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Digita Vaticana “digitalizza” Virgilio: ecco l’Eneide 2.0

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Una speciale riproduzione a tiratura limitata del Folio XXIIr del Virgilio Vaticano per sostenere Digita Vaticana Onlus nella digitalizzazione degli 80 mila manoscritti della Biblioteca Apostolica.

Roma, 7 novembre 2016. C’è un legame tra il poeta Virgilio e la Nasa, tra l’Eneide e una tecnologia di ultima generazione nata a Tokio. È il filo che unisce la tradizione all’innovazione e passa attraverso la Biblioteca Apostolica Vaticana, il luogo che dal 1451 custodisce un patrimonio tra i più importanti e preziosi al mondo. L’innovativo percorso tecnologico di digitalizzazione, archiviazione e riproduzione per tramandare le più antiche testimonianze del nostro passato alle generazioni del futuro, ha un nuovo protagonista: il Virgilio Vaticano (Vat.lat.3225) custodito nella Biblioteca Apostolica, una delle più antiche testimonianze dell’Eneide, manoscritto miniato realizzato a Roma intorno al 400 d.C. Infatti, grazie alla collaborazione tra Biblioteca Apostolica Vaticana, Digita Vaticana, NTT Data Corporation e Canon Inc. è stata realizzata una speciale stampa a tiratura limitata del Folio XXII recto, pagina nella quale è rappresentata Creusa mentre cerca di trattenere il marito Enea dal prender parte alla battaglia.

Il progettospiega Maite Bulgari, fondatrice di Digita Vaticana Onlus assieme al marito Paolo e all’avvocato Marcello Mustilliè una delle iniziative della nostra Associazione per raccogliere fondi a supporto della digitalizzazione degli oltre 80.000 manoscritti della Biblioteca e dare così la possibilità, a studiosi e non, di accedere a questo immenso patrimonio, tutelandone al contempo la conservazione. Dal 2013 lavoriamo con partner d’eccellenza per garantire la trasmissione di queste preziose testimonianze alle generazioni future, sfruttando le tecnologie più avanzate per conservarle e divulgarle.

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“La Biblioteca Vaticana raccoglie e conserva volumi e scritti che ci tramandano la ricchezza di pensiero e di vita dell’umanità” ha dichiarato Mons. Cesare Pasini, Prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana. “Siamo molto contenti di aver potuto digitalizzare e diffondere nella rete i nostri manoscritti, in uno spirito di condivisione che ci permette di rendere accessibile a tutto il mondo un patrimonio culturale che vuol essere a beneficio di tutti”.

Il processo di digitalizzazione, che adotta un formato creato dalla NASA per la conservazione a lungo termine di immagini e dati di astronomia e astrofisica spaziale, si avvale del supporto tecnologico di NTT DATA per ottenere immagini ad altissima definizione di questi antichissimi documenti. Ed è proprio grazie alla digitalizzazione che, utilizzando una speciale tecnologia di stampa 3D sviluppata da Canon, è stata realizzata la riproduzione del folio XXIIr del Virgilio Vaticano, caratterizzata da una leggera texture in rilievo che ne esalta alcuni particolari, come i bordi irregolari della pergamena e i riflessi dorati delle lettere. Digita Vaticana sta già inviando i primi esemplari delle 200 copie, certificate dalla stessa Biblioteca, a coloro che hanno deciso di sostenere il progetto di digitalizzazione con una donazione pari o superiore a 500 Euro.

Per informazioni: http://www.digitavaticana.org/

Grey’s Anatomy 13, episodio 8: conversazioni con l’aldilà

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The Room When It Happens inizia come un musical: pianoforte di sottofondo e medici che sembrano ballare, mentre sono presi da un’operazione d’emergenza dopo ore e ore di mancato sonno.

E’ proprio questa stanchezza a rendere i nostri dottori (Edwards, Hunt e Grey) molto nervosi e quasi automatici nello svolgere un mestiere in cui è implicata la salvezza dell’essere umano. Così, entra in scena un freschissimo Webber, che inizia la sua “lezione” per ricordare allo staff che sul tavolo della sala operatoria ci sono sempre persone amate da qualcuno, nonostante per i medici sia una routine tagliare e cucire.

L’espediente per far comprendere tale lezione di vita è far immaginare ai dottori che sul tavolo ci sia una persona che conoscono: lì per lì tutti fanno finta di ignorare la proposta, ma inconsciamente iniziano a rievocare persone importanti della loro vita. Sono tutte morte, tranne nel caso di Stephany, che rivede se stessa bambina (malata e dunque molto impegnata a studiare).

“Vedo la gente morta”

Webber rivede la madre, Hunt rivede la sorella e Meredith rivede Derek. O meglio, rivive la morte di Derek e soprattutto il momento (inedito nella serie) in cui ha dovuto spiegare ai suoi figli che il padre era morto.

E’ una scena molto toccante in cui la nostra algida dottoressa è tenuta a fare i conti col passato, magari a metterci una pietra sopra, per poter ricominciare. Con Nathan forse?

Si tratta di una puntata intensa, ma in alcuni tratti noiosa. Un episodio cuscinetto che forse risolve qualcosa all’interno dei nostri personaggi, ma che lascia bloccate tantissime altre situazioni molto più importanti, come il processo di Alex.

Non è da sottovalutare l’importanza dell’insegnamento impartito da Webber per il semplice fatto che la puntata è collocata esattamente dopo quella dell’arrivo della supervisor Eliza. Quindi ho come l’impressione che sia stata messa qui per un motivo, e cioè quello di aprire il ring. Chi resterà ad occuparsi della formazione dei medici del Grey Sloan? Eliza ha già anticipato alla Baley che lavorerà da sola: dobbiamo forse aspettarci un addio da parte di Webber?

Alessia Pizzi

Gilmore Girls stagione 6: separazioni dolorose

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Noi due…ci sposiamo. Ci sposiamo, Luke. Sposati, tu e io: Luke Danes “tavolo per uno” e Lorelai Gilmore “scusi potrei avere un camion per caricare il mio bagaglio emotivo” si sposano.

Insomma, siamo arrivati al punto di rottura, era inevitabile. Dopo una terza stagione bellissima e altamente emotiva, dopo una quarta stagione divertente e col climax da tutti atteso, dopo una quinta stagione che ha rappresentato il picco narrativo, è quasi normale che Gilmore Girls al suo sesto anno abbia segni di stanchezza molto profondi e molto decisivi.

La 6° stagione di Gilmore Girls però non è brutta, anzi, è ricchissima di grandi momenti e grandi episodi – ci ha regalato dopotutto la miglior e più esilarante cena del venerdì sera mai vista – semmai il problema è che è altrettanto ricca di scelte narrative sbagliate, folli, assurde, tutte aggravate dall’abbandono a fine anno della serie da parte dei creatori, i coniugi Palladino, che quasi in un atto di egoistica e infantile sfida lasciano letteralmente i cocci da far riparare a chi succederà loro (e vi avviso: la stagione successiva andrà anche peggio).

gilmore girls season 6

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Ma ripartiamo dall’inizio per capire cosa non va. Il litigio tra madre e figlia si consuma, Rory va a vivere con i nonni, ai quali non sembra vero di avere in pratica una seconda chance genitoriale, e Lorelai per non piangersi addosso chiede a Luke di sposarla, il quale accetta al volo, ovviamente.

Il primo problema è che il litigio tra le protagoniste, e tutto ciò che ne consegua, dura troppo a lungo, ben 9 episodi. Potrà non sembra tanto all’apparenza, ma 9 episodi, sono quasi metà di stagione per una serie totalmente fondata sulla dinamica tra le due. Oltretutto, il litigio cambia completamente il personaggio di Rory: è una scelta che ci sta, perché Rory vive la classica fase di paura per il futuro e dubbi sul proprio posto nel modo, ma il modo in cui affronta ciò snatura troppo il suo carattere, con la serie troppo interessata a mostrarci un futuro alternativo in cui Emily alleva una nuova figlia che non il vero struggimento di Rory e Lorelai. E’ un enorme paradosso, ma in questi novi episodi si percepisce di più l’emotività di Emily e Richard che non quella delle due protagoniste.

E quando le cose tornano a posto tra le due, ecco in agguato i vero punto di rottura dell’intera serie: April.

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Anche qui devo presentare l’ennesimo paradosso, a riprova appunto che la ciò che mostra la stagione non è brutto, ma narrativamente sbagliato. April è un personaggio che funziona, è simpatica e divertente, è una piccola replica di Rory con le ovvie differenze, la giovane attrice è brava e la sua chimica con Luke è perfetta. Il punto è che il personaggio di April, piombato nella serie solo per mettere un nuovo ostacolo tra Luke e Lorelai, è uno dei peggiori plot device mai visti in tv. La scelta non solo snatura Luke, del quale si può comprendere lo stato di shock iniziale ma non la totale chiusura verso la futura moglie, ma soprattutto snatura Lorelai, la quale diventa distante e strana. Improvvisamente abbiamo due personaggi che non comunicano tra loro ciò che potrebbe essere risolto parlando, allontanandoli quindi da un senso di umanità e possibile realismo. Ancora una volta, la rottura tra i due è comprensibile per come è affrontata psicologicamente – Lorelai è una che deve prendere le decisioni al volo senza pensarci, e se pensa troppo scappa, come accaduto con Max, mentre Luke è il tipo riflessivo che deve pensare fin troppo alle sue questioni e prendersi tempo con grande pazienza – ma totalmente sbagliata per come è stata costruita, come se fosse tra due automi.

E poi sì, ovviamente il finale. Quel ritorno totalmente improvviso tra le braccia di Christopher non solo snatura Lorelai, ma la porta addirittura, per la prima volta nella serie, fuori dalla necessaria empatia. Certo, si cercava uno shock fortissimo per il pubblico, ma il prezzo è stata la scelta peggiore mai vista in Gilmore Girls.

E appunto, quella scelta è stata davvero un colpo bassissimo da parte di Amy Sherman-Palladino. Durante la messa in onda americana della stagione la creatrice, e il marito Daniel, erano in trattativa col network WB per rinegoziare i loro contratti e chiedere altri sceneggiatori nello staff. Le trattative sono naufragate, i due hanno mollato la serie, e scritto in finale di stagione e quindi quei momenti ben consapevoli per consapevoli che non sarebbero tornati per la stagione successiva, per rispondere ai quesiti lasciati aperti. Era legittimo diritto e dovere chiudere con uno colpo di scena che avrebbe incuriosito per mesi gli spettatori, ma non è stato forse professionale chiudere con una scelta che ha quasi ucciso la credibilità della protagonista, e poi lasciare ad altri il districarsi della matassa.

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I 3 migliori episodi

6×07 – “Twenty-One is the Loneliest Number”
6×13 – “Friday Night’s Alright for Fighting”
6×19 – “I Get a Sidekick Out of You”

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Emanuele D’Aniello

Barack Obama e Michelle: storia di un bacio al cioccolato

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E’ sera, due ragazzi sono seduti a pochi centimetri l’uno dall’altra su una panchina. Lei mangia un gelato e con timidezza dice a lui: “E’ buono, vuoi assaggiarlo?“. Lui, sicuro di sé, risponde “certo“. Poi si avvicina e la bacia delicato.

Potrebbe essere una coppia di giovani qualunque nella Chicago del 1989. E’ una coppia qualunque, ma quel gelato è un gelato speciale, è stato offerto per un motivo particolare ed è il motivo per cui lei si sta innamorando di lui.

