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Un ballo in maschera ma senza maschera all’Opera di Roma

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Il Teatro dell’Opera di Roma sta portando ora in scena una produzione di una delle più belle opere di Giuseppe Verdi, cioè “Un ballo in maschera”

Una musica densa, che ti entra nel cuore e non ti lascia più. Il duetto d’amore del secondo atto de “Un ballo in maschera” è stato giudicato come il più bel duetto d’amore che Giuseppe Verdi abbia composto. Non è facile fare una classifica della bellezza dei duetti d’amore verdiani, ma questo sta sicuramente ai primi posti come tutta l’opera, e dobbiamo ringraziare il Teatro dell’Opera di Roma che sta portando in scena questo capolavoro dal 16 ottobre al 30 ottobre 2016. Ma quando si recensisce, bisogna essere obiettivi ed analizzare tutto con serietà; quindi, scusate il gioco di parole, facciamo caderela maschera“.

 

Opera di Roma

 

L’opera, estratta dal dramma Gustave III, ou le Bal Masqué (Gustavo III o il Ballo in Maschera) di Eugène Scribe), andò in scena la prima volta il 17 febbraio 1859 al distrutto Teatro Apollo di Roma.
La storia, basata in parte su una vicenda reale, narra della passione amorosa del Re Gustavo III di Svezia per Amelia. Essa è la moglie di Anckarström, il migliore amico del re. Quando egli viene a scoprire il misfatto, decide di unirsi ai congiurati che stanno tramando per uccidere il Re. Gustavo verrà infatti pugnalato dall’ex amico durante un ballo in maschera, ma prima di morire, riesce a perdonare tutti, tra la disperazione di Amelia, di Oscar, il suo paggio, di Anckarström, che si è accorto di quello che ha fatto, e di tutti i partecipanti, anche gli stupiti congiurati.

 

L’opera dovette subire il vaglio della censura e quindi l’azione fu trasportata a Boston ed il Re divenne il governatore di Boston Riccardo (in quanto si ritenne, dati gli anni ferventi, che fosse poco dignitoso far vedere il re che muore per una questione d’amore), Amelia rimase tale e Anckarström divenne Renato, ed è questa la versione che si è quasi sempre ascoltata. Il Teatro dell’Opera di Roma ha deciso di proporre la versione originale.

 

Il Re Gustavo è stato interpretato da uno straordinario Francesco Meli, un giovane ma già validissimo tenore, dalla voce meravigliosa e grande tecnica, ma soprattutto grande attore sulla scena; ogni nota ed ogni parola avevano il giusto accento e peso (come potei provare sempre ne Un ballo in maschera all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia nel giugno 2013, ed ecco la registrazione della sua aria di quell’occasione). Meli ha fatto tante volte questo personaggio e si sentiva ciò, ed il pubblico gli ha tributato gli applausi più calorosi della serata.
Deludente è stata la prova del soprano cinese Hui He come Amelia, che già sentii quest’estate a Verona ne Il Trovatore. La voce si è molto appesantita, con problemi enormi in acuto, tali da calare terribilmente d’intonazione nella grande aria del secondo atto Ma dall’arido stelo divulsa e costringendola a riadattare tutta la cadenza finale. In tutto questo la recitazione ed il personaggio erano assenti.
Anckarström era il giovane baritono italiano Simone Piazzola, il quale è partito sottotono ma nel corso della serata ha preso coscienza delle sua facoltà, regalandoci un bel terzo atto con una commovente interpretazione della terribile aria Eri tu, accolta da applausi sinceri.
Un vero portento vocale e scenico era Dolora Zajick nel ruolo di Ulrica (il nome della versione svedese era Arvidson), la strega che predice al Re la sua fine. Questa signora cantante, che calca i palchi dal 1974 ed ha lavorato con direttori come Riccardo Muti, James Levine e tanti altri, ha una voce torrenziale ma anche un grande temperamento ed una grande tecnica che la trasformano in qualcosa di insuperabile, di disumano.
Oscar, il sopra citato paggio di Gustavo, era la bravissima Serena Gamberoni, che ricordiamolo, nella realtà, è la moglie di Francesco Meli. Anche la Gamberoni ha una voce splendida, è simpaticissima (è stata capace di fare due volte la ruota) ed il suo Oscar non è mai querulo come spesso si sente, ma una persona che vive. Mi è piaciuto il suo sottolineare, nel tragico finale, il fatto che, secondo la mia personalissima e criticabilissima opinione, Oscar ami il Re.
Molto bene i comprimari, Alessio Cacciamani e Dario Russo nei ruoli dei congiurati, i Conti Horn e Ribbïng, e Gianfranco Montresor nel ruolo del marinaio Christian, mentre invece Gianluca Floris, che faceva il giudice, aveva una voce nasale e legnosa.
Il mio plauso più sincero è andato al maestro Jesús López-Cobos, il quale, da grandissimo concertatore che è, ha sostenuto i cantanti alla perfezione ma il suo non era solo accompagnamento. Egli ha “cantato” con i cantanti ed ha messo perfettamente in luce la particolarità della scrittura verdiana di quest’opera. Il primo atto è frivolo, il Re Gustavo ha dei tratti tutto sommato antipatici e vuole mettere alla prova questa strega che alcuni vogliono condannare, non credendo alle sue purtroppo vere profezie. Ma è dal secondo atto che entra il dramma, la passione d’amore ardente, fino al tragico epilogo, e tutto questo è stato messo perfettamente in luce dalla direzione e dalla splendida Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, mentre invece il Coro mi è sembrato poco concentrato e non del tutto intonato.
Purtroppo la parte non convincente che mi ha fatto decidere, come dicevo in apertura, di far cadere la maschera, è stata la regia di Leo Muscato, che tutto sommato era rispettosa del testo, ma mi ha lasciato molto, per dire un eufemismo, perplesso. Per il regista “dentro quest’opera ci sono degli elementi che veramente danno l’impressione di essere dentro una favola” e li elenca tutti: il re, l’amore, la strega, il suo migliore amico, i traditori, etc. Sempre secondo il regista nella favola “tutto ciò che accade dà l’impressione di essere estremamente realistico” e “che le cose che sono raccontate a volte hanno un che di non totalmente credibile” e ciò può anche andare per questa storia (per questo vi rimando all’intervista che si può vedere su questo link), ma far iniziare l’opera con scritte del tipo (adesso non mi ricordo le parole esatte, mi perdoni Sign.Muscato) “C’era una volta un re“, che ricordavano l’inizio tipico della favole, con Amelia che interrompeva un duello tra Gustavo ed Anckarström ed i tre che andavano tutti insieme come se nulla fosse stato ha messo in risalto un aspetto che a me sembrava comico in un’opera drammatica. Il ballo finale, con alcune mosse che erano stilizzate, non solo era brutto da vedere ma distoglieva l’attenzione dall’ultimo drammatico incontro dei due amanti, e poi vi sono state una serie d’incongruenze; per esempio, quando si deve decidere chi trafiggerà il re, Amelia viene scelta per estrarre a sorte il nome dell’assassino. Nonostante le sia stato detto tre secondi prima “v’han tre nomi in quell’urna” i foglietti erano in un tricorno. Peccato perché le scenografie di Federica Parolini erano molto belle e, attraverso il proporre tutte superfici angolate, davano molto l’idea della favola ed i costumi di Silvia Aymonino erano stupendi, ed anche alcune idee non erano niente male (come il fatto di isolare con delle luci molto belle curate da Alessandro Verazzi i cantanti in alcuni momenti, lo studiolo di Gustavo che diventa improvvisamente la sala da ballo con dei coriandoli che cadono dal soffitto e Ulrica che compare nel finale per dimostrare che lei aveva con ragione previsto tutto).
Opera di Roma
Ma la musica di Verdi è talmente bella che tutto passa in secondo piano ed io me lo immagino, lì sulla nuvoletta, a ridere e parlare della sua arte con i più grandi che l’hanno cantata, diretta, interpretata e soprattutto “vissuta“.
Marco Rossi
(Foto di Yasuko Kageyama/TOR)

Traces dei Les 7 Doigts, l’urban culture incontra l’arte circense

Tornano al RomaEuropa Festival le poetiche acrobazie de Les 7 Doigts, la compagnia quebecchese che sta riscrivendo le sorti del nuovo circo sulla scena mondiale.

Dopo aver conquistato il pubblico romano con il loro Cuisine & Confessions, la compagnia quebecchese Les 7 Doigts, torna dal 27 al 30 Ottobre all’Auditorium Conciliazione per il Romaeuropa con Traces: nuova poetica avventura tra danza, musica, acrobazia, street art e linguaggi urbani, dedicata ad un pubblico di tutte le età.

Presentato più di 1700 volte in 25 paesi e in 200 città di tutto il mondo, premiato con numerosi riconoscimenti internazionali, Traces è ambientato in un rifugio di fortuna all’esterno del quale sta per consumarsi un’imminente catastrofe. «Le uscite di sicurezza sono ovunque, perché qualcosa di terribile potrebbe accadere» annunciano Les 7 doigts all’inizio dello spettacolo ed è subito chiaro che il loro Traces è una visionaria via di fuga dalle ansie e dalle tensioni della nostra epoca. E infatti, l’unico modo per reagire alla catastrofe è rischiare, vivere la vita in pienezza anche quando ogni speranza sembra persa. Intrecciando danza e circo alle loro esperienze personali, i giovani protagonisti sfidano la gravità in acrobazie esplosive in cui si innestano elementi della urban culture come lo skateboarding ed il baseball.
«Nei nostri spettacoli, abbiamo deciso di mettere sempre in risalto l’essere umano. Vogliamo che gli spettatori s’identifichino in noi e che ci riconoscano come simili: uomini con un nome e un cognome, un particolare timbro della voce, delle particolari forze e altrettante debolezze. Vogliamo che gli spettatori si sentano vicini a chi è in scena, che si preoccupino per i rischi che ognuno di noi corre, che si emozionino con noi. Traces è l’apice di questo tentativo di umanizzazione. Durante tutto il corso dello spettacolo, infatti, gli artisti condividono con il pubblico dettagli intimi delle proprie vite: la loro provenienza, il loro carattere, alcuni aneddoti che caratterizzano il loro percorso» spiega la compagnia. Così le discipline circensi scoprono nuovi territori di indagine e nuove poetiche: «Questo circo contemporaneo si libera dei costumi, delle musiche e dei numeri che definivano il circo tradizionale, per trovare proficue fusioni con la danza e con il teatro. Certo, questi elementi non definiscono in modo esaustivo il “nuovo circo”. In fondo ogni definizione finirebbe per limitare la libertà che caratterizza l’essere contemporaneo di un linguaggio artistico».
Una poetica che si rispecchia perfettamente nel nome della compagnia «In francese esiste un’espressione che definisce l’agire di un gruppo d’individui che insieme formano un’individualità unica come fossero cinque dita di una stessa mano: “les cinques doigts de la main”, appunto. Poiché i membri fondatori di questo gruppo, come dicevo, sono sette abbiamo deciso di chiamarci “Les 7 doigts de la main”. Può sembrare una strana definizione ma la trovavamo appropriata, bizzarra e divertente».

Denial, il dramma dell’Olocausto negato da Irving

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Festa del Cinema Roma: Denial, quando per dimostrare l’orrore c’è bisogno della prova.

Titolo: Denial
Anno: 2016
Durata: 110’ mins
Genere: Drammatico – Thriller
Regista: Mick Jackson
Cast: Rachel Weisz, Andrew Scott, Timothy Spall, Tom Wilkinson

L’ennesimo film che parla di una questione fondamentale per la nostra  coscienza collettiva, ma stavolta da una diversa angolazione. Si basa sulle vicende della professoressa Deborah Lipstadt storica e autrice di libri sull’Olocausto, che nei suoi scritti definisce lo storico negazionista inglese David Irving autore del best seller La Guerra di Hitler, come un manipolatore della storia. Il paradosso sta nel fatto che è quest’ultimo a chiamarla in tribunale per difendersi dall’accusa di diffamazione, e lo fa in terra Inglese dove l’onere della prova sarà a carico della Lipstadt. Per la prima volta bisognerà dimostrare in tribunale che l’olocausto è tristemente avvenuto. Quello che sembra scontato andrà provato davanti al sistema giuridico, evitandone le contraddizioni e facendo i conti con l’influenza dei media oltre che con i pericoli della lunghezza del processo. 
E’ un film che trova nella testimonianza il suo valore. Un tassello che completa la mostruosa parabola della Shoah portando al grande pubblico l’aberrazione di David Irving, richiamando l’attenzione sul quel mondo “nazi” sempre vivo sotto le ceneri. Un film anche se storico terribilmente attuale, in questi giorni che vedono il piccolo paese Austriaco di Braunau am Inn  ordinare la demolizione della casa natale del Führer, onde impedire grotteschi pellegrinaggi dei nostalgici del terzo Reich.
 
