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Il divino Mozart all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

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Un weekend particolare all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia tutto nel segno di Wolfgang Amadeus Mozart. Un programma ricco di bellissime esecuzioni sulle quali primeggiano i Vesperae Solennes de Confessore.

Wolfgang Amadeus Mozart è l’autore della perfezione assoluta. Nessuna macchia deve rimanere sulle sue composizioni perché il danno sarebbe irrimediabile. L’appuntamento all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia presso la Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica di sabato 13 febbraio era molto atteso. L’atmosfera si è guastata qualche giorno fa con la notizia della rinuncia per motivi di salute del maestro Constantinos Carydis, al quale arrivano tutti i migliori auguri di guarigione da parte della redazione di Culturamente, ma ecco che arriva il sostituito, il tedesco Claus Peter Flor, e la magia ha avuto inizio.

Il programma iniziava con la Sinfonia n.25 in Sol Minore, composta nel 1773 all’età di soli 17 anni. Un brano decisamente cupo e misterioso, lontano dalla gioia che spesso Mozart esprime. Ma l’orchestrazione è delicata, pulita, limpida come un cielo di primavera.
La stessa sensazione si ha avuta per il brano successivo; si trattava del brano più atteso dell’intera serata. Stiamo parlando dei Vesperae Solennes de Confessore, ultima composizione di Mozart per la Cattedrale dell’odiata Salisburgo. Un brano dove le voci del coro, dei solisti e dell’orchestra si sono fuse attraverso una luce divina che solo il grande Mozart riesce a dare, toccando il culmine nel celeberrimo Laudate Dominum, un brano dolcissimo per soprano solista, coro ed orchestra, un canto di lode al Signore per il creato. Si tratta di un brano che ci ha letteralmente fatto immaginare di volare tra le sfere più alte del Cielo, perché Mozart, come dissi già tempo fa, “ti fa prendere l’ascensore e ti porta più in alto possibile“. Per rendere ciò al massimo bisogna però avere una voce di soprano angelicata, cosa che purtroppo non è stata della voce, seppur di notevole spessore, di Ana Maria Labin. Discreti gli altri solisti (il contralto Gabriella Martellacci, il tenore Carlo Putelli ed il baritono Antonio Vincenzo Serra), mentre meravigliosa è stata l’esecuzione dell’Orchestra e del Coro, che hanno saputo rendere al massimo con una direzione che a tratti sembrava troppo fredda.
Orchestra e direttore hanno trovato la loro massima espressione nella Sinfonia n.39 in Mi bemolle maggiore, composta nel 1788, un fulgido esempio della brillantezza e profondità mozartiana.
Marco Rossi

I Goblin al Quirinetta, un concerto “da brivido”

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Il 18 febbraio i Goblin di Claudio Simonetti hanno portato sul palco del Quirinetta Caffé Concerto i successi musicali più “oscuri” del cinema horror italiano e internazionale.

@Quirinetta
Sono cresciuta a pane e film horror. Questo mi ha reso un’irriducibile perfezionista, una di quelle adolescenti che restava sempre delusa quando andava al cinema a vedere le pellicole degli anni Duemila: troppi trash, troppi remake, tutto già visto.
Ma solo una volta mi resi conto di un dettaglio, che inconsciamente avevo tralasciato, quel particolare così terribilmente assente che rendeva tutti i film nuovi così imperfetti.
In uno dei tanti pomeriggi passati a rivedere i miei fantastici film anni Settanta – Ottanta, decisi di cercare su YouTube il mio amatissimo Zombi (Dawn of the dead, 1978) di George Romero. Quale orribile sorpresa quando, arrivata ai pezzi clou del film, mi resi conto che mancava qualcosa. Mancava la musica. O meglio, c’era una musica minimalista, tipica da zombie movie insomma, ma non c’era più quell’accompagnamento perfetto che aveva reso il film eccezionale. La colonna sonora che mancava era quella dei Goblin, aggiunta da Dario Argento per la distribuzione internazionale. Da quel momento so che un buon film horror non può considerarsi tale senza una soundtrack da brivido. Presa coscienza di ciò, mi sono resa conto che i Goblin avevano curato tutte le colonne sonore dei film che amavo di Dario Argento – cult come Phenomena (1985) e Suspiria (1977) – e, mentre tutti parlavano di loro per Profondo Rosso, io li cercavo in ogni nuovo film del regista romano. E li trovavo, ancora, nel Cartaio e in Non ho sonno.
Questa doverosa premessa – che spero non abbia annoiato troppo i lettori – si rende fondamentale per trasmettere il significato del concerto di ieri sera. Claudio Simonetti, “armato” di cinque tastiere e affiancato dalla nuova formazione della Claudio Simonetti’s Goblin, con  Bruno Previtali chitarra/basso e Titta Tani alla batteria, ha dominato il palco del Quirinetta, regalando ai fans momenti carichi di emozioni.
@Quirinetta
Accompagnato dagli spezzoni dei film più famosi e da qualche fascio di luce, il trio ha proposto alcuni classici, aggiungendo anche un incredibile medley della colonna sonora di Halloween e quella dell’Esorcista. In scaletta, oltre ai brani dei film sopra citati, anche Roller, Opera e Tenebre, per un’ora carica di intensi capolavori. Presenti in sala molti miei coetanei, ragazzi che negli anni Novanta erano bambini, ma anche, ovviamente, chi in quegli anni era già più adulto. Tutto il pubblico ha interagito a fondo con la band, che ha scherzato accennando qualche nota di Questo Piccolo Grande Amore, per ricordare come la hit Profondo Rosso (1975) superò in classifica quella di Claudio Baglioni, per poi essere spodestata “in famiglia” da Simonetti Senjor (Enrico) con Gamma.
In conclusione, per definire la serata di ieri mi approprierei di una celebre frase di Calvino, “Un classico non ha mai finito di dire quel che ha da dire“. In questo caso, le eccezionali composizioni ed ottime esecuzioni di Simonetti e dei suoi Goblin hanno dimostrato di avere ancora molte cose da raccontare, anche a chi verrà dopo di noi.
Alessia Pizzi

Il Teatro Martinitt lancia il crowdfunding per “Una commedia in cerca d’autori®”

La crisi economica e le sempre più ridotte sovvenzioni alla cultura non fermano il Teatro Martinitt dal perseguire la sua mission originaria: sostenere e rivitalizzare la commedia brillante contemporanea italiana. 

Ecco perché, insieme al suo gemello romano Teatro De’ Servi, torna a proporre, più motivato che mai, il concorso lanciato con successo 3 anni fa e dedicato ai giovani autori. Per garantire questa quarta edizione, che avrà valenza non più regionale ma nazionale, lancia quindi una campagna di raccolta fondi online.
Il Teatro Martinitt resta un determinato sostenitore della commedia italiana. “Una Commedia in cerca d’autori®”, concorso dedicato dalla società La Bilancia (che gestisce il Martinitt di Milano e il De’ Servi di Roma) alle giovani e talentuose penne italiane. Sì, italiane perché questa nuova edizione 2016 – la quarta – non avrà più carattere regionale, ma nazionale.
L’intento del concorso è infatti di dare una sferzata a un filone, quello della commedia brillante contemporanea, che spesso in Italia risulta assente o poco presente nei teatri, nelle scuole e nei laboratori di recitazione, propensi piuttosto a replicare, riformulare e reinterpretare i classici antichi e moderni. Nel teatro di oggi si stenta invece a creare.
Per aiutare, però, il Martinitt ha bisogno di essere aiutato. La congiuntura economica taglia sempre più finanziamenti e sovvenzioni, in particolare alla cultura, ma il Martinitt non si arrende e siccome il teatro è vita e la cultura è di tutti, si rivolge al pubblico con una speciale campagna di crowdfunding.
Partecipare alla raccolta fondi online – spiega Stefano Marafante, presidente de La Bilancia- significa essere non più solo fruitori dei risultati di un progetto, ma promotori attivi. Significa crederci, sostenerlo, renderlo fattivamente possibile, essere parte di una community”. 
Legare un progetto al crowdfunding significa metterlo a nudo, garantirne genuinità e trasparenza d’intenti, perché solo in presenza di questi elementi, solo se convince i suoi finanziatori, avrà successo.
D’altro canto “Una commedia in cerca d’autori®” ha già dimostrato ampiamente di essere un’iniziativa vincente portando in scena e al successo tre commedie applauditissime, che altrimenti non avrebbero probabilmente visto la luce dei riflettori. Dopo “Solo sei bottiglie” di Federico Basso e “Ti presento papà” di Giuseppe Della Misericordia, sta per debuttare “Il capo dei miei sogni” di Sara Palma e Daniele Benedetti.
CREDI IN UN AUTORE, COMPRA UN BIGLIETTO, PRODUCI UNA COMMEDIA
Con alle spalle ben 3 edizioni di successo, il concorso “Una Commedia in Cerca di Autori” si rivolge alle giovani penne tra i 18 e 40 anni, con lo scopo di individuare un testo inedito della commedia teatrale italiana, da realizzare, produrre e distribuire in diversi teatri del territorio nazionale.

Link al Bando



Nelle 3 precedenti edizioni, il concorso è stato ospitato da due regioni Italiane (Lombardia e Lazio). In questi casi la produzione e distribuzione delle opere vincitrici è stata possibile grazie all’aiuto economico di Fondazioni private. Quest’anno con la crisi economica e le sempre più ridotte sovvenzioni alla cultura, questo tipo di sostegni sono venuti a mancare.
Così abbiamo deciso di organizzare una raccolta fondi che possa sostenere il sogno di un giovane autore, permettere la produzione dell’opera vincitrice e far sì che la IV edizione del concorso abbia un respiro nazionale (possa quindi essere rivolta ai giovani autori di tutta Italia).

Ma ad un REALE CONTRIBUTO, replichiamo con una RISPOSTA CONCRETA:
Il meccanismo è semplice, chiediamo di ACQUISTARE UN BIGLIETTO che può essere ritirato in uno dei teatri coinvolti nell’iniziativa (primi tra tutti, IL TEATRO DE’ SERVI di Roma e il TEATRO MARTINITT di Milano, ma la lista verrà aggiornata), per sostenere e realizzare l’opera di uno degli autori che parteciperanno al concorso ed essere coinvolti nella realizzazione di quella che diventerà una COMMEDIA CONDIVISA, perché vedrà il suo potenziale pubblico partecipe fin dall’inizio di tutte le fasi necessarie alla sua realizzazione.

PER SOSTENERE IL PROGETTO SI PUO’ SCEGLIERE UNA DI QUESTE DONAZIONI

5€ – Give me 5! RINGRAZIAMENTO sui nostri canali ufficiali e da parte degli attori e autori in sala a fine spettacolo;
20€ – 1 GRAZIE di cuore ACQUISTO DI 1 BIGLIETTO + RINGRAZIAMENTO sui nostri canali ufficiali e da attori e autori in sala a fine spettacolo;

40€ – 2 VOLTE grazie ACQUISTO DI 2 BIGLIETTI + FOTO con LA COMPAGNIA + RINGRAZIAMENTO sui nostri canali ufficiali e da attori e autori in sala a fine spettacolo;

60€ – 3 VOLTE grazie ACQUISTO DI 3 BIGLIETTI + APERITIVO nel FOYER + FOTO con LA COMPAGNIA+ RINGRAZIAMENTO sui nostri canali ufficiali e da attori e autori in sala a fine spettacolo;
80€ – 4 VOLTE grazie ACQUISTO DI 4 BIGLIETTI + APERITIVO nel FOYER + CENA con LA COMPAGNIA + FOTO con LA COMPAGNIA + RINGRAZIAMENTO sui nostri canali ufficiali e da attori e autori in sala a fine spettacolo;
100€ – 5 VOLTE grazie ACQUISTO DI 5 BIGLIETTI + TOUR dietro le quinte + APERITIVO nel FOYER + CENA con LA COMPAGNIA + FOTO con LA COMPAGNIA + RINGRAZIAMENTO sui nostri canali ufficiali e da parte degli attori e autori in sala a fine spettacolo.

Pesadilla e l’insonne sonnambulismo contagioso

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Dopo la vittoria del Premio Equilibrio 2015, Piergiorgio Milano presenta Pesadilla all’Auditorium Parco della Musica.

Non è affatto semplice riuscire a raccontare, figuriamoci ad analizzare, quello che accade sulla scena quando ha inizio Pesadilla, performance coreografica di Piergiorgio Milano, presentata nella sua forma completa sabato 13 febbraio all’Auditorium Parco della Musica, in occasione della dodicesima edizione di Equilibrio. Festival della nuova danza, dopo aver vinto in ex aequo con Elisabetta Lauro la precedente edizione del Premio Equilibrio.
Risulta ancora più difficile se si pone in relazione proprio con quello che Milano aveva proposto un anno fa: un lavoro assolutamente interessante sul piano della ricerca gestuale e del movimento, attuata con intelligenza e spessore, presentata con bravura in una forma leggera e coinvolgente. Tutto si rifletteva nel titolo stesso: pesadilla, incubo; un percorso lungo l’esperienza notturna di un limbo tra insonnia, narcolessia e sonnambulismo nel quale scorre incessante la vita di ogni giorno, con i suoi tic e le sue abitudini spasmodiche.

Un lavoro aperto a qualsiasi trasformazione futura, che poteva stanziarsi in una ben riuscita indagine corporea attorno alla condizione di distaccamento dalla realtà della società contemporanea, oppure trasformarsi in qualcos’altro.

“Abbiamo avvertito in Piergiorgio la capacità di inventare percorsi narrativi multipli al servizio di una idea ispirata alla quotidianità, in grado di interessare tutti i pubblici. Abbiamo apprezzato la sua capacità di utilizzare una libertà del gesto al confine tra differenti tecniche coreografiche e circensi.”

Queste le parole della commissione all’annuncio della vittoria del Premio. Un anno fa si intravedeva la capacità di parlare ad un pubblico vario, di investigare nella quotidianità e di spaziare su diversi linguaggi.
Forse però, ad oggi, colpisce di più l’aver scovato sin da subito quella capacità di “inventare percorsi narrativi multipli“. 
Si potesse racchiudere in questa frase quello che è diventato Pesadilla..

