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L’instabilità dell’esistenza nella mostra “Che ci faccio qui?”

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L’esistenza significa instabilità e questo vuole dire “CHE CI FACCIO QUI?”, mostra allestita presso il MLAC della Sapienza.

Instabilità, instabilità perenne e continua. La nostra vita è un andare su di un’altalena che non termina mai; si sale, si scende, si sale, si scende in continuazione. In poche parole, noi siamo instabili, la natura è instabile, il mondo è instabile. Ed è basata su quest’aspetto l’interessante mostra “CHE CI FACCIO QUI” curata da Fabrizio Pizzuto  ed allestita presso il Museo Laboratorio di Arte Contemporanea dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” dal 15 novembre 2016 al 12 gennaio 2017, con le opere di: Andrea Aquilanti, Davide Dormino, Silvia Giambrone, Cesar Meneghetti e Marina Paris.

Appena entrato nella piccola sala del museo, i miei occhi sono stati subito catturati da Under Construction 11 e  Under Costruction 12 di Marina Paris, uno dei quali è nella foto di copertina ed un altro lo troverete qui. Due lunghi corridoi con dei calcinacci, due spazi in costruzione ma forse anche in distruzione, in totale abbandono. Erano due spazi costruito per essere vissuti o due spazi dove si è vissuto? Tutto sembrava bloccato, fermato nel tempo ed ecco che la mia mente ha ricollegato questi corridoi ai paesi fantasma del post terremoto, dove purtroppo anche lì la pendola del mondo ha suonato un’ora che ha fermato la vita. Ma nella vita bisogna vedere la luce in fondo del tunnel, e questi due corridoi rappresentavano la metafora della vita: percorrere il buio per arrivare alla luce.

Più avanti vi era un’installazione videoartistica di Cesar Meneghetti, dal titolo Beloved Ones 7. There is a future in our past. Il regista e videoartista brasiliano di origine italiana, rifacendosi molto alla corrente della video art nata tra gli anni ’60 e ’70 del XX secolo, ha messo una telecamera su di una spiaggia di un fiume e vi erano dei personaggi che non si comprendeva bene cosa stessero facendo. Guardavano l’acqua ed interagivano fra di loro. La telecamera li spiava, ne raccontava i segreti, come una sorta di Grande Fratello intellettuale, mentre ironica ed amara era l’installazione L’ipocrita: grandi funerali per il defunto principe di Davide Dormino. Un grande teschio di legno, quasi come a voler ricordare ai prepotenti e prevaricatori che la morte arriva per tutti.

Nell’altra parte della sala Silvia Giambrone ha esposto le sue Vertigo, immagini di oggetti visti dall’alto stampati su carta da pacco, dove l’instabilità regnava, quasi come se l’occhio indagatore stesse cadendo sugli oggetti con una magia e misticismo di morandiana memoria, mentre Nobody’s room era un’installazione con delle aste microfoniche che sostenevano oggetti per tagliare; sembravano volerci dire che le parole sono taglienti e pericolose. Chiudeva la mostra Andrea Aquilanti ed il suo Noi non siamo qui, un disegno su di un pannello elettronico che riproduceva la sala, che creava un effetto straniante.

In fondo siamo tutti un poco instabili, ed è questo quello che ci voleva dire questa mostra molto interessante.

 

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Marco Rossi)

Se una notte d’inverno un viaggiatore fosse guidato da Costellazioni

Se una notte d’inverno un viaggiatore fosse guidato dalle Costellazioni

Costellazioni è uno spettacolo di Nick Payne, regia di Silvio Peroni e produzione KHORA.teatro, con una dinamica traduzione di Noemi Abe, andato in scena al Teatro dell’Orologio di Roma dal 15 novembre al 20 novembre. È una storia che descrive il rapporto tra Orlando e Marianna, interpretati da Jacopo Venturiero e Aurora Peres, mettendo in scena tutte le dimensioni possibili di ogni scelta.

Se una notte d’inverno un viaggiatore…

Costellazioni risponde alla domanda “che cosa sarebbe successo se invece avessi…?” e lo fa con un approccio elegante ed essenziale che coinvolge la fisica quantistica. Orlando è un apicoltore, è giovane e col sorriso semplice e attraente. Marianna è una donna in carriera e insegna fisica quantistica all’università. Nei mondi in cui ha funzionato, i due si sono amati in modo sincero e dolcemente impacciato. Si sono traditi, si sono ritrovati e poi, giovani e forti, hanno affrontato la notte senza stelle della malattia dell’altro. La loro storia è vista in tutti gli esiti possibili. La base è questa: ad infiniti universi, infinite possibilità; come a dire che per ogni variabile esiste un mondo in cui questa si è realizzata e che l’insieme dei mondi è la somma di tutte le scelte percorribili e sintesi del nostro libero arbitrio.

Spazio e tecnica.

Gli attori hanno a disposizione un rettangolo di parquet al centro del palco, che emerge dalle ombre grazie alla costellazione di luci che lo sovrasta. Ogni movimento di Marianna e Orlando è codificato nel dettaglio e le posizioni sono calcolate con il gusto del regista cinematografico, come se potessero guidare la direzione della cinepresa e ispirare primi campi sofisticati. Tali posizioni giocano un ruolo fondamentale in una rappresentazione che procede per micro-scene. Ciascuna è un segmento della narrazione ed è la versione alternativa delle altre: ogni decisione può dar vita a uno svariato numero di situazioni parallele. Può cambiare il tono della voce di Orlando; Marianna può rispondere male ad una battuta e il loro rapporto morire prima ancora di iniziare. Un’espressione del viso potrebbe consolidare l’amore o distruggerlo.

Così la storia procede, seguendo le linee temporali in cui la relazione di Marianna e Orlando trova una continuazione. Tra la messa in scena di una scelta anziché di un’altra, le costellazioni di luci che pendono sul palcoscenico lampeggiano in maniera confusa e i protagonisti si spostano lentamente, a ritroso e freddi nelle pose, per impersonare le variabili di una nuova dimensione.

Se una notte d’Inverno un viaggiatore fosse guidato dalle Costellazioni

Foto di scena di Manuela Giusto.

 

Attori: il bello del giusto mezzo.

La recitazione è limpida, naturale. Jacopo Venturiero e Aurora Peres non sbagliano intonazione, non deludono l’aspettativa di un’espressione e soprattutto non ne forzano la drammaticità. La loro voce arriva sempre. È una resa pulita del quotidiano ed entrambi conquistano il cuore dello spettatore nei 75 minuti di turbolenza dimensionale. È una gioia guardarli mentre si adattano alle decine di mondi possibili che rappresentano sul palco.

Conclusione: esattezza e altre massime.

Costellazioni è decisamente un successo. Il suo breve respiro è amplificato nella grande varietà delle prospettive messe in scena; la regia è attenta ai dettagli ed è seria. La professionalità emerge dunque nell’eliminazione del superfluo e lo spettacolo si conferma come un momento di grande intrattenimento, sentimento e intelligenza. Rispetta le massime per il terzo millennio che Italo Calvino avrebbe proposto nelle sue Lezioni americane: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità.

Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC

Elle, la libertà della perversione umana

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Ci sono registi che fanno film originali, e fortunatamente sono davvero tanti. Poi ci sono quelli che fanno film politicamente scorretti, a volte sono per il semplice gusto fine a sé stesso, e poi anche i registi abili a creare storie controverse.

Ma forse c’è un solo regista a cui si può dare veramente la definizione di sovversivo: Paul Verhoeven. La sua filmografia, unica e strampalata quanto vogliamo, lo conferma appieno.

Il suo nuovo film Elle è un’opera immensamente sovversiva, perché prende tutti i pensieri ed i comportamenti che non si dovrebbero avere lanciandoli addosso agli spettatori. Questa totale libertà creativa, questa totale mancanza di freni non è, naturalmente, sinonimo di qualità a prescindere, e in Elle i difetti sono tanti senza dubbio, a partire da numerose scelte artificiali e sottotrame un po’ ridicole. C’è quindi una natura giocosa, forse eccessiva, che però permette al regista di liberarsi da ogni orpello e dominare la scena con momenti via via sempre più respingenti.

Le perversioni, non a caso, sono prima di tutto giochi.

Ed appunto Elle è un film sulle perversioni, su ciò che di brutto abbiamo in testa e su come possiamo liberarcene, o meglio, sapendo che non possiamo farlo come possiamo sfogarle. Dalla storia di una donna stuprata che inizia col suo stupratore un vero e proprio duello sadico, Verhoeven trae spunto per provocare e liberare le proprie pulsioni sommariamente psicologiche. Sono tanti i suoi obiettivi, prima di tutto una molto poco sottile critica alle ipocrisie simboliche della Chiesa, ma soprattutto l’essere umano che sovverte la propria amoralità innata con le costrizioni della società.

In questo discorso spiazzante e teso, ma anche molto ironico, perché non si può non ridere delle nostre stesse pulsione recondite, il filo conduttore è la presenza scenica di Isabelle Huppert, la quale si impossessa di un ruolo sicuramente mastodontico per qualunque attrice, ma che lei fa proprio in maniera disinibita e apertissima (dopotutto lavorare con Haneke aiuta a farsi le ossa). Il suo volto sempre sardonico, il suo impercettibile modo di lasciar intravedere fragilità senza perdere una virgola in carisma, è ovvio dire che la Huppert è l’asso nella manica del film, ma la sua libertà si sposa perfettamente con un personaggio che di chiave di lettura psicologiche ne ha in quantità industriale: Elle è prima di tutto la Huppert stessa, ma l’attrice è la perfetta musa per le provocazioni di Verhoeven, il quale a sua volta si sente a suo agio con un talento simile, un circolo nel quale regia, recitazione e sceneggiatura si fanno a forza a vicenda, plasmandosi insieme nella libertà più sconfinata.

Quando c’è libertà c’è sicuramente imperfezione, e laddove l’imperfezione regna è più facile colpire e lasciare il segno. Elle potrà non convincere trasversalmente, ma non lascerà nessuno senza commenti a riguardo.

 

Emanuele D’Aniello

This Is Us 1X07, l’amore in una semplice lavatrice

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Può una lavatrice essere simbolo d’amore?

Dopo una settimana di pausa, è tornato This Is Us con un nuovo episodio, intitolato “The Best Washing Machine in the World”, in cui tutti i personaggi vengono messi faccia a faccia con cose mai dette e segreti svelati.

In particolare, questo nuovo appuntamento approfondisce il rapporto travagliato di Kevin e Randall, soffermandosi su un episodio particolare della loro adolescenza. Le cose tra loro non sono mai andate bene, già da bambini, in quanto Kevin ha sempre sentito fortemente la differenza di comportamento che sua madre, Rebecca, riservava al fratello adottivo. Avvicinando l’occhio al loro periodo adolescenziale, traspaiono subito i conflitti tra i due ragazzi e la forte rivalità, che si palesa soprattutto quando si ritrovano a giocare contro nel campionato scolastico di football.

