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“Social Gossip”, un libro sul pettegolezzo, social e non

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Qual è il ruolo sociale del pettegolezzo? In che modo si è trasformato nel corso del tempo? Come lo studio del gossip può servire a rileggere le interazioni della società contemporanea? Per rispondere a queste domande arriva in libreria “Social Gossip – Dalla chiacchiera di cortile al web pettegolezzo” .

Un libro ripercorre la funzione so­cio-comunicativa del pettegolezzo interpretando i media come spazio pri­vilegiato del voyeurismo verbale. Due sociologi della comunicazione, Antonia Cava e Francesco Pira, sfidano il pregiudizio che lega il chiacchiericcio al frivolo, invitandoci a prenderlo sul serio. Attraverso l’analisi dei linguaggi televisivi e delle narrazioni del web il libro restitu­isce l’importanza dei rumor come pratica collettiva che coinvolge l’intero corpo sociale nella produzione di significati.
Il pettegolezzo – spiegano Antonia Cava e Francesco Pira – nel tempo ha cambiato forma, linguaggi, strumenti di trasmissione ed è diventato soprattutto sui social network parte della costruzione della propria identità”.
Nel primo capitolo i due autori definiscono sociologicamente il pettegolezzo attraverso le riflessioni di alcuni maestri del pensiero che si sono cimentati con il concetto di chiacchiericcio. Nel secondo illustrano alcune delle più note ricerche del panorama internazionale. Scandagliano poi gli ambiti in cui maggiormente il pettegolezzo dilaga: la sfera politica. Ed ancora la gossip press e i programmi televisivi di intrattenimento. L’ultima parte del libro si concentra sulle due cornici che fanno del pettegolezzo una formula del racconto di grande successo: la televisione ed il web. Cava e Pira approfondiscono alcuni casi-studio che all’interno del piccolo schermo o nel cyber spazio confermano la forza della comunicazione informale.
Abbiamo scelto – sottolineano i due autori – di trattare il gossip come formula comunicativa scientificamente interessante e lo abbiamo fatto mettendo insieme le competenze sviluppate da ciascuno di noi negli ultimi anni di ricerca. Approfondendo quindi da una parte come i linguaggi giornalistici si trasformano nel momento in cui il pettegolezzo irrompe nel percorso di produzione della notizia, dall’altra che spazio occupa il pettegolezzo nelle logiche televisive.”
Il volume si apre con l’introduzione del professor Domenico Carzo, ordinario di sociologia dei processi culturali e comunicativi e Componente del Comitato Scientifico della sezione Processi e Istituzioni Culturali dell’AIS (Associazione Italiana di Sociologia).
Le voci, le chiacchiere condivise con altri attori sociali al fine di svelare segretezza ed intimità svolgono infatti un’indubbia funzione socio-comunicativa – rileva il professor Carzo – una pratica collettiva che coinvolge l’intero corpo sociale nella produzione di significati. Il pettegolezzo è una delle possibili forme in cui incrociare il piacere della narrazione. Un testo aperto, forse malizioso ed indiscreto, che permette un gioco d’immaginazione”.
Dai più piccoli ai più grandi concludono i sociologi Cava e Pira: “il gossip come comunicazione informale riveste un territorio molto ampio e abbiamo percorso i sentieri storici, sociologici e politici. La nostra speranza che la lettura del nostro lavoro generi rumors che ne moltiplichino i lettori”.

Gli Autori
Antonia Cava insegna Industria culturale e Media Studies presso il Dipar­timento di Scienze cognitive, psicologiche, pedagogiche e Studi cultura­li dell’Università degli Studi di Messina dove è ricercatrice di Sociologia dei processi culturali e comunicativi. Si occupa di analisi dell’immaginario media­le e di dinamiche di fruizione da parte dei pubblici. Ha pubblicato, tra l’altro, Noir Tv. La cronaca nera diventa format televisivo (FrancoAngeli 2013), Ser­vizio pubblico e mercato televisivo. La Rai nel passaggio dall’analogico al di­gitale (Aracne 2012).
Francesco Pira è docente di Comunicazione e giornalismo presso il Dipar­timento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messi­na e di Comunicazione pubblica e d’impresa presso lo IUSVE di Venezia e Ve­rona. Svolge attività di ricerca nell’ambito della sociologia dei processi cultu­rali e comunicativi. Saggista e giornalista è autore di numerosi articoli e pub­blicazioni scientifiche. Opinionista del quotidiano on line “Affari Italiani” e del magazine «Spot and Web», scrive per riviste specializzate. Ha pubblica­to tra l’altro La net comunicazione politica(FrancoAngeli 2012), Come dire qualcosa di sinistra (FrancoAngeli 2009), Come comunicare il sociale (Fran­coAngeli 2005).

Tante divertenti ossessioni al Teatro Trastevere di Roma

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Al teatro Trastevere la compagnia “Come risolvere in due” presenta l’esilarante commedia “Non ti fissare, chiamale se vuoi ossessioni”. 

E se un autobus si fermasse nel bel mezzo del nulla e da questo bus scendessero cinque persone, l’una completamente diversa dall’altra? Cinque sconosciuti che si guardano, si scrutano, si studiano dalla testa ai piedi. La scena si apre con confusione e i primi dieci minuti si fa fatica ad ingranare, ma dopo qualche istante di esitazione ad aprire le danze è la magnifica Lidia Miceli. È lei a sciogliere il ghiaccio un po’ per tutti noi che stiamo a guardare, ma anche per i suoi colleghi. La storia così prende forma ed è un continuo di risate. Ognuno dei protagonisti ha una storia da raccontare, chi più chi meno, ha delle ossessioni che non riesce a sconfiggere. Così i cinque “compagni di viaggio” ci portano nel loro mondo. C’è chi è ossessionata dal lavoro e chi dai social, chi ama le donne ma non riesce a conquistarne nemmeno una, e chi è alla ricerca del vero amore perché il suo orologio biologico corre troppo in fretta, e ha paura di rimanere sola. Molto valida la regia di Velia Viti che riesce ad inquadrare tutti i momenti più divertenti e a proporli come sketch.
C’era il rischio di cadere nel banale e nella noia invece gli attori sono veloci, divertenti e senza freni. Il tutto riesce proprio per questa bellissima sintonia tra i cinque e una condivisione che coinvolge il pubblico a 360 gradi. Le battute, ma soprattutto i monologhi, perché si parla più di veri e propri monologhi (che gli attori tengono benissimo in piedi), sono spassosi. Le musiche sono più che azzeccate e ti fanno venir voglia di ballare e ridere. Forse, per chi non ama troppo gli oggetti in scena, a volte è stato superfluo aggiungere troppi accessori. Azzeccati, invece, i vestiti che caratterizzano la personalità di ognuno dei personaggi. Una menzione speciale a tutti gli altri attori che hanno partecipato, oltre alla coinvolgente Lidia Miceli: Alessandro Di Somma, Maria Antonia Fama, Ermenegildo Marciante, Francesco Bonaccorso. E da grandi attori derivano grandi sceneggiatori, o il contrario? Da premiare senz’altro la scrittura di Maria Antonia Fama e Lorenzo Misuraca, sceneggiatori già stati molto apprezzati per altri tre spettacoli. Tutto questo è “Non ti fissare, chiamale se vuoi ossessioni” al Teatro Trastevere di Roma. Insomma, è come assistere ad una vera festa, perché il teatro è anche questo: una festa a cui tutti possono partecipare, nessuno escluso. 
Elena Lazzari 

Erasmus, quando la diversità ci rende uguali

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L’Erasmus è un progetto che riscuote sempre più successo tra i giovani studenti europei e che fa aprire una finestra sul mondo.

Tra i numerosi progetti europei volti all’intercultura e alla cooperazione internazionale, il progetto Erasmus + è senz’altro uno dei meglio riusciti. Tutti ne hanno sentito parlare almeno una volta, (quasi) tutti gli studenti universitari sognano di farlo e tutti conosciamo almeno un amico, parente o conoscente che è dall’altra parte d’Europa per prendere parte all’iniziativa. Ma, in realtà, cos’è l’Erasmus?
Spiegarlo è facilissimo. Prendete studenti di 33 paesi (28 dell’UE più quelli dell’Islanda, del Liechtenstein, della Norvegia, della Svizzera e della Turchia) e aggiungeteli a quelli di molte altre parti del mondo che hanno aderito ad altri progetti di mobilità internazionale. Prendete tutte queste culture, i diversi modi di divertirsi, di relazionarsi con gli altri, di vivere, di fare umorismo e di cucinare. Prendete gli accenti che tradiscono la propria nazionalità, il background politico ed economico del paese di provenienza e il diverso grado d’istruzione provveduto dai sistemi scolastici. Prendete tanta voglia di riscoprirsi, di mettersi alla prova, di evadere dalla routine e di testare i propri limiti. Ma soprattutto, aggiungete un’illimitata voglia di confrontarsi su tutti i lati precedentemente esposti. Prendete tutto ciò e scekerate con vigore: il cocktail che vi uscirà fuori è, più o meno, quel che l’Erasmus rappresenta per chi lo vive.
Un uragano di emozioni, un’ondata di serenità che interrompe la solita vita di tutti i giorni, una bolla rosa in cui si può essere chiunque si vuole senza sentirsi mai giudicati: ecco cos’è. È un sacrificare spesso la buona media di voti che si ha in Italia per imparare altre aspetti della vita che non si possono di certo apprendere dai libri di testo o nella biblioteca di facoltà. È un ricominciare da zero. È un cambiare inevitabilmente e permanentemente la propria personalità o tratti di essa. È un addio doloroso, sia quando si lasciano gli affetti di una vita per fare il famoso salto nel vuoto e, allo stesso modo, quando bisogna poi salutare le persone con le quali si è condiviso mille avventure. È un vantare quelle tradizioni nazionali che gonfiano tanto il petto d’orgoglio, senza però rifiutarsi di accogliere quelle altrui.
Insomma, è un’esperienza che punta tutto sulla diversità intesa come arricchimento personale e professionale. Ed è proprio quando togliamo le mani da davanti gli occhi e mettiamo in discussione le nostre certezze che iniziamo a capire una cosa fondamentale: in realtà non sappiamo nulla. Se provassimo a dare una chance ad altre cucine, capiremmo che quella italiana è senz’altro buona, ma non è l’unica degna di essere presa in considerazione. Se provassimo ad aprirci anche alle culture più lontane da noi, scopriremmo che nessuno ci vieta di ridere delle nostre differenze, invece che criticarle a distanza. Se provassimo a parlare dei stereotipi e dei temi più ostici con le nazionalità direttamente interessate, potremmo avere l’occasione di sentire la loro versione della storia e metterla a paragone con la nostra.
Fino ad ora sembra tutto idilliaco, una sorta di Eden dove africani, americani ed europei passeggiano nudi tenendosi mano nella mano. Il sogno di ogni sessantottino, per farla breve. In realtà, questo mix disomogeneo di nazionalità e culture non è sempre perfetto, semmai il contrario. A volte, infatti, fa fatica ad ingranare viste le difficoltà di comunicazione: gli enunciati spesso sgrammaticati o l’uso improprio del lessico di una lingua diversa da quella madre possono portare a curiosi fraintendimenti, così come le battute su eventi storici e cliché possono spesso dare il via a battibecchi e occhiate di fuoco. Ma come l’amore, anche le amicizie interculturali non sono belle se non sono litigarelle, e alla fine passano sempre in cavalleria come “l’ennesima discussione tra questo e quel popolo”.
Voglio dire, chi siamo noi per arginare l’eterna lotta storica, artistica e culinaria tra Italia e Francia? O per smentire il famoso rigore tedesco? Come possiamo permetterci di decidere chi tra Belgio, Germania e Irlanda produce la migliore birra in Europa? O tra Svizzera e Belgio, se parliamo di cioccolata? 
Semplicemente non possiamo, semplicemente non siamo niente di speciale. Siamo solo persone innamorate delle realtà a noi sconosciute, delle terre inesplorate e delle lingue mai sentire prima. Siamo soltanto studenti in cerca di imparare qualcosa che va oltre i libri di testo, oltre la sessione estiva e oltre il compito della fila B che è sempre più facile di quello della A. Siamo semplicemente giovani la cui vita sta cambiando inevitabilmente senza che ce ne siamo nemmeno accorti. In poche parole, siamo semplicemente studenti Erasmus.
Federica Sabatucci
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Hassan Rohani come la Madonna del Carmine: niente nudi!

