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House of Cards, una 4° stagione ancora più cinica e brutale

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E così, anche la quarta stagione di House of Cards è passata.

O meglio, non per tutti, o per altri già è finita da molto tempo, poiché come suo solito Netflix, il servizio streaming americano, ha distribuito tutti i 13 episodi online in un solo giorno, lo scorso 4 marzo.
Quindi occhio, la recensione che segue è strettamente SPOILER.
Dopo due stagioni folgoranti, la 3° stagione di House of Cards è stata altamente deludente. Il più grosso difetto, che ha coinvolto e trascinato tutti gli episodi, è stata la normalizzazione di un racconto che di normale non aveva nulla. In particolare, i problemi che hanno affossato la stagione sono stati due:
– l’approccio da melodramma al rapporto tra Frank e Claire, che da coppia diabolica e mai vista prima si sono trovati di fronte i problemi di un normalissimo matrimonio (con scelte oltretutto incoerenti per il personaggio di Claire);
– Frank come presidente, che ha frenato tutta l’eccitazione e il fascino delle stagioni precedenti (la corsa è sempre più ipnotica della meta, e vederlo conservare il potere non era certo così accattivante) e lo ha costretto a prendere decisioni per il bene di tutti, lui che pensa solo al suo bene, soprattutto inserendo questioni del mondo reale ha spostato la serie da tragedia shakespeariana al campo del realismo, gettando il velo su tutte le cose ridicole prima perdonate in nome dell’allegoria.

 

 
House of Cards nella terza stagione, in poche parole, non era più la serie di cui si sono innamorati in tantissimi. Questa nuova 4° stagione ci ha messo un po’ di episodi ad ingranare (nella prima metà molti errori sono stati reiterati), ma poi è riuscita a correggere esattamente quei due difetti, segno che pure gli autori si sono accorti degli sbagli commessi lo scorso anno.

 

Frank non è certo uscito dalla Casa Bianca, ma finalmente gli è stato dato il materiale giusto: prima le primarie del partito, poi la corsa all’elezione presidenziale. Qui non c’è da conservare, qui c’è una sfida da vincere a tutti i costi, e in queste occasioni vediamo il vero Frank Underwood, quello che deve raggiungere un traguardo e vuole riuscirci tra macchinazioni e manipolazioni brutali. Oltretutto ha finalmente un avversario all’altezza, il governatore repubblicano Conway col quale le interazioni sono sempre state fantastiche.
Il rapporto con Claire è finalmente tornato quello macbethiano degli inizi, e anzi Robin Wright ha avuto a disposizione molto più minutaggio e materiale, dimostrando un’intensità notevole che la rende ormai co-protagonista della serie a tutti gli effetti (e il fotogramma finale in cui pure lei diventa consapevole del pubblico è da brividi). I due personaggi funzionano splendidamente insieme, il loro rapporto e la loro routine non è paragonabile a nulla di quanto visto prima in tv e anche al cinema, e rende ogni scena tremendamente affascinante.
House of Cards è tornata una serie fatta di macchinazioni e tensione, intrighi e sorprese, in cui non sai mai cosa può accadere, ma sicuramente sarà qualcosa che rompe ogni volta lo status quo. Qualche problema c’è ancora – la difficoltà nel trattare temi di politica reali, il lato dell’indagine giornalistica troppo complesso con continui cambi di personaggi, la sottotrama forzata del controllo dati – ma nel complesso House of Cards si è rimesso in piedi e, complici pure le interpretazioni titaniche dei due protagonisti, ha destato una curiosità immensa per il resto della storia, smentendo chi, come il sottoscritto, pensava il materiale interessante fosse già esaurito. Ha dimostrato soprattutto di riconoscere i propri errori e tramutarli in vantaggi narrativi, un pregio che pochissime serie sanno sfruttare.
Emanuele D’Aniello

Violetta Carpino e il suo inno alla frangibilità (non solo femminile)

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Nella IV edizione di LA MENTE ARTISTICA – GIOVANI DONNE ARTISTE A CONFRONTO, tenutasi dal 22 al 26 marzo presso il Teatro dei Dioscuri al Quirinale di Roma, protagoniste assolute sono le donne, 120 per l’esattezza, provenienti da tutto il mondo.

 
ITALIA: VIOLETTA CARPINO – ESSERI FRANGIBILI
 
L’avevamo lasciata con “Ascolto fetale“, opera di street art realizzata in occasione di Caleidoscopio, presso l’ex Manicomio Santa Maria della Pietà di Roma, e la ritroviamo con “Esseri frangibili“, una pittura a olio su specchio, dove della superficie riflettente, però, resta visibile solo una minima parte.
L’opera è facilmente identificabile come un autoritratto: l’artista femminile, nel raccontare le donne, prende se stessa come modello e rappresenta una figura forte, aggressiva, dove spiccano gli occhiali da sole, quell’unico dettaglio che rivela lo specchio sottostante. L’osservatore, infatti, può guardare i propri occhi nello sguardo nascosto della donna ritratta, su un supporto volutamente celato ed estremamente fragile. Cosa vuole dire dunque, essere frangibili? Sotto quella pittura dai colori arroganti, quell’atteggiamento di ostentata durezza, la donna cela un animo di vetro, che non vuole manifestare – sia chiaro – freddezza, bensì delicatezza.

Esseri Frangibili sconcerta per la potenza simbolica che esercita nel mostrare la precarietà, dimostrando che questo non significa il vano bagliore di un fuoco fatuo, ma al contrario il divampare dell’esistenza nel qui ed ora.
[Mario Davide Roffi, studente di medicina e organizzatore del Cineforum Linee di Confine]

In un mondo dove finalmente la donna può esprimere se stessa senza essere giudicata, rivelando anche i tratti più selvaggi, spesso ci si dimentica della sua interiorità. Ecco che impera la forza di un selfie, la bellezza ostentata e modificata, l’apparente perfezione. Dietro questa fallace esteriorità, l’artista mette in evidenza la spiritualità muliebre, che da singolare diventa universale, da femminile diventa asessuata, andando a rispecchiare l’atteggiamento della società in toto.

Siamo esseri frangibili, è vero. Ma non deboli. E anche se lo fossimo, perché dimenticare, occultare, se non sopprimere, la nostra natura? Perché essere altro da noi nel frustrante ed irrealizzabile tentativo di simulare modelli falsi e omologati? Il processo di disumanizzazione può davvero alleggerire l’animo umano? E perché dimenticare la propria mortalità, immaginando di aver intrapreso la via per l’onnipotenza?
[Serena Di Giovanni, Critica d’Arte e Redattore di Periodico Italiano Magazine e Laici.it]

Con una performance davvero emotiva, la Carpino ha voluto palesare il messaggio della propria arte: è in posa come la donna che ha ritratto; nuda, con solo una giacca di pelle sul busto, un cappello in testa, e un sigaro in bocca. Incede lenta con un martello in mano verso il ritratto di se stessa. Sta per colpirlo. Improvvisamente si ferma, è incerta, torna indietro, fissa gli spettatori ad uno ad uno. Come uno zombie, si trascina nella sala. Negli occhi di chi la osserva sembra trovare il coraggio che le serve: finalmente decisa, prende un respiro, corre, e colpisce con determinazione la propria immagine, poi getta il martello. Si libera infine anche degli occhiali e del cappello, per poi riflettersi nelle lenti ormai rotte dello specchio. Si leva anche le scarpe e così, privata di ogni orpello, di ogni apparenza, vaga a piedi nudi fissando ancora una volta, con sguardo smarrito e commosso, gli spettatori, prima di lasciare la folla immersa nelle sue riflessioni. L’artista, con fatica, ha sollevato il velo delle sue falsità, ha rotto lo specchio delle sue brame, mostrandosi frangibile sotto i capelli rossi e le labbra di fuoco.

Violetta Carpino ha creato un’atmosfera molto particolare, c’era stupore, paura ed entusiasmo. Il pubblico era trasportato da una sensazione all’altra, l’artista lo stava sfidando: era contro di lei, poi con lei.
[Annacarla Merone, una delle organizzatrici della mostra]

L’artista definisce la performance un invito alla Verità e all’Umanità. Oggi l’Anima è mascherata e soffre, manifestando il proprio latente disagio con svariate nevrosi e depressioni. La maschera femminile grava maggiormente a causa dell’ostentazione di forza che le donne hanno dovuto attuare per far sentire il proprio grido di emancipazione. Ma tutti questi sforzi di rubare l’immagine all’uomo solo per ottenere la parità sono stati davvero faticosi, e forse attualmente possiamo tentare di ottenere ciò che ci spetta rispettando la nostra natura di donne, senza plasmare il nostro spirito per renderlo simile a quello maschile, che ha sempre avuto tutto senza dover chiedere niente. “Fa paura guardarsi a distanze tanto ravvicinate tra sconosciuti perché non siamo più abituati a conoscerci, toccarci, odorarci e ascoltarci senza udirci – afferma Violetta – i social network stanno distruggendo i rapporti umani, stanno creando potenti scudi e massacrando la possibilità che abbiamo di sentirci, sentire profondamente non solo gli altri, ma noi stessi. Dobbiamo amarci, accettarci, cullare la nostra identità frangibile se vogliamo sentirci liberi di riconoscere chi siamo. Togliere quelle lenti che ci rendono impenetrabili, mostrarci indifesi e vulnerabili può divenire la nostra unica salvezza.”
Alessia Pizzi
Collage fotografico realizzato con le foto di Matteo Nardone

Prosegue il DOIT Festival: ecco i protagonisti della settimana

Il 29 marzo ricomincia l’avventura del DOIT Festival – Drammaturgie Oltre Il Teatro – con il suo cartellone ricco di teatro, danza, performance, narrazione, dibattiti con giovani critici e progetti per il sociale.

Molto più che un classico festival di teatro contemporaneo, il DOIT è un giovane e ambizioso progetto di promozione culturale che supera i confini del genere teatrale tradizionale, per abbracciare il mondo letterario e dell’editoria e quello dell’impegno civile e della contaminazione artistica tra i generi.

Di seguito il programma della terza settimana

29 | 30 MARZO
BUKOWSKI

A NIGHT WITH HAN
scritto da Francesco Nikzad
diretto e interpretato da Roberto Galano
Premio “Miglior testo” Festival Voci dell’Anima 2013
Teatro dei Limoni – PUGLIA
Io non sono Bukowski. Charles non era Bukowski. E nessuno sarà mai Bukowski. C’è qualcosa di nascosto, protetto dai litri di alcol che marciscono nel fegato, dalle perversioni e dall’odio per il mondo (Roberto Galano)
Bukowski. Un fragile ubriacone perdente o un angelo con le ali di carta che si bagnano alla prima goccia di pioggia.
Esiste una notte per scoprirlo. La notte ipotizzata dall’autore Nikzar in cui succede qualcosa di particolare nella vita del celebre scrittore americano, qualcosa che lui non ha mai raccontato.
Una sua presa di coscienza, intima e appassionata, che divide il mito dell’autore dal fragile ubriacone perdente.
Una notte con Hank.