Pesadilla non è un lavoro trasformato e non è neanche un semplice approfondimento su ciò che già esisteva. Da uno sguardo esterno all’uomo nella schizofrenica condizione già descritta, lo spettacolo prosegue in un’immersione graduale nello spazio onirico del protagonista, incapace di svegliarsi e, contemporaneamente, di arrestare la propria routine giornaliera. Un passo alla volta lo spettatore si ritrova all’interno di una realtà deformata nella quale egli stesso si ritrova nella stessa situazione del performer, interrogandosi sbalordito se ciò che vede davanti ai propri occhi stia accadendo davvero, perdendo qualsiasi certezza del reale.

Perché se di punto in bianco appare un palloncino ad elio a forma di squalo e poi spunta un panda e poi si scopre inaspettatamente che il panda è coprotagonista (meglio antagonista, oppure alter ego?) dell’intero spettacolo, certo ci si aspetta di tutto, ci si sente pronti a tutto. Si è pronti ad assistere al panda che innaffia le proprie piante, si crea il proprio Natale con qualche spruzzata di neve qua e là, a ritmi che nascono da qualsiasi oggetto in scena. Eppure poi l’insonne sonnambulo viene trascinato nell’assurda condizione di un cane in una cuccia, che nel momento di ribellione alla sottomissione riappare in gonna e tacchi a spillo. Ma tranquilli, non ha certo abbandonato la sua maschera animalesca.
No, non si è mai pronti a tutto quello che accade all’interno di questo sogno, incubo, mondo immaginario ribaltato nella realtà. All’interno di questa realtà che ha scavalcato qualsiasi confine con l’immaginario, inglobato il virtuale nel reale. Per quanto ci si possa opporre, la confusione è inevitabile, non se ne esce illesi. La vittoria su questo mondo irrazionale non è altro che la propria sconfitta stessa.

Impossibile anche solo elencare tutto ciò che avviene in un’ora di spettacolo. Altrettanto impossibile è tralasciare la bravura di Piergiorgio Milano performer, che assolutamente non scompare tra il caos degli avvenimenti, mantiene un livello di qualità del gesto altissimo dall’inizio alla fine, sfoggia abilità circensi che si fondono in un linguaggio coreografico minuzioso, originale, innovativo.
Uno spettacolo.
Milano è promosso a pieni voti per un lavoro perfettamente riuscito sul piano drammaturgico, coreografico e registico, nel confronto con la scena, nella creatività di relazione con gli oggetti, molti e molto diversi. Il merito più grande è quello di essere riuscito a creare una performance che, sulla base di un pensiero strutturato, risulta estremamente divertente e sa intrattenere lo spettatore per tutta la sua durata; un lavoro che mantiene la propria riflessione senza cadere nel concettuale, anzi esponendola nella maniera più esplicita possibile, esagerandola per porla in evidenza.
Uscire dallo spettacolo non è affatto semplice. Come per magia sorge in ognuno il dubbio di aver immaginato tutto, di essere stato sottratto alla realtà per un tempo indeterminato e irrefrenabile.
E in me, nasce la curiosità di sapere quanto sia stata genialmente divertente la costruzione del lavoro.
In questa difficoltà del racconto non c’è altro che il vivo consiglio di non perdere l’occasione di assistervi.

Chiara Mattei

I puri, gli ipocriti e il luogo non lontano di Giampiero Rappa

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Il teatro non è solo una forma di espressione visiva. 

Com’è ben noto a molti, il testo teatrale è spesso uno strumento. C’è chi lo utilizza per sperimentare, chi per sfogarsi. Alcuni lo usano per far riflettere il pubblico di fronte a sé. Dalle trame satiriche aristofanesche al silenzio culturale beckettiano: tutti mostrano il messaggio di quanto vogliono esprimere. Non sono trame vane, inutili, fini a se stesse: parlano, raccontano, spiegano. Come quelle trame, l’autore genovese Giampiero Rappa porta in scena la sua ultima opera: “Nessun luogo è lontano“, atto unico al Teatro Argot di Roma, in scena fino al 21 febbraio. Un’opera introspettiva ma chiara, profonda ma senza la necessità delle ‘note di regia’, agra dalla punta di dolcezza, oggettiva e al tempo stesso personale.
Locandina dello spettacolo
Il testo narra dell’eremitaggio volontario di uno scrittore di successo (Rappa) dal carattere burbero e scontroso, deluso da tutto e da tutti, dai colleghi alla famiglia. Qui, nell’ultima casa di un paesino di campagna sperduto nel nulla, incontra una giornalista, Anna (Valentina Cenni), per farsi intervistare dopo anni di silenzio, dovuti a delle polemiche nate a seguito del rifiuto di un prestigioso premio letterario da parte dello scrittore.
Incontro che lo sprona, lo provoca, lo fa arrabbiare e lo scuote. Nell’arco di una notte arriva anche il nipote di lui, Ronny (Giuseppe Tantillo), giovane, curioso, impetuoso e carico di rabbia repressa che cerca nella baita, ma soprattutto nello zio, un rifugio. Per una serie di scene dal carattere dolcemente ilare, dovute ai caratteri opposti, e per una strana coincidenza, i tre personaggi si trovano uniti partecipando ad un susseguirsi di frasi, sfoghi, verità e, soprattutto, traumi, vissuti e in atto, dove lo stesso protagonista dovrà fare i conti con il passato, il futuro ma, soprattutto, il suo presente. 
Giuseppe Tantillo (davanti) e Giampiero Rappa (dietro) in una scena (foto di scena: Manuela Giusto)
Quello che Giampiero Rappa ci mostra è un teatro dove i ruoli sono chiari, le parole espressive e la trama avvincente. La prima cosa che si nota nell’opera è l’intreccio degli avvenimenti. Non è un ‘collage’, una ripresa o una libera interpretazione. Il pubblico respira il desiderio di scrittura dell’autore: si può quasi toccare la passione del ‘creare’.
La gestione della regia ci viene mostrata tramite un elemento che alcuni registi contemporanei, compresi grandi nomi, ritengono ‘superata e antica’: il ritmo. Tanto piano quanto veloce, gestito con semplicità, gestisce tre realtà vicine, tre attori diversi ma primari, tre personalità che s’inseriscono in situazioni che fanno anche sorridere.
Come tutte le opere di Rappa, non manca anche qui la denuncia. Per nulla velata è la denuncia ai valori, da quelli familiari a quelli sociali. La figura del protagonista è mal-fidato, burbero, deluso dalle continue falsità che lo circondano, dai colleghi ben pensati alla ‘celebre’ sorella. Una denuncia che va nella redazione ipocrita di Anna alla scuola violenta di Ronny, passando per una famiglia egocentrica, incapace di aiutare ma solo di criticare. Ma, al tempo stesso, la commedia ci dice anche che esistono i puri: che siano essi coerenti, compassionevoli o riconoscenti.

Un’opera da vedere, che merita almeno quattro stelle su cinque, dove il teatro si respira, si vede ed è maestro e portatore di un messaggio. Un luogo dove capiamo (parafrasando una frase del protagonista) che, in fondo, noi non siamo diversi dai titoli di borsa.

Francesco Fario

Il Caso Spotlight, quando il giornalismo cambia il mondo

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Voglio togliermi subito l’ingombrante paragone e citarlo fin dalla prima riga: sì, Spotlight ha chiaramente come nume tutelare Tutti gli Uomini del Presidente, ma quale film di genere giornalistico non anela a quel livello?

E’ un paragone che troverete, fino alla nausea, in praticamente tutte le recensioni ma, seppur giustissimo, è quasi riduttivo per Spotlight, un film che certamente ha l’impianto del genere e tutti i meccanismi perfettamente oliati e riconoscibili, ma non sarebbe comunque così efficace se non ci fosse il tocco essenziale dell’umanismo di Tom McCarthy. Il regista e sceneggiatore in tutti i suoi film, da The Station Agent a oggi, passando per L’Ospite Inatteso, tiene sempre al centro dell’attenzione i personaggi ed il loro lato più vero, sempre con grande semplicità e nitidezza. Una delicatezza dirompente, se mi passate l’ossimoro, in grado di toccare le corde giuste dell’emozione senza mai esagerare di una frequenza col tono generale.
Tutti conosciamo la pagina nerissima dello scandalo dei preti pedofili della diocesi di Boston, una piaga che non ha avuto eguali, come quantità di casi, nel resto del mondo. Pochi invece conoscono, quantomeno al di fuori dei confini americani, il lavoro fatto dalla redazione del Boston Globe per far uscire allo scoperto tali nefandezze. Il Caso Spotlight è il racconto di quell’incredibile indagine giornalistica, un lavoro di ricostruzione fedele e misurato che ha l’accortezza di non trasformarsi mai in un processo con buoni e cattivi (dopotutto non deve essere certo il film a farci cogliere la gravità dello scandalo o quali sono gli ovvi giudizi morali sulla vicenda) ma mostrare semmai il percorso che ha portato a rompere il Vaso di Pandora: Il Caso Spotlight è un inno al vero giornalismo, al buon giornalismo, un inno che mostra cosa succede quando il giornalismo funziona, quando si muove non solo per fare rumore ma per portare dei veri ed importanti cambiamenti.
Qui sta il grande merito del film, perché dietro le scrivanie McCarthy non ci mostra mai eroi ma persone normali – inclusi errori e omissioni durante l’inchiesta – in cui l’ossessione e l’ambizione sono temperate dalla consapevolezza della gravità della materia affrontata. Il motivo è semplice: sono tutti figli di Boston. Ecco, in un film corale con tanti personaggi significativi, il vero protagonista del film, la città di Boston, appare allo stesso tempo carnefice e vittima dello scandalo. E’ carnefice, una complice silenziosa e una mano insabbiatrice, perché buona parte della comunità sapeva, o quantomeno sospettava, quanto stesse succedendo, e ha facilitato la “longa manus” della Chiesa locale, radicata praticamente ovunque; ma non è solo un atteggiamento passivo, è un qualcosa di attivo, in cui i figli di Boston, pur di non veder infangato il nome dell’amata città, hanno preferito per anni volgere lo sguardo dall’altra parte. Tutto ciò il film lo trasmette benissimo. Ma come detto Boston è anche vittima, perché oltre a quei ragazzi che hanno subito gli abusi in prima persona, e la cui vita è uscita ovviamente cambiata e distrutta, il film ci fa capire come la fede dei cittadini sia uscita a pezzi, che si tratti della fede nelle istituzioni complici o più naturalmente la fede nella Chiesa, con le persone veramente religiose smarrite anche solo al pensiero di andare a messa.
Ed è incredibile come un film sia capace di trattare una materia molto seria e grave in modo così avvincente e, a tratti, anche leggero. Merito va ancora a McCarty, che tra un fiume di parole, scene ricche di spiegazioni, libri, fogli, penne e battute a macchina, è riuscito a mantenere col ritmo e col montaggio alto il livello di attenzione: non c’è un solo momento morto, il film finisce esattamente al momento giusto, e le due ore passano senza nemmeno accorgersene. E merito è anche del cast – o forse ancora del regista, in tutti i suoi film bravissimo nell’ottenere il meglio dai propri attori – diviso equamente per catturare l’empatia degli spettatori: Rachel McAdams è la più pragmatica e realista, Bryan d’Arcy James è il più silenzioso e attento, Michael Keaton è la voce della ragione, e l’attore è straordinario nel lavoro in sottrazione per mostrare il dubbio e il malessere dell’intera Boston (dove era nascosto il talento di Keaton in tutti questi anni?), Mark Ruffalo è l’emozione e la voglia di giustizia, il più ossessionato e toccato, l’unico del gruppo che ha il permesso di alzare il tono della recitazione ma lo fa sempre col cuore davanti a tutto. E si capisce che un cast funziona quando soprattutto i ruoli di contorno sono perfetti: Liev Schreiber, John Slattery, Stanley Tucci sono essenziali e bravissimi nei pochi momenti che hanno a disposizione.
Il Caso Spotlight è un grande film, ma soprattutto un lavoro che andrebbe mostrato – accanto ai veri articoli del vero team del Boston Globe, ovviamente – in molte scuole di giornalismo: non ci sono santi, non ci sono eroi, ma uomini che, lontani dal sensazionalismo, fanno qualcosa, anzi, fanno ciò che va fatto. E credetemi, al giorno d’oggi non è poco.
 
Emanuele D’Aniello

Il pazzo e sconvolgente Barbiere di Siviglia di Davide Livermore

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Per il 200° anniversario del Barbiere di Siviglia, il Teatro dell’Opera di Roma ha commissionato un nuovo allestimento del capolavoro rossiniano a Davide Livermore. L’esito alla prima è stato disastroso.

Incollato allo schermo per la prima del Barbiere di Siviglia l’11 febbraio, sembrava di rivivere il celebre fiasco che questo capolavoro subì durante la sua prima assoluta il 20 febbraio 1816 al Teatro Argentina di Roma, dove è ritornata in scena qualche mese fa. Da allora si è imposto invece come uno dei capolavori assoluti della storia del teatro musicale. L’allestimento con il quale il Teatro dell’Opera di Roma intende celebrarne il 200°anniversario porta la regia di Davide Livermore. Un allestimento dissacrante ed assolutamente particolare, che alla prima ha causato una vera e propria catastrofe.


Ma uno spettacolo si deve giudicare solo dalla visione diretta, ed è con queste premesse che mi sono recato in teatro con ancora più interesse domenica
14 febbraio. Lo spettacolo di Davide Livermore, a mio avviso, rende moltissimo l’aspetto folle contenuto nella musica di Gioachino Rossini. Una scenografia vivissima ed estremamente sofisticata creata con belle proiezioni video di D-Wok che trasportavano la storia attraverso vari secoli dal 1789 fino ad oggi, puntando l’attenzione sul pericolo delle tirannidi che ci hanno governato e continuano a governarci (ecco apparire Robespierre, Stalin, Mussolini, Hitler e tanti altri personaggi simili con le teste mozzate, fino ad arrivare alla tirannide più pericolosa attualmente: la televisione); questo perché Don Bartolo, lo spasimante di Rosina, è un vero tiranno, seppur buffo, che la vuole legata a sé. 


