Tinto Brass al Vittoriano: la liberazione nel desiderio

La vita è semplice, ma complicata dalla paura che le persone hanno della libertà“: così ‘Tinto Brass: uno sguardo libero’ al Vittoriano.

Dal 24 febbraio al 23 marzo 2016 il Complesso del Vittoriano di Roma ha ospitato la mostra “Tinto Brass, uno sguardo libero”: un percorso organizzato in modo sintetico e chiaro nello spazio di un’unica sala. Tinto Brass è raccontato tramite lo sguardo della critica, dei suoi sostenitori, degli esperti e di Tinto stesso, per aforismi, pensieri, foto di scena, bozzetti, lettere personali, manifesti e locandine.
Come per molte figure della contemporaneità recente, anche di Brass è diffusa l’ignoranza. La sua motivazione più generale risiede nell’oscurità a cui vengono relegate le opere che disturbano la morale del proprio tempo, come pena per aver colpito nel segno. Vediamo allora di ricostruire brevemente la storia di Tinto Brass, per rendere almeno con qualche foto e a parole il respiro della mostra.
La liberazione si compie nel desiderio, nell’immaginazione, probabilmente non nella realtà.
Vittoriano
Foto di scena presente alla mostra; da Sogno (2000), cortometraggio – Copyright di Gianfranco Salis.
Il giovane Giovanni Brass, nato a Milano il 26 marzo 1933, dipingeva, tanto da guadagnarsi il soprannome affettuoso di “piccolo Tintoretto di casa”, donde Tinto. Il suo viaggio inizia nell’estate del 1957, con un lavoro presso l’ufficio stampa della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia; qualche mese prima, per assecondare i genitori, si era laureato in Giurisprudenza. Nello stesso anno si trasferisce a Parigi; parte così l’avventura di anni sperimentali, dove la miseria, le possibilità, le grandi personalità, la chiusura e ad un tempo apertura degli ambienti culturali si accompagnavano di pari passo. Nella metropoli europea lavora presso la Cinémathèque française come archivista e proiezionista, entrando a contatto con le idee dei giovani Truffaut, Godard, Rivette, per dirne alcuni. Stringe amicizia con Joris Ivens, dal quale riceve il primo incarico di assistente al montaggio per un documentario su Chagall. Possiamo considerarlo l’avvio della carriera cinematografica di Brass. Per tutta la sua vita non sarà solo regista, ma più propriamente montatore, al punto da dire:
Il montaggio imprime alla pellicola il mio stile personalissimo. […] Non firmo la regia se non posso montare il film, come accaduto in passato per Caligola.
Vittoriano
Così si presentava l’ingresso della mostra.
Non è l’unico punto fisso della realtà autoriale di Tinto Brass. Il discorso sul Potere e l’analisi delle sue forme di censura penetrano nelle fondamenta della società. Negli anni sessanta i suoi film spezzano la percezione della contemporaneità con una comicità trasgressiva, grottesca, ed una serietà anarchica, critica e sagace: Chi lavora è perduto del ’63; Disco volante nel ’64; l’Urlo. Quest’ultimo, realizzato nel ’68 sulle ali della rivoluzione, partiva da un’intuizione fondamentale:
Se la Storia si mette a correre, il cinema non può continuare a camminare.
Vittoriano
Una panoramica delle locandine di un’intera carriera.
Sarà però la censura e la società italiana, come del resto ebbe modo con Pasolini, a bloccare sul nascere quella corsa. La distribuzione del film fu permessa solo nel ’72, quando ormai l’impatto sul presente era stato compromesso dal passare del momento. D’altronde, la censura accompagnerà sempre Tinto Brass: su ventisette film, ne saranno vittima ventisei.
Deluso dal ’68, Tinto realizza un’interpretazione decisa e totalizzante di quel Potere multiforme con cui si era scontrato, trovandola nell’erotismo. Prima Salon Kitty nel ’75, poi La Chiave nell’83 come conferma della nuova linea creativa: da cinema sperimentale a cinema erotico, ma per scelta e non solo provocazione. Tinto comprende come la libertà di un uomo si esprima prevalentemente nella sua sessualità; l’establishment di ogni tempo impone il proprio potere con la repressione e limitazione di questa, degradandone gli stimoli e sapendoli, a sua volta, realizzare solo nella perversione e nella corruzione degli stessi. Così Caligola nel ’79 diventa la raffigurazione di un potere che corrompe e manifesta la sua corruzione in un erotismo squallido, dalla libertà limitata proprio nella forzatura del suo godimento. Ma la sessualità è per Tinto una gioia di vivere, una bellezza umana, illuminante, che si esprime per colori accesi e con un taglio in cui vengono riposte tutte le conoscenze, apprese in anni di esperienza. È un erotismo di qualità, sperimentale nella resa visiva, che proprio perché realizzato con tecnica e criterio si scontra con quella percezione italiana, che vede nel corpo sempre e comunque un elemento basso: non può esservi applicato il sublime se non per via indiretta, pena un riconoscimento di volgarità o, peggio, perversione.
I miei film erotici non sono una diminutio rispetto ai film più politici: sono la continuazione, per me più onesta, dello stesso discorso.
Saper parlare, descrivere e vedere l’erotismo è in fondo simbolo di un’onestà verso se stessi, di accettazione della nostra condizione naturale di corpi; di esseri umani liberi nella carne e nei sentimenti, la cui libertà finisce al cospetto di quella dell’altro. È una forma di rispetto più grande della repressione e dell’imposizione, sociale e religiosa; di quella censura di noi e degli altri, simbolo di una paura oscurantista del vivere. Tinto Brass ce lo insegna.
Gabriele Di Donfrancesco
Gabriele Di Donfrancesco
Nato a Roma nel 1995 da famiglia italo-guatemalteca, è un cittadino di questo mondo che studia Lingue e Lettere Straniere alla Sapienza. Si è diplomato al liceo classico Aristofane ed ama la cosa pubblica. Vorrebbe aver letto tutto e aspira un giorno ad essere sintetico. Tra le sue passioni troviamo il riciclo, le belle persone, la buona musica, i viaggi low cost, il teatro d'avanguardia e la coerenza.

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