31 MARZO | 1 APRILE

L’INTRUSO
di e con Davide Tassi
regia Francesca Rizzi
Spettacolo ospite Roma Fringe Festival 2015 per la sezione “Scena Romana”
Rapsodie Produzion – LAZIO
Niente è ciò che sembra.
Attraverso un intenso stream of consciousness, un uomo racconta in maniera maniacalmente accurata e coinvolgente se stesso e il suo mondo.
Nell’atto di auto-rivelazione che lo vede protagonista e osservatore, egli si svela, misurandosi con le proprie angosce e frustrazioni, con i ricordi, le manie, le psicosi.
Non cede mai nel mostrare i lati oscuri della propria esistenza e di quella dei suoi colleghi d’azienda, tutti omologati, tutti atti a svolgere con ipocrisia il loro ruolo sociale.
Così l’uomo, l’intruso, sfida lo spettatore a fare i conti con la società dell’apparenza, tra follia e realtà, tra immagini di un’infanzia mai vissuta e di una vita condotta ai margini di una società intrisa di finto perbenismo, spingendoci a rimettere in discussione le nostre certezze e a domandarci da che parte stiamo.
2 APRILE ore 21

3 APRILE ore 17.30
Spettacolo Ospite

LE FAREMO SAPERE
di e con Massimo Mirani
regia Daria Veronese
Capsa Service – LAZIO
La grandezza fabulativa di Massimo Mirani e l’interazione con le proiezioni di filmati originali d’epoca trasportano lo spettatore in un viaggio alla ri-scoperta del cinema degli anni Sessanta e Settanta, attraverso il fil rouge della vera storia tragicomica di un attore.
Gli aneddoti di un’esistenza e i tormenti amorosi, le speranze di successo e le attese, i ricordi, i sogni, le allucinazioni faranno ripercorrere il periodo storico del grande cinema italiano: dal
poliziesco, fatto di inseguimenti in macchina in mezzo al traffico, di immagini rubate senza i permessi della questura e di sparatorie tra la folla ignara al cinema “educato” di oggi.
Un mondo scomparso…
DOIT Festival – Drammaturgie Oltre Il Teatro – II EDIZIONE

TEATRO PLANET, Via Crema, 14 – Roma
Spettacoli in concorso dal martedì al venerdì ore 21
Spettacoli ospiti sabato ore 21 e domenica ore 17.30
Per info e prenotazioni: ufficiostampa@chipiuneart.it
cell. 3208955984 (dalle 15 alle 20)
È possibile ritirare biglietti e abbonamenti presso il botteghino del Teatro Planet a partire dall’8 marzo.
Biglietti: intero 10 euro; ridotto (over 65 e under 25) e ridotto gruppi (>6 persone) 8 euro, studenti 5 euro
+ 2 euro di tessera associativa Teatro Planet (solo al primo accesso)
Abbonamento studenti componenti della GIURIA GIOVANE
8 spettacoli – 40 euro
+ 2 euro di tessera associativa Teatro Planet (sola al primo accesso)
Abbonamenti adulti:
12 spettacoli – 84 euro
8 spettacoli – 64 euro
6 spettacoli – 42 euro
4 spettacoli – 28 euro
+ 2 euro di tessera associativa Teatro Planet (solo al primo accesso)

Anticipazioni dell’ultima settimana

5-6 aprile
GRETEL E TUTTI GLI ALTRI
di Susanna Mannelli
con Marcella Pelleranno
luci Matteo Culurgioni
Gretel è sola. A poco a poco si accorge che nella sua solitudine riesce ad aprirsi a un ascolto “speciale”, quello della Natura che si rivela. Tra un enigma da districare e la paura da addomesticare, fa il suo viaggio di crescita che potrebbe essere lungo un anno o breve come una notte. E’ il racconto performativo e visuale, evocativo e suggestivo, di un viaggio attraverso la paura; un rito di iniziazione che coinvolge grandi e piccini.
Cronopios Botti du Shcoggiu Ass. Cult – SARDEGNA
7-8 aprile

FROM PINOCCHIO
regia Emiliano Russo
coreografie di Monica Scalese
con Gabriele Anagni, Flaminia Cuzzoli, Valerio D’Amore, Diletta Masetti, Ottavia Orticello, Gianluca Pantosti, Monica Scalese
Premio Migliore regia e Miglior progetto internazionale Festival SETKANI/ENCUNTER di Brno – Repubblica Ceca
Performance di teatro-danza ispirata alla celebre fiaba di Carlo Collodi: il percorso di formazione del burattino che diventa un bambino consapevole delle proprie scelte, maturate sui cadaveri dei propri errori. Lo spettacolo, concepito attraverso segmenti drammaturgici e coreografici altamente simbolici, racconta come da Pinocchio possa nascere
l’uomo nuovo in grado di modificare se stesso e il mondo circostante, scardinando i rapporti e i comportamenti imposti dalla cultura dominante.
Upnon Ass. Prom. Sociale – LAZIO
9 aprile DOIT Festival per il Sociale ore 21

UGUALI, UGUALI, TUTTI I GIORNI UGUALI
Mise en éspace a cura di Capsa Service tratta dai testi Lenta cavalca nel tempo la prossima ora, Il carcere è stato inventato per i poveri e I giocattoli di Dio realizzati dai detenuti del carcere di Rebibbia.
regia Daria Veronese
Proiezione del cortometraggio BREAK THE WALL
regia Davide Di Nardo
Pixelcake Visual Factory
una produzione Azimut/Cesp
progetto ideato dagli studenti ristretti del carcere di Rebibbia, IISS “Von Neumann” – Roma

10 aprile ore 18 – Gran Finale
Premiazione dei vincitori del DOIT Festival, II edizione 2016
Premiazione dei vincitori de L’Artigogolo II edizione, concorso di drammaturgia contemporanea

Il Joker di Citizen X al Teatro Planet

Citizen X: un documentario teatrale di pagliacci manipolati

Torniamo a questa seconda edizione del DOIT Festival, presentata quest’anno al Teatro Planet di Roma. Lo spettacolo della sera del 18 marzo è Citizen X, già ospite al Roma Fringe Festival 2015 per la sezione “Scena Romana” e promosso dall’associazione culturale “La casa della locusta”; regia di Manuela Rossetti, con Antonella Civale, digital performer Simone Palma e musiche originali di Mauro D’Alessandro. Ha condotto il dibattito Renata Savo di Recensito.
Teatro Planet
Ombre e meccanismi in proiezione.
Diviso in episodi, Citizen X catapulta in una realtà distopica e soffocante, immersa nella penombra di cupi monolocali. C’è sempre un vecchio televisore a tubo catodico ad illuminare il volto di chi guarda. Sono angoli contesi tra tende e finestre immaginarie: proiezioni di un computer che materializza video sul fondale e impone al “cittadino” di turno di interagirvi. È una chiara esemplificazione delle diverse sfaccettature di questa fotografia tematica del presente: l’attrice è sempre la stessa e dalle sue parole, dalla sua gestualità spezzata, confusa, affannata, ne derivano le declinazioni di una pluralità di persone. Cittadini anch’essi, di corsa nella realtà metropolitana, acquisiscono per brevi istanti lo status di personaggi a sé stanti, per poi ritornare come angosce e travestimenti della stessa donna, in cerca di lavoro e di un riconoscimento nella società liquida. Questa atmosfera occlusiva e fumosa sfiora il noir e ammicca al cinema di fantascienza del secolo scorso, trasportando con sé un profondo respiro di italianità, di cui sono intrisi i dialoghi ed i temi. È perciò la resa sul palco di un presente che, seppur generalizzato e dalle scenografie adattabili a qualsiasi luogo, risponde ad un contesto che resta locale, romano. Cambia perciò il linguaggio, non in senso fonetico e lessicale, ma nell’ambito dei contenuti, dei rimandi comuni. La religione si trasforma così nel colore dell’intercalare di una madre al figlio, come un modo per chiudere un discorso: alla miseria moderna del ragazzo di non poter essere indipendente con un proprio impiego; all’eccesso di tempo libero; all’incubo di non poter mai “puzzare” di lavoro come i propri padri, si può rispondere solo col messianismo di un “Dio t’aiuti!”
La realtà che emerge è quella di una generazione che cerca disperatamente di rientrare in un sistema produttivo. È ormai definitivamente svelato il suo mondo utilitarista e disumanizzato, che richiede come tessera d’ingresso la trasformazione in pagliacci, la cui unica personalità permessa è quella richiesta per il colloquio. Citizen X diventa allora un viaggio di formazione che non arriva da nessuna parte e s’impantana in un incubo, dove il volto truccato in modo grottesco della donna e il sorriso di un Joker in cerca di lavoro diventano il punto pivotale di un canto corale della disoccupazione. “Manipolatori di pagliacci […] rubate i miei sogni // senza parlare mi offendete.
© Walter Mirabile
Foto di Walter Mirabile – La maschera
Citizen X si ricollega al cinema, facendo eco a Citizen Kane di Orson Welles (Quarto Potere) del 1941. Si decide, come ormai è diventata prassi del gusto teatrale, di integrare una commistione di più tecniche visive. Con una sola attrice sul palco, la scenografia che la circonda, essenzialmente costruita tra proiezioni virtuali ed un televisore, si fa un amalgama incombente, arricchito da musiche originali. Se però la scelta è di grande atmosfera, ne deriva comunque un senso di confusione involontario: in un’ora di spettacolo sono concentrati decine di espedienti, tecniche, suggestioni, prove. La densità del presente giustifica un approccio che sappia rispecchiarla, ma il rumore che risulta nella rappresentazione è segno di una mancanza d’esperienza. Come la stessa regista ha ammesso, Citizen X nasce da un percorso di ricerca; come tale, non può considerarsi ancora concluso. Documentare la contemporaneità è però una necessità e chiunque decida di abbracciare lo scopo ha il dovere, allo stesso tempo, di continuare ad evolvere il proprio lavoro, così come il presente avanza di giorno in giorno, svelando il proprio schema. Le atmosfere dello spettacolo sono ben individuate, così come il punto di vista italianizzato e localizzato. Il continuo declinarsi di persone nella medesima attrice rendono l’idea delle fiumane urbane, in viaggio tra treni, uffici, rampe di scale e piccoli appartamenti. Fondamentale è l’aver chiamato in causa la figura del pagliaccio. Di contro, però, altre componenti di Citizen X mancano di maturità tematica; rimanere alla superficie delle cose significa avallare il luogo comune piuttosto che la verità, ovunque essa si trovi. Una fotografia del proprio tempo, trasmessa dal teatro, deve saper scavare in profondità, in modo da svelare quanto il mondo disperatamente cerca di tenere nascosto. È la radice del presente a chiedere allo spettacolo di essere portata alla luce e a imporre a Citizen X un salto verso un’ulteriore elaborazione.


Gabriele Di Donfrancesco

“Radio and Juliet”, da Shakespeare ai Radiohead

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Romeo e Giulietta, capolavoro Shakespeariano senza tempo, è sicuramente una tra le opere soggette a rivisitazioni e restyling di ogni genere. 

@Massimiliano Fusco

Audace a tal proposito è la scelta di Edward Clug, direttore e coreografo del Balletto Sloveno di Maribor, di rileggere la vicenda dal punto di vista coreutico in chiave piuttosto insolita, scegliendo le sonorità di una tra le più popolari band inglesi: i Radiohead. Dopo la tournée in Belgio, Grecia, Croazia, Olanda, Portogallo, Serbia, Francia, Israele, Singapore, USA e Corea, martedì 22 e mercoledì 23 marzo, lo spettacolo intitolato “Radio and Juliet” è approdato sul palcoscenico del Teatro Brancaccio di Roma, decisamente gremito nonostante la messa in scena infrasettimanale.

