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Il 3 settembre torna a Roma il Sexteto Fantasma in concerto

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L’ASD Nuovi Laghi di Mezzaluna in collaborazione con La Milonga El Arrabal, Tango Bien e Vida Tanguera sono lieti ed onorati di presentare il Sexteto Fantasma in concerto!

laghi di mezzaluna Roma
Per la seconda volta a Roma (Maccarese), per l’unica data romana, e direttamente dalla Milonga e Associazione Culturale la “Ventanita de Arrabal” di Buenos Aires, siamo lieti di presentare il ritorno del Sexteto Fantasma
Il Concerto, ballabile, si svolgerà dal pomeriggio di sabato 3 Settembre 2016 appena fuori le porte di Roma verso il litorale nord di Roma località Maccarese/Fregene.
Ad ospitare il sestetto sarà la suggestiva location dei Laghi di Mezzaluna, con la sua magnifica pista di oltre 250 mtq, in Via Fontanile di Mezzaluna, 20, Maccarese, Roma. 
Prima e dopo il concerto si ballerà con le selezioni musicali del Residente de la Milonga “El Arrabal” Manuele Marconi e Don Juan con 9 ore di puro Tango!
Il “Sexteto Fantasma” è un giovane gruppo di Tango che nasce nella cornice de La Ventanita de Arrabal, una Milonga stabile di Buenos Aires, con musica dal vivo tutti i martedì ininterrottamente da oltre due anni. Serata prodotta ed organizzata dallo stesso sestetto. Il gruppo si può definire come una quintetto tipico più un cantante, con la differenza che la tromba rimpiazza il tradizionale violino. Tale strumento ha una sonorità unica e viene utilizzato sia per le melodie così come per dare colore ai momenti ritmici. È importante ricordare le Orchestre di Canaro e Lomuto, o l’interessantissimo incontro tra Dizzy Gillespie e Osvaldo Fresedo come precursori dell’uso della tromba nel tango. Il risultato sonoro del gruppo si completa con la chitarra elettrica, il bandoneon, il piano ed il contrabbasso. Nel trascorrere della musica si lasciano sentire le influenze che i musicisti portano dalle proprie esperienze musicali personali: lo swing, il folclore, la musica brasiliana e persino il rock, la murga e la cumbia. Gli arrangiamenti propri di brani classici e le composizioni originali risultano in un congiunto di Tangos, Valses e Milongas fatti con lo stile del sexteto: contemporanei, ballabili per i milongueros ed apprezzabili per il pubblico.

Il gruppo

Guido Iacopetti – Chitarra, arrangiamenti e compositore
Ezequiel Agüero – Piano e arrangiamenti
Daniel Mayor – Tromba
Matias Nahuel D´Amico – Contrabasso e arrangiamenti
Oscar Ismael Yema – Bandonéon
Rodrigo Perelsztein – Voce
Programma della serata

Ore 18 in poi apriamo… ed è subito Milonga!
Ore 20, Cena sociale* – Sarà possibile cenare con gli artisti prima del concerto con una cena sociale e tanto di tavolata e Charla, tutti insieme!
Ore 22.30 in poi… circa CONCERTO** con Sexteto Fantasma e Gran Milonga fino le 3!!
Come arrivare
Prendendo la SS1 Aurelia (12 Km dal GRA ) e uscire a Maccarese Fregene Via del Fontanile di Mezzaluna (direzione Fregene/Maccarese e dopo circa 3km, sulla sinistra al N.20 siete arrivati! C’è parcheggio a non finire per tutti.) 
Prevendite e ingresso
Il Concerto sarà a numero chiuso per poter gestire tutto al meglio e potrete assicurarvi un posto (a prezzo ridotto) prenotandovi con gli ingressi in prevendita e/o contattandoci ai nostri recapiti vari sms/cell/email.
Ingresso Milonga e Concerto Euro 18 (in prevendita con cons. analcolica); in alternativa Euro 20 (direttamente il giorno della serata).
È possibile acquistare i biglietti direttamente ai Laghi di MezzaLuna a partire dal 8/8 e/o in alcune Milonghe romane e/o contattandoci sui seguenti recapiti e email:
392 8481847 / 331 2156776 / mdotango@gmail.com / jmlupin@gmail.com
CENA / ASADO (all’Italiana):
Sarà possibile cenare (su prenotazione SOLO per CHI ASSITE ALLA SERATA) e ci sarà a disposizione per tutta la serata un bar a prezzi popolari con bevande alcoliche ed analcoliche (vino, birre, long drinks)
Quindi per chi volesse cenare l’ASD Nuovi Laghi di Mezzaluna propone dei super menu alla griglia per cena (SOLO SU PRENOTAZIONE e per chi partecipa al concerto) a partire dalle 20 fino alle 22.30-23. 
MENU A vegetariano Euro 12 (include):
Verdure grilliate/ bruschetta al pomodoro 7 formaggio e mozzarella + contorno
acqua minerale + bicchiere di vino
MENU B carne Euro 15 (include):
-Verdure grigliate e bruschette al pomodoro
-1 secondo alla brace a scelta tra: Galletto / trancio di Maiale / spiedino misto / braciola di maiale / arrosticino di castrato / spuntature di maiale / salsiccie *
-contorno: insalata mista o cicoria
-acqua minerale + bicchiere di vino
(in alternativa c’è il MENU C (ovvero Menu B con il secondo di Bisteccone di Manzo, Euro 18
Servizio Bar tutta la notte con alcolici-analcolici, superalcolici, long drink e cocktails.
Juan 331-2156776 / jmlupin@gmail.com
Manuela 392-8481847 / mdotango@gmail.com 

Sepolte in casa col Burkini o morte ammazzate col Bikini?

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Agosto: tempo di mare, di sole e di abbronzatura. Tempo di vacanza, di gelati e di bikini.  Ma non di burkini.

La notizia bollente dell’estate arriva da una Francia ferita (e conservatrice?) che non ci sta a nascondere i propri patimenti.  Divieto a Marsiglia, a Le Touquet, a Sisco (in Corsica) e a Cannes di indossare il burkini in spiaggia, con esplicita menzione di “abiti religiosi”. Quindi per religione le donne islamiche non possono indossare il bikini e per legge non possono indossare il burkini.
Scotta sotto i piedi questa bollente decisione, alla luce dei recenti attentati: nell’Europa in allerta l’attenzione cade sul corpo delle donne, ancora una volta, mischiandosi insidiosa alla questione religiosa e politica.
Non sono i primi “casi di Burkini”, accadde anche in Italia. Ma in un momento storicamente delicato come questo, tale clima di chiusura nei confronti delle tradizioni islamiche fa riflettere sulla piega che sta prendendo la guerra al terrorismo.  Come un’infelice copertina di Libero propinava il titolo Bastardi Islamici (al posto di Islamisti?), scatenando un inferno mediatico, anche in questo caso si rischia forse di mischiare le carte in tavola.
Pensare che le donne che indossano il burkini siano dei kamikaze sembra troppo anche per il vescovo Nunzio Galantino al Corriere della Sera.Ogni persona ha il diritto di mostrare la propria fede anche nell’abbigliamento, se lo ritiene opportuno”.
Qui sta il nocciolo della questione, femminile e non: quanto il burkini è imposto alle donne islamiche e quanto loro stesse ritengono opportuno indossarlo? Il mix tra burqua e bikini era nato proprio per superare – seppur lievemente – questo gap culturale, quando lo ideò la stilista Aheda Zanetti per far sì che le musulmane potessero essere bagnine per Surf Life Saving Australia.
Mi torna in mente un eloquente passo tratto dal libro – reportage “Il sesso inutile”, dove una giovane Oriana Fallaci scopriva che le donne indiane erano ben liete (o forse solo ben assoggettate?) di lasciar scegliere alla propria famiglia il marito: ridevano all’idea “dell’amore” e pensavano al matrimonio come a una società, dove il grande regalo è generare molti figli e le spose bambine sono ordinaria amministrazione. Erano gli anni Sessanta:
Scegliere il proprio marito pone una donna in una situazione umiliante […] deve farsi più bella, rendersi più interessante sedurlo a forza di occhiate e chiacchiere. Ciò non è dignitoso, né onesto.”
Non a tutte le donne del mondo si risveglia quello spirito guerrier, per dirla con Foscolo, quella presa di coscienza, quella voglia di riscatto ed emancipazione. Ma è così perché ne hanno paura o perché non hanno mai assaporato la libertà? Chi potrebbe non amare di essere libero? Noi Occidentali possiamo scandalizzarci di fronte alle imposizioni religiose dell’Islam, ricordando che il velo, nel mondo cristiano, lo portano anche le suore (pure al mare). Quindi dall’Italia arriva la risposta di Alfano, per ora: “La Costituzione parla chiaro“. L’Italia è uno Stato laico. 
Quando vuole, s’intende.
Tuttavia, secondo il premier Valls il burkini non rispetta la laicità e l’igiene ed è incompatibile con i valori della Francia.  Alla fine dei conti, però, accade che le donne vengono escluse dai luoghi pubblici, perché se non possono presentarsi in spiaggia con quell’indumento non crediamo usciranno di casa in costume per via dell’ordinanza. Se indossando il burkini, infatti, rischiano l’allontanamento dalla spiaggia o una multa magari, mettendo il bikini rischiano di non arrivare vive a fine giornata, uccise dai loro stessi parenti. 
Così, mentre la religione continua a giocare col corpo delle donne, accusata di essere obsoleta e “ostile all’emancipazione delle donne”, il potere cosa fa? Le rinchiude in casa a soffocare nel loro velo.
Uccise perché volevano vivere all’Occidentale era un titolo del 2015. Vi ricordate di Hina e Sanaa?
Recluse perché volevano sopravvivere all’Orientale, potrebbe essere un titolo del 2016.
Suona ancora più crudele, allora, lo slogan che trovo sulla pagina facebook del Burkini swimwear:
Freedom and Flexibility
Proprio ciò che servirebbe a queste donne.
Alessia Pizzi