I due sono colleghi: lei è il supervisor presso l’ufficio legale dove lui trascorrerà l’estate come stagista. Lui vuole portarla fuori a tutti costi da un mese, lei è molto reticente.

“Sono donna e sono nera”, dice. “Devo essere brava due volte per essere ascoltata. Cosa direbbero di me se uscissi con il primo nero carino entrato nello studio?”

ti amo presidente barack obama

Quello che non era un primo appuntamento diventa l’appuntamento per eccellenza. I due assistono ad una mostra e poi ad un incontro della comunità per la costruzione di un centro sociale: in quel frangente lui la incanta con la sua forza nell’esposizione, calma, bonaria, ma allo stesso tempo decisa. Dice ai suoi amici “Il centro sociale non è un sogno, possiamo farcela. 

Yes, We Can.

Arriva il momento del cinema, del drink, delle chiacchiere e delle confessioni. Si parla dell’essere neri nell’America degli anni Ottanta, delle problematiche familiari, degli amori passati.

Lei sembra dura, ma è solo molto schietta. Lui è molto virile, ma allo stesso tempo delicato e sensibile. Il bacio al cioccolato è solo il culmine di una giornata perfetta, di quelle in cui torni a casa, ti siedi, e non riesci a fare nient’altro se non pensare a quello che è appena accaduto. Ti chiedi se è reale, ti domandi se durerà.

Nel caso dei protagonisti dura tutt’ora: Southside with you, titolo originale di Ti Amo Presidente, è la storia del primo appuntamento tra Barack Obama e sua moglie Michelle Robinson. Il film, che uscirà nelle sale italiane il 17 novembre 2016, sancisce con eleganza l’uscita di scena di Obama dalla Casa Bianca. Diretta da Richard Tanne questa interessante pellicola ci regala uno scorcio di passato attraverso gli occhi di due giovani che avrebbero scritto, da adulti, una grande pagina della storia americana. Il film in alcuni tratti forse sfiora il panegirico, ma resta comunque piacevole e interessante da guardare. Nonostante sia stato realizzato con un budget limitato risulta anche molto curato nei dettagli, specialmente per quanto concerne le scenografie, ideate da Lucio Seixas. Gli attori sono molto credibili, in particolar modo Parker Sawyers, che assomiglia moltissimo ad Obama.

Il regista ha dichiarato che Southside with you è nato da uno sguardo, quello che si scambiano spesso l’ex Presidente e la First Lady: nel film si scava per ricercare le radici di questo sguardo d’amore, senza mai menzionare il futuro. Del resto, l’amore non vive nel tempo, ma solo nell’attimo in cui viene generato, da un’occhiata, una carezza, un sorriso.

Alessia Pizzi

VinNatur a Roma negli spazi dell’ex Cartiera Latina

Angiolino Maule porta a Roma l’Associazione viticoltori naturali VINNATUR con oltre 70 produttori di vino che dicono “no alla chimica” in vigna e in cantina.

In questo mese Roma diventa la capitale dei Vini Naturali con più di un evento, inizia Angiolino Maule che presso l’ex Cartiera Latina nel Parco Regionale dell’Appia Antica, presenta il Salone dei vini naturali VINNATUR ROMA 2016. Nel we 12-14 novembre l’Associazione Viticoltori Naturali VINNATUR raccoglierà a Roma ben 75 produttori di vino naturale provenienti da 14 regioni italiane, dalla Spagna e da alcune rinomate zone vitivinicole francesi, quali Champagne, Alsazia e Roussillon.

Ciascuno dei produttori presenti ha scelto di coltivare le sue viti e di vinificare il suo vino senza l’aiuto della chimica dicendo no a pesticidi e diserbanti, con l’obiettivo di produrre vino attraverso un’agricoltura sana e rispettosa dell’ecosistema e dell’uomo. I visitatori potranno degustare oltre 300 vini, ottenuti nella maggioranza dei casi da vitigni autoctoni, alcuni dei quali riportati a nuova vita dai coraggiosi vignaioli che hanno creduto nelle peculiarità delle loro terre. Anche la gastronomia sarà al livello dei vini, grazie alla presenza di selezionati artigiani produttori di materie prime di altissima qualità da abbinare alla degustazione.

L’evento per la prima volta a Roma arriva dopo un anno importante per  VinNatur, come spiega Angiolino Maule fondatore e attuale presidente dell’Associazione: “Abbiamo scelto di chiudere in bellezza questo 2016 organizzando per la prima volta un salone a Roma. Festeggeremo la fine della vendemmia e la conclusione di un anno molto importante per l’associazione. Sono stati 12 mesi intensi e ricchi di passi avanti verso gli obiettivi a noi più cari: la crescita come viticoltori naturali, grazie ai progetti di ricerca sul tema della fertilità biologica dei nostri terreni e sull’incremento della biodiversità in vigna, e soprattutto la trasparenza verso chi sceglie di bere i nostri vini. Infatti, il “Disciplinare di produzione del vino VinNatur”, approvato dall’assemblea dei soci nel luglio scorso, fissa le regole che ciascuno di noi è tenuto a rispettare in vigna e in cantina per poter appartenere all’associazione. Questo documento, corredato dal piano di controlli che ne garantisce il rispetto, pone le premesse fondamentali per offrire ai nostri clienti la garanzia che nelle nostre bottiglie troveranno solo vini figli del rispetto del territorio, non dell’uso della chimica” .

Nell’arco delle tre giornate del Salone un nutrito calendario di dibattiti darà la possibilità di approfondire sotto diversi aspetti il mondo del vino naturale, attualmente uno tra gli argomenti che maggiormente attrae la curiosità degli appassionati.

Info
Ex Cartiera Latina, Parco dell’Appia Antica – indirizzo: via Appia Antica 42, Roma
Orari: sabato 14 – 19, domenica 11 – 19, lunedì 11 – 16
www.vinnatur.org  – https://www.facebook.com/vinnatur/ – Twitter: @VinNatur

Michelangelo Buonarroti e il suo genio con Bellezze di Roma

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Michelangelo Buonarroti, genio tormentato ed incompreso, personalità estremamente complessa, sarà il protagonista di una visita organizzata da Bellezze di Roma sabato 12 novembre 2016 alle ore 11:00.

È il 1496. Michelangelo arriva a Roma. Il suo arrivo è degno di un film di Totò. Come il celebre attore napoletano nel film Totòtruffa 62, Michelangelo Buonarroti aveva venduto una sua statua rappresentante Cupido Dormiente spacciandola come antica al nipote del Papa Sisto IV Della Rovere, il Cardinale Raffaele Riario. Appena saputo tutto, il Cardinale s’arrabbiò ma volle conoscere quest’artista.

Michelangelo arriva a Roma il 25 giugno, a soli 21 anni, e gli si aprirà un mondo. Questa città segnerà tappe importantissime nella sua vita artistica. La sua personalità, estremamente complessa e su cui tanto si è detto anche basandosi sulla sua autobiografia, ha lasciato tracce indelebili nel territorio capitolino con alcuni grandi capolavori .

Ed ecco che Bellezze di Roma ha organizzato una visita dal titolo “Michelangelo, tra il genio e la follia” per questo sabato 12 novembre 2016 alle ore 11:00. Andremo alla scoperta di tanti meravigliosi luoghi dove il grande maestro toscano ha lasciato pietre miliari della sua arte.

Parleremo del suo genio, dei papi che lo hanno incontrato, delle tante e particolari leggende che hanno caratterizzato la sua complessa persona.

Per informazioni circa il luogo e l’orario dell’appuntamento scrivere a bellezzediroma2@gmail.com indicando: il vostro nome, cognome, numero di cellulare e partecipanti, con oggetto Genio (la prenotazione è obbligatoria). Il costo della visita è di 11,50 euro (per bambini di età inferiore a 18 anni e over 65 9,50 euro, i bambini sotto gli otto anni sono gratuiti).

Come al solito, vi aspetto a braccia apertissime.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto presa da www.history.com)

Visita Guidata alla Casa-Museo di Pietro Canonica

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Sei mai stato nella casa di un artista? Hai mai visitato il suo atelier e camminato nelle stanze in cui abitò?

La Casa-Museo di Pietro Canonica, immersa nella splendida cornice di Villa Borghese, ci offrirà la possibilità unica e privilegiata di partire per un viaggio in cui scopriremo non solo la produzione artistica di uno scultore geniale ma anche qualcosa che solitamente è precluso al pubblico, ossia la sua vita privata, i suoi gusti, le sue passioni e l’aspetto più umano.

Domenica 13 novembre 2016 l’appuntamento è alle ore 10.30 in via Pietro Canonica, 2 (dentro Villa Borghese). la visita durerà circa 1.30. Il contributo previsto è di 5 € a persona + 5 € per l’iscrizione annuale all’Associazione Culturale RomaTrePerRoma (01.01.2016 – 31.12.2016) + 1,50 € per il noleggio dell’auricolare qualora il gruppo superasse le 15 persone.

Prenotazioni

https://goo.gl/forms/eKDwCpsPraMtAKGI3

Massimo 30 partecipanti

Chi siamo?

L’Associazione culturale “RomaTrePerRoma” è stata fondata il 7 luglio del 2015 ma il progetto è iniziato nel 2012 grazie all’iniziativa volontaria di un gruppo di studenti di Storia dell’arte e Archeologia dell’Università degli Studi Roma Tre, ecco da dove nasce il nome.

Oggi l’Associazione, formata ancora da studenti ed ex studenti universitari, porta avanti con passione un progetto che propone a specialisti e non, momenti di arte, cultura e condivisione. L’idea che RomaTrePerRoma ha di promozione del patrimonio culturale si basa sull’equilibrio tra competenze qualificate, spontaneità e divertente leggerezza.

Petro Canonica:

Pietro Canonica (Moncalieri 1869- Roma 1959), è stato uno scultore e un musicista italiano che ebbe la fortuna di affermarsi e di ottenere successo sin dalla prima giovinezza. Grande conoscitore della storia dell’arte classica e rinascimentale italiana si inserì perfettamente nei circuiti istituzionali ed accademici. Moderno “artista di corte” si affermò negli ambienti dell’alta aristocrazia e venne chiamato presso tutte le corti d’Europa che gli commissionarono opere celebrative ma soprattutto ritratti. È infatti il ritratto il genere artistico prediletto dall’artista. Poesia, bellezza e verità sono le basi della ricerca artistica di Canonica che riusciva a cogliere nei personaggi da lui rappresentati il più intimo carattere, l’aspetto psicologico.
Fu un artista autonomo che attraversò le Avanguardie rimanendo fedele a se stesso.
Quello che oggi è il Museo a lui dedicato, nella splendida cornice di Villa Borgese, un tempo fu la casa in cui visse per più di trent’anni, fino alla morte, dopo la quale, per sua espressa volontà volle donare la casa e l’intera collezione scultorea al Comune di Roma.

Perché una visita al Museo Canonica?

I motivi sono davvero tanti…

Innanzitutto perché è un raro esempio perfettamente conservato di Casa-Museo e accedere ad uno spazio simile significa poter visitare non solo una collezione di opere ma anche l’appartamento e l’atelier di un grande artista conoscendo così un aspetto che  è solitamente precluso al pubblico: il suo privato, i suoi gusti e l’aspetto più umano.
In secondo luogo è una visita altamente didattica perché il museo offre un’occasione incredibile di  osservare le varie fasi del processo scultoreo: bozzetti, sculture in terracotta, gessi, bronzi, marmi.