Dovendosi attenere rigorosamente ai fatti non c’è spazio per le trovate tipiche dei legal thriller, e le sorti del film sono tutte sulle spalle della regia e degli interpreti, con una sceneggiatura che evita il rischio di accarezzare la noia. Le scene cinematograficamente più significative del film sono quelle girate ad Aushwitz per il sopralluogo del team forense, in cui il contrasto tra il dolore della Lipstadt stride fortemente con la professionalità dell’avvocato. La regia di Mick Jackson riesce in pochi fotogrammi a trasferire nello spettatore l’essenza di un luogo svuotato da ogni traccia di umanità, ma senza il bisogno di utilizzare particolari escamotage emotivi. Rachel Weisz basa la sua interpretazione della Lipstad sulla forza dell’indignazione, spirito libero che mal sopporta i vincoli della procedura legale imposti dal suo avvocato, impersonato da Tom Wilikinson in una prova convincente. Sono diversi i personaggi che anche se in ruoli minori risultano necessari per rendere la storia nella sua completezza, riuscendo ad emergere anche in poche battute. Le ambientazioni sono belle e curate e riproducono in maniera integrale il rigore  dell’atmosfera british. Il film difficilmente troverà posto tra quelli memorabili ma non per colpa del regista, che costretto dai vincoli narrativi riesce comunque a costruire una testimonianza importante e ancora necessaria ai giorni nostri.
Bruno Fulco

 

“Notturno di donna con ospiti” con Giuliana De Sio

Il testo propone, ancora una volta, il viaggio che Ruccello aveva intrapreso nel quotidiano attraversato e contaminato dal thriller, nonché il viaggio nel panorama desolato della periferia urbana, dei ghetti degradati, tra le tv locali e le radio libere.

Un percorso apparentemente triste, che però viene ravvivato ora da una miscellanea di sentimenti, ora da involontaria comicità.
Una serie di colpi di scena con un occhio al cinema “thrilling”; ma mentre “Le cinque rose” ha come riferimento il cinema di Hitchcock, di Argento, di Polanski, nel Notturno domina quello anni ’70, per intenderci di Scorsese e di Kubrick.
I canoni sono sempre gli stessi: il luogo isolato, il protagonista barricato all’interno, la minaccia esterna che semina orrore e sgomento fino ad un catartico finale.
L’azione si svolge in una casa a due piani nella periferia di una metropoli: Adriana porta avanti la sua esistenza, nel caldo afoso, tra canzoni e note di un pianoforte, tra televisione ed una terza gravidanza, con un marito, Michele, che lavora di notte e ritorna a casa all’alba.
Una sera accade che strani individui, temuti e desiderati da troppo tempo, si introducano in casa. Improvvisamente riaffiorano senza una logica i ricordi, angoscianti fantasmi del passato, che provocheranno in Adriana una reazione atroce, insensata, ma a lei necessaria per fuggire da quella prigione grigia e ossessiva. Un progetto in definitiva che segna l’ideale ricostruzione del discorso su Ruccello, sulla violenza e modernità delle metropoli.

La mano del regista ha saputo cogliere gli aspetti più significativi di un testo percorso, come è nello stile dell’autore, da un coacervo di sentimenti contrastanti. Un particolare ricordo va a Giuseppina De Nonno-Ruccello, recentemente scomparsa, che fino alla fine è stata rigorosa custode della “vicenda drammaturgica” del suo adorato figlio Annibale.

La teatralità del “Così fan tutte” di Mozart a Londra

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Il regista Jan Philip Gloger ha firmato un interessantissimo allestimento alla Royal Opera House Covent Garden di Londra del Così fan tutte.

Così fan tutte è veramente un gioiello. Andata in scena per la prima volta il 26 gennaio 1790 al Burgtheater di Vienna, conclude, dopo Le Nozze di Figaro ed il Don Giovanni, la cosiddetta “trilogia dapontiana“, cioè le tre opere con la musica di Wolfgang Amadeus Mozart ed il libretto di Lorenzo Da Ponte.

È un opera meravigliosa. La trama è di una simpatia ma anche di una dolcezza e raffinatezza estrema. Siamo a Napoli e Ferrando e Guglielmo sono messi alla prova dal loro amico Don Alfonso. Egli è infatti convinto che tutte le donne sono infedeli (dice infatti: “È la fede delle femmine come l’Araba fenice: che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa!“) ed insieme decidono di testare la fedeltà delle loro rispettive donne, due sorelle, Dorabella e Fiordiligi. Facendo finta di partire per il servizio militare ma poi tornando sotto mentite spoglie, essi dimostreranno che Don Alfonso aveva ragione.
La musica di Mozart ed il libretto di Da Ponte sono di una raffinatezza e di un brio esaltanti, e la Royal Opera House Covent Garden ha colto bene l’occasione chiamando un giovane ma brillante regista, il tedesco Jan Philip Gloger. L’opera è andata in scena dal 22 settembre al 19 ottobre 2016  e la nostra recensione si riferisce alla differita cinematografica del 17 ottobre.


così fan tutte
Jan Philip Gloger è partito da un’idea di base: il sottotitolo dell’opera è “La Scuola degli Amanti“. Per lui tutto si svolgeva in un teatro. Durante la famosa ouverture i cantanti uscivano a prendere gli applausi, Don Alfonso è un capocomico, mentre il primo atto si svolgeva in parte nella casa delle due sorelle ed in una stazione (non nel porto di Napoli dove si svolgerebbe). Nel secondo atto è come se la scena si fosse capovolta; vedevamo maschere, palchi che si muovono. È il dietro le quinte di un teatro, perché quest’opera è lo spettacolo della vita. Si è trattato a mio avviso di uno spettacolo riuscitissimo, anche perché era molto rispettoso della drammaturgia e della musica.
Il direttore d’orchestra era il russo Semyon Bychkov, che già diresse il titolo mozartiano all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia nello scorso giugno (e CulturaMente ovviamente, come potete leggere qui, c’era). Sinceramente una prova che mi ha deluso. Gli accompagnamenti solistici erano molto belli ma erano troppo pesanti gli ensemble. La prova dei complessi della Royal Opera House Covent Garden è stata ottima.
Anche il cast femminile era lo stesso dell’esecuzione romana.
A mio avviso la migliore in assoluto è stata Angela Brewer come Dorabella; una voce bellissima, un fisico stupendo e grande attrice sul palco, spigliatissima.
Corinne Winters è stata una Fiordiligi dolce, ma la voce sembrava non reggere bene il peso della parte, mentre assolutamente straordinaria per carattere, voce e vitalità, è stata la Despina, la loro cameriera nonché complice di Don Alfonso, di Sabina Puertolas.
Un poco meno bravi sono stati gli uomini.
Ferrando era il tenore tedesco Daniel Behle, una voce non bella né di grande volume e con una dizione perfettibile. Il suo personaggio purtroppo ha risentito di alcune pecche da parte del regista perché il fatto di mettere su Ferrando degli occhialoni ed un parrucchino non lo facevano sembrare un giovane amoroso ma una creatura incolore.
Guglielmo era il giovane baritono italiano Alessio Arduini, bellissima voce (anche se nel secondo atto si sentiva la stanchezza) ma mancava un poco di carattere, che invece aveva il baritono tedesco Johannes Martin Kränzle, al suo debutto al Covent Garden, spiritosissimo e simpaticissimo Don Alfonso, ad onta di una voce un poco ruvida e non bellissima di colore.
È stata comunque una bellissima recita, nel nome di Mozart e della grande arte di lirica. Viva la musica, viva il canto e viva il teatro, dove tutto è vero e finto allo stesso tempo!
Marco Rossi
(Foto © 2016 ROH Stephen Cummiskey)

Grey’s Anatomy 13, episodio 5: “tutto il resto è… gioia”

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De Luca find a joy!

Con questa frase la dottoressa Bailey sintetizza il tema di questo quinto episodio di Grey’s Anatomy, Both Sides Now. Finalmente si torna a parlare di medicina e il focus è tutto dedicato al trapianto di fegato. Ma non solo, perché ormai abbiamo capito che questa tredicesima stagione dà molto rilievo ai sentimenti personali dei nostri amati protagonisti. Non che la serie prima fosse tanto diversa, ovviamente, ma sembra quasi che la professione sia diventata “di contorno”, forse perché i personaggi sono cresciuti e non hanno più la smania di fare carriera. Potremmo dire che si tratta di un momento di “stasi” lato professionale, e forse un po’ tristemente potremmo aggiungere: si sono sistemati.
Lato umano, invece, la concentrazione va tutta su Amelia, che forse è incinta: Shonda non ha pietà per le fan e ci presenta un Owen casualmente impegnatissimo con Harriett, la piccola di Casa Avery, per dare fiato a neo genitori, o meglio a Jackson, che la tiene in braccio tutto il tempo mentre April sembra molto intenta a riprendere le redini della propria carriera. Niente di nuovo, comunque: sapevamo bene già dai tempi di Christina che il nostro dottore roscio ha un debole per i bambini, e ora sente che forse è arrivato il suo momento visto che Amelia è assolutamente meno reticente della sua ex. La risposta sulla gravidanza la avrete nel finale, non vi anticipo nulla: posso solo dire che la neo – mogliettina non sembra molto entusiasta dell’ipotetica lieta novella. Tuttavia, abbiamo imparato a conoscere anche Amelia e sappiamo bene che all’inizio di ogni impresa è sempre un po’ riluttante. Sembra più interessata a litigarsi la Edwards con Maggie piuttosto che al test di gravidanza…
Ma possiamo biasimarla? L’ultima volta che è rimasta incinta il suo compagno era morto di overdose a fianco a lei, e diciamocelo, per quanto si possa essere innamorati possiamo comprendere la paura di affrontare un’esperienza impegnativa come una gravidanza, specialmente da appena sposati e con una carriera importante tra le mani. Owen è un tenerone, ma Amelia ci piace perché è umana, contraddittoria, ci fa sentire che non è sbagliato provare sentimenti contrastanti e che questo non significa essere “brutte persone”. Per questo, a mio avviso, è uno dei personaggi riusciti meglio degli ultimi anni.
In questa amabile cornice materna si inserisce un riavvicinamento tra Owen e Riggs, qualche ennesimo tentativo di quest’ultimo di sedurre Meredith “La Dura”, la riabilitazione morale di De Luca, che finalmente sembra riacquistare un po’ di serenità e, come sempre, la competizione tra Jo e Stephanie: quest’ultima viene letteralmente definita la migliore specializzanda e si percepisce che Jo è stufa di starsene in un angolo.
Resta in sospeso, e speriamo che venga fuori presto, il discorso sul suo travagliato passato, visto che Jo aveva confessato a De Luca di essere scappata da un matrimonio di convenienza. Crediamo che la questione tornerà a galla dopo il processo di Alex, quando tutto sarà finito. Nel frattempo, chissà che tra questi due non scoppi la passione. Magari Karev, nell’errore, ci aveva visto giusto…
Alessia Pizzi

