qualità cinetica. Il rapporto con l’altro, così come con lo spazio in cui i danzatori sono immersi, è caratterizzato da un ascolto reciproco intenso e amplificato dai corpi; eccolo il reale elemento primario a cui aspirare.
Il trio è un lavoro compiuto seppur senza particolari picchi di intensità, che non riesce a costruire il percorso catartico che invece sembra essere ricercato, ma che sa costruire un momento di reale ricerca dell’autentico.
Prossimo appuntamento al Palladium giovedì 7 aprile con la coreografa Cristina Pitrelli e il suo The Vanity Monsters, con la speranza che Aprile in danza possa proseguire nel migliore dei modi, forte della voglia di chi lo propone di renderlo un appuntamento annuale fisso, di farlo crescere e dar sempre più voce a un linguaggio che fa ancora fatica a farsi sentire.
Chiara Mattei

Crema di nocciole homemade, una sana alternativa alla Nutella

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La Nutella è l’ottavo peccato capitale, si sa: buona sul pane, ancora più goduriosa se mangiata cucchiaio dopo cucchiaio. Ci si ingrassa solo ad annusarla. E una volta aperto il barattolo… è difficile fermarsi fino a quando si comincia a intravedere il fondo.

Viene quasi il sospetto che crei dipendenza, che la Nutella sia un po’ la nostra droga, specie dopo una giornata particolarmente difficile. Perché di una cosa sola si è certi, a questo mondo: che la Nutella crea dipendenza. Senza se e senza ma. Quante volte ce lo siamo detto?
Bè, non è una considerazione del tutto errata. La famosissima crema di nocciole, infatti, che tanta importanza ha avuto (e continua ad avere) nella nostra vita, non si distingue certo per una lista di ingredienti di primissima scelta. Tanto per cominciare, lo zucchero raffinato. Poi l’olio vegetale di palma, di cui è tanto discusso e tanto si continua a discutere. Della nocciole c’è solo il 13% e il cacao ha una percentuale bassina, solo il 7,4%. E via dicendo. 
Ora, quando detto non vuole essere certo una crociata anti Nutella, e ci mancherebbe. 
Però permettetemi di dire che di alternative più sane ce ne sono in abbondanza. Ancora meglio: è possibile prepararsele da sole, in casa, in pochissimo tempo e con una soddisfazione per cuore e palato che non vi dico. 
Quella di cui vi parlerò oggi, ad esempio, è una deliziosa crema alle nocciole la cui bontà ho potuto testare in prima persona.
La ricetta non è mia, però. Me l’ha passata, con mia eterna gratitudine la mia migliore amica, Anna, e dal momento che il peccato è bello solo se condiviso, ecco di seguito la ricetta. 
(Sì, lo so: sono perfida a postare una delizia così calorica, a ridosso dell’estate. E sappiate pure che, al pari della Nutella, crea dipendenza. Siete avvisati!)
Ingredienti:
  • 200 grammi di nocciole tostate (potete tostarle voi, oppure comprarle già tostate; nel caso le tostiate voi, in forno, ricordatevi di metterle subito in un panno e sfregarle fra di loro per mondarle dalle pellicine). 
  • 75 grammi di cacao amaro.
  • 1/2 bicchiere di miele (io vi consiglio quello di Acacia).
  • 1/2 bicchiere di latte di soia (o di acqua).
N.B: la versione vegana della crema di nocciole, prevede al posto del miele lo sciroppo di acero o di agave. In questo caso, però, diminuire la dose del latte di soia o di acqua (1/4 bicchiere invece di 1/2). 
Procedimento:
Per prima cosa frullate le nocciole per almeno dieci minuti in un robot da cucina con lame belle robuste. Dieci minuti sono indicativi, dovete far andare le nocciole finché non diventano una cremina: devono cioè rilasciare l’olio che contengono. 
Una volta raggiunta questa consistenza, aggiungete il miele (o lo sciroppo di agave o di acero), il latte e, per ultimo, il cacao. Continuate a far andare il tutto finché non si amalgamano bene gli ingredienti. Una volta fatto, potete assaggiare la vostra deliziosa crema di nocciole e valutarne la dolcezza e/o la consistenza. Nel primo caso, se non vi soddisfa, potete aggiungere più miele o sciroppo vegetale. Nel secondo caso, se troppo lenta aggiungete il cacao, se troppo densa un pochino di latte o di acqua. 
Crema di nocciole fatta in casa: la versione vegan prevede al posto del miele lo sciroppo d’agave o d’acero
Come avete visto, ci vuole davvero pochissimo. E il risultato è strepitoso!
Provare per credere 🙂