Infine perché le sue opere meritano di essere scoperte (o riscoperte) per la profondità, l’intensità di sentimento e la grandissima abilità tecnica con cui sono realizzate.

Un luogo particolare che non si dimentica facilmente, forse proprio perché è un museo piccolo, con questa inconsueta apertura a spazi vissuti, intimi e carichi di storia, in una cornice splendida qual è Villa Borghese.

This Is Us 1X06, il lavoro, il sacrificio e l’amore

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Un nuovo tema viene affrontato nella sesta puntata di This Is Us, ovvero quello del lavoro, ruotando appunto sulle vite professionali dei protagonisti.

Partiamo, come sempre, dal passato per capire come vanno le cose nel presente per i tre fratelli Pearson, a quando Jack trovò un lavoro d’ufficio per mantenere la sua famiglia appena nata. L’uomo non era soddisfatto a pieno della sua carriera, indossava la cravatta perché doveva non per passione e aveva un desiderio, quello di riuscire ad aprire una società sua. Avrebbe voluto, infatti, essere più libero per avere del tempo da passare con i suoi bambini, nonostante già ce la metteva tutta per essere il papà più premuroso del mondo.

This is us

Le scelte del passato in This Is Us si ripercuotono nel presente: Randall si ritrova a partecipare al “Career Day”, il giorno in cui i genitori si recano a scuola per raccontare ai compagni dei propri figli il loro lavoro. Le sue figlie non capiscono il mestiere che svolge, ritenendolo noioso e poco eccitante rispetto a quello dello Zio Kevin e del nonno William, musicista e artista. Così, ripercorriamo il percorso che Randall ha fatto per arrivare alla sua posizione di successo, della quale va molto fiero e che cerca in tutti i modi di spiegare alle sue bambine.

Randall non è insoddisfatto di sé stesso, anzi. Già da bambino amava andare col padre in ufficio ma, soprattutto, era bravissimo a scuola, caratteristica che la sua insegnante fa presente ai genitori, proponendogli di iscriverlo ad un’accademia specializzata. Una decisione difficile per Becky e Jack, convinti di dover dare ai propri figli lo stesso trattamento. Dopo un’attenta riflessione da padre attento e premuroso qual è, Jack capisce che per il bene del suo bambino, deve iscrivere Randall alla scuola privata per permettergli di avere un futuro brillante, decisione che lo porterà a rinunciare al suo sogno.

Becky e Jack

Rendere i figli felici era la priorità di Jack, ma se Randall è soddisfatto di quello che è diventato, Kate e Kevin hanno ancora problemi ad affrontare le loro difficoltà. Scopriamo, tramite il racconto passato, che il conflitto di Kate con il suo corpo era presente già molti anni prima, quando da bambina si confrontava con la madre Becky, perfetta nella sua taglia S mentre lei, già ad 8 anni, portava la XL. Questo l’ha portata ad avere un rapporto conflittuale con la mamma anche da adulta, quando  parlando con la figlia della sua nuova datrice di lavoro capiamo che Kate e Rebecca non hanno mai avuto un buon rapporto madre-figlia, e tuttora non vanno d’accordo.

Inoltre, Kevin finalmente ci apre il suo cuore parlando del padre Jack, dal quale ha sempre cercato attenzioni fin da bambino. La paura di non essere abbastanza l’ha sempre seguito, fino a ripercuotersi nel suo mestiere d’attore. Grazie alla sua collega di palco, Kevin riesce finalmente a sciogliersi e a parlare del lutto per la morte di suo padre, evento che l’ha particolarmente segnato.

Tirando le somme di quest’episodio, ancora una volta ci stupiamo di come This Is Us ci segni nell’animo, parlando di temi comuni a tutti, attuali e comprensibili da ognuno di noi. Jack si è sacrificato per la sua famiglia fin che ha potuto, come molti padri fanno cercando di dare il meglio ai propri figli. Scavando nel passato dei Pearson, ad ogni puntata scopriamo qualche dettaglio in più sui loro rapporti e la loro storia che ci appassiona sempre di più.

Ilaria Scognamiglio

Io e Annie, tra le risate alla ricerca del rapporto umano

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“Ehi, non denigrare la masturbazione: è sesso con qualcuno che amo.”

Titolo: Io e Annie (Annie Hall)
Regista: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen, Marshall Brickman
Cast Principale: Woody Allen, Diane Keaton
Nazione: USA
Anno: 1977

Nel film simbolo del cinema di Woody Allen, probabilmente il suo più famoso e influente, c’è una scena enormemente significativa, quella in cui i protagonisti Alvy e Annie sono in cucina a giocare con le aragoste da cuocere. Con la sua semplicità e spontaneità, la scena racchiude tutto il senso del film: stare bene con la persona accanto nelle piccole cose, facendo anzi le cose più stupide. Non a caso, dopo la rottura del rapporto, Alvy cerca di ricreare la medesima scena con una nuova ragazza, ma non ha assolutamente lo stesso effetto, perché artificiale, non spontanea, non figlia del momento e del sentimento, e soprattutto con un’altra persona.

Il sentimento, qualunque esso sia, non si può ricreare, con ognuno è diverso.

io e annie aragoste

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Una seduta terapeutica

Dopotutto Io e Annie è il prototipo della commedia romantica cinematografica moderna, praticamente da qui è partito tutto il filone con centinaia di imitazioni, ma la forza del film è stata proprio quella di non chiudersi a riccio nel ritratto del rapporto romantico, semmai nell’analisi dell’elemento più complesso e misterioso al mondo, il rapporto tra uomo e donna.

Essenzialmente una commedia, ma il primo film veramente maturo di Allen e forse tuttora il suo più complesso, Io e Annie è davvero una seduta terapeutica per cercare di capire cosa va e cosa non va in una relazione, perché il sentimento inevitabilmente svanisca, e cosa rimanga poi dei cocci di un rapporto, se si possa ripartire o diventare più intimi di prima dopo una rottura.

Woody Allen qui diverte come non mai, le battute e le situazioni che crea sono semplicemente memorabili e da mandare giù a memoria, ma soprattutto qui Allen sperimenta come mai fatto e pochissimi altri hanno fatto, cercando di aprirsi la testa e sfruttare lo stile di scrittura e visivo nel proprio flusso di coscienza. Ne esce fuori un film atemporale, con una struttura fluida che rimbalza avanti e indietro nel tempo, fino a toccare l’infanzia, iniziando esattamente con la rivelazione del finale, inserendo voce fuori campo, rottura della quarta parete, sovrimpressioni mentali e persino l’animazione e alla fine addirittura un film nel film con i ragazzi che mettono in scena i dialoghi dei personaggi.  Non un gioco o un esercizio stilistico fine a sé stesso, ma un autore in pieno possesso e controllo del mezzo cinematografico che vuole farci sedere, accanto a lui, sul lettino del suo psicoterapeuta.

Io e Annie scena finale

“Dopo di che si fece molto tardi, dovevamo scappare tutti e due. Ma era stato grandioso rivedere Annie, no? Mi resi conto che donna fantastica era e di quanto fosse divertente solo conoscerla. E io pensai a… quella vecchia barzelletta, sapete… Quella dove uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina”, e il dottore gli dice: “perché non lo interna?”, e quello risponde: “e poi a me le uova chi me le fa?”. Be’, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali, ehm… pazzi. E assurdi, e… Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova.”

Uno dei più grandi film nella storia del cinema, forse davvero uno dei migliori dieci, finisce allo stesso modo, e parlo di Casablanca naturalmente. Non è quindi questione di essere masochisti o pretendere realismo a tutti i costi, ma capire che si cela un insospettabile fascino nei film romantici in cui c’è più della classica relazione sentimentale, e soprattutto un maggior stimolo nel vedere come i grandi autori non cerchino sempre l’happy end a tutti i costi, ma una risoluzione organica e logica. Dopotutto in un film che in originale si chiama “Annie Hall”, ed è quindi focalizzato sul personaggio di Diane Keaton, la frase chiave del monologo finale è proprio quel “quanto fosse divertente solo conoscerla“. Tutti ovviamente amiamo le storie in cui la coppia sta insieme per sempre e festeggia il 60° anniversario di vita comune, tutti vogliamo il nostro miglior lieto fine possibile, e tutti nel nostro piccolissimo pur non dicendolo speriamo di trovare un giorno l’amore perfetto, ma in questo caso Woody Allen ci ricorda che – iniziando un discorso che poi porterà avanti in tanti film fino al giorno d’oggi – oltre il sentimento, che per la propria natura irrazionale e spesso casuale rischia di svanire da un momento all’altro, c’è la forza immortale del rapporto umano puro.

Alla fine Alvy e Annie non avranno una vita in comune, non si sposeranno e non avranno figli, anzi finiranno sicuramente con altre persone, ma comunque hanno trovato il loro lieto fine insieme: sanno che sempre, e per sempre, potranno contare l’uno sull’altro per qualsiasi cosa. E pensare che per Woody Allen e Diane Keaton sia andata esattamente così, una coppia negli anni ’70 e ora comunque amici o più di semplici amici, ci lascia davvero con una ventata di grande ottimismo e speranza.

3 buoni motivi per vedere il film:

– Le battute di Woody Allen, ovviamente, una scelta scontata.
– L’abbigliamento di Diane Keaton che ha fatto epoca.
– Scoprire dove e come sono nate le commedie nevrotiche che ci portiamo dietro al cinema da decenni.
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Quando vedere il film?

– Un pomeriggio, perché se si vedesse la sera le battute e le risate potrebbe ostacolare il sonno.
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Emanuele D’Aniello
 

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

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Stin Jee visualizza le migliori offerte speciali di ristoranti, bar, pub, bistrot in maniera immediata e trova le proposte più vantaggiose in zona.

La dimensione mobile è ormai irrinunciabile per qualsiasi attività, e la geolocalizzazione è in grado di semplificarti la vita in più di un’occasione. E’ ormai quasi inimmaginabile avventurarsi in macchina in “territori sconosciuti” senza l’ausilio di un navigatore, oppure raggiungere ogni tipo di servizi senza la ricerca in rete. Anche per mangiare fuori casa sono sempre più le persone che si rivolgono alle app, e Stin Jee l’ultima arrivata promette di farlo con un occhio al risparmio e un altro alla praticità.

Installando l’applicazione gratuita è possibile rintracciare dal proprio smartphone, gli sconti  e le offerte speciali di cibo e bevande più vicine rispetto alla propria posizione e tutto nella maniera più semplice, senza bisogno di effettuare registrazioni, pagamenti in-app e stampa di coupon. L’app fornisce una scheda delle offerte, con informazioni utili per raggiungere o contattare il locale attraverso Google Maps, con la possibilità di chiamarlo con un click direttamente dalla app.

La lista delle offerte esclusive proposte attraverso questa piattaforma digitale viene ordinata in base alla distanza dalla propria posizione, dal locale più vicino a quello più lontano e cliccando sulla singola offerta è possibile conoscerne i dettagli, dallo sconto applicato, al menù, ai prezzi, alle altre info utili. In tempi di social media naturalmente Stin Jee offre anche la possibilità di condividere le offerte speciali con amici e conoscenti.