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Due eventi lontani (ma non troppo), uno molto noto, l’altro forse un po’ meno, intrecciano i destini di una dea nuda e un cavallo dagli attributi troppo sporgenti. Cosa c’entra la Venere Capitolina col Cavallo Morente di Messina? E’ la solita barzelletta (tragicomica) all’italiana.

Trovate le differenze!








«I geni del cerimoniale che hanno inscatolato quattro statue, peraltro velate, del museo Capitolino sono i degni eredi di un certo modo di essere italiani: senza dignità»

Con questa frase lapidaria il giornalista Massimo Gramellini ha infiammato gli animi di molti italiani, già personalmente sconvolti dalla notizia della copertura dei nudi ai Musei Capitolini. La censura delle statue sarebbe un omaggio per l’arrivo in Campidoglio del presidente iraniano Hassan Rohani, un segno di “rispetto” nei confronti di una cultura che, diciamo così, non vive la nudità troppo a cuor leggero.
Io in prima persona sono rimasta scandalizzata, e ho iniziato a pensare che forse l’Italia, portatrice di una storia impareggiabile, è stata talmente tanto calpestata e dominata dal cosiddetto piè straniero, che forse ha dimenticato la valenza della propria cultura. Cultura che, peraltro, rende il nostro piccolo Stivale, famoso in tutto il mondo. 
La Venere Capitolina e il Cavallo Morente
Coprire tali nudi artistici, frutto di un genio che è sopravvissuto a secoli di storia, è un’iniziativa, tra l’altro, di cui nessuno vuole prendersi la responsabilità. Dal ministro Franceschini che definisce lui e il presidente del Consiglio Renzi ignari del provvedimento, alla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, che suggerisce invece di chiedere le risposte a Palazzo Chigi.
Mentre il giallo continua, mi piacerebbe sottoporre alla vostra attenzione un fatto relativo al 2013, verificatosi a Catania: durante una processione dei devoti alla Madonna del Carmine il cavallo di Piazza Umberto, realizzato da Francesco Messina di Linguaglossa, è stato coperto. O meglio, sono stati coperti i suoi attributi da “stallone” e poi tutta l’opera con dei drappi, realizzando un altare perfetto.
Politici e devoti, culture diverse da “rispettare” e statue “profane” da coprire. C’è differenza tra questi gesti? E’ un’iniziativa così strana quella presa dai vertici dello Stato o è solo il riflesso di una forma mentis che non vogliamo vedere? 
E dunque, se l’analogia continua e i nostri politici hanno bisogno di oscurare alcuni ridicoli tabù tanto quanto i più integerrimi cattolici, dobbiamo forse guardare Hassan Rohani come figura celeste da venerare, che arriva nel nostro Paese con un “dono” di 17 miliardi?
Il messaggio a questo punto non sembra più tanto oscuro: donne, prepariamoci a portare il velo. Quello mette d’accordo tutti, basta che copre.
Alessia Pizzi

NIENTE PANICO, questioni di patafisica con Luca Avagliano

Venerdì 12 febbraio 2016 presso La Tognazza Al Douze – comedy club – Luca Avagliano presenta il suo spettacolo NIENTE PANICO (Vaneggiamenti di un patafisico involontario, alle prime armi, anzi disarmato).

foto: www.lucaavagliano.it
LO SPETTACOLO:
In un presente apparentemente senza ormai futuro, in cui è facile sentirsi quantomeno smarriti, un normalissimo essere umano, indossando il suo comodo pigiama, cerca di non farsi prendere dal panico convinto che ormai solo così, ovvero in pigiama, possa continuare a sognare ad occhi aperti… Ecco che, nella sua inerzia, nella sua inquieta tranquillità e reclusione domestica, innesca un vorticoso, inarrestabile e impacciato susseguirsi di riflessioni, confessioni, possessioni e canzoni alla ricerca di che cosa sia importante e di come non farsi prendere dal panico spaziando dalla religione alla poesia, dalla psicanalisi all’equitazione, dagli alieni all’amore…all’amore per gli alieni… sotto il segno di un personalissimo logico nonsenso, e, involontariamente, della patafisica… ovvero la scienza delle soluzioni immaginarie. Uno spettacolo insomma comico e disperato.
COMMENTI:
“…folle, schizofrenico… mitologico: un corpo solo e tante voci” 
– commento a caldo dopo lo spettacolo di uno spettatore che, poi si è scoperto, sente le voci – 
“assomiglia a… a nessuno, è unico!” 
– uno che mi somiglia e che a guardarlo bene sono proprio io che, riflesso nello specchio, mi sto motivando in camerino.
Per prenotare e informarsi (comodamente da casa, anche in pigiama): 
3476753522 
Ingresso Pubblico ore 20.30 
Inizio spettacolo ore 21.30 
Sottoscrizione 15 euro

L’ATTORE:
LUCA AVAGLIANO nasce il 31 dicembre 1982 che era solo un bambino e continua così. La prima volta in cui si avvicina al Teatro è per caso anche perché aveva, boh, magari meno di un anno, e, in braccio a sua mamma a passeggio nel centro di Prato, saranno sicuramente passati accanto anche al Metastasio. In seguito, vabbè… bla bla bla… fino a che studia per entrarci e uscirci dai Teatri e dalla porta degli Artisti, quella che solitamente dà su un vicoletto stretto stretto e buio sul retro. Poi, dopo un servizio al tg nazionale, riceve una chiamata da un suo amico che gli dice, testualmente: “Luca ti ho visto in tv, ma com’è possibile che sei sempre vestito da imbecille”, e realizza che, in effetti sì, stava costruendo una carriera in cui aveva avuto la gioia e fortuna già di vestirsi in mille modi diversi e spesso… da imbecille! Approda anche al cinema e alla tv, e lì è stato vestito da albero in una festa di laurea, da poliziotto hippy della mortuaria in un paese in cui nessuno muore, da ginnico e aitante piacione in parrocchia, in costume da bagno sotto un ombrellone… e da pittore rinascimentale in mezzo alle nuvole. Adesso debutta con un suo Uno Uomo Spettacolo (One Man Show) promettendosi di voler riempire i palchi che frequenterà con umorismo, folle ironia e intelligenza… sempre però vestito da imbecille.

Luce sull’Archeologia, “Una città a colori” al Teatro Argentina

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Presso il Teatro Argentina si è tenuto il primo di la prima delle cinque conferenze del ciclo “Luce sull’Archeologia” dal titolo “Una città a colori”.

Il Teatro Argentina diventa un luogo importante per lo studio del patrimonio archeologico. Non solo per la cosiddetta “Area Sacra” cioè i quattro templi di Largo di Torre Argentina e per il fatto d’essere stato costruito sul Teatro di Pompeo, dove fu ucciso Cesare, ma anche per un interessante ciclo di cinque incontri dal titolo “Luce sull’Archeologia“. Il primo incontro, svoltosi ieri mattina, verteva sull’argomento “Una città a colori“: il candore che noi pensiamo tipico dell’antichità è infatti un mito da sfatare. Il colore era onnipresente nell’arte romana e greca.

L’incontro, moderato da Claudio Strinati, grande storico dell’arte e presentatore della trasmissione televisiva Divini e Devoti, ha visto gli interventi di Eugenio La Rocca, Professore di Archeologia Greca e Romana presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza, e della Dott.ssa Orietta Rossini, Direttrice del Museo dell’Ara Pacis.

Attraverso le parole del Prof. La Rocca abbiamo avuto la conferma che le fonti antiche non hanno lasciato dubbi al riguardo: le statue erano colorate e lo erano anche le architetture. Nelle costruzioni principali vi era un tripudio di marmi, stucchi, oro e pitture dotate di colori caldi e sfumati. Era dipinta la Colonna Traiana, per rendere più visibile il continuo e meraviglioso bassorilievo, uno dei capolavori dell’arte antica, narrante la conquista della Dacia promossa da Traiano. Era dipinto il celebre Augusto di Prima Porta dei Musei Vaticani, che possiamo vedere qui sotto com’era originariamente (seppur ci sono ancora delle lacune riguardanti se fosse colorito o no anche l’incarnato) e come lo vediamo oggi.

                                     
Già nel XIX secolo furono fatti degli studi riguardanti il colorismo nell’arte antica. Sappiamo che erano colorate le statue che decoravano i frontoni del Tempio di Atena Aphaia ad Egina, ora conservate nella Gliptoteca di Monaco e restaurate da Bertel Thorvaldsen, come questo arciere:
Perché noi pensiamo che l’arte classica fosse dominata dal candore? Perché il neoclassicismo, cioè la ripresa nel XVIII secolo dei modelli antichi, lasciava credere che il colore bianco, riflettendo la luce, rendesse una statua più bella, grande e sempre migliore nella sua perfezione, pur sapendo che poteva esserci la pittura.
La Dott.ssa Orietta Rossini ci ha spiegato gli studi che sono stati fatti per conoscere al meglio l’Ara Pacis Augustae, monumento celebrativo della politica augustea costruito tra il 13 ed il 9 a.C.
La struttura era interamente dipinta. Fondamentale per lo storia di questo capolavoro è lo studio condotto all’inizio del XX secolo da Eugen Petersen, che ha dato certezza sulla presenza del rivestimento pittorico che la ricopriva. Recenti indagini scientifiche  hanno rivelato tracce della pittura sulla scena di Enea che sacrifica la scrofa bianca ai Penati, che possiamo ammirare qui nell’originale e nella ricostruzione che è stata fatta.