Come sempre accade in This Is Us, dal passato si passa al presente in cui, parallelamente, Kevin e Randall si ritrovano a dover passare per la prima volta del tempo da soli, occasione che li porterà inevitabilmente a litigare e a rinfacciarsi cose mai dette nel tempo. Ovviamente c’è differenza tra i due momenti storici della loro vita: i due giovani adolescenti, dopo essere arrivati addirittura alle mani, sono ancora più arrabbiati l’uno con l’altro mentre i due uomini adulti riescono, dopo un breve litigio, a trovare un’apparente serenità.

Attorno alla loro vicenda si muovono tutti gli altri personaggi: scopriamo che Rebecca vuole riprendere in mano la sua carriera da cantante, nonostante il poco interesse del marito nei riguardi di questo cambiamento.La vicenda di Kate, invece, viene un po’ messa da parte stavolta, passa leggermente in secondo piano forse per la necessità di dare spazio al particolare conflitto dei due fratelli.

Nonostante risulti un po’ piatto per la maggior parte del tempo, anche quest’episodio di This Is Us riesce a far emozionare nella parte finale grazie ad una semplice lavatrice. Com’è possibile? In questo sta la particolarità di questa serie tv, far commuovere con semplicità. La lavatrice che Rebecca guarda nella scena finale è un simbolo d’amore, una promessa mantenuta dal giovane innamorato Jack alla sua amata, un oggetto che permette alla donna di capire che tutto si risolverà facilmente.

Ilaria Scognamiglio

Enrico Brignano torna a Bologna con “Enricomincio da me”

Enrico Brignano torna a Bologna con “Enricomincio da me” da giovedì 24 a domenica 27 novembre

Enrico Brignano
in
ENRICOMINCIO DA ME

MF Produzioni

feriali ore 21.00 – domenica ore 16.30

 

Al Teatro EuropAuditorium un grande ritorno, quello di Enrico Brignano che, dal 24 al 27 novembre, porterà in scena il suo nuovo spettacolo Enricomincio da me.

 

Essere o apparire? Vero o falso? Ce sei o ce fai?” sono le domande che, dopo trent’anni di palcoscenico, ogni attore si chiede. Un amletico dubbio che porta a guardarsi dentro, in profondità, oltre l’epidermide, proprio nel cuore, attraverso passato e presente, domandandosi se il futuro regalerà emozioni sempre nuove e più forti di quelle già vissute. Nel mezzo del cammino della sua vita o poco più, a 50 anni tondi, Enrico Brignano si chiede nel suo spettacolo se ciò che è diventato è stato il frutto consapevole delle scelte fatte, un segno del destino, oppure una pura casualità. Proprio per tentare di capire cosa lo ha condotto dov’è ora, l’attore fa un viaggio nel tempo e nello spazio, ritrovando vecchie conoscenze, brani storici della sua comicità, strane figure, forse ombra o forse realtà, bivi che ripercorrerà prendendo una strada diversa da quella già percorsa, per vedere dove lo avrebbe portato. Tra i suoi pezzi forti e nuove situazioni comiche, coadiuvato da acrobati, musiche oniriche, scene quasi magiche, Enrico Brignano riuscirà a destreggiarsi di fronte al critico più esigente della sua vita? No, non intendevamo sua madre, ma se stesso.

 

 

PREZZI (comprensivi di prevendita): I platea intero 57,00 € – I platea bambino 25 € – II platea intero 51,50 € – II platea bambino 25,00 € – balconata intero 40,50 € – balconata bambino 15,00 €

 

 

PREVENDITE acquistabili presso la biglietteria del TEATRO EUROPAUDITORIUM (Piazza Costituzione, 4, Bologna) aperta dal lunedì al sabato, dalle 15.00 alle 19.00, presso la biglietteria del TEATRO IL CELEBRAZIONI (Via Saragozza, 234, Bologna), aperta dal lunedì al sabato, dalle 15.00 alle 19.00, attraverso il Circuito VIVATICKET-CHARTA, i punti d’ascolto delle IperCoop e il Circuito TICKETONE, oltre alle prevendite abituali di Bologna e provincia e attraverso il sito www.teatroeuropa.it.
Per informazioni: 051.372540 – 051.6375199 info@teatroeuropa.it

Sully, storia di un eroe silenzioso

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Prima ancora di analizzare e giudicare il valore o le qualità della pellicola, bisogna dire che Sully è davvero il film che non ti aspetti, perché arriva da uno come Clint Eastwood.

Il leggendario regista, anche nei suoi film più riusciti, non è certo per famoso per nascondersi dietro la macchina da presa, e anzi mette spesso le proprie idee davanti a tutto, talvolta con risultati propagandistici, talvolta con effetti deleteri per il suo modo manicheo di vedere le cose. Insomma, dandogli in pasto l’ennesima storia dell’ennesimo eroe americano, era lecito aspettarsi un trionfo a stelle a strisce.

Sully invece non solo non è questo, ma anzi è un riservato e quasi intimo ritratto di un uomo costretto a fare l’eroe. Tre sono gli elementi più efficaci in tal senso: la scelta narrativa, lo stile, e nemmeno a dirlo Tom Hanks.

La scelta narrativa infatti decide di partire da dopo il famoso ammaraggio compiuto dal capitano Sullenberg sulle gelide acque del fiume Hudson, manovra che portò al salvataggio di tutti i passeggeri dell’aereo senza alcuna vittima. Il film ci racconta l’indagine successiva e come Sullenberg ha vissuto i propri tormenti, i propri ricordi, i propri dubbi sulle chance di tornare indietro e cambiare qualcosa. Una scelta che si sposa benissimo con lo stile classico e rigido di Eastwood, qui ancora più compatto e meno artificioso che mai, in cui la totale assenza di guizzi è intesa, per una volta, come un pregio, perché davvero non c’è spazio per lo spettacolo hollywoodiano in una vicenda che esige rispetto e riflessione, e pure la solita fotografia grigia e spenta di Tom Stern è accettabile. In questo appunto Tom Hanks cade a pennello: lontanissimo da performance troppo vistose, il suo personaggio è una persona colma di umiltà e consapevolezza umana, sicura dei propri mezzi ma al tempo stesso spaventata da una celebrità fuori luogo, e l’attore è magistrale nel lavorare sull’understatement di un uomo assolutamente comune.

Non c’è spazio per la propaganda, non c’è soprattutto e fortunatamente spazio per l’apologia dell’eroismo americano a tutti i costi: Sully è contro ogni pronostico un film silenzioso, mite come il suo protagonista, solidissimo nei suoi 90 minuti di durata che evitano ogni ridondanza, onestissimo nel ritratto della professionalità e competenza, doti che a volte si dimenticano ma rimangono fondamentali. Di conseguenza, così come il capitano Sullenberg appunto non è un eroe, ma un onesto essere umano ed un competente pilota, Sully non è certo un film perfetto o indimenticabile, ma sicuramente una storia che vale la raccontare e vedere.

 

Emanuele D’Aniello

La ragazza del mondo vince il Moviemov_Italian Film Festival a Manila

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“La ragazza del mondo” di Marco Danieli vince la VI edizione del Moviemov_Italian Film Festival a Manila

 

 

Si conclude stasera a Manila la VI edizione del Moviemov_Italian Film Festival (12 – 16 novembre 2016) con la vittoria, decretata da una giuria popolare formata dal pubblico filippino presente in sala durante le proiezioni, del film La ragazza del mondo di Marco Danieli con Michele Riondino e Sara Serraiocco. Il premio è stato consegnato al co-produttore Daniele Orazi, che commenta così il premio: “È un film che ci sta dando tante soddisfazioni, siamo contenti che il significato sia arrivato anche a un pubblico asiatico”.

Il Moviemov_Italian Film Festival è un festival itinerante nato nel 2010 che ha come obiettivo primario la costruzione di una piattaforma d’incontro per la promozione culturale e commerciale del nuovo cinema italiano all’estero, in particolare nei mercati asiatici così in espansione e ricchi di opportunità da esplorare.
Quest’anno una folta delegazione del giovane Cinema Italiano, soprattutto femminile, ha accompagnato i 10 film in Concorso: Carolina Crescentini la madrina di questa edizione, Valentina Romani per “Un bacio” di Ivan Cotroneo e Blu Yoshimi per “Piuma” di Roan Johnson. Tra gli altri ospiti italiani venuti a presentare i loro film anche i registi Ivan Silvestrini per “2Night”, appena presentato al Festival di Roma, e l’attore Pippo Delbono per “Vangelo” che commenta così la sua esperienza al Festival: “Mi ero chiesto venendo a Manila quanto poteva essere coinvolto il pubblico filippino in questo racconto, ma, ovviamente, ci sono meccanismi dell’essere umano che vanno oltre il luogo”.

“Rimango sempre più colpito dall’affluenza e soprattutto di aver visto così tanti giovani alle proiezioni. Anche questa volta stiamo riscontrato interesse per la distribuzione nelle Filippine di alcuni film della vetrina” dichiara il Direttore Artistico Goffredo Bettini.

Ideato e diretto da Goffredo Bettini in collaborazione con l’Ambasciata Italiana nelle Filippine ed organizzato dalla Playtown Roma, il Moviemov è realizzato grazie all’appoggio del Ministero della Cultura – Direzione Generale del Cinema e della Camera di Commercio di Roma, con il sostegno indispensabile di numerosi partner e sponsor privati.

CSC Cineteca Nazionale alla 34esima edizione del Torino Film Festival

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Il CSC – Cineteca Nazionale è presente alla 34° edizione del Torino Film Festival con un’ampia partecipazione.

 

 

La Cineteca Nazionale presenterà in prima mondiale – mercoledì 23 novembre al Cinema Massimo, alla presenza del regista, e replicato il 24 e 25 novembre – il restauro di Palombella rossa di Nanni Moretti, realizzato con la supervisione di Nanni Moretti e la collaborazione alla color correction di Beppe Lanci, direttore della fotografia di quel set. Il restauro digitale in 4k è stato realizzato partendo dai negativi scena e colonna originali messi a disposizione dalla Sacher Film. Per le immagini di repertorio presenti nel film sono stati recuperati i filmati super 8 originali conservati da Nanni Moretti. Le lavorazioni sono state eseguite presso il laboratorio Augustus color di Roma.

Mercoledì 23 novembre al Cinema Massimo la Cineteca Nazionale presenta una retrospettiva e una pubblicazione dedicate ai fratelli Garriba, la monografia Fabio e Mario Garriba, i gemelli terribili del cinema italiano, a cura di Domenico Monetti e Luca Pallanch, con la collaborazione di Fabio Norcini, Edizioni di Bianco e Nero, 2016. Da Soave a Locarno, passando per il Centro Sperimentale di Cinematografia, Cinecittà e Campo de’ Fiori, la rapida ascesa e il precocissimo declino di due talenti purissimi. Ovvero, «come non conquistammo il cinema italiano»… Nel 1971 il loro In punto di morte! vinse il Pardo d’oro al Festival Internazionale di Locarno che allora premiava le opere prime. Oltre a In punto di morte, in 35mm, saranno proiettati I parenti tutti, 35mm, e Voce del verbo morire, in 16mm.