Aspetto vostri feedback!

Intanto buona colazione, merenda, peccato serale o dolce consolazione dopo una giornata particolarmente difficile!

Chiara Amati

Quella amara “Scuola” con Silvio Orlando al Teatro Quirino

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Il Teatro Quirino porta in scena un testo che fu la trama di un grande successo cinematografico, “La Scuola” di Domenico Starnone, con un gruppo di attori capitanati da un Silvio Orlando in grande forma. Il testo mette in luce con simpatia ed ironia i caratteri soprattutto meschini ed arroganti che fanno parte dell’istituzione scolastica.

Una palestra dismessa, coperta da impalcature, viene usata come aula professori, visto che una parte della scuola è inagibile a causa di alcune perdite dal soffitto. Qui alcuni professori si riuniscono per gli scrutini della classe IV D. Da questo semplice spunto parte la storia de “La Scuola” in scena al Teatro Quirino fino a domenica 10 aprile.
Teatro Quirino
Tratto da Sottobanco di Domenico Starnone e già oggetto di una famosa trasposizione filmica del 1995 sempre con Silvio Orlando, il testo mette in luce il cinismo che imperversa nell’ambiente scolastico. Tutti i professori si ritrovano dopo una gita scolastica a Verona. Il Prof. Cozzolino (Silvio Orlando, bravissimo nonostante una lieve zoppia a causa di un incidente durante le prove) e la Prof.ssa Baccalauro (Marina Massironi) sono stati accusati di essersi allontanati insieme durante il viaggio. Intorno a loro si sviluppa un mondo di ambiguità e viscidume, rappresentato da alcuni professori: il Prof. Cirrotta (Antonio Petrocelli), che pensa solo alla sua azienda, e l’altrettanto irritante per i suoi modi altezzosi Prof.ssa Alinovi (Maria Laura Rondanini) che ha scritto la relazione che incolpa i suoi due colleghi, l’ambiguo Prof. Mattozzi (Vittorio Ciorcalo) ed il nostalgico e razzista Prof. Mortillaro (Roberto Nobile).  Su di tutti vegliano un preside (Roberto Citran) che in tanti punti lascia trasparire la sua totale ignoranza, e le ceneri della Prof.ssa Serino, cinicamente conservate nel suo armadietto.

In questa miscela esplosiva di caratteri e personalità vediamo un mondo pieno di conflitti, una difficoltà di intessere rapporti sociali rappresentata con ironia e divertimento. L’abilità del testo e della recitazione sta nel saper trasportare questi conflitti anche al di fuori della vita scolastica. Essi non sono semplicemente professori, ma persone con varie personalità, differenti modi di pensare e di guardare alla vita. Pensiamo alla Prof.ssa Alinovi che per tutta la durata della giornata degli scrutini dice di volersi sbrigare perché ha una cena “con il Presidente della Fondazione Simone Martini!“, ed al Prof. Cozzolino, che condisce ogni situazione, anche la più drammatica, con un sorriso, con una battuta. Essi riversano le loro personalità sul giudizio che devono emettere sui loro due colleghi, che si amano e si ameranno, e sui loro alunni, primo fra tutti il famigerato Cardini, pluriripetente che usa fare l’imitazione di una mosca, ma anche ragazzo dai problemi familiari e comportamentali. Il Prof. Cozzolino lo considera un artista mentre altri lo vorrebbero bocciare, Egli sarà respinto, con un fondo d’amarezza per Cozzolino e la Baccalauro.
Quello che questo testo ci vuole trasmettere è l’aspetto umano della scuola. Spesso si tendono solo a sottolineare gli aspetti negativi di tale istituzione, scordandosi dell’importanza fondamentale che ha ma soprattutto che, fondamentalmente, è fatta di persone, di essere umani, che vivono, amano, soffrono e sbagliano.
Ecco perché questo testo diverte, coinvolge ma, soprattutto, piace!
Marco Rossi

