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Una vita travagliata, ma sicuramente non “banale”

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Un racconto del secolo passato. Ecco che cos’è “Una vita banale”, spettacolo tratto dal romanzo omonimo di Maria Antonietta Vincenti andato in scena mercoledì 7 settembre 2016 al teatro della Fondazione Cristo Re di Roma con gli attori della Compagnia “Così è se ci pare” e la regia e l’interpretazione del bravo Francesco Fario, collaboratore di CulturaMente.

Francesco Fario
© Ilaria Yralih
Una giovane donna, orfana, analfabeta, Maria Renchi, incontra un uomo importante, illustre, che ha studiato in America, Antonio Capiricci, e subito nasce l’amore. Ma Antonio porta dentro di sé un terribile segreto: in America è già sposato. In paese poi la povera Maria non viene vista di buon occhio. Lei è una di quelle ragazzine abbandonate a loro stesse, sole, che riempivano le case dell’Italia postunitaria. Da queste premesse è partito lo spettacolo “Una vita banale“, tratto dall’omonimo romanzo biografico di Maria Antonietta Vincenti, andato in scena al teatro della Fondazione Cristo Re di Roma mercoledì 7 settembre 2016 con la regia e l’interpretazione del nostro bravissimo Francesco Fario, collaboratore di CulturaMente, e con i fantastici ragazzi della CompagniaCosì è se ci pare
I drammi di Maria e Antonio, e di tutti i personaggi del testo, riflettevano i cambiamenti sociali di un’Italia che si stava creando, da quella postunitaria a quella del fascismo, i piccoli pettegolezzi e le cattiverie dell’essere umano in una coscienza patriottica che si andava formando. Ma il testo ed i ragazzi della Compagnia (con la mirabile interpretazione e regia del sopra nominato Francesco Fario) hanno messo in luce un vero e proprio, permettetemi l’abuso del termine visto che non proprio corretto, “romanzo di formazione“, il cambiare dell’animo umano durante la crescita, il tutto essendo aiutati da una scenografia semplice che, con l’ausilio di proiezioni, riproduceva i vari ambienti come la casa di Maria.
Tutte questi pensieri mi facevano riportare alla mente, mentre ero seduto su quella poltroncina di velluto rosso, a grandi capolavori come “Novecento” di Bernardo Bertolucci con un insuperabile Robert De Niro o, per parlare dell’Italia moderna, “La Meglio Gioventù” di Marco Tullio Giordana; insomma, un punto di partenza per la società italiana odierna, sia quella negativa che quella positiva. Si tratta di una vita intensa, e non “banale”
In una sola parola, ragazzi che leggerete queste poche righe: siamo noi i figli di Maria e Antonio, ma anche di Pietro, di Padre Biagio e di tutti gli altri.
Marco Rossi

Il Teatro Noh del Maestro Sakurama Ujin torna a Firenze

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Alla Pergola di Firenze ritorna l’arte del grande Maestro Sakurama Ujin

Teatro Noh

16 settembre 2016, ore 20:45 | Teatro della Pergola, Firenze
HASHITOMI 半蔀 (La persiana con gelosia a grata)
OBA GA SAKE 伯母ヶ酒 (Il sake della zia)

Venerdì 16 settembre, ore 20:45, arriva alla Pergola di Firenze il grande teatro internazionale. Assente da 20 anni dall’Italia, il Maestro Sakurama Ujin, discendente di una delle più insigni dinastie di teatro Noh, la più antica forma di teatro giapponese, presenta Hashitomi (La persiana con gelosia a grata), suggestione ed essenzialità di una delicata storia d’amore, in una combinazione di rarefatta poesia, canto, musica e danza. Lo spettacolo è intervallato da Oba ga sake (Il sake della zia), gustosa comicità di matrice Kyōgen in veste di stilizzata eleganza.
La compagnia di artisti in scena, dagli attori ai musicisti, è composta tutta da rappresentanti di famiglie di antica tradizione. Lo spettacolo si inserisce nelle celebrazioni per i 150 anni dei rapporti diplomatici tra Italia e Giappone.
I primi scambi tra Italia e Giappone risalgono alla seconda metà del XVI secolo, mentre le relazioni diplomatiche sono state instaurate il 25 agosto 1866 con la firma del Trattato di Amicizia e di Commercio. Da allora, i due Paesi hanno compiuto il proprio percorso di sviluppo quali Stati moderni e le relazioni di collaborazione hanno registrato un costante progresso nei più vari ambiti.
In occasione del 150° anniversario, e a vent’anni dall’ultima autentica rappresentazione di teatro Noh in Italia, il Maestro Sakurama Ujin, XXI discendente della famiglia Sakurama, alla guida della compagnia omonima, conduce gli spettatori alla scoperta del mondo del Noh, ammantato di profondità e mistero, che caratterizza la più antica forma teatrale del Giappone. Dal XIV secolo fino a oggi, in oltre 650 anni, questo genere ha costruito e affinato una tradizione di prestigio e finezza ineguagliati, riconosciuta nel 2002 dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità.
Venerdì 16 settembre, ore 20:45, va in scena al Teatro della Pergola di Firenze Hashitomi (La persiana con gelosia a grata) che racconta il fugace amore tra la dama Yūgao e il principe Genji “lo splendente”, uno degli incontri presenti nel libro Genji monogatari (La storia di Genji) di Murasaki Shikibu. La rappresentazione è intervallata da Oba ga sake (Il sake della zia), sintesi scenica di scuola Kyōgen, che sin dal periodo medievale viene rappresentata insieme al Noh e che ben ne bilancia la tensione tragica, con una comicità essenziale, ma gustosa. Tra le più antiche scuole della tradizione del Noh si colloca la scuola Konparu, che ha nel ramo della famiglia Sakurama una delle dinastie più insigni, con attori di prima grandezza nella storia di quest’arte, come il Maestro Sakurama Ujin. I loro spettacoli, nelle sedi di governo dello Shōgun, in epoca medievale, ma anche nella corte imperiale e in epoca moderna con il nuovo governo dell’epoca Meiji (dal 1868 in avanti), hanno coronato gli eventi più salienti nella storia del Paese.
La vita della nobiltà nel Giappone feudale, i molti amori del principe Genji “lo splendente”, l’arte, la musica, la fortuna e le disgrazie inaspettate, l’eleganza e l’atmosfera malinconica di un mondo affascinante e impalpabile. Accolta a corte per la sua fama di donna colta e amante della letteratura, Murasaki Shikibu compone La storia di Genji all’inizio dell’anno Mille e lo termina alla fine del decennio.
Concepita come intrattenimento per la parte femminile dell’aristocrazia e accolta sin dal principio con grande interesse, l’opera di Murasaki è ormai il “classico tra i classici” della letteratura giapponese, il modello cui si sarebbe fatto ricorso continuamente nei secoli successivi. Romanzo straordinariamente complesso e stratificato, La storia di Genji si è prestato, specie negli ultimi decenni, a infinite letture, da quelle di stampo psicoanalitico ad altre che ne hanno evidenziato di volta in volta l’aspetto religioso, folklorico, politico, sociale, storico.
Il protagonista, Genji “lo splendente”, è di una bellezza quasi femminea, e anche il suo carattere è dolce, lontano anni luce dal prototipo occidentale del seduttore. La dama Yūgao, una delle sue conquiste, evocata in Hashitomi (La persiana con gelosia a grata), attribuito a un certo Naitō Kawachi no kami, è descritta con straordinaria maestria, incarnazione di una sensualità mai esposta e dunque ancora più irresistibile: una sensualità che non si esprime nell’esposizione del corpo, ma nel fruscio delle vesti (meravigliosamente descritte dal Maestro Sakurama Ujin), nelle sagome che si muovono oltre i paraventi, nei lineamenti fini esplorati al buio con il tatto o spiati attraverso una tenda appena scostata.
Al tema della bellezza, si contrappone la commozione, la malinconia, lo struggimento per l’inconsistenza, la fugacità della vita umana.
Teatro Noh

Sinossi 

HASHITOMI 半蔀 (LA PERSIANA CON GELOSIA A GRATA)

Un monaco buddhista di Kyōto sta celebrando un suffragio con dei fiori quando appare una giovane donna che, tra i mille colori della sua composizione, aggiunge in offerta un fiore di convolvolo della sera. Il monaco si informa sul genere e la donna, suggerendo che il fiore (yūgao, calonyction aculeatus) richiama anche un nome femminile, lo invita a recarsi nel quinto rione della città. 
Seguendo le indicazioni della donna, il monaco raggiunge una piccola abitazione dalle persiane con gelosia a grata, vicino alla quale fioriscono dei convolvoli della sera. Una voce recita una poesia: è il fantasma della dama Yūgao che racconta e rivive l’incontro d’amore con Genji “lo splendente”. Danza vagheggiandone il ricordo e, quando s’avvicinano i primi chiarori dell’alba, svanisce dietro le persiane.

Teatro Noh

OBA GA SAKE 伯母ヶ酒 (IL SAKE DELLA ZIA)

Un nipote amante del sake ha una zia che gestisce un negozio con tanto di mescita. La donna, piuttosto tirchia, non gliene ha mai offerto. Lui, allora, escogita un piano: spaventarla dicendole che negli ultimi tempi un demone si aggira da quelle parti. Ed è lui stesso ad assumerne l’aspetto, attraverso una maschera. Mentre la zia trema terrorizzata, s’introduce nella cantina e beve a più non posso. Quando però il sake comincia a fare effetto, si addormenta, e così viene scoperto e non può far altro che darsi alla fuga.
Di grande efficacia è la dialettica, tra lusinghe e scuse, che s’ingaggia tra nipote e zia, ma soprattutto spiccano nella seconda parte i gesti del nipote trasformatosi in demone, in particolare per l’uso della maschera che, nell’intento di bere a volontà, viene impiegata con effetti esilaranti.

con Maestro Sakurama Ujin, attore shite di scuola Konparu
Tateda Yoshihiro, attore waki di scuola Shimogakari Hōshō
Fujita Jirō, suonatore di flauto di scuola Issō
Kō Masayoshi, suonatore di kotsuzumi di scuola Kō
Kamei Hirotada, suonatore di ōtsuzumi di scuola Kadono
Zenchiku Jūrō, attore kyōgen di scuola Ōkura
Zenchiku Daijirō, attore kyōgen di scuola Ōkura

Biglietti 
Platea 22€
Palchi 17€
Galleria 13€
Biglietteria 
Teatro della Pergola, Via della Pergola 30
Dal lunedì al sabato: 9.30 / 18.30
Circuito regionale BoxOffice.

Teatro Noh

Il Cittadino Illustre, nessuno è profeta in patria

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Le nazioni molto spesso vivono del successo o del fallimento dei propri abitanti più celebri.

Dopotutto, se non ci fosse stato il sogno incarnato da Maradona e il terrore rappresentato dalla dittatura, la storia dell’Argentina, ed i sentimenti dei propri orgogliosissimi cittadini, si potrebbe racchiudere nel percorso emotivamente altalenante che va dall’umiliazione per il costante mancato premio Nobel a Jorge Luis Borges fino alla gioia incontenibile per l’elezione a papa di Jorge Bergoglio.