La Cineteca Nazionale collabora alla rassegna omaggio dedicata a Matarazzo fornendo le copie di Giuseppe Verdi, La nave delle donne maledette, e, per gentile concessione della Ripley’s Film, dei due documentari della prima ora Littoria e Mussolinia di Sardegna. Accanto alle proiezioni, in programma giovedì 24 novembre un incontro con Gianni Amelio, Pier Maria Bocchi, Emanuela Martini, Emiliano Morreale, Sergio Toffetti, coordinatore della Cineteca Nazionale.

Venerdì 25 novembre sarà presentata un’altra pubblicazione: Gianni Amelio, Francesco Munzi, L’ora di regia, Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, Rubbettino, 2016, conversazione tra ex insegnante ed ex allievo che parte dalle aule del Centro Sperimentale e si allarga al senso della regia. Durante l’incontro saranno proiettati i saggi CSC: Le belle prove di Gianni Zanasi, Nastassia di Francesco Munzi, La finestra di Silvia Perra, selezionati da Gianni Amelio.

Il CSC- Cineteca Nazionale collabora infine con la retrospettiva Cose che verranno, fornendo i titoli Nirvana di Gabriele Salvatores – il regista introdurrà il film lunedì 21 novembre al Cinema Massimo – e Il nuovo mondo, episodio di Ro.Go.Pa.G., e con la sezione Afterhours, con La maschera del demonio di Mario Bava, prima proiezione sabato 19 novembre.

Tiromancino a Bologna con Nel Respiro del Mondo

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Color Sound presenta TIROMANCINO in NEL RESPIRO DEL MONDO

con Federico Zampaglione (voce/chitarra), Francesco Stoia (basso), Marco Pisanelli (batteria), Antonio Marcucci (chitarra elettrica) e Fabio Verdini (tastiere)

Venerdì 25 novembre, ore 21:00 al Teatro Il Celebrazioni fa tappa Nel Respiro del Mondo, il nuovo tour dei Tiromancino.

Dopo un’estate ricca di successi con i due singoli “Piccoli Miracoli” e “Tra di noi” ai vertici delle classifiche radio e il tour estivo di presentazione del nuovo album “Nel Respiro del Mondo” che sta ottenendo un grande riscontro di pubblico, i Tiromancino arrivano a Bologna nella dimensione più intima e raccolta del Teatro Il Celebrazioni. Una delle migliori live band in Italia, i Tiromancino, ripercorreranno i momenti più significativi della loro importante carriera musicale attraverso le canzoni che sono di fatto diventate dei classici della musica italiana a conferma del grande talento di Federico Zampaglione e della sua band.

Sono da sempre affascinato dal teatro – racconta Federico Zampaglione – e dalla sua dimensione che permette un contatto diretto con il pubblico e un’attenzione maggiore nei confronti della musica. Per l’occasione prepareremo uno spettacolo nuovo, emozionante e coinvolgente. Vi aspettiamo numerosi”.

PREZZI (comprensivi di prevendita): prima platea 40,00 € – seconda platea e balconata 34,50 €

PREVENDITE acquistabili presso la biglietteria del TEATRO IL CELEBRAZIONI (Via Saragozza, 234, Bologna), aperta dal lunedì al sabato, dalle 15.00 alle 19.00, presso la biglietteria del TEATRO EUROPAUDITORIUM (Piazza Costituzione, 4, Bologna) aperta dal lunedì al sabato, dalle 15.00 alle 19.00, attraverso il Circuito VIVATICKET-CHARTA, i punti d’ascolto delle IperCoop e il Circuito TICKETONE, oltre alle prevendite abituali di Bologna e provincia e attraverso il sito www.teatrocelebrazioni.it.

Teatro Il Celebrazioni

Theatricon Srl
Via Saragozza, 234
40135 Bologna
Tel. 051.6154808

Le Vele di Richard Meier ci condurranno verso il futuro

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Le Vele di Richard Meier, capolavoro dell’architettura contemporanea, saranno oggetto di una visita domenica 20 novembre alle 16:00 con Roma nei Secoli

Le Vele di Richard Meier; ormai questo capolavoro dell’arte contemporanea è conosciuto con questo nome. Il nome vero è quello di Chiesa di Dio Padre Misericordioso, opera del grande architetto americano autore della discussa e controversa Teca dell’Ara Pacis.

La chiesa nasce in un contesto particolare, quello del quartiere periferico e dal tessuto sociale particolarmente difficile di Tor Tre Teste. Inaugurata nel 2003 dopo un concorso dalle procedure particolarmente complesse, è conosciuta nel mondo per le sue tre “vele” che, nell’idea di Richard Meier, stanno a significare il compito della Chiesa, cioè quello di traghettare le persone e di condurle, come se fossero in una barca, in un porto sicuro durante tutto il terzo millennio. La più alta di esse misura circa 26 metri e su tutta la chiesa domina il bianco del cemento autopulente, colore che avvicina l’arte di Meier a quella del grande Francesco Borromini.

Orientata ad est, verso il sorgere del sole, ogni particolare di questa chiesa ha un significato, dalle campane alla finestra dietro il crocifisso in cartapesta del XVII secolo. Un’architettura semplice e ricca allo stesso tempo, un piccolo gioiello nascosto tutto da scoprire.

Proprio per questo motivo Roma nei Secoli ha organizzato una visita a questo luogo sconosciuto ai più per domenica 20 novembre alle ore 16:00. Per conoscere: luogoorario dell’appuntamento ed i costi della visita scrivere a romaneisecoli@gmail.com indicando quante persone partecipano ed un contatto telefonico. La prenotazione è obbligatoria e bisogna obbligatoriamente lasciare un numero di telefono per essere ricontattati per qualsiasi evenienza.

Come al solito vi aspetto a braccia e cuore apertissimi.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto www.arte.it)

 

Gilmore Girls stagione 7: bon voyage, ragazze!

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Mamma, mi hai già dato tutto quello che mi serve.

Siamo arrivati alla fine, alla temutissima 7° stagione di Gilmore Girls. Temuta fin dalla sua genesi: è infatti la prima stagione senza la creatrice Amy Sherman-Palladino, che come ricordato la scorsa volta ha mollato la serie. Il nuovo showrunner è David Rosenthal, già nel team degli sceneggiatori, che ovviamente pur con tutto l’impegno del mondo non può replicare la magia del passato.

Il punto è tutto qui: se la 6° stagione non era brutta, ma essenzialmente sbagliata, questa 7° stagione, ahi noi l’ultima, è sia sbagliata sia brutta. Manca il ritmo, manca il divertimento, manca tutto ciò che ha reso unico e inimitabile Gilmore Girls.

La stagione inizia anche bene, i primi due episodi, pur enormemente dolorosi perché raccontano le conseguenze della notte tra Lorelai e Christopher, sono ottimi. Ed il nuovo team azzecca anche il modo migliore per continuare: inutile far finta di nulla, inutile far finta che non si è successo, è giusto separare Lorelai e Luke per ricostruirli pian piano. Ed in tale percorso, ha addirittura un senso come avviene il riavvicinamento tra Lorelai e Christopher ed il loro matrimonio, ovvero nell’unico modo possibile: improvvisato, lontano da tutto e tutti, senza così che Lorelai possa ripensarci e quindi scappare.

Ma il resto della stagione è un accumulo di detriti. Spariscono i dialoghi velocissimi e infarciti di citazioni pop, sparisce totalmente la dose di divertimento surreale che è sempre stato un grosso marchio di fabbrica, sparisce l’eccentricità di Stars Hollow (le follie di Kirk e Taylor, o le riunioni cittadine, si contano sulle dita di una mano, e praticamente sono assenti per buona parte della stagione). Soprattutto, la serie diventa troppo legata all’aspetto sentimentale, o meglio, improvvisamente la vicenda di due donne forti e indipendenti, una che ha cresciuto una figlia da adolescente e si è fatta una carriera, l’altra che ha fatto tutte le migliori scuole d’America col massimo dei risultati, sparisce per lasciare il campo a due pallide copie di quei distintivi personaggi, lasciandoci due donne totalmente dipendenti dai loro compagni, anzi, dai loro ricchi compagni (Lorelai e Rory che della frugalità hanno sempre fatto un altro tratto caratteristico), in cui gioie e dolori sono definite solo dal rapporto con i partner.

Certe puntate di questa stagione sono tra l’atroce e l’insopportabile, specialmente pensando al Gilmore Girls che era, c’è da ammetterlo.

Fortunatamente, forse con l’aria della chiusura imminente, forse col tempo passato ad ingranare ed inquadrare gli aspetti giusti da parte dei nuovi sceneggiatori, forse con l’ingresso fondamentale di Lauren Graham stessa tra i produttori esecutivi, con gli ultimi 6/5 episodi si tornare a respirare la vecchia serie, si torna a sentire profumo dei tratti del vero Gilmore Girls.

gilmore girls bon voyage

E non è un caso che sono gli episodi legati alla ricostruzione del rapporto tra Lorelai e Luke, che ci regala momenti indimenticabili come la prima uscita insieme per comprare una macchina oppure la serenata al karaoke, e al compimento del percorso di laurea di Rory, il momento che praticamente il personaggio sogna dalla prima puntata. E probabilmente non è nemmeno un caso che si passi tra le rotture con Christopher e Logan, per regalarci un episodio finale di altissimo livello emotivo, tutto incentrato solamente sui protagonisti, sulle loro emozioni e sulla città che per anni ci ha fatto sorridere e venire la voglia di abitarci. La puntata finale è una perfetta capsula delle sensazioni che la serie per sette anni ci ha fatto provare, ricca di momenti in cui tutti personaggi possono brillare e tutti hanno la loro chiusura: dalla scena tra Lane e Rory, dal pianto di Lorelai quando vede la figlia dormire, dal discorso di Richard alla riappacificazione tra Lorelai e la madre quando le dice che continuerà ad andare alle cene del venerdì sera. E poi sì, certo, il bacio che sigilla il ritorno della coppia che tutti volevamo e quella scena finale che racchiude i protagonisti insieme: Lorelai, Rory e Luke. Ma soprattutto quella carrellata sotto la pioggia che mostra tutti i personaggi che applaudono le due ragazze, ma in quel momento siamo ad applaudire tutti loro, ogni volto, ogni comparsa, ogni sorriso, per tutti coloro che hanno popolato Stars Hollow ci hanno fatto sentire a casa per sette anni.

E’ un grosso peccato che proprio la stagione conclusiva sia la peggiore dell’intera serie, ma sicuramente quanto di sbagliato fatto, e paradossalmente con l’aiuto di un notevole episodio finale, non cancella la magia di Gilmore Girls e la storia di una serie incredibile. Avremo sempre le cene del venerdì, i caffè di Luke, le canzoni della band di Lane, le riunioni cittadine di Taylor, i lavori di Kirk, i pettegolezzi di Babette e Patty, le verdure di Jackson, le ricette di Sookie, le stramberie di Michel, le urla contro le cameriere di Emily, la dignità di Richard, i dialoghi tra Lorelai e Rory.