Il Piccolo Principe cyberpunk di Cinématique, una poesia del virtuale

Due anime in viaggio per una matrice virtuale: la poesia di Cinématique

Adrien M & Claire B
ROMA | Cinématique, creazione di Adrien M & Claire B, arriva direttamente da Lione in Francia al Teatro Vascello per il Romaeuropa Festival 2016. La prima italiana è stata il 19 ottobre, noi abbiamo avuto modo di vederlo il 21 e l’ultima replica sarà questa domenica 23. Cinématique è un’opera di teatro danza e giocoleria trainata da una scenografia digitale e interattiva, che risponde agli stimoli fisici e proietta sulle superfici del palco un mondo di pavimenti in movimento, dimensioni illusorie e luoghi dalla fisica impossibile. Tutto è costruito intorno ai corpi di Joseph Viatte, giocoliere, e Marie Tassin, danzatrice, entrambi giovanissimi. L’informatica incontra il palcoscenico attraverso la grafica di Claire Bardainne e il software eMotion sviluppato da Adrien Mondot. Si cerca di “reincantare la realtà” e risvegliare “un immaginario infantile”, come spiega Mondot intervistato da Chiara Pirri del Romaeuropa. Ne nasce uno spettacolo che resta nel cuore, lasciandoci sorpresi e felici. Vediamo insieme perché. 
Adrien M & Claire B - Joseph Viatte - Marie Tassin
Joseph Viatte e Marie Tassin al termine dello spettacolo. Durante l’esibizione non pronunciano mai parola.
Una ballerina e un giocoliere nella matrice. Siamo spettatori del passatempo di due giovani adulti dallo sguardo sognante e assente. Iniziano disegnando l’uno il percorso dell’altra; coreografie zen si corrompono in fughe esplosive nella realtà aumentata. Prende forma un’avventura costantemente accompagnata da musiche elettroniche, opera di Christophe Sartori e Laurent Buisson, altamente immaginative e in simbiosi totale con le reazioni dell’ambiente. Cinématique ricorda le illusioni dei primi videogiochi e le riprese cinematografiche che sfidano la prospettiva di film come Tron e Inception. Siamo catturati e ci perdiamo nel rapporto ambivalente di due anime che passano il tempo a crearsi sfide a vicenda in una stanza dei giochi virtuale. I protagonisti esplorano la matrice cibernetica fin nelle sue tenebre, sempre angosciose, per poi sfuggirne in albe di colori con eleganti numeri di giocoleria. L’oscurità si trasforma in un viaggio onirico, smaliziato e tuttavia guidato da quel genere di pensosa innocenza delle storie del Piccolo Principe.
Essenzialità. Non solo meraviglia, ma anche grande eleganza. Gli abiti sono semplici, neri, i piedi nudi e i movimenti naturali e fluidi. Non si verificano stonature in una chimica perfetta tra i due interpreti. La scenografia astratta rivela come nell’assenza di cose il computer sappia generare una forma di teatro puro: corpi immersi in uno spazio di illusioni. Così racconta Adrien Mondot, ingegnere informatico e ideatore dello spettacolo, a Chiara Pirri: “Mi resi conto che il digitale può essere il veicolo ideale per l’immaginazione” .
Giudizio. Cinématique celebra l’immaginazione e si pone come uno dei lavori più appassionanti dell’anno romano. Fa sentire bene e dona una rinata libertà mentale; incantati, si vorrebbe che lo spettacolo continuasse ancora e ancora. “C’era quella voglia di viverlo con loro” racconta una ragazza del pubblico, riferendosi all’avventura appena conclusa. 
Gabriele Di Donfrancesco

Ultima Vez torna con “In Spite of Wishing and Wanting Revival”

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Dopo quasi vent’anni è di nuovo in scena uno spettacolo molto amato e avvolgente, In Spite of Wishing and Wanting, dove danza, teatro e cinema esplodono con grande vitalità al Teatro Argentina.

Wim Vandekeybus, fiammingo, è uno dei coreografi più influenti della sfera internazionale con Ultima Vez la sua compagnia fondata nel 1986, lavora su pezzi diversi e crea sempre nuove coreografie, talvolta tuttavia ama, come in questo caso, riprodurre dei lavori già fatti.
Dal punto di vista scenografico è uno spettacolo leggero, molto facile da portare in tournée, così Wim ha potuto investire maggiormente sul lavoro dei danzatori. Partendo da un racconto dell’argentino Julio Cortàzar, qui è stata spinta ancora di più la caratteristica surrealista dalle atmosfere quasi felliniane. La prima messa in scena è del 1999, il debutto è avvenuto a Ferrara, per omaggiare la lingua italiana che si sposa perfettamente con questo spettacolo nel quale il coreografo insiste sulla fisicità prorompente dei danzatori. Sono tutti maschi, si percepisce l’affinità di gruppo, la danza domina, il desiderio viene espresso in maniera insolita, brutale e selvaggio. Un uomo dorme sdraiato per terra, quando improvvisamente il cuscino sul quale è appoggiato… esplode! Piume ovunque faranno d’ora in poi parte della scenografia svolazzando con il vento della danza. L’uomo (il ballerino Knut VikstrÖm Precht) da tranquillo e “umano” diventa “selvaggio” in balìa degli istinti. Si spoglia ha i capelli lunghi e barba lunga, corre urlando nudo sul palco, si nasconde dentro uno strappo del pavimento, mangia patate crude con la buccia. L’impatto è molto forte, le musiche di David Byrne accompagnano i danzatori sulla scena dove sembra non ci siano regole, ballano e volteggiano creando empatia con il pubblico e condivisione, stimolando l’immaginazione.
L’idea di crare un gruppo interamente maschile mi è venuta mentre lavoravo su un testo di Pasolini” ci spiega Vandekeybus “lì ho messo a fuoco queste dinamiche prettamente maschili e come si esprime il desiderio, non nella sua connotazione superficiale, ma bensì in una più profonda, cosa vogliono veramente gli uomini? È molto difficile parlare del desiderio, nello spettacolo i danzatori dormono in piedi e sognano il mondo inconscio che è custodito in esso. Una delle facce del desiderio è la paura perché scatena istinti molto forti. Ho voluto svilupparla nella fisicità dei ballerini che sono molto forti ma anche molto spaventati”.
Lo scopo del coreografo e regista è pienamente riuscito, “confondere lo spettatore affinché esca dai miei spettacoli con più domande che risposte” è stato raggiunto, bravo Wim e bravi i danzatori.
Sara Cacciarini

Una, quando il cinema ci mette a disagio

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Una, quando il cinema ci mette a disagio

Iniziare ad analizzare e un giudicare un film, partendo però da un altro film, è molto inusuale, lo capisco.

Ma vedendo Una, mi è corso più volte in mente una scena essenziale di Nymphomaniac di Lars Von Trier, ovvero il momento in cui la protagonista smaschera le emozioni di un pedofilo, e invece di esserne disgustata lo compatisce per la sua malattia e la sua impossibilità di vivere una vita normale essendo afflitto da tale perversione.

In quel monologo, forse per la prima e unica volta nella storia del cinema, il pedofilo è concepito e mostrato come vittima di sé stesso.

Questa scena mi è venuta in mente perché Una in un certo senso riparte dal quel concetto, ma ovviamente non lo declina come Von Trier, semmai alza ancora di più l’asticella della controversia: senza giudicare, senza azzardi morali o moralizzatori, Una mostra con coraggio, disgusto e grande disturbo emotivo il rapporto tra carnefice e vittima, raccogliendo le macerie lasciate dall’abuso sessuale su una 13enne.

Tratto da un’opera teatrale per questo concepito e girato in maniera essenziale e semplice, con una scenografia spoglia e molto austera che intelligentemente lascia il centro della scena solo ai protagonisti e al tema principale, con spazi e ambienti che quasi li isolano da tutto il resto, il film è il confronto tra due persone e due anime distrutte definitivamente dal proprio marciume interiore: nel loro dialogo, nella libertà e sconvolgente innocenza con cui ricordano momenti raccapriccianti, vediamo due facce della medesima perversione.

E’ ovvio però che la vera danneggiata è la ragazza, la quale si trova nel suo stato di quasi pazzia a causa della violazione subita da piccola. I suoi comportamenti e le sue parole sono tutte derivate da quanto accaduto. Il lavoro enorme del film e della sceneggiatura in particolare è appunto quello di massacrare emotivamente lo spettatore in maniera ambigua, facendogli insinuare il dubbio che entrambi siano malati, quando non si deve mai dimenticare che tra una bambino e un adulto la capacità di scelta è sempre in possesso di quest’ultimo: pur quindi nella presenza chiara di un carnefice, Una riesce non dico a far empatizzare con un pedofilo, ma quantomeno a farne capire e passare il punto di vista, in modo da sconvolgere lo spettatore chiamato a credere alle sue parole e magari vedere per un attimo le sue ragioni (e forse per questo odiarlo ancora di più). Raggelante, il film riesce davvero appieno in questo intento.

Grazie soprattutto alla performance ambigua e comunque sempre molto umana di Ben Mendelsohn, ed a quella in bilico tra l’isteria e l’infantilismo perpetuo di Rooney Mara, il film colpisce nel segno riuscendo a porre quesiti che la nostra mente vorrebbe relegare nei meandri più profondi dell’inconscio. Con un incidere compassato, in modo che scavi lentamente nel malessere interiore, e con una struttura temporale frammentata, in modo che i pensieri possano riaffiorare come un fastidio mai sopito, Una è nella propria semplicità di film quasi anti-cinematografico uno delle pellicole più coraggiose e disturbanti degli ultimi tempi.

 
Emanuele D’Aniello

Hell or High Water, la via del western moderno in grande stile

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Festa del Cinema Roma: I nuovi cowboy di Hell or High Water, storie di oggi con le facce di ieri.


Titolo:Hell or High Water
Anno: 2016
Durata: 102’ mins
Genere: Drammatico
Regista: David Mackenzie
Cast: Jeff Bridges, Ben Foster, Chris Pine, Gil Birmingham
Nella moda accade spesso che gli stili si ripropongono, si cambiano alcuni particolari, si svecchiano tagli e forme mantenendo i contenuti concettuali. Questo è quello che accade anche in Hell or High Water diretto da David Mackenzie, riuscita versione moderna di western che mantiene in sé tutti gli elementi portanti del genere originale. Non ci sono più i cavalli anche se il regista li fa apparire in una scena forse come omaggio al passato, ma poco importa, perché il film riesce pienamente ad attraversare il tempo riportando le stesse sensazioni e per lunghi tratti l’essenza delle atmosfere di quelle vecchie pellicole.
Però c’è ancora il Texas, tra i luoghi più gettonati di sempre in questo genere, a fare da sfondo alle imprese dei fratelli Toby e Tanner moderni e malmessi cowboy. Sulle loro tracce il burbero Ranger Marcus, un osso duro alle soglie di una pensione a cui non vuole rassegnarsi, accompagnato come nella migliore tradizione dal suo collega di origine indiana. Gli atteggiamenti dei due fratelli e le loro facce segnate con gli sguardi persi all’orizzonte, rimandano immediatamente la memoria ai grandi classici. Lo stesso vale per i Rangers e i loro dialoghi infarciti di battute da sceriffo vecchio stampo. Le banche da rapinare ci sono ancora, quasi sempre con un solo impiegato e facili da svuotare. In questo senso la scena del colpo in una di queste sotto gli occhi dell’unico malcapitato cliente, sembra quasi un omaggio cinematografico all’old west.
Il film è aderente alla tipologia anche nei tempi dettati dalla sceneggiatura, che alterna fasi veloci ad altre più lente in cui scorrono i grandi spazi texani, senza però perdere assolutamente di ritmo. La fotografia è di livello e non solo perché riesce a rendere in maniera affascinante lo splendido territorio, ma soprattutto per i tagli delle inquadrature sui volti dei protagonisti, tecnicamente proprie al vecchio stile. La caratterizzazione dei personaggi è perfettamente azzeccata nel suo contesto, sostenuta da un’ottima prova di tutto il cast, su tutti quella del premio Oscar Jeff Bridge, l’indimenticabile “Drugo” nel grande Lebowsky.
David Mackenzie riesce a costruire un film assolutamente riuscito sotto ogni punto di vista, che anche riprendendo la tradizione di questo genere rifugge dall’esserne la moderna parodia. La chiave che gli da è estremamente attuale, i personaggi non sono semplici derivati di quelli del passato ma sono i figli del Texas dei giorni nostri, e si muovono nelle loro dinamiche esistenziali. Gente di una terra in cui la vita per molti è ancora dura, in cui la comparsa del petrolio ha mutato per sempre gli equilibri sociali ed economici, e dove le banche non sempre rappresentano i buoni com’era una volta.
Bruno Fulco

Arriva la 18a edizione del premio La Chioma di Berenice

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Presentiamo le nomine alla 18a  edizione del premio internazionale cinearti La Chioma di Berenice.