La mancanza di intermediari e il contatto diretto, consentono di applicare ai clienti sconti veramente interessanti senza costi aggiunti o non dichiarati direttamente. La app è già presente in oltre 30 nazioni con una crescita in costante aumento, soprattutto in Italia e Gran Bretagna. Lanciata dal 2014 oggi presenta più di 25.000 offerte speciali di cibo e bevande. Numeri di tutto rispetto che abbiamo voluto approfondire con Giuseppe Uslenghi CEO dell’azienda, rivolgendogli qualche domanda.

stin jee

D: In un panorama che vede già molte app a tema prenotazione ristoranti in varie modalità e a vario titolo cosa vi ha spinto alla realizzazione di Stin Jee?

R: Pensiamo che l’approccio di Stin Jee sia unico e diverso da quelli degli altri operatori. Si focalizza solo su offerte speciali di cibo e bevande, inoltre è un aggregatore che oltre ad offerte uniche Stin Jee (gestite direttamente dai ristoratori), presenta anche offerte di altre piattaforme, come ad esempio Groupon ed altri operatori (in fase di implementazione), che includono anche offerte di consegna a domicilio. E’ gratuita e disponibile su tutte le principali piattaforme di telefonia mobile, incluso WP. Semplice da usare, non richiede ne login o registrazione, ne stampa di coupon o pagamenti e mostra solo le offerte piu’ vicine in ordine di distanza. Riteniamo che la nostra proposta sia unica anche per i ristoratori in quanto, permette di creare, gestire e pubblicare offerte in tempo reale e senza intermediari, è flessibile, senza costi fissi o percentuale sul ricavato e permette di raggiungere facilmente migliaia di utenti nelle vicinanze. In futuro sono previste ulteriori funzionalità, rese possibili dall’approccio unico di Stin Jee.

D: A quale target di riferimento vi rivolgete?

R: Chi vuole mangiare e bere spendendo meno,e senza sacrificare la qualita’, Sia che si trovi nella propria citta’  o che sia in viaggio e si trovi in localita’ che non conosce.

D: Su Roma ho verificato che la copertura dell’offerta è già abbastanza ampia e credo lo stesso si verifichi per le altre grandi città italiane. Ho fatto anche un giro nel Cilento ad esempio, ed ho testato che ci sono già differenti proposte anche se non paragonabili alle città. In questo senso quali sono le previsioni, almeno per l’italia, di incrementare il numero delle offerte al di fuori delle principali città?

R: Il numero di ristoranti che presentano offerte sulla app Stin Jee e’ in continuo aumento. Abbiamo un team focalizzato alla promozione del nostro servizio a nuovi ristoranti, ma stiamo anche lavorando ad accordi di collaborazione con altri operatori, attraverso il nostro modello di aggregatore.

D: Qual’é il legame – interazione con Groupon?

R: Con Groupon siamo affilate partner a livello globale: mostriamo le loro offerte di cibo e bevande sulla nostra app, mescolate con le offerte Sin Jee e con offerte di altri partner. Chi vede un’ offerta Groupon sulla app Stin Jee, ed e’ interessato, puo’ cliccare sul tasto BUY NOW e viene trasferito alla pagina Groupon dove puo’ vedere tutti i dettagli dell’offerta, acquistare il Coupon e prenotare.

D: Infine una curiosità, e cioè  cosa significa Stin Jee?

R: Il nome Stin Jee si ispira alla somiglianza fonetica con la parola inglese Stingy (tirchio, risparmioso). La scelta è ricaduta su questa parola perché lo scopo del progetto è quello di implementare una piattaforma tecnologica che permetta ai gestori dei ristoranti di incontrarsi con i consumatori, e, a questi ultimi, di poter scegliere dove andare a mangiare e bere beneficiando anche di un consistente risparmio economico.

Se l’app mantiene le promesse potrebbe essere veramente qualcosa di diverso da quelle che sono già in giro. A questo punto non rimane altro che scaricare l’app e metterne alla prova i benefici, tanto non c’è nulla da perdere.

Bruno Fulco

Al Teatro Vittoria un classico di tutti i tempi: trappola per topi

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Conosciamo tutti i gialli di Agatha che hanno accompagnato i pomeriggi dei lettori di tutte le età, ma mettere in scena, ed essere in grado di creare la suspense e l’atmosfera della penna magica della piccola vecchietta inglese non è così facile.

Il regista Stefano Messina e la “sua” compagnia teatrale ci sono riusciti, ne è venuto fuori un lavoro entusiasmante, divertente e curato nei minimi dettagli.

La ricostruzione della scenografia, una vecchia casa inglese degli anni ’50: il divano in pelle rossa, la radio d’epoca in radica, la scalinata in legno cigolante che porta al piano di sopra dove si trovano le stanze degli ospiti, il caminetto che riesce a dare calore alla stanza e l’effetto finestra, con una grande tenda rossa che si può aprire sul paesaggio innevato, incanta lo spettatore e crea uno spazio in più, un esterno, la scena è più dinamica e le battute rimbalzano tra gli attori.

La difficoltà di mettere in scena un classico di questo tipo è restare ingarbugliati in stereotipi già visti, in realtà la perfetta sincronia degli attori e i movimenti di scena ha reso lo spettacolo dinamico non annoiando lo spettatore evitando il rischio di cadere nella recita scolastica. Lo spettacolo è intrigante e divertente, il regista è riuscito nel suo intento.

Trama:

La coppia di albergatori Mollie e Giles Ralston inaugurano la loro attività di affittacamere nella loro vecchia casa, la Locanda di Castel del Frate con personaggi stravaganti e apparentemente estranei uno all’altro che incominciano ad arrivare e occupare le stanze. Ognuno ha una personalità ben definita e particolare, e un segreto da celare.

La bufera di neve gioca una parte importante nel tenerli “intrappolati” nella locanda e le notizie alla radio di un assassinio a Londra creano l’ansia e il filo di tensione, ognuno ha qualcosa da nascondere.

Il poliziotto Trotter abile sciatore raggiunge la Locanda per indagare e proteggere gli ospiti completamente isolati dal resto del modo, infatti le linee telefoniche sono interrotte e la bufera di neve impedisce agli ospiti di partire, ma è tutto casuale? l’assassino ricercato è tra gli ospiti della Locanda? La Christie riesce a tenere lo spettatore sulle spine fino alla fine, dove il mistero viene svelato. Dopo la pubblicazione del romanzo, fu rappresentato per la prima volta il 25 novembre del 1952 nel West End di Londra dove è andato in scena ininterrottamente per 55 anni con numerose repliche in tutto il mondo riuscendo a stupire anche la stessa autrice. In Italia, oggi, è ritornato ancora una volta al teatro Vittoria riscuotendo un clamoroso successo tra gli spettatori che amano i gialli tradizionali.

Trappola per topi- Teatro Vittoria

 

Sara Cacciarini

L’incanto di Giacomo Aragall al Teatro di Villa Torlonia

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Il re dei tenori Giacomo Aragall ha incantato con la sua voce il pubblico del Concorso Lirico Internazionale “Ottavio Ziino”.

Mai avrei pensato che si potessero provare tante emozioni in una breve serata. Esattamente mercoledì 2 novembre 2016, seduto sulla mia poltroncina nel bellissimo Teatro di Villa Torlonia – la cui costruzione è cessata nel 1874 su commissione del Principe Alessandro Torlonia su progetto dell’architetto Quintiliano Raimondi con gli affreschi di Costantino Brumisi – ero in trepida attesa: stavo per sentire una delle più belle voci della storia, quella del tenore Giacomo Aragall.

La serata era il Concerto d’Inaugurazione del 15° Concorso Lirico Internazionale “Ottavio Ziino”, organizzato dall’Associazione Culturale Il Villaggio della Musica, svoltosi dal 2 al 6 novembre 2016 e vinto dal mezzosoprano Laura Verrecchia, con la direzione dell’infaticabile e straordinaria Wally SantarcangeloGiacomo Aragall era presidente della giuria. Mentre in sala vi erano ospiti come: l’Ambasciatore Spagnolo Francisco Javier Elorza Cavengt, l’onorevole Lamberto Dini e Placido Domingo Junior, sul palco agivano altri due mattatori assoluti: Enrico Stinchelli e Michele Suozzo, gli effervescenti e simpatici presentatori del programma radiofonico di Radio Tre La Barcaccia, un must per chi ama l’opera.

La protagonista femminile e madrina della serata è stata la giovane soprano andalusa Sandra Pastrana, vincitrice del concorso nel 2004 (alla quale è stato consegnato il Premio alla Carriera con la seguente motivazione: “Ambasciatrice del Concorso Lirico Ottavio Ziino nei più importanti teatri del mondo”), che è stata a dir poco meravigliosa nei brani eseguiti. La Pastrana non ha solo una bellissima voce, ma è anche interprete attenta e varia e ha saputo passare con grande maestria dalla dolcezza di O mio babbino caro (dal Gianni Schicchi di Giacomo Puccini), alla voglia di vivere di Je veux vivre (dal Roméo et Juliette di Charles Gounod), all’aspetto civettuolo insito in Mein Herr Marquis (dal Die Fledermaus di Johann Strauss junior) e ne Il Bacio di Luigi Arditi; tutti brani da lei eseguiti, per sua stessa ammissione, per la prima volta nel corso di questa serata.

Ma Aragall, con la sua voce meravigliosa, ci ha emozionato e mostrato la sua anima da grande interprete quando, insieme alla giovane cantante, si è esibito in un’esecuzione fenomenale di Musica Proibita di Stanislao Gastaldon. Non avevano parole. Il tenore catalano, alla veneranda età di 77 anni, ha dimostrato una tempra, una forza e una voce che ci ha lasciati tutti senza parole, e in suo onore è stato trasmesso una sua meravigliosa esecuzione di E lucean le stelle dalla Tosca di Giacomo Puccini, che egli eseguì all’Arena di Verona nel 1984.

Grande successo meritatissimo anche per i pianisti Davide Dellisanti, che già sentii in una serata al Teatro Palladium e Marco Madrigal, infuocato esecutore di Malagueña di Ernesto Lecuoma.

Ma noi eravamo per Giacomo Aragall, il re.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Associazione Culturale Il Villaggio della Musica – Facebook)

Grande successo dei Soul Peanuts 2.0 al Cotton Club

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Un sogno nel cassetto da più di trent’anni si è coronato con un grande successo dei Soul Peanuts 2.0 al Cotton Club.

SoulPeanuts al Cotton Club

La band, composta da undici elementi, ha entusiasmato il pubblico venerdì 4 novembre con ritmi jazz e soul anni ’70 e ’80 in una serata all’insegna del divertimento e del ballo.

La musica usciva dalle scale ripide di questo locale un po’ retrò nel Quartiere Trieste di Roma, sono arrivata a concerto appena iniziato e il ritmo che si udiva dall’esterno mi trascinava come un vortice giù nello scantinato dal gusto americano avvolgendomi come un abbraccio. All’interno gente che ballava spensierata, chic ed elegante, altri seduti ai tavolini seguivano il tempo con il piede o con le mani, coppie innamorate rapite dal ritmo. La band in fondo alla sala, in prima fila i fiati e i cantanti, più indietro la batteria, il basso e le tastiere sprigionavano energia e musica com’è raro poter ascoltare.

Lo spazio ridotto ma capiente ha contribuito all’effetto scenografico mentre il sax, la tromba e il trombone luccicanti nel loro splendore vibravano alle note di Anita Baker, George Benson, Kool&The Gang e degli Eart Wind & Fire.