E fortunatamente, dal 25 novembre su Netflix, con al suo posto nuovamente Amy Sherman-Palladino, avremo il ritorno ed una degna conclusione di Gilmore Girls.

 

I 3 migliori episodi:
7×02 – “That’s What You Get, Folks, for Makin’ Whoopee”
7×20 – “Lorelai? Lorelai?”
7×22 – “Bon Voyage”

 

 

Emanuele D’Aniello

L’arte di ricostruire. Artisti per Amatrice

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Simona Marchini e Massimiliano Mucciaccia presentano “L’ARTE DI RICOSTRUIRE. ARTISTI PER AMATRICE”

Un grande evento di solidarietà all’insegna della bellezza, un aiuto concreto per le popolazioni colpite dal terremoto

Presentazione delle opere d’arte in mostra
Galleria Mucciaccia, Roma
Esposizione opere: venerdì 18 novembre – Ore 17
Asta: lunedì 21 novembre – Ore 18.30

Il mondo dell’arte e dello spettacolo si mobilita per aiutare le popolazioni colpite dal terribile sisma del 24 agosto scorso con un grande evento di solidarietà all’insegna della bellezza e del potere curativo della cultura: dal 18 al 21 novembre si terrà a Roma l’iniziativa “L’arte per Ricostruire. Artisti per Amatrice”, promossa dalla Galleria La Nuova Pesa di Simona Marchini e dalla Galleria Mucciaccia di Massimiliano Mucciaccia.

Interamente a favore di ‘Io ci sono Onlus’, a sostegno del progetto Sorriso per AAA – Accumoli, Amatrice e Arquata del Tronto, l’evento si svolgerà negli spazi della Galleria Mucciaccia e sarà costituito da una grande esposizione di opere d’arte al via il 18 novembre alla presenza del Sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi, il Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, Massimiliano Bruno, Vittoria Belvedere, Nicoletta Romanoff, Paola Minaccioni Alessandro Roja, Olivia Magnani, Andrea Occhipinti. Grazie all’impegno degli artisti italiani e internazionali coinvolti, che con generosità hanno donato una propria opera, il 21 novembre sarà poi battuta un’asta benefica, il cui ricavato verrà interamente destinato alla realizzazione di un progetto concreto.

L’obiettivo da raggiungere indicato dall’amministrazione di Amatrice è infatti quello di costruire con criteri antisismici, in un terreno già individuato dalla stessa amministrazione, un edificio che possa essere Cinema, Teatro e Centro culturale d’incontro per tutti i cittadini che desiderano continuare a vivere ad Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e in tutti i piccoli centri colpiti dal sisma.

La cifra necessaria, fissata dalla ditta incaricata dei lavori, approvata dall’Amministrazione di Amatrice e dalla Protezione Civile è 980.000 Euro + Iva. Tutto avverrà con la totale tracciabilità di inizio, avanzamento e fine lavori. L’iniziativa sarà documentata da un catalogo a colori edito da Cambi editore, mentre l’asta sarà battuta da Luciano Carnaroli.

“E’ tempo di creare comunità, e un progetto come questo è davvero un bel segnale in un’epoca di violenza verbale e sociale come quella di oggi“, ha detto la promotrice Simona Marchini, che dal 17 al 19 novembre sarà in scena al Teatro Greco di Roma con lo spettacolo “Croce e delizia, Signora mia…“, dedicato alla trilogia popolare di Giuseppe Verdi (Traviata, Rigoletto, Trovatore), “nella totale trasparenza raccoglieremo fondi da destinare alla costruzione di un edificio che possa essere Cinema, Teatro e Centro culturale d’incontro, perché la gente, in seguito al terremoto, non sa più dove andare, non ha un luogo di aggregazione. In questo progetto c’è molto cuore, e siamo fiduciosi che riusciremo a fare una buona raccolta”. L’attrice, impegnata direttamente in prima persona per le popolazioni del terremoto (ha scelto infatti di destinare l’intero incasso del suo monologo andato in scena al Teatro le Maschere a un progetto di educazione musicale per i bambini di Amatrice), ha tenuto a sottolineare “l’alto valore morale di un’iniziativa che per la prima volta unisce senza divisioni e personalismi tutti i mondi dell’arte, dagli attori di cinema e tv ai tecnici, dai musicisti agli artisti visivi, finalmente insieme per un progetto comune“.

I collezionisti potranno versare il proprio contributo sul conto corrente: IT 351 0570414600000000179500 intestato all’Associazione “IOCISONO”, causale Progetto “Sorriso” Cinema, Televisione, Teatro, Musica, Arte, presso la Banca Popolare di Spoleto.
L’esposizione sarà visitabile dal 18 al 21 novembre, domenica inclusa dalle 10 alle 19.30; lunedì dalle 15,30. L’asta sarà battuta lunedì 21 alle 18,30.

Grazie agli artisti:
Claudio Adami, Marisa Albanese , Camilla Ancilotto, Antonio Aportone, Simone Baldelli, Matteo Basilé, Gianfranco Basso, Gregorio Botta, Veronica Botticelli, Danilo Bucchi, Giuseppe Capitano, Bruno Ceccobelli, Valentina Colella, Gianni Dessì, Mauro Di Silvestre, Stefano Di Stasio, Sidival Fila, Giosetta Fioroni, Andrea Fogli, Tancredi Fornasetti, Rossella Fumasoni, Massimo Giannoni, Miranda Gibilisco, Alessandra Giovannoni, Giuliano Giuliani, Giuliano Grittini, Brigita Huemer, Emanuela Lena, Giancarlo Limoni, Giuseppe Modica, H.H. Lim, Adele Lotito, Guglielmo Maggini, Leila Mirzakhani, Flavio Micheli, Roberto Miniati, Daniela Monaci, Riccardo Monachesi, Cristiano Pintaldi, Roberto Pietrosanti, Piero Pizzi Cannella, Xiang Qinggang, Oliviero Rainaldi, Jacopo Ricciardi, Fiorella Rizzo, Marco Rizzo, Angelica Romeo, Pietro Ruffo, Giuseppe Salvatori, Maurizio Savini, Oscar Turco, Luciano Ventrone.
Evento in sostegno di:

Galleria Mucciaccia
Largo della Fontanella di Borghese 89 Roma 00186 Tel. 06 69923801 segreteria@galleriamucciaccia.it

Domani speciale workshop “Itinerari culturali verso Sud”

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ITINERARI CULTURALI V.E.R.S.O SUD:  Valorizzazione, Esperienza, Rete, Servizi, Ospitalità

Workshop Itinerari culturali verso Sud

18 novembre 2016 ore 16.00
Società Geografica Italiana, Palazzetto Mattei, Villa Celimontana
Via della Navicella, 12 – Roma
19 novembre 2016 ore 09.30
Museo Nazionale Romano / Parco archeologico Appia Antica
Auditorium di Palazzo Massimo alle Terme
Largo Villa Peretti, 2 – Roma

Un workshop, due giornate e operatori del settore al lavoro per mettere insieme tutte le esperienze fino ad ora maturate, trovare le linee guida e valorizzare in un obiettivo comune il tema degli Itinerari Culturali verso Sud. L’incontro che si svolgerà nelle giornate di venerdì 18 e sabato 19 novembre rientra nell’iniziativa All routes lead to Rome – Tutti gli itinerari portano a Roma grazie alla quale dall’11 al 20 novembre istituzioni e specialisti del settore si confronteranno internazionalmente sul tema delle antiche vie di storia, di cultura e di pellegrinaggio, intese come infrastrutture culturali di primaria importanza.
Il 18 novembre il workshop prenderà il via alle ore 16.00 nella sede della Società Geografica Italiana a Villa Celimontana, Istituto culturale da sempre impegnato nella promozione e nello sviluppo degli Itinerari culturali. I lavori proseguiranno la mattina successiva nella prestigiosa cornice dell’Auditorium di Palazzo Massimo alle Terme.
Quattro i tavoli tematici che si riuniranno attraverso un’innovativa formula di lavoro utile a creare le condizioni per verificare gli avanzamenti di analisi e di studio per: predisposizione Linee guida per la creazione e il funzionamento di Itinerari Culturali; potenzialità degli Itinerari Culturali e programmazione comunitaria 2014-20; promo commercializzazione degli Itinerari Culturali; formazione per operatori degli Itinerari Culturali. I quattro gruppi daranno vita ad altrettanti documenti di sintesi condivisi di programmazione sulle diverse tematiche che in una fase successiva saranno oggetto di un ulteriore approfondimento del Gruppo di Lavoro All Routes lead to Rome, divenendo così veri e propri vademecum per quanti si vorranno cimentare nella creazioni di nuovi Itinerari Culturali o nella predisposizione di modelli di gestione sostenibili per gli Itinerari già esistenti.

 

 

IL PROGRAMMA

 

Venerdi 18 novembre

 

Villa Celimontana – Via della Navicella 12, Roma
ITINERARI CULTURALI V.E.R.S.O. SUD (prima sessione)
Antiche vie di storia, cultura e pellegrinaggio verso le altre sponde del Mediterraneo

ore 16 – Saluti d’apertura
Silvia Costa
Presidente della Commissione Cultura e Istruzione del Palamento Europeo
Massimiliano Smeriglio
Vicepresidente Regione Lazio
Lidia Ravera*
Assessore Cultura e Politiche Giovanili Regione Lazio
Eugenio Patané
Consigliere Regione Lazio
Maria Teresa Brunetti
Assessore alla Cultura Municipio V Roma Capitale
Filippo Bencardino
Presidente della Società Geografica Italiana
Franco Salvatori
Direttore di Dipartimento, Università di Roma “Tor Vergata”

Ore 16,40 – Intervento d’apertura
Verso Sud. Prospettive di sviluppo territoriale attraverso gli itinerari euro-mediterranei
Simone Bozzato, Università di Roma “Tor Vergata”
Paolo Walter Di Paola, Aedificia Studio

Ore 17 – Primo tavolo delle competenze
Predisposizione Linee guida per la creazione e il funzionamento di Itinerari Culturali
Intervento introduttivo:
Giovanni Pattoneri, Cammini d’Europa

Ore 17.20 – Attivazione Tavoli di lavoro
Ognuno dei quali coordinati da un facilitatore

Ore 18 – Fine lavori

Sabato 19 novembre

Palazzo Massimo, Museo Nazionale Romano – Largo Villa Peretti, 2, Roma
ITINERARI CULTURALI V.E.R.S.O. SUD (seconda sessione)
Antiche vie di storia, cultura e pellegrinaggio verso le altre sponde del Mediterraneo

Ore 9,30 – Secondo tavolo delle competenze
Potenzialità degli Itinerari Culturali e programmazione comunitaria 2014-20
Intervento introduttivo:
Federico Massimo Ceschin, Board Nazionale Itinerari, Rotte, Cammini e Ciclovie

Ore 9,50 – Attivazione Tavoli di Lavoro
Ognuno dei quali coordinati da un facilitatore