In linea con la scelta di utilizzare il rock alternativo dei Radiohead“Radio and Juliet” si propone sicuramente di rivisitare l’opera di Shakespeare in chiave moderna, proponendo la famosa storia d’amore in un tempo presente che rimanda all’attualità. Sin dal primo momento ciò che colpisce è un’idea di Giulietta lontana anni luce da quella a cui solitamente siamo abituati: la Giulietta di Clug, interpretata dalla danzatrice Tijuana Križman, si presenta in scena in guêpière, sfoderando un sensualità del tutto assente nel testo elisabettiano. Intorno a lei sei uomini in abito scuro, interscambiabili l’uno con l’altro, eccezion fatta per fisionomia e corporeità, protagonisti di quel che resta della trama Shakespeariana. Davvero poco, infatti, è possibile rintracciare dell’opera originale: sul palco si susseguono duelli, passi a due e pezzi coreografici d’insieme che vagamente sembrano rimandare ai personaggi originali, alla peste (individuata presumibilmente tramite alcune mascherine chirurgiche indossate dai danzatori), e infine alla tragica morte dei due protagonisti.
L’allestimento è semplice, quasi scarno. I pezzi coreografici si alternano, infatti, ad alcuni filmati che scorrono sul fondale, guidando lo spettatore all’interno di una casa semi vuota e priva di arredamento nella quale si aggira una Giulietta sola e disincantata. La danza è veloce, secca, scattosa e meccanica, salvo a tratti lasciarsi andare a movimenti più delicati, intimi e sinuosi. La forza espressa dalla presenza maschile, simbolo di un conflitto interiore che sfocia addirittura in alienazione, si contrappone a una sensualità propriamente femminile, fatta di braccia che si muovono leggere e delicate. Nonostante il gesto coreografico cada inesorabilmente su ogni accento musicale, spesso si ha l’impressione che lo stesso non sfrutti appieno le sonorità dei Radiohead, in particolar modo della voce. Del resto la musica della band inglese rischia di accompagnare mestamente lo spettacolo senza forse spiccare come dovrebbe, finendo per non rendere giustizia a una discografia di indubbio successo. 
Se quindi da una parte il coreografo Edward Clug traduce questa storia presentando una moderna visione di Giulietta, una donna che richiama alla memoria amori incompiuti secondo “una sorta di retrospettiva di un amore non realizzato”, dall’altra limita il corpo di ballo delineando una coreografia piuttosto ripetitiva e prevedibile, che poco valorizza i danzatori. Lo spettacolo scorre dunque veloce senza entusiasmare il pubblico (almeno non tutti), ma al tempo stesso senza tradire apparentemente le aspettative di chi, affezionato ai Radiohead, lascia il Brancaccio complessivamente soddisfatto.
Francesca Pantaleo

Tra il buio e l’orizzonte, si danza al Teatro Argot Studio

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Due soli per un fine settimana dedicato alla danza al Teatro Argot Studio: “Moto Perpetuo – prima deviazione” di Anna Basti e “Horizon” di Manfredi Perego.

Un weekend dedicato alla giovane danza, purtroppo con non abbastanza spettatori, al Teatro Argot Studio, che dal 18 al 20 marzo ha ospitato i coreografi Anna Basti e Manfredi Perego. Due artisti molto diversi per formazione e strade di ricerca che hanno presentato al pubblico due lavori accomunati dalla brevità e dalla forma solistica; d’altronde, tra la scelta e la necessità, il panorama della danza italiana si riempie incessantemente di soli, lavori individuali per un unico performer, quasi sempre, come in questi casi, riconoscibile nel coreografo stesso. 
Moto perpetuo – prima deviazione di Anna Basti
Moto Perpetuo – prima deviazione di Anna Basti è un percorso che nasce tempo fa, presentando qualche timido accenno all’interno di DNAppunti Coreografici del REF 2013. Dopo due anni e mezzo si ripresenta, nella prima fase, immutato nella forma, ma certamente maturato nella qualità drammaturgica e nella sua forza visiva.
Buio. Il corpo della danzatrice emerge disarticolato e scomposto da sorgenti di luce che infrangono il denso vuoto creato dall’oscurità. È all’interno di questi “buchi” di luce, che prendono i tratti di vuoti d’aria nei quali nutrirsi, che ha inizio un movimento di membra, muscoli e ossa in un primo momento totalmente disumanizzante; importante lo sforzo necessario a comprendere che cosa si sta guardando. Lentamente l’occhio si abitua al buio, intravede (o forse immagina) segmenti di corpo che poco a poco arrivano a formare una figura umana. La performer prosegue in bilico tra la necessità di muoversi nella luce e l’impossibilità di venire allo scoperto. Una fonte di luce tersa e dai contorni indefiniti viene dall’alto, è il momento di lasciarsi bagnare completamente, non prima di qualche istante di timore, ed eccola: una persona.
I capelli sul viso sembrano un’ulteriore strato di protezione, un modo per continuare a nascondersi, ma il corpo ha preso vita. La luce sale, una luce calda e sempre più forte che le arriva dal fondo e colpisce lo spazio dello spettatore, che entra a far parte dello spazio scenico. Troppa luce. Il corpo, nuovamente, perde i suoi contorni e si lascia immergere, nel suo dinamismo continuo, da questa calda, forte e troppa luce. (guarda il promo della performance qui)
Horizon di Manfredi Perego
Ancora un inizio nel buio, anche se durerà solo pochi secondi, per Manfredi Perego, che dà il via ad Horizon con il rumore/soffio del suo corpo sonoro fatto di movimenti rapidi e invisibili.
Un’atmosfera vibrante e indefinita, dai colori di un timido tramonto, così come lo è quella creata da uno sguardo lontano verso una linea inesistente che divide il cielo dalla terra, uno sguardo che produce un paesaggio immaginario, profondamente connesso e vero nella percezione umana, nel quale potersi perdere lungo un viaggio emotivo interiore.
Un movimento che sembra non poter mai trovare una fine, caratterizzato da una forte presenza scenica del performer; palpabile la qualità dell’attenzione in ogni gesto, nella lentezza così come nella velocità che trasforma i contorni di movimenti lanciati nello spazio nel continuo ascolto di linee e direzioni invisibili. Inevitabile il collegamento ad una qualità cinetica che ricorda le arti marziali, disciplina che Perego ha praticato per diversi anni.
Horizon è una strada che porta ad un luogo dai contorni sfumati, interno ed esterno al tempo stesso, uno spazio e un tempo che non esiste se non per definizione, per scelta. Ed è il corpo a poter scegliere di entrarvi. (guarda il promo della performance qui)
Chiara Mattei

Love & Mercy, il confine tra genio e follia

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Il genio e la follia sono due parenti strettissimi, anzi, due facce della stessa medaglia, non lo scopriamo certo ora.

Ciò che però conta sapere è che la gestione dei due aspetti, e soprattutto il dominio dell’uno sull’altro, dipende da molti fattori esterni. Love & Mercy racconta la bizzarra storia di Brian Wilson, fatta di successi e ombre devastanti, ed esplora come l’impossibilità di gestire il genio e la folla possa portare alla distruzione di un talento enorme.
L’incredibile numero di biopic musicali finora realizzati quasi compone un sottogenere cinematografico a sé stante, ma finora tra i grandi artisti arrivati al cinema non c’è mai stato Brian Wilson, fondatore e mente creativa dei Beach Boys, uno dei più grandi gruppi degli anni ’60. Il rischio più grosso era quello di realizzare un biopic standard, classico sia nella linearità della narrazione sia nella cronologia degli eventi, ma la vita di Wilson non è mai stata lineare e il suo racconto non lo meritava: il regista Bill Pohlad e lo sceneggiatore Oren Moverman (uno che ha scritto pure Io Non Sono Qui, quindi di biografie non convenzionali su musicisti se ne intende) hanno approcciato la materia senza convenzioni, senza punti fermi, quasi provando ad entrare, eviscerare e poi mostrare brutalmente al pubblico i torbidi labirinti di una mente geniale ma al tempo stesso ferita. Wilson è interpretato da giovane da Paul Dano, e nella maturità da John Cusack, con i piani temporali che si sovrappongono continuamente senza criterio, proprio per far perdere punto di riferimento allo spettatore, e con i vari progressi della malattia mentale che assorbono tutto ciò che trovano.

 

Un comune denominatore tra le due fasi temporali però c’è: la figura paterna. Parlando all’inizio della gestione di genio e follia, il film ci ricorda che a disintegrare il talento di Wilson è soprattutto il costante conflitto col padre da giovane, una figura ancorata al passato che non ne ha mai capito le qualità a fondo, e col dottor Landy da adulto, un truffatore che ha letteralmente prosciugato ogni sprazzo di vera vita.

 

Love & Mercy è una straziante indagine psicologica che non diventa mai pesante, o troppo drammatica, grazie allo sfondo colorato e musicale degli anni ruggenti dei Beach Boys (il lavoro sul sonoro e l’intensa interpretazione di Paul Dano sono la ciliegina sulla torta) e grazie alla speranza incarnata dal personaggio di Elizabeth Banks. Dopotutto come detto conta la gestione della malattia, e circondarsi di musica e amore, che per una figura come Brian Wilson sono essenziali, è un aiuto inestimabile.
 
Emanuele D’Aniello

Libri Come: Sophie Kinsella si racconta ai fan

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La creatrice della “saga dello shopping” è stata a Roma per la gioia di numerosi fan, accorsi in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo all’Auditorium Parco della Musica.

Una delle autrici inglesi più amate, Sophie Kinsella (pseudonimo di Madeleine Wickham) è stata ospiti a Libri Come, rassegna letteraria tenutasi all’Auditorium Parco della Musica di Roma dal 18 al 20 marzo 2016. L’autrice ha incontrato i suoi numerosi fan, raccontandosi e presentando il suo nuovo romanzo della saga dello shopping, “I Love Shopping a Las Vegas” dove la famosa shopaolic Becky Bloomwood torna in una nuova divertente avventura.
Nel 2000 uscì il suo primo romanzo di successo, I Love Shopping, che fece scalpore grazie alla sua scrittura innovativa e all’ironia e il divertimento che la Kinsella mette in ogni suo libro. Ecco cosa ha raccontato al suo pubblico.
Come sei arrivata a costruire la tua personale voce, riconoscibile nel mondo letterario?
Ho scritto numerosi libri quando avevo 20 anni, amavo scrivere ma ero ancora lontana dai miei personaggi. Poi ho capito che ci vuole coraggio per essere onesti quando si scrive e che è importante essere autentici. Così, ho deciso di usare uno pseudonimo, in modo da non avere problemi a scrivere quello che sentivo, in modo divertente e ironico senza sembrare una piazza agli occhi di chi mi conosceva.
Il tuo successo maggiore è arrivato con la “saga dello shopping”, cosa ne pensi tu di fare shopping?
La gente fa shopping in modo diverso, ma penso che per noi donne sia qualcosa di mistico. Lo shopping e arrivare al piacere pian piano per noi, per me è un piacere sperimentare nello shopping, penso che ci siano una marea di caratteristiche che non tutti riescono a cogliere.


Nella tua carriera avrai avuto sicuramente numerosi modelli…

Certo! Ad esempio Jerome K. Jerome è uno dei miei idoli, amo la sua giocosità innocente e sicuramente mi sono ispirata a lui nello scrivere. D’altronde a noi inglesi piace ridere, non prendiamo le cose molto sul serio, anche nei momenti più difficili. È proprio questo humor inglese che io inserisco nei miei libri e nelle storie di Becky.
Scrivi almeno un libro all’anno, ma dove trovi l’ispirazione per tutte queste storie?
Beh sicuramente ho un sacco di cose di cui parlare. Prendo ispirazione da qualsiasi cosa mi succede nella vita, quando sei una scrittrice riesci a captare tutto ciò che è interessante. Inoltre, ho una calamita per le persone che hanno voglia di parlare, mi confidano cose, storie belle e brutte che capitano nella loro vita e io da lì prendo spunto per i miei personaggi.
Sei ormai una scrittrice di grande successo, ma quali sono le difficoltà di questo lavoro?
Se devi scrivere è un mix di ispirazione ed emozione, poi ci sono settimane di lavoro duro ed è in quei momenti che serve una grande tenacia per riuscire a finire quello che hai iniziato. Ho cinque figli e un marito meraviglioso, che mi aiuta e mi sostiene in tutto quello che faccio. A volte non mi stacco da ciò che sto scrivendo per giorni, e senza di lui che mi aiuta non sarebbe possibile. Però resistiamo tutti, soprattutto io nei momenti di crisi poi mi dico che voglio sapere la storia come finirà e mi metto al lavoro. Una volta finito faccio leggere ciò che realizzo a mio marito, se lui ride allora vuol dire che funziona.