Torna il Premio H.C. Andersen, il concorso per fiabe inedite

Finalmente svelato il nome del testimonial dell’edizione 2016 della 49ª edizione del Premio H.C. Andersen-Baia delle Favole, lo storico concorso letterario per la fiaba inedita.

È Neri Marcorè, artista eclettico, capace di coniugare e riassumere mondi assai diversi fra loro: imitatore elegante, attore e autore satirico e talvolta drammatico, ma anche cantante, conduttore televisivo e radiofonico, narratore, capace di affabulare qualsiasi platea con il suo talento. Sarà proprio Marcorè a consegnare il premio al vincitore del Premio H.C. Andersen, il concorso per fiabe inedite, nella mattina di sabato 11 giugno 2016, uno dei momenti clou dell’Andersen Festival, alla sua diciannovesima edizione e in programma da mercoledì 8 a domenica 12 giugno 2016 nel bellissimo borgo storico di Sestri Levante in provincia di Genova.
E per tutti gli appassionati di scrittura due buone notizie. Il bando per inviare le favole è stato prorogato: sarà infatti possibile inviare le favole fino al 30 aprile e sempre con il nuovo meccanismo davvero facile: la prima favola inviata pagherà il contributo di lettura previsto – € 20 – per intero. Ma se vuoi mandare una seconda favola pagherai metà del contributo, ovvero € 10, e per la terza, e dalla terza in poi, sempre € 5. Scarica il bando dal sito: www.andersenpremio.it
E poi, per tutti coloro che amano giocare con le favole e che sono appassionati di enigmistica sarà possibile giocare a: Indovina la favola. A partire da giovedì 31 marzo, per ogni settimana, fino alla settimana che precede l’inizio di Andersen Festival, sul Il Secolo XIX sarà pubblicato un indovinello riferito a una favola della tradizione. I 10 indovinelli, creati appositamente per questo gioco da Officina Letteraria di Emilia Marasco, attraverso precisi indizi sparsi fra le rime forniranno al lettore attento la via per risalire alla favola nascosta. Basterà inviare la soluzione all’indirizzo e-mail indovinalafavola@andersenpremio.it (farà fede l’ordine di arrivo) e attendere la settimana successiva, quando, insieme al nuovo indovinello, sul Secolo XIX sarà pubblicata la soluzione e il nome del vincitore. Per il primo solutore di ogni settimana è infatti previsto un premio, ovvero una giornata da favola ad Andersen Festival! Il vincitore potrà passare una giornata a sua scelta tra l’8 e il 12 giugno nel cuore del Festival ospite dello staff che lo rende possibile – direttore artistico, ufficio stampa, organizzatori e tecnici – per scoprire e partecipare al “dietro del quinte” della manifestazione: i montaggi delle scene, l’arrivo e la sistemazione degli artisti, i momenti “pubblici”, ovvero le riprese televisive e le interviste giornalistiche ai grandi protagonisti del Festival. Condividerà con lo staff i momenti comuni, dalla mensa all’allestimento degli spettacoli e dei concerti, e potrà essere spettatore privilegiato degli spettacoli in programma. Il primo concorrente che indovinerà tutti i titoli di tutte le favole potrà condividere tutte le giornate del Festival con lo staff “anderseniano”, compresi pasti e pernottamenti nel magnifico scenario di Sestri Levante.
La grande kermesse internazionale di spettacolo per luoghi pubblici che ha avuto l’Alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica ed è stata insignita della Targa d’argento è curata sin dagli esordi da Artificio 23, con la direzione artistica di Leonardo Pischedda. Il Festival, con una media di 75.000 presenze per edizione, ha collezionato nell’arco di 18 anni non meno di 1.000.000 di spettatori, con 1.800 appuntamenti realizzati da 750 compagnie e da 2.200 artisti, il tutto dando lavoro a 1.100 tra tecnici, organizzatori, collaboratori. E così nel 2016 Sestri Levante si prepara a essere nuovamente e allegramente invasa da artisti e compagnie, da festosi cortei di bambini, con tanti appuntamenti: spettacoli, performance, incontri, arte e musica nella splendida cornice della Baia del Silenzio – con il palco sull’acqua – e in altri punti della città il cui fascino è ingrediente fondamentale di un successo che cresce di edizione in edizione.

