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This Is Us 1×05, Che fine ha fatto Jack?

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Torna This Is Us con un vortice di emozioni e una scoperta importante.

Ogni settimana ci accorgiamo come This Is Us abbia una potenza emotiva immane, nonostante la semplicità di ciò che racconta colpisce e fa riflettere sulle vite della famiglia Pearson, alla quale già ci siamo affezionati tantissimo.  Nella quinta puntata, “The Game Plan”, scopriamo finalmente che fine ha fatto il nostro Jack tramite un elemento importantissimo per la famiglia: il football. SPOILER ALERT!

This is us

Il SuperBowl, infatti, è un evento che ha legato molto Rebecca e Jack fin da giovani, una notte in cui tutti gli americani celebrano lo sport e si riuniscono per tifare la propria squadra del cuore. I due giovani sposini amano gli Stealers, la squadra di Pittsburgh, e si riuniscono in un pub con gli amici per vivere insieme il momento sportivo più importante dell’anno. E’ proprio durante una di queste sere che Jack decide di toccare un tasto difficile, quello della paternità, argomento per il quale Rebecca prova ancora un ripudio. Lei non è pronta per fare la madre, non pensa ancora a crescere dei figli, al contrario del marito che invece si sente pronto e vuole prima possibile metter su famiglia.

Rebecca ha 29 anni ed è uno spirito libero, non vuole costruirsi una famiglia e non ha un ricordo radioso di suo padre e della sua infanzia. Jack lo sa, ma è proprio per questo che spera di poter avere dei figli e insegnar loro qualcosa di diverso. Dopo un’accesa discussione su cosa sia giusto o sbagliato per loro, i due riescono a trovare una soluzione comune e, con un po’ di commozione, li vediamo amarsi come mai prima d’ora.

Il passato dei genitori si ripercuote sul presente dei figli, come sempre in ogni puntata. In particolare, Kate è legata molto alla tradizione del SuperBowl perché, quando era bambina, Jack riuniva tutta la famiglia e i tre gemelli gioivano tifavano con lui e Becky. Per questo, non vuole condividere questo particolare momento con Toby, che resta spiazzato non comprendendo il motivo. Ed è solo verso la fine dell’episodio che scopriamo il vero perché: Jack amava il gioco. Amava perché non c’è più e Kate spiega a Toby che da quando suo padre è morto, lei prende l’urna di suo padre e continua a guardare la partita con lui, come se non fosse mai andato via. L’ultima sequenza dell’episodio è d un’ondata di emozioni che si mescolano, per la scoperta della morte di Jack e per la bellezza dei sentimenti che circondano la famiglia, sentimenti veri che fanno riflettere e che fanno comprendere il cerchio della vita che This Is Us ci vuole raccontare.

Ilaria Scognamiglio

Gilmore Girls stagione 5: scritto nelle stelle

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“Lorelai, quello che sta accadendo….voglio che tu sappia che ci sono……ci sono davvero”

La quinta stagione di Gilmore Girls è probabilmente l’apice narrativo dell’intera serie (e non solo perché è la preferita del sottoscritto). E’ il raggiungimento del climax che tutti attendevano da cinque anni, ovvero la relazione tra Luke e Lorelai, e presenta l’incontro tra Rory e Logan, il fidanzato che molto più dei precedenti due ha segnato gli alti e i bassi del personaggio.

Ma più di ogni altra cosa, fortunatamente, è davvero un’ottima stagione.

La più lieta notizia naturalmente, dopo anni di attesa, è scoprire che Luke e Lorelai funzionano insieme. Hanno una straordinaria chimica (i personaggi e gli attori), sono sempre divertenti e non sprecano mai un momento. C’è sempre il rischio, quando una serie tira molto per le lunghe una vicenda sentimentale, che quando questa arrivi poi non sia bella come si è immaginato per tanto tempo, ma questo non è il caso. E forse proprio per tale motivo i coniugi Palladino scelgono la strada narrativa più giusta: non appiattirsi. Specchio un po’ delle relazioni reali quotidiane, per cui una vita di coppia deve sempre rimanere viva e stimolante, anche in tv le coppie rischiano sempre di rilevarsi noiose, perché la caccia è sempre più divertente del godimento della vittoria, col pericolo poi di snaturare i personaggi. La storia invece dI Gilmore Girls in questa stagione lascia un conflitto strisciante, e la necessaria rottura di metà stagione è un momento, oltre che emotivamente travolgente, fondamentale per stringere il rapporto e mantenere sempre alto il livello d’attenzione degli spettatori.

La storia di Rory diventa altrettanto appassionante e complessa. Certo, era impossibile fare di meno dopo l’aridità sentimentale e di interesse della stagione precedente, ma Rory per la prima volta dopo il trasferimento a Yale (ri)trova finalmente una sua dimensione. L’inizio con Dean è l’ovvio seguito del precedente finale, e per quanto sia abbastanza ripetitivo, serve comunque a far capire a Rory di liberarsi dal proprio passato.

Ecce Logan.

logan gilmore girls

Forse più controverso dei rapporti con Dean e Jess, anche perché più duraturo e più profondo, il rapporto tra Logan e Rory ha spesso diviso i fans. Da un lato c’è chi ha detestato la concezione dei Palladino di definire il carattere di una giovane e indipendente donna sempre attraverso le relazioni con i fidanzati, dall’altro chi ha trovato la storia con Logan un mezzo narrativo per far crescere i personaggi. Io mi metto in mezzo alle due tesi (anche se poi l’orribile stagione finale darà quasi ragione a quest’ultima teoria) e dico che è vero, Rory è spesso stata troppo legata alle sue relazioni, ma ogni volta hanno funzionato ed i Palladino sono sempre stati abili a dipingerle come interessanti ed ognuna diversa dall’altra (non a caso, quando è rimasta a lungo single, nella 4° stagione, le sue storie sono state monotone). Se vogliamo, Logan è l’evoluzione del personaggio di Jess: la base di partenza del carattere è la medesima, il classico st***zo che attira le brave ragazze, ha anche lo stesso livello di cultura, ma in più è ricco (un aspetto che tornerà rilevante in futuro), più estroverso, più folle, ma anche più innamorato di Rory perché a differenza degli altri due ha già capito chi è e quale sia il suo posto nel mondo. Soprattutto, Logan è la chiave di volta per comprendere una volta per tutte Rory: lo struggente finale di stagione col litigio tra madre e figlia è dovuto al contatto di Rory col mondo di Logan e tutto ciò che gravita intorno, un mondo particolare che potrà piacere poco, sicuramente, ma rappresenta metaforicamente la vita vera con cui Rory si confronta, per la prima volta, senza le assurdità eccentriche di Stars Hollow.

Forse è l’ultima grande stagione di Gilmore Girls, e paradossalmente la migliore. O perlomeno, come direbbe Luke, quella in cui emotivamente tutti “ci siamo”.

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I 3 migliori episodi:

5×07 – You Jump, I Jump, Jack”
5×13 – “Wedding Bell Blues”
5×14 – “Say Something”

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Emanuele D’Aniello

Grey’s Anatomy 13, episodio 7: Uragano Eliza

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Tutti a riparo! Arriva l’Uragano Eliza a sconvolgere le sorti dei medici del Grey Sloan Memorial.

Eliza Minnick è determinata e sicura di sé: entra a far parte del cast per decisione di Catherine ed esecuzione di Miranda, la quale come sempre, ha qualche remora da tenerona. Già perché la nostra supervisor Eliza mette a dura prova l’autostima di tutti gli strutturati per capire il tallone d’Achille dell’ospedale e far in modo che gli specializzandi apprendano il più possibile. Questa situazione, oltre a turbare fortemente il capo, impressiona molto anche Weber, che però si rivela ancora una volta un uomo estremamente sensibile, come anche la sua pargola Maggie.

In Why try to change me now?, insomma, è tempo di mettersi in discussione, di diventare dei buoni insegnanti. Questo soprattutto dopo lo scivolone di Alex con DeLuca, che troverà la sua risoluzione tra pochissimo. Vedremo in nostro Karev dietro le sbarre? Ci sembra impensabile, ma con Shonda tutto è possibile.

Alla fine arriva Tinder

Nel frattempo in questo episodio subentrano tante novità: la dolce e super credente April è alle prese con Tinder e il nostro Jackson non fa che spingerla, molto a malincuore, ad accettare degli appuntamenti. E’ chiaro che tra i due c’è ancora la scintilla. E’ solo questione di tempo…

Una piccola nota sui nostri medici, che sono tutti iscritti su Tinder: effettivamente ci chiediamo come riescano ad incontrare persone vivendo nell’ospedale giorno e notte.

Stupefacente comunque la voglia della Kepner di tornare subito a lavoro e iniziare a vedere degli uomini: non sarà che questa gravidanza l’ha fatta sentire un po’ vecchia? Sono passati ormai i tempi del romanticismo cattolico, la nostra rossa ha tirato fuori gli artigli, anche se comunque la sua goffaggine è sempre adorabile!

Amelia finalmente si libera dalla spada di Damocle rivelando a Owen cosa la turba: il nostro dottor Hunt riuscirà ad avere un figlio prima o poi? Perché sembra proprio che il karma stia congiurando contro di lui.

Momento di forte cambiamento in casa Grey’s Anatomy, e non siamo neppure a metà stagione: sono le svolte che aspettavamo, e non solo dal punto di vista professionale. Arizona, infatti, che era tanto preoccupata per il ritorno di Murphy, forse dovrà tenere gli occhi aperti con Eliza…

Alessia Pizzi

Grey’s Anatomy 13, episodio 6: “a volte ritornano”

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Quando ho letto il titolo di questo episodio, Roar, ho pensato a due cose: la canzone di Katy Perry e il bambino che chiede a Shrek nel quarto episodio della saga: “fai roar“.