Sulle pareti le immagini proiettate con i protagonisti dei brani musicali, foto vecchie e moderne che oltre ad aver arricchito il locale, stimolavano un altro senso: la vista, calando lo spettatore in un revival intenso e completo. L’idea geniale e azzeccatissima, unica nel suo genere, è stata sperimentata solo nella grande mela, al NUBLU (East Village) di New York anche se a Roma è stata più completa e selezionata. Il creatore e Visual Manager Luca Raviele con un lavoro accurato e preciso ha scelto circa 500 immagini da proiettare a tema, quasi un commento dei brani, creando un effetto in sintonia con quello che suonava la band. A completare il gruppo le tre voci (Giorgia Creatura, Chiara Violano e Alessandro Frosi), le cui donne eleganti, raffinate e sexy in prima fila impreziosivano l’atmosfera, mentre Michael Coal (il leader del gruppo) alla batteria ha entusiasmato il pubblico con un assolo del brano “Do I Do” di Stevie Wonder.

SoulPeanuts al Cotton Club.Michael Coal, aveva questo sogno da anni ma la decisione, maturata dentro di lui, ha preso forma solo quando ha trovato persone con una preparazione di alto livello per poter sostenere un repertorio così importante.

“Due anni fa ho deciso di provare, non mi sono fatto intimidire dalle disavventure che potevano intralciare il mio cammino, alcune persone sono entrate e altre sono uscite dal gruppo, adesso ho trovato musicisti stabili e il SOUND, il sapore e il colore giusti. Bisogna fare ancora molta sperimentazione, ma c’è intesa, feeling e una buona cultura musicale oltre alla passione e all’amore” dichiara Michael “Il nome di Soul Peanuts 2.0 l’ho scelto giocando con una canzone di Dizzy Gillespie Salt Peanuts degli anni ‘50 volendo ricordare il jazz e rhythm and blues.

Soul che vuol dire anima, è una parola che riguarda la musica afro- americana e racconta nelle sue note e nei testi tutte la vicende del popolo nero, il periodo di Martin Luther King a cavallo tra gli anni ’60-‘ 70 e le rivendicazioni dei diritti umani, la musica fatta dai neri e proposta dai neri.

Peanuts noccioline di Soul, pillole di anima, perché vogliamo esprimere i nostri sentimenti anche se non siamo afroamericani ma condividiamo lo stesso modo di veder il mondo e la vita e questo non dipende dal colore della pelle”

Alla fine del concerto abbiamo intervistato una delle vocalist, Giorgia Creatura, in arte Honey, che ha eseguito uno splendido assolo di Chaka Khan “I’m Every Woman”, le abbiamo chiesto della sua esperienza ventennale e del suo percorso artistico: “Ho iniziato a cantare da piccola Barbra Stresaind, Chaka Khan, Stevie Wonder e Diane Schuur la pianista statunitense non vedente. Poi negli anni ’90 ho studiato alla scuola di Toni Armetta il jazz e l’impostazione.

Il cantante deve essere un musicista, la tecnica è importante, ho basato il mio lavoro anche sul metodo americano VoiceCraft che si basa sullo studio dell’anatomia e su esercizi di movimento della laringe. La mia attrazione è tutta concentrata sul soul jazz, Anita Baker “Been so long” (ride e comincia a cantarne la melodia), l’importante in un gruppo è la sintonia, fidarsi uno dell’altro e non prevaricarsi mai. Abbiamo fatto poche prove ma molto professionali. È da tanto che volevo una band così grande perché così possiamo fare a turni i solisti e i coristi ognuno ha il suo spazio e può anche supportare gli altri ed è un ottimo esercizio che rende il lavoro ancora più stimolante”.

Gli altri elementi della band sono al basso David Pintaldi, alla chitarra elettrica Marco Ortame, al piano Diego Calcagno e un abilissimo percussionista Daniele Leucci che ha suonato recentemente con gli Chic a Piazza del popolo, Pietro Pellegrini il trombettista, Roberto Guadagno al sax ed Elisabetta Mattei giovane trombonista proveniente dalla scuola jazz dell’auditorium di Roma.

Durante il concerto c’è stato uno spazio per far risaltare tutti i musicisti con degli assoli e questo ha dato il ritmo e il coinvolgimento giusto al pubblico lasciando una voglia di bis insoddisfatta.

Sara Cacciarini

Metti una sera a cena “A Casa di Delia”

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A Pioppi dove è nata la dieta mediterranea grazie al lavoro di osservazione del professor Ancel Keys e alla cucina della signora Delia.

Tra i vanti della cucina italiana c’è anche quello di aver dato i natali al modello alimentare oggi universalmente riconosciuto come il più salutare al mondo. Primato da condividere insieme ad altre località indicate dall’Unesco come luoghi fondamentali per la dieta mediterranea, Patrimonio dell’Umanità già dal 2010. Qui da noi però questo sistema alimentare è uscito dalla dimensione di cultura popolare per mostrarsi al mondo, anche se il suo papà è Americano.

Fu il professor Ancel Keys infatti a dare un nome  e a codificare questo tipo di alimentazione, introdotto nei suoi segreti da Delia Morinelli negli anni della sua collaborazione domestica. E’ lei infatti che lo illuminò grazie alle sue ricette, miracolosamente possibili da gustare ancora oggi senza contaminazione alcuna. l’illustre luminare inventore della razione K, il fabbisogno giornaliero di sopravvivenza per l’esercito americano, si trasferì in Italia nel dopoguerra per approfondire  i suoi studi. Osservò che nel sud del paese il tasso di longevità della popolazione era abbondantemente superiore a quello degli americani. Ma fu soltanto esplorando la costa cilentana che il professor Keys si rese conto dei valori dell’età straordinariamente superiori alla media. Più precisamente già negli anni ’60 l’aspettativa di vita nella zona, era pari a quella che il resto del paese ancora oggi deve raggiungere.

Questo fattore insieme all’assenza pressoché totale di malattie cardiovascolari lo convinse a trasferirsi a Pioppi nel comune di Pollica, dove grazie alle ricette preparate per lui e la moglie dalla signora Delia, si rivelarono ai suoi occhi le basi di questa cucina dagli effetti benefici. Le sue osservazioni di allora sono la conoscenza di oggi, un’alimentazione a base di legumi e pasta, olio extravergine d’oliva, frutta e verdura, pesce azzurro, con poca carne, soprattutto bianca e pochi latticini, accompagnata da uno stile di vita in movimento e in un ambiente a basso inquinamento, sono i cardini fondamentali della dieta mediterranea.

Il professor Keys ha dimostrato nella pratica la validità delle sue teorie morendo a centouno anni, soltanto uno dopo essere tornato negli stati uniti. Il patrimonio di ricette della signora Delia invece, dopo aver ispirato il suo lavoro ha rischiato seriamente di andare perduto. Per fortuna la passione di Silvana, la moglie del figlio Angelo, è riuscita ad impedirlo. Trasferendosi da Roma a Pioppi per continuare la sua cucina ne ha raccolto ogni segreto, lavorando fianco a fianco con la signora Delia che ancora oggi aggiunge il suo tocco di maestria pur sottolineando ampiamente la bravura e la dedizione di Silvana.

Nessun ristorante in grande stile ma semplicemente “A Casa di Delia”, tra le esperienze più belle che un appassionato di cucina possa fare. Siamo veramente nella casa di famiglia, un posto che trasmette immediatamente lo spirito mediterraneo. Una terrazza affacciata sul mare e sulla splendida costa che guarda alle luci di Acciaroli, Casal Velino e Ascea, pochi tavoli per una dimensione autenticamente familiare, ancora meno i coperti all’interno, siamo quasi degli ospiti invitati a cena. Si mangia quello che c’è, le portate sono in base alla stagionalità dei prodotti e alla fantasia della cucina, ma la ricchezza in varietà di questa terra è talmente straordinaria che la scelta è veramente nutrita e difficile.

Dopo accurate consultazioni essendo in quattro decidiamo di ordinare tutte cose diverse per poter assaggiare il maggior numero di piatti possibili, mai scelta si rivelò più azzeccata. Ora parlare dei singoli piatti è uno sterile esercizio, perché è il loro tratto comune a rimanere impresso. E’ come per le pietanze della mamma o della nonna, quelle di cui non ne avresti mai abbastanza, quei sapori eterni che sopravvivono ad ogni tendenza facendo impallidire ogni sperimentazione, rivisitazione, destrutturazione, ricerca e quant’altro si possa sentire parlando oggi di cucina.

a casa di delia

Ingredienti semplici che danno il loro massimo come le alici fritte o marinate, buone come mai prima o le polpette di melanzane, di una leggerezza incredibile. I formaggi sono di piccole produzioni locali reperiti quasi giornalmente, tra cui anche alcuni in cui viene utilizzato caglio di carciofo.

a casa di delia

La pasta è naturalmente fatta in casa e giornalmente, nell’occasione tra gli altri primi assaggiati ottime le Lagane e Ceci e i Ravioli di zucca e ricotta, di grande gusto e delicatezza, piatti in cui la tradizione permette ad un’eccezionale materia prima di esprimersi al massimo. Per quanto riguarda il vino anche se c’era la possibilità di stappare qualche bottiglia, la preferenza è andata al vino della casa perché sembrava essere la cosa più appropriata al contesto e poi perché come tutti gli ingredienti in gioco, la sua qualità non era minimamente in discussione.

a casa di delia

Tra i secondi  protagonista  il pescato locale, ottimo il Calamaro ripieno o “m’buttunato” per meglio dire, oppure i piccoli Polpi  alla Luciana affogati nel sugo. Ma è la Lampuga al pomodoro a stuzzicare più di tutti il palato. Esempio di piena valorizzazione delle risorse locali, questo piatto impiega un pesce che transita periodicamente in zona per deporre le uova, il cosiddetto pesce povero ma tanto ricco nel sapore. Avremmo voluto degustare tutto il menù, condizione impossibile che ci costringerà a tornare ancora.

A casa di Delia

Nei dolci un’altra chicca della dieta mediterranea, solo olio extravergine d’oliva sia nel Cannolo Cilentano ripieno di crema che nella Crostata di frolla ai marroni, nessuno dei due fa rimpiangere minimamente il burro, ed è proprio lei a spiegarcelo di persona. Delia, che inaspettatamente ci raggiunge a tavola per intrattenersi con noi, rispondendo alle nostre mille domande e curiosità sulla cucina mediterranea sugli ingredienti, le modalità e le cotture. Con la serenità di una persona che ha sempre amato quello che ha fatto, dispensa perle di rara saggezza culinaria senza nemmeno rendersene conto. Tra aneddoti di vita vissuta e piccoli segreti, raramente ho passato una serata più bella in tema di cucina, incontrando una delle persone più interessanti possibile. Esperienza da custodire gelosamente  e che auguro a chiunque si trovi a passare da quelle parti.

Bruno Fulco

The Walking Dead, 7×03: doveva morire Daryl al posto di Glenn?

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L’episodio 7×03 si apre con un jingle in pieno stile anni Novanta e con un Dwight che si prepara un gustosissimo panino.

E forse l’esordio è la cosa più interessante di questa lunghissima, inesorabile puntata incentrata tutta su Daryl. Sì, perché gli autori di The Walking Dead hanno ripreso quella malsana idea di dividere la trama principale in filoni, quindi ogni puntata è dedicata a un personaggio. In quella prima Carol ci ha deliziato col suo cinico sarcasmo. Purtroppo Daryl, non proprio noto per la sua eloquenza, è prigioniero di Negan, nudo, sporco,  e chiuso in una stanza al buio. Senza moto e balestra non è proprio un granché.