Giancarlo Magalli
Presenta Giancarlo Magalli

– 23 ottobre, Salone Margherita ore 20.30

Domenica 23 ottobre 2016 verranno consegnati i riconoscimenti della XVIII edizione del premio Internazionale cinearti “La Chioma di Berenice“. La cerimonia di premiazione, condotta da Giancarlo Magalli si terrà presso il Salone Margherita di Roma dalle ore 20.30. Le prestigiose e ormai riconosciute statuette sono un omaggio alla fantasia e alla professionalità degli artigiani ed artisti del Cinema italiano ed Internazionale: acconciatori, truccatori, costumisti, scenografi e compositori musicali che attraverso il Cinema e la Fiction, influenzano mode e tendenze dei nostri giorni. Sono, infatti, proprio questi artigiani e artisti dello spettacolo che, attraverso la loro professionalità e creatività, indispensabili  professionisti, per la realizzazione e caratterizzazione di ogni personaggio e per la riuscita di qualsiasi produzione cinematografica.
Il Premio Internazionale Cinearti “La Chioma di Berenice” è un importante riconoscimento istituito nel 1998 dalla CNA – Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa. Fulcro vitale e obiettivo dell’evento è valorizzare l’estro, l’arte ed il grande talento degli artigiani del set, premiandone il talento e mettendo in risalto la straordinaria qualità di un settore artistico che può esse considerato a tutti gli effetti  “Made in Italy”.
Nell’edizione 2016 , che vede il Premio raggiungere la maggiore età, le candidature per ogni categoria di premi sono state individuate grazie al voto dei 130 ex vincitori che hanno potuto esprimere le loro preferenze sui i film e le fiction in concorso , individuando così le 5 nominati per ogni categoria. Durante la serata di gala del 23 ottobre la giuria del premio, presieduta quest’anno da Lina Wertmuller assegnerà 10 riconoscimenti annuali, 1 premio speciale individuato dal presidente della giuria ed 1 premio speciale assegnato dalla CNA ad un’impresa artigiana del settore cinematografico. Tra molti ospiti presenti alla prestigiosa serata, Giuliano Montaldo, Presidente dell’Ente David di Donatello dell’Accademia del Cinema Italiano. Sarà presentato inoltre un documentario per il 70° del film Sciuscìa firmato dal regista Mimmo Verdesca sostenuto e promosso anche da CNA.
 Al Premio è abbinato da 3 anni, grazie alla collaborazione con ITA/ICE, CNA e Chioma di Berenice,  un progetto di incoming con produttori , buyers e professionisti cinematografici  esteri ( americani, inglesi, francesci, spagnoli, cinesi e polacchi ) che oltre a partecipare alla serata di premiazione, incontreranno nei giorni seguenti professionisti ,istituzioni , strutture e  le aziende della filiera del cinema italiano  al fine di  promuovere la qualità, la creatività e la professionalità italiana.

Giuria del premio:
Presidente della giuria 2016: Lina Wertmuller, regista e sceneggiatrice
Presidente del premio: Graziella Pera, costumista ed architetto
Direttore del premio: Filippo D’Andrea, responsabile CNA Benessere e Sanità
Lorenzo Baraldi, scenografo
Giancarlo De Leonardis, acconciatore
Gianna Gissi, costumista
Carlo Modesti Pauer, autore, scrittore e sociologo
Manlio Rocchetti, truccatore
Leopoldo Santovincenzo, autore e regista

Candidature del Premio Cinearti “La Chioma di Berenice” 2016

SEZIONE CINEMA:
Film, migliori acconciature

FRANCESCO PEGORETTI per “Ben Hur”
LUCA VANNELLA per “Il Cacciatore e la regina di ghiaccio”
ALDO SIGNORETTI e MARCO PERNA per “Zoolander 2”
ALESSIO POMPEI per “Veloce come il vento”
DANIELA TARTARI per “La pazza Gioia”

Film, miglior trucco

LUIGI ROCCHETTI per “Ben Hur”
VINCENZO MASTRANTONIO per “Il Cacciatore e la regina di ghiaccio”
ESMÈ SCIARONI per “La pazza gioia”
MAURIZIO SILVI per “Zoolander 2”
ENRICO IACOPONI per “Suburra”

Film, miglior costume

MASSIMO CANTINI PARRINI per “Fräulein, una fiaba d’inverno”
CATIA DOTTORI per “La pazza gioia”
MARY MONTALTO per “Lo chiamavano Jeeg Robot”
MARIA CRISTINA LA PAROLA per “Veloce come il vento”
MONICA CELESTE per “Nemiche per la pelle”

Film, miglior Scenografia

PAKI MEDURI per “Suburra”
MAURIZIO SABATINI per “La corrispondenza”
TONINO ZERA per “La pazza gioia”
MASSIMILIANO STURIALE per “Lo chiamavano Jeeg Robot”
PAKI MEDURI per “Alaska”

Film, miglior Colonna sonora

NICOLA PIOVANI per “Assolo”
SANDRO DI STEFANO per “Fantasticherie di un passeggiatore solitario”
MAURIZIO ABENI per “Ne Giulietta ne Romeo”
SERGIO DE VITO per “Per amor vostro”
CARLO CRIVELLI per “Sangue del mio sangue”

SEZIONE FICTION

Fiction, migliori Acconciature

CATERINA DE SIMONE per “Il Paradiso delle signore”
ALBERTA GIULIANI per “Luisa Spagnoli”
LUCA VANNELLA e FERDINADO MEROLLA per “Penny Dreadful” (III stagione)
MARIA FEDERICO per “Felicia impastato”
DESIDERIA CORRIDONI per “Tut, il destino di un faraone”

Fiction miglior Trucco

VALTER COSSU per “Felicia impastato”
LAURA BORZELLI per “Luisa Spagnoli”
GIULIO PEZZA per “Gomorra, la serie” (II stagione)
VINCENZO MASTRANTONIO e KATIA SISTO per “Penny Dreadful” (III stagione)
GIOVANNA IACOPONI per “Il Paradiso delle signore”

Fiction, migliori Costumi

VERONICA FRAGOLA per “Gomorra, la serie” (II stagione)
CHIARA FERRANTINI per “Il Paradiso delle signore”
VALTER AZZINI per “Luisa Spagnoli”
GABRIELLA PESCUCCI per “Penny Dreadful” (III stagione)
CARLO POGGIOLI per “Tut, il destino di un faraone”

Fiction, migliore Scenografia

MASSIMILIANO STURIALE per “Boris Giuliano, un poliziotto a Palermo”
PAKI MEDURI per “Gomorra, la serie” (II stagione)
STEFANO GIAMBANCO per “Il Paradiso delle signore”
COSIMO GOMEZ e ANDREA DI PALMA per “Luisa Spagnoli”
VALERIO GIRASOLE per “Squadra Antimafia, Palermo oggi” (VII stagione)

Fiction, migliore Colonna Sonora

SAVIO RICCARDI per il “L’onore e il rispetto” (IV stagione)
PAOLO VIVALDI per “Luisa Spagnoli”
EMANUELE BOSSI per “Matrimoni e altre follie”
SAVIO RICCARDI per “Solo per amore”
PASQUALE FILASTÓ per “Una pallottola nel cuore”

Si prepara la terza edizione del festival teatrale del DOIT!

Presentiamo il DOIT Festival Drammaturgie Oltre il Teatro, terza edizione e l’ARTIGOGOLO Scrittori per il teatro – Concorso internazionale di drammaturgia contemporanea, terza edizione.

 

Cecilia Bernabei - Angela Telesca

 

Sono online i bandi di concorso dedicati al teatro e alla drammaturgia contemporanea, entrambi giunti alla terza edizione e curati dall’Associazione culturale Chi Più Ne Art.
Due concorsi distinti, ma strettamente uniti dalla comune progettualità a promuovere la simbiosi tra scrittura per il teatro e messinscena.
L’obiettivo primario è quello di valorizzare proposte creative e innovative che si nutrano della commistione dei generi e dell’attenzione alla quotidianità e al sociale.
Più che un festival di teatro contemporaneo DOIT – Drammaturgie Oltre il Teatro, ideato e curato da Angela Telesca e Cecilia Bernabei, è un progetto culturale di ampio respiro volto alla promozione e al dialogo tra realtà teatrali “periferiche”, che trovano difficilmente spazio nei luoghi tradizionali, per favorire l’incontro con la critica, gli operatori teatrali e il pubblico.
In concorso al festival, all’Ar.Ma Teatro di Roma, dal 14 marzo al 9 aprile 2017, partecipano otto spettacoli tra le proposte pervenute entro e non oltre il 15 gennaio 2017.
Il bando e il form di partecipazione e la scheda tecnica dell’Ar. Ma Teatro sono online su www.doitfestival.eu.
Eventi editoriali, spettacoli fuori concorso e conversazioni con gli artisti, curate da giovani giornalisti, arricchiscono l’offerta teatrale del festival.
Una giuria composta da esperti e docenti di scuole romane e una giuria giovane di studenti decreteranno lo spettacolo vincitore, il cui testo sarà pubblicato nell’antologia teatrale Artigogolo 2017, della collana Le Nebulose (Chi Più Ne Art Edizioni s.r.l.s.). Lo spettacolo vincitore sarà ospite nella stagione 2017/18 dell’Ar.Ma Teatro e sarà inoltre proposto ai teatri che fanno parte della Rete DOIT.
È possibile proporre l’adesione del proprio teatro al progetto di distribuzione e promozione della Rete DOIT compilando l’accordo scaricabile dal sito www.doitfestival.eu.
Si ringraziano i membri della giuria del DOIT Festival:
Chiara Girardi – operatrice teatrale, collabora con il Progetto Goldstein, Teatro dell’Orologio, CK Teatro, Synergie Teatrali e Compagnia teatrale Vuccirìa
Gertrude Cestiè – critico teatrale e ufficio stampa, diploma  Master in Critica Giornalistica presso Accademia D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, collabora con le riviste Recensito, Scene contemporanee e Brainstorming culturale
Antonio Mazzuca – editore e caporedattore Teatro Roma della rivista Gufetto Mag
Massimo Mirani – attore teatrale e cinematografico e autore
Daniele Rizzo – fondatore e direttore della rivista culturale Persinsala
Emiliano Russo – regista, diplomato presso Accademia D’arte Drammatica “Silvio D’Amico”, vincitore del Premio Migliore Regia DOIT Festival 2016
Adriano Sgobba – responsabile Comunicazione e Social della rivista di cultura e spettacolo Recensito, tutor del Master in Critica Giornalistica presso Accademia D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” e critico teatrale rivista culturale Paper Street
Docenti di scuole romane e organizzatori di progetti teatrali e culturali: Elena D’Elia, Maria Pia Iannotta, Simona Lacapruccia e Rossella Rossi
Sul sito www.artigogolo.eu, inoltre, sono online il bando e il form di partecipazione alla terza edizione del concorso di scrittura per il teatro contemporaneo ideato da Cecilia Bernabei. La giuria composta da editori, scrittori, docenti e operatori teatrali valuterà le proposte pervenute e decreterà i vincitori delle tre sezioni: drammaturghi in erba, drammaturghi in azione e drammaturghi dal mondo. I testi vincitori saranno pubblicati nell’antologia teatrale Artigogolo 2017 e parteciperanno di diritto alla successiva edizione del DOIT Festival.
Si ringraziano i membri della giuria dell’Artigogolo 2017:
 
Massimo Gazzè Riccardi, Presidente del network Arene di Roma
Giorgia Buttarazzi, operatrice culturale, filologa e insegnante
Maria Grazia Calandrone, poetessa, drammaturga, artista visiva e conduttrice di programmi radiofonici
Adele Costanzo, editrice, scrittrice, insegnante
Samuel Dossi, regista, drammaturgo, attore, direttore artistico Teatro Il Moscerino di Pinerolo
Francesca Faiella, insegnante, organizzatrice di eventi culturali e teatrali
Enrico Ferdinandi, giornalista pubblicista, direttore responsabile rivista La Platea
Simona Lacapruccia, insegnante, event manager
Giancarlo Nicoletti, attore, regista, drammaturgo e performer
Alessia Pizzi, giornalista, poetessa, fondatrice del portale d’informazione Culturamente
Ugo Sferra, giornalista pubblicista, redattore Giornale dello Spettacolo
Angela Telesca, tecnico esperto degli eventi culturali, addetto stampa, docente
Daria Veronese, drammaturga, regista, direttore artistico dell’Ar.Ma Teatro di Roma
Paolo Zarrilli, laureato in filosofia, amministratore della Chi Più Ne Art Edizione S.r.l.s
Il progetto di promozione della drammaturgia contemporanea proposto dai due bandi è totalmente autofinanziato dall’organizzazione. Per chi crede nella nostra idea e vuole sostenerci è attiva la campagna di donazioni sul sito www.doitfestival.eu. Diverse ricompense, tra biglietti omaggio e riduzioni sui biglietti di ingresso, per ringraziarvi del vostro contributo, anche minimo, che sarà utile a  sostenere la promozione pubblicitaria del festival e ad offrire un rimborso spese alle compagnie partecipanti.