Ma chi ruggisce in questo sesto episodio, antiteticamente un po’ moscio? Sicuramente Catherine, che arriva a bacchettare la Bailey, minando la sua autorità. Miranda, che nell’età dell’oro era chiamata “La nazista”, nel corso delle stagioni ha rivelato la tipica indole del can che abbaia non morde e questo, se da un lato ha regalato seconde possibilità a molti dei meravigliosi dottori del team, dall’altro forse ha scalfito la sua immagine da dura. Si preannunciano grosse novità al Grey Sloan…

A volte ritornano

Entrata a sorpresa, torna nel cast un personaggio che se n’era andato: ma non vi sveliamo la sua identità. Sappiate solo che non era un presenza così rilevante e che metterà un po’ in crisi la dolce Arizona. Di chi stiamo parlando?
Nel frattempo De Luca inizia a prendere a cuore il destino della fragile Jo. Non c’è nulla da fare, vuole proprio che Karev lo massacri di nuovo… (della serie: a volte ritornano anche le botte).
Parlando del diavolo, Alex mostra come sempre le sue doti di perfetto chirurgo anche nell’ambulatorio: protagonista dell’episodio è infatti una donna incinta, la sua specialità. In carcere sarebbe davvero sprecato. Riuscirà a spuntarla?
Dulcis in fundo la nostra amatissima Amelia, che nasconde un altro terribile segreto agli occhi di Owen. Anche stavolta arriviamo alla fine della puntata soffrendo per lei, che proprio non ce la fa a tirare fuori i suoi, passatemi il termine, “peccati” di gioventù, rivelando una psicologia molto delicata e raffinata, che intriga gli spettatori molto più della freddezza della ex cognata.
La nostra Meredith, infatti, sembra essere attaccata morbosamente solo ad Alex. Le sue sorelle, i suoi figli, i suoi colleghi non esistono. Una volta era Christina la sua “persona”, ora è lui il suo pupillo. Nemmeno con Derek era così appiccicosa. Eppure, nonostante tutto, crediamo sia solo amicizia.
Ci fa faticare questo personaggio, sempre così algido… arriverà qualche scossone anche per lei?
Alessia Pizzi

Rick and Morty, episodio 3: Anatomy Park

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Terzo episodio di questa serie unica e imperdibile.

Ormai le presentazioni suonano ripetitive e ciò che ci preme dall’interno è sapere se Jerry si è ingarbugliato nuovamente nella sua inettitudine trascinando la sua famiglia con sé, se Morty rischia di perdere organi vitali per esperimenti non esattamente ortodossi o se Beth deciderà di lasciare definitivamente suo marito e scappare una volta per tutte. Non sapete di cosa stiamo parlando? Andate qui per il primo episodio e qui per il secondo e tornate solo quando le vostre lacune saranno colmate!
 
“Reuben ha vissuto anni difficili, Morty. Non giudicare. Non autorizzi la costruzione di un parco nel tuo corpo se te la passi alla grande”
“Non ti preoccupare per il tuo Natale, Jerry. Staremo nel mio laboratorio mentre voi vivrete un giorno in più nel proverbiale paradiso di Phil Collins”
È la viglia di Natale in casa Smith e, per l’occasione, Jerry, provando a recitare la parte del padre modello, decide di far trascorrere alla famiglia una giornata scevra da iPad, smartphone e altri dispositivi elettronici con l’obiettivo di recuperare la propria umanità e quando i suoi genitori faranno loro visita accompagnati da un ragazzo di colore, la giornata di contatti umani si ritorcerà inevitabilmente contro di lui. Rick, nel frattempo, ha invitato a casa un senzatetto palesemente ubriaco e delirante “a cui presta assistenza medica una volta l’anno” che si scopre ospitare un parco divertimenti dentro di sé, il quale ormai sembra cadere a pezzi. E indovinate chi dovrà farsi rimpicciolire contro la propria volontà per trovare una soluzione e salvare Anatomy Park? Ovviamente Morty.
È una strada di meraviglie, una scia di cibo, un percorso per spezzettare il cattivo e il buono, è un tubo che digerisce e che espelle ciò che rimane, è il Tenue, Tenue Intestino!”

Una volta dentro Reuben, Morty si unisce ad una bizzarra compagnia, un miscuglio di personaggi parodiati da Jurassic Park e A-Team, e scoprirà che il posto non è solo un parco divertimenti ma anche un museo per malattie pericolose, che ora sono state involontariamente liberate a causa di un guasto ai sistemi di sicurezza. Uscire sarà tutt’altro che facile e saranno costretti ad attraversare un fegato in manutenzione, un colon che ospita malattie poco inclini al dialogo costruttivo, a sopportare attrazioni dai jingle demenziali e a non sopperire all’ineluttabilità della decadenza corporea di Reuben.
“Non muovetevi. La Gonorrea non può vederci se non ci muoviamo. Aspettate, non è vero. Stavo pensando ai T-Rex!”
In assenza di Morty, casa Smith si è trasformata in una di quelle riunioni familiari da opuscolo delle Giovani Marmotte e Jacob, il ragazzo di colore che accompagna i genitori di Jerry, si immedesima psicologo, consulente coniugale, amante e maestro di cerimonie. Nonostante tutti si divertano e approfondiscano con gioia i nuovi legami familiari, Jerry non riesce a inserirsi e sente di essersi dato la metaforica zappa sui piedi, come suo solito.
Come risolvere queste spinose faccende? Le possibilità sono infinite. E allora perché non ingigantire il corpo di Reuben, gettarlo nello spazio, farlo fluttuare sopra il pianeta Terra (rigorosamente nudo) e farlo esplodere con una carica di dinamite nello stomaco facendo piovere sangue e resti umani su casa Smith e tutto il resto degli Stati Uniti?
Voi non ci avrete pensato ma Dan Harmon e Justin Roiland sì.
“…Possiamo solo immaginare cosa stia penzolando sulle montagne rocciose…”
Per quanto moltissime altre serie abbiano già a lungo giocato con il tema del corpo umano visto dall’interno e in prima persona, abbiamo tra le mani una versione 2.0 che trova il modo di dribblare le banalità trite e ritrite mischiando sapientemente humor, riferimenti cinematografici (Jurassic Park, il più eclatante, ma anche La Fabbrica di Cioccolato di Tim Burton e A-Team), soliti cliché dei film di avventura, demenzialità e quella minima innovazione che permette alla storia di scorrere senza complicazioni ma allo stesso tempo senza annoiare e in più fornendo punti di vista, intrecci e epiloghi davvero sensazionali.
 
 
Tuni Laurenti

Gilmore Girls stagione 4: Yale stiamo arrivando!

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“Stai ferma un secondo..”

La 4° stagione di Gilmore Girls è la prima di una nuova era per la serie. E’ quella in cui Rory si trasferisce a Yale, e quindi cambia completamente la dinamica dell’intera serie, con le due protagoniste costrette per la prima volta separate. Soprattutto, è la serie in cui Amy Sherman-Palladino ed il marito Daniel decidono finalmente di premere il grilletto sulla storia principale, attesissima fin dall’inizio, e realizzare il sogno di milioni di fans avvicinando Luke e Lorelai, ma come sempre con tempi lenti e quindi perfetti, facendoceli sudare fino alla fine.

Tutto sommato però, a causa di questi elementi – l’allontanamento tra Rory e Lorelai, l’ennesima costruzione della coppia Lorelai e Luke – la 4° stagione è davvero una lunga fase di transizione, quasi di necessario assestamento. Se infatti, come già detto, le prime tre stagioni compongono un blocco narrativo unico, anche le ultime tre sembrano una cosa sola per riproposizioni di storie, temi e personaggi. Questa 4° quindi sta esattamente nel mezzo e porta le briciole delle precedenti fase con accanto il gioco di costruzione delle future stagioni.

La transizione non a caso è vissuta in prima da Amy Sherman-Palladino, la quale in questa stagione fa di tutto per “allungare il brodo”. Luke sperimenta in un attimo un matrimonio ed il fallimento dello stesso, e per moltissime puntate ci portiamo avanti i detriti del suo rapporto con Nicole; Lorelai, la cui vita sentimentale ha ristagnato praticamente per due stagioni, fin dalla rottura con Max, trova Jason, un personaggio esilarante, praticamente la versione maschile di Lorelai, ma che non dà mai l’impressione di essere un amore serio per la protagonista, il fatto che Amy Sherman-Palladino fosse la prima a non crederci si ripercuote nella percezione degli spettatori; Rory alla fine invece di andare avanti torna sempre indietro, al suo vecchio triangolo amoroso nel caso.

Se molti non mettono questa stagione tra le preferite e le più riuscite i motivi sono tutti qui: Luke ha poco da fare, Lorelai ha una storia divertente ma mai sentita, e soprattutto Rory a Yale non funziona. Un peccato, perché l’arrivo all’università è stato uno dei maggiori motivi d’interesse nel passato, ma narrativamente il personaggio di Rory staccato dalla madre ha troppe difficoltà ad emergere e finisce in un buco nero (la storyline di lei che cerca un albero su cui poter leggere è esemplare) che costringe gli sceneggiatori a rispedirla spessissimo a Stars Hollow con ogni tipo di scusa, o quantomeno tenerle sempre addosso nelle scene universitarie Paris, con cui ha una dinamica eccellente. E poi sì, la vicenda sentimentale più che evolvere, diciamo, finisce per implodere: farla tornare al dubbio Dean/Jess è una scelta creativa piuttosto pigra, sia perché il primo è rimasto sempre lo stesso, sia perché il secondo non è più credibile dopo il modo con cui ha rotto la relazione la stagione precedente. Tutto ciò esplode in quel che finale che sì, drammaturgicamente è rilevante perché ribalta le aspettative degli spettatori e crea un nuovo enorme spunto d’interesse e discussione, ma rimane forse il gesto più “out of character” compiuto da un personaggio nella storia della serie.

Quel momento ai coniugi Palladino è servito soprattutto per creare un finale ricchissimo, in modo da andare in conflitto con l’attesissimo bacio tra Luke e Lorelai. Come sempre la costruzione del loro rapporto è stata perfetta, e tutti i vari rallentamenti (Nicole, Jason, i lenti lavori del Dragonfly Inn, l’arrivo di Liz e TJ) hanno solamente reso ancora più voluto e magico il momento, e ci darà modo di parlarne in futuro. Anche perché quell’attimo, paradossalmente, mi dà modo di parlare e chiudere questa recensione con un aspetto fondamentale: il divertimento. Lorelai e Luke si baciano, un momento atteso e voluto da 4 stagioni, ed è interrotto subito da Kirk che corre nudo in preda al delirio. L‘eccentrico umorismo della serie, tipico dei coniugi Palladino, in questa stagione è portato al massimo livello, forse perché essendo appunto una stagione di transizione i creatori hanno pensato di andare a briglia sciolta nell’attesa di pensare ad altri elementi.