La cosa peggiore, oltre al cibo che gli viene rifilato ovviamente, è la canzone che è costretto a sentire tutto il tempo.

So che le lettrici, avendo letto “Daryl nudo” avranno pensato che ha davvero un senso vedere l’episodio The Cell. Ma la verità è che il momento clou di tutto l’episodio è quando Daryl piange. In quell’esatto momento un’orda di implacabili crocerossine sarebbe stata pronta a soccorrerlo. Un’osservazione: AMC fa morire Glenn, un personaggio che poteva dare ancora molto, soprattutto come padre, e lascia in vita un Daryl, che diciamocelo, non riesce più a svilupparsi più di tanto come spessore psicologico. In questo episodio sappiamo già che proverà a fuggire, sappiamo già che non si piegherà di fronte a Negan: è tutto già scritto.

Torna in scena per l’occasione la coppia Dwight – Sherry. Ve li ricordate? Sono quelli che avevano rubato la balestra a Daryl dopo che lui li aveva invitati ad Alexandria…

Grazie al cielo, a movimentare la situazione, c’è Lucille. La mazza non delude mai, accompagnata dallo spregevole quanto affascinante proprietario. Più lo conosciamo, più scopriamo che ne ha commesse davvero di tutti i colori. Apprendiamo infatti che ha sposato Sherry, la moglie del suo “servo” Dwight, solo per non uccidere quest’ultimo. In pratica lei si è venduta per salvarlo: una vera e propria Alcesti dei giorni nostri! Peccato che per ora non è sopraggiunto nessun Ercole a salvarla dagli inferi di casa Negan. A quanto pare, infatti, il cattivone vuole diventare papà. Ma allora ha il cuore di panna…

Insomma: siamo finiti a parlare di intrighi amorosi nemmeno stessimo recensendo The Vampire Diaries. La puntata è noiosa, lo avrete capito. La celebriamo con il il jingle Easy Street e la promo del quarto episodio. Torna Rick in versione agnellino, ma per quanto?

https://www.youtube.com/watch?v=GsROaEQpXxY

Alessia Pizzi

Vesna Pavan e la mostra sulla violenza contro le donne

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Vesna Pavan presenta “Fermo Immagine”, una mostra fotografica per aiutare le donne.

Vesna Pavan riconferma il suo impegno sociale a favore delle vittime di deturpazioni da acido. Venerdì 25 novembre 2016, in occasione della Giornata Mondiale Contro la Violenza sulle Donne, inaugurerà una mostra fotografica di sensibilizzazione sul tema, dal titolo “Fermo Immagine”. La mostra sarà aperta al pubblico dalle ore 13:00 alle ore 19:00 all’interno della galleria “Spazio M7”, via Monte Nevoso 7, 20133 Milano (MM Lambrate). L’esposizione rimarrà in permanenza fino al 30 novembre 2016 e sarà visitabile solo su appuntamento.

La mostra è composta da circa duecento foto che Vesna ha scelto tra le immagini più significative viste in TV negli ultimi due anni e mezzo. “Fermo Immagine” ha l’obiettivo di farci riflettere su due aspetti. Il primo riguarda la velocità dei video che vengono proiettati durante i telegiornali. Talvolta è tale da rendere impossibile una visione chiara e una comprensione completa. Il secondo è lo spaventoso numero di donne che hanno subito violenze, percosse e mutilazioni negli ultimi due anni; aspetto questo che porta la necessita di fare qualcosa affinché la situazione possa cambiare.

Il programma del 25 novembre.

Durante la giornata verrà presentato, in anteprima assoluta, il video raffigurante l’installazione multi-sensoriale, che l’artista aveva allestito all’interno dello stesso spazio espositivo il 14 febbraio 2015, in occasione della presentazione di RED&FUCHSIA. Interverranno personaggi autorevoli tra cui lo stimato chirurgo plastico e ricostruttivo Gianluca Campiglio alle ore 17:00.

RED&FUCHSIA è un progetto umanitario che Pavan sta portando avanti da più di un anno in collaborazione con il Rotary Club di Certosa di Pavia. Il suo scopo è di raccogliere fondi da destinare ad ASFI (Acid Survivors Foundation India) e ASTI (Acid Survivors Trust International). Entrambe le associazioni assistono quotidianamente le donne che hanno subito violenza. Centoventicinque opere appartenenti al ciclo SKIN sono state realizzate da Vesna appositamente per essere vendute all’asta nelle sedi Rotary di 24 paesi, dall’Italia all’India. I proventi verranno devoluti interamente alle due associazioni.

Vesna Pavan è una donna che dipinge le donne, per lei il volto femminile è molto importante; questo l’ha spinta a raccogliere fondi per ridare una speranza alle donne il cui volto è stato deturpato dall’acido.

Vesna Pavan, figlia d’arte, nasce a Spilimbergo (PN) il 12/09/1976. La prima mostra risale al 1992. La sua ricerca creativa unisce influenze orientali e un esuberante tocco contemporaneo. Design, moda, make-up e tecnologia si contaminano l’un l’altra nello stile foto-pittorico dell’artista. Oggi è Ambasciatrice dell’Arte Italiana in Russia. Hanno scritto di lei Vittorio Sgarbi, Luca Beatrice e Paolo Levi.
Informazioni sull’intera produzione artistica di Vesna sono disponibili sui siti www.vesnapavan.com e www.skinart.info.

Once Upon a Time 6X06, i misteri di Uncino

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Una nuova avventura sottomarina che svela i misteri di Killian.

Torniamo anche questa settimana a StoryBrooke, dove ci viene raccontata una nuova pagina del passato di Hook, nella quale conosciamo il famoso Capitan Nemo. Non lo ricordate? E’ uno dei più famosi capitano della letteratura, protagonista del romanzo “Ventimila Leghe Sotto i Mari”, di Jules Verne. Ed eccolo qui, arrivare anche lui nel magico mondo di Once Upon a Time, in un episodio intitolato “Dark Waters”.

once upon a time

Ovviamente, da grande lupo di mare qual è, il destino di Nemo si è incrociato con il nostro Uncino, diventando un vero e proprio mentore per il capitano della Jolly Roger.  Il loro incontro avviene durante il periodo della Maledizione Oscura, quando Nemo si infiltra a bordo della Jolly e con l’inganno trascina Uncino sott’acqua, per farlo risvegliare a bordo del Nautilus, il suo fantastico sottomarino.

Killian si ritrova in trappola e  cerca di capire perché Nemo ha deciso di portarlo lì, tra l’altro con dei sotterfugi. aiutarlo in una missione e poi dimenticare i suoi desideri di vendetta nei confronti di Tremotino per unirsi al suo equipaggio. Intanto, nel presente, Henry scopre che Uncino non ha gettato via le forbici delle Parche, ma le ha conservate in caso di necessità.

Il ragazzo è furioso con il Capitano e cerca di disfarsi personalmente delle forbici, ma Hook lo ferma in tempo. Purtroppo, i due vengono catturati dal Nautilus, stavolta comandato dal giovane secondo al comando e non dal famoso Nemo. Che fine avrà fatto e chi è questo capitano in seconda? La scoperta della sua identità porterà alla luce il passato di Killian, difficile da sopportare.

 

Once upon a time

Intanto a StoryBrooke, Emma cerca di convincere Aladdin ad aiutare Jasmine, preoccupata per il futuro della sua Agrabah, mentre Regina, Snow e David collaborano per liberare Archie da Zelena e la Evil Queen. Un episodio abbastanza soddisfacente, che svela nuovi arcani e fa sperare in intrecci più contorti per le prossime puntate.

Ilaria Scognamiglio

Cultura formato bambino: arriva la mappa parlante

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Al via il nuovo progetto di The Mole Hill ispirato ai Tapsy tours.Città d’arte e bambini, un binomio impossibile?

Non più grazie alla mappa parante! Un’idea rivoluzionaria realizzata da The Mole Hill- Top Service e presentata il 26 ottobre presso la libreria del Touring Club a Roma.  Acquistabile a partire dal 31 ottobre in diversi punti vendita l’idea si presenta come l’asso nella manica di chi progetta un viaggio con la propria famiglia. Nasce infatti come la naturale estensione dei Tapsy tours, noti viaggi organizzati per famiglie con bambini.  Apprezzati com’è noto da moltissimi turisti.

In cosa consiste realmente?

mappa-tapsy-romaLa mappa parlante di Roma è un speciale mappa che segnala le principali bellezze artistiche della città a ciascuna delle quali è collegato un brano da ascoltare tramite l’app. Non si tratta però di una spiegazione qualunque, è infatti proprio il monumento a raccontarsi ai piccoli ascoltatori.  Questo li stimola ad osservare ciò che hanno davanti e dà loro delle nozioni  in modo semplice divertente e accattivante. Un metodo decisamente innovativo che non mancherà di divertire anche i genitori.

Le funzionalità della mappa non finiscono qui, infatti sono riportati sia su carta che sull’app, i principali punti di ristoro adatti alle famiglie (pizzerie e gelaterie ad esempio). Tutti i locali sono scelti per tipicità e tenendo conto in primo luogo della genuinità dei loro prodotti. Segnalati anche i “nasoni”, le tipiche fontanelle romane, utilissime nelle giornate più calde , e i luoghi in cui è possibile trovare un fasciatoio per i più piccoli.

Ma perché scegliere una mappa parlante?

Semplicemente perché è uno strumento utilissimo per le molte famiglie che decidono di viaggiare in modo autonomo e che devono conciliare esigenze diverse. La mappa parlante ha dalla sua parte una grafica semplice ed intuitiva oltre che decisamente accattivante. In più anche il grande pregio di far staccare gli occhi dallo smartphone a chi la utilizza. Sull’app infatti non ci sono contenuti nè da leggere nè da guardare visto che persino le istruzioni d’uso sono in formato audio. Inoltre non ci sono nè video nè animazioni per non distrarre i piccoli turisti dalle bellezze artistiche che hanno davanti. Questo gli permette di osservare e scoprire con i propri occhi ciò che li circonda. In poche parole li si mette a diretto contatto con l’opera arricchendo la loro fantasia di nuovi scenari e conoscenze. Una conquista decisamente difficile in tempi di smartphone, social e video tutorial per ogni esigenza…

Ultimo pregio di questa novità formato famiglia è il prezzo, non più di una decina di euro. Il tutto per l’app e la mappa cartacea. Un investimento dunque alla portata di tutte le tasche. La mappa è acquistabile al momento soltanto in lingua italiana ma già da dicembre sarà disponibile anche in inglese per arrivare in breve tempo ad esistere in cinque lingue differenti: italiano, inglese, francese, spagnolo e tedesco.

Un progetto ha a cuore le esigenze pratiche di chi si sposta in famiglia senza trascurare la qualità delle informazioni. Queste sono infatti adattate all’età e alla fantasia dei bambini. Un risultato sorprendente che si aprirà nei prossimi mesi anche ad altre città europee ed extraeuropee. Gli orizzonti si allargano, famiglie di viaggiatori… stay tuned!

 

Chiara Marchesi

The Vampire Diaries 8: Bonnie alla fine ucciderà Caroline

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Dopo l’esordio di Enzo come nuovo Alberto Angela de’ noantri, torniamo a parlare di The Vampire Diaries e dell’insopportabile insensibilità di Caroline.