Vacanze Romane: insieme ad Audrey nella Città Eterna

“In questi giorni di città ne ho visitate tante… ma la mia preferita è di sicuro stata Roma”

In tempo di vacanze estive, al mare, in montagna o in una bella città tutta da scoprire, non può non venirci in mente un film del 1953, un classico intramontabile ambientato nella nostra Città Eterna. Stiamo parlando di Vacanze Romane di William Wyler, la pellicola che ha reso celebre la bellissima Audrey Hepburn al fianco del fascinoso Gregory Peck. I due hanno fatto sognare intere generazioni, in una favola meravigliosa e malinconica ambientata nella magica Roma degli anni ’50.

Trama

Una notte in preda a una crisi nervosa causata dai troppi impegni diplomatici imposti dal proprio ruolo, la principessa Anna decide di fuggire e di girovagare per le strade della città. Viene trovata poco dopo da Joe Bradley in una via di Roma, ma quando il reporter le domanda l’indirizzo di casa la donna si rifiuta di rispondere. A causa degli effetti del sonnifero che le aveva dato il medico Bradley la crede ubriaca e non volendola abbandonare la porta a casa sua. Il giornalista verrà a conoscenza dell’identità della donna solo il mattino seguente e interessato a ottenere la migliore intervista della sua carriera fa una scommessa con il principale dell’agenzia di stampa. Con la promessa che scriverà un articolo esclusivo con immagini inedite della principessa, il giornalista si organizza per trascorrere del tempo con lei e la ritrova fingendo che sia un caso. Questa è la storia narrata in questa commedia romantica, leggera e divertente; una favola alla Cenerentola ma al contrario, realistica allo stesso tempo, che non stanca mai nonostante siano passati tutti questi anni.
 
Oltre ad essere una stupenda quanto amara storia d’amore, “Vacanze Romane” è una vera e propria vetrina dei luoghi più suggestivi di Roma, una città che all’epoca era vista come una Hollywood italiana, amata da cineasti e attori americani. Durante il film, infatti, ci immergiamo insieme ai protagonisti nelle bellezze della romantica Città Eterna, spostandoci tra i più bei monumenti e piazze, come se fossimo anche noi su una bella Vespa 125 del 1952. Dalla Fontana di Trevi, passando per il Colosseo, Villa Medici, Palazzo Barberini e Ponte Sant’Angelo, fino a Piazza Venezia e la Bocca della Verità, viaggiamo insieme ad Anna e Joe Bradley, seguendoli e fantasticando proprio come la principessa fa per sfuggire alla noiosa vita di etichetta, anche se, si sa, nel mondo reale le favole non durano mai abbastanza.
 
Una storia d’amore d’altri tempi, che ha reso Audrey Hepburn l’icona cinematografica che ancora oggi tutti ricordiamo, dotata di un’innata eleganza che mai più si è vista nell’ambito cinematografico. Un capolavoro di sobrietà, eleganza, romanticismo e umorismo, girato interamente per le strade di Roma, che ha dato dimostrazione della grande raffinatezza registica di una leggenda come William Wyler. Morale della favola? Guardatelo e riguardatelo più che potete!

3 buoni motivi per vedere il film:

 
  • “Vacanze Romane” è un ottimo film che può regalarvi due ore di puro sogno e romanticismo, oltre che un modo in più per conoscere e riscoprire le bellezze di una Roma passata ma ancora oggi splendida;
  • la meravigliosa Audrey Hepburn, qui ai suoi esordi, un’attrice che si fa amare dalla prima scena del film, insieme all’affascinante Gregory Peck, una coppia che fa sognare davvero;
  • la celebre scena dei due in Vespa, uno dei momenti cult di tutta la storia cinematografica (ora anche in blu ray!)

Quando vedere il film?

 
Una sera d’estate di quelle in cui vi volete rilassare e vivere un paio d’ore con un bel classico, possibilmente sotto le stelle e con la persona che amate.
 

Ilaria Scognamiglio

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Il dramma del Trovatore, ossia la danza della pioggia

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Il Trovatore di Giuseppe Verdi è un’opera che ancora oggi appassiona. Il suo dramma, fatto di cappa e spada, è avvincente ed appassionante. L’Arena di Verona lo accoglie in uno scenario fantastico.

Quando si dice l’emozione di una prima volta. Il Festival lirico Arena di Verona è un must per tutti gli appassionati d’opera e tutti questi strambi personaggi devono andarci, almeno una volta nella vita. Ed eccomi a parlare dell’allestimento del Trovatore di Giuseppe Verdi al quale ho assistito la sera del 10 agosto 2016.

Trovatore
© gbopera magazine

Il rapporto con questa mia prima volta è stato complesso. Il viaggio è stato il regalo da parte di mia madre per una delle prove più difficili della mia vita: una dieta. Ma ecco che, qualche giorno prima della partenza, la gioia e la letizia sono state interrotte da una brusca notizia: la sera del 10 agosto era prevista pioggia. Con l’anima furibonda mi sono messo in viaggio verso quel capolavoro di città che è Verona ed ho notato che durane tutta la giornata del 10 agosto il sole era splendente e riscaldava l’anima ed il cuore. Un poco sollevato sono andato verso l’Arena (in parte semivuota… Voglio pensare che non sia disaffezione verso questo tipo di spettacolo ma per le previsioni meteo non buone) ma l’anima riscaldata ci ha messo poco a raffreddarsi un’altra volta quando le nubi si sono riaddensate e la pioggia ha fatto interrompere lo spettacolo quando mancavano circa 15 minuti alla fine. Ce lo siamo comunque goduti quasi per intero.

Il Trovatore, dramma di cappa e spada in una Spagna dove i due personaggi maschili, Manrico ed il Conte di Luna, sono rivali in amore e per ideologie politiche ma non sanno di essere fratelli, è una musica che lascia senza parola. È l’opera più romantica di Giuseppe Verdi, con momenti di abbandono sentimentale e drammatici di grande effetto, e fa parte della cosiddetta “trilogia popolare” che comprende anche la Traviata e Rigoletto.
La parte più bella dello spettacolo è legata alla regia di una persona che ha unito la sua fama all’arte, Franco Zeffirelli. Lo spettacolo, nato nel 2001, è di una grandiosità eccezionale. Le scenografie, curate dallo stesso regista, rappresentano un castello enorme che all’improvviso si apre come una conchiglia, per creare la chiesa della monacazione di Leonora nel II atto. Due soldati enormi con armatura sorvegliano la scena e nell’accampamento degli zingari del II atto spuntano variopinti tendaggi; un effetto teatrale sorprendente aiutato dai bellissimi costumi di Raimonda Gaetani. Se legge queste semplici righe, maestro Zeffirelli, mi permetto solo di osservare che dovrebbe essere curata di più la recitazione dei cantanti.
Il gruppo dei cantanti ha presentato in parte luci ed ombre. Molto brave tutte le parti di contorno, soprattutto la Ines di Elena Borin ed il vecchio zingaro di Vincent Garcia Sierra, ma molto efficaci anche il Ruiz di Antonello Ceron, il messo di Cristiano Olivieri ed il Ferrando di Sergej Artamonov.
La grande Violeta Urmana era Azucena, la zingara madre adottiva di Manrico e occulta vendicatrice, colei che spinge Manrico, poeta ma anche valoroso guerriero, ad odiare il Conte di Luna, a seguito di antichi rancori personali. La Urmana rende benissimo il carattere sfaccettato del personaggio, tra madre amorosa e voglia di vendetta, con una voce splendida (anche se gli acuti sono faticosi) ed una grande grinta. A lei, dopo il suo Condotta ell’era in ceppi, sono stati tributati gli applausi più calorosi della serata. Peccato che la pioggia ci abbia privato del finale, che è una delle scene madri di questo personaggio.
Il cattivo Conte di Luna, orgoglioso, crudele, era il baritono slovacco Dalibor Jenis. La sua bellissima voce tende un poco ad ingolfare per ottenere delle note basse più sonore. La stessa caratteristica appartiene al soprano cinese Hui He nel ruolo di Leonora, la donna contesa tra i due protagonisti, che ha un timbro molto gradevole ma tende a calare negli acuti ed il personaggio non si notava molto.
A mio avviso è stato deludente il tenore Marco Berti nel ruolo di Manrico, voce piccola (all’Arena vi è un sistema di amplificazione sofisticatissimo il quale non dà l’idea che le voci siano amplificate, ma serve per far ascoltare meglio ai cantanti l’orchestra ed il contrario) con difficoltà in acuto e problemi d’intonazione.
Sul podio il grande Daniel Oren, maestro che sa come far emergere un cantante e crea sempre l’atmosfera giusta. Ma, caro Maestro Oren, non si taglia l’opera: non c’erano i daccapo delle cabalette, alcune parti dei concertati finali e sembra che siano stati falcidiati anche i balletti del II e III atto. Maestro, lei è una persona intelligente e sensibile, vedrà che se farà tutto come scritto ne trarrà profitto.
Per il resto, sono rimasto emozionato nell’entrare lì. Andateci, con il suggerimento di portarvi dei cuscini perché i posti sono un poco scomodi.
Marco Rossi