Per una serie che è sempre stata, fin dall’inizio, molto divertente, questa 4° stagione è praticamente esilarante. Sono tantissime le scene puramente comiche, i dialoghi si fanno addirittura più eccentrici, e le situazioni assurde. Il divorzio tra Emily e Richard è costruito e vissuto in chiave quasi farsesca (almeno in questo inizio, naturalmente), tutto ciò che coinvolge Jason è ai limite dell’assurdo, e ogni singola scena pre-sigla che coinvolge l’inusuale trio Lorelai, Luke e Kirk, e sono tante per fortuna, è un autentico delirio. Credo che l’apice sia però l’appuntamento tra Kirk e Lulù, una summa di divertimento e ingenuo romanticismo da far invidia ai maestri della sceneggiatura.

Ci si diverte tanto, le lacrime le lasciamo per le prossime stagioni: serviranno in dosi massicce.

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I 3 Miglior Episodi:
“The Lorelais’ First Day at Yale” – 4×02
“The Incredible Sinking Lorelais” – 4×14
“Raincoats and Recipes” – 4×22


Emanuele D’Aniello

(Maria Rosaria) Omaggio a Oriana Fallaci

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Mai le parole mi sono sembrate così inutili, così inadatte a descrivere uno spettacolo.

 
E forse è questo l’effetto che fa parlare di Oriana Fallaci, forse è questa la frustrazione che prova il giornalista quando si trova a raccontare una figura così umanamente immensa.
 
E allora, traendo ispirazione proprio da colei che sceglieva le parole più semplici con cura certosina e concentrazione quasi monacale per trattare i problemi internazionali, cercherò di raccontare cosa è accaduto ieri sul palco dell’Auditorium, con semplicità. Perché trasmettere noia con questa recensione sarebbe l’affronto più grande nei confronti di chi la noia l’ha combattuta per tutta la vita con una coraggiosa disubbidienza.
 
Ieri sera Oriana Fallaci, dopo dieci anni, è tornata in vita con “Le parole di Oriana – omaggio a Fallaci in concerto”. Io ho tirato un sospiro di sollievo, come dopo un’apnea al mare, perché quando lei viveva ero troppo piccola per poterla capire. Sì, leggevo i suoi libri, ma adesso la fame di ascoltarla, di vederla comparire per distruggere tutti gli opinionisti pietosi che popolano il piccolo schermo, di leggere un suo articolo sul Corriere della Sera la domenica, quando bevo il cappuccino alla ricerca di chissà quale illuminazione, fondamentalmente mi distrugge, perché non può essere appagata.
 
E’ come quando perdiamo una persona cara. Ci mancano quei piccoli dettagli che popolavano la nostra esistenza, così a me manca Oriana Fallaci. Penserete, ma perché è davvero mai morta? I suoi libri sono ovunque, oggi più che mai per la “questione terrorismo” e per la rabbia e l’orgoglio con cui ne parlò un non così lontano 11 Settembre. In libreria gli affamati come me acquistano raccolte, lettere, testi postumi, qualunque cosa per placare la voglia di leggere qualcosa di suo, ancora una volta.
 
Etichettare quello che è avvenuto ieri all’Auditorium è impossibile quindi, sarebbe inadeguato. Maria Rosaria Omaggio non interpreta le parole di Oriana, è Oriana: per una sera ci fa il miracolo, ci alleggerisce il cuore dal dolore di questa assenza – supportata dal physique du rôle, smalto rosso, capelli morbidi e lisci, voce roca e sigaretta alle labbra – ponendo di fronte agli occhi degli spettatori uno specchio. Ecco cosa abbiamo fatto ieri sera, ci siamo specchiati nella storia. Nella storia di una donna, nella storia del mondo, nella nostra storia.
 
Non ho idea di quanto sia durato lo spettacolo, forse per la prima volta dopo anni che vado a teatro. Ascoltando gli estratti dei libri della Fallaci, ripercorrendo parole note che la memoria avidamente conserva, il mio cuore ha gioito nel sentir proferire a voce alta quelle espressioni, accompagnate dalla dolce gorgia toscana. La libertà è un dovere prima che un diritto. Vi sembra una frase banale riportata su una pagina web qualunque. Provate a chiedervi quando, durante la giornata, siete davvero liberi. Domandatevi se non siete schiavi dell’abitudine, osate non sentirvi banali, annoiati, comuni, mediocri.
 
Oriana è stata una pioniera, e non solo per le donne, sia chiaro. Alle donne ha offerto un modello, volente o nolente, da amare e da odiare, un riflesso con cui confrontarsi, un fantasma che perseguita, rompiballe anche nella morte. Agli uomini ha mostrato un nuovo modo di essere liberamente donna. Alla società ha proposto un piccolo smacco, che ha radici ataviche e si estrinseca nelle espressioni epigrafiche attribuite alle donne antiche: mogli di, sorelle di, amanti di qualche uomo più famoso. “La nipote di Bruno“, ha invertito le correnti: ora è lui che viene chiamato “Lo zio di Oriana“. Questa è solo una piccolissima riflessione che spero resti impressa nel lettore, più di un panegirico con tutte le imprese della giornalista fiorentina, comodamente elencate su Wikipedia.
 
Forse solo oggi si inizia ad assaggiare il frutto più maturo della Primavera che Oriana Fallaci ha fatto sbocciare nella pancia del Pianeta: le superbe dita di Cristiana Pegoraro ci cullano in questo sogno meraviglioso dove Oriana vive ancora, e ci fa sorridere, emozionare, interrogare, e come sempre ci fa venire voglia di cambiare, di dubitare.
 
Due donne, sul palco, si fondono e danno vita alla magia: Oriana è tra noi e ci lascia, forse, la sua ultima profezia. Quella Hillary Clinton, con molta probabilità, un giorno sarà presidente… 
Vedremo, Oriana, vedremo.
 
Per ora la dimensione onirica si riassorbe, torna la quotidianità, ma con un sapore nuovo che sa di speranza. Perché un essere umano imperfetto di un metro e sessanta circa – né mitologico né santo – ha calpestato questa Terra ieri e continua a farlo oggi con la tsunamica forza della sua mente, impressa su carta, ma ancora di più nei nostri petti. Tutt’altro che “fallace”.
 
Una sola, semplice parola per la serata di ieri: GRAZIE.
 
 
Alessia Pizzi
 

Da Spiazzo in zona Ostiense i gusti della nuova pizza

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Convince da subito “Spiazzo” con la nuova pizza che in zona Ostiense ha già raccolto il suo seguito di affezionati estimatori.

La pizza è una cosa seria si sa, tantoè vero che in campo gastronomico è sempre uno degli argomenti più gettonati. Napoli in questo campo rappresenta l’autorità assoluta, ma anche a Romanegli ultimi anni il livello è salito moltissimo. C’è anche da dire che un vero e proprio paragone tra Roma e Napoli non sarebbe nemmeno possibile, perché sebbene abbia lo stesso nome, la pizza nelle due città è concepita in maniera diversa almeno per quanto riguarda le consistenze. Ogni anno nella capitale sono molteplici le aperture di Pizzerie che tentano la scalata nella classifica delle migliori, ma alla fine si contano sulla punta delle dita quelle che hanno veramente i numeri per definirsi tali.spiazzo pizza roma

 

Ad inserirsi tra queste ci prova Spiazzo, nuova Pizzeria aperta in zona Ostiense proprio accanto al ponte di ferro nella zona degli ex Mulini Bondi, una bella architettura industriale che i fratelli Mattaccini hanno recuperato per la loro pizzeria. Il locale abbastanza raccolto è allestito in stile moderno ma senza eccedere nel design, una settantina di coperti compresi gli esterni, con doppia sala ed il lunghissimo elegante bancone. L’intenzione era quella di creare una pizza a metà tra la versione Romana e la Napoletana, nella pratica invece è risultata dal carattere del tutto personale e veramente buona. 
Al palato risulta leggera e friabile senza eccedere nella mollezza, almeno quel tanto necessario per consumarla senza troppe acrobazie. Merito del lavoro di Lorenzo De Bellis e delle sue sperimentazioni sugli impasti, sull’uso dei lieviti e le farine selezionate, che insieme alle lunghe lievitazioni fino a 48 ore, hanno dato un risultato di grandissima qualità anche in forno elettrico. Una base croccante nella misura in cui non si spacca e non schizza, con cui realizzare sia le pizze in versione classica che quelle “Spiazzanti”. Queste ultime sono di volta in volta diverse secondo l’estro dello chef e la possibilità stagionale di reperire ingredienti di altissima qualità, come la mozzarella di bufala campana ed i pomodorini del Piennolo direttamente dalle terre Vesuviane. Tartare di Fassona, Sgombro e Patate, Salmone e Avocado, soltanto alcuni dei moltissimi abbinamenti proposti a rotazione. 
spiazzo pizza roma

Sicuramente tra le migliori pizze assaggiate ultimamente a Roma e inoltre, da non sottovalutare la formula che prevede la possibilità di degustare la pizza servita a spicchi delle diverse tipologie. Anche i fritti non sono da meno da segnalare su tutti supplì e lingotti, eseguiti in una frittura che non accusa untuosità eccessiva e veramente golosi. Mentre i supplì si rifanno ai condimenti dei primi della cucina romana, i lingotti sono morbidi e gustosi ripieni, tipo melanzane pomodori secchi e menta, ricotta e n’duja o baccalà mantecato, solo per citarne alcuni.
Nel bicchiere diverse tipologie di birra artigianale, ma per accontentare tutti non manca una selezione di vini ne la possibilità di preferite un cocktail, sia in accompagnamento che per una degna conclusione. La sensazione è quella che prossimamente in zona Ostiense sarà tra i locali più gettonati, perché è un posto in grado di soddisfare il cliente oltre l’aspetto gastronomico, un  locale accogliente, reso piacevole anche dal servizio attento e no-stress, cosa così tanto gradita al cliente e troppo spesso sottovalutata.