Millennials contro Boomers. E tu chi sei?

Di chi è la colpa del presente?

Questi sono i mesi, e in futuro gli anni, in cui la generazione corrente prende coscienza teorica e pratica delle sue differenze con la passata, mettendone a processo le intenzioni e le azioni. Il primo ad occuparsene seriamente è stato il The Guardian (“Trials of generation y per chi fosse interessato al portale di indagini statistiche), esaminando le prospettive generazionali dei Millennials. Il discorso è ormai imperante.

#Selfie: sono davvero due mondi a confronto?

Millennials. A questo nome fa capo una vasta fetta di nati tra gli anni Ottanta e gli inizi del Duemila; il titolo di Boomers va invece ai figli del boom economico e demografico, venuti al mondo tra gli anni quaranta e sessanta; i destinatari, per intenderci, delle accuse dei “nuovi arrivati”. La principale motivazione alla base del dibattito risiede nelle peggiorate condizioni economiche della società, bersaglianti quelle fasce di popolazione più giovani: dai costi per l’istruzione, come i debiti universitari per gli studenti americani, a quelli abitativi; dalla disoccupazione all’irrigidimento della mobilità sociale. Potrebbero essere chiamati i conti della serva di chi cerca oggi di inserirsi nel mondo del lavoro e sente le proprie possibilità paradossalmente ridotte rispetto a quelle dei genitori. Il divario generazionale non è tanto nell’uso delle tecnologie, come spesso si è erroneamente pensato; sta piuttosto in una questione di presunta non-azione dei Boomers, che avrebbe influito negativamente sul presente.

Guatemala
Città del Guatemala, vista sul palazzo del turismo. (Copyright dell’autore)

Si guarda al novecento come al secolo delle grandi trasformazioni e delle lotte per i diritti. Lo si inizia a studiare, però, anche come epoca delle promesse disattese, delle rivoluzioni mancate e dei cambiamenti intrapresi e abbandonati prima di giungere al termine. Come se lo spirito dominante fosse stato un accendersi rapido che poi si spegne, si aggrega di nuovo alle forme della massa e lì si confonde. Finito l’interesse particolare, insomma, ciascuno ha cercato di vivere da ricco, dimenticando i buoni propositi. Per fare un esempio a noi vicino, i grandi comunisti di allora seppero solo trasformarsi nei radical chic milionari di oggi, con i loro costosi appartamenti a Trastevere. Ecco la prima grande recriminatoria contro i padri: il loro rapido rientrare nelle file del sistema, che di conseguenza non è mai cambiato e torna oggi a tormentare i figli. Sono accuse di trasformismo, di mancato cambiamento, di indifferenza, egoismo particolare e cecità, se non ottusità, che insorgono velenose di fronte alla critica che la generazione passata rivolge alla presente, impegnata a sua volta nello sforzo di ampliare le libertà, dalla sessualità al pensiero, dall’opportunità all’ambiente.