  
Uno studio condotto da Giulia Caneva dell’Università degli Studi Roma Tre ha permesso di riconoscere le piante scolpite sul monumento. Tra di esse vi sono l’acanto, l’alloro, l’edera e tante altre, e questo è stato il risultato finale
Un evento interessantissimo, un’ulteriore tappa sulla scoperta del nostro passato, della nostra storia e della nostra cultura.
Marco Rossi

[Foto di RomanoImpero (Copertina), di Archeo Gennaio 2005 e www.abctribe.it (rispettivamente Augusto di Prima Porta colorato ed originale), di Manfred Heyne (Ara Pacis), di Giulia Grassi (Enea che sacrifica la scrofa bianca ai Penati originale e dipinto) e GMT (piante dipinte)]

Al Quirino arriva un Don Giovanni col volto di Alessandro Preziosi

Dal 2 al 14 febbraio il Teatro Quirino ospita il grande attore Alessandro Preziosi nel panni del Don Giovanni di Molière.

NOTE DI ADATTAMENTO

Il Don Giovanni di Molière è un testo eccezionale che suona ancora oggi come attuale senza aver accumulato nel tempo un grammo di polvere, ma è anche un’opera misteriosa e sublime, dal genere “unico” sotto molti punti di vista, soprattutto dal punto di vista stilistico: una commedia irresistibilmente atipica rispetto alla vasta produzione del commediografo francese, una tragedia quasi Shakespeariana con una trama apparentemente poco lineare, e personaggi e caratteri in apparenza incredibilmente distanti fra loro. In questo nuovo adattamento ci si è proposti, in linea con l’allestimento, di realizzare un copione dal carattere spiccatamente “postmoderno” e cinematografico, che conferma il piacere agli affezionati della prosa, ma capace di introdurre degli elementi che attivano il pensiero, come ad esempio l’episodio introduttivo del duello con il Commendatore, matrice di tutta la vicenda narrata.
La lingua è usata al servizio dello spettacolo con il preciso intento di sposare lo scorrere dell’intrattenimento con un discreto mimetismo dei contenuti, assecondando organicamente una struttura bizzarra in cui commedia e tragedia si succedono quasi senza preavvisi.
Questa libertà creativa apparentemente caotica, forse dovuta ad una estrema sintesi compositiva da parte dell’autore, è compensata da una rimarcata struttura e da una rigorosa “impaginazione”, un succedersi di quadri resi con vere e proprie ellissi cinematografiche.

[Tommaso Mattei]

NOTE DI REGIA

In una società, che oramai, sembra implorare la finzione per raggiungere la felicità convivendo nella costante messa in scena di sentimenti, emozioni, anche famigliari, il Don Giovanni di Molière smaschera questo paradigma di ipocriti comportamenti, di attitudini sociali figlie di una borghesia stantia e decadente!!!Divenendo il maestro inimitabile della mimesi. Accumula, dunque, Don Giovanni su di sé, come una cavia, l’ipocrisia del mondo, e diviene consapevolmente la vittima sacrificale e contemporanea della società in cui vive. In sostanza, il personaggio letterario, che attraverso questo sacrificio continua ad essere mito dell’individualismo moderno finisce per immolarsi, rifiutando la misericordia divina, per il pubblico di oggi, e per questo rimanendo mito del ventunesimo secolo; non rimane che sperare che questa spettacolarizzazione dei vizi dell’anima crei nel pubblico, indispensabile per il nostro Don Giovanni, un contraccolpo di reale riflessione sul senso e il mistero della vita: la salvezza dello spirito è radicalmente legata alla nostra autenticità. Quale migliore augurio per il teatro di oggi.

[Alessandro Preziosi]

L’Italia abbandonata nelle foto di Silvia Camporesi

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La Galleria del Cembalo, in collaborazione con z2o Sara Zanin Gallery, apre al pubblico dal 20 febbraio al 9 aprile una mostra dedicata al nuovo lavoro di Silvia Camporesi.

Un viaggio nell’Italia abbandonata e in via di sparizione, fotografata come realtà fantasmatica. Atlas Italiae rappresenta le tracce di un qualcosa di passato ma tuttora ancorato ai propri luoghi d’origine. Energie primordiali e impalpabili che diventano materiali tramite il mezzo fotografico. Silvia Camporesi ha esplorato nell’arco di un anno e mezzo tutte le venti regioni italiane alla ricerca di paesi ed edifici abbandonati. Atlas Italiae è il risultato di questa raccolta di immagini, una mappa ideale dell’Italia che sta svanendo, un atlante della dissolvenza. La serie fotografica si presenta come una collezione poetica di luoghi, fondata sulla ricerca di frammenti di memoria. Borghi disabitati da decenni che sembrano non esistere nemmeno sulle cartine geografiche, architetture fatiscenti divorate dalla vegetazione selvaggia, archeologie industriali preda dell’oblio, ex-colonie balneari decadenti che paiono imbalsamate nel tempo del “non più”. “Nelle immagini dell’artista il velo dell’anonimato e del silenzio visivo si apre svelando l’anima di luoghi congelati nelle nebbie dell’amnesia generale. 
Qui lo sguardo di Silvia Camporesi va oltre la pura registrazione di uno stato della realtà, è indirizzato sia a cogliere la tensione silenziosa di un’Italia degli estremi sia a rivelare per la prima volta qualità liminari, inespresse, portatrici di un mistero e di un incanto”. Questo scrive Marinella Paderni nel testo che apre il volume Atlas Italiae, edito da Peliti Associati. La mostra, che presenterà per la prima volta una selezione così ampia di immagini, sarà suddivisa tra stampe grande formato a colori e stampe più piccole in bianco e nero, colorate a mano con un procedimento – omaggio al passato della fotografia – attraverso il quale l’artista cerca di restituire simbolicamente ai luoghi l’identità persa.

Les Étoiles: “E lucevan le stelle…”

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Ancora una volta la grande danza torna a splendere nel cuore della città eterna, luce per gli occhi dei tanti appassionati accorsi, sabato 23 e domenica 24 gennaio all’Auditorium Conciliazione, per assistere al Gala Les Étoiles.

auditorium
  Lucia Lacarra e Marlon Dino “Il Lago dei Cigni”

Un weekend che, al di là dell’eco mondano dovuto a una platea ricca di volti noti, ha entusiasmato indistintamente qualsiasi spettatore. Un cast stellare, è il caso di dirlo, che Daniele Cipriani ha riunito per omaggiare la danza stessa, intesa nella sua espressione più pura, tersicorea.

Ancora una volta la grande danza torna a splendere nel cuore della città eterna, luce per gli occhi dei tanti appassionati accorsi, sabato 23 e domenica 24 gennaio all’Auditorium Conciliazione, per assistere al Gala Les Étoiles. Un weekend che, al di là dell’eco mondano dovuto a una platea ricca di volti noti, ha entusiasmato indistintamente qualsiasi spettatore. Un cast stellare, è il caso di dirlo, che Daniele Cipriani ha riunito per omaggiare la danza stessa, intesa nella sua espressione più pura, tersicorea.

Nomi che già sulla carta non avrebbero bisogno di presentazione alcuna, ma che senza ombra di dubbio permettono di dichiarare che assistere al Gala Les Étoiles è stato un vero piacere per gli occhi e per l’anima. Altrettanto conosciuti i pezzi portati in scena: la serata ha inizio con Claudio Coviello (Teatro alla Scala di Milano) e Rebecca Bianchi, fresca di nomina a Prima Ballerina del Corpo di ballo dell’Opera di Roma, che danzano nella scena del balcone da “Romeo e Giulietta”. Tra i due danzatori è subito poesia. Ogni gesto è fresco, imbarazzato, romantico, connotato da una passione delicata, mai eccessiva, persino quando culmina in un lungo e coinvolgente bacio tra i due danzatori, emblema degli eterni innamorati.
Secondo pezzo a calcare il palcoscenico è l’assolo “Berlin”, coreografato da Ludovic Ondiviela e danzato da Marian Walter (Teatro dell’Opera di Berlino), un pezzo che ben si sposa con una delle parole chiave del Gala: il rigore. Una creazione del repertorio moderno all’interno del quale la fisicità scultorea del danzatore cattura lo sguardo della platea, che silenziosa osserva ogni singolo movimento del disegno coreografico, prima di esplodere in uno scrosciante applauso. Altro omaggio, stavolta più marcatamente rivolto al rigore dei Ballets Russes, quello di “Diamonds”, da “Jewels” di George Balanchine, su musica di Pëtr Il’ič Čajkovskij. In coppia in scena, come nella vita, Marianela Nuñez e Thiago Soares (Royal Ballet di Londra) interpreti esperti, accolti con calore dal pubblico dell’Auditorium Conciliazione.
Chiudono la prima parte dello spettacolo due chicche di rara bellezza: il pas de deux del cigno bianco dal II atto de “Il Lago dei Cigni” e il pas de deux dal VI atto del “Don Chisciotte”. Da brividi è l’interpretazione della prima coppia, composta da Lucia Lacarra e Marlon Dino (Teatro dell’Opera di Monaco di Baviera), capaci di creare un’atmosfera rarefatta, degna di quella magia che solo “Il Lago” sa trasmettere. L’eleganza, altra parola chiave del Gala Les Étoiles, invade letteralmente la scena, lasciando tutti ad ammirare le movenze di una Lucia Lacarra che riesce ad emozionare come solo pochi “cigni bianchi” sanno fare. Non si ha il tempo di placare l’entusiasmo e il battito delle mani, che in scena arrivano Iana Salenko (Teatro dell’Opera di Berlino) e Daniil Simkin (American Ballet Theatre) strepitosi nella loro esecuzione del “Don Chisciotte”. Ciò a cui si assiste è un tripudio di virtuosismi con salti, giri ed equilibri che guadagnano applausi a scena aperta per l’intera durata del pezzo. La prima parte si conclude così con il pubblico comprensibilmente in visibilio!
Nella seconda parte del Gala tornano in scena i talenti nostrani, Rebecca Bianchi e Claudio Coviello, interpreti nel pas de deux tratto dal II atto di “Giselle”, su coreografia di Patricia Ruanne e musica di Adolphe Adam. Ineccepibile la bravura di entrambi i danzatori che prediligono, anche in questo secondo caso, la scelta di un pezzo “raffinato”, e forse per questo non così apertamente apprezzato con ovazioni di pubblico. È poi la volta della coppia Iana Salenko e Marian Walter che conquista la scena con il pas de deux dal II atto da “Le Corsaire”. Perfetti entrambi sotto ogni punto di vista e calatissimi nella parte, complice forse il loro esser coppia nella vita, i danzatori rendono omaggio ad un capolavoro del repertorio classico, in un susseguirsi di passaggi, tecnicamente complessi, eseguiti con estrema naturalezza e trasporto.
Troviamo poi un altro pezzo moderno “Light Rain”, coreografato da Gerald Arpino e danzato in scena dalla coppia Lucia Lacarra e Marlon Dino. Ancora una volta i due lasciano a bocca aperta gli spettatori danzando in maniera sinuosa, sensuale ed ipnotica sulle note arabeggianti di Douglas Adams e Russ Gauthier. Le lunghe linee della danzatrice spagnola diventano assolutamente magnetiche agli occhi di chi, immobile, si gode lo spettacolo in poltrona.
Uno dei momenti più entusiasmanti della serata è sicuramente il ritorno in scena di Daniil Simkin, letteralmente megagalattico sul palcoscenico con “Le Bourgeois” di Jacques Brel. Il “piccolo” danzatore riesce a far completamente sua l’intera scena, con un assolo che gli permette di dar sfoggio alla sua straordinaria bravura. Oltre alle qualità tecniche e virtuosistiche messe in risalto grazie al pezzo coreografato da Ben Van Cauwenbergh, a suscitare una vera e propria standing ovation è un’interpretazione magistrale anche dal punto di vista espressivo. Sicuramente uno dei cavalli di battaglia di questa stella russa!
Ultimo pas de deux prima del gran finale: in scena ritroviamo Marianela Nuñez e Thiago Soares con il III atto da “Il Lago dei Cigni”. La Nuñez stavolta veste i panni di Odile, decisamente a suo agio nel ruolo del cigno nero, e chiude la serata facendo il pieno di applausi con i suoi meravigliosi fouettés.
Il défilé finale permette al pubblico di salutare una ad una queste splendide stelle della danza mondiale. Giusto il tempo di godersi fino all’ultimo questa splendida forma d’arte, in fervida attesa del prossimo entusiasmante Gala Les Étoiles.
Francesca Pantaleo
Foto di Pierluigi Abbondanza