Bruno Fulco

The Young Pope, Jude Law è il Papa più scorretto dell’anno

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“Io sono una contraddizione, come Dio uno e trino, trino e uno, come la Madonna vergine e madre, come l’uomo buono e cattivo.”

Paolo Sorrentino è un regista che piace o non piace. Questo è assodato, ormai, per chi conosce la sua cinematografia. Tutti i suoi film dividono il pubblico e la critica, non c’è una zona grigia per le sue opere ma solo o bianca o nera. Ma, guardando il suo nuovo ambizioso progetto The Young Pope, anche il più scettico nei suoi confronti deve ricredersi, trovandosi di fronte ad un prodotto di qualità, ben scritto e soprattutto intelligente, irriverente e scorretto.

Dimenticatevi le serie tv buoniste e rigorose nei confronti della Chiesa, questa non lo è, anzi. Realizzata in co-produzione da HBO, Sky, Canal+ e MediaPro, The Young Pope racconta di un Papa giovane, spietato, arrogante, intransigente e vendicativo. Lanny Belardo è il primo Papa americano della storia, appena eletto papa col nome di Pio XIII. Ha solo 47 anni, è un uomo di bell’aspetto, interpretato dall’affascinante Jude Law, e non è il pontefice mediatico e manipolabile che in molti credevano, anzi.

Nonostante i suoi mille difetti, il suo carisma è innegabile, tanto che riesce ad imporsi nel suo “regno” nel giro di pochissimo. Non rispetta le regole, le cambia, fuma nei luoghi sacri ed è inflessibile con i suoi collaboratori. Belardo è deciso a costruire un papato senza precedenti, ma dovrà fare i conti con le macchinazioni e gli inganni della curia e difendersi soprattutto dagli attacchi del cardinale Voiello, interpretato da Silvio Orlando, appassionato di calcio, soprattutto del Napoli, che per anni ha governato la stato pontificio nell’ombra. Lenny Belardo si comporta come una vera e propria rock star: non si mostra in pubblico, non tiene il tipico discorso post elezione subito, facendo crescere attorno a lui un’aspettativa fortissima proprio come in un’ottima strategia di marketing. Uno stratega, si può dire, che dal primo giorno del suo papato tiene già in pugno ogni cosa che è attorno a lui, mettendo in crisi i cardinali che non si aspettavano di certo questo atteggiamento.
Sorrentino è visibilmente presente in ogni parte e ce ne accorgiamo subito dalla prima sequenza, sorrentiniana all’inverosimile, dai primi piani che ci mostrano perfettamente ogni smorfia e sfaccettatura dei personaggi e dall’ironia tagliente, tipica delle sue sceneggiature. Ma per reggere un lavoro, seppur ben scritto e brillante, ci vuole un cast all’altezza. The Young Pope ha la fortuna di averlo: in primis Jude Law, che si muove con naturalezza strabiliante in uno dei ruoli forse più complessi della sua carriera. Lenny Belardo è un personaggio pieno di sfaccettature, che in queste prime due puntate ancora dobbiamo scoprire del tutto, ed è di certo complicato sentirsi a proprio agio e immedesimarsi alla perfezione come sembra fare Law. Oltre all’intrigante Papa, attorno a lui molti sono i personaggi interessanti tra cui Suor Mary, il perfetto contraltare di Lanny interpretato da una magnifica Diane Keaton, e il già citato cardinale Voiello, forse il vero personaggio sorrentiniano, oscuro e con una morale discutibile, oltre che tifoso della squadra del cuore del regista, interpretato dal sorprendente Silvio Orlando.

In attesa delle prossime puntate, possiamo dire che The Young Pope non ha deluso le grandi aspettative che tutti avevamo riposto in lei, una serie tv che non ha nulla da invidiare alle grandi produzioni americane e che Sorrentino sembra portare avanti con maestria, stupendo anche chi non lo ama particolarmente. Continuerà così o dovremo ricrederci?

Ilaria Scognamiglio

Il Buio promette di curare le ferite con una storia

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Un precipizio emotivo e la sua salvezza: “Il Buio” di Francesco Bennardis.

 

Ogni ferita può essere curata”. Anche la più tragica. Silvia è la più cara amica di Irene, e glielo dice con convinzione. La loro è una di quelle amicizie che riesce a raggiungerti negli angoli più profondi e intimi, con delicatezza e senza lacerare. Irene è la mamma di Flavio, che muore  in un incidente stradale che non gli lascia scampo.
Un lutto che la fa precipitare in un buio per lei impossibile da condividere, portandola ad allontanare le persone più vicine e, prima di tutti, suo marito Antonio, che incolpa della tragedia.
“Il Buio”, romanzo d’esordio di Francesco Bennardis edito da Sensibili alle foglie, è la storia di una ferita e della sua guarigione, raccontata con delicatezza e sensibilità. E’ la storia di un’amicizia che si ritrova e cresce, alleggerendo il peso di una difficoltà che soli sarebbe troppo difficile sopportare. Siamo nel 1980 e a pochi mesi di distanza dalla morte di Flavio, un aereo di linea precipita nei pressi di Ustica. Passano poche settimane ed esplode una bomba alla stazione di Bologna. A novembre, la terra trema in Irpinia, uccidendo quasi tremila persone. Il dolore della protagonista si intreccia a quello collettivo, offrendole, poco alla volta, uno spiraglio di apertura  al mondo.
Dopo il terremoto, Irene decide di partire verso quei luoghi flagellati insieme al marito, unendosi ai tanti volontari. Soccorrere chi sta vivendo quella tragedia diventa per lei un’occasione di salvezza. Il desiderio di aiutare, l’impressione di poter saldare un debito di vita, le restituiranno il coraggio di tornare a vivere. Metafora del dolore che precipita le persone nel buio, questo romanzo propone un percorso di condivisione per alleviarlo, invitando ciascuno di noi – sopravvissuto agli esili fili del destino – a considerare la solidarietà fra umani il più prezioso dei rimedi.
Francesco Bennardis è nato nel 1971, a Roma, città in cui vive. Laureato in Lettere e appassionato di numeri, per diversi anni si è occupato di musica e di tecnologie musicali. Ha pubblicato una delle prime guide di informatica musicale e, nel 2016, alcuni racconti in raccolte antologiche: “I Vizi Capitali”; “Allucinazioni Urbane”, “Un’Estate a Roma”; “Un’altra Parola”, editi da Erudita e Giulio Perrone Editore. Questo è il suo romanzo d’esordio.

IL BUIO
Edizioni: Sensibili alle Foglie
Collana Ospiti
Pagine: 112
Prezzo: 13,00

SITO WEB
www.libreriasensibiliallefoglie.com

Le ossa della Roma terrificante nella Cripta dei Cappuccini

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L’Associazione Culturale Roma e Lazio x te propone una visita per sabato 29 ottobre 2016 alle 16:00 alla Cripta dei Cappuccini e nel terrore di Roma

Quante volta abbiamo letto e scritto questa parola: terrore. Una parola che rimbomba letteralmente nelle nostre giornate. Ed ecco che allora, prendendo la palla al balzo, l‘Associazione Culturale Roma e Lazio x te ha organizzato per sabato 29 ottobre 2016 alle ore 16:00 una visita nei luoghi più terrificanti, divertenti ed insoliti della nostra città. Per informazioni circa orario e luogo dell’appuntamento, costo della visita e modalità di prenotazione obbligatoria cliccare sulla parola terrore.

Partendo da Piazza Barberini, racconteremo, attraverso la vicenda delle fontane progettate dal Bernini, la vita che scorreva in questa piazza, sede di teatri ma anche di processioni come quella dei beccamorti; quando vi era un cadavere senza nome, una processione partiva da questa piazza con il morto sopra un carretto ed i Romani vi dovevano partecipare per riconoscere il cadavere.
Da questa piazza magnifica ci recheremo verso la Cripta dei Cappuccini, luogo spaventoso ed impressionante creato nel XVIII secolo con decorazioni fatte con ossa umane di circa 4000 persone; ossicini con i quali vengono creati lampadari, finti orologi a voler segnalare che la morte sta arrivando, tutte le decorazioni, delle rosette, interi scheletri con un monito che ci perseguiteràRicordati che quello che noi siamo tu sarai, e quello che tu sei noi eravamo“. Attenzione!
Usciti dalla cripta andremo verso la Chiesa ed il Museo dei Cappuccini, dove mirabili e simpatiche opere d’arte c’aspetteranno come il San Francesco del Caravaggio ed il San Michele che uccide il demonio di Guido Reni (che usa per Lucifero il ritratto del Papa Innocenzo X, reo di aver criticato l’artista).
In seguito ci daremo al divertimento su Via Vittorio Veneto, la strada della Dolce Vita e dei locali, andando a scoprirne i segreti ed il Casino Ludovisi, dove vi è l’unica opera su muro del Caravaggio. Passando vicino a Sant’Andrea delle Fratte ed al suo celebre putridarium (dove venivano messi i corpi dei frati morti in decomposizione) saremo di nuovo inghiottiti dall’angoscia che i volti mostruosi di Palazzo Zuccari ci trasmetteranno; facce terrificanti trasformati in portoni e finestre.
Per ultimo finiremo con una stupenda vista da Trinità dei Monti sulla nostra bella città e da lì ci saluteremo, spaventati come non mai.
Vi aspettiamo tutti a braccia aperte e con il cuore tremante.
Marco Rossi
(Foto da copertina tratta da www.romadvisor.it)

Racconto d’inverno con Kenneth Branagh and the Theatre Company

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Il 18 ottobre si è aperta la stagione 2016 del Garrick Theatre di Londra, gli spettacoli, che saranno trasmessi nelle sale cinematografiche italiane, includeranno rivisitazioni di classici di Shakespeare presentando quelle che sono opere senza tempo di uno degli scrittori più grandi della storia.