Nell’estate del Globe di Villa Borghese il Sogno di una Notte

Compie dieci anni di repliche il classico del Globe di Villa Borghese: Sogno di una Notte di Mezza Estate!

È raro che una compagnia torni a rimettere in scena lo stesso spettacolo, col medesimo assetto. Invece Sogno di una Notte di Mezza Estate torna al Silvano Toti Globe Theatre di Villa Borghese per il decimo anno di fila, guarda caso il 10 agosto, riscuotendo ancora un grande successo. La regia è di Riccardo Cavallo e il testo shakespeariano è preso dall’ottima traduzione di Simonetta Traversetti. Assistenti alla regia Mario Schittzer e Elisa Pavolini; progetto fonico Franco Patimo.

silvano toti globe theatre villa borghese roma
La compagnia al completo al momento dei saluti, accolta dalla pioggia di applausi.
La scenografia di Silvia Caringi e Omar Toni è sobria ma efficace. Pendono dal soffitto delle lanterne coperte di stoffa. Liberate dai drappi al momento giusto, splenderanno come gabbie di lucciole o fantasiosi uccelli notturni, che noi non vediamo ma le cui piume, neve di cotone o polline della foresta, cadranno a terra dolcemente al vento della sera. L’atmosfera risalta al coordinamento luci di Umile Vainieri.
Le creature di questo spettacolo salgono sul palco: le anime fatate e incantate sono sicure nel loro entrare nel teatro, mondo dell’impossibile e dei giochi della psiche, mentre i poveri mortali si fanno strada disorientati. Un po’ sconvolti, un po’ complici, faticano a costruire un’illusione nell’illusione e così spariscono dietro i portali di legno del Globe.
Sono questi ultimi Ermia, Valentina Marziali, la bella giovane che si ribella al matrimonio programmato del padre e cerca di fuggire con il suo Lisandro, Daniele Grassetti. Demetrio, Sebastiano Colla, bullo e oltremodo sicuro amante, pazzo per Ermia, è chi il padre della ragazza le ha scelto per sposo. Poi c’è Elena, Federica Bern, sarcastica, innamorata di Demetrio e disposta a tutto pur di mettere nella testa dura dell’altro un germe di passione per lei. Non si può non sorridere alla figura del Duca d’Atene, Martino Duane, e della moglie, Daniela Tosco, che per il loro titolo ducale lasciano intuire una giocosa e confusa concezione del mondo greco, consapevole o meno, nell’immaginario del bardo. La coppia di governanti è esempio di un’unione contrattuale, fatta senza amore e con forza, quasi una violenza che nel finale calma le proprie ferite scoprendo la felicità dei giovani innamorati. Figure più esterne sono il maestro di cerimonie, Raffaele Proietti, che colpisce nonostante la piccola parte, e il padre di Ermia, Egeo, ossia Alessio Sardelli.
L’apparato comico emerge principalmente con due gruppi: i clown e gli spiritelli. Il primo è una cerchia di artigiani di Atene improvvisatisi attori; provano nella foresta lo spettacolo, Priamo e Thisbe, da dedicare per le nozze del duca. Sono Bottom, Gerolamo Alchieri, Snug, Roberto della Casa, Snout, Claudio Pallottini, Quince, Marco Simeoli, e Flut, Roberto Stocchi. Come gruppo sanno coordinarsi a vicenda, con grande abilità nelle tempistiche, fondamentali nel comico e nella naturalezza dei giochi di parole. Gli spiritelli sono invece due: un Puck molto convincente, interpretato da Fabio Grossi, e una Fata, Andrea Pirolli, più propriamente un “fato”. Rispondono entrambi a quella realtà silvestre della regina delle fate Titania, Claudia Balboni, e del suo sposo Oberon, Carlo Ragone, re degli elfi. Proprio la gelosia di quest’ultimo per Teseo, il preferito della moglie Titania, lo spinge a chiamare Puck al suo comando, per stregare con un fiore i sensi della regina e giocarle un brutto scherzo d’amore. Ma il comparire nella foresta delle coppie di amanti in fuga, chi per catturare il proprio amato, chi per andarsene insieme, muoveranno Oberon ad aiutare i mortali a ottenere l’amore ricercato e non corrisposto. Dall’incapacità di Puck scatta il gioco di malintesi e così si sviluppa la storia.
La regia di Riccardo Cavallo cerca di trovare un punto d’incontro italiano tra la comicità shakespeariana e quella che può apprezzare il proprio pubblico. Il che implica rendere in una forma nostrana la goffaggine popolare dei clown ateniesi, ossia degli attori improvvisati, e la confusione di parole e situazioni che intorno a loro si formano. Queste figure, satira shakespeariana semplice e gustosa delle compagnie d’attori dei suoi tempi, riescono a conquistare i presenti del Globe di Villa Borghese con una spiccata comicità napoletana: si salta dal linguaggio aulico alle più corporee battute. Si scherza, ma con criterio e attenzione a non logorare troppo l’incanto della Notte di Mezza Estate. Se però non tutti possono essere d’accordo con l’adattamento di alcune scene in chiave semi dialettale, Cavallo, come d’altronde è previsto nel testo del Bardo, combina a questo svago un secondo, più smaliziato e meno rumoroso: gli incontri e scontri fra gli amanti. In essi si determina la continua ironia dell’abbellire i più forti desideri sessuali attraverso incipriati e pomposi versi d’amore.
A spezzare l’altalenante comicità è Oberon, interpretato magnificamente da Carlo Ragone. Il re degli elfi è vestito come un Bacco silvestre di straordinaria eleganza. Il costume realizzato da Manola Romagnoli è affascinante: Oberon cammina su alti stivali, mascherati tra stoffe che ricordano edere e torrenti, appoggiando ogni volta il piede per traverso, con cura, come se stesse fluttuando sul prato. Il portamento è androgino, da rockstar del ’70, solo privo di emotività. Il suo volto impalpabile è tradito dalle parole che la voce altezzosa e leggera, quasi lirica, trasmettono. C’è gelosia e fastidio, ma anche una pietà paterna per quegli omuncoli che corrono per la foresta, persi nell’illusione delle proprie passioni. La sua presenza riesce ad ammorbidire le corse e i litigi che caratterizzano gli incontri fra le coppie innamorate, quasi isterici nella somma di movimenti. Solo le sue apparizioni riportano alla mente il sogno che Shakespeare racconta, con quei celebri versi che il regista fa riportare ad una voce narrante, un po’ Macbeth (“La vita è un’ombra che cammina […]“), un po’ The Tempest (“Noi siamo fatti della stessa materia di cui son fatti i sogni […]“) e un po’ Sogno di una Notte (“Se noi ombre abbiamo offeso […]“), che racchiudono l’intero senso della realtà in un gioco. Eppure proprio perché questo sogno possa esser considerato tale, nella Notte di Mezza Estate la poesia deve essere fantastica e allo stesso tempo ridicola; l’amore poetico e malamente gridato; la regina delle fate una creatura mistica e poi una squallida amante. Tutto è il contrario di tutto e non potrebbe altrimenti e in questa duplicità, tra ombrelli di foglie e lanterne, tra neve e piume, tra risate sguaiate e improvvisi momenti di opera lirica, ecco, ha luogo il Sogno di una Notte di Mezza Estate. Il pubblico è contento: ha riso, si è lasciato affascinare e poi raccontare la grande poesia dell’illusione.