Le belle scenografie e luci dello stesso Livermore, gli interessanti costumi di Gianluca Falaschi, i mirabili effetti magici di Alexander e le simpatiche illustrazioni di Francesco Calcagnini creano un’atmosfera cupa e tetra in un misto tra Tim Burton ed i film della Famiglia Addams, ma ricca di fantasia, con tanto di balletti di corpi con teste mozzate ed un topo che ogni tanto faceva capolino. Livermore non si dimentica che siamo davanti ad un’opera buffa e le gag sono assicurate. Figaro, il bravissimo baritono sud-coreano Julian Kim dalla splendida voce, è una sorta di artista circense, l’elegantissimo Conte d’Almaviva di Mert Süngü è estremamente vivace con una voce molto presente in teatro. Vivacità che nel carattere ha anche Teresa Iervolino come Rosina (ma la sua voce è decisamente troppo scura) ed anche Omar Montanari come Don Bartolo, truccato come una sorta di Zio Fester su di una sedia a rotelle. Male vocalmente e scenicamente il Don Basilio di Mikhail Korobeinikov e l’Ufficiale di Fabio Tinalli, mentre sono estremamente gioviali la Berta di Eleonora de la Peña e l’Ambrogio di Sax Nicosia. Sopra di tutti vegliava un orso.

 

Purtroppo la brillantezza non si è percepita nella direzione di Donato Renzetti, né nell’esecuzione dell’Orchestra e del Coro del Teatro dell’Opera di Roma.
Per concludere direi che è uno spettacolo che sicuramente visto in TV non rende e che sicuramente spiazza i puristi della tradizione, ma vi è assicuro che in teatro è frizzante e divertente.

Marco Rossi

Crediti Fotografici

© Yasuko Kageyama/TOR
(Per dovere di cronaca, si deve precisare che la foto non ritrae gli artisti della recita del 14 febbraio alla quale abbiamo assistito, bensì quelli della sopracitata prima).

The Danish Girl e la forma che uccide la sostanza

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Che ormai la tematica LGBT sia arrivata ai medium visivi con forza straripante, è innegabile.

E sia chiaro fin da subito, era anche ora: finalmente tv e cinema danno il giusto spazio ad una grande parte della popolazione che raramente ha avuto una voce, e quasi mai importante. Se poi aggiungiamo anche il caso recente di Caitlyn Jenner, finito subito nella cultura pop odierna, capiamo il peso della situazione.
Di conseguenza, col carico di talento e nomi che si porta dietro, The Danish Girl diventa automaticamente il titolo più importante di questo nuovo filone, un film di cui sentiremo parlare molto e per mesi a venire. Che poi tale copertura sia meritata dalla qualità del film in sé… ecco, proprio questo è il punto dolente.
The Danish Girl racconta la storia del pittore danese Einar Wegener, che nella prima metà del ‘900 fu il primo uomo a sottoporsi all’operazione per cambiare sesso, e come tale mutamento abbia sconvolto il suo matrimonio con l’artista Gerda Wegener. Ma ancor di più della trama biografica, The Danish Girl è in tutto e per tutto un film del regista inglese Tom Hooper, l’autore di Il Discorso del Re e Les Miserables divenuto un pochi anni un marchio di eleganza e grande forma scenica. Questo nuovo film non discosta affatto dai canoni abituali di Hooper: magnificamente messo in scena, elegante nel tono e nel modo di narrare il proprio contenuto, con grandissima attenzione a scenografia e costumi, sinceramente splendidi, e risalto alla fotografia quasi pittorica di Danny Cohen.
Ma proprio tale compostezza, tale misura fin troppo patinata e perfetta, stride e frena un contenuto tematico che invece dovrebbe essere travolgente, discutibile, perfino scabroso, sicuramente più “sporco” di quanto si veda nel film.
Il gusto formale ed eccessivamente “politically correct” di Hooper, aggiunto alla sceneggiatura di Linda Coxon, molto convenzionale, piatta, piena di frasi banali, riduce il dramma del cambiamento di sesso, oltretutto in un’epoca in cui questo non si poteva nemmeno pensare esistesse, scientificamente e soprattutto socialmente, ad un semplice dramma matrimoniale. Non che ciò non vada bene in assoluto – il rapporto tra Einar e Gerda probabilmente sarebbe stato la colonna narrativa portante di qualsiasi approccio alla vicenda – ma è l’unico aspetto mostrato in una storia che di convenzionale non dovrebbe avere nulla. Prendiamo ad esempio fondamentale la trasformazione fisica del protagonista: il passaggio da Einar a Lili non è quello da un uomo a una donna, ma da un gentiluomo di inizio ‘900 a gentildonna di inizio ‘900. E’ davvero così facile e, nuovamente, così elegante il cambio di sesso per Hooper? Non c’è scavo psicologico – tutto il dramma interiore è abbandonato alla bontà degli attori, per fortuna bravissimi – non c’è minimamente una zona d’ombra tra le due situazioni, e soprattutto non c’è il problema della pura sessualità in una storia che dovrebbe affrontare soprattutto tale argomento. Il film concilia laddove non dovrebbe conciliare, attenua ciò che non andrebbe attenuato, nasconde in un marasma di bellissime scenografie ciò che invece andrebbe visto. Hooper ha realizzato il film più edulcorato possibile sul tema transgender, destinato ad un pubblico “vecchio” che così rimane molto poco scandalizzato da una vicenda che invece dovrebbe far riflettere sul presente e sul futuro.
Ma sapete quale è, forse, la cosa peggiore? Che quel poco di veramente emotivo presente nel film è trattato con tale insistenza, con tali sottolineature, con le frasi fatte del copione che producono un risultato molto artificiale. E così, non resta che salvare soltanto la splendida colonna sonora di Alexandre Desplat, come sempre una garanzia, la bravura di Alicia Vikander, centro nevralgico del turbamento della storia, e il trasformismo di Eddie Redmayne, che supera nettamente la sua performance in La Teoria del Tutto – ma i due film sono, a tratti, spaventosamente simili – perché oltre al manierismo esteriore abbina stavolta anche lo smarrimento interiore. Sì, pochi elementi da salvare e celebrare per un film che, indubbiamente, ruberà molte prime pagine di siti e giornali: forse questo tema così contemporaneo avrebbe meritato un miglior portavoce.
 
Emanuele D’Aniello

La realtà alla deriva di Simone Giampà ed Antonio Pizzolante

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La mostra Op. Cit. – Alla Deriva presenta le opere più interessanti di Simone Giampà ed Antonio Pizzolante, artisti che guardano ad una realtà effimera, evanescente, completamente alla deriva.

Spesso le nostre idee sono formate da un passato che noi recuperiamo per costruire qualcosa di nuovo. Usiamo Op. Cit. nelle nostre tesi o pubblicazioni di vario genere per indicare colui che ha formulato un’idea od un concetto, al fine di dire qualcosa di nuovo. La realtà è spesso effimera e precaria, cosa che vediamo nelle opere di Simone Giampà ed Antonio Pizzolante esposte nella mostra Op. Cit. – Alla Deriva curata da Laura Salerno, presso la Sala Conferenze SEL di Via Arenula, 29 dall’11 al 26 febbraio.

@Eventi Culturali Magazine

I dipinti di Simone Giampà dimostrano l’attenzione che questo giovane e valente artista dà al mondo che ci circonda e che ci ha circondato, con continue citazioni dei fatti più tragici del mondo odierno, ma anche dei grandi artisti della nostra storia. Se prendessimo come esempio il bellissimo Ritratto di Ragazzo sicuramente ci tornerebbero in testa i meravigliosi ritratti di grandi artisti come Antonello Da Messina o Tiziano, mentre la sua Passione è un chiaro omaggio alla celebre Crocifissione di Renato Guttuso, esposta alla GNAM di Roma, e soprattutto al martirio di uno dei due ladroni. Lo stesso dramma del ladrone è il dramma anche delle tante persone che continuano a morire torturate ogni giorno. Il mondo è intriso di perdizione, (il Moulin Rouge ripreso dietro ne è prova) e tutti avremmo bisogno di un nuovo Gesù Cristo (presente nella scena) per salvarci.
Arte Contemporanea
Ritratto di Ragazzo
Arte Contemporanea
Passione
Interessanti citazioni sono presenti anche in Made in Tiepolo e ne Il bambino e l’angelo: nella prima opera viene citato il famoso Cristo Portacroce di Giambattista Tiepolo, artista veneziano vissuto a cavallo tra XVII ed il XVIII secolo, maestro nell’uso del colore e della luce, che Giampà riprende con un effetto che crea stordimento e dissonanza, mentre nella seconda la purezza del bambino sorridente e del puttino riprende la grazia e la compostezza tipica della pittura di Guido Reni, ma le figure sono isolate, chiuse nel loro mondo ideale. Anche il suo Dioniso è la ripresa di un soggetto molto celebrato nella storia dell’arte, ma l’immagine è distorta attraverso l’uso di effetti luministici interessanti, forse a voler sottolineare quell’ebbrezza che il dio della gioia e del piacere dovrebbe rappresentare.
Arte Contemporanea
Il bambino e l’angelo
Arte Contemporanea
Made in Tiepolo

Arte Contemporanea
Dioniso
Giampà cita anche il Caravaggio nel suo bellissimo Ritratto di donna, un omaggio alla femminilità (la donna rappresentata è la moglie dell’artista), ma anche la guerra e le devastazioni prodotte dall’uomo che distruggono questo mondo, come in Meninos de Rua, scena di agghiacciante povertà, dove l’immagine è destrutturata come nelle opere del grande Pablo Picasso. Il dramma della violenza è presente in Eden, quadro che riprende un particolare del Combattimento dei galli di Jean-Léon Gérôme, che in Pakistan 141.0, una scena rappresentante lo straziante dolore di alcune donne che hanno perso i propri cari in un attentato.

Arte Contemporanea
Ritratto di donna
Meninos de Rua (© Simone Giampa – Equilibriarte)

                                    

Arte Contemporanea
Eden
Arte Contemporanea
Pakistan 141.0
Le sue citazioni riprendono momenti della vita quotidiana come Puer, ma anche il cinema, come i ritratti di Monica Vitti e Gérard Depardieu in Officina, ed immagini di monumenti e situazioni che attraversano la nostra vita quotidiana in Onora il padre, un atto d’amore verso il creato ma allo stesso tempo una denuncia dei suoi mali, in cui domina una figura possente che ricorda le creazioni di Michelangelo.
Arte Contemporanea
Puer
Arte Contemporanea
Officina
                    
Arte Contemporanea
Onora il padre

Antonio Pizzolante indaga sulla distruzione della materia. Nella sua installazione Magma, le strutture in polistirolo sono corrose da vari elementi che divorano le strutture. Ecco Mother Earth, un mappamondo con i territori creati attraverso l’azione del mastice. Tutt’intorno, delle figure fagocitate da esso, come simbolo del tempo che distrugge: Castello (elaborazione di Castel Del Monte), Piramide (citazione della Piramide Cestia) e Torre (ripresa dalla Torre Velasca di Milano). Sia la Piramide Cestia che la Torre Velasca sono esse stesse citazioni, perché la prima riprende dalle Piramidi di El Giza e la seconda dalla Torre del Filarete del Castello Sforzesco di Milano.
Arte Contemporanea
Mother Earth

Arte Contemporanea
Castello
Arte Contemporanea
Torre
Arte Contemporanea
Piramide
Tutt’intorno dei Satelliti, creati attraverso l’uso dell’uovo e del mastice che decontestualizzano, minano un mondo alla deriva ma allo stesso tempo creano. L’uovo è simbolo di nascita, rigenerazione, fecondità ed immortalità. Il mastice colato e l’uovo trasformano le superfici per creare qualcosa di nuovo
Arte Contemporanea
Satellite #1
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Satellite #2
Arte Contemporanea
Satellite #3
Arte Contemporanea
Satellite #4
Arte Contemporanea
Satellite #5
Completa la mostra un’installazione creata dalla curatrice con un televisore che trasmetteva scene tratte da film o documentari ed immagini varie: un’opera d’arte in un’opera d’arte. I due artisti destrutturano, descrivono un mondo ormai inflitto dalla divisione, però, solo partendo dalla comprensione dei fenomeni che hanno causato ciò si può ricostruire un mondo armonico. Un consiglio utile intanto è quello di andare a vedere questa mostra e sostenere i nostri giovani e valenti artisti, perché l’arte contemporanea, mettiamocelo in testa una volta per tutte, è arte come quella dei grandi maestri che tutti quanti adoriamo.
Marco Rossi

Foto di Marco Rossi, laddove non sia indicata altra fonte)

Patrizia Sabatini presenta “Due Risini e un caffè”, il suo romanzo d’esordio

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Lo scorso 30 gennaio l’autrice Patrizia Sabatini ha presentato il suo primo romanzo, raccontando della Mantova del 1936 e di un misterioso delitto.

Quando ci sono belle novità nel mondo dei libri ci fa sempre piacere e noi di CulturaMente ci fiondiamo per scoprire di cosa si tratta!
E’ questo il caso del romanzo di esordio di Patrizia Sabatini, insegnante romana di lettere che ha deciso di cimentarsi in un libro, avendo già la passione per la scrittura e i racconti. Lo scorso 30 gennaio, l’autrice ha presentato appunto “Due risini e un caffè”, il libro che è già in vendita sia nelle librerie che on-line, edito da Chi Più Ne Art Edizioni. A rappresentare la casa editrice era presente la direttrice Adele Costanzo, che ha introdotto l’autrice e il romanzo da loro pubblicato, nella cornice della bella Enoteca Letteraria di Roma, che per chi non lo sapesse si trova in Via delle Quattro Fontane.
Come ha spiegato la Costanzo, questo nuovo romanzo fa parte della collana di narrativa contemporanea “I libri rossi” , e narra una storia a metà tra il poliziesco e lo storico. Infatti, come ha poi raccontato l’autrice prima di leggere alcuni passi tratti dalla sua storia, nel romanzo pare si intreccino bene sia cenni storici di fine anni ’30, tempo in cui è ambientata la vicenda, sia elementi tipici di quei libri gialli che tanto amiamo. Al centro di tutto, appunto, un delitto accaduto a Mantova nel 1936, quindi durante un periodo difficile per il nostro Paese, ovvero l’era fascista. Protagonista è il commissario Alvaro Santibene, personaggio che ha tutte la carte in regola per essere aggiunto alla lunga lista di commissari letterari che tutti ben conosciamo. Alvaro cercherà di risolvere il caso seguendo la sua indole, molto fuori dagli schemi di un’epoca che, come tutti sappiamo, seguivano un regime ben preciso a causa delle regole del fascismo.
Dai passi letti in sala e dalla forte passione che si percepisce dalle parole dell’autrice, “Due risini e un caffè” sembra avere le carte in regola per essere un bel giallo appassionante, nonchè un ritratto di un’epoca passata che ha segnato un capitolo importante della storia italiana. Non ci resta che acquistarlo e vedere se è davvero così!
Ilaria Scognamiglio

“Era la nostra casa”, una commedia cinica al Teatro dei Conciatori

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“Era la nostra casa”, andato in scena al Teatro dei Conciatori fino al 14 febbraio, è il simbolo di un mondo cinico, crudele, spietato, completamente privo di dialogo che attanaglia la nostra società.