Il Figlio di Saul, dentro l’Inferno della Shoah

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Al giorno d’oggi, una delle cose più difficile da fare al cinema è un film sull’Olocausto, quasi diventato un genere a sé stante.

Buona parte del pubblico di fronte a questi film esclama “Basta!” e poi trovare un modo di farli originali, che non sia la solita esplorazione del dolore, è complicato. Col film Il Figlio di Saul il primo ad essere consapevole di tali problemi è proprio il regista Laszlo Nemes, che però ha dalla sua l’audacia e la freschezza del debuttante per girare un film ambientato nei campi di sterminio come mai nessuno aveva fatto prima.
Il Figlio di Saul, senza mezzi termini, è un thriller in piena regola: dicendo questo non vi aspettate certo sparatorie o inseguimenti, ma il thriller puro, nel senso etimologico del termine, quello che ti rapisce e non abbassa un solo secondo la tensione. Già questa è una visione originale, ma Nemes oltretutto sceglie di girare con la macchina da presa sempre fissa sul proprio protagonista, ripreso in primo piano di faccia o di nuca, e col formato dei 4:3, un formato che in pratica ci blocca su quel volto, lasciando sullo sfondo tutto il resto.
Capiamo che Nemes stesso è stato il primo a capire quanto sia impossibile raccontare un avvenimento di tale portata come l’Olocausto, che tracima dai confini morali di ogni essere umano. Raccontare l’orrore, anzi, quell’orrore non è possibile nemmeno per le immagini cinematografiche, perché non si può comprendere e non si può rappresentare, e si rischia sempre di innaffiare il tutto con una retorica esplorazione del dolore. Pienamente consapevole di ciò, Nemes sceglie di non raccontare, ma immergere il proprio film nel medesimo orrore, lasciandoci correre dentro un vero Inferno – e non un incubo, perché è tutto terribilmente reale – che ha abbandonato ogni forma di vita umana. Il film corre, non si ferma mai, perchè l’unico modo per rimanere vivi dentro quell’orrore non è provare a sopravvivere, ma quantomeno mantenere una scintilla di istinto di sopravvivenza, seppur inutile. Il protagonista Saul nell’urgenza della propria missione, nella necessità di compiere un gesto non cerca la speranza, quella ormai non c’è da un pezzo, ma semplicemente un ultimo attimo di moralità che lo possa riportare ad una dimensione umana, un aspetto che nessuno dei personaggi sa più cosa sia. Saul cerca di dare degna sepoltura ad un ragazzino, e non importa che sia suo figlio o no, ciò che conta è tornare ad essere umani.
Non è il momento del dibattito se Il Figlio di Saul sia o no il miglior film mai realizzato sul tema, ma sicuramente è una visione che mai nessuno prima aveva affrontato, il film più feroce e realista, che spinge i limiti stessi della comprensione dell’evento. La scelta claustrofobica dei 4:3 incentrati sul volto del protagonista è quasi l’ammissione di Nemes dell’impossibilità di inserire nella storia, e quindi nello schermo, tutto l’orrore di quei giorni, ma al tempo stesso anche la più forte presa di posizione cinematografica sulla necessità di non dimenticare: molti vorrebbero ancora oggi sottovalutare o non pensare a quanto accaduto, un po’ come coloro che seduti in poltrona in sala pensano di vedere solo il volto di Saul, ma in realtà sullo sfondo ci sono i veri orrori, i corpi nudi senza vita, i forni accesi, la cenere e gli oggetti materiali, le urla e le lacrime. E’ tutto lì presente, sullo sfondo, e girare gli occhi è la cosa peggiore che si possa fare.
 
Emanuele D’Aniello

Edoardo Sylos Labini al Quirino con “Nerone, duemila anni di calunnie”

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Uno spettacolo intenso, musicalmente grandioso e magistralmente recitato: Nerone, duemila anni di calunnie, basato sull’omonimo saggio di Massimo fini e interpretato da Edoardo Sylos Labini, sarà in scena al Quirino fino al 31 gennaio.

Lucio Domizio Enobarbo fu il quinto ed ultimo imperatore della dinastia giulio-claudia. Succedette all’imperatore Claudio, suo padre adottivo, nel 54 e, dopo un primo periodo di governo irreprensibile (grazie anche alla vicinanza del filosofo Seneca, suo precettore), divenne tristemente famoso per essere ritenuto lo spietato artefice dell’incendio di Roma, uno degli episodi più famosi nella storia della Capitale.

Ma chi fu veramente lo spietato e pazzo imperatore che, si dice, mentre Roma bruciava, suonava la lira sul colle più alto del Palatino? E perché sul suo conto continuarono a girare le voci più infamanti, dall’assassinio del fratello Britannico, all’omicidio su commissione della madre Agrippina, al calcio dato alla moglie Poppea incinta che ne provocò la morte fra atroci dolori, alla congiura di Pisone, duramente repressa con la morte di tutti i congiurati (fra cui, sembra, lo stesso Seneca), fino alla condanna a morte dei primi cristiani di Roma, che, di contro, videro in lui niente di meno che l’ombra dell’Anticristo?
A queste “calunnie”, lo spettacolo messo in scena al Quirino –  Nerone, duemila anni di calunnie – prova a dare una risposta, anzi più di una risposta. Edoardo Sylos Labini assume su di se il ruolo di Nerone, in continua oscillazione tra il gigionismo, l’equilibrio delle riforme attuate almeno all’inizio, la sentita vicinanza per il popolino, l’amore per Poppea, il sentirsi schiacciato dal peso di una madre troppo presente e invadente, e un precettore, Seneca, forse troppo filosofo, forse non proprio così filosofo. Anche la scena e l’ambientazione oscillano di continuo tra passato e presente: una corte piena di escort, di personaggi fortemente ambigui, di senatori in giacca e cravatta che non accettano di veder diminuiti i loro privilegi. Il malumore serpeggia, le voci si accendono, le congiure prendono forma.

La vita di Nerone è vista e vissuta attraverso una cortina di quadri immaginifici dove il Nostro cerca di far emergere, inutilmente, una personalità troppo debole per contrastare in modo efficace personalità più carismatiche di lui. Dalla madre Agrippina (Fiorella Rubino), donna bellissima, spregiudicata e immorale, alla moglie Poppea (Dajana Roncione), al precettore Seneca (Sebastiano Tringali), forse di gran lunga il personaggio più ambiguo della corte Neroniana. 

Sullo sfondo del dramma, che, passo dopo passo, vediamo prendere tragicamente forma, assiste, muto spettatore e forse unico e sentito partecipe dell’ascesa e discesa di Nerone, un mimo (Paul Vallery). 

Così, tra farsa e aspirazione all’immortalità, troppo osannato e troppo presto ribaltato dal trono, la figura di Nerone viene a delinearsi quasi per contrasto: nel buio della sua solitudine, le voce dei suoi presunti misfatti si mescolano agli allucinati sensi di colpa che hanno la forma e l’angoscioso richiamo della madre morta. E mentre tutto intorno a lui si fa precipitosamente vicino, e lo scalpitio dei cavalli man mano sempre più assordante (la fine è ineluttabile, assordante, paurosa), Nerone realizza, da ultimo, la farsa della sua vita: non più principe, mai imperatore; ma solo un interprete, incolpevole, di un dramma che altri scrissero e interpretarono con lui e insieme a lui.

Quale attore muore con me“, sospira, nel suo ultimo, lucidissimo monologo Edoardo Sylos Labini, strappandosi emblematicamente la parrucca e lasciando che il buio del sipario inghiotta per sempre Nerone e la sua solitudine. 
Nerone, duemila anni di calunnie è uno spettacolo visivamente importante, visivamente imponente sulla parabola discendente di uno degli imperatori più controversi della storia. E se il dramma, giustamente, non riesce appieno a scostare le luci e le ombre che avvolsero i suoi quattordici anni di principato, pure non riesce a contrastare pienamente quelle calunnie che lo colpirono già in vita (eccezione fatta per l’incendio di Roma e l’omicidio di Britannico). Ma è lo stesso Nerone a non voler ascoltare: lui è un artista e come artista vive e si nutre dei suoi drammi. Non sarà Poppea (in questa assoluta e inedita veste di eroina) a farlo retrocedere dai suoi sproloqui deliranti, non sarà Agrippina, non sarà l’ambiguità di Seneca. Non sarà nemmeno Roma, prima amata e poi odiata e temuta, involontaria spettatrice dei suoi monologhi.

La bravura degli interpreti, la bellezza silenziosa della scenografia, la colonna sonora ineccepibile che accompagna una pièce assolutamente consigliata, contribuisce a rendere Nerone, duemila anni di calunnie uno degli spettacoli più interessanti in circolazione.
Forse non risponderà, lo abbiamo detto, alle molte controversie che ancora avvolgono la figura dell’ultimo grande protagonista della dinastia giulio-claudia.  E forse, alla fine, non sarà nemmeno così importante capire.