Allo stesso modo, si accusa la generazione del boom economico di aver ceduto al consumismo come al Santo Graal della nuova epoca di ricchezza, vivendo come se non ci fosse un domani. Le cupe distopie che incombevano sul futuro furono bonariamente bollate come troppo lontane, troppo esagerate, troppo inevitabili per farsene cruccio. Superficiali col futuro, non si è mai chiuso nemmeno col passato, usandolo spesso come giustificazione dei comportamenti presenti – un topos storico -, supportando costantemente la reazione ogniqualvolta fosse necessario far fronte al nuovo incombente. Una scorciatoia da talpe, che da un lato ha favorito un quieto assenso al liberismo economico più sfrenato; dall’altra, una volta bruciate le dita col fuoco della crisi, ha scomodato dalla tomba i cadaveri del nazionalismo e del particolarismo locale. Così gli incubi e le sfide del tempo, dall’emergenza umanitaria dei migranti al cambiamento climatico, infuriano ora sulle spalle dei Millennials. Erano state previste con largo anticipo e alla generazione precedente spettava il compito di scongiurarle. Cosa è stato fatto? Questa è la domanda comune.

New York
New York, incrocio tra la cinquantaduesima e la sesta; uffici delle reti televisive e altre multinazionali. (Copyright dell’autore)

Non bisogna però dimenticare che le figure di spicco a cui le generazioni contemporanee fanno riferimento appartengono alle passate; non si boccia il passato in toto e spesso se ne gusta la cultura; gli ideali dei Boomers giovani sono migrati nei figli. Si commenta tuttavia il mancato raggiungimento delle trasformazioni promesse.
Un secondo punto critico riguarda la definizione stessa di Millennials e di Boomers; molto vaga, specie per quel che riguarda la determinazione cronologica. La data anagrafica divide i due gruppi dal punto di vista economico, caratterizzando le nuove generazioni come quelle più deboli e con meno prospettive. Spesso comunque il discrimine resta una sorta di romantica tendenza di spirito.
Anche i figli di papà sono Millennials? Quelli che possono permettersi università costose senza battere ciglio e aspirano a diventare eredi dell’establishment? Ognuno può rispondere come crede. Così, non tutti i nati delle generazioni precedenti possono essere definiti Boomers e non tutti possono essere portati alla sbarra per il processo.
Andrebbe posta la domanda più inquietante di tutte: i Millennials si sono sottratti al rischio di ripetere il comportamento dei padri? Forse è la percezione storica ad essere sbagliata; nessuna battaglia dei contemporanei sarebbe stata possibile, senza che qualcuno prima non ne avesse, volente o nolente, preparato il campo.
Gabriele Di Donfrancesco

Batman v Superman: Dawn of Justice

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Dopo aver incassato più di 420 milioni in tre giorni di programmazione, si può parlare di missione compiuta per Zack Snyder e il suo Batman v Superman: la risposta di DC Comics a Marvel è nella seconda parte del film, non a caso intitolato anche “Dawn of Justice”, in cui si introduce un universo cinematografico di personaggi da contrapporre a quello già affermato degli Avengers.
Le sequenze iniziali raccontano la genesi del personaggio Batman, e risulteranno familiari per tutti i fan dell’uomo pipistrello. In seguito però il tono del film non sarà più didascalico, e le vicende si susseguiranno velocemente senza lasciare spazio a spiegazioni per il pubblico dei non appassionati.
La contrapposizione tra Batman e Superman è quella tra umano e divino. L’immedesimazione del pubblico con Batman è favorita anche dal peso maggiore dedicato alle vicende di un personaggio vulnerabile e invecchiato (Ben Affleck è il Batman più vecchio mai visto al cinema e si difende bene, pur non avendo il fascino del Cavaliere Oscuro di Bale). Al giustiziere di Gotham viene contrapposto Superman, che diventa il protagonista di un dibattito filosofico e politico sull’accettabilità morale dei suoi poteri e delle sue azioni, in cui si inserisce un giovane Lex Luthor (interpretato da Jesse Eisenberg): lo storico nemico dell’alieno di Krypton cospira per proteggere l’umanità dai metaumani (tematica già ampiamente sviluppata nella saga degli X-Men).
Questo gruppo di personaggi, complessi e ben delineati, viene arricchito dall’arrivo di Wonder Woman: accompagnata da un tambureggiante leitmotiv musicale, Gal Gadot dà vita a un personaggio carismatico che non ha nulla da invidiare ai supereroi maschili a cui ruba la scena.
I combattimenti e le scene di azione sono giustamente esagerati e avvincenti, e non ci si poteva aspettare di meno dal regista di 300. Per i fan dei supereroi, giovani e meno giovani, si preannuncia un’età dell’oro cinematografica (e non solo), in cui questo appassionante e divertente Batman v Superman ha già riscosso l’approvazione del pubblico.