Una coppia arriva nella propria casa di campagna per tentare di ricucire un rapporto ormai logorato da anni. La loro figlia, la loro unica figlia Irene, è andata all’estero per studiare e loro si ritrovano completamente soli. Da qui inizia l’avventura di “Era la nostra casa“, spettacolo scritto da Nicola Zavagli andato in scena con i membri della Compagnia Teatri d’Imbarco presso il Teatro dei Conciatori dal 9 al 14 febbraio.
Teatri d'Imbarco
Ph Gianluca Pierro

Anna e Carlo sono rispettivamente una bottegaia ed un poeta/professore di lettere. Entrambi sono due adulti disillusi, completamente soli. La loro figlia Irene è partita per il Canada e loro si sono accorti di non conoscersi. Entrambi attraversano una grave crisi. Carlo da tempo non sente più l’ispirazione per scrivere ed Anna è preoccupata per la situazione economica della sua attività.
Per recuperare un qualcosa della loro storia si recano presso la loro casa di campagna, un edificio completamente dimenticato e da ristrutturare, ma gli scontri si fanno ancora più presenti, fino a quando Anna non scopre un terribile segreto: Carlo la tradisce. La tradisce perché non la ama più e si sente ingabbiato in questo rapporto ormai senza più senso. Ecco allora spuntare anche Martina, la giovane amante di Carlo, con la quale egli sembra aver ritrovato la perduta felicità.
Dopo pochi mesi dalla separazione Anna, senza più lavoro, ritorna a vivere in questa casa dove ormai Carlo vive con Martina e così diventa confidente di entrambi. Martina aspetta un bambino da Carlo ma, a causa dei suoi traumi infantili (anche lei è nata da una coppia perennemente in contrasto), non ne vuole sapere. Carlo vede in quel figlio la possibilità di ottenere una sorta di seconda giovinezza, ma Martina gli rivela una verità sconvolgente: il figlio non è suo e se ne va via. Per Carlo l’unica speranza ed appiglio è Anna. Riusciranno i nostri personaggi a ritrovare l’amore, loro stessi e la loro intimità perduta da tempo? Non lo sapremo mai.
La commedia scorre in maniera feroce e violenta. Anna e Carlo sono il simbolo di questa società odierna che non riesce più a comunicare, ad amare, a parlare, a vivere insieme. Ognuno è chiuso nei propri pensieri e nei propri problemi. Un mondo cinico che non lascia nessuna speranza. I tre personaggi, ottimamente interpretati da Marco Natalucci, Beatrice Visibelli e Valentina Cappelletti, sono tre figure solitarie, depresse, senza una direzione ed una meta, le quali possono solo aggrapparsi le une alle altre per tentare di non cadere.
Ed ecco che questa casa, una casa tutta distrutta come loro stessi, diventa il luogo che li imprigiona ma allo stesso tempo li costringe ad un confronto diretto. Essere lì dentro li obbliga ad essere loro stessi, a non indossare quella maschera che molto spesso tutti quanti usiamo per celare i nostri pensieri. La commedia è molto cinica e sconsolata, ma offre un finale in sospeso nel quale possiamo anche intravedere la luce in fondo al tunnel. La domanda quindi è: ne saremo tutti quanti abbagliati o rimarremo nelle tenebre delle nostre anime solitarie ed indecise

Marco Rossi

La Napoli de “La parola canta” di Toni e Peppe Servillo

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La Napoli descritta da Toni e Peppe Servillo, in una serie di spettacoli in scena all’Auditorium Parco della Musica fino al 14 febbraio, è una città complessa e sempre viva.

Delle volte una persona va a vedere uno spettacolo senza sapere niente della complessità e della profondità di ciò che vedrà. Tutto questo ed altro è “La parola canta“, uno spettacolo di Toni e Peppe Servillo sulla complessità e sul mondo affascinante che è quel lembo di terra attorno al Vesuvio – o come la chiamano i napoletani “‘a muntagna” – noto come Napoli.

La Napoli descritta dai due artisti con la partecipazione dei Solis String Quartet è una Napoli affascinante, gioiosa, drammatica, passionale e complessa. È un omaggio al mondo, perché il microcosmo di Napoli, così ricco di tanti aspetti differenti fra loro, è il mondo. Uno spettacolo complesso, dove parola e musica si legano in un rapporto imprescindibile, perché, come dice Toni ServilloLa parola canta è uno spettacolo dove il teatro si fa musica e la musica si fa teatro. Là dove il teatro talvolta non riesce, la musica ricapitola la nostra esistenza e ci consente di immaginarne un’altra in un luogo che non c’è, totalmente astratto, che non esiste, che non si vede“. Per gli artisti è un non luogo ma anche “un luogo dove lo spettatore può liberare tutta la sua immaginazione“. Le canzoni scelte da lui, dal fratello Peppe e dai Solis String Quartet hanno “la capacità di moltiplicare il valore dei testi poetici scelti“. Il suo racconto continua con un omaggio a François Truffaut, il quale “faceva dire a un suo personaggio sostenendone l’importanza: “Le canzoni aiutano la gente perché dicono la verità. Anche se sono sceme dicono la verità, ma del resto non sono sceme perché non lo sono mai“.
Ed è così che Toni, con la sua voce calda e suadente, ci racconta Napoli attraverso le poesie ed i testi di grandi letterati, come Raffaele Viviani e Eduardo De Filippo (con la sua stupenda poesia Vincenzo De Pretore), mentre invece la voce sicuramente più rauca ma altrettanto affascinante di Peppe Servillo, storico cantante degli Avion Travel, ce la narra attraverso la musica, incontrando personaggi importanti, situazioni ed atmosfere drammatiche, come quelle di Maruzzella, ed aiutandosi con l’esecuzione trascinante ed attenta ad ogni dettaglio dei Solis String Quartet.
Una serata emozionante che serve a ricordarci che, le canzoni napoletane sono autentici capolavori della letteratura musicale mondiale
Marco Rossi
(© Foto di Agenda del Teatro)

Lose Your Lables: qual è la tua etichetta?

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Lose your labels: qual è la tua etichetta?

L’uomo ha la necessità di identificarsi e definirsi, ma fino a che punto siamo liberi in queste definizioni? Per alcuni basterà mostrarsi come appartenenti ad una classe unica, un’etichetta singola, per l’appunto, semplice e chiara. Altri si troveranno incapaci di rientrare in alcuna e ne faranno un punto di forza. Al di là di tutto, appare evidente che dal nostro modo di percepirci dipendano i comportamenti presenti e futuri, gli stati d’animo, le paure, le storie delle nostre vite. 

Questo il tema di una serata destinata ad immergere gli artisti ed il pubblico in una ricerca libera, senza giudizio, nello spazio catartico ed auto-indagatore delle Carrozzerie n.o.t. Un teatro alternativo per una performance che cercherà di intrattenere, catturando però il respiro e stuzzicando l’identità di chi sta intorno. Un esperimento che prende il nome di Lose your Labels, appunto perdere e liberarsi dalle proprie etichette. Il progetto è stato organizzato da un gruppo internazionale di studenti del Master in Arts Management dello IED; è realizzato con la partnership di 369gradi e con il patrocinio di GAI – Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti Italiani. I media partner dell’evento sono SaltinAria e fattiditeatro.
Sono sei gli artisti coinvolti. Saranno loro ad andare oltre il concetto di identità, cercando di interagire con gli spettatori con i propri mezzi: dallo storytelling alla fotografia, dalla musica al video. L’evento sarà ad INGRESSO LIBERO e il pubblico potrà accedere in qualsiasi momento alla serata, così da garantire sempre un continuo scambio di vissuti in un ambiente dall’atmosfera partecipativa. La manifestazione artistica avrà luogo a Roma il 18 febbraio, dalle 18:00 alle 22/23:00 alle Carrozzerie n.o.t, in via Panfilo Castaldi 28 – tra Testaccio e Trastevere.
Così lo descrivono gli organizzatori:

Lose Your Labels è il progetto con il quale terminiamo il nostro percorso di studi e la tematica che stiamo proponendo riflette perfettamente chi siamo: giovani che provengono da realtà molto diverse tra loro, con diverse formazioni ed esperienze lavorative, ognuno con il proprio modo di guardare alle cose e al mondo. La maggior parte di noi si trova in un periodo di transizione, lontano dai propri luoghi di appartenenza, dalle proprie radici, e la concezione che ognuno di noi ha di sé cambia profondamente ed è in continuo mutamento.
L’evento aprirà al pubblico alle 18.30 con un aperitivo offerto dagli sponsor Casale del Giglio e FoodBox 66; le performance inizieranno alle 19.30 e la maggior parte di queste si protrarranno per tutto il corso della serata.

carrozzerie n.o.t Roma
Per quanto riguarda gli artisti partecipanti, ecco una breve panoramica:

Sara Basta, artista di Roma, userà video, fotografia e il coinvolgimento diretto del pubblico per esplorare i problemi degli stereotipi di genere. La sua ricerca artistica coinvolge adulti e bambini e cerca di rompere le barriere che esistono tra l’opera d’arte e il pubblico e di evidenziare l’importanza del processo creativo.
Ana Mrovlje invece, da Ljubljana, creerà una “istallazione umana” dove tutti saranno invitati a partecipare cercando di scrollarsi di dosso le etichette che normalmente ci contraddistinguono. Il suo interesse artistico mira a definire idee e argomenti relativi all’inconscio e al rapporto con il corpo.
Antonio Savoia, residente a Roma, dopo aver studiato varie tecniche di danza e dopo aver frequentato il corso di Storia dell’Arte Contemporanea all’università, si è concentrato sulla performance artistica. Ha già lavorato con importanti performers come Claudia Castellucci, Biagio Caravano e Meritxell Campos Olivé. Il suo lavoro interpreterà il tema dell’identità e delle etichette in maniera astratta e profonda attraverso la danza. La performance si basa sulla totale improvvisazione e utilizzerà l’intero spazio scenico.
Claudia Fonti e Giulia Barra, residenti a Roma, collaborano insieme dal 2011 creando e partecipando a molti eventi performativi e di teatro. Nel 2015 si uniscono al laboratorio di ricerca permanente di  Lorenzo Giansante, “Lab Officineteatrale”, e iniziano così la ricerca sull’utilizzo del corpo come medium espressivo, sulle relazioni e sulla percezione personale. Il loro progetto comprende un momento d’interviste al pubblico con domande sull’autoidentificazione. La voce del pubblico sarà registrata e sarà trasformata in musica per le due performance interdisciplinari (alle ore 21.00 e alle ore 22.30).
Redazione CulturaMente

PPZ, le eroine di Jane Austen nella Zombie Apocalypse

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Non so per quali motivi un individuo medio potrebbe essere attratto dal vedere al cinema un romanzo di Jane Austen ambientato in una zombie apocalypse. Fatto sta che io sono una delle persone che voleva vedere PPZ, ovvero Pride + Prejudice + Zombies.

 

La borghesia ottocentesca nell’apocalisse zombie

La ragione è molto semplice: è cosa nota e universalmente riconosciuta che un’amante di Jane, e di letteratura femminista in generale, che sia anche un’appassionata di zombie, non abbia bisogno di troppe scuse per incuriosirsi quando si parla di PPZ.
Ed effettivamente il film risulta abbastanza peculiare se si pensa che la borghesia ottocentesca, descritta con tanta ironia dalla scrittrice inglese, viene catapultata in un mondo dove la lotta con i non morti è diventata ordinaria amministrazione. Tanto che le fanciulle di buona famiglia, come sottolinea anche il Signor Darcy, non sono solo acculturate e di buona compagnia, ma anche ottime guerriere.
Dunque la nostra eroina orgogliosa, Elisabeth Bennet – qui Lizzy – e le sue sorelle, mantengono le caratteristiche basilari del romanzo originale, ma sfoggiano un addestramento cinese che le avvicina molto a Milla Jovovich in Resident Evil.

Dal romanzo omonimo

La storia, per onor di cronaca, è tratta dal romanzo omonimo di Seth Grahame-Smith, uscito nel 2009. Lo scrittore è lo stesso che ha trasformato Lincoln in un cacciatore di vampiri, quindi possiamo facilmente supporre che lo stravolgimento delle trame tradizionali sia un po’ una prerogativa del suo estro. La trama del libro segue il genio austeniano: amori e peripezie si sviluppano (più o meno) come previsto. La pellicola, poi, è stata scritta e diretta (nonostante svariate problematiche) da Burr Steers, conosciuto giusto per qualche film con Zac Efron.
Personalmente ho trovato molto azzeccati gli attori di Elisabeth e Darcy, lei (Lily James) un bellezza molto naturale, lui (Sam Riley) dal fascino tipicamente inglese. Entrambi sono reduci dalle favole Disney: lei è stata Cenerentola, lui Fosco, il corvo di Maleficent. Qualche fan di Doctor Who avrà apprezzato senz’altro Matt Smith nel ruolo – molto sviluppato – del Signor Collins.
 