Chiara Amati

Elena Arvigo in “Monologhi dell’Atomica” al Teatro Due

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La rassegna Una stanza tutta per lei, in scena dal 14 gennaio al 10 aprile, ha presentato il 21 gennaio scorso “Monologhi dell’Atomica”. Dramma interpretato e a cura di Elena Arvigo. Testo ripreso dai racconti di Kyoko Hayashi e Svetlana Aleksievich.

Elena Arvigo è sola sul palco del Teatro Due di Roma ma ha con se la forza e la bravura di raccontare tre storie diverse. Una donna, un bambina e un ragazzo, tutti e tre sono stati vittima di un destino che non avevano scelto, previsto. Cernobyl non ha ucciso solo gli operai che lavoravano in fabbrica ma ha ucciso, dentro, le mogli, i bambini e la speranza di una vita migliore. Segnando la generazione futura per sempre. È questa la storia che in un’ora e venti minuti, Elena ci ha raccontato. La storia di come l’amore a volte ci salva o semplicemente ci fa andare avanti.
Tre monologhi diversi, tutti con lo stesso scopo, farci scoprire quanto il teatro è potente nel raccontare una storia che noi personalmente non abbiamo vissuto, ma che sentiamo nostra. Sì, perché se il sentimento comune che ci lega è l’amore possiamo solo ascoltare e piangere per chi l’amore invece di averlo semplicemente vissuto lo ha perso drammaticamente. La voce sottile dell’attrice cela una sofferenza, come se si fosse impossessata dei veri sentimenti che ci circondano quando perdiamo qualcuno di caro. Lei, minuta e vestita tutta di nero, è portatrice di verità. La scena è vuota, solo alcune sedie e un leggio sembrano dar corpo allo spettacolo. Scelta scenografica coraggiosa ma efficace, non servono tanti oggetti in scena per immaginare dei luoghi. Il pianto silenzioso di questa donna sembra essere il nostro. Piangere sul palco come far ridere, è un lavoro arduo che lei ha soddisfatto appieno. Il suo asciugarsi con la mano esile le lacrime dalla guancia, fa commuovere tutto il pubblico. Il tempo corre più veloce delle parole e, senza accorgersene, il dramma è finito. Il silenzio fa percepire che, anche se lo spettacolo volge al termine, le sensazioni che hanno aleggiato in quell’ora, rimarranno per sempre dentro di noi.
Questo è uno dei primi spettacoli della rassegna “Una Stanza tutta per lei”, dove le protagoniste sono le donne. Tutte attrici che non hanno paura di sentirsi vive sul palco.
Elena Arvigo è bravissima a portare sul palco la storia di Svetlana Aleksievich e Dyoko Hayashi. Lo scopo delle due autrici non è quello di parlare della catastrofe di Cernobyl e delle due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki in quanto tali, tutti conoscono i dettagli di come si sono svolte queste atroci vicende. Si vogliono piuttosto mettere a disposizione di tutti le emozioni e le impressioni che le persone sopravvissute ancora vivono. 
Bisogna dare una voce anche a loro, forse l’unica cosa che gli è rimasta è proprio il ricordo dei loro cari, dei volti e della voce, dei gesti portati via dal vento del passato. Il nucleare e suoi effetti sull’uomo, che non si spegne solo quando si sgancia il meccanismo di morte, ma che si disperde con il tempo. Un passo del racconto che è rimasto particolarmente impresso è proprio in una delle prime battute: “Questa storia parla dell’amore e della morte, che poi che differenza c’è?” E’ sì, perché amare è come morire e morire è come amare, i due concetti sono legati da un cordone che non si spezza facilmente. A volte, il teatro è molto più forte di qualsiasi altra bomba, perché è eterno e per sempre ci potrà portare in luoghi tanto vicini quanto lontani da noi, un po’ come ha fatto Elena Arvigo, nel suo spettacolo Monologhi dell’Atomica.
Elena Lazzari

“Il ballo”, una giovane vendetta di Sonia Bergamasco

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Luci accese e gente in sala. Sul palco una figura femminile, ricoperta in volto da un giornale, e adagiata su una ‘chaise longue’, rimane lì in attesa che il pubblico faccia il suo ingresso.

Intorno a lei, una lunga serie di specchi, alcuni ricoperti da una pellicola di plastica trasparente, circonda la scena. Ad attirare l’attenzione, una scarpa décolleté bianca e nera, sparsa sulla destra del palco: è solitaria, chissà perché.

La luce si spegne e la figura si alza. Inizia a leggere. Ha una voce impastata, un po’ capricciosa, femminilmente incerta: la voce di un’adolescente. A lei poi ne segue un’altra, e poi un’altra… fino a giungere a cinque personaggi che partecipano ad una storia che parla di rapporti familiari, bellezza, amore e vendetta; uno dei racconti più crudeli della scrittrice ucraina Irène Némirovsky: Il ballo, reinterpretato e messo in scena come monologo da Sonia Bergamasco, al Teatro Vascello di Roma fino al 31 gennaio.

A casa della giovane Antoinette si sta organizzando un ballo. Un evento con orchestra, vestiti eleganti, caviale, champagne. La direttrice dell’evento è la madre, Rosine, arricchita e vanesia, ansiosa di una risposta sociale, da parte dei ceti alti. Una donna egoista e fortemente ambiziosa, che per avere la sua serata dei sogni non bada a spese. Non bada neanche a sua figlia adolescente, alla quale non ha mai mostrato il suo amore. Questa infatti viene usata dai genitori solo per scrivere gli inviti, data la bella scrittura. Antoinette però ha dei bisogni, dei desideri, sente fortemente la necessità di essere amata: se non dai suoi, almeno da un uomo. Ma Rosine non lo permette: è troppo ansiosa di mostrare il suo splendore, in barba al suo passato. Antoinette però ha in serbo una rivincita semplice e spietata: un piccolo atto di crudeltà che cambierà i ruoli di vittima e carnefice. 
Lo spettacolo è un atto unico di una perfetta e cronometrata ora, durante la quale Sonia Bergamasco si lascia andare alla perfetta arte del Teatro. Una scena dalla scenografia semplice e pochi suoni la sostengono, il resto è tutto lei. La gestione della gestualità e l’alternarsi delle voci conducono lo spettatore in una casa piena di cattiverie, nel pieno della serata e all’intero delle menti delle due protagoniste principali. Vestita di bianco in una scena nera e carica di riflessi, Sonia Bergamasco muta senza esitazione dalla piccola Antoinette al viscido padre, dall’ipocrita Rosine alla frivola governante anglossassone Miss Betty, passando per la vecchia e pettegola cugina Isabelle. Movimenti semplici, ma anche sensuali, tenebrosi e variegati vengono utilizzati dall’attrice senza la minima esitazione. Uno spettacolo lodevole. L’ultimo sguardo finale (di cui per ovvio motivi non si dirà niente) merita da solo una bella dose di applausi, che svegliano lo spettatore dall’ipnosi e lo riportano a teatro mostrandogli che, davanti a sé, c’è solo un’interprete. 
Scegliere la tecnica del monologo interpretato non è una cosa così scontata. L’esperienza della Bergamasco non è una cosa così sconosciuta, soprattutto sul palco. L’attrice, per chi non la conoscesse, è ben più della spietata dirigente dell’ultimo film di Checco Zalone: non bisogna dimenticarsi che, tra i suoi ultimi premi. c’è il Premio Eleonora Duse 2014. Pubblico e critica sono sempre lì, con l’orecchio teso, sperando in qualche errore. Non è però questo il caso. Sonia Bergamasco è lì, più in forma che mai, pronta a dare al pubblico una storia, dei personaggi e un messaggio, con arte oggettiva e una forma personale. 
Francesco Fario

Maria Amelia Monti e Paolo Calabresi in “Nudi e Crudi”

Sarà in scena al Teatro Ambra Jovinelli dal 28 gennaio al 7 febbraio, l’irresistibile coppia MARIA AMELIA MONTI – PAOLO CALABRESI, protagonista di NUDI E CRUDI di ALAN BENNETT, traduzione e adattamento teatrale di EDOARDO ERBA; con NICOLA SORRENTI. Regia di SERENA SINIGAGLIA.

Che succederebbe se, tornando a casa dopo una serata a teatro, trovaste il vostro appartamento completamente vuoto, svaligiato da ladri che non hanno lasciato né un interruttore, né un rubinetto, né la moquette sul pavimento? Ai signori Ransome – due impeccabili coniugi inglesi – capita proprio questo, e la loro vita tranquilla e ripetitiva viene completamente sconvolta. Però la reazione dei due è diversa: lui si incupisce e si arrabbia sempre più, lei prova un senso di sollievo e quasi di liberazione. E mentre il gioco dei caratteri, esasperato da visite inattese, diventa sempre più esilarante, il mistero del furto trova un’imprevista soluzione. Tratta dal romanzo di successo di Alan Bennett, Nudi e crudi è una commedia spumeggiante, piena di umorismo e ironia che sa fare un ritratto impietoso e indimenticabile della vita di una coppia di mezza età.
Magistralmente scritta per il teatro da Edoardo Erba, superbamente interpretata da Maria Amelia Monti e Paolo Calabresi, e diretta con estro da Serena Sinigaglia, Nudi e crudi diverte senza ricalcare vecchi schemi e rivela più di ogni altra opera il genio comico di Alan Bennett.
Durata spettacolo: 2 ore compreso l’intervallo

La danza in una mostra fotografica a Roma

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“L’idea nell’immagine – Coreografia e fotografia” è il titolo della mostra fotografica di Massimo Danza sulla compagnia Ballet-ex di Luisa Signorelli, danzatrice, coreografa ed eccellenza italiana della danza, in esposizione dal 30 gennaio 2016 a Roma alla galleria Acquario di via Giulia 178.

La compagnia Ballet-ex è impegnata da tempo in un profondo lavoro di ricerca artistica nella danza, nel senso più puro e la cui finalità è l’Uomo, attraverso un percorso creativo che ne esplora sentimenti ed emozioni, l’eterna oscillazione tra ombra e luce, gli estenuanti contrasti ed il loro magico dissolversi in un abbraccio, sempre con soffusa poesia animata da suggestivi effetti pittorici e musicali.

Luisa Signorelli cerca una danza che parli al pubblico con modelli espressivi diversi, che lo accolga, che lo faccia sentire partecipe di ciò che vede, la sua comunicazione è diretta, lontana da falsi intellettualismi, in grado di far ricordare allo spettatore un vissuto universale e quindi di emozionarlo, e raccomanda ai suoi danzatori di essere veri, onesti, limpidi e semplici, è questo che dà forza, perché il pubblico ha bisogno di purezza e verità.