Ilaria Scognamiglio

Nozze d’argento a Spoleto per la giovane danza internazionale

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La Settimana Internazionale della Danza di Spoleto compie 25 anni rinnovando, ancora una volta, il profondo legame tra la città umbra e l’arte tersicorea.

Si è conclusa, sabato 19 marzo, la XXV edizione del Concorso Internazionale di Danza “Città di Spoleto”, unico evento italiano a far parte dell’International Federation Ballet Competitions. Anche quest’anno l’evento, con la direzione generale di Paolo Boncompagni, la direzione artistica di Irina Kashkova e la presidenza onoraria del Maestro Alberto Testa, si conferma essere una straordinaria manifestazione coreutica che ogni anno richiama a Spoleto giovani ed eccellenti danzatori, provenienti da ogni parte del mondo. Ben 12 nazioni rappresentate, per un totale di 250 iscritti. Sono questi i numeri registrati per l’edizione 2016 che, come di consueto, ha visto i giovani talenti della danza internazionale sfidarsi , suddivisi secondo le diverse sezioni previste per la competizione: danza classica per solisti, pas de deux, danza moderna/contemporanea per solisti e composizione coreografica.

Una tradizione quella del concorso spoletino che, come ha voluto ricordare Alberto Testa (assente al Gala per motivi di salute, ma presente con un suo messaggio letto da Sara Zuccari, presidente di giuria per il Premio della Critica), ha potuto annoverare nel tempo alcuni importanti nomi, protagonisti oggi sui grandi palcoscenici di tutto il mondo. Una credibilità dovuta anche a un’illustre giuria composta quest’anno da: Roberto Fascilla, danzatore e coreografo per i maggiori teatri italiani e direttore artistico del Premio MAB; Valentina Kozlova, diplomata al Bolshoi e attiva sulle scene americane da Broadway compresa al New York City Ballet; Young II Hur, docente di Teoria della Danza, organizzatore di incontri annuali ed eventi sulla danza etnica come patrimonio culturale; Tursynbek Nurkaliyev, direttore artistico Teatro Nazionale dell’Opera di Astana, Kazakistan; Lukas Timulak, danzatore per il Balletto di Montecarlo e per il Nederlands Dans Theater, per cui ha anche creato coreografie; Sergey Usanov, presidente mondiale della Federazione della Danza e organizzatore di concorsi di danza classica. Ad affiancare invece Sara Zuccari, Presidente del Premio della Critica e direttrice del Giornaledelladanza.com, Barbara Capponi, giornalista del Tg1 e Lorena Coppola, fondatrice e presidente della Fondazione Léonide Massine. 
Dopo aver assistito a tutte le esibizioni dei premiati di questa XXV edizione, godendo ogni volta di una danza giovane, fresca e pulita che la Settimana Internazionale della Danza di Spoleto ci permette di ammirare, è tempo di spendersi in alcune opportune considerazioni. In primo luogo l’attribuzione sacrosanta di due Grand Prix, uno maschile e uno femminile, vinti rispettivamente da Tagirov Ildar (sezione moderna, categoria seniores) e Boris Nikita (sezione classica gr. B, categoria juniores). Entrambi i danzatori hanno infatti dato prova del loro straordinario talento, entusiasmando il pubblico con le loro capacità tecniche ed espressive. Doveroso è poi riconoscere a tutti i premiati, indipendentemente da sezioni e/o categorie, una maturità anagrafica e artistica maggiore rispetto alla scorsa edizione, espressione in scena di una danza equilibrata che nulla, o poco, lascia al caso. Con piacevole sorpresa c’è poi da registrare all’interno delle esibizioni un’eccellente qualità di movimento, espressa dai danzatori della sezione moderna/contemporanea. Esibizioni e nomi che fanno ben sperare per il futuro di alcuni giovani “Made in Italy” (Fiorani Matteo, Zucchegni Rebeca e Leonardo Zannella solo per citarne alcuni). Salvo invece qualche lodevole eccezione, la sezione classica ha dato spettacolo sul palco del Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti grazie ai giovani talenti stranieri che, nonostante la “tenera” età, hanno lasciato tutti a bocca aperta eseguendo con grande disinvoltura complessi virtuosismi (Imura Tetsuia, Valentin Justin, Dangyt SubedeiBatyrova Diana, Baskaev Taimuraz).

Non resta quindi che darsi appuntamento alla prossima edizione della Settimana Internazionale della Danza di Spoleto, prevista dal 2 al 9 aprile 2017, nella speranza che, come ha opportunamente sottolineato Barbara Capponi del Tg1, “questi giovani talenti trovino tutto lo spazio che meritano sulle pagine dei nostri quotidiani e all’interno dei nostri Tg”.

Francesca Pantaleo


[Foto di Federica Boncompagni]



L’elenco dei concorrenti premiati:

Sezione Classica gruppo A

Categoria Allievi
Secondo Premio (ex aequo): Dottore Lisa (Italia), Squicciarini Elena (Italia)
Primo premio: Ragni Calzuola Gaia (Italia)

Sezione Classica Gruppo A

Categoria Juniores
Terzo premio: Lorenzo Lupi

Sezione Classica Gruppo B

Categoria Allievi
Terzo premio (ex aequo): Astashonok Alesia (Bielorussia), Damèle Aurora (Italia).
Secondo premio: Grijmberga Laura Grieta ( Lettonia)
Primo premio: Fornaciari Gabriela (Italia)

Sezione Classica Gruppo B

Categoria Juniores
Terzo premio: Boris Nikita (Usa)
Secondo premio: Baskaev Taimuraz (Russia)
Primo premio: Steniushkin Ruslan (Russia)

Sezione Classica Gruppo B

Categoria Seniores
Terzo premio: Dukiyeva Anar (Kazakistan)
Primo premio (ex aequo): Dungyt Subedei (Russia), Batyrova Diana (Kazakistan).

Sezione Pas de deux

Categoria Juniores
Primo premio: Valentine Justin – Boris Nikita (Usa)

Categoria Seniores
Primo premio: Imura Tetsuia – Alekseeva Natalya (rep. del Buryat – Russia)

Sezione Contemporanea

Categoria allievi
Terzo premio: Miglietta Anna (Italia)
Secondo premio: Leoni Alice (Italia)
Primo premio: Astashnook Alesia (Bielorussia)

Categoria juniores
Terzo premio + premio memorial “Annalisa Angelini” : Zucchegni Rebeca (Italia)
Secondo premio: Arrichiello Paolo (Italia)
Primo premio: Zannella Leonardo (Italia)

Categoria seniores
Terzo premio: Gentili Virginia (Italia)

Secondo premio: Fiorani Matteo (Italia)
Primo premio: Tagirov Ildar (Russia)

Composizione Coreografica

Sezione Classica Neoclassica
Menzione speciale a Iavarone Antonio (Italia)

Sezione Urban Dance
Menzione Speciale a Marisa Ragazzo (Italia)

Sezione Contemporanea
Menzione Speciale a Napoli Giovanni (Italia)

Primo premio: Scalambrino Alessandra (Italia)

Premio della critica: Dunghit Subedèi, Fornaciari Gabriele, Napoli Giovanni.

Stage estivo presso Russian Ballet College di Genova: Squicciarini Elena, Dottore Elisa, Lupi Lorenzo.

Corso di perfezionamento presso il Russian Ballet College di Genova: Dungyt Subedei.

Ammissione fase semifinale Premio MAB (Maria Antonietta Berlusconi): Iavarone Antonio.

Contratto di lavoro con la compagnia ACSI Ballet per una tournè in Canada offerto da Dino Carano: Zucchegni Rebeca.

Grand Prix maschile: Ildar Tagirov (Russia)

Grand Prix femminile: Boris Nikita (Usa)

Generazioni, tre storie di donne nella Storia

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Generazioni, tre storie di donne nella Storia

La prima ad andare in scena è la Circomare Teatro con lo spettacolo Generazioni, scritto e interpretato da Alessandra Cappuccini, diretto da Mario Umberto Carosi.

Tre donne, tre storie diverse e sparse nel tempo (durante la Seconda Guerra Mondiale, i moti degli anni ’70 e i giorni nostri) eppure unite da due fattori: ricordi e parentela. Una nonna e una madre vengono raccontate da una ragazza dei giorni nostri. Tre donne distanti, eppure legate dalla forza di volontà, inserite in mondi dove la speranza è sempre ad un passo e i sognatori riescono ad anticipare gli inventori.
Spettacolo veloce ma da non sottovalutare. Le tre donne sono caratterizzate bene da Alessandra Cappuccini, che si destreggia in un mix di battute, ricordi e cambi di personaggi. L’attrice, sempre sola in scena, a piedi scalzi e cambiando abito, ci mostra tre personalità ‘contro-corrente’ per i loro periodi: la nonna ha una figlia senza sposarsi, la madre è all’interno delle grandi proteste e la protagonista, in un mondo di raccomandazioni e favori sessuali, segue il suo sogno di fare l’attrice. Forte è l’ironia presente nelle scene (da applausi il ‘prima’ del provino e il confronto fra le candidate) e la caratterizzazione dialettale dei personaggi.

Donne e Storia, argomenti forti, attuali e sempre pronti a prestarsi a spettacoli teatrali. L’attrice-autrice ha dichiarato di aver mischiato ricordi della propria famiglia e di altre: “La storia di mia nonna è praticamente vera: rimase incinta senza sposarsi e andò a vivere con mia madre in una stazione. La storia di mia madre è stata un po’ influenzata dal racconto di una donna che ho conosciuto e che, al contrario di mia madre (che a quei tempi era troppo giovane), ha vissuto davvero le grandi manifestazioni”. Il regista Mario Umberto Carosi  invece ha dichiarato che: “Tutti i personaggi sono caratterizzati come delle maschere. Queste, infatti, insieme alla musica e al canto accompagnato dalla chitarra, rappresentano molti degli elementi di quel teatro popolare che la compagnia si prefigge di seguire”.Spettacolo degno del DOIT Festival che, questa settimana, si prenderà una settimana di ‘pausa’ e riprenderà il suo svolgimento il 29 marzo.

Francesco Fario

Il salotto degli scrittori al Teatro Trastevere

Quando si presentano quattro autori emergenti.

Nello spazio del Teatro Trastevere di Roma si sono riuniti il 17 marzo quattro autori esordienti ed un poeta. Detta così, potrebbe sembrare l’inizio di una barzelletta d’altri tempi; è però un esperimento unico nel suo genere: un “salotto letterario” per scrittori esordienti. Chiaro, col termine salotto si intende più un’operazione mediatica, componente di un marketing di presentazione di autori ed opere, con lo stile di un talk show pomeridiano. Tuttavia la forma della riunione permette comunque un movimento di idee, favorito dall’atmosfera di una piccola sala, con un ridotto numero di partecipanti.
L’organizzatrice e moderatrice, Eleonora Marsella, si occupa da alcuni anni sul proprio blog –ilblogdieleonoramarsella– di recensioni libresche; è giovane – come d’altronde lo è la nostra intera redazione –  e prende il ruolo di una conduttrice spigliata. Presentiamo allora i partecipanti e i loro libri, per quel che ne sappiamo da quanto raccontato nel corso del pomeriggio. Durante dell’evento, l’attrice Francesca del Vicario ha letto dei frammenti selezionati da ciascuna pubblicazione, orientando così la discussione su punti specifici.
Si sa, è sempre bene mantenere il mistero sul volto degli autori. Riportiamo allora uno scatto del palco prima che prendessero posto.
Il poco più che ventenne Francesco Leo porta con sé un volume fantasy dal titolo Viktor, primo di una trilogia. Sebbene i contenuti non paiano distaccarsi molto dall’archetipo del genere – un prescelto, un male, dei compagni e un viaggio di formazione- la lettura di spezzoni rivela uno stile personale, scorrevole e abbastanza musicale, con l’interessante inserimento di intermezzi poetici nell’ambito di finalità connesse alla trama.
La seconda autrice, Soraya Tiezzi, è timida e giovanissima; porta in grembo un libricino di cui è visibilmente orgogliosa. Il suo è un romanzo storico con il nome di Ermione di Sparta. Per quanto risulta dai brani selezionati per la presentazione, la sfera amorosa e quindi la vena “esotica” di un genere più rosa hanno trovato il modo di fondersi nelle atmosfere mitologiche greche. L’omonima protagonista si inserisce così nell’epica, scavandosi la propria nicchia di storia ed interagendo con gli altri personaggi omerici che siamo abituati a conoscere.
La terza penna, Vittorio Piccirillo, appartiene al numero dei penalizzati della fantascienza, che vedono il proprio testo accorpato al genere fantasy, nell’ottica qualunquista del “tanto è tutta fantasia; draghi, astronavi, che differenza fa?” Il suo romanzo, La Voce della Distruzione, esemplifica in un contesto alieno, quello di una società multiculturale appartenente ad un’altra parte della galassia, un’analisi sulla percezione della diversità e dei suoi fantasmi. I protagonisti, sull’onda tematica di Star Trek, pur essendo specie diverse e lontane da noi, condividono comunque i nostri stessi processi mentali e percettivi. La domanda che il libro pone è: cosa accade nella mente di persone abituate a vedere la diversità in positivo, quando un contatto risveglia la paura del diverso?