@GabriDDC

Gabriele Di Donfrancesco

L’Agamennone di Fabrizio Sinisi all’Anfiteatro Festival di Albano

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Paolo Graziosi e Daniela Poggi protagonisti di “Agamennone” di Fabrizio Sinisi (da Eschilo), regia di Alessandro Machìa.

Agamennone Fabrizio Sinisi
Daniela Poggi

Ventiquattro ore. Tre donne e un solo uomo destinato a morire. Sabato 13 agosto all’Anfiteatro Festival di Albano laziale (ore 21) è di scena  “Agamennone”, il testo da Eschilo della giovane rivelazione Fabrizio Sinisi, con protagonisti Paolo Graziosi e  Daniela Poggi, in scena insieme ad Elisabetta Arosio e Valeria Perdonò, con la regia di Alessandro Machìa.  Prodotto dalla Compagnia Lombardi-Tiezzi in collaborazione con AC Zerkalo  “Agamennone” si avvale delle scene di Elisabetta Salvatori,  dei costumi di Sara Bianchi e  delle musiche di Francesco Verdinelli. La tournée proseguirà poi il 17 agosto all’interno del Plautus Festival a Sarsina (Forlì-Cesena), il 19 nel Festival “Sui sentieri degli dei” di Agerola (Napoli) e il 20 nel Teatro Romano di Lecce, per poi approdare dall’autunno nei teatri nazionali. 
La riscrittura di Fabrizio Sinisi sceglie di focalizzare l’azione sulle conseguenze del ritorno di Agamennone, dilatando il tempo che intercorre tra questo ritorno e la sua morte e cortocircuitando i rapporti tra i personaggi con una lingua robusta, limpidissima, capace di tenere insieme altezze poetiche e concretezza teatrale.
Agamennone, re e capo della spedizione achea contro Troia, sbarca ad Argo dopo dieci anni di guerra – afferma l’autore Fabrizio Sinisi –  porta con sé Cassandra, giovane preda di guerra, amante e profetessa. Ad attenderlo Clitemnestra, piena di rancore e di vendetta per il sacrificio della figlia Ifigenia sull’altare della guerra. Ma lo aspetta anche Argo stessa: la città, la polis, nella persona del suo Coro. Agamennone e Cassandra moriranno nella congiura di Clitemnestra. Questa è la trama, celeberrima, dell’Agamennone di Eschilo, primo pannello del trittico di Orestea. Ma chi sono queste figure? Chi e cosa sono adesso? Agamennone non è più l’uomo della guerra, ma l’uomo della stanchezza e del disincanto, l’uomo che tutto sa perché tutto ha visto e tutto ha provato. Cassandra è la giovane donna, è l’emblema della città di Troia ferita e distrutta e proprio dal fondo di questa rovina vede e sente ogni cosa: Cassandra vive nel profondo, alla radice delle cose. Poi c’è Clitemnestra, la protagonista. Clitemnestra è il grande conflitto della Donna: rovescia l’attesa di Penelope, da luogo dell’attesa diventa luogo della rabbia, mano del sacrificio; in Clitemnestra l’uomo d’oggi vede la terribile giustizia dell’umano, la febbre dell’esistenza che diventa violenza, il lutto che diventa ferocia. E infine il Coro, lo sfondo dell’esistente: la città, la politica; il Coro è la società e, dunque, la paura e lo scandalo. Tutto si svolge nell’arco di tempo che va dall’arrivo di Agamennone ad Argo fino al suo omicidio. In questo lasso di tempo, tutti i personaggi del dramma vengono a confronto in un agone sfrenato”.
 “Rispetto all’originale eschileo – ricorda il regista Alessandro Machìa -, l’autore sceglie tra le altre cose di far dialogare Clitemnestra e Cassandra, immaginando un confronto tra le due donne, che per un attimo sembrano quasi potersi avvicinare. Unico elemento a rappresentare la dimensione pubblica è il Coro, la Città, la società, qui interpretato da un solo attore, un corifeo senza più coro; una soluzione che di per sé innesca una riflessione sul tema della rappresentanza: la Città infatti in questa riscrittura è ambigua, spesso vile, opportunista, identificata col padrone, incapace ormai di distinguere ciò che giusto e di rappresentare alcunché. Il tema del rapporto tra la legge del ghènos e quella della pòlis, che attraversa e fonda l’Orestea, qui emerge dall’interno di una questione appunto tutta privata: quella tra una donna e suo marito. Non ci sono le Erinni, Oreste non arriverà a vendicare l’uccisione del padre, non c’è un dio dalla macchina a sancire un ordine nuovo: ogni personaggio è di fronte a se stesso, alla sua memoria, al proprio senso di colpa, al fallimento, al proprio dolore e alla propria immensa solitudine. Il testo indaga la natura primitiva dell’amore, gli abissi del desiderio, il potere, il rapporto con la bellezza, col tempo e con la vita come rappresentazione, tema quest’ultimo che attraversa tutta la drammaturgia di Sinisi e che la regia segue e mette a tema. La tragedia greca qui è dunque calata nella modernità  e, come nella tragedia greca, è la parola a costituire l’azione rappresentata, costantemente riferita ad azioni che avvengono fuori scena, in un altrove che però è il costante presupposto dell’azione scenica stessa. Ed è sempre la parola a sostenere il movimento degli attori sulla scena: un movimento ridotto al minimo su una scena che immagina una contemporaneità lontana, astratta, una società in disfacimento, post-atomica; un nuovo medioevo nel quale, a dispetto dei progetti di razionalità e di dominio sulla natura e sugli istinti, l’irrazionale emerge sempre di nuovo come l’elemento più proprio dell’essere umano e dove il mitologico sopravvive intatto al di sotto del lògos”.
<<Una regina dall’arroganza triste.  Vivo arsa di nostalgia, guardo alla mia vita,  a quella che  io ero come una bestia feroce d’inverno da fuori guarda una casa illuminata. Non esiste al mondo creatura capace di amare Clitemnestra, nemmeno Clitemnestra ama Clitemnestra.>> Con queste frasi –  afferma Daniela Poggi – Sinisi ha dato a Clitemnestra un’umanità ferita dal dolore, un dolore che non può placarsi, un dolore che va oltre la vendetta. Vorrebbe poter dimenticare ma lei destina la sua vita ad una morte certa. Mi sono innamorata di questa donna, sono dentro di lei e a lei voglio regalare il mio dolore. Esiste essere umano al mondo che non porta con se un dolore implacabile?”.


AGAMENNONE
di FABRIZIO SINISI
(da ESCHILO)
con
Agamennone PAOLO GRAZIOSI
Clitemnestra DANIELA POGGI
Cassandra VALERIA PERDONÒ
Coro (La Città) ELISABETTA AROSIO
Regia ALESSANDRO MACHÌA
Scene Elisabetta Salvatori
Costumi Sara Bianchi
Luci Simone Caproli
Musiche Francesco Verdinelli
Assistente alla regia Sonia Merchiorri
Produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi in collaborazione con AC Zerkalo

Alessandro Machia

Israele: viaggio nell’ombelico sacro del mondo

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Una bellezza che va oltre Gerusalemme nella quotidiana e difficile convivenza religiosa che si perde nei secoli.

Meta di viaggio tra le più desiderate e temute allo stesso tempo. Terra in cui la parola pace rappresenta un valore da reinventare tutti i giorni e in cui il dolore è una componente endemica. Un quotidiano in cui potenzialmente tutto può succedere, è la condizione che accetta chi decide di compiere l’incredibile esperienza di viaggio in Israele. Che non siamo in un paese come gli altri è immediatamente chiaro appena si atterra all’aeroporto Ben Gurion. L’atmosfera è diversa, non c’è molto spazio per i sorrisi e le procedure di ingresso sono molto meticolose. Può anche capitare che un giovane in Rayban anche di notte, ti chieda di seguirlo in una minuscola stanza per interrogarti a buciapelo su chi sei, da dove vieni, dove vai, perché sei li, viaggi da solo e se no dimmi i nomi di chi viaggia con te, il percorso di viaggio e il nome di un albergo prenotato. Sicuramente la situazione autorizza un’allerta costante e un eccesso di zelo che a volte può sembrare eccessivo.
Tel Aviv vista da Jaffa
Sensazioni che si diradano non appena si raggiunge la vicina Tel Aviv, moderna metropoli piena di vita e principale centro economico del paese disteso sulle sponde del mediterraneo per 14 chilometri fino alla citta vecchia di Jaffa da cui la vista spazia sul moderno skyline offrendo un suggestivo il contrasto.