Ore 10,40 – Terzo tavolo delle competenze
Promo-commercializzazione degli Itinerari Culturali
Intervento introduttivo:
Fabrizio Pozzoli, International Social Tourism Organization

Ore 11,00 – Attivazione Tavoli di Lavoro
Ognuno dei quali coordinati da un facilitatore

Ore 11,50 – Quarto tavolo delle competenze
Formazione per operatori degli Itinerari Culturali
Introduce i lavori:
Mimmo Bracciodieta, FederCultura

Ore 12,10 – Attivazione Tavoli di Lavoro
Ognuno dei quali coordinati da un facilitatore

Ore 13,00 Pausa lavori

Ore 14,00 Conclusioni in sessione plenaria
E presentazione dei risultati emersi nei tavoli di lavoro

Coordina: Sandro Polci – Crescme Consulting

Intervengono:
Giovanni Pattoneri, Federico Massimo Ceschin, Fabrizio Pozzoli, Mimmo Bracciodieta

Concludono
Massimo Andreoli, Board Nazionale Itinerari, Rotte, Cammini e Ciclovie
Paolo Piacentini, Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo

ore 15.00
Palazzo Massimo, Museo Nazionale Romano (ROMA)
CAMMINI D’EUROPA
Workshop: nuove tecnologie e reti di servizi a supporto di chi realizza, gestisce e
promuove Itinerari, Rotte, Cammini e Ciclovie.
Presentazione del portale camminideuropa.it

ore 16.00
Palazzo Massimo, Museo Nazionale Romano (ROMA)
SISTEMA NAZIONALE DEGLI ITINERARI, DELLE ROTTE, DEI CAMMINI E DELLE CICLOVIE
Primo Meeting Nazionale: “Verso l’anno mondiale del Turismo Sostenibile attraverso le Vie della Seta e gli itinerari che attraversano il Belpaese”
SOCIETÀ GEOGRAFICA ITALIANA
www.societageografica.it

ROUTES2ROME
www.routes2rome.it
www.facebook.com/routes2rome
SEGRETERIA: info@routes2rome.itufficiostampa@routes2rome.it
ORGANIZZAZIONE: partecipazioni@routes2rome.it
#routes2rome

Il Vivaio di Eataly e l’ode ai Piccoli Produttori di Vino

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Eataly apre le porte alle nuove leve del panorama enogastronomico mondiale per dare risalto ai piccoli produttori nel mare magnum del mercato italiano, dove vige l’egemonia dei grandi nomi.

E’ chiaro che un’azienda notoriamente prestigiosa regali agli enofili una garanzia di successo, ma ciò non vuol dire che dietro ai produttori più piccoli non vi sia tanta qualità da scoprire e apprezzare. Per questo motivo Sabato 12 e domenica 13 novembre, nel terzo piano del celebre store di Roma Ostiense, la magia ha avuto inizio radunando moltissime presenze curiose e “assetate” di novità.

Vagando tra i vari stand presenti i partecipanti hanno ascoltato la storia di ogni produttore, che, insieme a stuzzicanti taralli, dava sfoggio delle proprie bottiglie.

il vivaio 2016 roma eataly

A battezzare il nostro giro è l’Azienda Quota101, che nel nome riecheggia i 101 metri sopra il livello del mare della favolosa tenuta sui Colli Euganei.

Siamo qua per salvare il territorio e farlo conoscere: abbiamo dei vini che lo rispecchiano pienamente.

Ci presentano un Fior d’Arancio Docg, non solo in versione spumante dolce, ma anche nella sorprendente versione secca.

Ci tuffiamo poi nel cuore del Sud salentino con l’azienda pugliese Romaldo Greco, che ci lascia assaggiare il rosato Duodecim, frutto di una vendemmia manuale in casetta mirata a preservare la qualità dell’uva. Il nome particolare, deriva dal latino e ricorda le 12 ore di macerazione del mosto sulle bucce.

L’azienda lombaril vivaio 2016 roma eatalyda Calatroni, vocata per il Pinot Nero in chiave metodo classico, ci stupisce con un rosato che colpisce già dal colore “tendente quasi al buccia di cipolla“, conferito grazie ad un processo di criomacerazione pellicolare delle uve.

Proseguiamo con i piemontesi Contrada di Sorano, che ci raccontano i loro due vini, il Langhe Nebbiolo 2014, ma soprattutto il Dolcetto d’Alba 2015, un vero e proprio esperimento: “Abbiamo cercato di creare un vino strutturato e tannico, che resiste all’invecchiamento. Abbiamo fatto una selezione accurata delle uve per renderlo il più concentrato possibile.”

La Toscana giunge prepotentemente al nostro palato con Podere Alberese azienda biologica in provincia di Siena a conduzione familiare, innamoratissima del Sangiovese ma interessata anche a salvaguardare l’obliata varietà autoctona del Fogliatonda.

Arriva poi anche il vino che gioca “in casa” con Damiano Ciolli, azienda con una lunga storia alle spalle, che però imbottiglia dal 2001: la sua perla è il Silene 2015, cesanese al 100%, la cui vinificazione e fermentazione avvengono in acciaio, l’affinamento dura un anno in vasche di cemento, e poi altri sei mesi in bottiglia.

Non mancano i marchigiani de La Staffa, che dal 2009 producono vino a Staffolo, vicino Jesi, con agricoltura biologica d’ispirazione biodinamica: ci fanno assaggiare Verdicchio e Montepulciano, con un fantastico binomio.

Il Wine Festival abbraccia così tutto lo Stivale, ma non solo. Dulcis in fundo arrivano le piccole e appunto dolcissime uve francesi di Jean Bernard Larrieu Lapeyre (Jurançon).

Si chiude così il nostro inebriante giro tra questi piccoli tesori e si aprono le danze con le specialità gastronomiche proposte da Eataly: dopo un gustoso tagliere, arrivano le Orecchiette datterino “Ilfiordellorto”, con stracciatella e mandorle croccanti, realizzate con passione da I Fiori dell’Orto, direttamente dal Gargano pugliese.

Per il dolce torniamo in casa con un delizioso tiramisù al bicchiere, gusto pistacchio e mandorle, della pasticceria De Bellis.

il vivaio 2016 roma eataly

Puglia: Tenuta Patruno Perniola, Bonsegna, Romaldo Greco, Pietraventosa, Cantine Imperatore, Francesco Marra, Cantine Losito

Calabria: A’vita, Sergio Arcuri

Campania: Cantine dell’Angelo, Cantine del Barone, Cantina del Cancelliere, Luigi Tecce, Monte Di Grazia, Bajola (Ischia)

Sicilia: Francesco Guccione, Animacorale, Crasà

Toscana: Calafata, Buondonno, Il Colombaio di Santa Chiara, Macchion dei Lupi, Ottomani, Le Capanne di Gabriele Mazzeschi, Podere Concori, Podere Alberese, Società Agricola Sequerciani, Azienda Agricola Celestina Fe’

Lazio: Cantina Ribelà, Damiano Ciolli

Piemonte: Roccalini, Contrada di Sorano, Garbarino, Ressia, Principiano, Crealto, Cantina del Signore

Liguria: Possa, La Felce

Emilia Romagna: Croci, Vigneto San Vito, Podere Saliceto

Marche: La Staffa, Vigneti Vallorani

Abruzzo: Agricola Rabasco

Lombardia: Biondelli, Arcari e Danesi, Sullali, Solouva, Andrea Arici, Camossi, Citari, Azienda Agricola Calvi, Calatroni, Dei Giop

Valle D’Aosta: Ermes Pavese, Cave Mont Blanc De Morgex et La Salle

Alto Adige: Bellutti, Azienda Agricola Martin Gojer-Pranzegg

Trentino: Filanda dei Boron, Cobelli

Veneto: Massimago, Antolini Vini, Vini Pagani, Vignale di Cecilia, Quota 101, La Biancara, Casa Belfi

Francia: Domaine Ostertang, Jean Bernard Larrieu Lapeyre, Chandon De Briailles

 

 

Alessia Pizzi

Tanta roba buona sui banchi di VinNatur

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Tra i banchi d’assaggio di VinNatur all’ex cartiera Latina conferme e sorprese di una viticultura che ha sempre più estimatori.

In questi anni sui vini naturali ne abbiamo sentite di tutti i colori, spesso più che giudicati per i loro effettivi contenuti, sono rimasti coinvolti loro malgrado in una sorta di guerra tra bande. Autorevoli pareri hanno riempito pagine e pagine di blog e riviste, schierandosi pro e contro il vino naturale. Vuoi per interesse diretto che per tendenza del momento, il lavoro di chi ha deciso di produrre il proprio vino senza l’utilizzo di chimica in cantina ha suscitato uno dei dibattiti più accesi degli ultimi anni in fatto di vino.

I detrattori ne hanno sempre evidenziato i possibili difetti mentre gli integralisti, sposandone la causa in maniera miope, hanno permesso ai soliti furboni di gettarsi nella mischia e sfruttare il fenomeno proponendo a volte vini al limite del bevibile. Poi finalmente gli eccessi si sono smorzati, portando i vini naturali al di fuori della contesa enoica ed attraendo sempre più appassionati. Nei giorni della manifestazione Romana di VinNatur la curiosità si respirava nell’aria e le aspettative degli intervenuti sono state ripagate.

vinnatur ferrara sardo
Nessun industriale del vino in doppiopetto tra i banchi d’assaggio dell’ex cartiera latina, ma solo viticultori appassionati, pronti a spiegare nel particolare i loro vitigni e come questi interpretano la terra in maniera differente uno dall’altro.
Spesso giovani, che hanno avviato coraggiosi progetti tra difficoltà strutturali e produzioni limitate. Da talebani della qualità come sono, costruiscono  di vendemmia in vendemmia un dialogo  col proprio vitigno, comprendendone il più possibile il carattere per permettergli di esprimersi al meglio. Al primo approccio con i vini naturali molti hanno come la sensazione di assaggiare il cosiddetto “vino del contadino” ma sviluppato all’inverosimile nel gusto.

vinnatur iannucci
Tratto comune è quello spessore che il palato misura come consistenza, un gusto pieno dovuto ai minimi trattamenti che il vino subisce, per niente impoverito da filtrazioni, chiarificazioni o altre operazioni.  Così trattata in maniera per nulla invasiva l’uva dipinge il bicchiere con colori stupendi, specialmente nelle rare tonalità di bianchi e rosati. Più di settanta gli espositori di VinNatur, che da poco si sono dotati di un proprio disciplinare di produzione con lo scopo di mantenere il loro lavoro più naturale possibile.