@Federica Girardi
L’ultimo libro, La Cartiera (Die Papierfabrik) è firmato dall’autrice italo-svizzera Sina Merino, ospite speciale della serata. Con spirito di reportage e raccolta, il suo volume è un documentario di storia vissuta e irripetibile, sommario delle esperienza d’emigrazione, integrazione, sopravvivenza e amore, trasmesse dalla memoria della zia. Da una domanda sul destino dell’impresa cartiera della parente, l’autrice si fa penna ascoltatrice del passato. Questo lo si raccoglie dalla voce anziana di chi ha lasciato casa per l’Argentina, trovandosi poi nella dittatura, nella scelta sbagliata, e riacquistando infine la libertà nella passione del viaggiare, stavolta non più da immigrata. Come ogni lavoro volto a conservare il ricordo e assorbire nella collettività la storia più recente, La Cartiera saprà insegnare quel che altrimenti poteva andar perso.
A conclusione del salotto, il poeta ermetico Marco Patuzzi si è esibito in una sua performance. Rimandiamo al suo sito: marcopatuzzi.wordpress

Ci teniamo anche a nominare lo spettacolo Diaz – Incubo di una notte di mezza estate, o Radiocronaca di una tortura, presentato dall’attore e regista Emanuele Bilotta. L’intera rappresentazione verterà sulle violenze della notte del G8 di Genova del 2001, seguendo registrazioni e documentazioni reali.

Per maggiori informazioni, rimandiamo alla pagina: facebook.com/incubodiunanottedimezzaestate/

Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC

Al Quirino arriva “La Scuola” con Silvio Orlando

Dal 29 marzo al 10 aprile il Teatro Quirino ospita “La Scuola” di Domenico Starnone con Silvio Orlando e Marina Massironi.

Era il 1992, anno in cui debuttò Sottobanco, spettacolo teatrale interpretato da un gruppo di attori eccezionali capitanati da Silvio Orlando e diretti da Daniele Luchetti. Lo spettacolo divenne presto un cult, antesignano di tutto il filone di ambientazione scolastica tra cui anche la trasposizione cinematografica del 1995 della stessa pièce che prese il titolo La scuola. Fu uno dei rari casi in cui il cinema accolse un successo teatrale e non viceversa.
Lo spettacolo era un dipinto della scuola italiana di quei tempi e al tempo stesso un esempio quasi profetico del cammino che stava intraprendendo il sistema scolastico.
Ho deciso di riportare in scena lo spettacolo più importante della mia carriera; fu un evento straordinario, entusiasmante, con una forte presa sul pubblico” dice Silvio Orlando. “A vent’anni di distanza è davvero interessante fare un bilancio sulla scuola e vedere cos’è successo poi”.
Il testo è tratto dalla produzione letteraria di Domenico Starnone. Siamo in tempo di scrutini in IV D. Un gruppo di insegnanti deve decidere il futuro dei loro studenti. Di tanto in tanto, in questo ambiente circoscritto, filtra la realtà esterna.
Dal confronto tra speranze, ambizioni, conflitti sociali e personali, amori, amicizie e scontri generazionali, prendono vita personaggi esilaranti, giudici impassibili e compassionevoli al tempo stesso. Il dialogo brillante e le situazioni paradossali lo rendono uno spettacolo irresistibilmente comico.

Ave, Cesare! il cinema anni ’50 attraverso gli occhi dei Coen

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Ai fratelli Coen, e di conseguenza a tutto il loro cinema, non si può che volere bene.

Anche quando realizzano un film minore, o non perfettamente riuscito, è quasi impossibile lasciare la sala senza un sorriso sul volto, e nell’immediato cercare di analizzare più i pregi che i difetti. Perché va premesso, Ave, Cesare! è indubbiamente un film minore del duo, lontano dai loro lavori migliori e più ricordati. Non è un film brutto – probabilmente i Coen non sono in grado di lavorare con la mano sinistra nemmeno volendo – e nemmeno vuoto, ma sicuramente privo di una vera tematica che lo lascia alla dimensione di autentico divertissement.
Poco più di 24 ore nella vita di Eddie Mannix, il classico “fixer” che una volta avevano i grandi studios, ovvero colui che risolve tutti i problemi, sono l’unico collante di una vera e propria serie di vignette che illustrano nel dettaglio la costruzione del cinema d’intrattenimento anni ’50. E in questo film c’è davvero TUTTO ciò che un tempo era Hollywood: sceneggiature su commissione, focus group, film di tutte le sale ma sempre per famiglie e sempre leggeri, grandi registi dalle alte velleità artistiche al soldo dei produttori, matrimoni tra star combinati per far vendere rotocalchi, problemi di tutti i tipi coperti dagli studios stesi con l’unico scopo di non far mai cadere la patina di mondo dorato e la fama delle celebrità. La star non è la persona comune, il mantra del cinema anni ’50, e i Coen ce lo ricordano bene.
C’è sempre quel velo di indeterminismo e cieca casualità che fonda la poetica dei due fratelli – l’accanirsi degli eventi sulla giornata di Eddie Mannix, per quanto blandi, ricorda la sfortuna di altri celebri personaggi dei loro film – e c’è anche l’intenzione di avvicinare il protagonista ad una figura spiccatamente cristiana, con diverse inquadrature ad hoc e un boss dello studio che esattamente come Dio non si vede, ma i Coen consapevolmente non affondano mai la mano su tali temi, interessati più che altro alla descrizione di cartoline di un cinema che non c’è più. Quello che rimane di Ave, Cesare! è appunto un amore sconfinato e viscerale per tutto ciò che è racconto e cinema, anche se questa macchina di sogni è essenzialmente una grande finzione: quando la grande star inizia il coinvolgente monologo finale con incredibile intensità, commuovendo tutti i presenti, dai colleghi sul set ai macchinisti, come trasportato solo dall’emozione, una battuta dimenticata interrompe tutto e svela la natura posticcia di un atto da ripetere in automatico senza magia.
L’incredibile è che, in un film in cui si mostra il lato più spiccatamente finto e cinico dell’industria, si respiri puro cinema dal primo all’ultimo minuto e per ogni fotogramma, con quel pizzico di ammirazione nemmeno troppo nascosta. Dopotutto solo chi conosce davvero la perfezione del mestiere, senza malizia e con tanta passione, può capire il senso di ciò che si nasconde dietro al sipario: i Coen fortunatamente appartengono a questa categoria.
Emanuele D’Aniello

Al Cis Montesacro la Cultura è per tutti

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Il centro di iniziativa sociale di Roberto Borgheresi è un luogo dove i cittadini possono coltivare le proprie passioni confrontandosi con gli esperti in materia.

Il Cis Montesacro, sito a Roma in via Trompia 102, brulica di attività per tutti gli amanti della cultura. Il direttore e fondatore, Roberto Borgheresi, ha iniziato quest’avventura nel 2009 con l’intento di realizzare un luogo di incontro per i residenti del quartiere. Il progetto, sostenuto inizialmente da un gruppo di volontari, è cresciuto dando agli universitari l’opportunità di fare pratica con l’insegnamento e agli ex professori quella di insegnare ancora una volta le discipline in cui sono esperti: si fa lezione per il puro piacere di condividere le proprie conoscenze con gli interessati. Il primo corso partito è stato quello di educazione sanitaria, che spiega alle persone come effettuare piccoli interventi per aiutare gli altri, un allenamento non solo pratico, ma anche mentale per non essere colti dal panico durante le emergenze quotidiane. Al Cis, tra l’altro, viene rilasciato anche un attestato con valore legale, denominato BLSD, ovvero Basic Life Support – Defibrillation, utilissimo per poter effettuare le manovre di primo soccorso con sicurezza e prontezza. «Il nostro intento è formare dei piccoli presidi sanitari» – racconta Roberto – «vogliamo riversare sugli altri le nostre passioni, io stesso sono il primo ad essere appassionato di sanità.». I corsi col tempo sono aumentati, spesso sulla base delle richieste dei cittadini: quelli di lingua vanno per la maggiore e riempiono la sala del Cis con ben 30 presenze; seguono i gruppi più piccoli di grafologia, letteratura italiana e storia dell’arte, frequentati per lo più da over trentenni. «I giovanissimi sono troppo impegnati» – prosegue Roberto – «è difficile inserirli in un corso, cercano le informazioni su Internet. Siamo riusciti a coinvolgerli, però, col corso di canto, visto che gli istruttori sono giovani a loro volta.». Gli iscritti sono coinvolti in incontri settimanali e mensili da ottobre fino a giugno, felici di poter interagire con gli esperti, entusiasti di poter fare domande e ricevere risposte. Visto che nella società odierna i rapporti si svolgono sempre più spesso esclusivamente attraverso uno schermo, il Cis offre una sana controtendenza, che inneggia alla socialità. 
Per informazioni: www.cismontesacro.it

Alessia Pizzi

39 scalini: una corsa vertiginosa fino all’ultimo travestimento

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Quattro attori per trentanove personaggi. Una storia di suspense, spionaggio e alta tensione che sferza in continuazione verso la citazione cinematografica, l’umorismo graffiante e le situazioni più esilaranti.

“39 scalini, tratto dall’omonimo romanzo di John Buchan da cui è tratto il memorabile film “Il club dei trentanove” del Maestro del brivido, tramutato poi da Patrick Barlow in un’esilarante commedia teatrale”.
Niente di più vero: le Cattive Compagnie, consolidata e affiatata squadra formata da Alessandro Di Somma, Diego Migeni, Yaser Mohamed, Marco Zodan, hanno fatto propria la missione di portare nei loro spettacoli dosi massicce di sarcasmo, cinismo, intelligenza e il divertimento più assoluto
Si ride, e tanto. Si ride dal primo minuto fino all’ultimo. Si ride con garbo, perché non c’è mai volgarità, mai forzatura. Tutto è portato avanti in modo magistrale, intelligente, irriverente. 
Protagonista dello spettacolo è Richard Hanney (Marco Zodan), un giovane uomo d’affari che si ritrova intrappolato in un vero e proprio intrigo internazionale: donne bellissime e seducenti (se anche barbute e allampanate), cattivi senza scrupoli e uomini dalla memoria prodigiosa daranno vita ad una spettacolarizzazione visiva senza precedenti. La trama è solida, i personaggi si rincorrono in un vorticoso ritmo narrativo che incanta e diverte: fin da quando si apre al sipario e i Nostri vengono letteralmente “beccati” ancora a preparare la scena, si ride. Perché c’è un parapiglia di fughe alla bene e meglio, un nascondersi mentre la narrazione prende vita. Come i bambini che pensano di essere invisibili mettendosi un lenzuolo addosso. Ma è proprio da lì che prende vita il tutto e lo spettatore capisce che questa volta la magia del teatro viene messa a nudo direttamente lì, sulla scena, dove tutto comincia e dove tutto finisce: “Siamo volutamente ben lontani dalle misteriose magie dei prestigiatori – spiega Leonardo Buttaroni, regista dello spettacolo, – l’intento è quello di permettere al pubblico di divertirsi insieme agli attori, godendo dei travestimenti a vista, attraverso l’illusione dichiarata di bauli che diventano treni, corde che formano fiumi o scale che si trasformano in ponti”.