Il film scorre abbastanza fluido e senza colpi di noia, ci tengo a sottolinearlo perché gran parte dei film di zombie spesso si rivelano molto trash, o comunque di serie b, sia per la resa degli effetti speciali che per la trama.
Bocciare PPZ per fare i puristi sarebbe totalmente fuori luogo: questa pellicola risulta, come direbbero i colleghi storici dell’arte, un bel capriccio. Ci sono elementi di vario genere che si mescolano in maniera interessante. Certo, non è un cult sulla falsariga di Romero, certo la raffinata psicologia del romanzo ottocentesco si riduce a qualche frase fatta inserita nei duelli, ma, del resto, durante la guerra molte introspezioni risulterebbero meri orpelli. Fa molto sorridere, invece, vedere le sorelle che battibeccano con le celebri citazioni della Austen, mentre si scontrano a colpi di spada!
 
Per una serata poco impegnativa e senza troppe pretese, o anche solo per “cultura” personale (che sia per l’amore di Jane o per la zombie addiction) PPZ è un film sicuramente da vedere.
 
Alessia Pizzi

L’amore al tempo della “Corrispondenza” di Giuseppe Tornatore

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“La Corrispondenza” di Giuseppe Tornatore è un film epico e grandioso. Un incontro di due anime sole alla ricerca della felicità.

Questo sottotitolo potrebbe sembrare banale, ma vi assicuro che non lo è. Di Giuseppe Tornatore ho sempre ammirato la voglia di fare cinema, ma quello d’autore, ed ecco perché ho deciso di guardarmi tutti i suoi film. Allora non dovevo perdere questa sua nuova produzione. Ero in sala, seduto in un cinema del centro città, sfidando traffico e freddo, tra pop-corn ed acqua liscia, quando la luce in sala si è spenta ed è cominciata la magia de “La Corrispondenza”.

Giuseppe Tornatore

Il film, dal quale lo stesso regista ha tratto un romanzo, narra la storia d’amore tra Amy Ryan, una studentessa di astrofisica, ed il professor Ed Phoerum, esperto nella stessa materia, ultrasessantenne e sposato. Il loro è un amore fatto di continui messaggi, videochiamate, lettere inviate per posta. Amy ha bisogno di sentirsi legata a qualcuno, perché nasconde un terribile segreto (diversi anni prima causò la morte del padre in un incidente, fatto che non si perdona), mentre Ed ha bisogno di sentirsi veramente amato, chiuso in una famiglia che solamente rispetta. Entrambi si sorreggono come due puntelli. Arriva all’improvviso una tragica notizia: Ed Phoerum è morto a causa di un astrocitoma. Per Amy è la fine, o meglio ancora, potremmo dire, l’inizio di uno dei periodi più tormentati della sua vita.
Giuseppe Tornatore

I messaggi da parte di Ed continuano. Amy è sconvolta. Chi li manda? Perché? Cosa vuole da lei il misterioso mittente? È il suo Ed che, a conoscenza della malattia, ha creato un sistema di comunicazione estremamente sofisticato. Un calendario preciso con tutte le date d’invio delle lettere e pacchetti postali contenenti cd con videomessaggi ed altri regali, chat impostate per mandare messaggi in giorni ed orari precisi. Ed continua così a stare vicino alla sua Amy, e lei, grazie all’amore che li lega e li legherà per sempre, riuscirà ad affrontare la famiglia di lui, a parlare finalmente con sua madre, e a smettere di partecipare come stuntwoman a scene pericolose, attività che aveva iniziato per autoflagellarsi per l’incidente del padre. Il legame con Ed continua e continuerà sempre, seppure attraverso internet, la posta ed il computer, come un filo invisibile che la mantiene e la manterrà sempre in vita.

Giuseppe Tornatore firma un film, come dicevamo, epico, semplice e grandioso. La trama potrebbe sembrare un po’ banale, e qualcuno potrebbe pensare che il film sia troppo lungo, ma quello che conta è che un’opera d’arte, come il cinema, deve emozionare: e Tornatore sa sempre come centrare il bersaglio, come parlare al cuore del suo pubblico, stavolta con una sceneggiatura che, tra sentimenti e discorsi sull’astronomia, è molto poetica e suggestiva, e grazie ad un cast di notevole talento. Tralasciando il bravo Jeremy Irons, la più impressionante è stata la giovane attrice ucraina Olga Kurylenko, veramente emozionante in ogni suo gesto, in ogni sua espressione, con un volto che cattura l’attenzione dello spettatore. Menzione a parte per il nostro Paolo Calabresi, un attore principalmente dedito al comico (recentemente in scena con Nudi e Crudi all’Ambra Jovinelli)  nel ruolo dell’inquietante Ottavio, il traghettatore, segno che quando si è bravi lo si è in tutto, e per il timbro brunito e suadente di Luca Ward, l’affascinante voce di Ed.
Un consiglio: andate a vederlo finché siete in tempo e lasciatevi emozionare!
Marco Rossi

“La passeggera”, un viaggio tra realtà e misticismo all’inizio del ‘900

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“La passeggera” di Daniela Frascati (edito da Scrittura & Scritture) cattura subito il lettore per la capacità indiscussa della scrittrice di coinvolgerlo sin dalle prime pagine.

Una storia a primo impatto normale che comincia narrando uno strano fenomeno i cui protagonisti sono una bambina e dei gabbiani: grazie a queste poche righe è possibile percepire quella sottile linea tra reale e irreale che caratterizza buona parte del racconto. Daniela Frascati ci catapulta nel 1914, in una Europa in fermento per il nuovo millennio, ma ancora ignara dei terribili avvenimenti che ne sconvolgeranno per sempre l’equilibrio, non solo politico ma anche (o forse soprattutto) umano e morale.
In questo clima si sviluppa la vicenda de Il Paradiso, lussuoso transatlantico che parte dal porto di Marsiglia alla volta del grande sogno americano. Alla guida il famoso e integerrimo capitano Zocalo circondato da molti altri personaggi, tra cui il medico di bordo Nerio Ferrer, passeggeri di ogni ceto sociale, famiglie in cerca di fortuna nel Nuovo Mondo e ricchi rappresentati della più alta borghesia europea. Se all’inizio del libro la distinzione economica e sociale è forte tra i passeggeri, man mano che la storia si sviluppa, dalle pagine emerge quella inoppugnabile certezza per cui davanti a certi avvenimenti non esistono differenze di classe, i soldi non possono comprare tutto ed il destino è un intreccio di eventi e storie, di passato e futuro, che nel presente possono mescolarsi fino a formare una miscela esplosiva a cui nessuno può sottrarsi, soprattutto se ci si trova in una nave nel bel mezzo dell’oceano ed in completa balìa degli eventi.
Filo conduttore tra i diversi personaggi è una bambina, Aquilinia, quella stessa che all’inizio del racconto sembra essere solo una passeggera di terza classe come moltissimi altri bambini sulla nave. La sua storia è l’unico momento del racconto dove la realtà lascia completamente spazio al surreale, al mistico ed al soprannaturale. Ella è infatti dotata di un lato oscuro la cui storia, raccontata solo a metà del libro, sembra legare insieme le vite di persone altrimenti molto diverse tra loro. Sullo sfondo un misterioso male che avvolge e sconvolge Il Paradiso e le persone che vi si trovano.
Insomma, La passeggera risulta essere un libro dalla storia singolare, che tratta temi anche forti ma che riesce a tenere il lettore incollato alle pagine grazie ad uno stile di scrittura fluido e pulito. L’autrice riesce a dare le giuste informazioni senza perdersi in descrizioni troppo dilungate, riesce a sviluppare gli eventi nel modo migliore, al punto da tenere il lettore sulle spine senza annoiare mai. Una lettura piacevole, uno stile di scrittura scorrevole e una storia che fino all’ultimo non lascia spazio alla possibilità di delineare un possibile finale: tutti questi aspetti fanno de La passeggera un libro adatto a tutti i lettori, che lascia, oltre al piacere stesso della lettura, moltissimi spunti di riflessione su aspetti della natura umana assolutamente non facili da raccontare.
Rosalinda Amodio

L’amore di Bruna verso la sua “Madame” Maria Callas

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Bruna Lipoli è stata la governante e grande amica di uno dei più grandi miti del secolo, Maria Callas, una donna che ha conquistato ed affascinato tutto il mondo.

Il pubblico stava aspettando fuori ed era in trepidante attesa di entrare, quando ad un certo punto si sono aperte le porte di Casa Callas. A venirci incontro c’era Bruna Lupoli, una donna anziana, molto semplice ed affabile. È stata la governante, amica, cameriera, anche sarta ma soprattutto confidente del più grande soprano del mondo: Maria Callas. La sua “Madame“, come lei la chiamava, era in procinto di arrivare, essendo uscita per delle commissioni, ma ecco che nell’attesa, tra un tè ed un biscottino, Bruna  ha iniziato il racconto del suo rapporto con la grande cantante. Questo è “Vissi per Maria” spettacolo su testi di Roberto D’Alessandro con la regia di Ilza Prestinari e l’interpretazione della stupenda, memorabile figlia Siddhartha in scena il 6 ed il 7 febbraio al Teatro di Documenti.
Siddharta Prestinari
© Marco Rossi
La casa è accogliente, semplice ma funzionale. Su un televisore acceso va in onda la storica Tosca che la Callas cantò nel 1964 al Covent Garden di Londra. Ma ecco che il racconto prende vita. Il prima incontro di Bruna con la sua “Madame” avviene nei primi anni ’50 e da allora diventa un vero e proprio amore. Bruna racconta il mito Callas ma anche la donna fragile, puntando una parte del suo discorso sul grande amore della vita di Maria: Aristotele Onassis, un uomo che la fece soffrire a causa dei numerosi tradimenti e dell’aborto di quel figlio da lei tanto voluto, ma di cui lui proprio non ne voleva sapere. A tale sacrificio si spinse la donna per seguire il suo sogno d’amore.

Ma la Callas è stata anche la grande diva del palcoscenico. Tra i tanti episodi mitici, Bruna ricorda con particolare affetto la Norma cantata ad Epidauro – un personaggio che si avvicina molto alla biografia dell’artista per la tragica passione amorosa –  ma anche il Concerto di Parigi del 1958, i grandi successi alla Scala e i vari giri per il mondo. Della Callas si evince la durezza: esigeva tanto dalle persone che la circondavano e da se stessa. Si rileva anche il suo perfezionismo, forse troppo, e la felicità mai raggiunta, tutti fattori che la fecero crollare in un forte stato di depressione. Morì, infatti, a soli 53 anni.
Maria Callas è dunque morta. Bruna lo sa, ma ha deciso di vivere nell’illusione che prima e poi lei e la sua Madame si rincontreranno, che la sua Maria prima o poi torni a casa da quella passeggiata senza un ritorno.
Per finire, non solo dobbiamo lodare ancora la grandiosa Siddhartha Prestinari per aver messo in luce alla perfezione l’animo di Bruna e di Maria Callas, ma dovremmo anche ascoltare il Suicidio dalla Gioconda di Amilcare Ponchielli, aiutandoci con la lettura delle parole esatte del pezzo, quelle stesse parole che furono scritte sopra un bigliettino trovato presso il letto di morte di Maria.

Marco Rossi

“Come il cielo di Belfast”, bestseller su Amazon in 24 ore

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Tutto può accadere, niente è scontato, i sentimenti e la guerra sono mutevoli, proprio come il cielo sopra Belfast. 


Ai primi posti della Top 100 Bestseller della Narrativa storica su Amazon in 24 ore!
Una passione bruciante e un destino, ormai segnato, che incombe sulle vite di giovani ragazzi che si trovano a vivere sulla loro pelle le conseguenze del conflitto nordirlandese. Come il cielo di Belfast (Lettere Animate edizioni, pp. 246) della genovese Elena Magnani sono pagine di vita e passione, di lacrime e risate che non vi lasceranno più andare.
L’intero romanzo è incentrato sull’intenso dualismo tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, sete di vendetta e ricerca di una tregua, vita e morte, strenua difesa delle proprie origini e pacifica convivenza con “gli invasori.” Da che parte sceglieranno di schierarsi i protagonisti, sarà il fato a deciderlo. 
La storia si svolge su due binari paralleli: da una parte c’è Gaia, una ragazza italiana che parte per Belfast nel tentativo di salvare il suo migliore amico da un matrimonio affrettato; dall’altra Martin, un ragazzo protestante che vedrà il suo mondo infrangersi e la sua amicizia con un uomo cattolico messa a dura prova. 
«Ci sono storie d’amore e storie d’amicizia sussurrate dal vento del Nord – spiega Elena Magnani – Ci sono storie speciali di cui non saprai mai niente e storie semplici che circondano i tuoi giorni. Ci sono storie poi, che vivono di un sogno, storie che vorresti afferrare e tenere sempre con te. Io l’ho fatto scrivendo di loro. Raccontando di un sospiro d’amore e di un forte desiderio di amicizia, ma a Belfast niente è come sembra, nessuno è innocente o al di sopra delle parti. A Belfast il cielo è bellissimo, ma anche mutevole»
Le vicende si srotolano sulle due strade che per anni sono state le testimoni del conflitto, partito in sordina e divampato poi in uno degli scontri settari più cruenti del nord Europa degli ultimi cento anni. The Falls, la via cattolica, e The Shankill, quella protestante, fanno da sfondo agli avvenimenti dei due protagonisti, per toccarsi e intersecarsi involontariamente, perché a Belfast nessuno è innocente, nessuno è al di sopra delle parti e Gaia si innamora di un uomo che la metterà davanti ad una scelta. Si può vendere l’anima al diavolo per amore? Si può decidere di chiudere con il passato e rischiare ogni giorno la vita in un paese che si nutre di odio e di vendetta? Allo stesso tempo, Martin dovrà fare i conti con la realtà in cui vive, con l’esasperazione che porta allo sconforto, all’omicidio e alla fuga da un posto che lo ha tradito, ma accanto a lui c’è sempre Patrick, il suo amico cattolico, un gigante buono che tenta, a costo della vita, di salvarlo da se stesso. Attorno a loro, la vita di gente comune che cerca di sopravvivere alla guerra, chi tentando di ignorarla e chi nutrendosene. Ma a Belfast niente è come sembra, il cielo è mutevole e tutto può cambiare in un attimo.
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Quel Prezioso Don Giovanni sta d’incanto al Quirino

La regia di Alessandro Preziosi realizza al Teatro Quirino un Don Giovanni in chiave virtuale, olografico e sprezzante.

