Tommaso, il ritratto delle ossessioni di Kim Rossi Stuart

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Indubbiamente, chi prima del Festival di Venezia ha frettolosamente bollato questo film come “Kim Rossi Stuart e le donne” ha capito poco.

Perché in realtà Tommaso, oltre ad essere l’inevitabile specchio dell’anima del proprio autore, anche se non sappiamo dove comincino e terminino le somiglianze con l’esperienza autobiografica di Kim Rossi Stuart, è la seduta di terapia di un uomo pieno di paure. E come tutti gli incontri con lo psicologo, esistono sedute buone e sedute negative.

La premessa del film è indubbiamente interessante, perché solitamente chi al cinema racconta le nevrosi e le ossessioni di un uomo verso l’universo femminile, lo fa sempre mostrando le numerose ma vacue conquiste del Don Giovanni di turno; Kim Rossi Stuart invece cambia totalmente approccio, mostrando al centro della scena non un playboy, ma un timido uomo comune, che per quanto bello e benestante non riesce ad ammaliare tutte le donne che vorrebbe avere.

Tommaso
quindi ha la struttura ideologica dell’ossessione felliniana, con tanto di scene oniriche, ma al centro mette un protagonista alla Woody Allen, o per rimanere in tema nostrano alla Nanni Moretti, e in effetti c’è una somiglianza sia nella fisiognomica sia nell’abbigliamento. La scelta interessante di Kim Rossi Stuart non è supportata però dall’inventiva scenica: i tanti frammenti di sogno o desiderio per quanto interessanti si perdono in una narrazione piuttosto lineare, che rende una storia alla base psicologica del tutto convenzionale. Tommaso vorrebbe indagare sull’inconscio del proprio protagonista, ma finisce per diventare scontato e più semplice possibile – alla base del problematico rapporto con le donne, guarda caso, c’è la madre – privo assolutamente di guizzi visivi necessari al salto di qualità.

Leggiamo allora Tommaso come un divertissement e come una valvola di sfogo delle insicurezze del proprio autore di fronte agli anni che passano. Che poi tutto ciò risulti interessante anche a chi è di fronte come spettatore, è un altro discorso.

Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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