Artigogolo ideato da Cecilia Bernabei
cecilia.bernabei@chipiuneart.it, cell. 3701359966

DOIT Festival ideato e curato da Angela Telesca e Cecilia Bernabei
angela.telesca@chipiuneart.it, cell. 3208955984
cecilia.bernabei@chipiuneart.it, cell. 3701359966

Ufficio stampa DOIT Festival – Artigogolo
Chi Più Ne Art
ufficiostampa@chipiuneart.it; cell. 3208955984

Ar.Ma Teatro
Direzione artistica e tecnico-organizzativa Daria Veronese e Massimo Sugoni
Via Ruggero di Lauria, 22 – Roma
Email: info@capsaservice.it
Tel. 0639744093
Facebook: Ar.Ma Teatro

Monica Guerrritore, Judy Garland e la fine dell’arcobaleno

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“Hai conosciuto Nurayev?” “Tutti hanno conosciuto la Garland”

Ogni stella è destinata a tramontare. Ci sono quelle che diventano più brillanti, per poi scomparire; oppure esplodono improvvisamente e lasciano una scia, un buco. Ci sono poi quelle che tramontano lentamente, soffrendo, coscienti sempre di più di cosa sta accadendo. Una sorte simile avviene per le “divinità” cinematografiche, non per niente chiamate anch’esse ‘stelle’. Quante storie di attori e attrici consumate dal peso del successo e dalle delusioni della vita. Tra queste c’è stata anche Judy Garland: una vita dedicata al cinema e talmente inghiottita, sin da piccola, dallo ‘star system’ da non riuscire a sopportarne il peso. E’ di lei che parla lo spettacolo End of the rainbow‘ al Teatro Sistina di Roma, dal 19 al 30 settembre, con Monica Guerritore nei panni della diva hollywoodiana.

Siamo nel 1968. Judy è a Londra insieme al suo giovane amante, poi quinto marito, Mickey Deans (Alessandro Riceci) per una tournée di sei settimane. Ad accompagnarla ci sarà anche un vecchio amico, Anthony (Aldo Gentileschi), pianista e omosessuale, che ha condiviso, con e della diva, una lunga serie di successi, confidenze e vergogne. Judy è in un momento difficile della sua vita: sta cercando di rifiorire per il suo amante e vuole anche ricominciare a vivere. Il passato però la tormenta. I ricordi, le ansie, l’eterna paura di non essere all’altezza sul palco non la vogliono abbandonare, senza contare l’assoluta dipendenza dall’alcool e pillole. E’ stanca, distrutta, combattuta e, purtroppo, tristemente sola. Le manca la vita normale, quella che non le hanno permesso di avere; l’amore, quello incondizionato, eterno, non per la diva, ma per la donna. Una donna capace di distruggersi, tormentarsi ma che rinasce solo quando canta.

 
 Lo spettacolo è gestito in maniera impeccabile. Stranamente per il Sistina e il suo palco girevole non assistiamo ad un cambio di scena, ma basta una finestra che si apre con un terzetto che suona e una scritta che si accende per trasformare un salotto d’albergo nel palco di un night e il gioco è fatto! Nessuna luce fuori posto, nessun elemento o scena ripetitiva. Tutto ha un perché, tutto segue un ritmo incalzante dallo spirito decadente: una miscela pericolosa, ma, se ben gestita, commovente e travolgente. La scenografia è buona, se non fosse oscurata dai costumi della protagonista. Si vede bene lo studio che Walter Azzini ha fatto sugli abiti della diva, molti dei quali prendono spunto dal celebre “Judy Garland Show” (in onda in America tra il ’63 e il ’64).
Poco da dire sugli interpreti maschili. Aldo Gentileschi è bravo nel suo ruolo di pianista e di amico, anche se in alcuni momenti ricorda troppo Stanley Tucci in Il diavolo veste Prada. Un po’ sotto tono Riceci con la sua parte, ma probabilmente è una scelta di regia. Tra i due c’è però complicità, soprattutto durante i litigi.
E poi c’è Lei, che interpreta….Lei.
 Monica Guerritore è a suo agio nei panni della Garland. Oltre al fatto che per la prima volta l’attrice canta dal vivo non solo le canzoni più celebri della star di Hollywood, ma in generale; affronta anche un personaggio non così semplice. Nella testa della diva si scontrano una moltitudine di ricordi, rancori e rimpianti; per non parlare della malinconia del male subito. Una donna principalmente impaurita. Un po’ da tutto. Una donna che odia e adora allo stesso tempo il personaggio che è costretta ad interpretare. Judy Garland la ossessiona, la obbliga a seguire ritmi stressanti. Per colpa sua ha iniziato a drogarsi e gli uomini non si sono mai innamorati di Frances, vero nome dell’attrice (Judy Garland era uno pseudonimo). Le serve, però, per avere credito, sentirsi importante e non permettere a nessuno di tenerle testa. Dualistico anche il suo rapporto con l’arte. E’ sempre in ansia prima di andare in scena e i dolori e impedimenti fisici si fanno più forti: quando canta però è dinamica, giovane, come se tutto non esistesse. Salvo eccezioni ovvio…Il pubblico però ama Judy e la perdona sempre: è questo che forse le dà forza. Importante quello che dice a riguardo verso la fine: “Il pubblico è buono”.
Questo dualismo della diva è ben gestito dalla Guerritore, che ben si immedesima nella parte dell’attrice auto-distruttrice. Gestisce bene la sua eccentricità, le sue crisi d’astinenza, la sua isteria e la sua superbia. Il finale? Definirlo ‘commovente’ temo sia riduttivo…

Uno spettacolo, per conlcudere, che spiega cosa potrebbe esserci oltre la magia del successo e quanto questo, purtroppo, sia solo un iride, cioè un’illusione; e una donna, chiusa nella vita di una diva, che forse ancora si domanda perché non può semplicemente volare come i piccoli uccelli blu, oltre quell’arcobaleno.

Francesco Fario

La magia di Raffaello e del Bramante in Santa Maria della Pace

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L’Associazione Roma e Lazio x te ha organizzato una visita al complesso di Santa Maria della Pace con le Sibille di Raffaello ed il chiostro del Bramante.

Quando si dice avere un tesoro sotto gli occhi e non conoscerlo: è il caso della piccola chiesa di Santa Maria della Pace; piccola sì, ma piena di storia e di opere d’arte magnifiche, tesoro sconosciuto (anche per il fatto che apre pochissime ore a settimana) che visiteremo insieme all’Associazione Culturale Roma e Lazio x te sabato 22 ottobre 2016 a partire dalle ore 10:30. Commissionata da Papa Sisto IV della Rovere, la chiesa in parte s’installò sulla preesistente chiesa di Sant’Andrea de’ Aquariciariis, dove vi era l’immagine miracolosa della Vergine oggi conservata sopra l’altare principale. La chiesa venne costruita nel giro di pochi anni ed è stata impreziosita da opere d’arte di grandi maestri, come Raffaello e le sue Sibille nei pennacchi dell’arco della Cappella Chigi, che vedete nella foto di copertina, personaggi che predissero la venuta di Cristo. Incontreremo altri grandi artisti come Michelangelo, il quale secondo la leggenda architettò la Cappella Mignanelli con dei marmi che sembra provengano dal Tempio di Giove Capitolino, e la meravigliosa Cappella Cesi con le sculture di Simone Mosca e Vincenzo De’ Rossi, che vedete nella foto sottostante.

santa maria della pace
Arrivati nell’ottagono centrale, il quale si lega ad un’altra committenza sistina, cioè la famosa Cappella nei Palazzi Vaticani (ma non vi posso anticipare tutto) resteremo affascinati dalla preziosità della cupola e di opere d’arte di artisti come Orazio Gentileschi, il Sermoneta, Carlo Maratta, ma soprattutto la meravigliosa Cappella Rivaldi (appena restaurata, che potete vedere sotto in parte in foto), opera grandiosa di Carlo Maderno, architetto della facciata di San Pietro, che al suo interno conserva decorazioni di tre grandi pittori: Francesco Albani, il Passignano (Domenico Cresti) e soprattutto Lavinia Fontana, una donna considerata una delle più grandi ritrattiste del periodo a cavallo tra il XVI e XVII secolo.
santa maria della pace
Usciti dalla chiesa ci recheremo verso il suo famoso Chiostro, prima grande opera a Roma del famoso ed immenso architetto marchigiano Donato Bramante, frutto dei suoi studi sull’arte classica ed antica che regnava a Roma, in primis il Colosseo.
santa maria della pace
Detto questo non mi resta altro che abbracciarvi ed accogliervi con tanto amore sabato mattina davanti alla porta della Chiesa.
Per informazioni circa luogo ed orario dell’appuntamento, costo della visita e le modalità della prenotazione obbligatoria (per essere ricontattati in caso di varianti) cliccare sulla parola Pace e leggere attentamente tutte le informazioni.
Marco Rossi
(La foto di copertina è stata presa da Wikimedia Commons, quella della Cappella Cesi da I Viaggi di Raffaella, quella della Cappella Rivaldi da Roma Sette e quella del Chiostro del Bramante da Jastrow-Wikipedia- Chiostro di Santa Maria della Pace)

Gilmore Girls stagione 3: una nuova vita

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“Mia madre non mi ha mai fatto pensare che non avrei potuto fare quello che volevo o non diventare ciò che volevo essere. Ha riempito la casa di amore, divertimento, libri e musica, costantemente attenta a darmi modelli di vita, da Jane Austen a Eudora Welty a Patti Smith. E mi ha guidata attraverso questi incredibili diciotto anni: non so se si è mai accorta che la persona a cui vorrei assomigliare è lei. Grazie mamma, sei il mio punto di riferimento per tutto”.

Per tantissimi fans della serie, la 3° stagione di Gilmore Girls è l’annata più amata in assoluto e più rappresentativa della disfunzionalità del racconto, ed al tempo stesso un vero punto di arrivo, in un certo senso quasi un punto finale.

Rory si diploma e finisce il ciclo alla Chilton, e da questo momento la serie non sarà più la stessa: madre e figlia non vivranno più insieme e le dinamiche dei personaggi, oltre ai comportamenti, muteranno notevolmente, e quindi la 3° stagione è l’ultima davvero pura. Le prime tre stagioni compongono, possiamo dire, quasi un unico blocco, quello in cui Lorelai ristabilisce definitivamente i rapporti con i genitori, Rory supera l’adolescenza passando attraverso due amori e un difficilissimo liceo, e Luke scopre una volta per tutte chi ama.

Questa terza stagione è per tutti i protagonisti un punto di svolta incredibile, culminando in quella celebrazione alla Chilton quale assoluto apice emotivo. Quella frase finale di Lorelai rivolta alla figlia “guardala adesso, non fa più paura” nel vedere l’interno della scuola una volta terminata, è realmente il simbolo della crescita interiore e del passaggio d’età: tutti noi abbiamo passato quel momento, tutti noi abbiamo percepito un forte distacco, magari al momento voluto e fortemente goduto, e solo successivamente capito fondamentale per diventare adulti. Non a caso, persino la scelta di Yale come futura università di Rory è un punto di svolta e crescita per le protagoniste: Lorelai ha sempre voluto Harvard per la figlia non tanto per una scelta compiuta quando lei era molto piccola, quindi poco credibile, quanto per l’idea che Yale fosse stata selezionata per lei stessa Emily e Richard e quindi Rory finisse per fare la vita da cui è fuggita: è un’idea non solo sbagliata, ma profondamente egoista da parte di Lorelai, che però naturalmente e fortunatamente sarà accantonata quando le due ricorreranno alle famigerate lista dei pro e dei contro; o meglio, perché lei finalmente hanno le spalle abbastanza larghe per capire che la vita non è più una “manipolazione superiore” ma una questione di scelte.

E proprio perché è sempre una questione di scelte, nella stagione più amata e compiuta (per quanto nella prima parte le puntate di transizione siano parecchie) ci sono delle scelte cardinali che fanno la storia della serie: su tutto naturalmente il momento nell’episodio della maratona di ballo, per molti l’episodio preferito in assoluto o quantomeno il più essenziale.

