Una, quando il cinema ci mette a disagio

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Una, quando il cinema ci mette a disagio

Iniziare ad analizzare e un giudicare un film, partendo però da un altro film, è molto inusuale, lo capisco.

Ma vedendo Una, mi è corso più volte in mente una scena essenziale di Nymphomaniac di Lars Von Trier, ovvero il momento in cui la protagonista smaschera le emozioni di un pedofilo, e invece di esserne disgustata lo compatisce per la sua malattia e la sua impossibilità di vivere una vita normale essendo afflitto da tale perversione.

In quel monologo, forse per la prima e unica volta nella storia del cinema, il pedofilo è concepito e mostrato come vittima di sé stesso.

Questa scena mi è venuta in mente perché Una in un certo senso riparte dal quel concetto, ma ovviamente non lo declina come Von Trier, semmai alza ancora di più l’asticella della controversia: senza giudicare, senza azzardi morali o moralizzatori, Una mostra con coraggio, disgusto e grande disturbo emotivo il rapporto tra carnefice e vittima, raccogliendo le macerie lasciate dall’abuso sessuale su una 13enne.

Tratto da un’opera teatrale per questo concepito e girato in maniera essenziale e semplice, con una scenografia spoglia e molto austera che intelligentemente lascia il centro della scena solo ai protagonisti e al tema principale, con spazi e ambienti che quasi li isolano da tutto il resto, il film è il confronto tra due persone e due anime distrutte definitivamente dal proprio marciume interiore: nel loro dialogo, nella libertà e sconvolgente innocenza con cui ricordano momenti raccapriccianti, vediamo due facce della medesima perversione.

E’ ovvio però che la vera danneggiata è la ragazza, la quale si trova nel suo stato di quasi pazzia a causa della violazione subita da piccola. I suoi comportamenti e le sue parole sono tutte derivate da quanto accaduto. Il lavoro enorme del film e della sceneggiatura in particolare è appunto quello di massacrare emotivamente lo spettatore in maniera ambigua, facendogli insinuare il dubbio che entrambi siano malati, quando non si deve mai dimenticare che tra una bambino e un adulto la capacità di scelta è sempre in possesso di quest’ultimo: pur quindi nella presenza chiara di un carnefice, Una riesce non dico a far empatizzare con un pedofilo, ma quantomeno a farne capire e passare il punto di vista, in modo da sconvolgere lo spettatore chiamato a credere alle sue parole e magari vedere per un attimo le sue ragioni (e forse per questo odiarlo ancora di più). Raggelante, il film riesce davvero appieno in questo intento.

Grazie soprattutto alla performance ambigua e comunque sempre molto umana di Ben Mendelsohn, ed a quella in bilico tra l’isteria e l’infantilismo perpetuo di Rooney Mara, il film colpisce nel segno riuscendo a porre quesiti che la nostra mente vorrebbe relegare nei meandri più profondi dell’inconscio. Con un incidere compassato, in modo che scavi lentamente nel malessere interiore, e con una struttura temporale frammentata, in modo che i pensieri possano riaffiorare come un fastidio mai sopito, Una è nella propria semplicità di film quasi anti-cinematografico uno delle pellicole più coraggiose e disturbanti degli ultimi tempi.

 
Emanuele D’Aniello
Emanuele DAniello
Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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