E non a caso, questi personaggi sono citati tutti in Il Cittadino Illustre, il film di Gastón Duprat e Mariano Cohn che racconto il ritorno nel piccolo paese natale, dopo 40 anni di assenza, del più popolare scrittore argentino.

Daniel Mantovani, il fittizio totalizzante protagonista del film, raccoglie un po’ tutti i sentimenti degli argentini: è enormemente orgoglioso, ironico, sarcastico, esacerbato, scontroso ma alla fine buono, istintivo e triste. Tanti film argentini degli ultimi decenni giustamente hanno indagato sui dolori e le conseguenze della dittatura, una ferita ancora aperta col dramma dei desaparecidos sempre vivo, ma era ora che qualcuno facesse finalmente un film sugli argentini e non solo sulla nazione. Col grande merito di essere completamente apolitico, Il Cittadino Illustre è uno spaccato ironico e argutissimo di commedia umana sulle figure che la popolano.

“Ricevere il premio Nobel da una parte mi lusinga. Dall’altra, visto che essere premiato significa aver messo d’accordo tutti, accademici, specialisti, re, certifica in qualche modo la morte della mia creatività artistica”.

In questa fulminante apertura c’è già tutta la carica corrosiva e ironica del film, nell’accettazione del successo ma nel rifiuto ideologico di esso c’è già, sotto forma di commedia, tutto il conflitto universale che noi umani attraversiamo: cosa vale la pena realizzare nella vita, e come affrontare le conseguenze delle proprie scelte? Sotto la patina eccezionalmente esilarante Il Cittadino Illustre è infatti molto malinconico, un ritratto del sacrificio per il successo che si fa strada tra ipocrisie e rimpianti. L’assurdo del film, che genera il maggior numero di risate, è l’arma più importante per affrontare il discorso tra realtà e provincialismo, tra due modi antitetici di vivere e affrontare il mondo, soprattutto due diversi tipi di ambizione: quello di chi vuole tutto, ma perde le radici, e quello di chi sceglie di essere squalo in un acquario, e perde le bellezze fuori dal proprio giardino di casa. Il Cittadino Illustre non vuole dare preferenza o risposte – dopotutto Mantovani racchiude entrambi questi modi di pensare, da lì la sua tristezza e arroganza – ma mostrare che nella realtà la tanto incensata semplicità della provincia non è poi così diversa dalla sporcizia delle città senza valori.

Città e provincia sono uguali perché sono gli uomini ad essere uguali, con i loro pregi e difetti, ovunque siano, solamente a noi sta scegliere come affrontare il tutto. Con una scrittura efficacissima, e la magistrale performance di Oscar Martinez, il film combatte i fantasmi che popolano il passato di ognuno di noi.

Emanuele D’Aniello

Doppio taglio – come i media raccontano la violenza sulle donne

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DOPPIO TAGLIO è uno spettacolo che affronta la tematica della violenza contro le donne, distinguendosi per la scelta di uno sguardo trasversale.

Non il racconto della vittima, né quello di un testimone o tanto meno del carnefice, ma la rivelazione di alcuni curiosi meccanismi attraverso i quali il racconto dei media può plasmare e distorcere la nostra percezione del fatto, trasformando anche la più sincera condanna in un’arma, appunto, a “doppio taglio“. 

Marina Senesi è un’attrice-autrice che si è sempre distinta per la capacità di fondere in un’unica cifra la forza dell’ impegno e il gioco dell’ironia. Cristina Gamberi è dottore di ricerca in Studi di Genere all’Università di Napoli Federico II e ideatrice di percorsi formativi nelle scuole sull’educazione al genere. Dal loro incontro è nata l’idea di riadattare per il palcoscenico una ricerca accademica della Gamberi, decostruendo l’impianto lessicale e iconografico degli articoli diffusi su stampa e web, per indagare il ‘taglio’ comunicativo che i media applicano (persino involontariamente) nel descrivere l’uccisione di una donna per mano del proprio uomo. Tutto questo elaborato in una narrazione semplice ed immediata, capace di interessare e sorprendere. 
La forza di questa proposta ha convinto un’artista d’eccezione: la cantautrice inglese/malese Tanita Tikaram (suo il successo planetario “Twist In My Sobritety”), che ha voluto contribuire al progetto regalando allo spettacolo un inedito dal titolo decisamente emblematico: “My Enemy”
Per la regia di Lucia Vasini, con il contributo delle voci fuoricampo di Filippo Solibello e Marco Ardemagni (gli inconfondibili conduttori del programma mattutino cult di Radio2 Rai: Caterpillar AM) e con il susseguirsi di immagini che scorrono parallele al racconto, scopriamo che la cronaca raramente si sottrae alla regola di una tradizione letteraria volta ad alleggerire la responsabilità dell’aggressore se si ritiene che la donna abbia varcato i confini imposti al suo genere. La narratrice si chiede, e ci chiede: “Una donna che si vede socialmente rappresentata così è incentivata alla denuncia? Perché mai dovrebbe fidarsi se sa che noi non stiamo dalla sua parte? Se, come nella maggior parte dei casi, l’immagine proposta dai media ritrae la vittima in soggettiva, cioè come se l’aggressore fosse di fronte a lei, noi lettori, comprese noi donne che ci dichiariamo impegnate e sensibili, che altro stiamo facendo se non osservare la vittima dalla stessa visuale del suo carnefice?” 
NOTE DI REGIA Quando Marina mi ha coinvolto in questo progetto ho immediatamente detto di sì per l’entusiasmo e la sincerità che la contraddistingue in ogni viaggio all’interno del teatro civile. Quando una sera dopo le prove mi ha telefonato a casa per dirmi: “ Andiamo a Londra domani, a incontrare Tanita Tikaram?”, ho detto subito di sì senza pensare a nient’altro se non alla voce magica di questa grande musicista. L’incontro con Tanita è stato veloce, giusto il tempo della colazione nel centro della città. Ma in quelle due ore il tempo si è dilatato come succede durante i veri incontri. … E allora le note di regia vorrei fossero proprio le parole di Tanita, formulate in un divertente italiano, attraverso una domanda diretta a Marina mentre velocemente raggiungevamo la metropolitana per il ritorno a Milano: “Marina, io non credo che il tuo racconto urli aggressivo, vero?” Ci siamo guardate e intese: “No,no!” abbiamo risposto in coro.” (Lucia Vasini)


The Bad Batch, il presente è il vero cannibale

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Per una volta, partiamo subito dai diretti giudizi finali:


The Bad Batch
non è sinceramente un gran film, ma ha l’enorme pregio di esser nato e poi realizzato con un’idea, visiva e ideologica. Sembra strano a dirsi, ma credetemi, questo è un elemento che pochi film hanno, e forse l’unico in grado di creare vero cinema, a prescindere dalla qualità finale.

Dopotutto, cosa è veramente The Bad Batch? Cosa vuole comunicarci un film dal bellissimo impianto visivo, ma dal sonnolento inizio dei canonici difetti dell’opera seconda (Ana Lily Amirpour è qui reduce dal bellissimo esordio di A Girl Walks Home Alone at Night), in cui la giovane regista prova a mischiare cinema di genere post-apocalittico alle aspirazioni più autoriali piene di tempi rarefatti e manierismi forzatamente cool?

Perché appunto, come detto in partenza, oltre i difetti The Bad Batch è carico di idee, e sono queste in grado di salvare la pellicola e la visione. E allora diciamolo che The Bad Batch è forse, anche se non so quando la Amirpour abbia concepito la sceneggiatura e girato, il primo film dell’America sia colpevole sia vittima dell’epoca di Donald Trump.

Non che The Bad Batch sia un film politico, ma è indubbiamente un film che coglie perfettamente, magari anche involontariamente ma in maniera del tutto precisa e efficacissima, quell’America in cui si pensa ad erigere muri, di mattone oppure ideologici, e in cui il sogno è definitivamente morto, o perlomeno lasciato a pochi pazzi, e tristemente soprattutto ai criminali, che non sanno nemmeno più cosa farsene del “sogno americano”. Ok, le metafore sono marcatissime, ma passando dal muro nel confine texano alle oasi piene di pazzia chiamate letteralmente “Dream”, passando dall’importanza delle figure carismatiche ma vuote (un Keanu Reeves in piena modalità Escobar) ai cannibali che in fondo siamo noi tutti dal punto di vista sociale e altruistico, il film graffia il presente e lo mostra, senza filtri, per quanto brutto sia diventato.

“Voglio gli spaghetti perché l’altro uomo mi faceva gli spaghetti”.

Nell’ironica battuta di una bambina verso la fine del film vediamo il fatale riflesso di una società che ha smesso di ragionare e va avanti per istinto, spinta dai piaceri e non da cosa sia giusto. The Bad Batch quindi può anche ambientato in uno scenario post-apocalittico, ma in un certo senso può essere anche letto come film pre-apocalittico, un vero monito per tutti noi.

Emanuele D’Aniello

Venezia 2016: pubblico e privato

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Forse, se volessimo trovare un altro e reale protagonista di Jackie, direi che il ruolo spetta a quel bel vestito rosa.

Puramente rosa, come la carnagione di un bambino, rosa come l’umanità basilare, rosa che contrasta con lo scuro dei vestiti dei politici e con l’angelico chiarore delle pareti di ospedali e Casa Bianca.

Un vestito rosa però, perpetuamente, imbrattato di sangue, una macchia che va oltre il vestito, arriva fino sotto pelle, e non abbandona più quel corpo che ne ha sentito lo sporco invadente calore. Ecco, una semplice immagine, ma efficacissima nel descrivere immediatamente la perdita dell’innocenza.

Oltre le immagini e le percezioni però, la vera e unica protagonista di Jackie naturalmente non può che essere Natalie Portman, sul cui volto si regge letteralmente l’intera vicenda. Nel racconto dei tre giorni che passano dall’omicidio del presidente John Kennedy nell’ottobre 1963 al suo funerale, vediamo e viviamo tutto lo strazio di Jacqueline Kennedy, in un attimo non più First Lady e ormai vedova, che deve combattere con la percezione pubblica e con i propri sentimenti.

Più che un biopic – semmai nel genere è di quelli non convenzionali, cosa per me già lodevole in partenza – Jackie è l’analisi dell’elaborazione del dolore e del lutto. E’ curioso a dirsi, ma quando si parla di perdita umana si usa sempre il termine “elaborazione del lutto” perché è un avvenimento che per quanto traumatico non si supera, non si supera mai, si impara semplicemente ad elaborare, capire, assorbire, farlo proprio, conviverci e andare avanti (si vive la morte altrui in un certo senso, che paradosso). Il film è tutto nei primi piani della protagonista, in quegli occhi enormemente tristi che cercano di capire cosa sia successo e alla tempo stesso come andare avanti: scavata in volto, con uno sguardo spento, ma al contempo dignitosissima e magnetica, Natalie Portman crea una Jacqueline Kennedy in bilico tra l’umanità della donna rimasta sola e il mito in costruzione, elettrizzando l’intera inquadratura con la lacrime non di semplice dolore ma cariche di quell’inconsapevolezza fatale di chi è colpito all’improvviso da una tragedia più grande di quanto si potesse immaginare.