Facciamo un passo indietro: cosa succede nel secondo (Today will be different) e nel terzo episodio (You decided that I was worth saving) di questa stagione?

Flashback:

Sybil, la sirena malefica, tiene in pugno Damon e Enzo. Mentre il primo ha spento l’umanità e si sollazza uccidendo per lei e leggendo “Cinquanta Sfumature di Grigio“, Enzo manda segnali a Bonnie, che, aiutata dalla noiosissima coppia Stefan- Caroline, tenta di salvare il suo amore perduto.

Tutto questo accade mentre Stefan per l’ennesima volta tenta di salvare Damon da se stesso: sentendosi impotente si riscatta chiedendo a Caroline di sposarlo. Penso uno dei momenti più banali delle otto stagioni. Addirittura, durante la proposta, se ne esce dicendo: ma devo proprio farlo? (Eh, direi).

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Ora, nessuno è perfetto, questo sia chiaro. Ma mettiamoci un secondo nei panni di Caroline: finalmente hai l’uomo dei tuoi sogni, talmente inetto che non lo vuole nemmeno la Sirena. La tua migliore amica, già maledetta per la questione del coma mistico di Elena (che si sveglierà solo quando lei morirà), e abbastanza frustrata per essere stata morta, poi un’àncora spirituale ed ora una strega senza poteri, ha bisogno di te. Ha perso anche l’amore della sua vita dopo che l’unico flirt decente era stato col toy boy Jeremy.  E tu che fai? Ti baci con Stefan, ti abbracci con Stefan, parli di Stefan… finché lei alla fine è costretta a dirti che sta rosicando. E tu ti senti così terribile come amica che le prometti cose ridicole. La prima esternazione, ad esempio, avviene dopo che Stefan ti ha fatto la proposta e Bonnie (la tua amica) ti ha portato lo champagne in stanza per festeggiare (sempre lei, l’amica vera). Bonnie si aggrappa all’amicizia come unico barlume di felicità, cerca di non pensare al suo amore tragico e tu che fai?

Sorridi, la guardi, la abbracci e le dici: NOI SALVEREMO ENZO!

La tragicomica risposta di Bonnie, accompagnata dal viso turbatissimo, è un invito a far capire all’amica quanto sa essere inopportuna: “Prima organizziamo il tuo matrimonio a giugno“.

Colpo di grazia, della serie, “Salveremo Enzo 2, La vendetta“, la Sirena alla fine lo costringe a spegnere la sua umanità, proprio per salvare Bonnie. L’inutilità di Caroline e Stefan nella risoluzione del terzo episodio fa quasi paura: addirittura deve sopraggiungere il DILF Alaric, umano e armato di forcone infernale, come arma segreta.

Insomma, la bromance tra Stefan e Damon è ormai un disco rotto (Io ti salveròNo, non puoi – Sì, ce la farò – Oddio, sono frustrato – Fallo per Elena!), e anche l’amicizia tra Bonnie e Caroline sembra essersi inceppata. Abbiamo sempre saputo che del trio Bonnie era la più forte ma da Caroline ci aspettavamo qualcosa in più. Non mi stupirei se alla fine Bonnie commettesse la strage degli innocenti, perché ho come l’impressione che le persone attorno a lei tendano a darla un po’ per scontata (vedete anche lo stesso Damon).

Basta un po’ di Phesmatos e la pillola va giù…

Alessia Pizzi

Arriva al Macro Giorgio Ortona con “Nomi cose e città”

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Grandi vedute urbane, e poi corpi, interni, sacchi di cemento, bassi elettrici, calchi di dentiere.

Ecco la mostra Nomi cose e città di Giorgio Ortona, curata da Gabriele Simongini e promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con M77 Gallery di Milano.

L’artista è nato a Tripoli nel 1960, si è laureato in architettura allʼUniversità di Roma e ha poi seguito un corso internazionale di pittura a Cadice sotto la direzione di Antonio López García. Nel 2011 ha partecipato alla 54° Biennale di Venezia, nel Padiglione Italia (su segnalazione ed invito di Antonio López García) e nel Padiglione della Repubblica Cubana. Nel 2012, la sua opera “Cantiere Pantanella”, è stata esposta nella mostra “Dalla Collezione MACRO”, al MACRO Testaccio di Roma.

Famoso per la sua innegabile passione per le palazzine, quelle romane in particolare, e soprattutto quelle poste fra centro e periferia, l’artista mette in mostra al MACRO Testaccio (16 novembre 2016 – 8 gennaio 2017) una sorta di vertiginoso censimento di quel visibile metropolitano che costituisce il suo territorio di caccia prediletto. Una specie di ossessione classificatoria che richiama ludicamente, come dice il titolo della mostra, il gioco “Nomi cose e città” che era tanto in voga qualche decennio fa e che per il nostro artista è anche un irresistibile richiamo all’infanzia.

Il nucleo centrale della mostra si basa su una serie di grandi vedute urbane dedicate alle palazzine romane ed ai cantieri. E nellʼ170800675-98257a1c-d5e2-4f9a-8dc4-4a5ae3ff573dallestimento si realizzerà un coinvolgente cortocircuito dimensionale, visto che le opere esposte andranno dal formato cartolina a quello cinemascope. In una sorta di ideale giro dʼItalia e poi del mondo, compariranno anche vedute, edifici e cantieri di Napoli, Palermo, Il Cairo, Kiev, Nuova Delhi, tutti simili ed anonimi come immagini di un mondo globalizzato ed omologato. È il trionfo di un anonimato quotidiano che rende protagonista solo la pittura, una pittura meticolosa come quella di un pittore antico e fondata essenzialmente sul bisturi analitico e costruttivo del disegno. Ne emerge, come scrive nel suo saggio in catalogo Gabriele Simongini, “il sublime quotidiano come fatto concreto, con una struttura e uno scheletro, perfino un ritmo. E Giorgio Ortona lo cerca ansiosamente salendo sulle terrazze condominiali con la stessa trepidazione con cui i romantici ascendevano alle vette delle montagne alla ricerca del divino nello spettacolo della natura. A lui, però, agnostico dichiarato, la trascendenza non interessa, pur perseverando nella ricerca di un proprio, personale assoluto che appunto è forma, composizione, struttura, ritmo”.

Cerco lʼassoluto – dice Ortona – attraverso le forme. E quando mi chiedono di dare una definizione a quel che faccio dico solo che sono un pittore. Non voglio illustrare niente né essere connotato”. È questo il punto: ad Ortona sta troppo stretta la classificazione di “pittore figurativo”, come si vedrà in mostra. Nellʼinsisterci sopra, nota ancora Simongini, “si limita lʼampiezza pluralista di una ricerca che ha forte analogia con la musica (lo ribadiscono, fra lʼaltro, anche la passione di Ortona per il jazz elettrico, da lui suonato e lʼattenzione maniacale alla composizione, come se la tavola fosse un pentagramma) e con sintetiche componenti astrattive. Se da un lato è inevitabile pensare, solo per fare due nomi fra i più importanti per la pittura di Ortona, alle periferie del secondo dopoguerra di Renzo Vespignani (grande artista scandalosamente misconosciuto) e allo sconvolgente realismo di Antonio Lòpez Garcia, sotto un altro punto di vista è lecito chiamare invece in causa Piet Mondrian, mutatis mutandis, con il suo neoplasticismo musicale ed universale che si chiude e si rinnova al tempo stesso a contatto col diorama metropolitano di New York City”. Nel catalogo (Prearo Editore) sarà pubblicato un saggio di Gabriele Simongini, oltre ad unʼampia antologia critica e alle riproduzioni delle opere esposte.

GIORGIO ORTONA: Nomi, cose e città

a cura di Gabriele Simongini

Inaugurazione: 15 novembre 2016 ore 18

Apertura al pubblico: 16 novembre 2016 – 8 gennaio 2017

MACRO Testaccio

Padiglione 9A

Piazza Orazio Giustiniani, 4 – Roma

Antonella Rizzo

The Walking Dead, 7×02: the eye of the tiger

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A spasso nel tempo con Carol e Morgan, questo potrebbe essere il titolo del secondo episodio “The Well”. Cosa centri il pozzo (well), lo scoprirete guardando la puntata. Nel frattempo discutiamo delle fenomenali novità che entrano in scena.

Morgan porta Carol in un luogo chiamato il Regno, una rivisitazione del Medioevo 2.0, dove le persone vivono in armonia governate da Ezekiel, un personaggio che saprà farsi amare dal pubblico (e non solo…). Prima di tutto perché possiede un’amabile tigre, Shiva. Purtroppo dal fumetto sembra che l’animale si rivelerà fondamentale nello scontro contro Negan e i Salvatori, ma alla fine morirà, probabilmente mangiata dagli zombi mentre tenta di salvare il suo padrone.

Ma non è detto: quante volte AMC ha ignorato le trame del fumetto di The Walking Dead? Basti pensare che Rick ha ancora tutte le mani a posto…

Protagonista indiscussa e adorata finalmente è Carol, che come sempre si finge accondiscendente, una donna per bene con il sorriso stampato, esclusivamente per sondare il terreno. Ma secondo voi, Ezekiel ci cascherà?

walking-dead-stagione-7-carol

I don’t give a shit if you think you’ve found the secret to life.”

Nemmeno Morgan riesce a gestire questa donna, che a mio avviso è una delle rivelazioni della serie. Ancora la ricordo quando era terrorizzata dal marito o disperata per la morte della figlia. Carol ha saputo trovare davvero molte risorse in se stessa (anche se a volte le sue decisioni sono state moralmente discutibili) per diventare un’altra persona. Pur essendo una parte fondamentale del team, resta comunque una solitaria: entra in scena sempre quando c’è bisogno di lei, il suo sguardo vagamente materno vige dall’alto sul resto del gruppo, pronto ad entrare in azione.

Pare che il terzo episodio si focalizzerà su Daryl invece, un personaggio che sembra aver perso spunti narrativi. Beth era riuscita a stimolarlo un po’, ma poi l’orso è rientrato nella tana. Riuscirà a tirare fuori qualcosa di sé oltre che frecce e pugni in questa settima stagione?

https://www.youtube.com/watch?v=XUiUml8wzQ8

Alessia Pizzi

 

Patrizia Genovesi racconta Vincent Van Gogh al Palladium

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Il racconto di Vincent Van Gogh che ha fatto Patrizia Genovesi è una storia ricca di emozioni e d’avventura.

È stato particolare pensare che, durante il terremoto del 20 ottobre 2016, noi  al Teatro Palladium di Roma eravamo protetti dal racconto sublime ed appassionante sulla vita e sull’arte di Vincent Van Gogh di Patrizia Genovesi.

Essendo figlio di Theodorus Van Gogh, pastore calvinista, il giovane Vincent voleva andare in missione.

Importante per lui fu lo zio Vincent, mercante d’antiquariato. Ma quell’attività fu un per lui un insuccesso. Lui creò circa 900 quadri e 1000 disegni e vendette una sola opera.

Ma la sua pittura ancora oggi ci affascina per l’uso della luce. Egli assorbì le tecniche più all’avanguardia come il puntinismo e la classificazione dei colori di Boogert.

Il racconto è andato avanti attraverso il paragone con gli Impressionisti, i quali lavoravano en plein air e riuscivano a catturare i vari colori attraverso la fotografia ma per Van Gogh conta la realtà.