E qui sta il sensazionale, il meraviglioso: si ritorna bambini, lo ripeto, perché in scena ogni oggetto può diventare qualcosa: un baule un’auto, un aeroplano, un treno. Sarà tutto, insomma, fuorché un baule. Così, allo stesso modo, ecco che una cornice diventa una finestra da cui fuggire o da cui affacciarsi; un appendiabito telescopico in alluminio, la porta scorrevole di un treno. E così via. Grazie a questi espedienti, la scenografia muta in continuazione, evolve come evolvono le situazioni, come evolvono i personaggi. 

Non sforzarti di capirlo, devi solo immaginarlo“! 
La fantasia diventa realtà e l’immaginazione la fa da padrone.
Ma in tutta questa caleidoscopica situazione, gli attori sono straordinariamente in scena. Straordinariamente. Magistrali interpreti di personaggi che si susseguono l’uno appresso all’altro, sono i veri artefici della riuscita di questo spettacolo, talmente bravi che non si capisce mai dove finisce il copione e inizia l’improvvisazione. Irriverenti, citazionistici, perfetti esecutori di una comicità pura e semplice (laddove semplice non significa scontata né ingenua), che tanto mi ricorda quella di Gassman e compagnia ne “I soliti Ignoti” di Monnicelli. E’ una comicità di altri tempi sì, ma ancora straordinariamente attuale, una comicità di cui, personalmente, sentivo la mancanza. 
39 scalini è uno spettacolo da non perdere, nel modo più assoluto. Sarà in scena al teatro Trastevere fino al 27 marzo. Fatevi questo regalo e non ve ne pentirete. Nel modo più assoluto.
Chiara Amati

PH: Manuela Giusto

Arriva al cinema “Veloce come il Vento”, con Stefano Accorsi

Dal 7 aprile 01distribution porta al cinema “Veloce come il vento”, film di Matteo Rovere, con protagonisti Stefano Accorsi e Matilda De Angelis, prodotto da Fandango con Rai Cinema.

La passione per i motori scorre da sempre nelle vene di Giulia De Martino. Viene da una famiglia che da generazioni sforna campioni di corse automobilistiche. Anche lei è un pilota, un talento eccezionale che a soli diciassette anni partecipa al Campionato GT, sotto la guida del padre Mario.

Ma un giorno tutto cambia e Giulia si trova a dover affrontare da sola la pista e la vita.
A complicare la situazione il ritorno inaspettato del fratello Loris, ex pilota ormai totalmente inaffidabile, ma dotato di uno straordinario sesto senso per la guida. Saranno obbligati a lavorare insieme, in un susseguirsi di adrenalina ed emozioni che gli farà scoprire quanto sia difficile e importante provare ad essere una famiglia.

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All’Argentina il “Candide” svela la verità sul mondo

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Noi tutti conosciamo “Candide” come l’opera del celebre Voltaire. E se qualcuno la portasse a teatro, sconvolgendone il significato, masticando le nozioni di Voltaire per farne uno spettacolo? 

Mark Ravenhill, drammaturgo inglese, ha preso il Candide non solo come un’opera letteraria ma come una vera e propria palestra di vita. Fabrizio Arcuri, regista italiano, dal canto suo, ha avuto la geniale idea di mettere in scena l’opera di Mark, trasformando a sua volta questo spettacolo in un capolavoro. Vorrei poter usare parole meno lusinghiere, ma Arcuri se le merita senza alcun indugio.
Ci mostra “l’ottimismo” in un’ottica completamente diversa. È tutto contemporaneo, ci sono temi ricorrenti che fanno più che paura. Si parla di un mondo che senza le catastrofi è quasi noioso. E’ il Candide di Voltare, ma anche di tutti noi, è sempre alla ricerca di qualcosa che non c’è e ch, se per caso sbarcasse in un mondo perfetto, gli starebbe più stretto di una realtà di guerre e peccati ad ogni angolo.
Lo spettacolo è diviso in cinque atti e, con lo stesso filo conduttore, i temi si dipanano cercando di raccontarci come Candide è alla ricerca della sua amata Cunegonde (interpretata da Federica Zacchia) ed esplora un mondo che paradossalmente è molto attuale. La scelta registica di segnalare quando siamo nel ‘700 e quando nel 2000 è a dir poco giusta, perché i temi che portano gli attori sul palco si incollano perfettamente nel nostro mondo anche se sono stati scritti secoli prima, e se non fosse per i costumi d’epoca potremmo benissimo confondere le epoche. Una vera azione di teatro nel teatro: questi concatenamenti ricordano il teatro shakespeariano, e gli intrecci, gli scambi e la conclusione che  riallaccia a fine spettacolo quello che abbiamo visto per tutto il tempo, sono propri del teatro inglese del ‘600.
“Ottimismo Ottimismo, Ottimismo” è questo il motto che cerca di propinare il maestro Pangloss (interpretato da Francesco Villano) a Candide. Possiamo rivedere Pangloss nella cultura attualmente in atto, che ci propina ottimismo attraverso reality, talent e tv spazzatura; dove l’intrattenimento è trasformato in trash per vendere e ci fa vivere in un’illusione continua, in un torpore senza precedenti, svegliati solo da una voce interna e non di certo aiutati dalla la società, adagiata in un sacco di immondizia. È un’indignazione che, se ci può consolare, non è duratura solo nel tempo ma anche in più luoghi, dato che il testo viene direttamente da un drammaturgo inglese.
Il teatro Argentina ha ospitato degli attori bravi e un regista capace di intravedere le sfumature giuste di una drammaturgia valida, ma la cosa che più ha contribuito a rendere tutto questo un capolavoro contemporaneo sono i costumi, la scenografia e i dettagli essenziali in molte scene. Essendo in cinque atti, tutti hanno una scenografia diversa che cambia, mentre la voce dell’artista H.E.R ci accompagna in questo viaggio di malinconia e amarezza.
Non mancano i momenti cruenti e spaventosi, come se non bastassero le parole dure degli attori che ci mettono la verità davanti: ci sono i colpi di pistola di Sophie e la voce tremolante di sua madre Sarah (interpretata da una meravigliosa Francesca Mazza) e il sangue sullo schermo. Ma cos’è che rende uno spettacolo così intenso e coinvolgente? Gli attori sul palco che sono attenti, attivi e energetici, nonostante le moltissimi repliche di questi giorni. Oltre a quelli già citati troviamo un insolito ma convincente Filippo Nigro e una bella e frizzante Lucia Mascino.
Ci sono anche tante risate e momenti di tremenda tenerezza che lasciano lo spettatore assuefatto e bene disposto a migliorarsi e migliorare il mondo che lo circonda. Capendo che non basta solo fare la raccolta differenziata e dividere la plastica dal vetro per iniziare e vivere consapevolmente questo meraviglioso mondo.

Elena Lazzari

Roma omaggia Pasolini: il ricordo dei funerali a Casarsa

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Palazzo Valentini omaggia Pier Paolo Pasolini ricordando, con una raccolta di 24 scatti, i funerali dell’intellettuale tenutisi nella Chiesa di Santa Croce a Casarsa il 6 novembre 1975.

Fino al 31 marzo sarà aperta al pubblico, dalle 10 alle 19 con ingresso libero, presso la sede della Città Metropolitana, “Dedica a Pasolini. I funerali a Casarsa”, un percorso espositivo costituito da una sequenza fotografica che racconta al visitatore le esequie dello scrittore bolognese.
Infatti quel giorno, nella cittadina in provincia di Pordenone, le onoranze funebri di Pier Paolo si tradussero in un evento dalla risonanza internazionale che coinvolse moltissime persone e a cui parteciparono illustri esponenti del panorama culturale contemporaneo. L’opinione pubblica ancora una volta si divise di fronte ad una delle figure più emblematiche del nostro tempo, un uomo dalla profonda umanità che visse sempre al confine tra l’essere tanto amato quanto tragicamente incompreso.

Pasolini fu ucciso barbaramente all’idroscalo di Ostia la notte tra l’1 ed il 2 novembre 1975, e la sua morte tuttora trascina dietro di se l’ombra di un delitto irrisolto che sconvolse l’intero paese. Per questo ricordare il modo in cui l’Italia abbia partecipato ai suoi funerali, in uno dei luoghi a lui più cari e familiari, è una forma attraverso cui ricambiare ciò che Pasolini ha rappresentato per la nostra cultura contemporanea
Infatti il percorso fotografico documenta in maniera commovente quel triste avvenimento che mobilitò a Casarsa una moltitudine enorme unita nella condivisione del dolore per la perdita non solo di un grande intellettuale, ma di un grande uomo.
L’esposizione a Palazzo Valentini si inserisce ancora una volta in una delle tante forme attraverso cui si è cercato di commemorare Pasolini, la sua storia e l’importantissima eredità culturale che ha consegnato con la sua attività di scrittore, poeta, regista e pensatore. 

L’inaugurazione, nella Sala della Pace, è stata preceduta da un convegno in cui studiosi e critici hanno avuto modo di discutere specialmente sul controverso legame che ha sempre caratterizzato il rapporto tra la cultura italiana e Pier Paolo gettando luce su ciò che ha lasciato con la sua vita e soprattutto con la sua tragica morte.
La mostra realizzata dal Comune di Ciampino, dalla città metropolitana di Roma Capitale e dall’archivio Pasolini di Ciampino propone una galleria di fotografie scattate da Claudio Ernè (allora fotoreporter per l”Unità”) il giorno del funerale. L’evento, che è stato organizzato insieme all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, rientra in un progetto più vasto inaugurato già nel corso del 2015 in occasione del 40° anniversario della morte del poeta.
Gli scatti permettono di interrogarci sul complesso rapporto tra Pasolini e l’opinione pubblica italiana, infatti si tratta soprattutto di un’occasione per domandarci quale ricordo abbia lasciato all’interno dell’universo letterario dopo la sua prematura scomparsa. Uno sguardo indiretto attraverso cui partecipare al suo funerale,  immergendosi così in una folla enorme di intellettuali, scrittori, amici, lettori e semplici curiosi che si sono riuniti con il comune intento di commemorarlo.
Un romanzo fotografico del giorno in cui Pier Paolo Pasolini prese commiato da questo mondo nello stesso modo in cui vi aveva vissuto, agognando una fine estremamente violenta per appagare la propria libertà, attraverso una morte che sembrò necessaria per trarre le somme di un’esistenza tormentata. Egli stesso scriveva “Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci.” (P.P Pasolini, Empirismo eretico, 1972)
Martina Patrizi

DOIT Festival, siete pronti alla seconda settimana di spettacoli?

Lo scorso 8 marzo il DOIT Festival – Drammaturgie Oltre Il Teatro – ha alzato il sipario sulla seconda edizione proponendo un cartellone molto variegato: teatro, danza, performance, narrazione ed eventi speciali.