Lo sguardo fotografico di Massimo Danza si appassiona al mondo coreografico, vi si immerge e ne segue le linee e le curve, dà corpo a forme e volumi, ne accompagna il respiro tra slanci e cadute, focalizza le idee strutturali del movimento di danza che così rivela nella fotografia la vita di cui è simbolo, restituendola allo spettatore con la forza della essenzialità e la continuità dell’onda, dall’idea all’immagine.

Con il Patrocinio di:

* ISFCI Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata
* Teatro Orione – Palco delle Arti
* I concerti del Tempietto

Galleria Acquario via Giulia 178 Roma tel.06.647.603.53 www.galleriacquario.it
inaugurazione 30 gennaio 2016 ore 18,00 ingresso libero
apertura tutti i giorni dalle 16,00 alle 20,00, escluso festivi e lunedì, fino al 14 febbraio 2016.

Steve Jobs, quando il genio non è tutto

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Esistono pochi, pochissimi film in cui il peso e lo stile dello sceneggiatore è più prorompente di quella del regista.

Ecco, Steve Jobs è uno di questi pochi esempi. Danny Boyle è un grande regista, non lo scopriamo ora e non lo devo dire certo dire io, ma qui la sua voce è totalmente sommessa rispetto alla sceneggiatura di Aaron Sorkin, uno che al massimo collabora col regista, ma non diventa mai il numero 2 nella coppia. Sia chiaro, tutto ciò in questo caso specifico non è un male, non è un difetto, Steve Jobs è davvero un grandissimo film, ma è soprattutto un film di Sorkin più di Boyle, e va sottolineato per i meriti di un copione fenomenale.

Sorkin ha una voce, uno stile, un ritmo inconfondibile, e un immenso amore per il “dietro le quinte”, non a caso le sue serie tv hanno sempre mostrato cosa succede nella creazione di qualcosa: Sports Night mostrava la genesi di un programma sportivo, Studio 60 la genesi di un varietà comico, West Wing la genesi del processo decisionale politico, Newsroom la genesi di un notiziario tv. Al cinema invece Sorkin si è sempre interessato a personaggi che hanno un enorme talento, o meglio, sono i più bravi a fare quello che fanno: Social Network e Moneyball questo hanno in comune. Ora, per la prima volta, Sorkin ha unito questi due aspetti del proprio lavoro regalandoci una storia che mostra il genio di Steve Jobs nel dietro le quinte di tre singoli eventi.

Ma per capire questo film, forse, dobbiamo ripartire da quel capolavoro di The Social Network: se lì il film si apriva con Marc Zuckenberg definito dalla fidanzata “uno str**zo” e si chiudeva con la scoperta che lui “non era uno str**zo”, ma uno che prova disperatamente ad esserlo”, qui la storia riparte proprio da quest’ultimo assunto però ribaltato: Steve Jobs è uno stronzo, vuole esserlo e ci riesce benissimo. Sorkin giustamente non è interessato al Jobs degli ultimi anni, quello in piena malattia, il guru filosofico diventato un’icona, ma al Jobs giovane prima della malattia, il Jobs pioniere, il Jobs umano, il Jobs che vedeva il proprio genio respinto perché incapace di avere veri rapporti umani.

Un’opera viscerale e travolgente, elettrizzante per quanto logorroica, ricca di dialoghi esplosivi governati con reale magnetismo da un Fassbender in gran spolvero, Steve Jobs col suo impianto teatrale è un po’ l’erede di Birdman: girato solo in interni ed in tempo reale – una scelta che riempie la storia di tensione e un senso d’urgenza assolutamente meraviglioso – il film è diviso in tre atti, tre sole macrosequenze in cui si ripetono incontri e discorsi, fatti e azioni, ma in cui i protagonisti hanno tempo per confrontarsi e crescere. Sorkin ci ricorda che “grande talento” spesso non fa rima con “grande persona”, ma fortunatamente a differenza dei prodotti tecnologici, i quali perfetti o fallati rimangono tali, l’uomo con tutti i suoi difetti è l’unico che può cambiare e persino migliorare, o quantomeno temperare la propria rigidità. Dopotutto, come dice il personaggio di Wozniak nella battuta più bella e significativa del film “non è binario, si può essere gentili e talentuosi allo stesso tempo”.

Emanuele D’Aniello

fonte: BastardiPerLaGloria 

“The Pills, sempre meglio che lavorare”: prova riuscita?

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Un tempo era la meta o premio finale di tanti sacrifici, ora invece sembra che il cinema, soprattutto quello comico in Italia, lo vogliano e lo possano fare tutti.

Di esempi di comici passati dalla tv al grande schermo, senza assolutamente merito o talento, ne abbiamo visti a profusione negli ultimissimi anni. Ora tocca alla sfida estrema: gli youtubers al cinema. The Pills è il nome di un trio di amici romani che spopola sul web da quasi 5 anni, e ora si butta a capofitto nel cinema. E la cosa bella è che, tra tutti i comici che hanno tentato il grande salto recentemente – io lo dico, incluso pure Zalone – il tentativo di questi tre ragazzi è il più divertente e riuscito, o quantomeno il più onesto in assoluto.
The Pills: sempre meglio che lavorare espone le proprie intenzioni chiaramente fin dal titolo: non aspettatevi un’opera retorica o introspettiva sull’ansia generazionale dei giovani d’oggi in cerca di lavoro, in pieno precariato, perché a questi tre in lavoro è l’ultima cosa che interessa. La premessa tematica è subito originale, esilarante e al tempo stesso profonda: se in Italia il lavoro è un serio problema, e rimane tale paradossalmente anche una volta ottenuto, causa gli stipendi risibili e le tante ore passate senza soddisfazioni, non resta che trovare una soluzione col proprio talento, ognuno con quello in cui riesce meglio, utilizzando la propria creatività. Sempre Meglio che Lavorare è esattamente questo, una risposta alla crisi con la creatività, perché questo film di creatività e visione è pieno zeppo. Prendiamo i film di tanti comici passati al cinema, da Brignano ai Soliti Idioti, dallo stesso Zalone a Pio & Amedeo, passando per Paolo Ruffini e Alessandro Siani: il film dei The Pills è l’uno dei pochi che si sforza non solo di scrivere una storia, ma soprattutto di utilizzare il mezzo cinematografico in tutte le sue potenzialità, sperimentando con la narrazione, con la messa in scena e col linguaggio filmico. Parlo di una comicità del tutto surreale e folle, sinceramente irriverente, che a molti non piacerà ma che da noi nessuno ha il coraggio o la capacità di fare.
Santo cielo, una commedia italiana in cui si sperimenta, mi emoziono solo a scriverlo.
Naturalmente le citazioni abbondano, si fa fatica quasi a seguirle tutte, e la voglia di sperimentare nasce prima di tutto dalla voglia di imitare, è palese. Ma come può essere altrimenti quando la generazione di provenienza di questi tre ragazzi è quella cresciuta a pane e film americani? Gli si perdonano anche gli errori, perché sono onesto, il film parte male e fatica a carburare almeno per 10/15 minuti: l’inizio è lento, farraginoso, con scene scollegate tra loro, ti viene il sospetto e la paura che stiano per rifare gli sketch di youtube, l’errore supremo al cinema. Invece è semplicemente bisogno, al primo film, di capire come intendere il mezzo: improvvisamente la storia parte, c’è un tema di fondo che regge tutto, e ognuno dei tre protagonisti ha una sottotrama interessante e soprattutto divertente.
Indubbiamente il grosso limite del film è intrinseco all’operazione: la spiccata e imprescindibile romanità. Già i video internet dei The Pills sono conosciuti essenzialmente a Roma, inoltre il loro modo di parlare, il loro modo di essere, la scelta dei luoghi e delle situazioni trasudano romanità a più non posso. La comicità italiana in generale, fondata moltissimo sulle soluzioni dialettali, guarda oltre le singole città, cosa che qui non accade. Questo è un film che si segue e diverte da Bolzano a Lampedusa, però è indubbio che fuori dal contesto di Roma il pubblico perde qualcosa, anzi molto.
Ed infine l’elemento fondamentale è aver visto che i The Pills non hanno cambiato né personaggi né stile comico, passando da youtube al cinema sono rimasti loro stessi, coerenti col proprio stile. Il film non ha snaturato ciò per cui sono diventati sono popolari, semmai ha amplificato la loro comicità. E non va sottovalutata una significativa amarezza di fondo, l’aspetto che più ho apprezzato: non sembra tra una battuta sboccata e l’altra, ma l’assunto iniziale di non voler lavorare ha il significato di voler cristallizzare il tempo sull’apparente serenità del presente, sulle serate spensierate con gli amici, sul fare o non fare qualcosa però sempre insieme. E allora il film è soprattutto una bellissima storia d’amicizia, un storia che racconta l’ansia del tempo che passa e rischia di spazzare via tutto, a cominciare dai rapporti umani. Con tutti gli ovvi difetti strutturali derivati dall’opera prima, The Pills: sempre meglio che lavorare è un po’ la versione corretta e aggiornata di Ecce Bombo, e un film che piacerà a molte fasce d’età, soprattutto i giovanissimi, ma può essere veramente compreso solo da chi ora si affaccia ai 30 anni.
Dopotutto il paradigma della cicorietta esiste, e speriamo tutti di ritrovarla con lo stesso sapore che le dava mamma.

 

 
Emanuele D’Aniello

Vita, Morte e Miracoli di un momento al Teatro della Cometa

Vita, Morte e Miracoli al Teatro della Cometa è la semplicità delle cose fatte bene.