Per le sue opere usa una pasta di grana grossa che dà degli accenti luminosi molto forti. Per i disegni usa la griglia di Albrecht Dürer, e strumenti come il gessetto italiano e la matita da carpentiere.

Ma la sua è una vita tormentata. La sua arte, quando egli è in vita, non verrà mai capita. Si stabilisce ad Arles nel 1886 ed i pochi rapporti umani che rimangono sono quelli con l’amico Paul Gauguin  ed il fratello Théo, ma riesce sempre a trovare uno spunto vitale, una forza incredibile nelle sue opere come il Ramo di un mandorlo fiorito (1890) dedicato al nipote Vincent.

© Van Gogh Museum

© Van Gogh Museum

Passa gli ultimi anni della sua vita con una prostituta malata di vaiolo, ma lui vive per la sua arte fin alla morte che lo incontrerà tramite un colpo di pistola il 26 luglio 1890 a Auvers-sur-Oise.

 Johanna Bonger, la moglie di Théo, raccolse le loro lettere e creò una fondazione.

L’emozionante racconto di Patrizia Genovesi si è trasformato in un’avventura alla scoperta di quest’artista, ma del resto, come disse lui stesso, “Non vivo per me, ma per la generazione futura”.

Marco Rossi

@marco_rossi88

Tiziana Gallo riporta a Roma i produttori del vino naturale

Raddoppia con il secondo appuntamento annuale  “Vignaioli Naturali a Roma” l’evento giunto alla sua nona edizione ed atteso con trepidazione da tutti gli appassionati

Le date sono quelle del week end 19-20 novembre,  il luogo è il Westin Excelsior  in Via Veneto, l’evento è la rassegna Vignaioli Naturali a Roma e la firma sulla selezione dei vini proposti è quella di Tiziana Gallo. Una garanzia per questo genere verso il quale le attenzioni del pubblico sono sempre maggiori e che alimenta costantemente un vivo e acceso dibattito sulla qualità e gli stili produttivi.

E’ la stessa curatrice dell’evento a spiegarne i contenuti  “Nove anni fa ho deciso di intraprendere questa avventura, passionalmente motivata a fare in modo che la degustazione che mi accingevo a organizzare rappresentasse un punto d’incontro per i produttori, per gli esperti e non, per i curiosi e per gli appassionati; diciamo un modo per contribuire, nel mio piccolo, alla diffusione e alla condivisione della magnifica e sempre stupefacente esperienza che gli eroici vignaioli naturali possono regalarci. Ognuno a suo modo, esprimendo i diversi terroir, ma tutti uniti nella volontà di sostenere il ciclo della natura e di farsi guidare tra i filari ed i preziosi frutti per trasformarli in vino prodotto secondo natura”.

Alla manifestazione saranno rappresentate molte delle regioni italiane, ma anche diverse realtà internazionali, quali Francia, Spagna e Germania, tutte accomunate dalla passione di questi Vignaioli che mettono nella produzione dei loro vini naturali tutto l’amore per i ritmi della natura. Saranno sei i banchi d’assaggio dei vini affiancati da un angolo di cucina quest’anno dedicato alla gastronomia made in Japan, insieme a questo verrà proposta anche una selezione di birre artigianali. Insomma gli elementi per classificare come “da non perdere”  questa nona edizione  ci sono tutti.

Per info:

info@vininaturaliaroma.com

www.vininaturaliaroma.com

A Milano arriva Il Sangue Matto!

Al Teatro Out/Off di Milano arriva dall’8 al 20 novembre 2016 “Il Sangue Matto”, tratto dal romanzo di Lucrezia Lerro.

Dall’8 al 20 novembre sarà in scena, in prima nazionale al Teatro Out/Off di Milano, lo spettacolo “Il sangue matto”, tratto dall’omonimo libro di Lucrezia Lerro.
“Il sangue matto”, di cui la stessa Lerro ha curato l’adattamento teatrale, è un’analisi dolorosa, ironica e profonda degli sconvolgimenti che ogni mese attendono ogni donna, dalla pubertà fino alla menopausa.

“Dove sono finiti i giorni spensierati?” si chiede una delle protagoniste dello spettacolo. L’attesa delle mestruazioni amplifica le paure trasformandole in ossessioni, l’inquietudine incarna una mancanza: di un lavoro stabile, dell’amore vero, di un figlio, di una famiglia.

Un argomento delicato, spesso censurato, ma che tocca la vita di tutti, uomini compresi.
Un tema difficile da affrontare, ma necessario perché, come afferma una delle “voci” dello spettacolo, “l’unica strategia per sopravvivere e combattere la sindrome premestruale sia parlarne, prima di tutto con se stesse e poi con le altre donne”.
La seconda arma a disposizione nella lotta agli estrogeni è l’autoironia, che “scioglie i nodi più stretti”. Ed è proprio con l’ironia e con il sorriso che le sei attrici protagoniste dello spettacolo ci accompagnano, con sensibilità e leggerezza, nelle vite di tante donne molto diverse tra loro.

“Il sangue matto è l’ossessione per ogni pensiero distruttivo che mi assale nei giorni che anticipano il mestruo. È la mia paura di perdere il controllo, all’improvviso, sugli incontri buoni e cattivi della vita. Di sragionare di punto in bianco in casa, sul lavoro o per strada”. Il sangue matto è questo e molto altro…
Le voci di tante donne diverse per età, provenienza, sogni e desideri lo raccontano rivelandoci che il solo rimedio al sangue matto è l’amore. “Il sangue matto” porta alla ribalta la voce sommersa delle donne. È un’impronunciabile verità che finalmente trova una via poetica per rivelarsi.
“Il sangue matto” nel riadattamento registico, rispetta ed esalta lo “stile d’acqua” di Lucrezia Lerro che, associato alla capacità da parte delle interpreti nel trattare, con una rara attitudine gestuale e vocale, un argomento così delicato come la sindrome mestruale, scorre fluente come acqua. Lo spettacolo attraversa diversi momenti autoironici evidenziando il tratto grottesco di situazioni apparentemente complesse. La rielaborazione registica vuole evidenziare un percorso psicologico tormentato, concentrandosi sull’ironia di pezzi musicali e sulle immagini che irrompono prepotentemente sulla scena.
Nadia Baldi

Recensioni di “Il sangue matto”, Mondadori, 2015

“Con una sensibilità vicina a quella delle autrici mistiche del passato, con il loro corpo d’amore e di dolore eloquente, la scrittrice costruisce dunque, nei suoi monologhi spesso anche divertenti, la storia di una mancanza. Il turbolento annunciarsi, tra fastidi e tormenti, delle regole mensili continua a segnalare, come ai tempi di Adamo ed Eva, che nessuna maternità è in gioco, come se quel sangue, una volta arrivato, non fosse che l’arredo di un lutto.” Elisabetta Rasy, Il Sole24 ore, 15 febbraio 2015

Il sangue matto è il sangue mestruale. Si voglia annichilire sotto gli antidolorifici, si voglia sminuire, ce lo si senta rinfacciare da mariti o fidanzati, il sangue matto c’è. Scorre nella radice stessa della donna come linfa vitale, è all’origine di “irragionevolezza ed estro. E’ un flusso che chiede amore”. E questo è più di un libro: è un sospiro di sollievo.” Valeria Parrella, Grazia, 11 marzo 2015

In un epoca come questa, che da un lato esibisce e dall’altro riduce il corpo ad astratto argomento ideologico- e spesso proprio il corpo delle donne- il romanzo della Lerro è un atto coraggioso e a suo modo insurrezionale, violentemente libero.” Davide Rondoni, Avvenire, 2 aprile 2015

Il sangue matto non è un’opera per sole donne, e questa è la sua forza. I silenzi, i malesseri, le attese gli sguardi, le insinuazioni, i desideri che circondano il corpo e gli umori femminili, sono di tutti e attraversano le nostre vite da quando – tutti – siamo adolescenti. Lucrezia Lerro finalmente ne parla, e ne parla con un impasto linguistico che ha la sostanza della realtà, con tutte le sue eloquenti deformazioni. Il sangue matto è nelle donne adulte che temono di perdere se stesse bambine”. Elisabetta Sgarbi

Lucrezia Lerro è scrittrice e poetessa. Ha esordito nel 2005 con il romanzo Certi giorni sono felice (selezione Premio Strega), seguito da Il rimedio perfetto, La più bella del mondo (Premio Grinzane Cavour, 2008), La bambina che disegnava cuori e Sul fondo del mare c’è una vita leggera (tutti editi da Bompiani), seguono per Mondadori La confraternita delle puttane e Il sangue Matto. Le sue poesie sono state pubblicate sulle riviste Poesia, Palomar, Nuovi Argomenti, Nuovissima poesia italiana e L’Almanacco dello specchio e nelle raccolte L’amore dei nuotatori e Il corollario della felicità. Il suo ultimo romanzo è Il contagio dell’amore – Etty Hillesum e Julius Spier (San Paolo Editore, 2016).
In occasione dello spettacolo si svolgeranno incontri con scrittori, poeti e psicoanalisti.

CALENDARIO DEGLI APPUNTAMENTI

9 novembre
Incontro con Antonio Riccardi, poeta, saggista, editore
(l’incontro segue lo spettacolo che inizia alle 20.45)

10 novembre
Incontro con Massimo Recalcati, psicoanalista e saggista
(l’incontro segue lo spettacolo che inizia alle 20.45)

12 novembre
Incontro con Maria Rita Parsi, psicoterapeuta e scrittrice
(l’incontro segue lo spettacolo che inizia alle 19.30)

15 novembre
Incontro con Maurizio Cucchi, poeta e critico letterario
(l’incontro segue lo spettacolo che inizia alle 20.45)

19 novembre
Incontro con Moreno Gentili, scrittore
(l’incontro segue lo spettacolo che inizia alle 20.45)

20 novembre
Incontro con Davide Rondoni, poeta
(l’incontro segue lo spettacolo che inizia alle 16.00)

Gli incontri saranno presentati da Lucrezia Lerro.

CAST AL COMPLETO

IL SANGUE MATTO
dal romanzo di Lucrezia Lerro
con Franca Abategiovanni, Angelica Cacciapaglia, Antonella Ippolito, Francesca Morgante, Rossella Pugliese, Marina Sorrenti
aiuto regia Iole Salvato
idea e adattamento Lucrezia Lerro
musiche Roberto Cacciapaglia
progetto luci, scene e costumi Nadia Baldi
regia Nadia Baldi
produzione Teatro Segreto

INFORMAZIONI

Prenotazioni 0234532140 lunedì ore 10 > 18 e martedì > venerdì ore 10 > 20; sabato ore 16 >20
Ritiro biglietti Uffici via Principe Eugenio 22. Lunedì > venerdì ore 11 > 13;
Botteghino del teatro, via Mac Mahon 16 da martedì a venerdì un’ora prima dello spettacolo, sabato ore 16 > 21, domenica ore 15 > 17
acquisto online www.teatrooutoff.it
Intero 18 Euro – costo prevendita e prenotazione 1,50/1,00 Euro (salvo diverse indicazioni per specifici spettacoli)
Riduzione 12 Euro under 25 ; 9 Euro over 65 Convenzione con il Comune di Milano
Orari spettacoli da martedì a venerdì ore 20.45; sabato ore 19.30; domenica ore 16.00
Teatro Out Off 20155 Milano via Mac Mahon 16, Uffici via Principe Eugenio 22 telefono 02.34532140
Fax 02.34532105 info@teatrooutoff.it; www.teatrooutoff.it