Generazioni
Molto più che un classico festival di teatro contemporaneo, il DOIT è un giovane e ambizioso progetto di promozione culturale che supera i confini del genere teatrale tradizionale, per abbracciare il mondo letterario e dell’editoria e quello dell’impegno civile. Il DOIT intende promuovere e incoraggiare la drammaturgia contemporanea di qualità, le proposte sceniche innovative caratterizzate dalla commistione tra i diversi linguaggi artistici e le realtà teatrali “periferiche”, attive oltre i confini regionali e provinciali. 
Ogni sera, dopo lo spettacolo, si svolgeranno dibattiti tra critica, pubblico e attori, e gli spettatori saranno parte attiva, insieme alla giuria di esperti.
Presentato dall’Associazione Culturale ChiPiùNeArt, il progetto, interamente autofinanziato, dopo le prime due settimane di programmazione, dall’8 al 20 marzo, proseguirà con altri interessanti spettacoli dal 29 marzo al 10 aprile, al Teatro Planet di Roma.
Programma della seconda settimana – 15|20 marzo

15|16 MARZO – ore 21
GENERAZIONI
di e con Alessandra Cappuccini 
regia di Mario Umberto Carosi
Circomare Teatro – LAZIO
Tre donne. Nonna, madre e figlia. Tre società messe a confronto, ognuna con la propria morale, con i propri valori e con quelle regole non scritte cui tutte e tre, ciascuna a suo modo, si ribellano. Tre storie di coraggio e determinazione che raccontano la forza dell’individualità e la tenacia di affermare il proprio essere donna.
Attraverso il racconto della loro quotidianità, fatta di aneddoti, ricordi, battibecchi e legami indissolubili, le storie di tre generazioni si intrecciano alle vicende storiche italiane. Nel presente della giovane protagonista, Giulia, si insinuano i racconti della nonna sugli anni della seconda guerra mondiale e quelli delle contestazioni studentesche degli anni Sessanta e Settanta vissuti dalla madre. 
L’esperienza maturata con la Commedia dell’Arte e con il teatro di strada permetterà all’unica attrice in scena di interpretare tutti i personaggi caratterizzandoli con gestualità, voce e fisicità dinamica.

17|18 MARZO – ore 21
CITIZEN X
di Manuela Rossetti
con Antonella Civale
digital performer Simone Palma 
musiche originali di Mauro D’Alessandro 
con la collaborazione di Daniele Fabbri, Masaria Colucci, Alessio Pala, Ilaria Cenci e Ketty Roselli
La casa della Locusta – LAZIO
Spettacolo ospite al Roma Fringe Festival 2015 per la sezione “Scena romana” 
in rappresentanza della stagione 2014/15 del Teatro Tordinona
Dalla ricercata sperimentazione volta alla contaminazione artistica e all’uso delle nuove tecnologie, alla provocatoria, ironica e tragicomica riflessione sulla quotidianità.
Musica e digital video si fondono al teatro, non come sterile virtuosisimo, ma come mezzo d’apertura verso le possibilità espressive solitamente appartenenti al cinema o al fumetto.
Citizen X è il cittadino qualunque, l’uomo ordinario fotografato nel suo complesso rapporto con la società in cui vive.
Cinque capitoli, cinque “citizien x”, altrettanti punti di vista sulla stessa problematica: disoccupazione e inoccupazione. Cinque personaggi circondati dalla propria personale solitudine, cinque mondi diversi accomunati dalla stessa alienante preoccupazione: la ricerca del lavoro. 
Cinque “storie di ordinaria precarietà”, che con ironia sottile e senza pregiudizi, mettono in evidenza le assurdità della realtà sociale che ruotano attorno al mondo del lavoro e il grottesco che ci circonda ogniqualvolta abbiamo a che fare con la burocrazia e con i datori di lavoro, durante un colloquio.

spettacolo ospite

19 marzo – ore 21

20 MARZO – ore 17.30 

CUTE
ideazione scenografica e coreografica Lisa Rosamilia
sonorizzazioni Giada Bernardini
tecnico alla scenografia Fabio Sabaino
Matroos Compagnia TeatroDanza – LAZIO
Premio Special Off – Roma Fringe Festival 2015
Selezionato dalla stagione 2015/16 del Teatro Studio Uno per la rete dei teatri promossa dal DOIT Festival
Uno spettacolo originale, elegante, magnificamente concepito ed eseguito, 
che costituisce, per chi ha la fortuna di assistervi, un’esperienza visivo uditiva di rara intensità, comunicando direttamente con l’inconscio individuale degli
spettatori e delle spettatrici. Uno spettacolo da vedere e rivedere. 
A. Paesano – Teatro.it
La compagnia Matroos stimola felici convergenze di linguaggi, confermando 
l’enorme potenziale della performance quale arte della contaminazione. 
G. Sonno – Paper Street Rivista
Un quadro vivente, un racconto di immagini e metafore legate alle sensazioni e ai vissuti di una superficie cutanea, confine tra il mondo interiore e la realtà esterna. 
Il corpo porta con sé segni, resti, cicatrici, tracce, impronte. La performance vuole narrare del segno tracciato sulla propria pelle, seppur invisibile, di incontri, parole, sensazioni. 
La cute riveste e protegge, assorbe e rilascia, regola e partecipa, conosce attraverso il tatto, sente e comunica, esprime, respira, custodisce e conserva. 
Sul tessuto di un’enorme tela, appaiono i movimenti interiori, le pieghe della pelle, ferite come solchi, a narrare le visioni, le emozioni, le trasformazioni, le separazioni e i ricordi, necessari a un ciclico ricambio di pelle. 
La danza si muove in silenziosa comunicazione con un tessuto creato con materiali di riciclo assemblati in maniera pittorica. Gesti e inaspettate apparizioni di forme emergono dalla tela, in un continuo dialogo con la musica e le sonorizzazioni eseguite dal vivo. 
20 MARZO ore 19 – DOIT FESTIVAL INCONTRA GLI AUTORI

TRILOGIA DEL CONTEMPORANEO
di Giancarlo Nicoletti
Il DOIT Festival è #nonsoloteatro. 
Subito dopo lo spettacolo ospite, domenica 20 marzo, si assisterà al secondo evento editoriale promosso nell’ambito del festival. 
Sarà presentato, in anteprima, il volume Trilogia del contemporaneo di Giancarlo Nicoletti, all’interno della collana teatrale Le Nebulose, curata da Cecilia Bernabei, nella quale confluirà anche l’antologia L’Artigogolo 2016, contenente i testi vincitori dell’omonimo concorso e del DOIT festival.
Trilogia del contemporaneo è un sistema drammaturgico scritto e diretto dal giovane autore, regista e attore Giancarlo Nicoletti. Il volume è composto da “#salvobuonfine”, “Festa della Repubblica” e “Kensington Gardens”. I tre testi, già allestiti in diversi teatri italiani e romani, hanno riscosso, nell’ultimo anno, uno straordinario successo di pubblico e critica, e ottenuto numerosi riconoscimenti.
La trilogia affronta i temi del postmoderno italiano, attraverso i disagi, le aspirazioni e i dilemmi delle generazioni contemporanee. Il risultato che ne deriva è un perfetto affresco di imperfezioni universali e, al tempo stesso, un’analisi della società attraverso tre personali chiavi di lettura: quella politica, quella sociale e quella culturale.
L’evento è curato dalla casa editrice ChiPiùNeArt che ha accolto coraggiosamente la sfida del “teatro da leggere”.
Letture di brani tratti da:
#salvobuonfine – Vincitore L’Artigogolo 2015 – sezione Drammaturghi in Erba, Premio Speciale Drammaturgia Oltreparola, Premio Dante Cappelletti, finalista Nuovo Premio Traiano
Festa della Repubblica – finalista Premio Lorenzo De Feo, Premio Stazioni d’Emergenza – Galleria Toledo
Kensington Gardens – debutto nazionale al Teatro Sala Uno – Roma
Seguirà l’incontro con la direttrice editoriale Adele Costanzo e con l’autore.

Sacrificio del fieno, una canzone divenuta teatro

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A dare inizio alle danze, è stata una compagnia lombarda, la Fenice dei Rifiuti, che ha portato in scena l’atto unico Sacrificio del Fieno, scritto, diretto ed interpretato da Michela Giudici e Alessandro Veronese: testo già vincitore della I edizione del concorso di drammaturgia contemporanea L’Artigogolo 2015.

A cavallo tra il 1944 e il 1945, durante gli anni bui della guerra, nella campagna lombarda, dove i nazisti erano più spietati che mai e la Repubblica Sociale continuava ad illudere una parte degli italiani e a far soffrire la restante, la giovane Elena ospita e si innamora di Cesare, meglio conosciuto con il nome di battaglia partigiano Airone, più grande di lei e rimasto ferito. Una storia tormentata che vede la giovane costretta a cedersi alle truppe naziste, pur di proteggere il suo amato e farlo scappare. Un tormento che non si fermerà con il nazismo. Una storia che vedrà coinvolti personaggi comici e tragici: storia dove non ci sono vincitori, ma solo vinti.
Già dalle prime scene, lo spettacolo risulta travolgente. Attraverso uno schema che gestisce varie scene distaccate, divise secondo una serie di flashback e ritorni all’azione principale, il duo gestisce una trama dalla non facile esecuzione. Il ritmo coinvolge il pubblico, il quale segue con passione e partecipa attivamente alla vicenda. Seguendo un principio che ricorda molto Tradimenti di Harold Pinter, la vicenda potrebbe (come qualcuno ha notato) anche essere vista dalla fine al principio: il messaggio arriverebbe in ogni caso. La curiosità deriva dal fatto che la trama è ispirata ad una canzone di Davide Van De Sfroos, intitolata Ciamel Amuur.
I due attori si destreggiano in svariate parti, raramente sono in solitudine, mostrando una perfetta complicità e fiducia l’uno nell’altro. Il passaggio dal comico al drammatico, non solo da un personaggio all’altro, avviene con la semplicità di un nero al cinema: cosa non così scontata a teatro. Gestire in due 11 personaggi non è cosa da poco, soprattutto se solo uno di questi è una donna; eppure una canzone che permette in scena un cambio d’abito, una luce che tramuta rendono il pubblico cosciente di un tempo che passa, con annesse persone che ne fanno in parte, in una realtà che muta, senza cambiare mai troppo la scenografia, caratterizzata da sole quattro balle di fieno (21 nella versione originale). Alessandro Veronese mostra perfettamente la sua esperienza, ma un applauso a parte merita Michela Giudici. Questa si prodiga ad interpretare, oltre ad un personaggio femminile giovane che muta, a causa degli avvenimenti, nel corso dell’opera, personaggi maschili dal carattere più variegato: dal contadino ignorante al soldato, passando per il fraticello dalla voce stridula.
Altro grande merito va dato al multi-linguismo. Italiano, tedesco, dialetto comasco (per l’occasione un po’ italianizzato) e un tocco di latino si abbracciano in un testo dove frati, contadini, uomini di cultura e tedeschi condividono un inferno in terra, in un periodo dove effettivamente si sentivano le lingue e le frasi più varie, spesso senza capire il significato.
Uno spettacolo da 5 stelle, dove il teatro non è solo un’esibizione ma una voglia di raccontare e mesotrare, la trama è ben comprensibile a tutti e gli attori sono meritevoli. Da vedere e rivedere e, riguardo il Doit Festival, sicuramente da tenere sott’occhio.

Francesco Fario

“Le anime bianche” di F.H. Burnett finalmente in italiano

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E’ sempre bello scoprire delle piccole opere di autori amati da intere generazioni dopo anni, come nel caso della scrittrice Frances Hodgson Burnett.