Dopo l’esperienza estiva con le opere di Shakespeare al Silvano Toti Globe Theatre di Villa Borghese ero curiosa di vedere una rappresentazione inglese con un cast impostante come quello della Theatre Company di Kennet Branagh, in un teatro di Londra così prestigioso e famoso: il Garrick. Un regalo della NEXO Digital che l’ha trasmesso in contemporanea nei principali cinema italiani. Il risultato è esattamente opposto, il senso della tragedia incalza lo spettatore che si dispera insieme ai protagonisti, e mentre le parole dovrebbero suonare colloquiali, senza togliere nulla alla poesia, in realtà sono come lame che feriscono. Proprio qui nel ventunesimo secolo. Lo spettatore si fa domande piuttosto profonde sulla famiglia, l’amicizia, la gelosia in questo terribile viaggio dell’arroganza attraverso la perdita. Può la possibilità di qualche redenzione, fare ammenda per un catastrofico errore di valutazione? Si può essere perdonati? Ci si può perdonare? Dall’inverno mediterraneo della Sicilia alla primavera boema, e un salto nel tempo di 16 anni per ritrovare Perdita la figlia abbandonata dal Re si sviluppa articolata la TRAGEDIA.

Il cast

A completare la perfetta e fedele rappresentazione shakespeariana un cast incredibile da Judi Dench, attrice britannica, famosa a livello internazionale per film come Philomena, Skyfall, Marigold hotel interpreta qui Paulina, la serva che cerca di far tornare in sé Re Leonte (Kennet Branagh) “Io vengo da parte della vostra regina, di queste cose son tanto ignara quanto voi, voi siete fuor di senno e vi farà disonorato e oggetto di scandalo al mondo”.
Sir Kenneth Charles Branagh, irlandese, attore, regista e sceneggiatore esprime la sua passione per Shakespeare che nutre fin da ragazzo, con una perfetta interpretazione, le lacrime, la follia e il dolore del pentimento sono reali, il personaggio è dentro di lui perfetto e calzante.
Miranda Raison, attrice britannica di rilievo, di teatro e di cinema, la ricordiamo in Match Point e Marilyn, qui perfetta nel ruolo della moglie ripudiata, Hermione. Statuaria nel suo dolore e generosa nel perdono di questo marito Re Leonte che, accecato dalla gelosia ingiustificata vede nel suo più caro amico il Re di Boemia l’amante e il padre della nuova nata. Nel delirio della sua follia interpreta gesti innocenti con malizia che offusca i suoi occhi “toccarsi i palmi e strizzarsi le dita, come fanno, scambiandosi studiati sorrisi, come in uno specchio, e trar sospiri da cervo morente…Queste sono confidenze che non garbano, né al mio cuore né al mio ciglio! Che mia moglie sta per scivolare?
Solo l’oracolo, sugellato dal gran sacerdote Apollo, mostrerà il suo contenuto, rivelando l’errore fatale del folle Re. La tragedia non porta sollievo neanche nel finale e nel perdono, l’amarezza, voluta da Shakespeare rimane profonda e indelebile nello spettatore.
 
Sara Cacciarini

Once Upon a Time 6X05, bevenuti ad Agrabah!

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Pronti a partire per il mondo di Aladdin e Jasmine? Salite a bordo del tappeto magico e scoprirete nuove avventure.

Finalmente, dopo quattro puntate, Once Upon a Time ci teletrasporta nel magico mondo di Agrabah, la dimora di Aladdin e Jasmine, personaggi annunciati da alcune vicende negli episodi precedenti, in questo nuovo capitolo intitolato “Street Rats”.

Da qui ci potrebbe essere qualche SPOILER, siete avvisati!

Come abbiamo visto, Jasmine è a StoryBrooke nei panni di Shirin, assistente insegnante di Biancaneve nella scuola della città, ma in realtà non è quello il suo vero obiettivo: Shirin è, appunto, la principessa Jasmine, in cerca del suo amato Aladdin, perso da tempo. La ragazza, interrogata da Emma, svelerà che anche il suo Al era un Salvatore, scoperta che sconvolge la Swan non poco.

I flashback ci portano nella città di Agrabah, appunto, dove il maligno Jafar punisce alcuni ladri trasformandoli in ratti mentre un giovane gira nella folla trafugando monete e gioielli ai malcapitati. Raggiunto da una ragazza, tenta di defilarsi ma senza risultati, scoprendo che la giovane è la principessa Jasmine ed è lì per chiedere l’aiuto di Aladdin: solo lui avrebbe potuto recuperare il Diamante allo Stato Grezzo dalla Caverna delle Meraviglie, una potente arma per sconfiggere Jafar che ha in pugno la mente del sultano per riuscire a prendere potere nel regno. Arrivati alla Caverna, Aladdin riesce ad aprirla e i due trovano il famoso Diamante, ma non appena il giovane lo afferra questo si riduce in cenere facendo collassare l’interno della Caverna. Per proteggere Jasmine, Aladdin solleva un braccio e la sua magia salva loro la vita. Non sapendo di possedere questi poteri, Aladdin rimane scioccato ma la Principessa comprende che è lui il vero Diamante allo Stato Grezzo che può salvare Agrabah dalla sciagura di Jafar.

Lasciato solo, Aladdin viene raggiunto da Jafar, che gli consegna un’opportunità per sfuggire al destino di Salvatore e alla sua morte: le forbici delle Parche, capaci di tagliare il filo della vita e, allo stesso modo, quello del suo fato, dandogli così la promessa di una vita lunga e prospera. Cosa deciderà di fare il ragazzo? Vivere o morire per sconfiggere il male?

Intanto a StoryBrooke, mentre Emma e famiglia aiutano Jasmine nella ricerca, la Regina Cattiva rapisce Archie per farsi svelare i segreti della Salvatrice, relegandolo a casa di Zelena e trasformandosi in lui per estorcere informazioni. Emma, ingannata da lei, svela il suo segreto anche ai suoi parenti, che rimangono scioccati ma decidono di mettercela tutta per aiutarla. Intanto, le ricerche di Aladdin continuano e tutte le tracce fanno pensare alla sua morte, ma in realtà è vivo e si nasconde nelle cripte della città. Il ragazzo consegna ad Emma le fantomatiche forbici delle Parche che, per puro opportunismo, ha deciso di usare in passato e che quindi non gli servono più. Emma, da buona Salvatrice qual è, consegna l’oggetto a Hook chiedendogli di farle sparire, ma il grande sentimento che li lega porta il Capitano a non sbarazzarsi delle forbici ma a nasconderle alla sua amata.

Un episodio che, per gli amanti delle favole Disney, ha un’aria familiare. La storia di Aladdin e Jasmine è quello che mancava alla serie, una coppia tanto amata che scopriamo essere simile ma anche diversa dal ricordo che abbiamo di loro. I due personaggi non risultano mai prevedibili, nonostante tutti ricordiamo benissimo le loro vicende, e si intrecciano in modo credibile al resto della storia degli storici personaggi. Con questa mossa, furbamente, i due autori hanno raggirato il pericolo di cadere in storie trite e ritrite, raccontando nuove prospettive e creando attesa nello spettatore per le prossime puntate, approfondendo dinamiche importanti e rapporti tra personaggi nuovi e vecchi.
 
Ilaria Scognamiglio

La Ragazza Senza Nome, quando il realismo sociale non basta

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Come film, La Ragazza Senza Nome racchiude davvero tutto il cinema dei fratelli Dardenne.

C’è infatti una storia semplice, di chiaro stampo quotidiano, una galleria di personaggi e incontri che più comuni non si può, una regia sicura ed enormemente asciutta che punta, camera alla mano, ad accompagnare e spiare i protagonisti, c’è quell’indagine sociale dal sapore quasi thriller, un’assenza di stile estetico che lascia lavorare la scrittura più di ogni altra componente.

Tutti questi elementi sono appunto presenti ma solo sulla carta, rimangono sempre in superficie, ed il film finisce per essere una pallida imitazione di quelle storie di realismo sociale a cui il duo di fratelli belga ci ha abituato. La Ragazza Senza Nome manca di una vera urgenza narrativa e soprattutto di un certo pathos emotivo che dovrebbe trascinare il racconto, quantomeno interessare lo spettatore, e assume molto preso le sembianze di una serie di piatte vignette e incontri che nulla aggiungono allo sviluppo della vicenda e ancora meno all’approfondimento della protagonista. E’ una storia sul senso di colpa in cui però le emozioni sono totalmente assenti, e duole dirlo, ma una delle cause è anche la performance della protagonista Adelè Haenel, la quale non riesce mai a generare un senso d’empatia, troppo spenta in volto e assente nelle reazioni emotive.

Non fa piacere in tal caso scrivere una recensione poco positiva, perché i Dardenne appartengono a quella categoria di registi incapaci di fare film autenticamente brutti, ed infatti anche la visione di La Ragazza Senza Nome non è da buttare, ma per una volta alla poetica dei fratelli manca quel guizzo emozionale o quel tassello di scrittura tali da far vivere la vicenda in prima persona. Ci raccontano come sempre una storia profondamente realistica, ma con poco cuore e con pochissimo spunto d’interesse cinematografico.

Emanuele D’Aniello

Fidelio, l’amore coniugale e la libertà con Santa Cecilia

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L’apertura della stagione sinfonica è iniziata con un capolavoro unico nel suo genere, il Fidelio di Ludwig van Beethoven, con l’orchestra e il coro di Santa Cecilia diretti da Antonio Pappano, un grande lavoro d’insieme, di concentrazione ed emozione.

fidelio di beethoven
Fidelio è un’opera diversa da tutte le altre creazioni di Beethoven, la sua nascita è tormentata, piena di ripensamenti, di tagli e rielaborazioni, tre dal titolo Leonore I, II, III ed una per il Fidelio, il risultato è eccellente e geniale.
Fidelio per me è una sfida, avendola già diretta una volta sono voluto ritornare a questo capolavoro anche grazie all’affiatamento creatosi con l’orchestra dopo la tournée estiva e alla collaborazione con il maestro Visco direttore del coro” dichiara Pappano “All’orecchio sembra molto facile ma è molto movimentata ed è un ideale di perfezione quasi impossibile da raggiungere”.
Si tratta in realtà di un Singspiel, di un’opera in forma di concerto, dove i dialoghi parlati si affiancano ai canti, che in questa rappresentazione sono ridotti, ma l’informazione passa lo stesso, comincia come un’operetta e va nella tragedia, la musica diventa sempre più importante e proprio dopo il duetto nel secondo atto di Leonore (Rachel Willis-Sørensen) e Florestan (Simon O’Neill), degli sposi ritrovati, si inserisce la Leonora III op.72 versione del 1806. Si conserva la tradizione di Gustav Maher per dare il tempo di cambiare la scena, la sintesi drammaturgica dell’anima è imponente, Beethoven è riuscito a scavare nel luogo dove resta il mistero, qui dice ancora di più quello che c’è in tutta l’opera, inizia con un Adagio continuando poi con un Allegro secondo il modello della forma-sonata.
L’ho trovata maestosa ed emozionante, l’attesa del finale non interrompe la drammaturgia ma anzi ne rafforza il significato. Crea un respiro ricco di emozioni, le quasi due ore precedenti dell’opera sono una preparazione al finale, fino alla n.14 si resta assorti nelle nostre emozioni complici di Leonore, mentre negli ultimi venti minuti accade tutto. L’amore coniugale e la libertà sono i due temi musicalmente dominanti. Il buio cosa significa se non conosciamo la luce? è molto importante tenere conto di quello che è giusto e di quello che è male, Beethoven lo fa in modo molto chiaro: l’amore coniugale è un ideale a cui bisogna ispirarsi, qui si ritrova anche la fede cristiana della promessa. L’interpretazione del soprano Rachel Willis-Sørensen è stata ricca di emozioni, il legame con il “marito” intenso e passionale, le emozioni trasmesse al pubblico, in silenzio fino alla fine, interrotto solo con i cinque minuti di appalusi conclusivi. Bravissima protagonista del Fidelio.