vinnatur collecapretta
I loro vini dal carattere univoco, traducono le differenze climatiche delle diverse annate in maniera più spiccata rispetto ai vini tradizionali,
come nel ‘nzemmula di Bruno Ferrara Sardo da Nerello Mascalese, che seleziona maniacalmente in vigna acino per acino, oppure i vini da Nero d’Avola di Gueli, Calcareus e Erbatino ottenuti da due terreni diversi che si esprimono nello stesso vitigno in maniera differente. Il Lazio si difende bene con Azienda Agricola Macciocca e la sua sorprendente Passerina, ma anche con Riccardi e Reale e il loro Cesanese di Olevano Romano. Interessante anche il progetto di Cantina Ribelà nel territorio vulcanico del Frascati, una coppia di ragazzi alle prime vendemmie ma già con vini decisamente caratteriali, come il Pentima da vecchie viti di Malvasia e Trebbiano.

vinnatur conestabile della staffa
Da non dimenticare anche la batteria degli Umbri con Conestabile della Staffa e i bianchi di Collecapretta, ma anche la Barbera del Sannio di  Giovanni Iannucci, che del vitigno piemontese ha solo il nome essendo questo un autoctono del beneventano. A rappresentare la passione per la vinificazione naturale anche i rappresentanti di altri territori, tra cui diversi “cugini” Francesi, ma anche la Slovenia è stata degnamente rappresentata da Kmetija Stekar, con cui si è parlato amabilmente di vigna, calcio e concerti. Per la Spagna Barranco Oscuro, azienda nella zona di Granada che coltiva piccole vigne di oltre 30 vitigni diversi, con tutta la difficoltà che comporta rispettarne i differenti ritmi naturali, specialmente in fase di vendemmia. Fatiche però ampiamente ripagate da una straordinaria varietà di vini eccezionali, a partire dalla gamma cromatica che sviluppano nel bicchiere.

vinnatur gueli
Il valore della manifestazione voluta da VinNatur sta anche nel riferimento culturale che l’Associazione vuole offrire a chi si interessa di vino naturale.
In questo senso molto interessanti i dibattiti a margine,  come il confronto tra Sandro Sangiorgi di Porthos e Angiolino Maule, padre dell’organizzazione, sul tema del neonato disciplinare del vino naturale. Incontro che ha catalizzato l’interesse dei presenti, dimostrando come l’attenzione a questa viticultura sia uno dei temi più interessanti del momento.

Bruno Fulco

The Walking Dead 7×04: l’occhio vibrante di Rick

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“Le uniche certezze nella vita sono la morte e le tasse” recita un noto proverbio. Posso aggiungere un terzo elemento? Una certezza nella mia vita è l’occhio vibrante di Rick di The Walking Dead.

Perché quando al nostro eroe batte la palpebra vuol dire che a breve avrà qualche colpo di genio. O da matto. E questo ci piace.

L’episodio numero 4, “Service” di questa fantastica settima stagione di TWD è psicologicamente violento, molto più del primo. Negan fa la sua entrata ad Alexandria con il suo motto “Quello che è tuo è mio“. Umilia tutti gli abitanti dall’inizio alla fine, lasciando Lucille in mano a Rick: quest’ultimo più di una volta la impugna per massacrarlo di botte (è qui che gli vibra l’occhio), ma poi si ferma sempre. D’altra parte Carl, dominato dall’ormone adolescenziale, inizia a minacciare lo staff di Negan.

Carl: You should go…before you find out how dangerous we really are.

Proprio questa frase di Carl esprime il senso dell’occhio di Rick, ma anche quello del silenzio di Daryl, trasformato nel cagnolino di Negan. L’unica che non sembra aver capito l’istinto omicida insito in entrambi è Michonne a cui viene rivelata la tragica verità sulla paternità di Judith come metafora della situazione attuale, in cui bisogna per forza accettare il compromesso.

I know Judith isn’t mine. I know it. I love her. She’s my daughter but she isn’t mine. I had to accept that. I did so I could her alive. I’ll die before she does and I hope that’s a long time from now so I can raise her, protect her, and teach her how to survive.

judith-shane-the-walking-dead

Donne, amatelo. Non ci sono altre parole. Come quando Lory gli disse che l’aveva tradito con Shane e lui rispose: “Lo so“.

Tornando al presente è chiarissimo che Rick sta temporeggiando e non ha perso la sua verve, visto che non ha problemi a dire a Spencer che gli spaccherà i denti se proverà a rinominare Glenn o Abraham. Il lupo è solo dormiente…

Nel frattempo Rosita inizia a muoversi per conto proprio e forse inizierà a trovare un suo ruolo definitivo all’interno della serie, ora che molti protagonisti sono stati fatti fuori. Anche Maggie è sparita e il gruppo vuole far credere a Negan che sia morta prima che lui provi a saltarle addosso.

Ah, l’amour…

Alessia Pizzi

TicketOne lancia la piattaforma dedicata al Bonus Cultura

Ora è possibile usufruire del Bonus Cultura dedicato ai diciottenni anche su TicketOne!

 

Siamo molto fieri di essere tra i primi a rispondere alla chiamata della Presidenza del Consiglio nell’attivare un’interfaccia web che permette ai beneficiari di 18app di utilizzare i propri voucher per l’acquisto di spettacoli e di eventi culturali” – dichiara Stefano Lionetti, AD TicketOne SpA.

Con i buoni generati dalla 18app, sono infatti acquistabili su ticketone.it tutti gli eventi in offerta ad eccezione di quelli sportivi esclusi dal decreto. Sulla home page del nostro sito è presente con ampia visibilità il banner che rimanda l’utente all’area dedicata ai diciottenni beneficiari del Bonus Cultura arricchita, tra l’altro, da una specifica sezione di FAQ.

Pur essendo l’interesse dei giovani verso gli eventi di spettacolo e cultura elevatissimo, ad oggi – prosegue Lionetti – i diciottenni rappresentano soltanto l’1% dei nostri acquirenti on line su di una base utenti che supera i 4,5 milioni. Poiché crediamo che ciò dipenda anche dalla scarsa diffusione di adeguati strumenti di pagamento, confidiamo che 18app sia un valido strumento a supporto di un accesso più diffuso al nostro catalogo e che il Bonus Cultura sia molto apprezzato dai ragazzi. Riteniamo inoltre che il Bonus Cultura possa essere un valido stimolo per accedere ad eventi di interesse ancorché di minor richiamo dando ai ragazzi maggiori opportunità per allargare lo spettro delle proprie conoscenze. Allo stesso tempo gli stranieri diciottenni residenti in Italia potranno più facilmente integrarsi con la cultura del nostro Paese.”

Anche per questo motivo TicketOne è lieta di sostenere l’iniziativa a livello di comunicazione, attivando tutti i canali social, digital e tradizionali.

 

Maggiori informazioni sul sito!

I grandi compositori francesi rivivono con Rafael Payare e Luigi Piovano

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All’Auditorium Parco della Musica i grandi compositori francesi con il Direttore Rafael Payare e il primo violoncellista Luigi Piovano.

Debussy, Saint- Saёns e Berlioz eseguiti dall’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, autori diversi per un repertorio comune

Payare, il giovane direttore venezuelano, apre il concerto con L’Isle joyeuse di Claude Debussy, sembra che balli sul podio rosso, il corpo in avanti sporto verso l’orchestra quasi a entrarci dentro. Talvolta si poggia alla balaustra in ottone e con un cenno balza avanti per l’attacco. La bacchetta nella mano destra e l’altro braccio teso come a sostenere la musica. Sette minuti intensi: si percepiscono le gocce nel mare, i voli gioiosi degli uccelli, esuberante trasmette l’amore per la sua futura moglie Emma Moyse con la quale si era rifugiato sull’isola di Jersey dove la compone nel 1904. Rafael dirige con le mani e con il corpo fino alla punta dei piedi, sembra di vedere un film, scorrono immagini e ricordi, nella mente in un crescente finale spumeggiante grazie all’orchestrazione di Bernardino Molinari.

Il Concerto n.2 per violoncello e orchestra in re minore op.119 di Camille Saint- Saёns è la seconda composizione, con la magnifica interpretazione di Piovano, in un susseguirsi da Allegro moderato e maestoso a Andante sostenuto, Allegro non troppo, Cadenza a Molto allegro impetuoso e corale. Il violoncello domina la scena. Il concerto in re minore fu dedicato al violoncellista olandese Joseph Hollman che aveva ispirato il genio di Saint- Saёns nel comporre un Concerto così difficile da eseguire e di grande impegno, splendidamente interpretato da Piovano.

Il pubblico entusiasta acclama il bis, un altro regalo, prezioso, di Piovano “Le Cygne” di Saint Saёns con un arrangiamento del violoncellista di prima fila Francesco Di Donna. Struggente, sensibile e romantico, mi ha commosso nella sua intimità più profonda, il finale sospeso come un volo libero mi ha sedotto nella sua maestà. C’era un silenzio magico che si è percepito, un’attenzione quasi una religiosità.

La seconda parte del concerto di Hector Berlioz con La sinfonia fantastica op.14 sospirata, la parte iniziale dei due concerti aveva creato un’attesa lasciando lo spettatore ansioso di ascoltarla. Ho amato molto Un Bal Valse: Allegro ma non troppo, la Marche au supplice e il gran finale Songe d’une nuit du Sabbat. Nel complesso si percepisce in ogni movimento l’amore non ricambiato, di Berlioz per l’attrice irlandese Harriet Smithson. Composta tra il 1829 e 1830 otterrà la mano della attrice dopo grandi sofferenze”Questo mondo immaginario (ce monde fantastique) fa ancora parte di me, ed è cresciuto grazie all’aggiunta di tutte le nuove impressioni sperimentate man mano che procede la vita; è diventata una vera malattia. Qualche volta riesco appena a sopportare questo dolore fisico e mentale […] Ho trovato soltanto una maniera di soddisfare completamente quest’immensa fame d’emozioni, e questa è la musica”. Solo dopo che lei assistette ad una esecuzione nel 1832 “Eh bien, Berlioz, Je vous aime”, sposandolo l’anno successivo.

Intervista a Luigi Piovano:

Luigi Piovano primo violoncello solista dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia ha una grande carriera alle spalle, dopo la vincita del concorso internazionale a Santa Cecilia nel ’99 a girato il mondo suonando negli Auditorium più famosi. Questa volta affiancato al giovane Direttore d’Orchestra Payare con il quale c’è stato subito una sintonia magica che è stata trasmessa al pubblico in sala che ha accolto con attenzione questa magia insolita che si è creata.

“Il programma è stato pensato con Rafael Payare il Direttore, la scelta di compositori diversi è stata fatta con la volontà di creare un percorso e chiudere un cerchio, il primo brano, L’Isle joyeuse di Debussy è un’overture, il secondo il Concerto n.2 di Saint- Saёns è la parte centrale mentre nella seconda parte la Sinfonia Fantastica di Berlioz si trova la conclusione della parte iniziale. Erano molto ben collegati,” commenta Piovano “abbiamo corso due rischi perché il primo pezzo nasce per pianoforte e poi c’è una versione orchestrale mentre il secondo quello che ho suonato io è un pezzo rarissimo da sentire, Saint- Saёns l’ha scritta velocemente, dedicata a un violoncellista olandese (Hollman) che l’ha suonata tre anni dopo nel 1905. Si tratta di un concerto molto difficile, ha avuto la necessità di scriverlo su due pentagrammi come se fosse un concerto per pianoforte: è complicatissimo. In questo concerto ci devi entrare dentro un po’ alla volta è come se avesse dei lucchetti da aprire, l’ho inciso dieci anni fa con Piero Bellucci il grande Direttore d’orchestra poi l’ho risuonato ed ho scoperto altro, l’ho anche diretto nella Sinfonica Abruzzese senza direttore dove l’ho approfondito ulteriormente. Rimane sempre la voglia di riascoltarlo perché c’è qualcosa che non è possibile percepire la prima volta”.

santa cecilia auditorium

 

Mercoledì 16 novembre 2016 Piovano sarà di nuovo sul palco dell’ Auditorium Parco della Musica con  Alexander Lonquich al pianoforte e il quartetto di Schumann in streaming.