Grazie alla traduttrice Annarita Tranfici, infatti, oggi anche in Italia possiamo avere il piacere di leggere “Le anime bianche”, edito da Panesi, un racconto con sfumature oniriche di 79 pagine che vi prenderà dall’inizio alla fine.
Protagonista di queste pagine è la giovane Ysobel, orfana cresciuta nella brughiera scozzese con due tutori, in un castello affascinante e misterioso allo stesso tempo. Non ha amici, né parenti a parte due zii lontani che ogni tanto le fanno visita, ma Ysobel cresce felice nei luoghi in cui vive, nonostante la solitudine nella natura silenziosa, senza sapere del dono che sua madre le ha lasciato in eredità. Infatti, la ragazza ha il potere di vedere oltre le cose e di entrare in contatto con le anime dei defunti. Ysobel vede queste “anime bianche” come se fossero reali, instaurando con loro delle vere e proprie relazioni. Sarà l’incontro con Hector, uno scrittore che lei ama da tempo per i suoi fantastici romanzi, che le aprirà gli occhi sul suo mondo.
Per chi conosce la Burnett, la ritroverà in queste pagine grazie alla sua riconoscibile scrittura capace di condurci in queste ambientazioni affascinanti e nel mondo di Ysobel come se fossimo insieme a lei nel verde della brughiera scozzese. Chi ha amato Mary de “Il Giardino Segreto” e Sara de “La piccola principessa” non potrà non affezionarsi anche la dolce e minuta Ysobel, grazie a questo racconto breve ma di enorme intensità. Un misto di filosofia, religione e superstizione che rendono queste pagine appassionanti e misteriose al punto giusto. Lo stile della Burnett è subito riconoscibile, la sua cura per i dettagli, soprattutto per i suoi personaggi ma anche per le meravigliose ambientazioni nelle quali li colloca, anche se in questo caso si differenzia dalle opere precedenti, focalizzandosi di più sul confine tra razionalità e irrealtà, gli opposti che inevitabilmente si attraggono.

Tutte le cose che pensiamo accadano per caso sono solo una parte della grande filiera dello schema della vita. Quando si comincia a sospettare questo e a osservare con maggiore attenzione, si inizia anche a vedere quanto le piccolezze siano connesse tra loro, e sembrino, alla fine, portare a una ragione e a un senso più profondo, sebbene potremmo non essere abbastanza intelligenti e arguti da vederlo chiaramente. Niente accade per caso. Noi stessi facciamo sì che si verifichi ogni genere di cosa: le cose sbagliate, perché non sappiamo né ci preoccupiamo di sapere se ci troviamo dalla parte del torto o della ragione, e quelle giuste perché – inconsciamente o consapevolmente – tendiamo a scegliere la cosa giusta, nonostante tutta la nostra ignoranza.”
Un romanzo poetico e toccante, nel quale immergersi in una sola notte per assaporare e vivere con la giovane protagonista in queste atmosfere piene di mistero, oltre che riflettere sul mistero della vita e della morte.
Ilaria Scognamiglio

ABILMENTE, tutti pazzi per il bijoux

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Corsi e dimostrazioni sui monili realizzati con carta, filato, perle e perline, dal 17 al 20 marzo alla Fiera di Roma.

Amanti del bijoux, l’appuntamento per voi è ad “ABILMENTE”, la Mostra-Atelier Internazionale della Manualità Creativa, in programma dal 17 al 20 marzo 2016 alla Fiera di Roma.
Nell’Atelier del Bijoux, un vero “museo del gioiello fai da te”, sempre molto frequentato dai visitatori della Manifestazione, si potranno ammirare stupende creazioni realizzate in carta, filato, perle e perline, che nulla hanno da invidiare ai gioielli tradizionali. Un luogo da non mancare per coloro che amano abbellire il proprio look con accessori originali e insoliti.
Ci sono momenti nei quali l’arte raggiunge la dignità del lavoro manuale”, ha lasciato scritto Oscar Wilde. E l’Atelier del Bijoux ne è un’autentica testimonianza. Le numerose creative che lo animano – Monica Vinci, Laura Giusti, Graziella Malara, Jolanda Violante e Susanne Giorgi – offrono alle appassionate visitatrici un gran numero di stimoli e proposte, oltre a tenere corsi e dimostrazioni dove mettono a disposizione tutto il loro straordinario bagaglio di esperienza nella realizzazione di anelli, orecchini, collane e bracciali. Tutti realizzati con materiali tradizionali e un ingrediente esclusivo: la creatività. Raffinati accessori che racchiudono al loro interno eleganza e semplicità, senza ostentare il lusso dei gioielli classici.
“ABILMENTE/Primavera” a Roma con l’Atelier del Bijoux, è il posto ideale dove imparare e affinare le proprie capacità, sperimentando le novità e mettendo alla prova abilità manuali e creatività. Un impegno che spesso conduce a trasformare la propria passione in una vera professione.
Per maggiori informazioni e conoscere i dettagli relativi alla possibilità di usufruire di sconti speciali per gruppi numerosi e per rimanere sempre aggiornati su tutte le novità inerenti all’edizione primaverile, è possibile visitare il sito ufficiale della Manifestazione: www.abilmente.org.

Quando la street art incontra il mito: PixelPancho arriva a Roma

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A Roma arriva la mostra personale di uno degli street artist italiani più famosi del mondo, Pixel Pancho, in esposizione con i suoi “Androidèi” fino al 3 aprile 2016 alla Galleria Varsi (zona Campo de’ Fiori) con ingresso gratuito.

Gli “Androidèi” sono i soggetti creati dalla genialità visionaria di questo giovane artista, con 100mila followers su Instagram, che ha realizzato sulle strade di tutto il mondo impressionanti murales dove robot e dei si fondono per creare una nuova realtà sovrannaturale
Le 19 opere presenti all’interno della mostra sono la sintesi della riflessione dell’autore torinese sulla trasformazione dell’uomo contemporaneo attraverso una serie di metafore che trascendono la realtà per affidarla a figure suggestive dipinte sui muri dei palazzi o scolpiti nel gesso, nella ceramica e nel ferro.
Il titolo dell’esposizione realizza la sintesi perfetta dell’attuale ricerca artistica di Pixel Pancho verso una nuova identità dedicata ad esseri meccanici e utopistici che richiamano paradossalmente i miti della letteratura classica, in cui gli dei – trascendendo la dimensione divina – si immergevano nella precarietà ed instabilità delle passioni umane, mentre gli uomini  – ripudiando la propria natura mortale – hanno sempre aspirato all’immortalità e bellezza propria delle divinità.
Nella visione dello street artist queste creature si sono evolute con il passare dei secoli in rapporto alle esigenze culturali e sociali che le hanno determinate, producendo degli uomini robotici, i quali al posto di carne ed ossa mostrano ingranaggi, perfettamente in equilibrio, dove proiettare quell’ossessiva ricerca umana verso una perfezione irraggiungibile ed eterna. I robot sono i nuovi dei e gli “Androidèi” di Pixel Pancho sono il risultato delle nostre speranze, follie e paure.
Inoltre sempre a Roma, presso il quartiere di Primavalle (in via Pietro Bembo 35), lo street artist ha completato la sua ultima opera, uno spettacolare murales di 10 metri d’altezza che ritrae la famosissima scena dell’epica battaglia tra Teseo ed il Minotauro. Anche in quest’ultima rappresentazione i due personaggi dall’aspetto robotico rientrano nella sua riflessione artistica sull’incontro tra robot e dei rivisitando straordinariamente il mito classico che si inserisce nella vita ordinaria di un quartiere di periferia.
Pixel Pancho ha creato un nuovo regno surreale dominato da meccanismi di ferro e rame tragicamente umanizzati. Sono opere che colpiscono lo spettatore, il quale è invitato a entrare in un nuovo universo dove l’uomo è un robot, concludendo così la sua ricerca verso la trascendenza del tempo. La carne diviene ferro, le ossa sono ingranaggi, i volti sono impassibili, tutto rappresenta la parabola del desiderio umano verso una perfezione utopistica e inaccessibile propria delle divinità
Gli dei dell’artista di Torino sono però dei caduti, sconfitti, vittime stesse del tempo, unico padrone del mondo, per questo vediamo figure di ferro condannate alla decomposizione, corrose dalla ruggine, macchine inservibili, impersonando l’inevitabile decadenza dell’essere umano.
Vi invitiamo ad una visita nella giovane Galleria romana dove lo street artist vi accoglierà all’interno del proprio universo narrativo con un racconto fantastico dell’epica lotta verso l’impossibile.
Martina Patrizi

Minerva Auctions: tutte le esposizioni ed aste da non perdere

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Proseguono gli appuntamenti con l’arte da Minerva Auctions, casa d’aste nel cuore pulsante del centro storico di Roma.

casa d'aste roma
I prossimi mesi, infatti, saranno ricchi di eventi interessanti e da non perdere, con la possibilità di partecipare a diverse esposizioni ed aste di vario genere, pronte a soddisfare ogni esigenza e gusto di chiunque ne sia interessato. 
Si inizia Giovedì 28 Aprile 2016 con una importante, ed attesa, Asta di Arte Moderna e Contemporanea, occasione privilegiata per acquistare autentici pezzi d’arte, sia di protagonisti affermati ma anche di artisti giovani per il mondo dell’arte, come lo è stata Maria Lai lo scorso anno. L’asta, come di consueto, sarà preceduta da una esposizione aperta al pubblico delle opere in questione, in modo tale da arrivare maggiormente preparati alla successiva asta e con le idee ben chiare sulle opere da non lasciarsi scappare. Un’occasione non solo per chi già è appassionato o esperto di collezionismo, ma anche per chiunque sia attratto dal mondo delle opere artistiche e di pregio. 
L’esposizione, inoltre, ha un altro particolare motivo di interesse: saranno infatti presenti le opere di Alberto Burri, rinomato personaggio dell’arte italiana del ventesimo secolo. Difficile non ricordare, infatti, e non restare affascinati dalle opere del Burri, capace nella sua esperienza professionale di dare l’avvio ad un nuovo tipo di linguaggio artistico ed espressivo, privilegiando, in un solco del tutto rivoluzionario, la materia al colore.
Nonostante l’assoluta eccezionalità dell’evento del 28 Aprile, il calendario di Minerva Auctions, tuttavia, si presenta degno di nota e di importanti eventi anche nel mese di Maggio, tutto all’insegna dell’arte e della cultura.

Martedì 10 Maggio, infatti, sarà protagonista un’asta sulla specifica tematica della Fotografia, settore capace negli ultimi anni di suscitare sempre più interesse e curiosità non solo negli adulti, ma anche e soprattutto nei più giovani.
Si prosegue poi, solamente due giorni dopo (il 12 di Maggio) con un’asta invece più raffinata e d’élite, che avrà ad oggetto prevalentemente gioielli, orologi ed argenti, sempre apprezzati e ricercati nella loro eleganza e preziosità. 
Giovedì 26 Maggio, invece, sarà la volta di una affascinante esposizione di dipinti antichi e arte del XIX secolo, periodo fortemente ricco ed intriso di arte e di cultura che verrà riprodotto nelle sue manifestazioni più importanti e ricercate.

Infine, il ciclo di eventi e appuntamenti si chiude, per il momento, con la data di Giovedì 30 Giugno, la quale vedrà protagonista un’asta in materia di libri, autografi e stampe.

Ciascuno degli appuntamenti illustrati, e che si terranno presso Minerva Auctions, sarà certamente occasione e motivo per apprezzare l’arte ed il sentimento, oltre che il gusto e lo stile, che essa incarna e rappresenta. L’invito, quindi, è di prenderne parte numerosi, estendendo naturalmente l’invito anche ad amici, conoscenti e a chiunque sia interessato, cogliendo la possibilità di rivivere alcuni periodi storici o di gustare particolari aspetti e ambiti del nostro vivere quotidiano talvolta sottovalutati ma, ciononostante, particolarmente interessanti e significativi.
Fotografia, arte, gioielli, autografi, stampe, ogni ambito presenta le sue caratteristiche e peculiarità: scoprirli sarà un modo per estendere il proprio sapere e la propria visione del mondo che ci circonda. 
Info:
Palazzo Odescalchi, Piazza SS. Apostoli 80, 00187