La storia:

Nel primo atto viene esaltato l’amore di due ragazzi, Jaquino (Maximilian Schmitt) e Marzelline (Amanda Forsythe) lui, vuole sposarla in fretta, ma il cuore di lei è stato catturato da Fidelio, che in realtà è Leonore travestita, l’aiutante del padre Rocco (Günter Groissböck) capo carceriere. Un omaggio all’amore nell’aria di Rocco in cui solerte i giovani a prender tempo prima di una decisione importante “Se non si hanno soldi in tasca non si è felici mai, gli anni passano scontenti, fanno calca tanti guai” e ancora “wer bei Tisch nur Liebe findet, wird nach Tische hungrig sein” –“chi per pranzo amore trova, affamato si ritrova”.
Nel secondo atto appare Florestain nel buio del carcere sotto terra, da solo invoca “Dio, che notte è qui!”- “Gott welch Dunkel hier!”nella sua unica aria da solista, ricorda la sua sposa Leonore e i tempi che furono. Entrano Rocco e Leonore, lei ha freddo, il timore che il marito sia morto, viene obbligata a scavarne la fossa, ma non si sottrae a questo compito faticoso e doloroso per non tradirsi e farsi scoprire. Rocco obbligato da Pizzarro deve ucciderlo anche contro la sua volontà ma lei estrae la pistola e lo minaccia decisa ad uccidere, quando, la tromba che annuncia l’arrivo del Ministro salva Florestan.
Leonore è una persona che nonostante tutti i dubbi che ha intorno crede nel marito e nella sopravvivenza del marito, rischia tutto per salvarlo, un’esaltazione dell’amore coniugale.
Fidelio è “il primo dramma musicale moderno, in quanto nato da un intelletualistico atto di fede nella cultura e nella civiltà di un Europa giunta ad una fondamentale svolta storica” Giovanni Carli Ballola.
I concerti dell’Accademia Santa Cecilia continuano, il 26 ottobre s’inaugura la Stagione di Musica da Camera con il primo dei due concerti della Basel Kammerorchester diretta da Giovanni Antonini, Haydn 2032 con le Sinfonie n.19, n.80 e 81, affiancate dalla Sinfonia VB 142 di Kraus, un altro programma da non perdere assolutamente all’Auditorium Parco della Musica.
 
Sara Cacciarini

The Vampire Diaries 8×01: Enzo è il nuovo Alberto Angela

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Torniamo a parlare finalmente anche dei Vampiri più cool della TV: sul piccolo schermo ritroviamo gli occhi blu di Damon, il sorriso magnetico di Enzo e i piagnistei di Stefan.

Questa almeno è la parte maschile del team, per quanto riguarda “l’altro lato del cielo” troviamo una Caroline sempre più “mamminator” e, grazie al cielo, la fortissima Bonnie.
Non so voi, ma io ringrazio gli autori di The Vampire Diaries per aver fatto cadere in un magico coma Elena: questo ha permesso alla serie tv di diventare molto più interessante, ma soprattutto di lasciarci focalizzare su qualcosa che non fosse Delena, ovvero la coppia formata da lei e Damon.
Un po’ tristemente, infatti, ammettiamo che sono stucchevoli insieme: questo perché il sentimento di Damon per la dolce brunetta lo rende un personaggio ormai statico dal punto di vista psicologico. Tutto ruota intorno a lei: lei è morta ma la aspetto, lei non potrà salvarmi da quello che sto facendo ora ecc.
Poi quando Elena si sveglierà sarà tutto perdonato, come sempre.
Insomma cosa ci presenta questa stagione numero otto, o meglio il suo primo episodio, Hello Brother?
Enzo e Damon sono gli schiavi della forza sconosciuta che abita la cripta dell’armeria, di cui Alaric è divenuto il proprietario per scoprirne i misteri (chi meglio di lui?). New entry è la sexy baby sitter delle gemelline, che forse potrà distoglierlo dall’amore non corrisposto per Caroline, la quale, nel frattempo, vive la sua love story noiosissima con Stefan.
Elena non è mai stata pimpante come Caroline, ma anche la sua relazione con Stefan era noiosa, quindi abbiamo compreso che l’anello debole è proprio lui, la lagna umana. Già nel primo episodio viene risollevato da Bonnie perché Damon ha spento la sua umanità. Lei stessa, è disperata per aver perso Enzo, ma il nostro latin lover dal cuore romantico le sta lasciando dei messaggi in codice per farsi trovare e per far svenire tutte le fan con acutissimi riferimenti all’Odissea. Questo ragazzo ci stende, è il nuovo Alberto Angela! Prima era solo bello, dannato e musicista, adesso porta i classici in America suggerendoci che il mostro della grotta potrebbe essere proprio una Sirena.
Vorrei sottolineare che nel frattempo, nel medesimo episodio, Damon sta leggendo “Cinquanta sfumature di grigio“…
Insomma, una partenza un po’ lenta, in cui Bonnie e Enzo confermano il loro protagonismo, dovuto ad una storia d’amore profonda come non ne abbiamo mai viste in questa serie tv, ma soprattutto dinamica e interessante, fuori da ogni cliché.
Alessia Pizzi

Re Lear: la Compagnia del Loto al Teatro dell’Orologio

 Da Nulla Verrà Nulla

A quattrocento anni dalla morte di William Shakespeare, va in scena una lettura originalissima di uno dei suoi testi più coinvolgenti: Re Lear. Dal 28 ottobre al 6 novembre, nella Sala Moretti del Teatro dell’Orologio di Roma, la Compagnia del LOTO propone una nuova versione dell’opera tradotta da Alessandro Serpieri, incentrata sulla tematiche legate alla decomposizione della Famiglia, alla Follia senile e alla caducità di Re e Regni, che vedrà protagonista Stefano Sabelli.

 

Lear, stanco Re zingaro, divide il suo Regno e il suo bel Carro gitano, fra due figlie adulatrici che, come in un concorso di bellezza, si fanno incoronare con civettuolo cinismo Miss di Regioni, ormai divise. Sentenziando che “dal Nulla nasce Nulla”, il vecchio Re, ripudia però la terza figlia, quella più amata, che “nulla” aveva chiesto in dote, rifiutando lo show e le lusinghe interessate delle sorelle. È l’inizio della fine! Tutto si decompone mentre esplodono ritmate fanfare Gipsy che annunciano l’implosione del Regno. Edmund, figlio illegittimo del vecchio Gloucester, lancia le sue calunnie contro il fratellastro Edgar e contro Lear, cosa che lo rende carne assai seducente per l’avida lussuria di Gonneril e Regan, che se ne litigano le attenzioni. 

 

Lear, nel frattempo, più pazzo del suo Pazzo, non trova più luogo e sosta per il suo debordante ed invadente carrozzone da giostraio. Mentre barbarie e cecità travolgono tutto, il Grecale annuncia la tempesta in un’ampolla di vetro che scardina le menti e il nomadismo del vecchio Re perde, col Regno, la sua Rosa dei venti. 
In scena, insieme ad un cast di 12 validissimi interpreti, ci saranno anche i musicisti della Riserva MOAC & Bukurosh Balkan Orchestra, a commentare le azioni drammatiche all’interno di un impianto scenico creato da Michelangelo Tomaro. I costumi sono di Marisa Vecchiarelli, le luci a cura di Daniele Passeri.

 

Stefano Sabelli è attore. Autore, regista, scenografo, fondatore e direttore artistico del Teatro del Loto. Dopo essersi diplomato presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, è entrato nel 1981 al Lee Strasberg Theatre Institute di Los Angeles. Negli anni ha collaborato con diverse personalità della Cultura e dello Spettacolo, italiane e internazionali, alternando l’attività artistica a quella di manager culturale, capace di realizzare produzioni, rassegne, mostre ed eventi originali e di successo.

Road To Tenerife: Fratelli d’Italia

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Settima settimana.

Dopo più di un mese e mezzo nell’arcipelago canario sono arrivata all’ineluttabile conclusione che noi italiani siamo geneticamente nati con un bisogno indispensabile per la nostra stessa sopravvivenza: mangiare la pasta
Non per ritornare su quegli stereotipi internazionali, ormai noiosi e consumati, che nel mondo ci dipingono da decenni come esclusivi mangiatori di spaghetti, ma solo per confermare una nostra incontestabile caratteristica culturale nella quale io stessa mi riconosco: a noi piace la pasta e guai a chi ce la tocca.

Viva la pasta!