Cesarea
Seguendo la costa verso nord in circa un’ora si raggiunge il sito di Cesarea, antico porto Romano fondato da Erode intorno al 20 a.C.. L’area già importante polo commerciale con i Fenici nel IV secolo a.C., è distribuita su 50 ettari e raccoglie rovine che vanno dal periodo ellenistico fino all’epoca delle crociate, ultimo periodo in cui la città venne abitata. Il sito dominato dalle rovine del teatro e dell’ippodromo è anche una suggestiva location per eventi culturali, ed è affiancato da una splendida spiaggia da cui è possibile fare immersioni tra le rovine subacquee.

Navi in rada ad Haifa
 Percorrendo 60 chilometri sempre verso nord, si incontra Haifa importante porto commerciale, come è facile intuire dalle numerose navi che trascorrono la notte ormeggiate in rada.

Vista notturna di Haifa
 L’animata città marina, è un ideale punto di sosta per poi raggiungere Akko (S.Giovanni d’Acri) distante pochi chilometri.
Moschea di Akko
 La città dichiarata patrimonio dell’Unesco, divenne anche capitale dopo la caduta di Gerusalemme ad opera di Saladino. Un luogo ricco di storia iniziata col periodo greco romano, poi campo di battaglia che ha visto fronteggiarsi arabi e crociati nella guerra santa, fino all’arrivo degli ottomani prima della presenza inglese. All’interno delle imponenti mura si ergono la fortezza dei Templari, attraversata da un lungo tunnel sotterraneo e la cittadella, prima fortezza Ottomana poi utilizzata dagli inglesi come carcere e luogo di esecuzioni.

Rosh Haniqra sul confine libanese
 Ancora poca strada verso nord e si raggiungono le grotte di Rosh Haniqra sulla frontiera Libanese. Qui il fenomeno dell’erosione marina nel corso dei millenni ha scavato delle grotte che si snodano su diversi tronchi per centinaia di metri. Suggestive dal punto di vista geologico ma che passano proprio al confine tra i due paesi, rendendo il sito un punto estremamente sensibile per la sicurezza. Questo implica l’attento pattugliamento lungo il braccio di mare antistante il promontorio e la cospicua presenza di militari. Ragazzi e ragazze sparsi qua e la anche in borghese, quasi fossero una sorta di comitiva armata. Gli onnipresenti mitra sono una presenza ordinaria per questi ragazzi, che durante il loro periodo di ferma non si separano mai dalla loro arma, neppure per andare al mare. Non è infatti difficile vedere ragazze in bikini con fucile al seguito prendere il sole in spiaggia.

Campi minati sulle alture del Golan
Si punta verso la Galilea attraverso un ampio giro percorrendo le alture del Golan vicino al confine Siriano orlato dalle recinzioni dei campi minati, fino a giungere il lago di Tiberiade citato nelle sacre scritture anche come mare di Galilea a causa della sua estensione.

Lago di Tiberiade
  

Resti antica sinagoga a Cafarnao
Sulle sue rive si trova Cafarnao, dove è possibile visitare diversi siti tra quelli di riferimento citati negli avvenimenti biblici, come i resti dell’antica sinagoga e la casa di San Pietro. 
 

Grotta dell’annunciazione Nazaret
Lasciando il lago in circa un’ora d’auto si giunge alla basilica dell’Annunciazione di Nazaret, costruita intorno alla grotta che si ritiene essere il punto in cui l’arcangelo Gabriele, secondo i vangeli, annunciò a Maria la venuta di Cristo. La grotta è nel punto più basso della Basilica che risulta così su un piano sopraelevato. La modernità della costruzione smorza un po’ la sacralità del luogo, fornendo un contrasto forse troppo deciso.
Mosaico proveniente dal Giappone
 All’interno dell’edificio di più piani, sono innumerevoli le raffigurazioni della Madonna, provenienti da tutto il mondo ed interpretate nelle diverse chiavi culturali di appartenenza.     
 
Ceck Point Jerico
Inizia la discesa verso il sud del paese seguendo il percorso del fiume Giordano per entrare a visitare Jerico. L’ingresso in territorio Cisgiordano non è dei più agevoli, bisogna armarsi di santa pazienza per affrontare le colossali file di taxi gialli e i controlli, obbligatori sia in entrata che in uscita.

Monastero della Tentazione
Il monastero della Tentazione si allunga abbarbicato sul fianco del Monte della Quarantena, ed è il luogo che secondo la tradizione vide la tentazione di Cristo da parte del demonio dopo 40 giorni di digiuno. Per arrivare fin li, ad un primo tratto di funivia bisogna aggiungere una buona dose di scalini da salire.
 
Roccia della tentazione di Cristo
 L’attenzione maggiore dei fedeli è per la roccia all’interno del monastero, che indicherebbe il punto esatto dove avvennero i fatti.

Vista di Jerico
E’ uno dei luoghi di pellegrinaggio più frequentati e, come quasi tutti in territorio Israeliano gestito dalla confessione Ortodossa. 

Mar Morto
 Proseguendo verso la Giudea si lascia a sinistra il Mar Morto, godendosi la strada che si allunga nel magnifico paesaggio a tratti surreale, con le sfumature di luce sull’acqua salmastra che lo rendono indimenticabile. Volendo si può approfittare anche di un bagno, irripetibile per caratteristiche in qualsiasi altro specchio d’acqua.
Alba a Masada
Si sosta nei pressi di Masada per visitarla all’indomani in uno dei momenti più entusiasmanti in assoluto di tutto il viaggio. E’necessario partire di notte e percorrere un irto e tortuoso sentiero, non solo per evitare le ore più calde ma per arrivare in tempo a godersi lo strepitoso spettacolo dell’alba sul Mar Morto.
Rovine Masada
resti del palazzo di erode
 Le rovine poste a 400 metri di altitudine, conservano i resti della fortezza e del palazzo di Erode. Masada riveste un ruolo fondamentale nella tradizione ebraica. In posizione strategica fu a lungo assediata dai Romani senza successo. Quando dopo molteplici tentativi riuscirono ad entrare in città, scoprirono il suicidio di massa messo in atto dalla popolazione per non cadere sotto il dominio di Roma.
Reclute a Masada
Per questo motivo Masada è diventata un simbolo dell’orgoglio ebraico e tutt’ora, visitando il sito nelle prime ore del giorno, si registra la forte presenza di reclute dell’esercito che vengono portate li a pronunciare il proprio giuramento al grido di “Mai più Masada cadrà”.
Eliat, Mar Rosso
Costeggiando la Giordania si scende ancora verso sud, scegliendo di fare un tuffo nel Mar Rosso ad Eilat oppure di invertire la marcia e puntare di nuovo verso Nord. Qualsiasi sia la scelta bisogna attraversare il deserto del Negev e non bisogna assolutamente dimenticare di fare il pieno di carburante, perché l’arida distesa è completamente priva di punti di rifornimento. Gli unici incontri che è possibile fare sono quelli con qualche carro armato in trasferimento tra le basi militari disseminate nel deserto. 
Depressione di Ramon
 Il primi segni di vita si ritrovano dopo un paio d’ore di auto nella piccola cittadina di Mitzpe Ramon, affacciata sui 360 chilometri quadrati dell’immensa depressione del cratere omonimo, dove si può pernottare anche al Desert Shade Eco Lodge, sicuramente una bella esperienza.
Barriera di sicurezza presso Gerusalemme
L’ultimo trasferimento in auto è il più lungo ma l’emozione per la meta cancella ogni disagio. Gerusalemme è un posto unico al mondo ed è subito chiaro percorrendo gli ultimi chilometri che separano dall’ingresso in città, sviluppati a ridosso del muro di divisione dai territori Palestinesi. La questione della cosiddetta “barriera di protezione israeliana” è cosa complessa e difficile da liquidare in due parole, cosa certa però è che il viaggiatore percepisce da subito la delicatezza della situazione locale.
Bazar di Gerusalemme
La città vecchia invasa tutto l’anno dai turisti, registra la convivenza di ebrei, musulmani e cristiani che si dividono le diverse zone del suk. All’interno dell’area si snoda il percorso della Via Crucis, le cui stazioni sono situate nel quartiere musulmano e in quello Cristiano.
Lungo la via crucis
 I fedeli in processione che pregano tra arabi e ebrei non curanti, attraversando le affollate e strette vie del bazar nel mix di suoni di lingue diverse, odori, colori e merci di ogni genere, sono una rappresentazione insolita della fede religiosa.
 