Daniel Peiser

“Come il cielo di Belfast”: amore e morte in un romanzo per tutti

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La storia inizia catapultando subito il lettore praticamente alla fine della storia stessa. 

Siamo nel 1994 a Belfast, città per molti aspetti definibile come “di frontiera”: tra la folla in festa passeggia Gaia, una giovane ragazza italiana; di lei non si sa nulla, soltanto che, sconvolta, sembra aspettare una catastrofe da un momento all’altro. Chiude gli occhi e spera. 
Così la scrittrice, Elena Magnani, dà inizio alla storia di questa giovane donna, vissuta in uno dei periodi forse più importanti dell’Irlanda del Nord. 
Gaia si trova lì perché raggiunge il suo migliore amico Luca, che a sua volta si trova a Belfast per il suo matrimonio. Fino a poco prima di scendere dall’aereo la protagonista sembra sapere poco della reale situazione, ma le basta vedere e provare sulla propria pelle i molti controlli e posti blocco presenti per le strade per cominciare a percepire l’aria che si respira tra quelle casette bianche con i davanzali e le finestre con le tendine fatte ad uncinetto. 
Nel giro di pochi giorni Gaia vive e prova emozioni forti e contrastanti: la giovane protagonista si innamora ed ha paura, è felice e piange, incontra persone dal carattere difficile, e si ritrova a vivere situazioni che forse poche persone affrontano nella propria vita. Il tutto condensato in pochissimo tempo.
Il romanzo tratta tematiche storiche, politiche e sociali intrecciando il tutto con il racconto di una storia d’amore tra una giovane Giulietta, forse più ingenua della protagonista della tragedia di Shakespeare, e il suo impavido Romeo, che nasconde, come nel più classico dei romanzi rosa, un lato misterioso. Nel libro ritroviamo situazioni difficili che si risolvono davvero molto facilmente: gelosia, paura, libertà, amore sono raccontati e tirati in ballo per poi dissolversi in un attimo. I protagonisti si scontrano e si dichiarano odio per poi chiarire tutto con un sorriso: scorrendo le pagine del libro la sensazione che si ha è quella di avere a che fare con due tipologie di lettura diverse, una molto vicina ad una cronaca di fatti, eventi e situazioni storiche, e l’altra molto più leggera, adatta ad un pubblico sognante, in cui si racconta un amore quasi adolescenziale, anche se i protagonisti hanno un’età che va ben oltre gli anni del liceo.
La scrittrice ha saputo raccontare una pagina della storia europea molto più recente e attuale di quanto si possa immaginare e allo stesso tempo ha la possibilità di coinvolgere nella lettura anche i giovanissimi con una storia d’amore e una protagonista in cui potrebbe essere facile immedesimarsi per chi ama il genere: una ragazza dalla vita non facile che parla di sé come una donna forte e indipendente, da sempre immune all’amore e ai legami, e che nel giro di pochi giorni è disposta a mandare all’aria tutta la sua vita per seguire un ragazzo di cui conosce veramente poco. Difficile non pensare ad una associazione con il fenomeno Twilight, dove una giovane bellissima si innamora e stravolge la propria vita per un ragazzo misterioso. 
Ecco che i due protagonisti di “Come il cielo di Belfast” ricreano in qualche modo questa situazione, mentre accanto e intorno a loro altri personaggi si avvicendano con altrettante storie di vite vissute in un periodo e in una città dove trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato poteva fare la differenza tra vivere o morire. 
Parallela alla storia di Gaia, viene raccontata quella di due amici, legati da un destino distruttivo ma forte, una storia che, seppur apparentemente di contorno a quella principale, si rivela più potente e reale ponendo l’accento sulla netta contrapposizione tra il punto di vista dei protestanti e quello dei cattolici, trasmesso grazie ai protagonisti vicini a Gaia. 
Insomma “Come il cielo di Belfast” è un libro che può piacere o meno proprio perché tratta tematiche e storie molto diverse; gli va senz’altro riconosciuto il merito di aver riportato l’attenzione su argomenti che forse molti di noi non conoscono veramente.
Rosalinda Amodio