Il titolo è senza pretese e la trama chiara. Questa apparente semplicità nasconde però un prodotto di grande dignità intellettuale. Parliamo di Vita, Morte e Miracoli, uno spettacolo costruito sul testo di Lorenzo Gioielli, con la regia di Riccardo Scarafoni. Dopo una prima stagione al Cometa Off, la buona accoglienza dello spettacolo ha portato ad un secondo allestimento sul palco madre del Teatro della Cometa a partire dal 14 gennaio scorso, dove resterà fino al 31.
teatro della cometa
Partendo da sinistra: Dario, Ilaria, Emanuele, Marco.
Ci troviamo in una stanza d’ospedale ben illuminata, per niente opprimente. Se non fosse per il ragazzo in coma sul letto, l’atmosfera familiare avrebbe un che di rincuorante. I dialoghi vibrano di questo calore umano che crea connessioni nella semantica dei silenzi. Troviamo Ilaria, moglie e sorella; materna e pacata. È una donna sicura nella comprensione delle emozioni degli altri, ma debole quando la sua empatia si rivolge a se stessa. Suo marito, Dario, è un uomo buono dai pensieri ortodossi e dalla logica diretta: è o non è. L’unico grigio della sua vita è Ilaria, ma serba questa conoscenza come un segreto. Poi c’è Marco, il fratello di Ilaria; costantemente immerso nel suo sarcasmo, è lì che veglia sul giovane compagno. Attende qualcosa che sa che non potrà mai avere: un risveglio che andrebbe contro ogni sua fede nei fatti del mondo. Il ragazzo si chiama Emanuele: quella persona fuori dagli schemi che non risponde allo stereotipo, che non chiede giustificazioni e spezza la comprensione della vita di chi gli sta intorno. È un simbolo fatto personaggio. La sua anima incarna una libera forma di rapporti interpersonali, giustamente riassunta come Amore al suo massimo livello di empatia. È quel lui-lei, lei-lei, lui-lui che demolisce il limite tradizionale e porta la complessità delle relazioni umane ad un nuovo livello. È imprevedibile come il tempo presente, slegato da ogni logica; spaventoso per chi vede in lui la fine della grazia degli antichi valori, ma sconvolgente per chi ne capisce il suo ruolo di estensione degli stessi. È quell’Amore, insomma, che rifiuta di farsi demonizzare e non si lascia abbruttire dall’esasperata pubblicizzazione della sua appartenenza settoriale ad un lato o ad un altro, ma getta la maschera e diventa per tutti una scelta umana. Emanuele non potrebbe parlare, ma ciascuno avrà modo di stare con lui un’ultima volta.
Lo spazio è fisso: non lasciamo mai la stanza e la semplicità dell’apparato concentra ogni attenzione sul potere del dialogo e sulla gestione delle pause. Ne guadagnano gli attori, che possono dedicarsi, con i propri tempi, alla generazione di personaggi profondamente credibili, espressi nella loro complessità come figure complete e coerenti a se stesse. Si ha l’impressione di conoscerli fin dal primo istante. Non si verificano alti e bassi e la finzione gode di una spontaneità che non spezza mai la fluidità naturale della scena. Veruska Rossi, la splendida Ilaria; Fabrizio Sabatucci, il buon Dario; Riccardo Scarafoni, un Marco spezzato, e Francesco Venditti, l’enigmatico Emanuele: la loro voce si fonde con le parole e il significato penetra nei corpi. Come pellegrini nel cammino della vita, gli attori e le loro creature partecipano ad un viaggio che cambia la personalità e cementa l’intero spettacolo nello spirito del singolo. Non si cerca la risata facile e non si vuole giocare alla tragedia, tanto quanto non si fa la commedia. Vita, Morte e Miracoli è un momento di dolore che nella prospettiva della vita si allevia per umana natura. Così non si scade nel pianto e il sollievo comico non abbandona mai la realtà della stanza d’ospedale. Risalta il gusto delle cose fatte bene.


Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC

Gala Les Étoiles: rigore e eleganza all’Auditorium Conciliazione

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23-24 gennaio, le stelle danzanti mondiali splendono a Roma 

Prosegue sul palco dell’Auditorium Conciliazione la Rassegna Tersicore, pronta ad offrire al pubblico romano un weekend all’insegna della grande danza. Torna infatti sabato 23 (ore 21.00) e domenica 24 gennaio (ore 17.00) un nuovo gala della serie Les Étoiles, realizzato con il sostegno della Fondazione Roma-Arte-Musei e con la direzione artistica di Daniele Cipriani
Protagonista in scena un prestigioso cast di stelle danzanti: Marianela Nuñez e Thiago Soares (Royal Ballet di Londra, argentina lei, brasiliano lui), Lucia Lacarra e Marlon Dino (Teatro dell’Opera di Monaco di Baviera, spagnola lei, albanese lui), Iana Salenko e Marian Walter (Teatro dell’Opera di Berlino, ucraina lei, tedesco lui). Presenti inoltre anche il russo Daniil Simkin (American Ballet Theatre, New York) e gli italiani Claudio Coviello (primo ballerino de La Scala di Milano) e Rebecca Bianchi, fresca di nomina a prima ballerina del Teatro dell’Opera di Roma.
Parole chiave di questo nuovo gala Les Étoiles il rigore e l’eleganza del balletto classico che troveranno spazio all’interno di un programma ricco di virtuosismi e noti passi a due tratti dal repertorio classico: dal Lago dei Cigni (“Cigno Nero”) e Diamonds di George Balanchine per Marianela Nuñez e Thiago Soares; ancora dal Lago dei Cigni (“Cigno Bianco”) e Light Rain di Gerald Arpin per Lucia Lacarra e Marlon Dino; da Don Chisciotte per Iana Salenko con Daniil Simkin, da Il Corsaro per la Salenko con Marian Walter; dal Romeo e Giulietta (scena del balcone) di Kenneth MacMillan e da Giselle (versione di Patricia Ruanne), per Rebecca Bianchi e Claudio Coviello. Inoltre Simkin interpreterà Le Bourgeois di Ben Van Cauwenberg, un assolo che è diventato il leitmotif di questo straordinario ballerino.
Un evento – ha dichiarato Daniele Cipriani, direttore artistico della Rassegna Tersicoreall’interno del quale il rigore, l’eleganza, lo stile, la serietà e l’onestà professionale possano essere di esempio per tutti. Voglio – ha aggiunto Cipriani presentando il gala – poter sognare un mondo migliore in tutti i sensi nel 2016, con leader rigorosi e onesti come lo sono la danza classica e Les Étoiles, rispettati per la loro serietà, ammirati per lo stile e l’eleganza”.

Francesca Pantaleo

@PantaleoFra

I numerosi aspetti, ovvero i “Tanti Lati” di Ale e Franz

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Ale e Franz ci portano, nel loro spettacolo “Tanti Lati – Latitanti”, alla scoperta dell’animo umano con simpatia e leggerezza.

Alessandro Besentini e Francesco Villa, in arte Ale e Franz, sono due grandi della comicità, senza ombra di dubbio. Il loro spettacolo “Tanti Lati – Latitanti” in scena fino al 24 gennaio al Teatro Ambra Jovinelli è un’indagine sull’auto-conoscenza dell’essere umano.

Ale e Franz
Viene narrata, infatti, in modo simpatico ed ironico, la necessità di riflettere su se stessi e d’intessere relazioni. Il segreto, nella nostra tragicomica esistenza, è saper ridere sempre, vivere con leggerezza.
Ed ecco che Ale e Franz interpretano due vecchietti alle prese con i cambiamenti della società, due persone che, rincontratesi da adulte, si scoprono profondamente differenti soprattutto per quanto riguarda gli ideali politici.
Sul palco vediamo svariati tipi di persone, quelli che potremmo conoscere nella nostra vita quotidiana: dall’idealista disilluso al pragmatico cinico, fino alla persona che guarda con apprensione e disgusto i cambiamenti della società. Tutto è assolutamente nuovo per ognuno di loro. Ogni personaggio deve scoprire i segreti degli altri.
Tra le varie scene i due personaggi camminano erranti in un ambiente tenebroso che è la propria anima sconosciuta. Ma c’è un qualcosa che appare giù in fondo, una luna gigantesca, che sembra voler portare un raggio di luce nelle loro vite, alla quale si aggrappano per andare alla ricerca di un altro mondo.
I personaggi rappresentati siamo noi, un’umanità che studia costantemente se stessa, come una persona che si guarda allo specchio per conoscersi meglio.
Per dire le nostre opinioni sugli altri, bisogna prima studiare perfettamente il proprio animo.
Sorge però un interrogativo: quanto sappiamo su noi stessi?
Marco Rossi
@marco_rossi88
(Foto di Maurizio Raspante)

“La porta tra i mondi”. Il magico universo di Artemisia Birch

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“La porta tra i mondi” è il primo libro della Saga di Wise, nonché il primo fantasy edito in formato digitale da Panesi Edizioni e firmato da Artemisia Birch.

panesi edizioni
“La porta tra i mondi” – Saga di Wise (I) è uno di quei libri che una volta finiti ti fanno venir voglia di continuare a leggere: il primo capito di questa saga, a metà tra il fantasy e quelle storie che evocano il fascino dei cavalieri e delle dame medioevali, porta il lettore nel mondo immaginario di Gabria, una terra immensa e immersa nel verde, dove tra boschi e fiumi si intrecciano le storie di personaggi molto diversi tra loro, tutti accomunati da un unico grande destino. Tale destino affonda le sue radici in una storia antica, dove tutto inizia da una donna e con una donna prosegue, una saggia anziana a capo dell’ordine delle Muthras, sacerdotesse temute e rispettate in tutto il regno di Wise.
In un’epoca non definita la scrittrice narra il mito di donne, appunto, legate indissolubilmente ai quattro elementi della natura: Acqua, Fuoco, Terra e Aria. Guardiane guidate da saggezza, ma anche donne che si lasciano trasportare dalla passione carnale, madri protettive che seguono ciecamente il loro destino e quello delle loro figlie, un destino che unirà le protagoniste nella sempre eterna lotta tra il bene e il male. Accanto a loro appaiono giovani e forti cavalieri e saggi custodi dai poteri straordinari, chiamati a supportare, più che a dominare, queste figure femminili, che per tutto il racconto emergono come protagoniste assolute delle vicende narrate.
Artemisia Birch
La porta tra i mondi è solo il primo capitolo di una saga che avvolge e conquista il lettore in maniera graduale, una storia scandita dall’amore per le piante, dove emerge l’interesse e la conoscenza della scrittrice per il mondo delle erbe e dei poteri che ogni fiore, seme o germoglio custodisce. Un racconto che miscela sapientemente avventura, amore e religione, dove ogni personaggio viene descritto e narrato senza tralasciare nessun aspetto, spirituale e umano, e da queste descrizioni la trama si dipana regalando un libro scorrevole che si legge tutto d’un fiato, in grado di unire comuni mortali e personaggi sovrannaturali, senza tuttavia cadere nell’eccesso. La scrittrice, Artemisia Birch, riesce a dare un tocco fantasy ad un romanzo che allo stesso tempo parla di guerra tra due regni, di re e regine, di donne e uomini che sbagliano e amano. Dunque La saga di Wise si può tranquillamente definire come uno di quei testi che ha tutte le carte in regola per piacere non solo agli amanti di streghe e stregoni, ma anche a quei lettori alla ricerca di una storia avvincente, di conflitti, amore e morte. Due regni vicini, due re apparentemente in lotta, antiche e misteriose creature in cerca di vendetta, donne sagge a cui è toccato l’arduo compito di proteggere tutto e tutti dal male, e ancora, la natura, complice e artefice di ogni avvenimento. Insomma un mix vincente che ci lascia in trepidante attesa del secondo e del terzo capitolo!

Rosalinda Amodio

La recensione di “Revenant”, Inarritu torna in splendida forma

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Dodici nomination agli Oscar 2016, tre Golden Globes, un cast d’eccezione. Questo è Revenant – Redivivo di Alejandro Gonzales Inarritu, dove la vendetta e la lotta per la sopravvivenza la fanno da padrone.