Muro del Pianto

Cupola della Roccia
Così come è strano notare che sopra al muro del pianto, luogo sacro di preghiera per gli ebrei, si estenda la spianata dove si erge la Cupola della Roccia icona religiosa dei musulmani che sovrasta il panorama di Gerusalemme.
Orto dei Getsemani
 Sono molti i luoghi spirituali da visitare nella città, ma forse il più suggestivo è l’orto dei Getsemani, in cui gli ulivi secolari dal tronco scavato sono gli eredi del corredo genetico di quelli a cui fa riferimento il vangelo, e da essi riprodotti. 
Guardie controllano dall’alto
Abbandonando la macchina per il bus, da Gerusalemme in pochi chilometri si compie un giro che porta prima ad Hebron e poi a Betlemme. La prima cittadina è uno dei territori palestinesi con presenza di coloni israeliani, dove la tolleranza tra i due gruppi religiosi arriva frequentemente ai ferri corti.
Hebron ceck point
Girando per la città, tra ceck point e guardie appostate sui tetti ci si rende realmente conto della condizione di equilibrio instabile di questo territorio. Betlemme invece, da sempre oggetto di crisi politico religiose, è oggi sotto il controllo dell’Autorità Palestinese, ma costretta a sopportare la scomoda vicinanza con Israele e le spiacevoli conseguenze che a volte comporta. Come per l’assedio alla Basilica della Natività del 2001 ad opera delle forze armate Israeliane, dichiarato inaccettabile all’unanimità dalla comunità internazionale.
Basilica della Natività
Proprio la Basilica della Natività è una delle mete di pellegrinaggio più ambite, costruita sopra la grotta dove sarebbe nato il Cristo. Dall’interno della Basilica si accede nel sotterraneo, dove una stella d’oro indica il punto su cui sarebbe stato il giaciglio. Lo stile della chiesa priva dei eccessive pomposità contribuisce all’atmosfera di raccoglimento più che in altri siti.
E’ ora di tornare ma la pazienza richiesta per una visita così straordinaria richiede ancora un ultimo sforzo. Sarà necessario infatti recarsi all’aeroporto di Tel Aviv ben tre ore prima del volo, tanto infatti è il tempo richiesto dalle autorità Israeliane per effettuare i necessari controlli. Non appena lasciato il suolo Israeliano si affaccerà da subito la sensazione di aver fatto un viaggio straordinario, che sedimentandosi nel tempo trasformerà le emozioni in un’esperienza incredibile.

Bruno Fulco

Foto @BrunoFulco

Vallerano si gemella con la Spagna

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Domenica 14 agosto 2016, in occasione della Notte delle Candele, Vallerano si gemella con la Spagna.

Pals gemellaggio
Brochure spagnola dell’evento,
Dalle 21 alla 1 di notte

Nella notte del 14 agosto oltre 10.000 candele illumineranno la bellezza architettonica di Pals, un piccolo paese in provincia di Girona, paesaggio urbano unico e singolare. Dalle ore 21 tutte le luci artificiali si spegneranno nel centro storico, lasciando le strade illuminate unicamente dalle candele, creando un ambiente intimo e un’atmosfera calda e familiare: archi, case, porte e architravi saranno incorniciate da tagli di luce che disegneranno la via da seguire e sveleranno al visitatore angoli magici e suggestivi.
E’ così che la rinomata Notte delle Candele di Vallerano, evento nato qualche anno fa nel pittoresco borgo della Tuscia, provincia di Viterbo, si gemella per la prima volta con un analogo paesino spagnolo, condividendone le caratteristiche, tra cui la bellezza architettonica medievale di stile e il numero di persone che la compongono.
L’ iniziativa, nata nel 2007 da un gruppo di amici poi riuniti nell’associazione “Piccole Serenate Notte delle Candele”, ha cercato di valorizzare culturalmente e turisticamente le attrattive del suo centro storico creando magiche atmosfere che stimolassero la fantasia attraverso la scenografia di migliaia di candele.
Ogni via e vicolo del paese verranno infatti ravvivati da una serie di originali decorazioni concepite e messe in pratica dagli stessi abitanti, perfetta cornice di numerose esibizioni artistiche dal vivo tra musica, installazioni e performance di ogni genere.
E’ merito di Daniele Raggi, vicepresidente dell’associazione “Piccole serenate Notte delle Candele”, l’idea di creare un analogo evento fuori Italia: trasferitosi a Barcellona per migliorare la sua formazione nel mondo di organizzazione di eventi, meno di un anno fa ha incontrato altre persone con la stessa passione e affinità e insieme a queste, dopo un lungo sopralluogo della Costa Brava, ha decretato Pals quale luogo ideale per la tipologia dell’evento, ottenendo anche il sostegno del Comune e degli artisti coinvolti.
Il 14 agosto 2016 la serata sarà dunque animata da un gruppo selezionato di artisti musicali come Felix Corso, Krusteve Fan, Paulina Barbi, Carlos Ladera, Sandel Clasen e Mario Maeso provenienti ??da diversi paesi, e dotati di stili diversi, per creare un ambiente caldo e un tessuto sonoro variegato che accompagneranno il visitatore in questo affascinante viaggio. In tale ambito sarà anche possibile godere di spettacoli di mimo, magia e danza grazie alla collaborazione di artisti quali Rulo e Dana, e una danza con fuoco alla mano di Ivan, Luis, Natalia e Syney.
Un incanto di tutto rispetto nel cuore della Spagna estiva più movimentata, nell’attesa della magnificente ed ufficiale Notte delle Candele di Vallerano che quest’anno, sempre l’ultimo sabato di agosto, celebrerà il suo nono anniversario.

Pals gemellaggio

Maggiori informazioni su:
www.nottedellecandele.eu

Amadeus: oltre la musica, oltre il genio

“Mi vergogno talmente… Pensavo che non le interessasse il mio lavoro.. e nemmeno io… Mi perdoni… mi perdoni…”

 

Una Biografia lunga tre ore

 
Chi non ha mai visto il film potrebbe facilmente e rapidamente bollare Amadeus come il classico kolossal storico anni ’80, noioso e fatto per acchiappare premi (La Mia Africa, Gandhi, L’Ultimo Imperatore sono buoni film ma fanno parte di tale categoria). E sia chiaro, anche Amadeus formalmente lo è, essendo una biografia dalla durata di quasi 3 ore vincitrice di una carrettata di premi. Ma sei hai Milos Forman alla regia, e soprattutto l’abilità di esplorare un tema invece di narrare semplicemente una storia, un film semplice non può uscire fuori.
 

Mozart e Salieri

 
Ormai lo sapete tutti, Amadeus è la storia del rapporto tra colui che, forse pure a malincuore, è un genio, e chi un genio non è ma vorrebbe esserlo. Mozart e Salieri per Forman non sono solo due personaggi realmente esistiti, ma simboli dell’eterno conflitto umano e personale che esiste nella creazione artistica, e metafore della fiamma dell’invidia presente in ognuno di noi. In una vicenda così universale, che contrappone da un lato il genio e dall’altro il fallimento, è facile empatizzare con le figure presenti in scena: è quasi ovvio dirlo, ma in un certo senso siamo un po’ tutti Salieri, almeno una volta ci è sicuramente capitato, per qualsiasi cosa, di pensare “ma cosa ha lui più di me?” sforzandoci di cercare una risposta, e non trovandola accecati dalla rabbia o dalla delusione.
 
Salieri è il compositore classico, che aspira alla bellezza dell’arte e per concepirla dà praticamente tutto sé stesso. Mozart è il talento allo stato puro, il genio incontenibile cui riesce tutto senza il minimo sforzo. Salieri è classico anche nel portamento, nell’apparenza, nelle maniere, nei modi di pensare. Mozart è una autentica rock star, una personalità senza freni che, consapevole del proprio talento, si sente intoccabile in ogni cosa che fa. Salieri non capisce perché una persona così ripugnante abbia così tanto talento, il secondo non capisce perché la forma sia così importante nella formazione del proprio genio.
 
Una cosa però accomuna fortemente i due: l’amore totale per la musica, praticamente il terzo protagonista. Mozart ammira sinceramente il lavoro di Salieri, e quest’ultimo è invidioso ma comprende completamente l’abilità del primo. Questo il punto fondamentale che per anni – con i critici troppo impegnati ad etichettare il film come “la teoria del complotto dell’omicidio di Mozart per mano di Salieri” – è stato sottovalutato o quasi dimenticato: Salieri NON odia Mozart, anzi, lo ammira profondamente, perché ama la musica e quella che produce Mozart è musica come mai stata fatta prima, semmai Salieri vorrebbe che Mozart fosse più simile ad un compositore classico e non ad un ubriacone da bar.
 