Inutile girarci intorno, è la puntata passata agli annali come quella in cui “Rory lascia Dean per Jess”, ma soprattutto è compendio di tutto ciò che ha reso speciale questa serie: ha una premessa assolutamente folle alla base, che permette di mostrare la bizzarria dell’intera cittadina di Stars Hollow e tutta la sua galleria di personaggi; le dinamiche si intrecciano continuamente, dal triangolo amoroso centrale a Lane e Dave (finalmente Lane è interessante), passando per Sookie e Jackson (è la stagione del loro primo figlio); e appunto è un episodio in cui succedono cose, con la rottura più passiva possibile a dimostrare la difficoltà dei personaggi di comunicare le proprie emozioni. E ovviamente, tutto accade in perfetto stile surreale, in uno dei finali più belli di sempre della serie, in cui Lorelai abbraccia la figlia disperata mentre Kirk corre intorno a loro vittorioso con la musica di Rocky.

Applausi.

Naturalmente, poiché la serie ha capito che il triangolo funzionava, i creatori non lo mollano: Dean continua ad esserci, e anzi diventa più importante dopo la rottura che durante il rapporto (e la straziante scena in cui Rory va sul tetto della casa dell’ex fidanzato solo per scusarsi è un altro piccolo capolavoro). E’ incredibile, o forse riconoscendo il suo talento quasi ovvio, il modo in cui Amy Sherman-Palladino abbia gestito in maniera perfetta ma soprattutto profondamente umana e naturale la situazione emotiva di Rory: è attirata da Jess, ma appena si mettono insieme, la spirale di negatività è inevitabile e Jess dimostra di essere un perfetto ideale ma un pessimo fidanzato. Davvero, a parte l’inizio poi va tutto a rotoli fino ad una bruttissima rottura, come se la serie ci avesse raccontato una storia dal punto di vista innamorato e quindi sognante della seconda stagione, e poi concreto e realistico nella terza. Jess, quantomeno questo Jess attuale, è forse il peggior fidanzato visto all’opera (lo ammetterà lui stesso più avanti nel corso della serie) e il lavoro di gestione del personaggio è clamoroso.

Lorelai e Luke li possiamo inserire nelle due meravigliose scene oniriche d’apertura e chiusura della stagione: se la prima ci ha fatto sobbalzare e sperare, la seconda ci ha fatto sognare più seriamente, un magnifico viatico per ciò che è in arrivo. E’ chiaro fin dall’inizio il destino dei due, e perciò il modo in cui i coniugi Palladino hanno “cucinato” le aspettative dei fans è un qualcosa di magico, un prendersi tempo e fare le cose come raramente capita in tv, dove tutti devono avere tutto e subito solo in nome del momento. Anche l’inserimento di Nicole, molto strumentale ai fini di “mandare avanti il brodo” è comunque importante per dare una svolta all’inattività di Luke, o quantomeno un motivo per non affondare ancora il colpo.

E poi appunto, quel finale alla Chilton. Lacrime, perché negarlo: dopotutto se pure Luke e Jackson hanno smesso di parlare di architettura e assicurazioni per piangere, possiamo farlo noi tutti.

I 3 Miglior Episodi:
“They Shoot Gilmores, Don’t They?” – 3×07

“A Deep-Fried Korean Thanksgiving” – 3×09
“Those Are Strings, Pinocchio” – 3×22


Emanuele D’Aniello

The Artist, il fascino del cinema muto

“Non sono un burattino, sono un artista!”

 
 
Possiamo fare a meno delle parole per comunicare? Un tempo, questa era una pratica tipica del cinema muto, quell’affascinante genere cinematografico che popolò Hollywood negli anni ’20 del ‘900, quei film che ci fecero conoscere la leggenda Charlie Chaplin. Certo, al giorno d’oggi assistere ad una pellicola del genere non è certo facile per lo spettatore medio, abituato a voci, dialoghi e doppiaggi, ma sicuramente è un esperimento che ci porta malinconicamente e meravigliosamente indietro nel tempo.
 
Ecco cosa fa The Artist, film francese di Michel Hazanavicius che nel 2011 ebbe un successo clamoroso con la vincita di ben 5 Premi Oscar, tra cui Miglior Film e Miglior Regia. L’esperienza di vedere questa pellicola, recitata con maestria da Jean Dujardin e Berenice Bejo, è davvero particolare, intrisa di emozioni e sentimenti dimenticati che riaffiorano grazie ad un film poeticamente senza colori né voci. Torniamo, quindi, alla fine di quegli anni magici i cui il cinema era da veri divi. Uno di questi, nel 1927, era il nostro protagonista George Valentin (personaggio ispirato a Rodolfo Valentino), autentico Divo del Cinema muto sempre accompagnato dal suo adorato cagnolino, amato e idolatrato da tutti.
 
 
 
Valentin era affascinante e dotato per il suo lavoro, le sue espressioni e la sua mimica facciale lo hanno reso famoso in tutto il mondo ed emblema del cinema muto di quegli anni. Tutto cambia quando fa capolino l’avvento del sonoro, al quale l’attore si rifiuta categoricamente di partecipare, esaltando la bellezza e l’unicità del suo genere di cinema. Decide, quindi, di imbarcarsi in una disastrosa autoproduzione, sprofondando facilmente nel dimenticatoio. L’unica persona che cerca di salvarlo è Peppy Miller, una giovane attrice comparsa nel cinema muto ma che diventa grande star nel cinema sonoro, da semplice ballerina a grande diva che sta per prendere nel cuore del pubblico il posto dell’oramai negletto Valentin.
 
George vede sgretolarsi il suo universo davanti a sé, tutto ciò in cui ha creduto per una vita intera svanisce con l’avvento del suono. Tutto nella sua vita va in fumo, i debiti lo assalgono, la moglie lo lascia e l’alcool sembra l’unica soluzione alla sua disperazione. Ma nel buio, si sa, prima o poi appare sempre una luce. Valentine tenta il suicidio, bruciando tutte le pizze dei suoi film, ma Poppy, innamorata pazza di lui, lo salva, portandolo a casa sua e aiutandolo ad accettare l’avvento del sonoro nel mondo del cinema.
 
Hazanavicius dirige in maniera incredibile questo piccolo capolavoro di metacinema, lo rende un film muto degno di questo nome, un omaggio ai grandi classici di Buster Keaton, il già citato Chaplin, Wilder, ricordando anche film sonori come Cantando Sotto la Pioggia e E’ nata una stella. Girato in bianco e nero, con le tipiche didascalie di quel genere, nel momento in cui The Artist è approdato nei cinema ha portato una vera e propria ventata d’aria fresca, rispolverando la magica atmosfera del cinema in soli 100 minuti, come pochi film fino al 2011 erano riusciti a fare.
Una scommessa vinta a tutti gli effetti, sia per la regia che per il cast, sia artistico che tecnico, The Artist è un gioiello del nostro cinema che ci riporta a quella Hollywood dove i sogni sembravano realtà.
 

3 buoni motivi per vedere il film:

 
– Jean Dujardin e Berenice Bejo, una coppia fantastica.
– Le musiche e l’atmosfera vintage che immerge il film.
– La semplice curiosità di vedere un film muto “moderno”.
 

Quando vedere il film?

 
Di sera, quando avete voglia di vedere un film che appassiona, diverte e commuove, catapultandovi in un mondo lontano ed affascinante che non vorrete lasciare più.
 
Ilaria Scognamiglio
 

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Nocturama, disorientamento giovanile che non trova punti di riferimento

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Festa del Cinema Roma: Il Thriller di Bertrand Bonello  Nocturama scuote la Francia chiamandola ad interrogarsi.
 

Titolo: Nocturama
Anno: 2016
Durata: 130’ mins
Genere: Drammatico – Thriller

Regista: Bertrand Bonello
Cast: Edouard Weil, Finnegan Oldfield, Manal Issa, Vincent Rottiers, Laure Valentinelli, Hamza Meziani

Bella prova di Bertrand Bonello che punta dritto al cuore dei francesi, mettendo davanti ai loro occhi la visione catastrofica di una gioventù che non sa più dove andare. Ragazzi che portano una raffica di attentati nel cuore di Parigi, la loro città, un tema certamente scomodo e irritante per un paese messo a dura prova dal terrorismo e dai tanti morti di questi anni. Ma la precisazione è d’obbligo perché qui non si parla di religione o motivazioni ideologiche, lo dimostra il fatto che le riprese del film sono terminate nell’estate del 2015, prima degli attacchi terroristici che hanno gettato nel dolore devastante la società transalpina.
Quello che il regista vuole focalizzare, è il disorientamento di una generazione dai valori confusi, che non riesce a riconoscersi più in niente. Bonello riesce in pieno nell’intento, raccontando le emozioni appiattite di un gruppo di ragazzi che ben rappresentano l’universo multietnico francese e che non riescono più a trovare nulla che abbia un significato, nessuna forma d’identità ne di speranza. Ogni sguardo, ogni dialogo dei protagonisti comunica questo almeno nella prima parte, quando trovano nel loro folle piano l’unica emozione che sembra dare un senso alle loro esistenze. Qui ne degrado ne droga c’entrano nulla così come il sentimento di ribellione,  le esistenze di questi ragazzi sono inserite in un percorso di normalità. E’ più che altro la volontà di manifestare con forza la propria presenza, in un mondo che non li considera e che non sembra preparare per loro una strada da seguire. Un modo di dire “ehi ci siamo anche noi” urlandolo in faccia ad una società indifferente che li ignora totalmente.
Diverse le scene all’interno del centro commerciale,  in cui il rapporto dei protagonisti con gli oggetti e i beni di lusso non esprime nessuna repulsione. Sono gli oggetti di una società che li utilizza creandogli aspettative che non possono raggiungere, mentre contemporaneamente ne formatta abitudini e consumi cancellandone le individualità. Emblematica la scena in cui uno dei protagonisti si trova di fronte ad un manichino vestito esattamente come lui, o quando interpreta My Way in playback. Anche la fotografia costruisce un bel percorso visivo che culmina nelle scene finali. Forse un pochino lungo ma senza buchi ne cadute. L’atmosfera costruita dal regista nella seconda parte del film richiama al surreale, rappresentando la condizione mentale dei protagonisti, con i loro sguardi inespressivi così lontani da una realtà che non riescono a sentire come propria. E’ un film dai contenuti importanti che lascia il segno, lanciando con forza un dibattito davanti al quale e difficile farsi da parte.
Bruno Fulco

Road To Tenerife: giù per il tubo

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Sesta settimana.

Ormai sul calendario iniziano a diminuire vertiginosamente i giorni che mi separano dal ritorno a casa, mentre quelli trascorsi qui incredibilmente appaiono accumularsi come granelli di sabbia in una clessidra. Il tempo passa e la sabbia inevitabilmente scorre. Questo fine settimana è stato inaugurato con un indimenticabile sabato all’Achaman dove con i colleghi di lavoro, anzi ormai posso dire dei veri e propri amici, siamo andati a festeggiare. Una notte lunga innaffiata dall’alcool e annegata nel reggaeton, nonostante il giorno dopo avessi la sveglia alle nove del mattino per proseguire l’esplorazione dell’isola. Tragico, ma ancora ce la posso fare.

Nonostante fossi abbastanza sicura che Tenerife mi avesse ormai mostrato tutto quello che aveva da offrire, ancora una volta mi sono dovuta ricredere. Dopo aver affittato una macchina, che a mio parere è il mezzo ideale per conoscere l’isola, e percorso l’autostrada rigorosamente vista oceano , sono arrivata a Masca.

Masca: un angolo di America Latina in Europa

Bene, come descrivere a parole Masca?

Iniziamo dicendo che si tratta di un piccolo paesino immerso silenziosamente sul fondo di una vallata, circondato da indomabili vette le cui cime sono perennemente nascoste da una densa foschia e le cui pareti sono dominate da una vegetazione impenetrabile. L’oceano nero, come il fondo di una notte senza sogni, spunta nella profonda spaccatura tra due montagne, che incrociandosi all’orizzonte giusto di fronte alla piazza principale, regalano a questo paese una vista impareggiabile.