Concepire un film del tutto interiore interamente su un volto esteriore è un concetto magistrale, qui messo in pratica con incredibile capacità da Pablo Larrain: qualunque altro regista avrebbe spinto più sulla ricostruzione storica, sul sentimentalismo, sulla convezione, invece il regista cileno ha naturalmente una sensibilità tutta sua, diversissima dai colleghi americani, e riesce ad intercettare le paure più profonde: con la sua camera a mano che indaga nei primi piani e una composizione narrativa frammentaria, aiutata anche dalla grave colonna sonora di Mica Levi, il regista cileno ci accompagna tra le devastanti rovine del vuoto umano.

Profondamente apolitico, pur mostrando i meccanismi del potere in tali situazioni, Jackie è interessato ad indagare nei dubbi che l’uomo conosce solo quando avvengono: come comprendere il dramma presente e al tempo stesso come reagire per il futuro, più buio ma inevitabile. Dopotutto, se è vero che l’omicidio di Kennedy ha rappresentato il primo segno della perdita dell’innocenza dell’America intera, pensare che il peso pubblico e privato di tale gigantesco trauma sia ricaduto tutto sulle spalle di una giovane donna di 34 anni, un secondo prima regina del mondo e un secondo dopo vedova impreparata, è semplicemente devastante: Jackie ci accoglie in quel dolore nella maniera più reale e potente possibile.

Emanuele D’Aniello

Arriva Eleva Festival con un programma ricco di eventi musicali

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Siamo un’indistricabile rete di volti, personalità, anime appartenenti al reale o all’astratto, se pensiamo alla rete. 

Una rete che nel corso del tempo ci ha racchiuso sempre di più, quasi intrappolati e da cui non possiamo più uscirne. Ma attenzione, questa rete non è fatta di corda, non è tangibile e non possiamo vederla con i nostri occhi. La possiamo però percepire, la sentiamo intorno a noi, non possiamo più fare finta che non esista, perché esiste eccome, e noi ne facciamo parte. Così è anche ELEVA: una rete che connette tanti elementi di cui di volta in volta vi abbiamo svelato qualcosa. Questo è il momento di parlare degli artisti che saliranno sui palchi di Eleva Festival. 
Yombe
Il 10 Settembre al Meeting Verde ci penserà Cosmo a rendere l’inizio del festival già di per sé speciale. Quella del 2016 è stata senza dubbio la sua estate, i suoi singoli “L’ ultima festa” e “Le voci” li abbiamo sentiti su tutte le radio e tutte le spiagge, ora non aspettiamo altro che ascoltarli live in una delle cornici più belle che questa città ha da offrire, i Chiostri di San Pietro. L’ artista d’ Ivrea reinterpreta il pop italiano in chiave dance, con sfumature a tratti psichedeliche, il suo suono è inconfondibile e i suoi testi ci trasmettono una sorta di malinconia, quel tipo di sentimento che si prova quando un’ estate sta per finire, i ricordi riafforano e noi non possiamo fermarli per cui lasciamo scorrere liberi i nostri pensieri e finiamo per sorridere con noi stessi di noi stessi. La musica di Cosmo è una fusione di tanti elementi diversi che dà vita ad uno dei live più coinvolgenti e apprezzati del panorama italiano attuale.
A seguirlo nel Meeting Verde sarà il turno dei Pillowtalk, il trio Made in USA, che da anni produce per etichette come Wolf+Lamb e Crew Love. Il loro live è qualcosa di unico e ricercato, eppure riesce ad essere apprezzato dagli ascoltatori più diversi, probabilmente per la classe con cui riescono a spaziare tra R&B, boogie, disco, house e techno, il tutto legato da una voce incredibile. Tra Asia e America faranno tappa a ELEVA Festival e come ogni loro esibizione, sarà semplicemente indimenticabile. 
La ciliegina sulla torta del Meeting Giallo sarà invece Silvie Loto, che da quattro anni porta ad ELEVA la sua techno dura, ma raffinata, facendo affezionare a questo genere il nostro e il suo pubblico ogni edizione un po’ di più. Forse quest’anno nella location che più si sposa alle sue note, sarà lei a chiudere Mercoledì 14 Settembre all’ ex mangimificio Caffari, tra una fabbricata abbandonata e tre grossi silos videomappati.
Si dice “concludere in bellezza” ed ELEVA non ha intenzione di fare da meno. Tre grandi nomi andranno ad illuminare il Meeting Rosso Sabato 17 Settembre: Marvin & Guy, Jeremy Underground e Jackmaster. 
Medicamentosa
Nostri vicini di casa, Marvin & Guy, sono due Dj di Parma di fama mondiale che hanno prodotto sia con l’etichetta giapponese Let’s Get Lost, sia con la newyorkese Prowl Records, da qualche anno portano la loro ‘groovy techno’ in giro per l’ Europa e per il mondo, infiammando le dancefloor in ogni dove, una su tutte quella del Circoloco ad Ibiza, non esattamente gli ultimi arrivati insomma.
A seguire il duo italiano sul Main Stage del Centro Loris Malaguzzi arriverà Jeremy Underground. Il Dj Parigino non è solo un’artista, ma un vero e proprio conoscitore di musica, è risaputo che possieda una collezione di vinili house praticamente infinita. La sua compilation di debutto, My Love Is Underground, che porta lo stesso nome della sua etichetta discografica e delle sue serate, è stata giudicata da Resident Advisor la migliore del 2014. Quando si parla di musica house, non si può non parlare del talento di Jeremy Underground.
Infine a chiudere il Main Stage Sabato 17 Settembre troviamo Jackmaster, scoezzese doc, un nome che parla da solo ed anche ad alta voce. Ha suonato nei migliori locali della scena clubbing europea, come Fabric, XOYO, Berghain, DC10. Nel 2016 ha partecipato all’Ultra Music Festival e al Sonar, in cui figurava tra gli headliner. Nel 2014 viene nominato miglior Dj dal DJ Magazine Best of British Awards e nel 2016 occupa la quinta posizione nella classifica dei “100 miglior Djs” di Resident Advisor. Richiesto ed apprezzato un po’ ovunque è il nome giusto per chiudere in modo appropriato il Centro Loris Malaguzzi.
Il compito di suonare l’ultimo disco di Eleva Festival invece spetterà a Bassa Clan, duo tutto italiano, composto da Dino Angioletti e Fabrizio Maurizi. I due Dj di Bologna hanno fatto la storia del clubbing italiano e non. Dino, membro dei Pasta Boys e Fabrizio, fondatore dell’etichetta discografica Memento insieme all’amico Idriss D. Come si dice in queste situazioni? Una garanzia.
Come in tutte le precedenti edizioni ELEVA si caratterizza come un festival di musica elettronica, riferendosi a tutte le sfumature che questo genere ha da offrire, crescendo in numero e qualità di anno in anno grazie ai numerosi artisti che si avvicinano a queste sonorità all’ estero, come anche in Italia.
Questa quarta edizione sarà la più ricca di sempre dal punto di vista dei live, soprattutto italiani, spaziano dall’ indie, all’elettronica più pura per arrivare fino a sonorità ambient.
Tra di loro al Meeting Verde troveremo Inude, duo leccese che sta facendo parlare molto bene di sè la critica del settore e non solo grazie al loro album di debutto ‘Love is in the eyes of the animals’.
Sul SoundScape Stage troveremo un’ escalation di suoni e stili tutti diversamente affascinanti: viaggeremo con la mente insieme ad Evil Twin e poi a seguire Medicamentosa, i cui suoni ci condurranno in terre africane, Andrea Marinelli con il suo secretshow ed infine con il live imprevedibile di Fat Cosmoe.
La singolare cornice del Meeting Giallo sarà la casa di Klune, trio tutto italiano, con un background musicale parecchio particolare, ammettono di aver iniziato a fare musica per caso, ma ascoltando anche solo un paio di pezzi, non riusciamo a credergli del tutto. Il loro EP di debutto ci ricorda tantissimo artisti come Bonobo e Chet Faker ed è difficile smettere di ascoltarlo.
Lo Square Stage del Meeting Rosso, invece, sarà quasi totalmente dedicato ad artisti italiani da non perdere assolutamente. Andando per ordine inizialmente troveremo Tempelhof, duo musicale attivo dal 2007, a seguire Novamerica e il suo pop psichedelico e poi ancora un altro live con Yombe e le loro sonorità tribali ed oscure, a chiudere questo pomeriggio tutto all’ italiana ci sarà Bruno Belissimo a scaldare la pista.
A chiudere lo Square Stage troveremo invece Keita Sano, dj e produttore giapponese, che nei suoi live esprime tutte le sue contaminazioni musicali, passando dall’ house alla techno e addirittura all’ hip-hop, tutto in chiave rigorosamente old-school.
Oltre ai numerosi artisti internazionali e non selezionati da ELEVA per rendere questa quarte edizione unica, si esibiranno sul palco tanti artisti locali. Al Meeting Verde troveremo Gege & Virtual Boys, Lowheads, Faulty Kru ed Unknwn, il Meeting Giallo vedrà in consolle Nerd Flanders e Danilo Dan, mentre nel Meeting Blu finale di ELEVA, chiuderanno il festival Frøm Six e S.Boyz.
La scelta artistica di ELEVA 4.0 è più ricca che mai: dalla California al Giappone, con un occhio di riguardo per il “Made in Italy” gli artisti di questa quarta edizione rispecchiano a pieno la nostra idea di Festival e il bisogno incessante di alternare certezze a novità più assolute, sempre bisognosi di scoprire e riscoprirsi. 
Il manifesto di questa quarta edizione recita #tobeorNETtobe, ma tra l’essere e il non essere, l’importante è essere a Reggio Emilia tra il 10 e il 17 Settembre.
In concomitanza con i meeting ufficiali di Eleva, durante tutta la settimana del festival sarà possibile partecipare ai vari eventi Eleva Off sparsi per la città.
L’evento è realizzato con il patrocinio del Comune di Reggio Emilia, con il supporto di Arci Reggio Emilia, di Regione Emilia Romagna, di Musei Civici Reggio Emilia, di Circolo Arci Tunnel e di Centro Internazionale Loris Malaguzzi. 
Info & Tickets: www.elevafestival.com
Media contents:
Cosmo
Jackmaster
Jeremy Underground
Yombe
Novamerica

Indivisibili, due sorelle per una sola anima

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In effetti, quante volte al cinema si è vista una storia di gemelli siamesi?

Già questo, è da solo un fondamentale elemento di originalità. Aggiungiamoci poi che Indivisibili è un film diretto da Edoardo DeAngelis, una delle voci più interessanti nel panorama del nuovo cinema italiano, e la gioia non può che essere enorme.

Indivisibili, che bando alle premesse dico subito meritava di essere le concorso ufficiale del Festival di Venezia e non in una delle sezioni collaterali, è la storia di due sorelle siamesi legate all’altezza del bacino, sfruttate da genitori ma soprattutto dalle credenze popolari: la storia infatti si svolge nella provincia napoletana, e le due sorelle sono credute addirittura creature miracolose, o quantomeno portafortuna, quando non sono portate in giro a cantare brani neo-melodici come fenomeni da baracconi.

Sacro e profano, insomma. O altre persone molto più ciniche direbbero fantastico e realistico, esattamente i due registri che il regista prova a mischiare nella sua storia.