Mai epoca è stata nei costumi e nelle idee più vicina al Don Giovanni come la nostra. Non perché preoccupata dalla degenerazione morale dei vizi, ma proprio perché al di là persino dal ritenerli tali e più divertita di altre dall’ipocrisia dei suoi presunti contrari, per quanto spesso loro vittima.
Coerentemente con questa affinità contemporanea, la regia di Alessandro Preziosi, la compagnia KHORA.teatro e l’adattamento di Tommaso Mattei realizzano l’opera in chiave fusion, prettamente esemplare del gusto e delle atmosfere ricercate dal teatro oggi. Così il Don Giovanni di Molière si presenta il 2 febbraio al palco del Teatro Quirino spazialmente e temporalmente decontestualizzato, dove i costumi d’epoca di Marta Crisolini Malatesta affondano nello spazio dalla dimensionalità alterata delle scene di Fabien Iliou, delle musiche di Andrea Farri e delle luci di Valerio Tiberi. Lo spettacolo è in collaborazione con il Teatro Stabile d’Abruzzo e andrà in scena a Roma fino al 14 febbraio.
Il viaggio del libertino è preso negli istanti della sua ultima grande corsa, dal ripudio della bella Donna Elvira, tolta al convento spezzando i voti di clausura, all’incontro coi fratelli di questa, desiderosi di vendicare l’onore della famiglia. Di seduzione in seduzione, dove la chiave del tranello sta nell’ambiguità che accomuna sedotta e seduttore, si giunge al mausoleo di pietra. Qui il sensualismo illuminista decide di frantumare l’ultimo tabù: invitare a cena la statua del defunto commendatore, da lui ucciso in un precedente duello. Un’offerta che la statua non avrà cuore di rifiutare.
Teatro Quirino Molière
“Che quadro! E questo non è altro che lo schizzo del personaggio.”
La memoria rispetta con particolare dovizia il testo, accelerato per creare un ritmo incalzante dal carattere contemporaneo. La riuscita dell’operazione di adattamento trova il suo punto fondamentale nell’aver compreso di quale teatro abbia bisogno lo spettatore di oggi affinché si possa realizzare appieno quella fondamentale catarsi, secondo la sensibilità del terzo millennio. Il Don Giovanni viene immerso in uno spazio virtuale, dove i personaggi appaiono sul palco come ologrammi. I loro volti slavati e gli abiti bianchi sono identificati da precisi coni di luce che li separano dall’atmosfera bidimensionale del palco. Nell’oscurità liquida si tramandano silenzi angoscianti e la gestualità, ponderata fino all’eccesso, si ammanta di un ritualismo riflessivo. Dalle maniche merlettate si manifestano con squisita eleganza echi che ricordano il teatro No giapponese. I riflessi degli uomini si specchiano nella dimensione capovolta del pavimento di nero cristallo. La scenografia è un’unica e imponente parete interattiva, dove illusioni digitali prendono la forma di mari luminosi e di interni dalla prospettiva surreale. Colorate spirali di fumo attraversano le proiezioni, intervallate da ombre incombenti sulle entrate e le uscite, come figure dietro un velo di nebbia. Una cornice dorata incastona la teca del palco, completando lo splendido scherzo di un quadro in movimento. In questa realtà libertina, atemporale e cortigiana, Alessandro Preziosi sta d’incanto nei panni del Don Giovanni. La sua voce sa bene indugiare quanto basta nella languida effeminatezza di corte, per poi corrompere l’elegante travestimento con la coerenza tagliente di uno spirito lucido e calcolatore. La sua psiche è quella di un uomo navigante su un mare di tetra consapevolezza, in cui la furbizia è indissolubilmente legata ad un cupo godimento dei piaceri. Una morbidezza melliflua nasconde una crudezza disarmante, titanica. Il timorato servo Sganarello, interpretato da Nando Paone, sa essere uno squisito tripudio di qualunquismo religioso, gestito con una naturalezza che sa ammiccare alle maschere della commedia, senza dolerne in dignità. Le punte di diamante si riservano per il finale: energica ed esuberante è la scena dell’invito alla statua; l’ambigua visita di Donna Elvira, alias Lucrezia Guidone, sfoggia un pentimento voluttuoso. L’avvicinarsi della dannazione è un crescendo che si colora di un titanismo sensuale, sprezzante quanto languido, mentre il tempo scandisce una coreografia alienante. Rinnovato con questi inquietanti, affascinanti vestiti, il Don Giovanni di Molière riesce ancora una volta a catturare il respiro. A posteriori, si trasforma in un divertito e fiero omaggio ai tempi postmoderni, un po’ come il Faust goethiano ma senza approvazione divina, dove le fiamme del finale appaiono come un esilarante scherzo.
Gabriele Di Donfrancesco

TWAIN Residenze, la necessità dell’incontro

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Con l’assegnazione dell’avviso pubblico per la nuova categoria ministeriale Residenza di spettacolo dal vivo, cofinanziato da MiBACT e Regione Lazio, nasce TWAIN Residenze. Ecco l’intervista alla direttrice artistica Loredana Parrella.

Risulta sempre più raro, ma a volte capita di ricevere delle notizie positive anche quando si parla di arti performative, in particolar modo di creazione artistica.
E’ capitato che nel Lazio sia nata una nuova realtà, plasmata dalla mente e la necessità di Loredana Parrella, figura di rilievo nell’ambito della danza, coreografa, performer, regista e direttrice artistica della compagnia Cie Twain.
TWAIN Residenze nasce oggi, ma è frutto di un’esperienza nel campo delle residenze artistiche che si protrae da anni, è la naturale evoluzione di Officina Twain 14/16 – Centro di Promozione Culturale del Territorio – Officina Culturale della Regione Lazio. L’ottenimento del riconoscimento dell’attività da parte del MiBACT segna il raggiungimento di un nuovo traguardo, apre la strada verso nuove evoluzioni mantenendo ciò che nel tempo è stato fatto. Sede del progetto è Ladispoli e dispone di due spazi teatrali: la Sala Bausch, presso il Centro d’Arte e Cultura, e lo Spazio Teatrale Polifunzionale. Il progetto ha il compito di veicolare la produzione d’arte contemporanea e favorire l’interazione tra gli artisti in residenza e il territorio della Regione Lazio. Uno spazio di sperimentazione e condivisione di buone pratiche, dove riorganizzare le competenze e sancire i meriti con l’obiettivo di sostenere, tutelare e diffondere la giovane creatività contemporanea.

– TWAIN Residenze è un progetto di “Residenza di spettacolo dal vivo”, cofinanziato da MiBACT- Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo, e Regione Lazio. Cosa significa, ai giorni nostri, confrontarsi con le realtà pubbliche? Quali sono i limiti che si incontrano e quali le possibilità che invece si aprono?
Come operatori culturali abbiamo sempre lavorato sulla ricerca di dialogo e confronto costante. E’ una scelta fondamentale: solo attraverso una comunicazione aperta con gli enti pubblici possiamo far capire le nostre necessità progettuali. Per quanto dispendioso in termini di tempo, è un lavoro necessario a far comprendere le esigenze artistiche del nostro mestiere: se il nostro interlocutore ci ascolta, possiamo pianificare il nostro lavoro con tutti i mezzi di cui abbiamo bisogno; ma se il dialogo si interrompe, nulla è possibile. Naturalmente si tratta di un approccio più sviluppato in alcune regioni piuttosto che altre, e molto dipende dalla gestione politica: solo dove le istituzioni sono attente alla cultura e stanziano le giuste risorse la capacità progettuale cresce. La Regione Lazio ritengo abbia fatto dei passi avanti, ma non basta: perché diventi una regione virtuosa dal punto di vista culturale sono necessarie più risorse.

– L’attività di residenza è una modalità produttiva piuttosto recente, ma che ha già mostrato punti di forza e specificità. Per questo è stata da poco inserita tra le categorie ministeriali. Una modalità produttiva che coniuga la necessità di spazi per il lavoro di creazione con la possibilità per gli artisti di concepire un’opera elaborata in più contesti, capace di carpire diversi stimoli e confrontarsi con più persone. In che modo, secondo lei, questi due fattori incidono sulla creazione artistica?
E’ fondamentale stabilire un rapporto culturale fra l’artista in residenza, il territorio che lo ospita, e chi abita quel luogo. Gli spazi ed il confronto con le persone incidono profondamente e positivamente sulla creatività. L’esperienza della residenza è diversa da quella di una sala prove: si tratta, piuttosto, di una nuova modalità a sostegno del processo creativo. 

Il concetto di Residenza nasce da un’esigenza di crescita. L’incontro con persone e luoghi diversi fa sì che si amplino la sensibilità dell’artista e, di conseguenza, le sue capacità creative. La creatività è nomade e deve essere libera di viaggiare per incontrare stili, linguaggi, culture, luoghi che racchiudano queste bellezze sia dal punto di vista culturale che storico. E’ importante che questo “viaggio” sia affiancato dal sostegno di figure professionali come quelle dei tutor, che seguono lo sviluppo del processo creativo. In quest’ottica il sistema delle Residenze deve dar vita alla ricerca e non necessariamente alla produzione.

– Quali sono le residenze attualmente in programma? In che modo queste offriranno un’occasione di incontro e scambio con il lavoro della compagnia Cie Twain, di cui lei è coreografa e direttrice artistica?
Per questa prima annualità, che va da novembre 2015 a marzo 2016, Twain Residenze ospita tre progetti: “DOS (work in progress)” di Babel Crew, “Beviamoci su_No Game” di Compagnie MF ed “Io non ho mani che mi accarezzino il viso” di Biancofango. Abitando gli stessi luoghi, c’è la possibilità che gli artisti in residenza incontrino i danzatori di Twain ma i due progetti viaggiano su due binari paralleli. 
L’obiettivo principale è mettere in relazione ogni progetto in residenza con le realtà locali. Tra queste prediligiamo soggetti in grado di entrare in sintonia con gli artisti, e impegnati nello sviluppo di specifiche progettualità sul territorio. Nel corso del tempo abbiamo in questo modo stretto legami importanti con alcune associazioni, come Il Salto o Nate dall’Ambra, il cui lavoro ruota attorno a problematiche delicate come la disabilità, il disagio mentale o l’alcolismo. Il fine ultimo di questi rapporti non si limita alla realizzazione di eventi che abbiano come argomento di discussione il rapporto tra questi disagi e l’arte (sviluppato anche in termini filosofici), ma consiste soprattutto nel tentativo di creare occasioni di contatto e scambio che permettano una conoscenza maggiore di tali problematiche all’interno del tessuto sociale.

Compagnie MF

Si crea così un argine all’isolamento e all’emarginazione, fattori che contribuiscono in modo determinante al deterioramento, a livello individuale e non, di queste situazioni, e parallelamente si aprono spiragli per un’inversione di tendenza, e quindi ad una maggiore integrazione. Un esempio è quanto sta accadendo proprio in questi giorni: la compagnia residente MF, impegnata nello sviluppo di una performance sull’alcolismo, è stata messa in contatto con il gruppo che ha realizzato l’anno passato il progetto e spettacolo “Spaesamenti“, incentrato proprio su problematiche quali l’alcolismo e il disagio mentale. Lo scambio, bidirezionale, arricchirà le esperienze ed il vissuto di entrambi i gruppi.

Inoltre è di fondamentale importanza la collaborazione con gli Istituti scolastici e per quanto riguarda Ladispoli devo nominare l’Istituto Comprensivo Statale Corrado Melone e l’Istituto Comprensivo Statale Ladispoli1. In queste strutture abbiamo trovato non solo un’ottima sponda nel Preside Riccardo Agresti e negli insegnanti, ma anche un ambiente culturale fertile, frutto di un lavoro prezioso e appassionato del corpo docente con cui siamo entrati perfettamente in sintonia. A queste scuole proponiamo performance e laboratori che trovano un pubblico partecipe e attento. Uno stimolo importantissimo che ci mostra il senso della nostra presenza nel territorio. La sinergia che è scaturita da questo rapporto costituisce un modello che ci arricchisce e che ci piacerebbe esportare anche in altre realtà.  Come direttrice artistica seguo tutti i progetti in residenza e coordino il lavoro dei tutor, che ho scelto per affiancare gli artisti. Il nostro tutoraggio spazia dalla drammaturgia alla musica, all’illuminotecnica e scenotecnica fino all’organizzazione ed il management. 

– Argomento di discussione sempre attuale è l’importanza di avere uno spazio, la possibilità che questo concede di creare una progettualità a lungo termine, di agire sul territorio attraverso un’azione di promozione e formazione del pubblico. In che modo l’attività di TWAIN Residenze intende svolgere questo ruolo? Qual è il contesto iniziale in cui va ad inserirsi?
L’Associazione Culturale Twain lavora sul territorio della Città di Ladispoli da molti anni e la sua storicità le è stata riconosciuta con l’affidamento di due spazi teatrali: la Sala Bausch presso il Centro d’Arte e Cultura (diventata già nel 2014 sede operativa di OfficinaTwain 14/16, unica officina culturale della Regione Lazio per la zona del Litorale nord e zona dei Laghi) e lo Spazio Teatrale Polifunzionale.
La finalità di Twain è sviluppare le arti contemporanee attraverso un’indagine sui differenti linguaggi dello spettacolo dal vivo, con un focus su danza, teatro fisico e arti performative. Credo che la diffusione e la trasmissione della cultura possano operare importanti trasformazioni nelle menti di coloro che la attraversano, e portare ad una reale qualificazione dei territori. La cultura è il sapere generale dell’individuo, capace di renderlo “un corpo pensante”. Questo tipo di consapevolezza, che si ottiene solo attraverso il coinvolgimento ed il confronto, può portare a un contributo socialmente valido. Ritengo il nostro lavoro di divulgatori della cultura sul territorio fondamentale. L’obiettivo non è imporre il nostro prodotto artistico, ma rendere l’individuo spettatore libero perché consapevole. Acquisendo gli strumenti giusti, lo spettatore potrà scegliere in coscienza se seguire progetti culturalmente più elevati o accontentarsi di ciò che viene proposto dai fast food dell’intrattenimento. Oggi la vita è molto frenetica. Più che vivere si sopravvive, e questa condizione lascia sempre meno spazio alla cultura: dalla scuola ai centri ricreativi per anziani, gli spazi e i fondi per le attività culturali professionali mancano ovunque. 
“DOS (work in progress)” di Babel Crew

Ed è proprio per questa mancanza che Twain si pone come mezzo di trasmissione e diffusione della cultura. Come Twain Residenze abbiamo creato il laboratorio di formazione del pubblico “Scena Aperta: spettatori dietro le quinte”, accessibile gratuitamente a chiunque voglia parteciparvi. Si tratta di un percorso che, attraverso alcune tappe chiave (prove aperte delle compagnie in residenza e backstage relativi alla loro formazione, incontri di didattica della visione e altro) porterà alla creazione di un pubblico consapevole. E’ anche offrendo questo tipo di opportunità che Twain intende dare il proprio contributo nel territorio in cui opera, incidendo profondamente e positivamente sul suo sviluppo culturale. In quest’ottica si inseriscono le attività di formazione che svolgiamo nelle scuole. L’ultima iniziativa di questo tipo ha avuto luogo il 14 gennaio presso l’Istituto Corrado Melone, quando abbiamo proposto, ad un pubblico di oltre 100 studenti della scuola media, la performance “DOS (work in progress)”, della compagnia in residenza Babel Crew. Un’occasione che è ha rappresentato un forte stimolo per i ragazzi, i quali hanno contribuito sia attraverso la loro viva partecipazione durante la messa in scena, sia in un secondo momento, tramite la condivisione delle proprie impressioni, emozioni e suggerimenti. L’input lanciato dagli artisti è così tornato indietro amplificato, e gli stessi danzatori hanno percepito l’eco della propria opera artistica. Il giovane pubblico della Melone ha così influenzato il processo creativo di DOS, assolvendo appieno al compito che idealmente gli avevamo assegnato e dimostrando così la validità del progetto, che mette in stretta relazione territorio e artisti in residenza. 