Prima di tutto a lasciarmi impressionata è stata l’inimmaginabile sensazione di trovarsi tra le selvagge terre del Sud America, dove la natura in tutta la sua fierezza circonda l’uomo con foreste lussureggianti e panorami mozzafiato. Completamente assorta nella contemplazione del paesaggio a volte dovevo ricordarmi di essere in Europa, a quattro ore di volo da Roma, in Spagna, nell’arcipelago canario, ma davvero esistono dei posti così?

A confermare questa mia strana supposizione ha contribuito la successiva visita a Los Gigantes, passando quindi una domenica con uno stato d’animo altalenante tra un piacevole sbalordimento e la più completa costernazione.

La grande muraglia che non conosciamo

Los Gigantes, che come tutti possiamo ben immaginare significa letteralmente I Giganti, è una località costiera situata nella parte ovest dell’isola famosa per le sue pareti verticali che cadono direttamente a picco sul mare da un’altezza che arriva a toccare i 600 metri. In tempi remoti erano conosciuti come La Muralla del Infierno, un nome facilmente giustificabile dalla geografia della zona, creando tra il mare e la terra un invalicabile muro di roccia nera come le viscere della terra stessa.

Osservati da lontano sulla spiaggia, che in questa parte è scura, magmatica e rocciosa, è possibile abbracciarli quasi interamente con lo sguardo nella loro pienezza, nonostante si percepisca di essere di fronte all’ennesimo spettacolo di una natura che con acqua e fuoco ha forgiato quest’isola immersa nell’Atlantico. 


Tuttavia non si può essere sempre romantici viaggiatori, a volte bisogna lasciare spazio anche ai divertimenti più turistici sbirciando tra la lista delle cose da fare direttamente suggerita da Trip Advisor.

Trip Advisor consiglia

Per questo il lunedì sono andata al Siam Park, premiato come il primo parco acquatico d’Europa ed il secondo del mondo, un’attrazione turistica di cui qui vanno molto fieri. Questa volta le uniche vette da scalare sono state gli scivoli del parco giochi, veri e propri labirinti d’acqua, alcuni dei quali raggiungono i 240 metri di lunghezza, articolati tra curve, tunnel, salite e discese, progettati per vivere attimi oscillanti tra il divertimento ed il panico allo stato puro. Sicuramente un posto adatto agli amanti dell’adrenalina e dell’alta velocità, soprattutto da provare se si è a Tenerife.
Ammetto di aver fatto tutti i giochi, ma di non aver avuto il coraggio di sfidare il vuoto lanciandomi dalla Tower of power, il kamikaze alto 28 metri che quasi verticalmente scende a terra passando prima sotto un acquario pieno di squali. Avete idea di cosa sono riusciti ad inventarsi?
Il risultato di questo emozionante fine settimana è stato di tornare a lavoro fisicamente provata, ma comunque incontestabilmente soddisfatta. Ormai inizio a sentire la crescita di un legame che lentamente si sta solidificando proprio come quella lava da cui quest’isola è sorta in mezzo al mare. La verità è che sto iniziando a lasciare frammenti di cuore.

Stay tuned!

Martina Patrizi

Il Funambolo di Genet: l’amore legato ad un filo

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Al Teatro Vascello con la regia di Daniele Salvo è stato rappresentato il Funambolo, di Jean Genet, lo scrittore francese che s’innamoro dell’uomo sul filo.

Nel 1956 Abdallah, diciottenne artista del Circo Medrano, incontra Jean Genet che allora aveva 46 anni, tra i due nasce una relazione sentimentale che sfocerà nel suicidio del giovane funambolo. Il ragazzo allora era solo un addetto alla pista del circo, fu l’idea di Genet di spingerlo a diventare il Funambolo, viaggiarono attraverso l’Europa insieme, Jean gli pagava i corsi, voleva scegliere le musiche del numero, disegnare i costumi, farne parte, fino a quando durante una tournée in Kuwait Abdallah cade. La sua carriera a quel punto s’interrompe, i due vivranno insieme ancora qualche anno e poi si separeranno. Nel 1964 Abdallah si suicida tagliandosi le vene, lo trova Genet circondato di tutti i suoi libri, letti, riletti e sotolineati, che non aveva mai aperto durante gli anni passati insieme.

Sette anni prima Genet aveva scritto per lui e su di lui un piccolo poema in prosa, Il funambolo. È uno dei testi più belli dello scrittore, uno dei suoi più sfavillanti, dove mette allo scoperto la sua estetica ma anche la sua erotica.

Bellissima la rappresentazione “a circo” del Teatro Vascello, lo spettatore vive l’emozione del Funambolo e le sue paure, la drammaticità di una scelta che non è la sua. Le musiche di Podda e la voce di Melania Giglio impreziosiscono lo spettacolo, le canzoni in francese di Jacques Brel ed Edith Piaf ci calano nella Francia di metà novecento. I ballerini arricchiscono la scena con la perfetta sincronia e ne entrano dentro. All’uscita dai camerini l’entusiasmo di uno di loro ci colpisce particolarmente: “mi sono sentito parte di un tutto si tratta di un vero gesto teatrale, abbiamo avuto indicazioni e note di regia per far sì che la danza facesse parte di tutto lo spettacolo, l’energia che ogni volta si crea tra di noi genera sempre emozioni e vibrazioni diverse” Yari Molinari. 
Poche serate per uno spettacolo così bello dove il pubblico fa parte della giostra che gira, la vita in una piazza di un circo. 
Tu l’aimerais, et d’un amour presque charnel. Chaque matin, avant de commencer ton entraînement, quand il est tendu et qu’il vibre, va lui donner un baiser. (Il filo) 

Sara Cacciarini

L’Amleto di Daniele Pecci tra le nebbie di Elsinore

Un adattamento dalla lingua viva, dal contegno alto borghese e dall’umorismo sardonico al Teatro Quirino.

ROMA || Il 18 ottobre ha debuttato al Teatro Quirino la prima di un Amleto di Daniele Pecci della compagnia Molière. Uno Shakespeare trasposto in un’altra epoca e con una traduzione particolarmente viva e colorita. L’opera è tagliata, riducendo a tre ore scarse la sua durata. 
Su Amleto si potrebbe dir di tutto, ma cercheremo di concentrarci soltanto sull’adattamento in questione, sui suoi pro e i suoi contro.
Shakespeare Roma 2016
Lo spazio. La scenografia è di ispirazione post-moderna e dipinge un vasto salone vuoto, le cui pareti sono composte da piastre di metallo pendenti dal soffitto. La luce è diffusa da dietro drappi bianchi e riempie la sala con tonalità arancioni, a vari gradi di calore a seconda del momento del giorno. Gli abiti e il portamento generale dei personaggi dipingono una famiglia reale imborghesita dei primi anni trenta. 

Gli attori. Amleto, interpretato da Daniele Pecci, è un intellettuale nostrano con la barba e gli occhiali tondi dalla montatura sottile. Indossa scarpe e maglioni neri quando non giacche eleganti. È un bambino viziato e violento; le sue battute non fanno ridere e la sua propensione al filosofeggiare acquista un che di hypster, cosa che lo rende particolarmente vicino ad un giovane Nanni Moretti. Minaccia la madre con un temperino; aggredisce Ophelia nella foga del momento. Pecci fa così sfoggio di una recitazione particolarmente naturale e sentita, dalle sfumature colloquiali molto vicine all’esperienza comune e permesse dalla traduzione. Quest’ultima rinnova senza spezzare la poesia e la rima, ma riportando la sensazione di un parlato fresco e spigliato, come doveva apparire ai contemporanei di Shakespeare. I dialoghi fondamentali restano intatti nel linguaggio, ma si infiltra un vernacolare più vivo, capace di contenere espressioni più spontanee come: “non mi prendere per il culo” e via dicendo. Fra gli altri attori spicca particolarmente Polonio, Rosario Coppolino, con una splendida dizione e un’ottima presenza scenica, capace di oscurare lo stesso Pecci per chiarezza della voce e pulizia del gesto. Ancora troppo vacillante l’espressività di Ophelia, che pure riesce nelle scene della sua pazzia a migliorare nello stile. Maddalena Crippa è la regina e ricopre il proprio ruolo con una recitazione superbamente elegante. Tuttavia il suo modo stona con il metodo più informale e spontaneo della compagnia.

La messa in scena. Lo spettacolo inizia con l’intera platea del Quirino avvolta nelle nebbie di Elsinore, stratagemma suggestivo. Il tema della grande festa di palazzo è reso diffondendo l’eco distante del chiacchiericcio e del valzer come un rumore che filtra nella stanza. In questa l’apparizione del Ghost ad Amleto splende fra le migliori della serata, dall’angosciosa commozione del fantasma al lampeggiare delle luci nella penombra, tocco ripreso dal cinema dell’orrore. Particolarmente azzeccate sono le interazioni tra Amleto, Rosencrantz e Guildenstern, il velenoso litigio con Ophelia e l’umorismo macabro della scena di Yorick. Eppure è un grande peccato che una tendenza a trascurare le parti finali delle battute comprometta l’ascolto. Allo stesso modo dialoghi fondamentali e versi tra i più noti del bardo vengono sprecati senza ricevere particolare importanza, ingurgitati nella ricerca di una battuta il più vicino e naturale possibile al colloquiale. Come se, nella grande opera di realizzare uno spettacolo geniale, sia stata in parte negletta la cura della voce e della sua dizione.
Cast completo
Daniele Pecci (adattamento e regia)
Maddalena Crippa
Rosario Coppolino
Giuseppe Antignati
Sergio Basile 
e con Mario Pietramala   Mauro Racanati   Marco Imparato 
Mariachiara Di Mitri   Maurizio Di Carmine   Vito Favata
Pierpaolo de Mejo   Domenico Macrì   Andrea Avanzi
costumi Maurizio Millenotti   Elena Del Guerra
aiuto regia Raffaele Latagliata
disegno luci Mirko Oteri
In scena fino al 30 ottobre
Gabriele Di Donfrancesco

“Fidelio” apre la nuova Stagione Sinfonica all’Auditorium

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Si è svolta martedì 18 ottobre nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica, la conferenza stampa per l’apertura della Stagione Sinfonica 2016-2017 con il Presidente Michele dall’Ongaro e il Direttore dell’Orchestra Antonio Pappano.

La conferenza stampa si è aperta con la presentazione delle attività in programma per il 2016-2017: le nuove fotografie dell’Orchestra e del Coro dell’Accademia di Santa Cecilia durante le prove dei concerti che verranno esposte nel Foyer dal 20 ottobre 2016 al 30 settembre 2017. Le immagini, realizzate da Riccardo Musacchio e Flavio Ianniello rivelano l’atmosfera e il clima dei musicisti nel momento delle prove, uno sguardo curioso e non accessibile al pubblico sull’intesa che si crea tra il direttore il solita e l’orchestra. Per tramandare questa espressione artistica, perché la musica dev’essere uno strumento per la conoscenza del mondo attraverso le sue ramificazioni, una nuova iniziativa scandirà la stagione con 3 appuntamenti a cadenza trimestrale con il “Workshop di Fotografia Musicale”, al termine dei quali saranno scelte le migliori immagini ed esposte in una mostra collettiva negli spazi dell’Auditorium.
Poste Italiane invece omaggia L’Accademia, in concomitanza con l’inizio della stagione il 20 ottobre, con l’emissione di un francobollo appartenente alla tematica “Le eccellenze del sapere” per certificarne il prestigio.
Sir Antonio Pappano è Direttore Musicale dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia dal 2005, dirige l’importante Orchestra che è stata la prima in Italia a dedicarsi esclusivamente al repertorio sinfonico.
Ci vuole un bellissimo cast per realizzare Fidelio, è un pezzo difficile, ci vogliono molte prove, le risorse di un teatro e un regista sulla scena. Ma il rapporto tra me e l’orchestra, dopo la tournee estiva è maturato, il senso di responsabilità e auto-responsabilità adesso è parte del DNA dell’Orchestra di Santa Cecilia.” Dichiara Pappano “Il Maestro Visco ha fatto un lavoro pazzesco con il coro, c’è una naturalezza particolare adesso con la lingua tedesca e le cose diventano più cristalline”.
Fidelio di Ludwig van Beethoven apre la stagione e conferma l’abitudine dell’Accademia d’inserire almeno un’opera nel programma, è magnifico sentire un’opera in questa maniera, si può sentire il coro e l’orchestra insieme. Inoltre Fidelio continua il viaggio nel mondo di Beethoven avviato lo scorso anno con l’esecuzione delle nove sinfonie, è una crescita per il coro e l’orchestra, fare l’opera è uno strumento di coscienza e di cambiamento. Affiancato a l’opera partirà il “Progetto Fidelio” con delle attività laboratoriali tra tutte le forze dell’Accademia per i figli dei detenuti del carcere di Rebibbia per portare il messaggio che quest’opera ci insegna: l’amore e la libertà possono tutto o quasi.
Le date romane di Fidelio op.72b di Ludwig van Beethoven saranno tre il 20, il 22 e il 24 ottobre 2016 all’Auditorium Parco della Musica per celebrare la donna e l’amore.
Sara Cacciarini

Once Upon A Time 6X04, “Strange Case”

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Retroscena e segreti nascosti a StoryBrooke questa settimana, tra bene e male e nuovi personaggi!