Tutto ciò è chiaro e sommato perfettamente nella magistrale, vibrante, commovente, magnifica scena finale, l’ultimo faccia a faccia tra i due. La dettatura di Mozart a Salieri del suo requiem è la seduzione definitiva: Mozart vede chiaramente le note nella sua testa con una facilità disarmante, talmente tanta che anche un grande artista come Salieri fatica a stargli dietro, non comprende la musica, ma appena riesce a visualizzarla – e noi a sentirla veramente grazie alla fenomenale intuizione sonora di Forman – l’invidia lascia il posto all’ammirazione.
 
Non esiste odio, non esiste rivalità, all’improvviso ci sono solo due persone che amano ciò che fanno e lasciano da parte ogni cosa pur di portarla avanti. Potrebbe essere l’estrema sconfitta per Salieri, perché davanti ai suoi occhi si concretizza il genio del rivale cui non riesce a tenere il passo, invece Salieri mette da parte l’orgoglio e lascia spazio solo all’arte. E’ un finale sontuoso e straziante che cambia totalmente la prospettiva dell’intero film: Mozart in punto di morte ammette di aver cercato sempre l’approvazione del rivale – il vero genio è quello che non si accontenta mai – e Salieri, disposto ad andare avanti, disperato perché vorrebbe che quel momento non finisse, realizza che l’invidia ha impedito chissà quale grande collaborazione artistica.
 

Milos Forman ci ha regalato l’enorme privilegio di spiare la camera da letto di Mozart, mostrando due grandi artisti al lavoro – e chi ama il cinema ama per forza la creazione dell’arte qualunque essa sia – e insegnando una lezione di vita importante.

3 buoni motivi per vedere il film:

– L’incontro finale tra i due protagonisti. Ok, è stato già descritto abbondantemente poco sopra, ma non fa mai male ricordare che scena magnifica sia.
 
– La risata di Tom Hulce. Chissà se Mozart fosse davvero così in vita, ma quella pazza e ridicola risata in un attimo caratterizza il personaggio voluto da Milos Forman.
 
– La musica di Mozart. Certo, non è un merito del film, ma tutto è migliore con le note di Wolfgang Amadeus Mozart.

Quando vedere il film?

– Strano a dirsi, ma forse l’inverno, o una serata fredda in generale, è il momento migliore, per far finta di essere nella Vienna asburgica e lasciarsi riscaldare dalle note del grande compositore austriaco.
 
 
Emanuele D’Aniello

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Un salto negli anni 70 con The Rocky Horror Picture Show

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The Rocky Horror Picture Show al Gasometro, un salto negli ’70 a ritmo di rock.

Venerdì 29 luglio la rassegna romana del Gasometro prevedeva la proiezione del film cult The Rocky Horror Picture Show. Dimostrando di non essere affatto invecchiato, il titolo è riuscito a riempire la sala di spettatori. Tanto è stato scritto su questa perla, ma nell’occasione di una proiezione all’interno del quartiere Ostiense non si può non ricordare.
Non a caso, il film del 1975 è divenuto famoso in seguito alle esplicite tematiche sessuali usate come mezzo di parodia dei film del terrore e di fantascienza, in contrasto con il carattere repressivo dei costumi dell’epoca, e continua a radunare fan su fan che non disdegnano di partecipare a proiezioni come questa. Film di fama internazionale, venne girato ad opera di Jim Sharman basandosi sul musical scritto ed interpretato da Richard O’Brien, che veste in entrambe le versioni i panni del gobbo Riff-Raff e, nonostante inizialmente fu un vero flop al botteghino, può dirsi ormai il campione indiscusso dei film cult che ha dato vita a una serie di indiscutibili icone sociali e che non manca mai di far sentire la sua valenza all’interno di raduni dedicati al cinema di serie B.
Due novelli fidanzati, gli ingenui Brad e Janet (interpretati da due giovanissimi Barry Bostwick e Susan Sarandon), si perdono in una notte piovosa e decidono di addentrarsi in un castello decisamente ambiguo, dove finiscono per prendere parte ad un esperimento, che farebbe la gioia dell’eccentrico scienziato nonché padrone del castello Frank’N’Furter (Tim Curry): la creazione di Rocky, abbronzatissimo uomo palestrato, completamente ignaro degli usi degli esseri umani e mero giocattolo sessuale dello scienziato. Verranno a contatto con una realtà completamente distante da quella a cui sono abituati – balli scalmanati, abiti succinti e travestitismo sono solo i primi di una lunga serie di novità – per poi finire a perdere il loro bagaglio di inibizioni ed esibirsi su un palco come mai avrebbero immaginato.
Il vero fulcro dello shownon risiede solo nella trama, che spesso necessita di più visioni per essere compresa in tutte le sue sfumature, quanto anche nella musica, autentico gioiello rock che ha conquistato intere generazioni di affezionati al genere, come pure nei continui riferimenti a pilastri del cinema horror e di fantascienza di carattere popolare; nell’inclinazione nonsense, promiscua e assolutamente irripetibile che impermea tutto il film, dall’inizio alla fine. Il vero fulcro risiede, inoltre, in quelle masse sfegatate che hanno dato vita passo dopo passo ad un cinema ed un teatro interattivo, tra costumi, oggetti, frasi di rito da sbandierare in momenti precisi della trama, che hanno fatto partire quella scintilla di tolleranza dei costumi, ancora oggi meta quasi irraggiungibile.
Certo, non parliamo di un film che scava nelle profondità dell’animo umano, ma se consideriamo il periodo in cui fece la sua prima comparsa è più facile comprendere il perché di una crescita esponenziale della sua fama e del suo culto fra i giovani del tempo e attuali: libertà, ricerca della propria identità – sia pure quella sessuale – e conseguente adeguamento con sospiri di sottofondo, spesso ostacolato da una società ancora troppo stretta ai valori che l’hanno resa tale. “Don’t dream it, be it” canta Tim Curry, galleggiando in una piscina con ancora indosso trucco pesante e sandali dal tacco vertiginoso: non sognate ancora la vostra essenza, siate con disinvoltura ciò che siete. Non è una richiesta, non è una preghiera fatta in ginocchio, non è una ricerca di giustizia ma una semplice dimostrazione di ciò che si è e che non si può nascondere. E non è esattamente ciò che nello stesso periodo si andava affermando in Inghilterra, tramite la diffusione del glam rock, la scalata di incredibili artisti che non disdegnavano di dare voce a quel tema così controverso come l’androginia e l’identità sessuale dai confini labili? Parliamo di David Bowie, di Marc Bolan, carismatico leader dei T-Rex, solo per citarne alcuni.
Insomma, The Rocky Horror Picture Show fu, è e rimarrà ancora per molto un caposaldo della cultura pop, non solo per il suo carattere poco ascrivibile ad un preciso genere ma soprattutto per il messaggio di libertà, che vede sì le sue origini in un determinato periodo storico ma che possiede la flessibilità di collocarsi comodamente anche nell’attualità, per lo stimolo ad abbandonare gli schemi precostituiti in onore del piacere, di quel carattere dionisiaco che troppo spesso viene relegato in un anfratto della propria coscienza ed additato come “non necessario”.
Tuni Laurenti

“Odio sentirmi una vittima”: intervista a Susan Sontag

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Jonathan Cott conobbe Susan agli inizi degli anni Settanta quando insegnava alla Columbia University.