Sara Cacciarini

Road To Tenerife: un tuffo nell’Atlantico

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Ottava settimana, la penultima.

Vorrei rimandare la malinconia ai capitoli successivi di questa rubrica, ma lasciatemi dire che mi è impossibile scrivere senza avvisare una sensazione di vuoto all’altezza dello stomaco.

Tic-toc, tic-toc. 

Tuttavia questo non mi ha impedito di godere del sole e dell’insaziabile vista dell’oceano spumeggiante, cercando di assorbire l’aria di mare fin dentro le vene, così da conservare per il ritorno, oltre ai ricordi, l’odore di sale.

Ovviamente Tenerife non scarseggia di spiagge, e nonostante possa sembrar banale dire che siano una più bella dell’altra, vi posso confermare che la realtà dei fatti sia proprio questa, per lo meno per chi non si accontenta dei posti turistici, oppure per dirla tutta, per chi abbia la fortuna di avere come guide dei canari doc.

La spiaggia rossa.

road to tenerife

Proprio questa domenica sono andata ad una delle spiagge più amate dagli isolani, il Medano, sempre nella parte sud dell’isola, a pochi chilometri dall’aeroporto. Questo posto è famoso per la sua costa sabbiosa, dorata e fina, perdendosi all’orizzonte fino ad incontrare la montaña roja, un monte le cui sfumature variano a seconda dei raggi solari, regalando al tramonto una splendida tonalità corallo. Il Medano è anche uno dei liti più esposti ai capricci del vento, che qui batte la costa quasi instancabilmente, rendendola uno dei siti migliori per gli amanti del kitesurf, che con i loro aquiloni trainati dalla brezza affollano il cielo azzurro con un carnevale di colori.

Alla ricerca del paradiso.

Il lunedì con un gruppo d’amici e saggiamente muniti di macchina siamo invece sbarcati al Puertito de armeñime, un piccolo paesino di pescatori incastonato in una baia naturale, caratteristico con le sue casette bianche affacciate direttamente sull’oceano ed il saluto squillante dei gabbiani. Vorrei ricordare che stiamo parlando del 31 ottobre, e che il solo pensare di “despedirme” dal decimo mese dell’anno con un tuffo nell’Atlantico mi rendeva molto fiera delle scelte che mi hanno portato su questa spiaggia rincorrendo un’estate infinita.

road to tenerife

Questo posto è veramente un angolo di paradiso, un’insenatura tra le rocce che ha creato un locus amenus alla ricerca della tranquillità e della pace dei sensi. Qui al Puertito sembra essere isolati dal mondo, protetti dalle montagne alle spalle che si aprono verso l’oceano con un abbraccio materno. La natura ha creato una caletta dove l’acqua riposa limpida e serena, al riparo dalle correnti e dalle onde indomabili, dove immergendosi si perde un po’ del proprio essere un singolo per entrare a far parte di un tutto, dissolvendosi come il sole al tramonto.

road to tenerife

La giornata è lunga, e lasciata la spiaggia, proseguiamo verso il Nord, alla Laguna. Halloween è approdato con il suo folklore anche nell’arcipelago canario, e le strade verso sera si riempiono di ragazzi mascherati con la voglia di brindare. Eppure, come si sa, il mare stanca, e ancora cotti dal sole con i volti infuocati decidiamo di evitare l’ubriacatura sicura e di cenare in uno dei tanti localini ramificati tra le vie del centro storico dove gustare le specialità canarie in formato tapas.

road to tenerifeTornata a lavoro fu inevitabile la piena presa di coscienza di essere sulla via di un’esperienza che sta per finire, e come ho già introdotto all’inizio, la malinconia ha preso pieno possesso del mio stato d’animo lasciandomi un sorriso spento sulle labbra salate.

Stay Tuned!

Martina Patrizi

Gli Stati Uniti della Sila di Alessia Principe

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Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo

Direzione Generale Musei

POLO MUSEALE DELLA CALABRIA

Mostra fotografica

STATI UNITI DELLA SILA

Cosenza – Palazzo Arnone

Fino al 27 novembre 2016

Considerato l’interesse destato la mostra STATI UNITI DELLA SILA di Alessia Principe, a cura di Gemma-Anais Principe con il coordinamento scientifico di Nella Mari, allestita a Cosenza, Palazzo Arnone, nelle sale espositive della Galleria Nazionale di Cosenza, rimarrà aperta al pubblico fino al 27 novembre 2016.

La mostra propone un corpus di 28 opere tra fotografie, video e testi; tutte le opere video e fotografiche sono state realizzate esclusivamente con l’utilizzo dello smartphone, pratica artistica che, con il termine di mobile photography, è riconosciuta dalla storiografia ufficiale e dalle istituzioni museali.

Il progetto espositivo è un suggestivo omaggio al grande schermo. Gli scenari della Sila calabrese si sovrappongono ai set cinematografici di quegli Stati Uniti che, attraverso l’immaginario dell’artista, diventano pretesto per una narrazione giornalistica che accompagna le immagini esposte.

Una mostra di grande fascinazione che rende merito ad uno dei luoghi più belli della Calabria.

La Galleria Nazionale di Cosenza, diretta da Nella Mari, ricade nel Polo Museale della Calabria guidato da Angela Acordon.

La mostra STATI UNITI DELLA SILA rimarrà aperta al pubblico fino al 27 novembre 2016 e potrà essere visitata secondo il seguente orario: 10.00/18.00 tutti i giorni.

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Mostra fotografica

STATI UNITI DELLA SILA

Cosenza – Palazzo Arnone

Fino al 27 novembre 2016

Polo Museale della Calabria

Direttore: Angela Acordon

Galleria Nazionale di Cosenza

Direttore: Nella Mari

Ufficio stampa: Silvio Rubens Vivone (responsabile)

Tel.: 0984 795639 fax 0984 71246

pm-cal.ufficiostampa@beniculturali.it

The Vampire Diaries 8×04: due sirene, un morto e un sordo

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Finalmente entriamo nel vivo dell’ottava stagione con un episodio a dir poco travolgente.

Non ho fatto in tempo a parlare l’ultima volta dicendo che alla Sirena non interessa quell’inetto di Stefan, che tutte le mie previsioni si sono ribaltate! Sybil infatti è molto presa dal nostro ex Squartatore Penitente e inizia a raccontargli la sua storia.

Per farla molto breve le Sirene sono due e non sono altro che due ragazze telepatiche esiliate da un antico villaggio superstizioso nel 700 a.C. circa. Una delle due è spietata e fa schiantare, utilizzando i suoi poteri e quelli della sorella acquisita, le navi dei marinai per mangiare le provviste oppure, in mancanza di queste, i marinai stessi. Un giorno, la sorella più ingenua si suicida perché apprende di essere un cannibale e l’altra, per salvarla, vende la loro anima al primo telepatico sterminato dal villaggio, Arcadius detto “Cade” (ah, ‘sti americani…).

Sybil lo descrive come il Diavolo in persona, mangiatore di anime che ha come funzionarie le sirene procacciatrici di uomini cattivi sulla Terra.

Ecco quindi spiegata la catena alimentare: Cade mangia le anime di cui Sybil mangia le carni per restare giovane: Enzo e Damon sono stati ingaggiati per fare il lavoro sporco e trovare gli uomini malvagi. Ma perché tanto interesse per Stefan adesso?

La domanda nasce spontanea a questo punto: chi è la seconda Sirenetta cattiva?

The Vampire Diaries 8x04

Per tutto l’episodio crediamo sia Georgie, la stagista di Rick, per poi scoprire che invece si tratta di Seline, la babysitter hot. Dobbiamo iniziare forse a credere che ci sia un legame tra le Sirene e le Gemelle Magiche di Rick e Jo?  Saranno loro la chiave per sconfiggerle?

Molto sangue viene sparso durante la puntata: apprendiamo che Tyler è stato ucciso da Demon, ma non solo: entra in scena un uomo proprietario di un’officina che sembra possedere un cimelio interessante per la sirena. Demon ovviamente lo ferisce. Quest’uomo è il padre di Matt, che torna nella serie, piangente come sempre.

Che dire poi delle orecchie del povero Rick, chiuso nella grotta dell’armeria da Georgie per ordine di Seline? L’unico modo per uscire è infatti camminare senza vista e senza udito. Indovinate di cosa di è privato il nostro professore dell’occulto?

An Eternity of Misery è proprio l’episodio che stavamo aspettando: regala sviluppi totalmente inaspettati e spruzza un po’ di pepe su tutta la trama.

Alessia Pizzi

Alla scoperta del Ghetto ebraico di Roma

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Passeggiando nella storia alla scoperta di uno dei quartieri più straordinari della Capitale: ecco cosa vedere nel Ghetto ebraico e quali curiosità nasconde!

Tra i quartieri più suggestivi di Roma, un luogo di particolare rilievo spetta certamente al Ghetto ebraico, non solo a livello culturale ed artistico, ma anche e soprattutto per la forte ed importante memoria storica cittadina.
 
Passeggiando infatti tra i vicoli e le piazzette del Ghetto, si resterà incantati dalla loro bellezza ed impossibile sarà non percepire anche la malinconia e la durezza che ogni muro racconta al visitatore, angolo dopo angolo.
 
La storia del Ghetto ha un inizio preciso: nel 1555 infatti papa Paolo IV Carafa, per poter meglio controllare e sorvegliare gli ebrei presenti in città, decise di edificare un vero e proprio serraglio nel Rione Sant’Angelo, istituendo così il Ghetto vero e proprio. La popolazione si trovò così forzatamente obbligata a risiedere solo in questa parte della città, in condizioni pessime e nella massima povertà. Gli ebrei potevano infatti uscire dal Ghetto solo all’alba ma erano obbligati a rientrarvi al tramonto: appositi portoni, le cui chiavi erano in possesso di alcune nobili e potenti famiglie cristiane, venivano chiusi la notte e sempre sorvegliati dalle guardie papaline. Di tutto questo oggi non vi è più traccia perché il muraglione fu smantellato tra la fine del 1800 e i primi anni del 1900, restituendo la libertà agli ebrei, anche se la storia ci insegna che la pace non durò a lungo.
 