Se nella prima parte infatti il film fatica a carburare è perché il mondo della provincia campana, con tanto di volti e corpi il più possibile lontani dai canoni estetici imposti dal gusto comune, è stato già ampiamente esplorato dal cinema recente, e quell’universo dialettale fa venire in mente Matteo Garrone e non qualcosa di nuovo. Quando poi finalmente DeAngelis si libera dalle ispirazioni, dalla sua terra, dai personaggi parodistici e da beghe familiari già sentite, Indivisibili finalmente prende il volo trasformandosi in una favola dark, una nuova versione di Pinocchio con i piedi ben piantati nel quotidiano, in cui c’è spazio per i desideri e un paese dei balocchi credibilissimo. Le due sorelle che vogliono fare l’operazione per dividersi e diventare in quel senso “donne vere” sono il cuore e la testa che trasporta l’intera vicenda.

L’aspetto emotivo è però sempre fondamentale, Indivisibili non diventa mai a tutti gli effetti un racconto onirico o fantastico, e l’elemento psicologico è ciò che fa la differenza: grazie anche all’interpretazione bellissima delle sorelle Fontana, bravissime nella prova di simulare l’unione “fisica”, capiamo la simbiosi totale di due sorelle che hanno due corpi ma un animo solo.

Con i suoi difetti e grossi pregi Indivisibili è una boccata d’ossigeno nel panorama del cinema italiano, un film che esplora temi importanti ma raramente affrontati mettendo lo stile in secondo piano rispetto all’umano.

Emanuele D’Aniello

L’eredità sentimentale in “Io prima di te”

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L’eredità sentimentale in “Io prima di te”

Com’ero io prima di te?  Una frase che tutti almeno una volta abbiamo pensato nel magico momento in cui, come travolti da un vortice di energia, qualcuno ha sconvolto la nostra esistenza.

Viviamo una vita senza quella persona e poi, quando ci conquista, è facile chiedersi come siamo stati in grado di vivere prima, privi di quel senso di completezza da “pace dei sensi” misto a sconvolgimento adrenalinico.
In questo titolo, Io prima di te, che ricalca fedelmente quello inglese del romanzo di Jojo Moyes da cui è tratto il film diretto da Thea Sharrock, è racchiuso semplicemente il senso dell’innamoramento.
Un senso che diventa evidente anche nella situazione dei protagonisti, che si trovano a vivere un incontro insolito. L’esuberante Louisa, una deliziosa macchietta inglese con le scarpe a pois e le calze a righe gialle e nere, entra nella vita dell’ex banchiere Will, uomo di raffinato spessore intellettuale, per supportarlo nella sua nuova condizione di disabile.
Ammetto che il personaggio interpretato da Emilia Clarke è incantevole, anche se in alcuni momenti risulta un po’ difficile credere che esistano davvero persone così limpide e candide. Si ride quasi per tutta la durata del film: lei è goffa, lui è ironico. Dietro questa pseudo commedia, che diverte tutta la sala con un gusto molto british, si snoda il dramma del protagonista (interpretato da Sam Claflin), immobile su una sedia a rotelle: può muovere solo la testa. Non può toccare la donna che desidera, si strugge ricordando cosa significhi sentirsi uomo fino in fondo.

Mentre si osserva con meraviglia la magia dell’innamoramento, anche in condizioni non proprio ottimali, scatta la domanda immediata: l’amore, insomma, può bastare? 

Forse può darci la forza di capire, la voglia di crescere, la spinta a volare. Almeno nel caso degli amori buoni, che sono rari e a volte non durano nemmeno troppo. Ecco cosa ci insegna il film: lontano dalle convenzioni, dai progetti per il futuro, dall’idea di normalità, siamo trascinati nel vortice di un sentimento incondizionato, spontaneo, puro, non basato sul possesso o sul desiderio. Le “condizioni ottimali” lasciamole alla meteorologia, noi pensiamo a vivere in questo momento, godendo di ogni fremito che la vita ci regala, anche se non sarà eterno.
Quando lo standard si allontana dai nostri cuori si manifesta in tutta la sua incredibile grandezza l’espansione dell’animo umano, che è capace di grandi slanci, di fortissime passioni. L’amore è per tutti. Non ha condizione sociale, non ha sesso, non ha età, ma soprattutto non ha scopo. Una ragazza di campagna può cambiare la vita di un miliardario disabile, come un miliardario disabile può cambiare di una ragazza di campagna. Quello che conta è ciò che si sedimenta nel nostro cuore, l’arricchimento reciproco, che dura anche dopo la fine della relazione: se quel sentimento ha avuto davvero valore, vivrà per sempre dentro di noi, ci lascerà qualche piccolo tesoro da custodire nel tempo, come un talismano per affrontare il futuro. Un sorta di “eredità sentimentale”.

Come sarò io dopo di te?

E’ questa la potenza, semplice ma dirompente, di quel sentimento che dall’alba dei tempi sa dominare e forgiare l’animo dell’essere umano, come poche altre cose su questa Terra. E “Io prima di te”, con la sua semplice efficacia, non fa altro che ricordarcelo.

Alessia Pizzi

“Triangolo” al Globe con i Sonetti D’Amore

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Dopo il successo della scorsa stagione tornano al Silvano Toti Globe Theatre i SONETTI D’AMORE, l’idea e la regia sono di Melania Giglio (traduzione di Alfonso Veneroso e Melania Giglio). 

I sonetti sono stati scritti da Shakespeare probabilmente tra il 1595 e il 1600, sono 154 e rappresentano un lato inedito e fascinoso del grande drammaturgo. Negli anni i critici hanno cercato a lungo in essi indizi sulla vita privata dell’autore, il grande lavoro di ricerca e traduzione di Melania e Alfonso ha portato a quest’opera inedita e originale in cui si narra dei due amori di Shakespeare, il Conte di Southampton e la Dark lady.
Amore non è uno zimbello del tempo, sebbene le sue rosee guance e labbra finiscano falciate dalle sue lame, amore non muta in pochi giorni o settimane, ma tiene la rotta fino al giorno del giudizio. Se qualcuno mi dimostra che tutto questo è sbagliato allora io non ho mai scritto e nessun uomo ha mai amato
Melania Giglio, attrice, regista e cantante strepitosa, nel ruolo della Musa di Shakespeare accompagna lo spettatore nella trama e arricchisce lo spettacolo “contaminandolo” di modernità con le parole e le musiche di Nora JonesCome away with me”, Marvin Gaye I heard it through the grapevine”, Alanis Morissette “Uninvited”, Amy WinehouseYou know that I’m not good”. Le abbiamo chiesto come è nata questa idea di una rappresentazione dei Sonetti in chiave così moderna: 
Mi è sempre piaciuta di l’idea di fare del teatro shakespeariano di eccellenza, con i Sonetti e il Globe – che ha una forte radice pop – ho provato a fare una contaminazione un po’ azzardata. Baz Luhrmann o Bob Wilson vent’anni fa l’hanno già fatto con grande successo. Se fai il classico spettacolo sui Sonetti sicuramente è bellissimo ma veicolandolo con la musica arriva in maniera più intensa. Siamo riusciti così a raccontare questa storia d’amore che c’è tra il Conte, la Dark lady e Shakespeare. Ho cercato di mettere in scena una cosa nuova e in Italia è la prima volta. Inoltre Gigi Proietti è un direttore artistico vero, rischia con il teatro di pomeriggio e con queste novità pur di portare al pubblico emozioni diverse”.
L’altro grande autore dei Sonetti è Alfonso Veneroso, attore con grande esperienza di testi shakespeariani, ha lavorato anche con Ronconi; qui interpreta lo Shakespeare perfetto, con nobiltà e determinazione recita frasi d’amore che incantano il pubblico. Dopo lo spettacolo lo abbiamo “catturato” chiedendogli di svelarci il grande lavoro che c’è stato per creare l’opera: “Il testo è stato fatto a quattro mani (con Melania), in particolare la traduzione e la drammaturgia sono state estratte dai Sonetti nei quali si trova la storia d’amore tra Henry Wriothesly il Conte di Southampton, che è così bello da sembrare una donna, una sorta di androgino, oggetto di desiderio di entrambi i sessi e la Dark lady una donna scura di capelli e di pelle che probabilmente è la tenutaria di un bordello londinese frequentato da Shakespeare. Abbiamo sviluppato l’intreccio amoroso a tre che è riportato in diversi Sonetti ed estratto il testo. Non c’è la lettura classica, è un’opera teatrale che diventa azioni e relazioni in una grande storia d’amore. All’interno dei Sonetti originali c’è l’Io narrante che dice in 154 modi diversi Ti Amo con il genio di Shakespeare attraverso la tempesta, la guerra, la passione, il dolore, da qui l’idea di esaltare questi amori. È uno spettacolo in costume, ma potrebbe essere ambientato in qualsiasi epoca, grazie alla modernità delle musiche, che hanno permesso un salto emotivo”.
Questo spettacolo è come un soffio, breve la durata, viene voglia di averne ancora, resta il desiderio. Meglio lasciare un po’ di desiderio che una virgola in più. Il mio consiglio è di vederlo due volte, una di pomeriggio e una di sera. Il pomeriggio lo spettatore si cala perfettamente nel teatro puro shakespeariano, al tramonto, sembra quasi di essersi intrufolati nelle prove generali per rubare una storia d’amore. La sera, l’atmosfera notturna risalta ancora di più le musiche e concentra l’attenzione tramite le luci su ogni singola battuta. Fedeli e curati anche i costumi (di Susanna Proietti) e i dettagli: al collo Shakespeare porta un gioiello a forma di libellula, simbolo dell’amore per il Conte di Southampton che è bellissimo ma effimero e alla fine vola via con “Hallelujah” di Jeff Buckley.
I Sonetti d’amore andranno in scena lunedì 29 agosto, lunedì 5, 19 e 26 settembre ore 21 e dall’1 al 4 settembre e dall’8 all’11 settembre ore 18 al Silvano Toti Globe Theatre di Villa Borghese.

Sara Cacciarini

Il Più Grande Sogno, la vita merita di essere vissuta

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Estrapoliamo, stretta alla radice, la trama e il suo progresso narrativo:

un uomo semplice fa gravi sbagli, paga per i propri peccati, ha una nuova chance per rifarsi una vita, ma nel tragitto incontra inevitabilmente tanti personaggi o situazioni che cercano di farlo ricadere nell’errore, fino all’autodistruzione di tutto e tutti.

Sì, è una storia già vista e rivista al cinema quella delle seconde possibilità e del riscatto personale.

Cosa allora che rende Il Più Grande Sogno un film diverso e più emotivo degli altri? Semplicissimo: oltre ad essere tratto da una storia vera, quella di Mirko Frezza, è proprio quest’ultimo ad interpretare il protagonista. Quello che vediamo sul film quindi non è finzione, ma vita autentica, lacrime autentiche, intenzioni autentiche, sbagli autentici.

Si badi bene, non ho voluto dire “vita vera” perché Il Più Grande Sogno non è documentario e saggiamente non punta mai ad esserlo, e non è nemmeno una semplice operazione di ripescaggio cinematografico neorealista. Mirko Frezza non porta banalmente la sua vita in scena, perché giustamente troppo importante per lui per trasformarla in uno spettacolo per tutti gli spettatori “fuori dalla caverna”, ma lui reinterpreta la finzione basandosi sul reale. E’ certamente un esperimento metacinematografico quello del regista Michele Vannucci, ma mai un gioco, mai un film in cui realtà e finzione scenica prendano il sopravvento l’una sull’altra.