Chiara Mattei

Gli Androidèi, i robot immortali nella street art di Pixelpancho

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Dal 19 febbraio al 3 aprile 2016 la Galleria Varsi presenta “Gli Androidèi: i robot immortali nella street art di Pixelpancho“.

Inserita dal New York Times nella guida “36 Hours in Rome”, la Galleria Varsi è tra le più giovani realtà che producono street culture nella capitale. Nata nel 2013, continua a rivolgere il suo sguardo alla scena underground, accogliendo i migliori artisti del momento.
Dal 19 febbraio al 3 aprile ospiterà “Androidèi” la mostra personale di Pixelpancho, consacrato tra gli street artists italiani più conosciuti e apprezzati al mondo, con oltre 100.000 followers su Instagram. 
Oltre ad aver partecipato ad alcuni dei principali festival di street art, numerose sono le sue esposizioni nelle più prestigiose gallerie d’arte internazionali – Europa, Stati Uniti e Centro America – tra cui la Hoerle – Guggenheim di New York e Stolen Space di Londra.
Pixelpancho arriva a Roma con la sua inconfondibile tag, un piccolo androide.
Ma chi sono gli “Androidèi”?
A raccontarlo ci pensano le opere di Pixelpancho all’interno delle quali i Robot e gli dèi si incon­trano per fondersi in un’unica entità soprannaturale. L’uomo è protagonista senza mai comparire in carne ed ossa, la sua pelle sensibile diviene ferro, il suo animo ingranaggio. “Il corpo umano è interessante da un punto di vista anatomico – ha dichiarato Pixelpancho in un’intervista – il modo in cui funziona è veramente affascinante e ispira tutti i miei disegni”.
Spiegare i fenomeni della natura e il ciclo della vita è una necessità intrinseca degli esseri umani che da mil­lenni creano e si appellano a creature supreme per cercare risposte e certezze. Queste creature si evolvono con il passare dei secoli, in relazione alle esigenze legate alle culture che le producono.
È in questo senso che l’uomo proietta sui robot il suo desiderio di perfezione e immortalità. “I robot non muoiono – spiega l’artista – sono ciò che rimane una volta che ce ne saremo andati”.

I robot sono i nuovi dèi.

Prosegue così la riflessione dell’artista torinese sull’uomo, espressa nel tempo attraverso metafore visionarie. Una ricerca che si fonda su una rappresentazione fantastica della realtà e che la trascende per raccontarla attraverso le 19 opere che saranno presenti all’interno della mostra: dipinti in acrilico su pannelli di legno, sketch e incisioni su carta e una scultura in gesso, ceramica e ferro. In linea con il tema della mostra, la Galleria Varsi si trasformerà in una domus romana: le opere si sostituiranno agli affreschi, la natura prenderà possesso dello spazio in un luogo colmo di suggestioni. “Punto di forza della Galleria – ha dichiarato Massimo Scrocca, il fondatore – è proprio la continua mutazione che apportiamo allo spazio, tra installazioni e dipinti sui muri interni, dando così la sensazione al fruitore di entrare a contatto direttamente con la visione dell’artista”.
L’artista realizzerà inoltre un murales nel quartiere Primavalle, in collaborazione con il collettivo Muracci Nostri e gli artisti e realtà locali per portare nella periferia del territorio l’impatto e le suggestioni della street art che ne racconta così storia, simboli e memorie.

La Galleria

La Galleria Varsi, location nel centro storico di Roma, anche stavolta apre le sue porte permettendo ad artisti contemporanei e d’avanguardia di alternarsi con mostre personali. Numerosi sono infatti gli artisti (writer, street artists, illustratori, scultori e fotografi) per lo più appartenenti alla street culture, la cui innovazione ha consacrato la galleria come spazio originale nel panorama romano. “Nonostante abbia pochissimi anni di esperienza – dichiara Massimo Scrocca, il fondatore – la Galleria Varsi è sicuramente riconosciuta a livello internazionale, grazie anche alle continue collaborazioni con artisti internazionali del calibro degli Etam Cru, Herakut, Dulk, Etnik, Run, Alice Pasquini, Nosego, M.City, Solo, Daniele Tozzi, Mr. Thoms, Jacopo Mandich, Diamond e due leggende sacre nella scena dei graffiti americana anni 80, Blade eSkeme. Fin dall’inizio, la Galleria ha infatti puntato sull’importanza di comunicare con l’estero tramite i propri canali (sito web, shop online, social, etc) divenendo, soprattutto per i turisti americani, tappa fissa durante un viaggio a Roma”.

L’artista

Pixelpancho (Torino 1984) è stato introdotto al colore e alla forma da suo nonno, un pittore occasionale. La sua passione per l’arte e il design lo ha portato a iscriversi all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e poi all’Accademia di Belle Arti di Valencia, in Spagna, dove si è laureato. In questo periodo ha potuto conoscere le scene dei graffiti e della street art e ha iniziato a utilizzare vernici spray e markers su superfici esterne, distinguendosi ben presto dalla maggior parte degli studenti che ancora usavano soprattutto carta e tele classiche. Nei suoi viaggi tra la sua città natale di Torino e Valencia, Pixelpancho ha potuto cogliere tutte le occasioni per farsi conoscere nelle strade, realizzando muri in molte città europee attraverso l’uso di mezzi diversi come pittura murale, adesivi / poster art. Il tempo trascorso a Parigi, Amsterdam, Varsavia, Vienna e altre città per graffiti jam e mostre in galleria ha anche consentito allo stile di Pixelpancho di evolversi, trasformando i semplici robot iniziali nelle composizioni più complesse che caratterizzano la sua arte odierna. La narrazione nel lavoro di Pixepancho è guidata da un mondo dimenticato che giace sotto una coltre di polvere. Nel suo universo, robot rotti e ammaccati si trovano in decomposizione a terra; i loro organi di ferro e rame arrugginiti cadono e giacciono nell’oblio. Anche se le dimensioni del suo lavoro variano, il suo regno surreale è il filo costante che trafigge lo sguardo dello spettatore e lo accompagna attraverso riferimenti contemporanei e storici. La forza della dimensione fisica e dei gesti che umanizzano i suoi robot sono particolarmente evidenti sui muri di edifici abbandonati in molte città europee, americane e messicane, in cui tutti sono parte integrante di una struttura interconnessa di storie che avvolgono anche i suoi murali, dipinti, e sculture.
DOVE: Galleria Varsi – Via di San Salvatore in Campo 51, Roma
QUANDO: 19 febbraio – 3 aprile
ORARI: da martedì a sabato dalle ore 12 alle 20, domenica dalle ore 15 alle 20, lunedì chiuso

The Hateful Eight, il logorroico giocattolo di Tarantino

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Da dichiarazioni e interviste varie, è piuttosto ovvio intuire il nome del più grande fan di Quentin Tarantino sulla faccia della Terra: lo stesso Quentin Tarantino, appunto.

E’ uno che quando passano i propri film in tv si ferma e li riguarda, si auto-cita nelle proprie opere, fa classifiche dei suoi stessi personaggi e delle sue stesse scene, ha iniziato a numerare i propri lavori perché vuole terminare la carriera con 10 film girati per non sprecare il buon lavoro fatto, ed è pure a conoscenza che per tutti il suo peggior film è Death Proof, e gli sta bene così. Il concetto chiave è appunto “consapevole di se stesso e del proprio cinema” e nessuno lo è come lui. Ammettiamolo, è uno dei pochissimi autori per cui non diciamo “vado a vedere questo film” ma piuttosto “vado a vedere Tarantino” e lui lo sa benissimo, gli piace e ci gioca tantissimo.
Tutto questo, come mai prima d’ora in oltre 20 anni di carriera, lo troviamo nel suo nuovo monumentale lavoro The Hateful Eight: in un certo senso western, per un altro verso giallo da camera, con un’altra prospettiva ancora spettacolo teatrale in via di definizione, The Hateful Eight è essenzialmente 3 ore di Quentin Tarantino che si masturba guardandosi allo specchio.
Sia chiaro, Tarantino ha sempre giocato moltissimo nei suoi film, che non a caso possono essere ambientati solo e soltanto nella sua sua testa o nel suo universo parallelo. E il cinema di Tarantino piace e ci piace anche per questo. Però, come in tutte le cose, un limite c’è sempre. The Hateful Eight è a tutti gli effetti una versione aggiornata e corretta di Le Iene ambientato nel genere western, e sarebbe stato una onestissima e divertente opera minore nella filmografia del regista, una scelta che ci sta, non certo una vergogna, pur sempre un film avvincente e godibile. Ma no, a Tarantino di fare un film minore non gli sta bene, e pur con a disposizione un materiale semplice, perché dalla struttura del giallo da camera non si scappa, ha voluto strafare e uscire dagli schemi anche quando sarebbe stato meglio accettare il basso profilo. E così abbiamo teste che scoppiano, un trucco accettabile in film dinamici come Kill Bill e Django Unchained ma non qui, e una iper-pubblicizzata fotografia in 70mm quasi sprecata dall’ambientazione in uno spazio chiuso.
Prendete la scena nella locanda di Bastardi Senza Gloria e allargatela per 3 ore: è chiaro che difficilmente può funzionare. La tensione della storia centrale inevitabilmente si abbassa, e Tarantino stesso fa di tutto per ucciderla con sottolineature del tutto inutili e fastidiose (la voce fuori campo per spiegare un qualcosa che sarebbe stato meglio mostrare e basta). Tarantino, che dopotutto un fenomenale autore rimane, prova altri stratagemmi per tenere alta l’attenzione, a partire dallo sviluppare i suoi personaggi, forse il suo maggior talento, ma degli 8 se ne salvano appena la metà, perché c’è sempre la perturbante sensazione di non vedere veri personaggi ma solo pedine mosse dal burattinaio Tarantino, con tanto di fili. Non c’è l’emotività che portava avanti da Kill Bill in poi, non c’è la maturità della messa in scena trovata negli ultimi due film (se la tecnica non si sposa alla narrazione è solo esercizio di stile).
Tutti i film di Tarantino hanno un comune e fantastico pregio, quello di essere sempre e comunque enormemente rivedibili, tante e tante volte. Ecco, The Hateful Eight non lo ha, e non solo per la durata. Tarantino è forse al mondo l’autore più cinematografico nel senso stretto del termine, è uno che letteralmente ama il cinema come pochi grandi registi amano, e qui aveva a disposizione un bellissimo racconto, un bellissimo giallo ricco di riflessi e spunti sulla condizione della fondazione dell’America attuale: a Tarantino questo non è bastato, e invece di mettersi a servizio del proprio copione, ha fatto il contrario, sacrificando la storia per lanciare i suoi guizzi, spingendo l’acceleratore ogni volta appena possibile. Però ecco, non tutto è sempre un gioco.
Emanuele D’Aniello

Nudi e Crudi: all’Ambra Jovinelli una commedia dolceamara

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Dal 28 gennaio al 7 febbraio, all’Ambra Jovinelli, sarà in scena Nudi e Credi, tratto dall’omonimo romanzo di Alan Bennet: protagonisti assoluti due mattatori indimenticabili, Maria Amelia Monti e Paolo Calabresi.

Brutta sorpresa per i coniugi Ransone, una volta tornati a casa dall’opera dove sono stati a sentire Così fan tutte di Mozart: appartamento svaligiato. Anzi, no. Non svaligiato. Completamente ripulito: dalla cucina al salotto, dagli elettrodomestici all’impianto stereo preziosissimo di Maurice Ransome, tutto sembra svanito nel nulla. Così, la coppia si ritrova catapultata in una spiacevole disavventura che però, stranamente, sembra entusiasmare Rosemary. Di punto in bianco bisogna riorganizzare una casa e, di conseguenza, una vita.  Con esiti imprevedibili, divertenti, e, alla fine, malinconici.
I coniugi Ransome sono una di quelle coppie che fa sorridere: avvocato tutto d’un pezzo, Maurice nutre una sincera passione per Mozart; nei confronti di sua moglie ha poca pazienza e la routine non ha fatto che peggiorare un carattere che già di suo è poco incline all’imprevedibilità. Rosemary, di contro, è una casalinga mite e tenera, affezionata alla burberità del marito, che con assoluto disincanto vive giornate tutte uguali. 
Una coppia bene assortita, si direbbe. Di quelle che tutti, nella vita, conoscono, e di cui si finisce quasi per invidiare quei giorni e quelle nuvole di attimi vissuti ciascuno accanto all’altro. 
La coppia Ransome è fatta di piccoli rituali che solo trentadue anni di vita insieme possono costruire: l’opera il sabato sera, i due bagni del signor Ransome quando torna a casa dal lavoro (uno prima di cena e uno in Mozart dopo cena, per lasciarsi “ripulire delle sozzure che aveva dovuto sopportare tutto il giorno al lavoro”), i piccoli crucci della signora Ransome sulla giusta temperatura in forno per gli sformati (meglio farli cuocere a 170° o 180°? E questo pensiero era riuscita a distrarla proprio la sera del Così fan tutte): piccole quotidianità che fanno sorridere. E cosa succede, se poi, all’improvviso, qualche evento disgraziato fa precipitare il tutto nella novità?
Così, Maurice finisce per indispettirsi sempre di più, mentre Rosemary sembra trovare una nuova vitalità, un nuovo brio.