Perciò più dura della nostalgia di casa arrivò un altro tipo di nostalgia, quasi come un quotidiano prurito allo stomaco, un capriccio che iniziò a tormentarmi soprattutto durante la cena lasciandomi inappagata. Per questo decisi di organizzare una serata tra colleghi a casa di un amico che mettesse a disposizione la cucina per dare sfogo alla creatività e soddisfare la gola.
Grembiule addosso, mestolo in una mano e bicchiere di prosecco nell’altra, giuro che quella sera non avrei potuto essere più italiana di così in una volta sola. Il risultato fu un successo, non solo per l’ottima cena, ma specialmente per la compagnia.
Tuttavia devo dire che qui a Tenerife è molto facile incontrare del buon cibo made in Italy, poiché sono molti coloro che vengono qui a lavorare espatriando, oltre agli ingredienti, l’arte culinaria. Così che per non farmi mancare niente, ho aggiunto al menù del sabato una bella pizza napoletana, in un ristorantino consigliato da un vero intenditore, dove per rimanere sul classico ho ordinato una margherita, che dovrebbe lasciarmi, secondo i miei calcoli, qualche settimana di autonomia.
Chiusa la parentesi gastronomica, possiamo concentrarci sulla parte più inerente alla scoperta dell’isola, aggiungendo ogni settimana una nuova destinazione, come piccoli pezzi di un puzzle destinato a incorniciare un futuro cuore malinconico.

Candelaria: la patrona di Tenerife

Questo fine settimana il tempo fu sfavorevole portando pioggia tutto il giorno, tuttavia quando si è tra amici, in più con una macchina a propria disposizione, poco importa. Ammettiamo però che la giornata ebbe un inizio disastroso nel momento in cui ci facemmo convincere ad unirci ad un barbecue alla spagnola, e quando dico alla spagnola intendo che questo popolo ha la strabiliante capacità di adattarsi con una semplice birra ad ogni situazione, ignorando il freddo e la pioggia continua allegramente sotto un sofferente gazebo battuto incessantemente dal vento.
Perciò ci siamo diretti verso sud ricercando uno spicchio di sole, che potesse alleviarci il morale sconfortato, giungendo infine a Candelaria. Questa piccola città di mare, a 20 chilometri circa da Santa-Cruz de Tenerife, è famosa per la sua imponente Basilica De Nuestra Señora de Candelaria, patrimonio storico di Spagna e patrona dell’isola, si tratta inoltre della prima chiesa Mariana apparsa nell’arcipelago, per questo luogo sacro e meta di pellegrinaggi.
Questo caratteristico pueblo merita una sosta grazie la quale ammirare la splendida chiesa, che sorge proprio sulla piazza principale, arricchita dalle statue dei guanches, gli antichi abitanti aborigeni di Tenerife, che quasi come dei nobili paladini si prestano al servizio dell’antica signora, fieri, impassibili, immortali.
Per concludere in bellezza il fine settimana oppure diciamolo tutta per smaltire quelle calorie che mi pesavano sulla coscienza decisi di concedermi una corsetta vista mare alle sette e trenta del mattino, un orario perfetto, portando a termine ansimante una fatica che è stata totalmente ripagata dal panorama.
Anche questo weekend è passato, con qualche goccia di pioggia che non mi ha certo impedito di proseguire il viaggio attraverso quest’isola indimenticabile, ricordandomi che a volte sì dal cielo possa cadere dell’acqua, ma che l’importante è portare sempre dentro il sole. Ed il sole a Tenerife anche quando piove non manca mai.
Stay Tuned!
Martina Patrizi

Una serata con Vincent Van Gogh

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“Non vivo per me, ma per la generazione che verrà.” (Vincent Van Gogh)

Mercoledì 26 ottobre alle 20.30, nella suggestiva cornice del Teatro Palladium di Roma, nel cuore del “quartiere degli artisti” della storica Garbatella, Patrizia Genovesi, attraverso un appassionato racconto, ci illustrerà l’opera di Van Gogh artista deriso e amato, discusso e imitato, collezionato, oggetto di un vero e proprio culto.

La pittura di Van Gogh emoziona oggi come ieri uomini di ogni parte del mondo, dialoga con la contemporanea fotografia alla quale ha donato importanti contributi e ci regala suggestioni meravigliose

“Non posso cambiare il fatto che i miei quadri non vendono. Ma verrà il giorno in cui la gente riconoscerà che valgono più del valore dei colori usati nelquadro.” Vincent Van Gogh
Patrizia Genovesi
Una serata dedicata all’opera di Van Gogh, al suo percorso tecnico, ai misteri che avvolgono la sua vicenda personale e artistica, alla sua tecnica rivoluzionaria e sorprendente.

 

Teatro Palladium – Università Roma Tre
; tel. 327 2463456
Organizzazione e promozione Teatro Palladium: Music Theatre International
Ufficio stampa: Elisabetta Castiglioni
+39 06 3225044 – +39 328 4112014 – info@elisabettacastiglioni.it

“Madeinterraneo”: la storia, le speranze e le contraddizioni del nostro mare

In scena al Teatro Studio Uno dal 27 al 30 ottobre “Madeinterraneo” spettacolo di narrazione scritto ed interpretato da Andrea Di Palma, che partendo dalla domanda “cosa ci rende mediterranei?” si interroga sulla storia del nostro mare, da millenni simbolo di storia, filosofia e cultura, oggi crocevia di guerre e migrazioni drammatiche tra intolleranze, orrori, speranze e contraddizioni. 
 
La storia del Mediterraneo è scritta tra le sue onde che raccontano di viaggi millenari e contemporanei, di uomini e animali marini, alla ricerca di nuove terre, nuove certezze e nuova vita: chiunque abbia avuto la necessità, la voglia o la curiosità di cambiare ha dovuto fare i conti col Mediterraneo, per poter e dover cercare qualcosa di nuovo, migliore, diverso, non solo all’arrivo, ma nel viaggio stesso.
Andrea Di Palma, accompagnato dalle musiche di Giacomo Gatto e Francesco Cellitti, con il contributo drammaturgico di Federica Ponza, narra di molteplici tradizioni e storie di questo mare in un unico testo: di Enea e degli scafisti moderni. Di Marco Polo e di tartarughe. Di muri che sorgono e di umanità che si perde, proprio in quel mare dove la civiltà moderna è nata.
Uno spettacolo che vuole interrogare la coscienza partendo da un presupposto fondamentale: le migrazioni moderne, che partono alla volta dell’ Europa che ragiona sul come (e sul se) accogliere i viaggiatori, non dovrebbero stupirci. Perché il Mediterraneo è sempre stato solcato da rotte, che lo hanno reso mare profondamente mutevole nonostante la sua conformazione geografica, mescolando vissuti e prospettive.

The Walking Dead, 7×01: “Io ti ucciderò”

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Sei mesi. Sei lunghi mesi di attesa. Un’estate che, per i fan di The Walking Dead è stata inevitabile, insuperabile. Giornate calde, farcite di pura agonia psicologica e addolcite solo da Fear The Walking Dead, lo spin off che AMC ci ha voluto regalare per lenire le pene dell’attesa, tra una stagione e l’altra di TWD.

La fine della sesta stagione è stata più amara e sofferta del solito: ci ha lasciato un Negan (donne, è il Danny di Grey’s Anatomy, iniziate a vedere questa serie tv se ancora non lo fate) con la sua Lucille in mano, ovvero una mazza fatale a cui il personaggio attribuisce una personalità tutta femminile. Da vero psicopatico sessista insomma.
Ma Negan ci piace proprio per la sua follia, confermata dal Primo Episodio della Settima Serie. Dopo numerosi minuti dall’inizio della prima agognatissima puntata iniziamo finalmente a capire chi è la vittima del suo Ambarabaciccicoccò. O meglio, le vittime.
Questo è il colpo di scena, visto che in molti pensavano già a Glenn o ad Abraham come possibili vittime di Lucille. Sapete perché? Perché TWD in questo è un po’ come Beautiful, lascia sempre qualche indizio da telenovela.
Nell’ultimo episodio della sesta serie, Abraham è pronto ad amare Sasha, e Maggie, la compagna di Glenn, lascia presagire che, ora che è incinta, nulla potrà più fermarla. E TWD per non sembrare banale che fa? Fa morire entrambi i maschietti. Malamente.
Ora, se questo poco ci tange per Abraham, che per quanto rilevante, è pur sempre un personaggio rimpiazzabile, siamo rimasti davvero molto male per l’indegna fine del povero Glenn, il tutto fare, uno dei più forti del gruppo, un personaggio storico, un pilastro della serie, che si è salvato in situazioni molto più pericolose (vi ricordate quando, nella sesta stagione, è caduto in mezzo ad una folla di zombie e tutti lo davano per morto?).
E forse è proprio questo il punto: solo una fine ingiusta e inevitabile poteva stroncare lo scaltrissimo Glenn ora che stava per diventare padre.
Gli scenari che si aprono adesso sono molto interessanti, quindi, soprattutto per quanto riguarda il personaggio di Maggie, che ha perso davvero tutto, tranne il suo bambino. Già Rick ha provato a farle capire nella precedente stagione che è tempo di saper badare a se stessi. Come si trasformerà la neo-mamma? Noi ce la ricordiamo come pimpante campagnola che ci prova con Glenn nel fienile, ma l’amore per il brunetto, diciamocelo, l’ha un po’ infiacchita. Sarà arrivato il momento del riscatto?
Da Sasha ci aspettiamo molto meno onestamente. Come profilo psicologico sembra molto più modesta. E comunque il suo legame con Abraham non è paragonabile a quello della coppia più amata di TWD.
In questo episodio, alla fine dei giochi, si sente molto la mancanza di Carol, e la puntata scorre lenta. Magari avessimo potuto godere di una delle sue entrate sceniche! Ma anche lei è fuori gioco, salvata da Morgan dopo un’ aggressione da parte di uno dei “Salvatori”.
Per concludere, quindi, l’unico momento davvero interessante di tutta la puntata è quello in cui Negan vuole umiliare l’orgoglio di Rick a tal punto da chiedergli di amputare il braccio a Carl; ma manca comunque un po’ di ritmo. Tutta questa attesa forse aveva alimentato in noi delle aspettative che ci hanno lasciato con l’amaro in bocca. E, almeno per il momento, la faccia tosta di Rick è stata totalmente smontata: Io ti ucciderò, dice sconvolto a Negan quando uccide Abraham. Ma questa frase, alla fine dell’episodio, si trasforma inevitabilmente in Io sono al tuo servizio, nel momento in cui la vita di tutti dipende solo da lui.
Noi in Rick ci crediamo però. Ha perso una battaglia sanguinosa, non la guerra. E attendiamo il suo glorioso riscatto, uno da vero leader. Uno “alla Rick”.
Alessia Pizzi

Jane The Virgin, torna Jane Villanueva con la sua bizzarra famiglia!