Dopotutto Vannucci evita assolutamente l’epico a tutti i costi o la spicciola empatia romanesca, non sceglie nemmeno un genere di riferimento perché la sua storia va oltre i confini del cinema: Il Più Grande Sogno è umanità allo stato puro. Quello di Mirko Frezza è una performance titanica, soprattutto considerando cosa vuol dire ricreare e affrontare i propri demoni interiori: il sogno del film non è la costruzione di una nuova vita, non è l’edificazione di un rifugio per i disagiati del quartiere, ma il sogno è prima di tutto capire i propri limiti, i propri errori, i propri lati deboli e perché no malvagi, con totale sincerità e fragile consapevolezza.

Il Più Grande Sogno non è certamente un film perfetto, e la visione della borgata romana e delle figure ai limiti che la popolano al cinema è stata già affrontata, anche con migliori mezzi scenici e risultati tematici. Eppure il film di Vannucci ha un cuore che pochi altri hanno o potranno mai permettersi, perché tocca a piene mani l’abisso dell’animo umano e la volontà di vivere, non solo sopravvivere. Disordinato come il suo protagonista, ma appunto carismatico e viscerale come Frezza stesso, il film non ha un solo briciolo di paura per mettersi a nudo e mostrarsi per ciò che è: un palcoscenico anarchico a cui noi stessi dobbiamo dare un senso.

Emanuele D’Aniello

Tommaso, il ritratto delle ossessioni di Kim Rossi Stuart

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Indubbiamente, chi prima del Festival di Venezia ha frettolosamente bollato questo film come “Kim Rossi Stuart e le donne” ha capito poco.

Perché in realtà Tommaso, oltre ad essere l’inevitabile specchio dell’anima del proprio autore, anche se non sappiamo dove comincino e terminino le somiglianze con l’esperienza autobiografica di Kim Rossi Stuart, è la seduta di terapia di un uomo pieno di paure. E come tutti gli incontri con lo psicologo, esistono sedute buone e sedute negative.

La premessa del film è indubbiamente interessante, perché solitamente chi al cinema racconta le nevrosi e le ossessioni di un uomo verso l’universo femminile, lo fa sempre mostrando le numerose ma vacue conquiste del Don Giovanni di turno; Kim Rossi Stuart invece cambia totalmente approccio, mostrando al centro della scena non un playboy, ma un timido uomo comune, che per quanto bello e benestante non riesce ad ammaliare tutte le donne che vorrebbe avere.

Tommaso
quindi ha la struttura ideologica dell’ossessione felliniana, con tanto di scene oniriche, ma al centro mette un protagonista alla Woody Allen, o per rimanere in tema nostrano alla Nanni Moretti, e in effetti c’è una somiglianza sia nella fisiognomica sia nell’abbigliamento. La scelta interessante di Kim Rossi Stuart non è supportata però dall’inventiva scenica: i tanti frammenti di sogno o desiderio per quanto interessanti si perdono in una narrazione piuttosto lineare, che rende una storia alla base psicologica del tutto convenzionale. Tommaso vorrebbe indagare sull’inconscio del proprio protagonista, ma finisce per diventare scontato e più semplice possibile – alla base del problematico rapporto con le donne, guarda caso, c’è la madre – privo assolutamente di guizzi visivi necessari al salto di qualità.

Leggiamo allora Tommaso come un divertissement e come una valvola di sfogo delle insicurezze del proprio autore di fronte agli anni che passano. Che poi tutto ciò risulti interessante anche a chi è di fronte come spettatore, è un altro discorso.

Emanuele D’Aniello

Reinas: un viaggio mitologico con donne straordinarie

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Sei donne, sei storie importanti raccontate da voci di donne che sono diventate mito.

Una grande donna che parla di donne straordinarie, personalità che hanno segnato pezzi importanti della nostra storia e sono diventate veri e propri miti. La narratrice in questione è l’attrice e scrittrice Isabel Russinova che in Reinas. Storie di Grandi Donne, il suo nuovo romanzo edito da Armando Curcio Editore, racconta di sei celebri figure mitologiche, regine di forza e sentimenti vissute in tempi diversi ma con storie ugualmente straordinarie.
Nota attrice di televisione, cinema e teatro, Isabel Russinova da tempo studia e ricerca le figure di donna nel cammino del mondo per non dimenticarle, lavoro culminato in questa raccolta di racconti che affascina in ogni sua pagina. Seguendo le fila della sua carriera teatrale, la Russinova struttura il suo lavoro come un’opera teatrale, scandendo il tutto in sei episodi e dando vita a veri e propri atti unici, a cui il lettore assiste come se si trovasse comodamente seduto di fronte ad un palcoscenico.
L’autrice sceglie di raccontare di sei donne, come Berenice, figlia di Erode Il Grande, principessa giudea che ha cercato di pacificare romani ed ebrei; Galla Placidia, imperatrice romana rapita da Alarico, che amò Ataulfo e volle unire barbari e romani sotto lo stesso credo cristiano; Pentesilea, regina guerriera delle amazzoni, che combatté gli uomini per combattere le guerre; Tanaquilla, nobile etrusca sposa di Lucumone, che diventerà Tarquinio re di Roma. Poi, ci racconta di storie più recenti, quella di Rosina Crocco, “briganta”, una delle protagoniste del grande movimento femminile del nostro sud nell’800, ed Agatha, prima presidente donna della Repubblica di Malta e dell’Europa del 900.
Con Reinas, assistiamo a storie di donne completamente diverse tra loro, con un background lontano ma con la stessa forza e voglia di raggiungere i propri obiettivi per il bene comune, anche se sulla loro strada troveranno mille difficoltà. Isabel Russinova, con una scrittura delicata e molto teatrale, dona a tutte noi donne degli esempi di determinazione, dolcezza, intelligenza e resistenza che ci incoraggiano ad essere sempre orgogliose di ciò che facciamo e ci aiutano a resistere nonostante i tanti ostacoli della vita. Un vero e proprio omaggio alla figura femminile, realizzato con la sensibilità e il garbo che solo una donna può avere.
Ilaria Scognamiglio

Teatro Massimo di Pescara: nuova stagione, nuove emozioni

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Torna la stagione teatrale 2016 – 2017 del Teatro Massimo di Pescara organizzata anche quest’anno da Baltimore Produzioni.

Grandi nomi previsti all’interno del calendario.
Si inizia il 2 e il 3 dicembre 2016 con Nino Frassica, popolare comico, attore, personaggio televisivo, scrittore e cantante siciliano lanciato da Renzo Arbore nel 1983 col film “FF.SS.” – Cioè: “…che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?” e successivamente nelle fortunate trasmissioni televisive “Quelli della notte” ed “Indietro tutta!”.
Tutti lo avrete visto più recentemente nella miniserie “Complimenti per la connessione”, spin-off di “Don Matteo” in cui Frassica interpreta il Maresciallo dei Carabinieri Antonio “Nino” Cecchini.
Nino Frassica sarà accompagnato dai Los Plaggers, band formata da sei formidabili musicisti; il nome Plaggers è una fusione tra Platters e plagio.
Lo show è un originalissimo e coinvolgente viaggio musicale per oltre due ore di concerto­ cabaret.
Una grande festa, un’operazione di memoria musicale con un repertorio formato da oltre cento brani rivisti e corretti, in cui canzoni famosissime, pur mantenendo la propria identità, sono tagliate e ricucite alla maniera di Frassica.
Si prosegue il 26 e 27 di gennaio 2017 con Elio (cantante, compositore, flautista ed attore teatrale), leader e fondatore del celebre gruppo Elio e le Storie Tese ed in passato anche giudice della trasmissione televisiva X-Factor.

In teatro ha interpretato numerosi lavori fra i quali “L’opera da tre soldi” di Bertolt Brecht, “Storia di Amore e di Anarchia”, musical di Lina Wertmüller.
Narratore dalla calda voce in “Pierino e il lupo” favola musicale di Sergej Prokofiev diretta da Zubin Mehta.
Elio presenterà il concerto “Largo Al Factotum”, un suggestivo recital in compagnia del pianista Roberto Prosseda: un viaggio originale, divertente e raffinato nella storia della musica classica, da Rossini a Mozart e Weill, alle canzoni moderne del compositore contemporaneo Luca Lombardi, che lo vedranno interpretare Don Giovanni e il Barbiere di Siviglia, così come odi musicali alla zanzara, al criceto e al moscerino.
Estro, genialità e fantasia non mancheranno di certo!

Il 25 e il 26 febbraio 2017 sarà poi la volta di “La Sirena” con Luca Zingaretti, grande attore romano che ha interpretato decine di film ed identificato da molti come “Il Commissario Montalbano”, personaggio nato dalla fantasia di Andrea Camilleri che ha preso vita nella serie televisiva trasmessa da ormai quasi due decenni dalla Rai.
Nella sua lunga carriera ha interpretato il ruolo di numerosi personaggi realmente esistiti 
(Giorgio Perlasca, Paolo Borsellino, Adriano Olivetti), evidenziandone tutte le loro peculiarità e portando sul piccolo schermo storie struggenti d’amore e di guerra, oltre che aspetti di vita
socio-economica.
In “La sirena” la narrazione di Zingaretti, che è anche curatore della regia e dell’adattamento drammaturgico, descrive con dovizia di particolari personaggi, ambienti e situazioni, rivelando grande versatilità nel ‘saltare’ da un personaggio all’altro e nell’attraversare in un viaggio immaginario l’intera penisola.
La musica (composta da Germano Mazzocchetti ed eseguita da Fabio Ceccarelli) amplifica invece le sensazioni, facendo cogliere allo spettatore i profumi e i colori di certe atmosfere (dalla grigia Torino all’assolata Sicilia) o di particolari stati d’animo.
Il 29 marzo 2017 ci sarà poi “4:48 Psychosis” con Elena Arvigo, attrice genovese che da sempre si divide con successo fra teatro, cinema e televisione. Ha calcato le scene di numerosi teatri italiani a fianco di grandi nomi fra i quali spicca l’indimenticabile Giorgio Albertazzi. Ha vinto il Premio Migliore Attrice al San Sebastian Film Festival (2005) e all’Asti Film Festival (2014). “4:48 Psychosis” è un grido disperato d’amore e una lucida fragilità magistralmente interpretati da Elena Arvigo, che in scena dà voce e corpo ad uno dei testi più assoluti e intimi del teatro contemporaneo mondiale. “4:48 Psychosis” è il testamento di Sarah Kane, autrice morta suicida nel 1999. Il dramma è scritto dal punto di vista di qualcuno con gravi problemi di depressione, un disordine mentale di cui Sarah Kane stessa soffriva.
Il monologo è una partitura lirica sull’amore e sull’assenza che va oltre ogni possibile definizione, ma che pure, quando il fiume della vita pare attraversato tutto e la barca della speranza respinta al largo, lascia parlare la verità.
Elena Arvigo ne è straordinaria interprete, spingendosi fino alle corde più profonde e dando immagini emotive al silenzio.
L’11 aprile 2017 concluderà la stagione un talento abruzzese: Piero Delle Monache.
Nonostante la giovane età è già annoverato tra i 10 migliori sassofonisti di tutta Italia secondo i Jazzit Awards.
Vanta anche esperienze di rilievo all’estero ed è stato in passato direttore artistico di rassegne musicali che hanno visto fra gli ospiti artisti quali Alain Caron, Frank Gambale e Kelly Joyce.
In occasione dell’ultimo concerto in Abruzzo di Vinicio Capossela al Teatro D’Annunzio di Pescara è stato chiamato dal noto cantautore per esibirsi con lui in un brano.
Ha pubblicato i seguenti dischi: “Welcome” (2011), “Thunupa” (2012), “Aurum” (2014).