Nudi e Crudi non nasce commedia (la traduzione e l’adattamento si devono a Edoardo Erba) ma piccolo gioiello in prosa di Alan Bennett che, da una situazione apparentemente surreale (come solo può essere un appartamento completamente ripulito, lo abbiamo già detto, dai lampadari alle prese di corrente), arriva ad indagare cosa può succedere all’interno di una coppia consolidata e, forse, anche un po’ avvizzita dopo anni di convivenza (o tacita sopportazione). 
Maria Amelia Monti incarna perfettamente la tenera ingenuità di Rosemary, enfatizzando a dovere esternazioni e meraviglie per una situazione del tutto nuova; Paolo Calabresi convince e diverte, interpretando a dovere la parte dell’ombroso e pomposo Maurice. 
Se la prima parte della commedia, brillantemente diretta da Serena Sinigaglia convince meno (non arriva ad annoiare ma sono ben pochi gli sprazzi di brio che funzionano), nella seconda le doti comiche dei due attori esplodono alla grande, riuscendo a divertire, a fare pensare e anche a commuovere.  Perché Nudi e Crudi, alla fine, non può che lasciare un dolce amarezza, una malinconia di fondo in cui, inevitabilmente, è possibile arrivare a riconoscersi: la presa di coscienza di una nuova primavera della giovinezza, da parte della signora Ransome, così inspiegabile agli occhi di suo marito, è davvero possibile se solo si ha il coraggio di fare quel piccolo passo in più dalla monotonia di cento giorni tutti uguali, uno appresso all’altro. E’ la scelta di fare colazione nel bar sotto casa, di leggere un giornale mai letto prima, di accendere la televisione e guardare quei programmi del primo pomeriggio mai visti perché considerati contenutisticamente troppo esagerati:
Parlavano di «preliminari» e «orgasmi multipli», di «consapevolezza profonda» e del «bambino che è in noi». Era un linguaggio fatto di confessioni e di esuberanti dichiarazioni di affetto. «Ti sento molto» si dicevano, dandosi a vicenda un colpetto sulla mano. «Sono in contatto con te.”

Da qui, proprio da qui, Rosemary sembra risvegliarsi da un torpore che l’ha resa per troppi anni moglie e non più donna, pazientando, sopportando, attutendo quegli impulsi, quelle passioni che non hanno età. Così, nel bacio del vicino di casa, giovane e aitante, Rosemary si perde e torna alla vita. Ma la sua trasformazione – è evidente – è già avvenuta: nel momento stesso in cui si è accorta che il furto incredibile di tutta la mobilia del loro appartamento più che sconvolgerla le ha dato una nuova possibilità di reinventarsi, di conoscere, di parlare, di vivere. 
Tutto questo risulta incomprensibile a Maurice Ransome, chiuso nella granitica convinzione che le novità sono scocciature e che il ménage famigliare vada bene così com’è. Salvo poi, ascoltando di nascosto la registrazione incauta di una coppia di giovani amanti (e qui nulla più sveliamo per non spoilerare la trama), arrivare a chiedersi come possano, due persone, amarsi in modo così intenso, così passionale: 
Per quanto lo mettesse, quel nastro non finiva mai di sbalordirlo: che due esseri umani potessero darsi così completamente e senza riserve l’uno all’altra e al momento presente andava oltre le sue capacità di comprensione, gli sembrava un miracolo.”
Una domanda che Rosemary si è già posta e che ha già capito: comunicare, toccarsi, questo è sempre mancato nel loro rapporto. E, dolcissima e straziante, è l’ultima scena, emblematica, fortissima, dove la signora Ransome confessa di avere sempre saputo, capito, sopportato, i vizietti del marito e che sarebbe bastato semplicemente cercarsi e parlarsi. 
Ma c’è ancora tempo, è la tenera speranza di lei: 

Impareremo a parlare insieme; noi non ci siamo mai dati delle carezze, Maurice. In futuro dovremo farlo sempre.”

Solo scavalcando, letteralmente, il palcoscenico della propria vita, è possibile ricominciare: e Rosemary Ransome ci ha appena suggerito che, effettivamente, non è mai troppo tardi per farlo. 
Chiara Amati

Equilibrio XII, la danza dell’Auditorium Parco della Musica

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Dal 9 al 28 Febbraio torna Equilibrio. Festival della nuova danza. La dodicesima edizione della rassegna dell’Auditorium di Roma si riempie dei grandi nomi italiani e internazionali.

Attraverso Equilibrio la Fondazione Musica per Roma esplora ogni anno, su un tema specifico, le migliori produzioni – emergenti o affermate – del panorama internazionale. Per la dodicesima edizione del Festival della Nuova Danza è stata affrontata la relazione tra movimento e musica, così come sperimentata da alcuni tra i più intensi e importanti coreografi contemporanei che dell’utilizzo della musica dal vivo hanno fatto un elemento caratterizzante della loro poetica. 
Il tema si sviluppa attorno all’utilizzo della musica dal vivo e della ricerca del rapporto tra musica e movimento da parte di due maestri del contemporaneo (Alain Platel e Frank Van Laecke, insieme al musicista Steven Prengels), da parte di tre coreografe della scena femminile spagnola (Sol Picó, Àngels Margarit e María Muñoz) e da parte delle tre più rilevanti compagnie italiane, da pochi mesi Centri di Produzione della Danza Italiani (Aterballetto, Compagnia Zappalà Danza e Compagnia Virgilio Sieni). 
Atteso appuntamento della programmazione di febbraio del Parco della Musica, il festival Equilibrio ospiterà per questa nuova edizione un evento davvero speciale: Frank Van Laecke, Alain Platel e Steven Prengels presenteranno En Avant Marche!, uno spettacolo in cui, dalla classica alla contemporanea, la musica disegna un panorama all’interno del quale si esprime la narrazione dei corpi. I due coreografi hanno immaginato una banda, accompagnata da danzatori e attori, come elemento centrale della vita di una comunità, per dar vita a un affresco potente ed emozionante. Per questa produzione romana, gli artisti si avvarranno della collaborazione della Banda della Scuola Popolare di Musica di Testaccio
Dalla scena coreografica spagnola, che negli ultimi decenni ha conquistato un ruolo di rilievo nel panorama europeo per prolificità e innovazione, arriveranno Sol Picó, Àngels Margarit e María Muñoz, tre coreografe di una generazione che da anni, oltre a utilizzare linguaggi come la musica, l’improvvisazione e il racconto, lavora su temi politici che riguardano il femminile e la società. Le tre coreografe hanno costruito attorno a sé una comunità artistica vivace e attenta, sperimentando modalità narrative nuove, seppur nel continuo rispetto per la tecnica della danza e la purezza del movimento. E’ stato chiesto alle artiste, oltre a presentare i loro spettacoli, di lavorare anche con il pubblico degli appassionati e degli operatori, all’interno di diversi workshop. 
Se Àngels Margarit fonda il suo Capricis sui 24 Capricci di Paganini, dando luogo ad un puro divertissement coreografico, Sol Picò riflette con lo spettacolo We woman sulle identità di genere partendo da attitudini, tecniche di danza e storie umane differenti. Con lei in scena Julie Dossavi, Minako Seki, Shantala Shivalingappa. María Muñoz sarà invece protagonista di un solo dal titolo Bach nel quale le variazioni musicali sono incessanti e l’interprete vi si abbandona tra sospensioni, pause e pensieri fugaci, alla ostinata ricerca del piacere. 
Per quanto invece riguarda le compagnie di danza italiane, Il Decreto Ministeriale di luglio 2014 sul Fondo Unico per lo Spettacolo ha definito una nuova categoria di istituzioni finanziate, denominate Centri di Produzione della Danza, individuando per il triennio 2015/2017 in Aterballetto, Compagnia Zappalà Danza e Compagnia Virgilio Sieni i tre organismi di produzione e promozione di maggiore rilevanza sul territorio nazionale. Si è inteso così istituzionalizzare tre realtà consolidate da decenni nel campo della produzione coreografica anche per la loro capacità di aver formato generazioni di danzatori e coreografi ed essere stati punto di riferimento all’interno delle comunità culturali delle rispettive città. Il 26 febbraio insieme al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, la Fondazione Musica per Roma dedicherà un incontro a questo nuovo strumento normativo, dedicata agli operatori dello spettacolo dal vivo. 
Le stesse tre compagnie sono protagoniste della rassegna di danza della Fondazione Musica per Roma, quest’anno incentrata sulla relazione movimento – musica: 

Aterballetto presenterà il 9 febbraio tre coreografie: due di Michele Di Stefano (Upper-East-Side, un lavoro per 9 danzatori e e-ink con Damiano Artale e Philippe Kratz) e una dello stesso Philippe Kratz dal titolo L’Eco dell’Acqua

Il 17 febbraio in Sala Petrassi sarà la volta della Compagnia Zappalà Danza che presenterà Instrument 1 – Scoprire invisibile, un progetto scritto e diretto da Roberto Zappalà che esplora strumenti inconsueti, come il marranzano, il celebre scacciapensieri, che sorprende per l’utilizzo irrituale, energico e visionario. 
Virgilio Sieni presenterà il 12 febbraio il suo Isolotto, spettacolo di cui ha curato l’ideazione e che interpreterà a partire dalle azioni primarie – camminare a quattro zampe, alzarsi, inchinarsi, voltarsi – dando luogo a un atlante inedito sul corpo della danza. Il coreografo sarà in scena con Eivind Aarset, uno dei più importanti musicisti contemporanei. (leggi la recensione di Le Sacre, ultimo lavoro di Virgilio Sieni).
Vincitori ex equo del Premio Equilibrio 2015, Elisabetta Lauro e Piergiorgio Milano andranno in scena con due spettacoli, rispettivamente il 10 e il 13 febbraio in Teatro Studio. Milano, con Pesadilla, racconterà la ricerca dell’equilibrio precario tra un sogno ad occhi aperti e una vita ad occhi chiusi, in una danza al confine tra tecniche circensi e coreografiche. (zero), scritto e interpretato da Elisabetta Lauro, prende invece vita da quel moto interiore che accompagna la nostra esistenza e che talvolta diventa così tangibile e intenso che non può più essere ignorato e ci costringe a lasciarci andare, a essere completamente in ballo. 
Vincitrice del premio Equilibrio 2014 per la migliore interpretazione, Irene Russolillo ha scelto di essere diretta dalla grande coreografa Lisi Estaras per il suo nuovo solo, un solo autobiografico dal titolo The Speech, il cui tema è il tentativo di comunicare i sentimenti senza usare le parole. 
Grande spazio in questa dodicesima edizione alla formazione e al coinvolgimento degli spettatori. I laboratori saranno rivolti sia al pubblico, sia agli specialisti. Domenica 28 febbraio avrà luogo un workshop dedicato alle famiglie con bambini di età compresa tra i 7 e gli 11 anni, basato sullo spettacolo Capricis di Àngels Margarit, nel quale la coreografa disegnerà la melodia, proponendo diversi giochi scenici con l’obiettivo di rendere la musica visibile e di tradurla in azioni e movimenti, per scolpirla nei corpi degli interpreti. Un progetto, questo, che permetterà a tutta la famiglia di interpretare i Capricci di Paganini attraverso il movimento. 

Lezioni di danza gratuite a cura dello IALS (dal flamenco al tango, dalle danze popolari all’hip hop) si svolgeranno sabato 13 e sabato 27 nel Foyer Sinopoli. 

Dedicati agli addetti ai lavori, invece, i due laboratori a cura del musicista e direttore d’orchestra spagnolo David Garcia Aparicio che lavora sul tema della improvvisazione guidata in ambito musicale e coreografico. Aparicio terrà un laboratorio con gli allievi del Dipartimento di Jazz del Conservatorio di Santa Cecilia e con gli allievi del Biennio di Coreografia dell’Accademia Nazionale di Danza, dal 22 al 26 febbraio. Questo laboratorio darà vita, sabato 27 febbraio, allo spettacolo Movimento d’Insurrezione Sonora (MIS). Mentre, il 24 febbraio, Sol Picó dedicherà a questi giovani coreografi un laboratorio dedicato alla improvvisazione coreografica attraverso l’uso di segni e gesti convenzionali. 
Due incursioni ravviveranno la città al di fuori dell’Auditorium: prima dell’inizio del festival sabato 6 febbraio una performance degli allievi del biennio di coreografia animerà gli spazi interni della galleria Alberto Sordi, mentre il 16 febbraio presso la Fontana di Trevi la Compagnia Zappalà darà vita a un “Dance Attack”, una performance tratta dallo spettacolo Instrument 1 che invaderà letteralmente lo spazio coinvolgendo i passanti. 
In occasione del Festival, verrà allestita dal 9 al 28 febbraio in AuditoriumArte la mostra fotografica di Riccardo Musacchio, Flavio Ianniello e Paolo Porto dal titolo Equilibrio Fuori Scena 2016, seconda edizione dell’esposizione che ha trasferito fuori dal palco, ordinario luogo di rappresentazione, coreografie e improvvisazioni danzanti. Agli interpreti dell’edizione 2014 è stato proposto di scegliere la location del Parco della Musica che più si addicesse alla loro espressività. Il risultato è stato quello di produrre delle immagini di “figure danzanti” nei siti più nascosti e affascinanti dell’Auditorium Parco della Musica. 
Il Festival è realizzato dalla Fondazione Musica per Roma in collaborazione con Oficina Cultural Ambasciata di Spagna in Italia e con L’Ufficio del Turismo Spagnolo.