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La telenovela moderna di CW è tornata con un’esilarante terza stagione.

Qui a CulturaMente ci abbiamo preso gusto con le serie tv, per cui non potevamo fare a meno di raccontarvi Jane The Virgin, la serie rivelazione del 2014/2015 del canale CW, di cui è appena partita la terza stagione. Un prodotto che racchiude generi differenti tra loro, come la commedia, la telenovela e il dramma, facendo venir fuori qualcosa di veramente unico e particolare, con la fantastica Gina Rodriguez nei panni della protagonista.
Il tutto si svolge a Miami, dove la giovane Jane, origini messicane, 23 anni, aspirante scrittrice e vergine convinta, vive la sua vita con la madre Xiomara, la nonna Alba e il bel fidanzato poliziotto Michael. Tutto viene sconvolto quando, per un errore medico, Jane rimane incinta perché inseminata artificialmente con il seme di Raphael, proprietario dell’hotel dove lavora come cameriera e per il quale ha una cotta segreta. L’evento stravolge tutte le certezze della protagonista, trasformando la sua vita in una vera e propria telenovela, come quelle che usa guardare in tv con la sua famiglia. Tra colpi di scena, matrimoni sfumati e risvolti imprevisti, le due prime stagioni di Jane The Virgin non possono che appassionare, con il loro concept un po’ assurdo che però lascia spazio al romanticismo e alle risate. Ma come avevamo lasciato i protagonisti?
Alla fine della seconda stagione, dopo un tira e molla tra Michael e Raphael, Jane decide di coronare il suo sogno d’amore con il bel poliziotto, sposandolo con una bellissima cerimonia organizzata dal suo ritrovato padre Rogelio, star delle telenovelas amate dalle Villanueva. Ma, purtroppo, il disastro è dietro l’angolo: Michael viene sparato nel bel mezzo della sua notte di nozze dalla pluriomicida Sin Rostro, alias Rose ex moglie del padre di Rapahel e amante segreta della sorella di lui.
In questo primo episodio della terza stagione, quindi, la tipica voce narrante, che ci guida costantemente, racconta dei nostri protagonisti alle prese con questo terribile episodio. Jane è disperata, ha visto la sua felicità sfumare davanti ai suoi occhi e prega, insieme al resto della sua famiglia, per la ripresa di Michael in ospedale. Come un libro che si legge a ritroso, ci ritroviamo nel passato di Jane e Michael, all’inizio della loro storia d’amore, un legame che capiamo essersi rafforzato man mano col tempo. Il lieto fine per Jane e Michael, però non tarda ad arrivare. Il ragazzo infatti supera con successo l’operazione, svegliandosi e dando finalmente un po’ di pace alla sua neo sposa. Ma questo non ci f dimenticare che Sin Rostro è tornato, portando Luisa (sorella di Rapahel) in un posto lontano sui fondali marini. Cos’altro avrà in mente?
Intanto, Petra, ex moglie di Raphael, è stata incastrata dalla sorella gemella Anezka e relegata in ospedale immobilizzata mentre l’altra ha preso le sue sembianze per sedurre Raphael, per mettere a punto il piano della loro diabolica madre. Cosa avranno ancora in mente?
Ritroviamo, con questo primo episodio della nuova stagione, tutti gli elementi che tanto abbiamo amato quando abbiamo scoperto Jane The Virgin: l’impostazione da telenovelas, i personaggi finemente caratterizzati ed interpretati da un cast brillante, il divertimento, la suspance e i colpi di scena. Tutto armonizzato alla perfezione e ben riuscito, un inizio che ci porta ad aspettare con ansia le prossime puntate.
Ilaria Scognamiglio

Brylla, il paradiso che tutti i wine lovers stavano aspettando

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Con oltre 200 etichette disponibili contemporaneamente, Brylla ha aperto a Roma nel quartiere Trieste per realizzare il sogno di ogni enoappassionato.

Un wine bar così poteva essere concepito solamente da chi il vino lo ama davvero come Marcella Capaldo. Bastano due chiacchiere per capirlo e per capire che nell’apertura del locale c’è tutta la sua passione di una vita spesa tra vigneto ed enoteca e, che elaborata da Laurenzi Consulting si è trasformata in qualcosa di assolutamente innovativo. Brylla è il paradiso degli eno-appassionati, dove è possibile degustare un calice di una delle centinaia di referenze selezionate, ma non è un locale esclusivo perché le sue proposte sono studiate per la piena soddisfazione di ogni tipo di clientela. Un locale accogliente per tutti, da chi cerca le eccellenze assolute a chi apprezza la qualità ma senza accendere un mutuo per ogni vino degustato.
Il miracolo o almeno quello che così appare agli occhi degli eno-entusiasti, è reso possibile dalla moderna tecnologia che permette di spillare anche un solo bicchiere da qualsiasi bottiglia senza bisogno di stapparla. Il sistema si chiama Coravin già utilizzato in America e in Gran Bretagna sui vini fermi di ogni tipo, che viste le simpatie già suscitate da Brylla promette bene fin da subito anche qui da noi. Il Coravin ha mantenuto in pieno la sua promessa provato con il Sancerre aoc 2015 di Domain Vacheron, che si è presentato indistinguibile al palato tra i due assaggi, il primo appena stappato e l’altro proveniente da una bottiglia già utilizzata diversi giorni fa.
L’atmosfera del locale mette tutti a proprio agio grazie ai banconi contrapposti tra cui si muovono i sommelier, quasi in un tutt’uno con i clienti creando nell’insieme le condizioni ideali per rilassarsi davanti ad un buon bicchiere. In accompagnamento la proposta gastronomica offre una carta di tapas e una selezione di salumi e formaggi, paté e affumicati, oppure la degustazione del “mare in scatola”, una strepitoso assortimento di conserve italiane ed internazionali. Nella sala attigua non manca però la possibilità di intrattenersi in un ambiente più raccolto per lasciarsi coccolare dalle intriganti preparazioni realizzate con il Josper, un particolare forno spagnolo che utilizza la brace al suo interno conferendo alle pietanze una sfumatura di gusto unica. Le cotture a fuoco lento completano il menù, valorizzando le diverse carni proposte in accostamenti gourmet.
Ma la vera rivoluzione sta nella carta dei vini, che copre l’intero territorio Italiano con ampie escursioni nell’enologia Francese, offrendo l’opportunità di godere in contemporanea etichette blasonate, etichette di nicchia, biologici, biodinamici e naturali, vini di ogni tipo che condividono tra loro la ricerca della qualità. Il criterio con cui è stata costruita è volto a permettere la maggior esplorazione possibile tra le innumerevoli proposte, ma senza il rischio di perdersi. L’estrema razionalità della carta, permette infatti di assecondare con facilità la propria inclinazione del momento e la disponibilità di spesa. Tre le suddivisioni, “il vino scacciapensieri”, etichette non impegnative e di immediata godibilità ideali per la convivialità, “Il Comfort Wine” di livello crescente così come la complessità del vino e “Il Riflessivo”, etichette di livello superiore per chi vuole addentrarsi in una ricerca più ampia o più semplicemente per chi vuole concedersi il lusso di un bicchiere straordinario. Il carattere innovativo sta anche nella flessibilità della somministrazione che prevede l’assaggio, il calice, la mezza bottiglia e la bottiglia, concedendo la possibilità di costruirsi il proprio percorso di degustazione. Gli amanti del vino romani non potevano chiedere di più, per loro il paese dei balocchi ha appena aperto e si chiama Brylla.
Bruno Fulco

This Is Us 1X04, “The Pool”

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Tornano le storie di Randall, Kate e Kevin per emozionare ancora una volta.

This Is Us, ormai, ci ha colpito nell’anima, una serie profonda nella sua semplicità come non se ne vedevano da molto tempo. Il quarto episodio, intitolato “The Pool”, ci riserva meno sorprese rispetto ai precedenti, non c’è quello stupore al quale gli autori ci hanno abituato nelle prime tre puntate ma è comunque importante per capire le vite dei nostri protagonisti.

Mantenendo il fascino che contraddistingue la serie, la quarta puntata ci guida tra il passato e il presente dei Pearson, osservando da vicino una giornata in piscina dei tre gemellini con i genitori, importante per farci comprendere meglio alcuni atteggiamenti di Kate, Kevin e Randall da adulti. E’ estate, fa caldo e il condizionatore di casa è rotto, così Jack decide di portare tutta la sua famiglia in piscina per una giornata di svago. Ma, nonostante i buoni propositi, non tutto andrà come previsto e per i tre gemelli sarà un’esperienza davvero dura. Nel presente, le difficoltà del passato si riversano sulle vite dei tre gemelli: Kate esplora il passato del suo compagno Toby, divorziato da una bella e sensuale donna totalmente diversa da lei; Randall continua a testare il rapporto con il suo padre biologico, raccontandogli come sia stato difficile per lui essere di colore e vivere in una comunità di bianchi; Kevin affronta le difficoltà di essere arrivato a New York. Partecipa ad un provino per uno spettacolo teatrale che, purtroppo, non va bene come sperava scontrandoci con un’attrice che visibilmente non è una sua fan.

Commovente ed emozionante, This Is Us in questa quarta parte non stupisce ma aiuta lo spettatore ad entrare ancora di più in contatto con Kevin, Kate e Randall e, soprattutto, con Rebecca e Jack, una coppia di genitori che cerca di essere perfetta per i loro tre bambini, dando uno straordinario esempio di realismo rappresentando una miriade di genitori che anche nella realtà affrontano gli stessi problemi, come il razzismo nei confronti dei propri figli. La scelta dei viaggi nel tempo si conferma, ancora una volta, vincente per rendere più profondo il coinvolgimento dello spettatore, per scoprire dinamiche che altrimenti resterebbero misteriose. Però, ora una domanda resta…che fine ha fatto Jack? Quando lo scopriremo? Speriamo presto!

Ilaria Scognamiglio