Gli abbonamenti per la stagione 2016-2017 del Teatro Massimo di Pescara sono già disponibili in tutti i punti vendita del circuito CiaoTickets e online all’indirizzo http://www.ciaotickets.com/abbonamento/abbonamento-5-eventi-stagione-teatrale-20162017-teatro-massimo-pescara-promozione-prendi
E’ prevista una campagna “Prendi due abbonamenti e ne paghi uno”, sconto sul prezzo del 30% se acquistati entro il 15 settembre.
Quest’anno inoltre è attivo il servizio navetta da Termoli, Vasto, Lanciano, Sulmona, Torre De’ Passeri, Chieti Scalo, Giulianova, Roseto, Silvi Marina.
Il servizio è prenotabile scrivendo all’indirizzo aproduzioniteatrali@alice.it dopo aver acquistato il biglietto.
Per informazioni sulla stagione teatrale:
349 5520420

I Tamburellisti di Torrepaduli: la rinascita della taranta

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Da qualche anno si registra un aumento esponenziale di presenze turistiche nel Salento e un’attenzione di massa ai fenomeni culturali che provengono da questa terra generosa e sanguigna.

Tra il barocco rassegnato e superbo della pietra leccese illuminato dal sole a picco e la campagna mater dolorosa, il richiamo ancestrale degli archetipi sembra dominare una coscienza collettiva che attrae irresistibilmente lo spirito del visitatore, come un’antica lusinga che si ripete ancora. Bisogna saper distinguere, nella vastità delle manifestazioni culturali e artistiche i fenomeni che si riducono a espressioni semplificate di intrattenimento e quelli che derivano invece da una matrice profonda e radicata. A proposito di questi ultimi un gruppo di musicisti salentini, i Tamburellisti di Torrepaduli, sono riusciti a dare vita nel 1990 a una formazione che rinnova la tradizione fiorente della musica popolare attraverso lo studio, il recupero delle tradizioni e le “buone pratiche filosofiche”, trasmettendo attraverso le loro straordinarie performazioni il significato profondo e catartico della pizzica, o taranta, salentina. 
Il gruppo nasce dallo straordinario incontro artistico di Pierpaolo De Giorgi, filosofo, musicista, cantautore, poeta, etnomusicologo e i Tamburellisti di Torrepaduli allora formati da Amedeo de Rosa, Rocco Luca e Salvatore Crudo, percussionisti e custodi degli antichi segreti della pizzica. De Giorgi, intellettuale poliedrico e raffinato musicista, intuendo le grandi potenzialità di questa tradizione mette a frutto lunghi studi sulla musica popolare antica e sul tarantismo per dare vita con questa collaborazione alla nascita di un vero e proprio genere musicale che è diventato la bandiera della cultura salentina nel mondo. La formazione artistica è formata oggi dai componenti iniziali Pierpaolo De Giorgi, Salvatore Crudo, Rocco Luca e da personaggi d’eccezione: il fisarmonicista e tamburellista Donato Nuzzo, la violinista Valentina Cariulo, la danzatrice Serena d’Amato e dal giovane Gioele Nuzzo, virtuoso percussionista e suonatore di strumenti etnici. Insieme hanno inciso Fantastica Pizzica (MC – Discoexpress), Pizzica e Trance (MC – Discoexpress), Pizzica e Rinascita (CD – Sorriso), Il tempo della taranta: pizzica d’autore (CD – Drim), Pizzica grica: to paleo cerò (CD – Planet Music Studio), Pizzica e Rinascita – Ristampa (CD – C&M), Taranta Taranta (CD – Irma records). La lista delle loro esibizioni nei più grandi teatri del mondo e nelle piazze è veramente difficile da quantificare: mi piace ricordare i loro concerti al teatro Erode Attico ad Atene presso il Partenone, la Kulturhuset di Stoccolma o il Petruzzelli di Bari. I Tamburellisti sono presenti anche in televisione e nel cinema: nel cast degli sceneggiati Il Giudice Mastrangelo di Oldoini ed Elisa di Rivombrosa, del film Non ti voltare con Monica Bellucci e Trappola d’autore con Angela Molina, regia di Franco Salvia; hanno collaborato inoltre con musicisti internazionali.
I concerti dei Tamburellisti di Torrepaduli sono un momento di cultura vera, vissuta attraverso la sapienza degli strumenti, la danza, le voci, i colori: un’esperienza quasi sciamanica di trasmissione di valori e di energia positiva e medicamentosa che rivela, attraverso l’uso dei corpi, l’aderenza totale alla stesura estetica di qualcosa di più profondo, legato alle ragioni dell’istinto e alla necessità vitale del pensiero. L’origine della pizzica risale all’antichità greca ma si è evoluta subendo quel processo di sincretismo che caratterizza tutti i grandi temi dell’esistenza modificati dalle religioni dominanti. Dalle pratiche dionisiache si trasforma in un rituale popolare di liberazione dalle negatività nelle popolazioni contadine, grazie al potere taumaturgico dello stato di incoscienza e di trance provocato dal movimento convulso dei corpi e dal ritmo accelerato e al contempo malinconico dei tamburelli, suonati in tonalità minore. Non stupisce che il rito etnocoreutico del tarantismo riguardasse soprattutto le donne, maggiormente esposte alla complessità del vivere quotidiano.
Ma l’aspetto che maggiormente mi colpisce dell’operazione culturale dei Tamburellisti è quello che riguarda l’impianto teoretico del tarantismo, legato al mondo antico e al culto dionisiaco da cui De Giorgi sviluppa “il pensiero armonico” del Mediterraneo. Esso rappresenta una collettanea di idee diffuse nella cultura greca e delle sue colonie da cui scaturisce l’intento filosofico di restaurare l’originaria armonia tra Estetica ed Etica, inversamente alla damnatio memoriae compiuta dalla morale giudaico-cristiana che sovverte il principio di bellezza oscurando per un lunghissimo periodo un patrimonio civile e filosofico legato all’età classica. Un’espressione artistica che rappresenta e sancisce l’armonia tra gli opposti e la completezza dell’essere nell’unitarietà corpo-spirito, celebrata attraverso la liberazione rituale dal pensiero negativo e dal tentativo di disgregazione dei valori dell’umanesimo. E a tale esplosione di bellezza e di vitalità si può partecipare assistendo ai concerti, dove le loro incredibili individualità si fondono in momenti di sinergia poliritmica per poi esplodere singolarmente in assoli di pura emozione. I testi, intensi e pieni di rimandi alla letteratura classica, sono interpretati dalla voce profonda e potente dell’autore, Pierpaolo De Giorgi. Ognuno ha un carisma individuale che rapisce e affascina, una capacità incredibile di creare il transfert emotivo con lo spettatore e di impegnare le energie senza riserve, rendendo ogni spettacolo un evento unico e irripetibile. Una presenza preziosa nel panorama musicale e culturale italiano.
Antonella Rizzo

Piuma, la leggerezza dell’incoscienza

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Oltre la trama in sé, se dovessi trovare una vera tematica collante del film direi che Piuma parla di immaturità.

Immaturità dei due ragazzini di fronte all’arrivo di una figlia inattesa, quello dei genitori che sono bambini troppo cresciuti di fronte ai problemi della vita, e in un certo senso….anche l’immaturità cinematografica di una pellicola non riuscita, purtroppo.

Il titolo Piuma non a caso non nasconde la semplicità di una storia apparentemente problematica ma raccontata con estrema leggerezza. La scelta del regista Roan Johnson è appunto volontaria, ma leggerezza del tono ricade completamente nel film, che rifugge la complessità e pur di strappare risate evita di ricordarsi la realtà.

Pare strano a dirsi, essendo Piuma un film dialettale e che parla dei ragazzi di oggi, ma troppe scene preferiscono la farsa di fronte alla vera trattazione dei problemi trattati, e la totale immaturità dei personaggi, o la vera assenza di sentimenti sinceri nelle varie relazioni, svuotano completamente una vicenda “sulla carta” profondamente empatica lasciando soltanto la superficie.

Piuma è una commedia, ed il film è ovviamente divertente, ma oltre alle risate Piuma è un film piuttosto vuoto, vacuo, leggero fino all’esasperazione, fino appunto a diventare inutile, con almeno un paio di linee narrative totalmente fini a sé stesse. Ci si può rivedere, all’inizio, nei giovani Ferruccio e Caterina (perdonatemi se non voglio dire la versione “mocciana” dei nomi nel film) e nei personaggi dei genitori? Assolutamente si, chissà quante volte capita di trovarli per strada, o possiamo anche essere noi stessi. Ma alla fine della pellicola, ci si può ancora ritrovare nei genitori e nei ragazzi? No, perché rimangono soltanto macchiette.

In conclusione, Piuma ha un enorme difetto: voler raccontare la semplicità soltanto con la semplicità stessa, non capendo che la leggerezza, specialmente nel mondo odierno e nel cinema, è uno degli stati d’animo più complicati – ed importanti – da ricreare e comunicare.

 
Emanuele D’Aniello

Al Museo del Bijou la mostra dedicata a De Liguoro

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Dopo la prima mostra dedicata a Ornella Bijoux, la serie di mostre monografiche dedicate ai Grandi Bigiottieri Italiani curate da Bianca Cappello prosegue con De Liguoro, storico marchio conosciuto e apprezzato nel mondo per la produzione di bijoux per l’alta moda italiana lungo tutto l’ultimo ventennio del Novecento. La mostra sarà ospitata presso il Museo del Bijou di Casalmaggiore in provincia di Cremona, unico museo dedicato al bijoux in Italia, dal 24 settembre al 20 novembre 2016. La mostra è organizzata dal Comune di Casalmaggiore con la partecipazione della associazione Amici del Museo del Bijou. 
Un sorprendente percorso espositivo che metterà in scena circa 300 creazioni e che narra l’evoluzione della maison De Liguoro dagli anni ’60 ad oggi. Bijoux, accessori e splendidi corpetti gioiello indossati dal corpo di ballo della Rai in occasione di spettacoli televisivi.
Gianni De Liguoro è un creativo inesauribile e, con una formazione da sarto, ambito nel quale la sua famiglia lavora da due generazioni, all’inizio degli anni ’60, assieme alla moglie Angela, decide di intraprendere la produzione di gadget per il mercato in espansione. Nascono così i famosissimi pupazzi in materiale plastico di Calimero, distribuiti nei fustini della Miralanza, a cui seguono una serie di simpatiche spille a forma di topolino prodotte per la Perugina e, alla fine degli anni ’60, delle collane “talismano” per la Ramazzotti e disegnate dal pittore e illustratore Mario Moletti.
Da questo momento la creazione di bijoux di De Liguoro è inarrestabile e ottiene vasta eco nei principali redazionali degli anni ’70 fino a farsi notare, nel 1980, da Clara Centinaro, la pioniera del made in Italy che creò abiti per principesse e first lady di tutto il mondo, la quale lo introduce nel mondo dell’alta moda e delle sfilate. Da questo momento De Liguoro collaborerà con alcuni tra i marchi più raffinati ed eleganti del Made in Italy tra cui Alberta Ferretti, Fausto Sarli, Rocco Barocco, Renato Balestra, Enzo Russo e Trussardi.
Seguendo la sua creatività estroversa e visionaria, realizza per l’alta moda anche i bijoux da sposa oltre che speciali produzioni per il jet set e di alcuni programmi di intrattenimento in prima serata della Rai. Alla seconda metà degli anni ’80 risale la collaborazione con il concorso di Miss Italia per cui realizzerà le più strabilianti corone mai indossate dalle reginette.