 

L’area del Portico d’Ottavia diventò infatti protagonista di una delle pagine più buie della storia: fu qui che il 16 Ottobre del 1943, gli ebrei del Ghetto furono radunati per essere deportati nei campi di concentramento nazisti, come testimonia una targa qui posta proprio in ricordo delle numerose vittime.

Passeggiando però lungo via del Portico d’Ottavia, arteria principale del Ghetto oggi come ieri, si può ben immaginare l’aspetto che il quartiere doveva avere in passato: numerosi palazzi posti l’uno accanto all’altro, angusti, con piccoli appartamenti in affitto in cui gli ebrei si trovavano a dover vivere, senza servizi e in pessime condizioni. Tra tutti spicca per originalità la palazzina quattrocentesca appartenuta al ricco mercante Lorenzo Manlio che presenta in facciata una bella iscrizione celebrativa alla maniera degli antichi romani. Ed è lungo questa via che si trovano i migliori ristoranti di cucina tradizionale khoser, assolutamente da provare!

Appena superato l’angolo, si nota una piccola e graziosa edicola circolare con colonnine bianche: è il Tempietto del Carmelo all’interno del quale, in passato, era custodita la miracolosa immagine della Vergine del Carmine. Questo era utilizzato, come anche altre chiese nel ghetto, per le prediche coatte che gli ebrei, il sabato, erano obbligati ad ascoltare.

 
Proseguendo oltre, si raggiunge invece piazza delle Cinque Scole, così chiamata per le Cinque Scuole rabbiniche che qui sorgevano, di cui oggi però non rimane più nulla. La parte del Ghetto che si trovava verso il Tevere fu infatti tutta demolita per consentire la costruzione degli imponenti muraglioni del fiume che di fatto proteggono ancora oggi la città dalle pericolose piene. E proprio in questo punto, nei primi anni del 1900, fu costruita la Sinagoga, il tempio ebraico più grande di tutta Europa.
 
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Percorrendo invece vicolo della Reginella, una delle stradine più caratteristiche del quartiere, si raggiungerà il punto che rappresentava in antico il limite esterno del Ghetto: piazza Mattei. Nel nome ricorda la potente famiglia che insieme ai Costaguti gestiva l’apertura e la chiusura dei portoni del serraglio. I palazzi delle due famiglie si affacciano infatti sulla piazza: Palazzo Mattei in realtà è solo uno dei cinque edifici della famiglia che in questa zona avevano dato vita alla cosiddetta “isola Mattei”, mentre più defilato, nell’angolo, si nota l’ingresso di Palazzo Costaguti. Ma la piazzetta è diventata assai famosa per la presenza al centro dell’elegante Fontana delle Tartarughe. Realizzata alla fine del 1500 da Taddeo Landini e Jacopo Della Porta, deve in realtà il suo nome all’aggiunta seicentesca delle giocose tartarughe in bronzo poste sul bacino superiore realizzate da Gian Lorenzo Bernini.
 
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Prima di proseguire da soli alla scoperta degli scorci più caratteristici del Ghetto, una curiosità è d’obbligo. Il Portico d’Ottavia, l’antico monumento edificato dall’imperatore Augusto e dedicato all’amata sorella, fu trasformato nel medioevo nella Chiesa di Sant’Angelo in Pescheria con a lato l’Oratorio dei Pescivendoli, dedicato a Sant’Andrea. Il riferimento al pesce si deve al fatto che proprio qui, si insediò un importante mercato di pesce, rimasto in uso fino alla fine del 1800, quando venne soppresso perché il Tevere, in seguito alla realizzazione dei muraglioni che proteggono la città dalle inondazioni, smise di essere navigabile.

 

 
 
Testo a cura dell’associazione culturale L’Asino d’Oro
 

Rick and Morty, quarto episodio “Night Shyam-Alieni!”

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Il quarto episodio di Rick and Morty che richiede tutta la vostra attenzione!

Benvenuti al nostro quarto incontro con Rick and Morty, se siete arrivati fin qui non avrete bisogno di alcuna delucidazione riguardo trama, meccaniche e protagonisti ma se vi siete persi la recensione dell’episodio precedente, potete leggerla qui.

“Che importa se il giorno più importante della tua vita è stato una simulazione operante alla minima capacità?”

Giornata splendida oggi, l’aria è fresca e il sole brilla alto nel cielo ma Rick si accorge subito che qualcosa non torna e, prima che Morty sveli i segreti scientifici del nonno di fronte alla sua classe stranamente curiosa, riesce a scoprire che l’ambiente circostante, persone comprese, non è altro che una fredda simulazione del mondo umano, “rappresentazioni nanobotiche”, creata da una specie aliena, gli Zigerion (“i furfanti più ambiziosi e con meno successo della galassia”) che cerca di trafugare a tutti i costi la ricetta segreta della Materia Oscura Concentrata, uno speciale carburante messo a punto proprio da Rick, che gli permette di viaggiare in lungo e in largo per l’universo e i suoi mondi alternativi.

Parte così una fuga contro il tempo per poter uscire fuori dal simulatore e ritornare a casa: prima di tutto, sarà necessario denudarsi completamente per depistare le intercettazioni, dal momento che gli Zigerion “si sentono molto a disagio con la nudità” e farsi largo in un mondo che presenta evidenti glitch ed errori di sistema. Ma come fare ad uscire da un mondo virtuale che si genera di fronte ai propri occhi e sparisce dietro di sè come un tapis roulant? Semplice, mandandone in tilt la Ram sovraccaricandola di richieste diverse! Come quando si ha a che fare con un computer molto vecchio e si apronto troppi programmi tutti insieme…

"Non ci monitoreranno qui dentro"
                                                           “Non ci monitoreranno qui dentro”

 

Questa è una di quelle puntate che farà felici quei videogiocatori che si sono sempre chiesti “Come ci si sente a vivere dentro The Sims?”. Come al solito, in Rick and Morty, attraverso un sapiente mix di umorismo e nozioni di (pseudo?)scienza, ogni tema viene affrontato in modo estremamente soddisfacente e dettagliato.

Quello che salterà più all’occhio sarà senz’altro il timpico tema della simulazione della vita vera, che sfocia tragicamente nel momento in cui qualcuno più intelligente di altri ne percepisce le minime incongruenze. Vogliamo citare Matrix e le “matrici” appunto dedicate a creare spazi di realtà simulate? In qualche modo, in Rick and Morty questo tema si riallaccia anche al Mito della Caverna di Platone, dove la realtà va ricercata in un percorso “a matrioska”, in cui bisogna saltare da uno stadio di realtà all’altro per capire quale sia davvero quella effettiva. E nonostante Rick sembri incarnare quel modello di vita che si non si fida mai ciecamente di ciò che ha intorno, gli autori vogliono comunque dare spazio anche a quella fetta di società,che invece si trova a proprio agio in mezzo a glitch, a falle del sistema e impostazioni automatiche e riesce addirittura a vedere i suoi sogni esauditi. Attraverso Jerry, infatti, che si adatta perfettamente a una realtà costruita a tavolino e che soffre nel momento in cui la verità gli viene sbattuta in faccia, con quella crudezza che solo la vita sa somministrare, gli autori propongono anche il punto di vista di chi non si accorge di cosa ha intorno e che non sa riconoscere se non qualcosa di estraneo, neanche la propria vera identità e la realtà del proprio mondo.

Jerry al 75esimo anniversario del Melino D'Oro "Devo dirvelo, stamattina non sapevo neanche che questo premio esistesse"
Jerry al 75esimo anniversario del Melino D’Oro “Devo dirvelo, stamattina non sapevo neanche che questo premio esistesse”

Nonostante Jerry sia il personaggio più bistrattato di tutta la serie, è forse uno dei più importanti poiché risente più di tutti delle calamità che di Rick e Morty portano inevitabilmente a gravitare sulla famiglia Smith come. Incarna la figura parodistica dell’ingenuo, del naif che risponde in modo quasi candido agli abusi (giustificati) di nonno Rick e che ragiona (seppur in una visione terribilmente americana) con la sua testa. Una specie di titano romantico in chiave disastrosa e patetica, senza poesia ma con tutte le carte in regola per finire sempre masticato dal mostro con i denti più affilati.

Che dire? Niente, non bisogna dire niente, solo premere Play su “Prossimo episodio”.

Tuni Laurenti

A Santa Cecilia si suona e si balla il jazz con Conrad Tao

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All’Accademia Nazionale di Santa Cecilia un concerto trascinante con musiche di George Gershwin e Maurice Ravel, con il fantastico pianista Conrad Tao.

Un concerto così non lo sentivo da tempo. La musica ti cattura sempre ma ieri, sabato 12 novembre 2016, all’Auditorium Parco della Musica è successo qualcosa di incredibile. Complici l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ed un giovane direttore già più volte da noi recensito, il colombiano Andrés Orozco-Estrada ed un giovane pianista Conrad Tao, la serata è stata memorabile.

L’inizio prometteva benissimo, con la breve ma vivace ouverture di Samuel Barber The School for Scandal, opera giovanile composta a soli 21 anni da Barber nel 1931, ispirata all’omonima commedia di Richard Brinsley Sheridan del 1777 nella quale si mettono in scene l’ipocrisia e la falsità dell’uomo. Un’ouverture scoppiante, allegra ma anche delicata.

Il brano più atteso della serata era il Concerto in fa per pianoforte e orchestra di George Gershwin, composto nel 1925 ed eseguito per la prima volta alla Carnegie Hall di New York nello stesso anno con il compositore al pianoforte. Si è trattata di un’opera complessa per quest’artista, oggi ricordato solamente per la sua Rhapsody in blue e per altre celebri composizioni come Porgy and Bess, dalla quale è tratta la celeberrima Summertime,  morto giovane a nemmeno 39 anni per un tumore al cervello nel 1937. Per capire meglio le dinamiche orchestrali e creare gli adattamenti, egli affittò un’orchestra. Il concerto di ieri sera ha visto seduto sullo sgabello nero del pianoforte il giovane pianista americano ma di origini cinesi Conrad Tao. Non ho quasi parole per descrivere la bravura di questo simpatico pianista ventiduenne nell’interpretare questo impervia e funambolica composizione. Non potrò mai scordare l’inizio del terzo movimento, dal ritmo scatenato tipico del jazz ma tutto fatto sempre con estrema pulizia, con un’orchestra ed un direttore divini. Noi tutto ci muovevamo e quasi danzavamo con loro.

Nella seconda parte della serata sono state eseguite due famose composizioni del musicista preferito di George Gershwin, cioé Maurice Ravel. La sua Rapsodie espagnole, scritta nel 1907, è ricca del folklore tipico spagnolo ma anche di suggestioni notturne, mentre invece è un ritmo scatenato quello del celebre Bolero del 1928, durante il quale lo stesso tema musicale viene ripetuto in maniera costante partendo da un pianissimo dei legni fino a coinvolgere tutta l’orchestra in un moto quasi orgiastico, con il tamburo che, dall’inizio alla fine, segna costantemente il ritmo, senza mai fermarsi.

Un successo meritatissimo con un pubblico scatenato, in piedi e festante di applausi.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Musacchio & Ianniello)