L’indiavolato “Benvenuto Cellini” di Berlioz all’Opera di Roma

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Il Benvenuto Cellini di Hector Berlioz, un’opera estremamente complessa ma allo stesso tempo trascinante, torna in pompa magna all’Opera di Roma con una strabiliante regia di Terry Gilliam e l’effervescente direzione di Roberto Abbado.

Dopo un breve periodo di pausa, eccomi di nuovo qui a parlarvi di uno spettacolo particolare. Il Benvenuto Cellini di Hector Berlioz è sicuramente un’opera particolare. La prima nel 1838 fu una vera e propria catastrofe. Lo stesso autore disse: “Si tributò all’ouverture un successo esagerato e si fischiò tutto il resto con un accordo e un’energia ammirevoli“. In effetti solo l’ouverture è entrata in repertorio, mentre l’opera intera è di rarissima esecuzione. La prima di quest’opera allOpera di Roma andò in scena solo nel 1995 con la regia di Gigi Proietti, e da allora più niente fino a questa interessante e travolgente edizione con la regia di Terry Gilliam, ex componente dei Monty Phyton e regista di kolossal come L’esercito delle 12 scimmie e Le avventure del Barone di Münchausen.

Opera di Roma

© Richard Hubert Smith (foto della messinscena alla English National Opera)
Lo spettacolo di Terry Gilliam, coprodotto insieme alla English National Opera ed al De Nationale Opera & Ballet di Amsterdam, mette in scena la romanità vera e propria. Berlioz insieme ai suoi librettisti Léon de Wailly e Henri Auguste Barbier, sposta l’azione da Firenze a Roma. Cellini, artista dal carattere ribelle, è impegnato nella realizzazione del famoso Perseo per il Papa Clemente VII (in realtà fuso per la famiglia Medici). Egli dovrà combattere contro Fieramosca, suo rivale in amore poiché pretendente di Teresa, la donna della quale il protagonista man mano s’innamora, e contro il padre di lei Giacomo Balducci. Attraverso la sua musica pazzoide, schizofrenica, Berlioz mette in scena la frenesia dei personaggi, i personaggi che affollano questa nostra città, ed in tutto ciò risulta di capitale importanza la regia di Terry Gilliam; un allestimento da musical, con costumi e scenografie coloratissime, coreografie sfrenate soprattutto durante il famoso Carnevale Romano, con addirittura coriandoli pioventi dal cielo sia durante questo momento musicale che nel finale, con giochi di luce simili a lampade stroboscopiche da discoteca. In questi momenti i coristi scendono dal palco ed interloquiscono con il pubblico. Una regia “indiavolata” ma assolutamente bellissima, il più bello degli spettacoli per ora visti all’Opera. 
Opera di Roma
© Richard Hubert Smith (foto della messinscena alla English National Opera)
Come dicevo sopra, la musica è trascinante, dal ritmo barbarico, ma anche ricca di esotismi ed estremamente lirica, luminosa; una scrittura molto complessa, che la fine e bellissima direzione di Roberto Abbado e la bravura di tutto il cast, con le punte di eccellenza in John Osborn nei panni del protagonista e di Mariangela Sicilia nel ruolo di Teresa, contribuiscono a mettere in luce.
Un consiglio: avete tempo fino al 03 aprile per non perdere questa meraviglia.
Marco Rossi