Anche questa settimana, Once Upon a Time ci ha intrattenuto con un altro episodio, “Strange Case”, un intreccio che ci ha convinto ancora di più del precedente, dove finalmente si era tornati ai tanto amati flashback delucidatori su molte storie. Ma, purtroppo per noi Oncers, resta la sensazione che questa sesta stagione fatichi a decollare, anche speriamo che improvvisamente ci dia soddisfazioni. In ogni caso, vediamo cosa è accaduto in questo quarto episodio.

Tanti sono stati i colpi di scena che ci hanno tenuti incollati allo schermo, tra personaggi nuovi e vecchi e un focus puntato alla storia di Dr. Jekyll e Mr. Hyde, centro pulsante di questa nuova puntata. Due personaggi con un passato burrascoso e misterioso, che ci viene raccontato con un flashback esaustivo. L’episodio precedente ci aveva lasciati con Mr.Hyde e la Regina Cattiva alleati contro la banda dei Charming, pronti a fare magagne. Scopriamo, in questo nuovo step, che Hyde ha un conto in sospeso con Tremotino. Così veniamo catapultati nella storia di Jekyll e Hyde, due parti della stessa persona, una buona e una cattiva, una dicotomia che fa parte di tutti noi.

Una morale davvero interessante quella dietro questa vicenda, il fatto che la nostra parte malvagia rimarrà sempre con noi e, al contrario, che i cattivi non sono sempre totalmente malvagi è davvero un intreccio che prende e rende affascinanti le storie di molti dei nostri personaggi. Così, infatti, è anche per la nostra Regina e per Mr.Gold, e un po’ per l’affascinante Hook, che ancora sentono i residui della loro parte oscura ormai esterna alla loro anima. Tutti possono migliorare, ma è anche vero che ognuno di noi può sempre tornare ad essere cattivo.
In base a questa teoria, Regina scopre di essere ancora legata alla sua parte cattiva anche a livello pratico, ovvero se muore la Evil Queen automaticamente morirà anche lei. Scopre, quindi, che la scelta di dividersi dalla sua parte cattiva non è stata una brillante idea e si reca da Emma per chiederle di fare comunque ogni cosa per proteggere gli altri, anche se significherebbe sacrificare lei. Comprensibile che questa scena ci abbia commossi e, soprattutto, spaventati per la possibile perdita di Lana Parilla, la vera attrice di tutta la serie, sicuramente la più brava e carismatica.

Un’altra novità è, finalmente, l’introduzione di Jasmine, chiamata Shereen nel mondo di Storybrooke. La vediamo assistere Biancaneve nel suo ritrovato ruolo d’insegnante, ma in realtà nasconde il fatto di essere arrivata nel mondo reale per cercare il suo amato Aladdin. Questo potrebbe essere l’inizio di una nuova avventura, che potrebbe movimentare ancora di più la vicenda di questa sesta stagione. Il mondo di Agrabah avrà una collisione con StoryBrooke? 

Staremo a vedere!
Ilaria Scognamiglio

Snowden, quando lo spionaggio incontra la noia

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Snowden, quando lo spionaggio incontra la noia

Ricordate quando Oliver Stone, pur facendo sempre film molto dichiarati e schierati politicamente, riusciva ad essere controverso, interessante, utile con la materia a disposizione, creando una discussione?

Ricordate quando Oliver Stone era anche un grande narratore, un grande regista, ovvero un uomo di cinema a tutto tondo capace di creare storie intriganti poi rese ancora più efficaci cinematograficamente?

Beh, come si dice e come è ovvio, tutti invecchiano, incluso Oliver Stone.

Il discusso regista ha indubbiamente perso il suo smalto migliore da molti anni, complice l’età ed un cinema politico che intorno a lui (forse anche ispirato a lui, siamo onesti dando a Cesare ciò che è doverosamente suo) è profondamente cambiato, ed infatti ora Snowden è la prova inconfutabile e nettissima del suo declino, un film che mostra Stone diventato non solo l’ombra di sé stesso, ma quasi la propria parodia.

Nel racconto di cronaca internazionale, per la verità ancora freschissimo e quindi difficile da narrare con totale profondità, del caso Edward Snowden, l’ex dipendente del NSA diventato rifugiato politico in esilio, Stone sceglie l’abusata carta della biografia del tutto convenzionale, raccontando i fatti in maniera cronologica, cercando di mascherare il tutto con l’atmosfera da spy story: manca però il ritmo, la tensione, e soprattutto la spinta emotiva di personaggi piuttosto pietrificati nei ruoli di semplici “espositori della storia”. Snowden insomma, prima di tutto, è un film fin troppo classico ed estremamente noioso, che preferisce il racconto di cronaca alla narrazione cinematografica autentica (e non parliamo poi delle piatte scene domestiche tra il protagonista e la fidanzata, manuale dei cliché).

E infine c’è poi l’aspetto, per nulla secondario, dell’approccio tematico e ideologico. Naturalmente ogni film andrebbe giudicato come opera cinematografica e non politica, scevra da ogni implicazione e con la massima obiettività personale: il problema è che lo stesso Stone, come spesso fa, sceglie di schierarsi e quindi gettare il proprio film in pasto alle discussioni politiche. Lungi ora da me giudicare il ruolo e le azioni del vero Edward Snowden, oltretutto come detto in precedenza la vicenda è ancora troppo fresca per essere veramente contestualizzata storicamente, ma l’approccio forzatamene eroico e quasi da martire che Stone regala al proprio protagonista è fastidioso a dir poco, soprattutto nel finale.

Forse questa storia avrebbe meritato un film migliore, sicuramente più in là nel tempo, e sicuramente al tempo stesso Stone stesso meriterebbe di fermarsi un attimo a rivedere i suoi vecchi grandi film.

 
Emanuele D’Aniello

Al Brancaccino la Voce (in)Umana di Jean Cocteau

Va in scena da giovedì 27 a domenica 30 ottobre 2016 al TEATRO BRANCACCINO LA VOCE (IN)UMANA di Jean Cocteau.

con Carmen Giardina
con Carmen Giardina
scena Marco Carniti / Paolo Carbone 
musiche Pivio
regia Marco Carniti
L’amore è pura follia, e merita una stanza al buio e una frusta come per i pazzi. Il solo motivo per cui gli innamorati non vengono puniti e curati è perché questo tipo di pazzia è talmente diffuso, che chi dovrebbe frustare è a sua volta innamorato(As you like it)

Nulla è più drammaticamente attuale delle tragedie per amore.” dichiara Marco Carniti nelle sue note di regia – “L’amore è pazzia e l’abbandono è il vuoto. Così Cocteau rappresenta l’Amore in un testo nel quale, ancora oggi, tutti ci possiamo rispecchiare. Così come per Shakespeare, l’innamorato è un folle chiuso nella sua prigione, vittima della sua stessa follia masochistica. Ho trasportato l’amante dolorosa di Cocteau in una dimensione contemporanea incastrando il personaggio nell’ingranaggio emotivo infernale di una routine quotidiana. Una “donna sull’orlo di una crisi di nervi” che, straziata per l’abbandono dell’amante, vive in un suo spazio fermo nel tempo, invasa dai mezzi di comunicazione. Uno spazio dominato da un totem sacrificale. Una lapide meccanica a cui la protagonista si aggrappa ostinatamente nella speranza di cancellare tracce, azioni, odori, ricordi, della persona amata. La sua condizione, ad uno sguardo distaccato, non può che svelare l’involontaria comicità dei nostri comportamenti, l’assurdità dei nostri processi interiori. Condannando l’ipocrisia dei nostri rapporti sentimentali. Dal tragicomico al dramma. Dalla farsa alla tragedia. Questo esperimento teatrale ci dà l’opportunità per un dialogo contemporaneo con Cocteau sul buio esistenziale ed il vuoto interiore causati dall’amore.” 

Marco Carniti, milanese, studia alla Facoltà di Lettere e Filosofia “La Sapienza” di Roma. Teatralmente si forma come attore e aiuto regia di Giorgio Strehler al Piccolo Teatro di Milano/Teatro d’Europa e alla UCLA di Los Angeles dove studia con J. Grotowsky e Bob Wilson. Collabora con grandi registi della scena europea: Bob Wilson, Lluis Pasqual, Giancarlo del Monaco, Frederic Amat, Elijah Mosinsky, Pet Halmen y Gilbert Deflo. Recita in cinema per Federico Fellini nell’“Intervista” e con Hanna Schygulla e Marcello Mastroianni in “Miss Arizona”. Gira il primo lungometraggio “Sleeping Around” sul disagio della sessualità delle ultime generazioni e vince numerosi premi internazionali tra cui miglior regia. Una formazione di studio interdisciplinare che passa dalla danza alla recitazione per approdare alla regia teatrale, lirica e cinematografica. Collabora con sue produzioni e progetti di scambio con i più prestigiosi teatri europei ed extraeuropei ottenendo importanti riconoscimenti di critica e di pubblico. Una voce fuori dal coro della regia teatrale e cinematografica italiana grazie alle numerose esperienze internazionali che gli hanno permesso di esportare il meglio del nostro repertorio e della importante scuola estetica italiana. Un sguardo attendo al valore sociale del teatro, della cultura e della comunicazione ai nostri giorni. Nel rispetto del repertorio italiano ed europeo e nella responsabilità politica di restituirlo a una platea contemporanea. Direttore Artistico per il “Progetto Giovani” al Teatro Eliseo di Roma dove fonda e dirige una compagnia di 20 giovani attori. Dirige attualmente laboratori di perfezionamento professionale per attori e registi. Firma produzioni negli Stati Uniti, Cina, Francia, Germania, Svizzera e Spagna, dove ha vissuto per lungo tempo collaborando per il Teatro Real di Madrid, Gran Teatre del Liceu di Barcellona, Teatro Arriaga di Bilbao, Opera di Malaga, Centro Dramatico Nacional di Madrid, Festival Mozart in Coruna, Valladolid, Anfiteatro romano di Merida. In Italia per Teatro Regio di Parma, Maggio Musicale Fiorentino, Rossini Opera Festival, Teatro Massimo di Palermo, Teatro Lirico di Cagliari, Comunale di Bologna, Spoleto, Teatro Bellini di Catania, Teatro Verdi di Trieste e di Sassari e Piccolo Teatro di Milano/Teatro d’Europa, Teatro di Roma, Teatro Eliseo e Globe Theatre di Roma.

Carmen Giardina, attrice, sceneggiatrice e regista formatasi presso la scuola del Teatro Stabile di Genova. Si divide tra teatro e cinema lavorando come attrice con Giancarlo Sepe, Luca Barbareschi, Marco Risi, Cristina Comencini, Peter Greenaway, Alessandro D’Alatri, Manetti Bros, Umberto Marino, Egisto Marcucci, Luca Miniero, ed altri. Inoltre partecipa a diverse fiction TV, tra cui la serie per la RAI Amiche, di cui è stata protagonista. In teatro ha ideato e diretto spettacoli con una forte componente musicale, come God save the punk! e Milonga Merini, per il quale ha ricevuto il prestigioso Premio Ombra della Sera al Festival di Volterra. Il sodalizio con Marco Carniti è di lunga data e li ha visti collaborare sul set del film di Carniti Sleeping Around e nell’omonima commedia teatrale, oltre che a Spoleto nella stagione lirica sperimentale.

TEATRO BRANCACCINO
Via Mecenate, 2 – 00185 Roma – Tel. 06 80687231
Giov/sab ore 20 e dom ore 18
Biglietti 14 euro – ridotti 11 euro
http://www.teatrobrancaccio.it/brancaccino/il-teatro-brancaccino.html
https://www.facebook.com/events/1401252866553329/