Dopo aver assistito alla proiezione di Revenant – Redivivo, si comprende il motivo per cui Leonardo DiCaprio e Tom Hardy siano candidati agli Oscar 2016. Il film di Alejando Gonzales Inarritu ha messo alla prova i due attori nelle performance più brillanti della loro carriera, in una pellicola d’impatto, ispirata da una storia vera, dove il dolore colpisce lo spettatore in maniera indescrivibile. L’opera di Inarritu è ambiziosa, la più grande della sua carriera. Girata in condizioni estreme, con solo l’uso della luce naturale e con grande difficoltà per tutto il cast, sia tecnico che artistico, Revenant  risulta esteticamente il suo miglior film di sempre.
E’ il 1823. Nel South Dakota, l’esploratore Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) è assunto come guida in una spedizione americana per la raccolta di pelli animali. Viene coinvolto insieme alla sua squadra in un’imboscata di indiani Arikara, che li decimano e li costringono alla fuga. Hugh e i superstiti abbandonano il fiume Missouri per intraprendere un strada più lunga ma più sicura nell’entroterra. Ma Hugh viene attaccato da un grizzly inferocito mentre è lontano dal gruppo, ridotto in fin di vita. I suoi compagni John Fitzgerald (Tom Hardy) e Jim Bridger (Will Poulter) resteranno con lui per accudirlo, mentre il resto del gruppo cerca la strada verso il campo. Ma non tutto andrà come previsto e Hugh si ritroverà a dover lottare per sopravvivere e per cercare vendetta.
La natura è uno dei protagonisti principali di Revenant, portata all’esaltazione grazie alla meravigliosa fotografia di Emmanuel Lubezki, anche lui tra le 12 nomination all’Oscar, che permette di assistere ad un vero e proprio spettacolo per gli occhi. Una natura che nasce, cresce e muore proprio come l’uomo, non più luogo di riflessione e di pace ma teatro di lotte, fughe e vendette, dove alla fine sono Dio e la provvidenza a decidere il destino di tutti. L’esplorazione dell’impulso alla sopravvivenza è quello che guida tutto il film. Glass, nonostante gli orribili episodi in cui è coinvolto, non abbandona la vita e lo fa con tutto lo sforzo possibile. La sua fame di dignità, giustizia e vendetta sono più forti di ogni altra cosa e gli permettono di sopravvivere anche alle condizioni più estreme.
In tutto il film la presenza di Inarritu, con la sua maestria dietro la macchina da presa, è sfacciatamente percepibile e lascia poco spazio alla narrazione vera e propria, prediligendo l’immagine e la struttura spettacolare, basata su una sceneggiatura tratta dal di Michael Punke, rielaborata dallo stesso regista, composta da pochi dialoghi, molti silenzi e scene oniriche. Le battute di DiCaprio, infatti, saranno una ventina in tutta la pellicola ma questo non penalizza la sua performance estrema, fatta di silenzi sofferti e pieni di umanità che colpiscono e non lasciano indifferenti. Una recitazione intima, fisica che ritrae la sofferenza di un uomo, del suo terrore e della sua voglia di rivincita per amore dei suoi cari. Ma Leo è stato affiancato da altri due attori che non si può fare a meno di nominare: uno è, come anticipato, Tom Hardy che si cala in una delle interpretazioni migliori della sua carriera fin’ora, un antagonista dagli occhi spiritati reso crudele da una vita impietosa. L’altro è Damhnall Gleeson, nei panni del capitano Henry, giusto e leale, poco incline alla vendetta ma che saprà battersi al momento opportuno.
Non si può non affermare che Revenant – Redivivo è uno dei film più meritevoli degli ultimi anni, un prodotto eccellente e visivamente perfetto, che siamo sicuri sarà uno dei favoriti in questa edizione degli Academy Awards, con la speranza che DiCaprio stavolta vinca la sua vendetta e si aggiudichi una bella statuetta d’oro.
Ilaria Scognamiglio

Viaggio musicale con l’Orchestra delle Donne del 41° Parallelo

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L’Orchestra delle Donne del 41° Parallelo ci ha rivelato mondi poco conosciuti con il potere della musica.

È stata una di quelle serate che si suol definire, senza ombra di dubbio, magiche. Già il nome dell’orchestra è particolare. La motivazione per la quale quest’orchestra si chiama 41° Parallelo deriva dal fatto che eseguono musiche dei paesi che si trovano su quest’asse geografico, come Italia, Spagna, Turchia, Armenia e Grecia.

Teatro Vascello

Il concerto che quest’ensemble particolare ha tenuto il giorno 11 gennaio al Teatro Vascello nell’ambito del Festival Vascello in Musica, organizzato con la collaborazione dell’Associazione LSD e Controchiave, sarà uno dei ricordi che mi porterò appresso per tutta la vita. 
La musica è forse la principale e più incisiva testimonianza della cultura di un popolo. Dal Tai ami gour bole daki, un canto Baul che racconta pienamente la spiritualità di questo popolo (il nome della comunità indiana significa infatti “vento” e si riallaccia al pensiero di essere sollevati da terra da una forza misteriosa), si è passati ai ritmi di Thelonious Monk e George Gerswhin, che raccontano la loro New York, arrivando anche nella Grecia attuale, piegata dalla crisi economica che ha duramente colpito il paese, come rappresentato da una versione del famoso sirtaki di Mikis Theodorakis, colonna sonora del film “Zorba il greco“, e per il Portogallo dal canto del Fado. Tutte musiche piene di solitudine.
A mio avviso, ma è stato veramente difficile scegliere qualcosa di una serata che entrerà negli annali del teatro, i punti più alti del concerto sono stati una ninna-nanna albanese, un canto all’apparenza triste ma in realtà pieno di amore (quello che lega una madre al proprio figlio), ed una suite di brani della tradizione sarda dal titolo “Il bacio della Medusa“, che ricorda un incontro particolare del bravissimo direttore Stefano Scatozza durante un bagno nei mari della Sardegna: quello con una medusa, con le conseguenze che, ahimé, chiunque abbia incontrato quest’animale conosce. Al di là della nota di spirito l’esecuzione di questi brani presentava quell’anima profondamente spirituale tipicamente sarda, che possiamo riscontrare anche in alcune canzoni in sardo di Fabrizio De André, di cui casualmente ricorreva l’anniversario della morte proprio il giorno del concerto. 
L’esecuzione del tutto, anche grazie all’emozione della bellissima voce di Gabriella Aiello (la più bella voce che io abbia mai sentito in teatro, senza se e senza ma), è stata semplicemente emozionante. Con la musica siamo entrati veramente in contatto con tutti quei popoli.
Il pubblico era coinvolto, batteva le mani, partecipava fisicamente anche con calorosi applausi all’esecuzione, e questo è il risultato più bello per un artista; è il segno che si è fatto centro, che si è arrivati al cuore del pubblico.
E, se mi permettete, quando sono, come si evince dal nome dell’Orchestra, protagoniste le donne (delle quali è doveroso nominare due fenomenali artiste come Agnese Valle, voce e clarinetto, e Camilla Dell’Agnola, voce e viola), c’è sempre quel qualcosa in più che solo loro sanno dare, in un mondo in cui spesso sono ancora oggetto delle più feroci violenze ed oppressioni.
Marco Rossi
@marco_rossi88

La Grande Scommessa, la crisi economica come mai vista prima

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Non sono mai entrato in una scuola di cinema, e non ho mai frequentato un corso di scrittura e sceneggiatura, ma sono piuttosto sicuro che se dovessi farlo, sentirei in entrambi casi citare La Grande Scommessa come qualcosa che NON va fatta.

Il film di Adam McKay infatti distrugge tutti i normali canoni della narrazione, infrange la prima sacra regola del cinema “show, don’t tell” dicendo invece tantissimo, si parla sopra, spiega tutto il possibile, rompe la quarta parete e distrugge la sospensione dell’incredulità utilizzando attori con i loro veri nomi e veri volti nel mezzo della storia. E la cosa bella è che La Grande Scommessa funziona, non nonostante ma proprio per quanto detto. Anzi, dire che funziona è quasi un eufemismo, perché il film di McKay infrange le regole, le ricostruisce a proprio piacimento e compie l’impresa impossibile, ossia fare un film sulla borsa e sull’economia, lasciando intatti tutti i termini tecnici, di grandissimo intrattenimento.
Di film che hanno provato a raccontare la crisi economica globale del 2008 ne abbiamo visti tanti negli ultimi anni, dal rigoroso Margin Call fino al duro documentario Inside Job, ma mai nessuno prima d’ora aveva provato non solo a spiegare la crisi – perché difficile da capire per il pubblico e poco cinematografica – ma addirittura a renderla il perno d’interesse. La Grande Scommessa viaggia dentro la genesi della crisi e poi nell’occhio del ciclone, ma fortunatamente non perde mai di vista il lato umano della vicenda: il Michael Burry di Christian Bale e il Mark Baum di Steve Carell sono, con i loro difetti e dolori, veri uomini a 360%, e alla fine tutto gira intorno alle loro scelte e cambiamenti, a quanto sono disposti a sacrificare per rimanere umani in tale marasma.
Nessuno poi avrebbe mai pensato ad Adam McKay per un film simile, il regista delle commedie di Will Ferrell non è la prima scelta quando si progetta un film tecnico e dettagliato sulla crisi economica, ma proprio la sua sensibilità sovversiva e la voglia di rischiare sono l’arma vincente. Logorroico, avvolgente, trascinante, respingente e totalmente consapevole di sé stesso, La Grande Scommessa usa le tecniche più audaci e sopra le righe per tenere il pubblico incollato ad una vicenda che cita i mutui subprime e le obbligazioni decine e decine di volte, ed equilibra in modo prima narrativo e poi puramente scenico l’umorismo, il dramma e la ricostruzione documentaristica del caso.
Quando in una scena due giovani personaggi della vicenda si trovano nella sede della Lehman Brothers ormai vuota, a collasso avvenuto, e guardandosi attorno spaesati uno dei due esclama “pensavo di trovare degli adulti” capiamo che la missione prefissata da Adam McKay è portata a casa. Nella crisi economica non ci sono adulti, ma solo pazzi che non hanno saputo controllare i proprio vizi e ambizioni, così come nella realizzazione del film di maturo e sensato c’è poco, per lasciare spazio semmai al gioco di rendere tremendamente cinematografico ciò che sulla carta non è, giocando appunto con i trucchi più disparati. Non posso e non voglio paragonare ora La Grande Scommessa a quel capolavoro Il Dottor Stranamore di Kubrick, ma come allora McKay ha capito – similmente a Martin Scorsese un paio di anni fa – che spesso l’unico modo per comprendere l’irrazionalità umana è l’umorismo selvaggio, l’anarchia cinematografica e una serietà del tutto non convenzionale. In fondo trovare un film che diverte e insegna, pur con più del 50% dei dialoghi fuori dalla comprensibilità del pubblico, me incluso, non è cosa da poco.

 

 
Emanuele D’Aniello