“Questa mostra corona un sogno di 50 anni di lavoro dedicato al bijoux e all’accessorio moda – afferma Gianni De Liguoro e prosegue – sarà possibile vedere uno spaccato di storia dell’artigianato italiano che pur mantenendo la tradizione continua il suo viaggio nell’universo del bijoux”.



I materiali nel mondo di De Liguoro rappresentano un esercizio di sperimentazione continua, dove la Bellezza è creata anche usando un nastro di cuoio “rubato” alle antiche macchine da cucire, la canapa grezza, specchi, i cammei neri in french jet boemo oppure una sottilissima lastra di alluminio, il tutto armonizzato e curato nei minimi dettagli fino a ottenere una sorprendente perfezione estetica e formale.

Bianca Cappello
Storica e critica del gioiello, docente di storia del gioiello presso Galdus Milano. Coordinatore curatoriale della collezione del primo biennio del Museo del Gioiello di Vicenza. Al suo attivo seminari sulla Storia del Gioiello e della Bigiotteria presso Università e Accademie di Belle Arti in Italia tra cui La Bigiotteria Italiana presso il Politecnico di Milano (aa 2011/2012) e Design del Bijou per la Moda presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia (in corso). È autrice di pubblicazioni, tra cui Storia della Bigiotteria Italiana edito da Skira. Coordinatrice di conferenze e curatrice di mostre sul gioiello e sulla bigiotteria tra cui Indossare la Bellezza, la grande bigiotteria italiana (catalogo edito da Sillabe) presso l’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado e presso il Museo del Bijou con cui collabora da tempo.


Museo del Bijou
Unico in Italia, il Museo del Bijou, fondato nel 1986 a Casalmaggiore, storico e importante distretto di bigiotteria sorto tra XIX e XX secolo, conserva e valorizza oltre 20mila pezzi di bigiotteria insieme a macchinari, utensili, fotografie e cataloghi provenienti dalle dismesse industrie locali e da numerose donazioni di aziende e collezionisti del settore, dalla fine dell’Ottocento alle soglie del nuovo Millennio.

Hacksaw Ridge, il pacifismo militare di Mel Gibson

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Il pacifismo militare di Mel Gibson.

Ad un certo punto, Hacksaw Ridge sembra il film più convenzionale del Mel Gibson regista. Non che abbia mai fatto film innovativi o rivoluzionari narrativamente (se escludiamo l’uso del linguaggio, ovviamente), ma per buona parte Hacksaw Ridge sembra la solita e piuttosto piatta storia dell’eroismo in guerra.

Poi pian piano non solo il focus tematica cambia, ma arrivano soprattutto le linee guida di Gibson: violenza e religione. Nulla più sottile, il sangue le nefandezze della guerra sono spiattellate in faccia allo spettatore, l’incrollabile importanza della fede diventa lampante con simbolismi fin troppo chiari.

E allora sì, via via Hacksaw Ridge si rivela essere la quintessenza del cinema di Mel Gibson, la pietra fondante del suo credo cinematografico ma soprattutto personale.

La storia vera e assolutamente incredibile di Desmond Doss, il primo obiettore di coscienza a ricevere la medaglia d’oro al valore militare durante il secondo conflitto mondiale, è il perfetto assist dato a Gibson per raccontare, a modo suo naturalmente, nuovamente la passione di un Cristo se possibile ancora più terreno e vicino a noi. La fede incrollabile di Doss e la forza d’animo per amore della vita umana che lo spinge sul campo di battaglia è l’ennesimo esempio sfruttato da Gibson per mostrare l’importanza della fede, ancora più importante sotto i proiettili, e se i corpi vengono lacerati e gli organi schizzano fuori (letteralmente, in scene di battaglia molto lunghe ma girate magistralmente) tanto meglio. Gibson fin da Braveheart non ha mai risparmiato alcunché agli occhi del pubblico, e più violenza sullo schermo, più si fa chiaro il pacifismo paradossale del regista.

Certo, Gibson non sa misurarsi e infligge la storia di parecchia retorica non necessaria, come una coda nell’epilogo del film evitabile, ma colpisce nel segno soprattutto perché la star australiana mastica grande cinema e sa come crearlo. I suoi temi sono ancora gli stessi e a molti potrebbe non piacere, specialmente per l’energia con cui vuole rappresentarli e spingerli sullo schermo, ma non si può negare una grande abilità visiva e la totale convinzione in quello che fa. Dopotutto, quando il protagonista davanti alla corte marziale difende il suo ovvio e giusto diritto alle proprie convinzioni, non può non venire in mente lo stesso Gibson che davanti all’opinione pubblica difende ciò in cui crede e per cui è stato spesso criticato (oltre i brutti fatti di cronaca che lo hanno visto coinvolto).

Alla fine, e questa è la cosa più importante, Hacksaw Ridge si presenta come un solidissimo film di guerra e moralità, capace di tenere due ore incollati alla poltrona. Un pregio che tutti i film dovrebbe avere come base di partenza.

Emanuele D’Aniello

Venezia 2016: Brimstone, il pulp western che non vi aspettate

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Quando al giorno d’oggi andiamo a vedere un western, una cosa è sicura: non ci troveremo davanti un western.

Non è una battuta, ma la verità del cinema moderno, che del genere quintessenziale della settima arte ha già realizzato qualsiasi possibile rivisitazione, rilettura e decostruzione. Il regista olandese Martin Koolhoven è solo l’ultimo in ordine di tempo a prendere ambiente e scenari del western per raccontare assolutamente altro, e la carica del genere – in questo caso più vicino a Peckinpah che non a Leone o Ford, diciamolo subito – è una marcia in più.

Brimstone è un adattamento del western in salsa pulp, in cui l’ultraviolenza fisica e concettuale è spesso gratuita e soprattutto esagerata, però necessaria a portare avanti il discorso del regista.
Koolhoven infatti dipinge un cupissimo e sadico ritratto della malvagità umana, in particolare dell’uomo sulla donna, incarnata da una delle sue canoniche valvole di sfogo: l’estremismo religioso. Brimstone non vuole condannare solo il fanatismo attraverso semplice metafore, non sarebbe una novità, ma intende mostrare letteralmente agli spettatori la crudeltà di una violenza insensata.

Certo, per raggiungere tale scopo Koolhoven non va minimamente per il sottile: a cominciare dai nomi dei capitoli in cui è suddivisa la storia (non in ordine cronologico) che richiamano libri biblici, il film è strapieno di sottolineature e simbolismi marcatissimi che non possono essere scambiati per altro. E le impurità sono letteralmente sbattute in faccia: che sia sangue di un maiale, che sia sangue delle ferite, che sia sangue mestruale, la contaminazione e la necessaria purificazione è lì ben evidente.

Ciò che salva il film è la piena consapevolezza di giostrarsi sul confine labilissimo che separa l’ambizione smodata dei temi mostrati alla goliardia visiva delle proprie esagerazioni pulp. Il meraviglioso cattivo interpretato con gusto enorme da Guy Pearche è un demonio che si trasforma sempre più letteralmente nel corso della storia, e il film seguendolo pare crescere e migliorare esagerazione dopo esagerazione.

Brimstone non è certo la rinascita del western – speranza che prontamente e stupidamente viene bollata ad ogni nuova uscita del genere – ma un sanguinoso e avvincente, per quanto per stomaci forti, ritratto della violenza dettata dall’ideologia. E al giorno d’oggi purtroppo mai tema può sembrare così vicino.

Emanuele D’Aniello

Frantz, l’amore ai tempi della guerra

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Ai festival gli autori sanno anche cambiare il loro approccio.

Forse sarà l’età che avanza, forse saranno i temi trattati in passato mai leggeri che alla lunga creano un peso interiore non indifferente, forse saranno i tempi difficili che viviamo (soprattutto per un autore francese), ma Francois Ozon giunto al suo 16° lungometraggio non è mai stato così delicato prima d’ora.

Certo, il suo film Frantz ha in dote sempre radici non facili, su tutti il dolore e il lutto, ma uno come Ozon non è mai stato così poco controverso, così elegante, così tanto raffinato e delicato. Un tocco amorevole che passa sulla sua storia e sui suoi personaggi, che non a caso ne hanno davvero bisogno.

Frantz, e il titolo deriva infatti da un personaggio non presente sulla scena, è forse la risposta positiva e ottimista di Ozon al terrorismo odierno, e le immagini che mostra di una Francia e di una Germania ferite e distrutte dalla guerra nel 1918, con i suoi abitanti ancora scossi dal conflitto (la scena della Marsigliese non può non far venire in mente la tenacia e l’unione dei francesi di fronte ai recenti terribili fatti di cronaca) ci ricordano che il lutto è un sentimento personale ma anche globale, spesso e purtroppo. O forse magari si legge e io leggo troppo le righe, e così Frantz è soprattutto la storia di due essere umani uniti dalla tragica sorte oltre il proprio destino, in cerca di un punto di contatto comune per superare il dolore. L’elaborazione del lutto è un tema spesso affrontano dal cinema, ma il tocco delicato dell’autore francese è una lettera di speranza verso un futuro magari non migliore, ma ancora da costruire, possibilmente insieme a qualcuno.

Chi è abituato ai temi della sessualità di Ozon qui dovrà ricredersi, e più che stupire qui i protagonisti Pierre Niney e la giovane Paula Beer, splendida sopratutto quest’ultimo, faranno semmai innamorare per la loro fragilità mai nascosta ma anzi simbolo della necessità di andare avanti. Frantz evita il banale melodramma e invece di appesantire i sentimenti e schiacciarsi su di essi riesce a cogliere la leggerezza dei piccoli gesti e momenti, lasciando allo spettatore la voglia di sorridere al prossimo, nonostante tutto.

Emanuele D’Aniello

The Bleeder, la storia del vero Rocky Balboa

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Tutti conoscono la meravigliosa storia di Rocky Balboa grazie all’immortale film con Sylvester Stallone.

Inoltre, praticamente tutti credono che quella bellissima storia sia uno spunto della creatività di Stallone, ma il realtà l’attore la prese dal più classico delle “tratto da una storia vera”.

Sì, alla fine Rocky Balboa è esistito veramente, ed il suo nome è Chuck Wepner.

Dopo decenni di velo calato quindi il cinema va a riscoprire le radici del mito, ed il film The Bleeder si fa carico di dare luce, o in un certo senso giustizia, alla storia del pugile di Bayonne, piccola cittadina del New Jersey, una storia sicuramente meno ispirante di quella nata nella testa di Stallone ma forse per questo più autentica ed umana.

The Bleeder è quindi un character study sulla ascesa rapidissima e caduta rovinosa della stella di Chuck Wepner, un buon pugile e forse nulla più che divenne famoso non per meriti personali, ma appunto per un vecchio film a lui dedicato di cui quasi nessuno conosce le origini. I tanto chiacchierati 15 minuti di celebrità profetizzati da Andy Warhol sono la fonte di tutti i guai di Wepner, un personaggi comune e fragile, ricco di difetti che tanti hanno, inebriato da una celebrità non guadagnata m totalmente riflessa.

Questo è sicuramente il tema migliore di The Bleeder, che funziona e convince ma come tutti i film sul pugilato non eccelsi è affetto da un costante senso di deja vu, incastrato in una struttura già vista e priva di guizzi e da una confezione quasi da film tv. L’impegno del protagonista Liev Schreiber è encomiabile ma mancante di quel talento necessario a fare il salto di qualità, fortuna per lui è il personaggio ad essere forte ed empatico nei suoi eccessi e nei suoi errori: come in Rocky, anche in The Bleeder il vero Chuck Wepner non è un personaggio cinematografico ma un protagonista fantasma che aleggia senza sosta, monito dei rischi che tutti corriamo nel ricercare senza motivo e soprattutto senza “paracadute” un qualcosa più grande di noi e superiore alle nostre capacità.

The Bleeder è un onestissimo film che certamente non stravolgerà il genere dei boxe movies, ma ha il merito di ricordare che spesso le fortune di qualcuno – in tal caso un film come Rocky – possono derivare dalle disgrazie di qualcun altro. Nella vita non c’è il match di rivincita, ma fortunatamente abbiamo più round a disposizione, mai dimenticarlo come ha fatto saggiamente Wepner.

Emanuele D’Aniello

Animali Notturni, il raffinato gusto della vendetta

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Amore, violenza, pentimento, insoddisfazione, virilità.

Basterebbe uno solo di questi temi per creare una storia cinematografica, ma Tom Ford decide di prenderli tutti, affamato ed impaziente di tornare al cinema a 7 anni dalla sua prima e finora unica regia, quel A Single Man che fu un meritatissimo successo.

Animali Notturni racconta tutti i sentimenti finora citati con lo stile impeccabilmente elegante di Ford, il famoso stilista del marchio Gucci
che sinceramente pare masticare cinema da decenni come fosse il suo primo mestiere. Ma la bulimia tematica e narrativa del film, un racconto nel racconto dai toni completamente diversi, fatica a reggere costantemente la propria ambizione.


E’ faticoso anche, sono onesto, capire cosa funzioni e cosa non vada del film, perché le due macrosezioni hanno entrambe pregi e difetti. La storia vera del film, ovvero quella di Amy Adams, è la più umana e la più reale (oltretutto la bravissima attrice col suo talento salva davvero un personaggio piuttosto piatto), ma lo stile elegante di Ford è piuttosto auto-compiaciuto, e le battute satiriche sullo stile di vita dei ricchissimi californiani divertono ma graffiano poco buttate così nel calderone. Il racconto che la protagonista legge ed immagine, ovvero le sequenze col sempre ottimo Jake Gyllenhaal, è squisitamente pulp come le migliori storie di vendetta e ha il solito gigantesco Michael Shannon da incorniciare, ma è fin troppo ricco di stereotipi, per quanto voluti, e fin troppo lunga per essere appunto solo immaginata.

Certo, il collegamento emotivo tra le parti è ovvio, e tutto il romanzo che la protagonista legge e noi vediamo immaginato sullo schermo è perfetta metafora della relazione castrante all’origine dell’intera vicenda; ma il collegamento emotivo rimane spesso in superficie, e dispiace quasi che Ford non abbia deciso di girare due film separati dalle diverse ma ugualmente enormi potenzialità.

Animali Notturni
merita per il suo impressionante cast (ho già citato tre nomi, ma in più voglio sottolineare il cameo esilarante di Laura Linney) e per la conferma dell’innato talento visivo di Tom Ford, ma al tempo stesso ci suggerisce pure la necessità del regista di togliersi schiarirsi e decidere cosa vuole fare, o che tipo di cinema realizzare, da grande.

 
Emanuele D’Aniello

Muracci Nostri presenta la mostra “Io scrivo sui muri”

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Incise, disegnate, colorate, nere, le scritte sui muri raccontano la vita su un supporto che divide, nasconde, nega, custodisce le nostre solitudini, crea la nostra assenza di parole, gela i nostri sentimenti. 

Segni che tagliano e aprono varchi su muri che riempiono di cemento i nostri occhi. Non abbiamo più diari e nemmeno libri che parlano di noi. Non abbiamo la forza di guardarci allo specchio e, come con l’autobus nel rumore del traffico, si attende il post che non arriva mai tra le tante cazzate di facebook. Ci muoviamo come macchine e incontriamo solo immagini pubblicitarie, propagande elettorali, donne e uomini photoshoppati per convincerti a non essere te stesso.

“Famme er palo che non me ne frega un cazzo, glielo scrivo sotto casa: Ti amo!”

Non usiamo gli occhi per leggere poesie, per vedere orizzonti, per colpa loro, ma è indecoroso leggere “Lo stato uccide”, “Viva la fregna”, una bestemmia o incontrare una falce e martello una A cerchiata mentre si muovono le gambe trascinando il proprio corpo tra casa e lavoro e dal lavoro a casa, convinti di camminare. E’ indecoroso incontrare in quelle scritte la realtà o la tua storia. Rivedere la rabbia che hai per quello che ti succede attorno, pensare che qualcuno ama qualcun altro e che qualcuno tradisce o fa i bocchini.

“Daje, mettemose giù, appena passa, te da ‘na parte, io dall’altra, se lo famo tutto.”

E’ indecoroso che uno curi la sua grafia in modo diverso, fino a stravolgere le lettere in mondi fatti di spray e non di colletti bianchi e cravatte griffate. E’ indecoroso che a parlare siano i futuri benzinai, i manovali, i migranti, gli studenti, i giovani. E’ indecoroso che invece di farsi, o di farsi fottere come tutti gli altri, qualcuno scriva. Ma soprattutto è indecoroso che invece di mettere tutto nel cassetto, qualcuno scriva sui muri. Un gesto che mette in mutande un re, quello che ti vuole controllare con le telecamere, che vuole palazzinare il tuo angolo di mondo, un gesto che dice che esisti e lo fa capire anche agli altri, come quando scopri che tua moglie ha partorito e incidi la data su un muro, nell’ospedale, e poi un nome che sarà di tuo figlio e sarà così per tutti. Scrivi perché ti va, perché hai coraggio, perché hai fumato, perché sei con gli amici, perché sei solo e ti girano le palle, scrivi come vivi, bene o male, e se non scrivi sei morto. Tutto parte da qui, dall’incidere segni su un muro, segni che sapevano sia di scrittura che di pittura, oggi si rincorre la street art, ma non si vuole conoscere la strada, non si vogliono vedere le cose che fanno male. Si mettono al bando i film cattivi, i libri sovversivi, e come si trasforma un migrante in un terrorista, l’erba in eroina, si vede nella scritta la violenza, l’ignoranza, lo schifo tra montagne di immondizia non raccolta.

“Fajela là sotto significa dije abbassa la testa. Se me devono menà me menassero, ma se su quer muro ‘n ce scrivo ‘n cazzo, significa che a me me sta bene così. Significa che so’ fascista pur’io”

Esistono scritte che significano tutto per una singola esistenza, altre per una collettività. Raccolgono più emozioni di una fotografia, raccontano storie e portano con loro lacrime, sangue, paure, sorrisi, sudore.
In un museo prestigioso venti importanti artisti di strada dedicheranno su tele delle dimensioni 70×100 delle opere a delle scritte per loro significative. Una posizione forte, netta, carica di poesia, che rimanda gli spettatori sulla strada, che dice che qualcuno ci ha capito poco, ma soprattutto una prova di forza e d’amore, quella di chi restituisce una biblioteca piena di diari a tante persone – la strada – e la omaggia con lavori preziosi che non sarebbero stati tali senza essere opere di chi in qualche modo nella sua vita è stato writer.
Artisti:
Bol, Franco Durelli, Gods in Love, Gomez, Kemh, Kiv, La Rouille, Mohamed Lghacham, Alesh Oner, Gregorio Pampinella, pHOBOs, Walter Molli, Daniele Roncaccia, Tomoz, Daniele Tozzi, Ze Carrion …More TBA

Informazioni su Muracci Nostri, qui.
Spazio espositivo: MUSEO CROCETTI
Indirizzo: Via Cassia 492, 00189 Roma
Tel/Fax: 06-33711468
Email: info@fondazionecrocetti.it
Durata esposizione: 3 – 14 settembre 2016
Inaugurazione mostra: 3 settembre ore 18
14 settembre ore 21: spettacolo teatrale “Il diavolo bianco” per la regia di Riccardo Merlini
Orario d’apertura: 10-13 e 17-21.30
Informazioni e interviste: 3206188786 – muraccinostri@gmail.com

L’imperatore Adriano, ovvero: arte, potere e malinconia

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L’Associazione Culturale Roma e Lazio x te propone per domani sabato 3 settembre alle ore 21:00 una visita su Adriano, imperatore, architetto, artista, poeta, uomo di grande cultura ed intelligenza.

Roma e lazio per te
© Romano Impero

Il culto di Antinoo sembrava la più folle delle mie iniziative, lo straripare d’un dolore che non riguardava che me. Ma la nostra epoca è avida di dèi; preferisce i più ardenti, i più tristi, quelli che mescolano al vino della vita un miele amaro d’oltretomba“. Così parla l’imperatore Adriano ne “Le memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar a proposito del suo Antinoo, il meraviglioso giovane da lui profondamente amato.
Adriano è una figura di imperatore molto complessa. Grande diplomatico, letterato appassionato, grande intenditore d’arte e soprattutto architetto con interessi in astronomia, era un uomo con degli aspetti molto malinconici, che non amava molto il senato romano e la città di Roma e viaggiò tantissimo. Ma era un imperatore vicino al popolo romano.
L’Associazione Culturale Roma e Lazio x te ha organizzato una visita per domani sabato 3 settembre 2016 alle ore 21 (accoglienza e registrazioni da 30 minuti prima a Piazza della Rotonda tra l’ingresso del Pantheon e la fontana) per andare insieme a voi alla scoperta di questo magnifico personaggio parlando delle opere legate alla sua memoria nella zona attorno al Campo Marzio: il grande e celebrato Pantheon, meraviglia senza tempo, architettura che lascia veramente a bocca aperta, le rovine del Tempio di Matidia, sua suocera (nonostante l’amore di cui sopra era sposato) e figura fondamentale nella sua ascesa politica (fu l’unico imperatore a celebrare la suocera) ed il Tempio del Divino Adriano, fatto costruire dal suo successore Antonino Pio dopo la sua morte e finiremo la nostra visita presso la Colonna di Marco Aurelio per tante e nuove storie che ci accompagneranno. 
Per informazioni circa i costi, le prenotazioni e le informazioni varie la via è semplice:  dovete solo cliccare sulla parola Adriano.


Marco Rossi