Il Saggiatore
Cott, studente, collaborava con il quotidiano dell’università, il Columbia Spectator dove lei pubblicò un saggio che sarebbe poi stato incluso in Contro l’interpretazione.
Dopo averlo letto, un pomeriggio trovai il coraggio di andare nel suo ufficio per dirle quanto l’avevo ammirato” dichiara Jonathan.
Da allora la stima nei confronti di Susan cresce sempre di più: gli anni passano, lui si trasferisce a Londra per diventare il primo corrispondente europeo di Rolling Stone. Tra il 1974 e il 1977 Susan si era sottoposta a chemioterapia per un tumore al seno ed è proprio di quegli anni il suo libro Malattia come metafora, in cui parla del suo percorso fisico e spirituale.
Così a Jonathan nasce l’idea di farle l’intervista da sempre sospirata: “un gelido pomeriggio di novembre, arrivai nello spazioso attico affacciato sul fiume Hudson, all’angolo tra Riverside Drive e la 106 Strada, in cui Susan viveva circondata dagli ottomila libri della sua biblioteca […]. E in quel luogo sacro ci sedemmo a parlare fino a sera”. Da questa chiacchierata esce una lunga intervista appassionata e vivace, di cui un terzo è stato pubblicato su Rolling Stone nel 1978, mentre la versione integrale è diventata questo libro: Odio sentirmi una vittima. Intervista su amore, dolore e scrittura con Jonathan Cott, edito da Il Saggiatore.
Susan Sontag, saggista, romanziera, drammaturga, cineasta e attivista politica, nata nel 1933 e morta nel 2004, dichiarava che due cose la facevano sentire forte: essere innamorata e lavorare.
In questo lungo incontro si toccano con mano i pensieri più bui ma anche più vivi della sua malattia: panico acutissimo, quasi animale, ma anche momenti di euforia in cui si valuta la possibilità di poter smettere di esistere. L’affronta con forza e la supera. In Odio sentirmi una vittima si assume le sue responsabilità, come in amore, e preferisce dire, “ecco ho scelto di innamorarmi di una persona che si è rivelata una carogna. La scelta è stata mia e non mi piace dare la colpa agli altri, anche perché è molto più facile cambiare se stessi che cambiare gli altri”.
Si tratta di un libro intenso, ricco di citazioni di autori (Kafka, Joyce, letture per bambini, Mann e George Eliot) di riferimenti letterari, di metafore:
Non riesco ad immaginare una riflessione in cui non siano implicite delle metafore […] come accade in Finnegans Wake di Joyce –Il fiume scorreva sotto le arcate del ponte come le dita di un guanto- quando mi imbatto in una metafora del genere sento di essere stata afferrata per la gola
Il testo non è mai triste o scontato, si passeggia nella vita di Susan e dei suoi molteplici interessi, oltre alla scrittura, come la fotografia, la sessualità e la musica, e si resta vittime di una crescente voglia di leggere ancora e ancora Sontag.
 
Sara Cacciarini

Presentiamo la prima edizione del Calvi Festival

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Dal 12 agosto al 18 settembre è di scena la prima edizione di Calvi Festival. Teatro, cinema, danza, musica, libri e poesia con la direzione artistica di Francesco Verdinelli.

Tra gli appuntamenti il 12 agosto il teatro civile di Germano Rubbi. Il 19 agosto il premio alla carriera a Massimo Dapporto e l’8 settembre Daniela Poggi un una serata dedicata a San Francesco.

Calvi dell’Umbria – Piazza Mazzini
Spettacoli dal vivo, proiezioni cinematografiche, concerti, presentazioni di libri, performing arts, tutto questo è CALVI FESTIVAL, la prima edizione della Rassegna di scena a Calvi dell’Umbria che si avvale della Direzione Artistica di Francesco Verdinelli. Dal 12 agosto al 18 settembre il Festival propone una ricca serie di appuntamenti, tutti rigorosamente live e con ingresso gratuito, di scena nella splendida cornice di Calvi. A pochi chilometri da Roma, sull’autostrada A1 uscendo a  Magliano Sabina, ad 8 chilometri dal casello, si arriva in un’oasi di pace, un luogo dove la qualità della vita è di altissimo livello, paragonabile a pochi altri paesi del centro Italia.  “Calvi dell’Umbria,  – afferma il Direttore artistico Francesco Verdinelli -un luogo da scoprire, con le sue diverse attrattive, dagli splendidi panorami al museo del Monastero delle Orsoline, la meravigliosa Chiesa di San Francesco,  un centro storico di rara bellezza fino alla  chiesa della piazza centrale del paese con la bellissima facciata progettata dall’architetto Ferdinando Fuga. Sentieri sempre più attrezzati per meravigliose passeggiate nella natura”. La cornice di prestigio di Calvi nell’estate 2016 unisce quindi al turismo in una località ricca di bellezze artistiche e naturali il piacere della cultura, con un programma che spazia dal teatro al cinema, dagli incontri con gli artisti ai concerti.
Nell’agosto 2016 nasce CALVI FESTIVAL, Teatro, Cinema, Danza, Musica, Poesia –prosegue Francesco Verdinelli- un Festival in divenire, che il 6 agosto pone la prima pietra, e la prima è sempre una piccola pietra sulla quale solo gli architetti conoscono pienamente lo sviluppo del progetto,  ma come sempre non sono sufficienti i soli progetti per completare le opere. Un Festival dedicato alle arti dello spettacolo, un Festival in Umbria, regione che da sempre ha dedicato grande attenzione alla cultura nelle forme più diverse”. 
Si comincia  con lo spettacolo teatrale di Germano Rubbi, una nuova interessante  proposta di teatro civile. Rubbi porterà in scena il 12 agosto alle 21,15 “Quel Mattino di Aprile”, spettacolo che narra una storia vera, accaduta nella primavera del 1944. Proprio a Calvi dell’Umbria, il 12 aprile 1944 diversi cittadini, non necessariamente partigiani, fra i quali anche ragazzi di 14 anni, vennero arrestati e fucilati all’alba del giorno seguente sulla piazza del paese. Altra proposta in programma è il Concerto di Ferragosto, il 14 agosto alle 22.30, che si svolgerà in una delle più belle piazze del paese, la piazzetta Sant’Andrea. Il concerto è a cura  banda e del coro dell’associazione Amici della Musica diretti dal Maestro Angelo Bruzzese che presenterà una selezione fra i più interessanti brani degli anni  ’70 e ’80.
Il 16 agosto, in una diversa location, nella sala del coro del Monastero delle Orsoline (alle 21.30) sarà di scena Chiara Tofone, con “Tre once di lana nera” uno spettacolo-studio sul concetto della solitudine, su drammaturgia di Emanuele Principi. In scena Maria Chiara Tofone, Francesca Prete, Alessandro Sesti, per la regia di Giacomo Troianello. Il 18 agosto a partire dalle ore 19, sarà la volta dello spettacolo itinerante “Il Labirinto”,l’intricato itinerario dei vicoli e delle piazze del paese si faranno palcoscenico naturale delle performance,  non solo artisti di strada, ma musicisti e performer che si esibiranno nel corso della serata nel centro storico del paese.
Sempre il 19 agosto  si aprirà la rassegna cinematografica  dedicata al  Nuovo Cinema Italiano sulla Piazza Mazzini, dopo la proiezione  delle 21,15 verrà consegnato il Premio alla carriera al grande Massimo Dapporto. Il 23 e 24 Agosto la rassegna cinematografica proporrà altre due proiezioni dei film programmati dall’associazione Viatores Umbro Sabini, alle 21,15 nella bellissima piazzetta Sant’Andrea. Le ultime proiezioni della rassegna si svolgeranno invece il 30 e 31 agosto alle 21.15 sempre nella piazzetta Sant’Andrea, entrambe precedute da una presentazione a cura di Bruno Cisternino. Alle proiezioni parteciperanno artisti del cast dei film.
All’interno del Festival e nel corso delle serate sarà aperta una sottoscrizione pubblica per ultimare la risistemazione delle finestre della splendida chiesa di San Francesco (XIII secolo) e per l’occasione l’8 settembre alle 21,15 Daniela Poggi regalerà una sua performance- reading proprio all’interno della chiesa su testi di San Francesco accompagnata dal gruppo di musica medioevale HistrionesCarbij. Prima della performance, alle 20,00 una camminata per l’antico percorso dei protomartiri che passa all’interno del paese per arrivare alla chiesa di San Francesco, a cura dei ViatoresUmbroSabini, con partenza dalla località Terra Rossa  (adiacente ai campi sportivi). A chiudere  CALVIFESTIVAL sarà il 18 settembre alle 21.30 in piazza Mazzini il “Gran Concerto Finale”, per festeggiare in musica la prima edizione del Festival e dare appuntamento agli spettatori e ai turisti all’edizione 2017!


Il luogo
CALVI DELL’UMBRIA (Autostrada A1 – uscita Magliano Sabina, ad 8 chilometri dal casello)


TUTTI GLI SPETTACOLI SONO A INGRESSO GRATUITO
Info 3345210057

Nabucco: opera di disperazione, dolore, sofferenza ed amore

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Il Teatro dell’Opera di Roma porta in scena fino al 9 agosto una nuova produzione – curata da Federico Grazzini – del Nabucco, opera giovanile di Giuseppe Verdi che parla di amore, morte, dolore e speranza.

Il Nabucco è sempre il Nabucco, non c’è niente da fare. Ogni appassionato d’opera deve conoscere a memoria ogni singolo momento di questa vibrante ed intensa partitura del giovane Giuseppe Verdi, il cui vero titolo è Nabucodonosor. Ed è per questo che CulturaMente non poteva perdere la nuova produzione del Teatro dell’Opera di Roma in scena fino al 9 agosto alle Terme di Caracalla con un biglietto nei primi settori (la nostra recensione si riferisce alla recita del 5 agosto).
Teatro dell'Opera di Roma
Il Nabucco è opera di dolore e di passione. Parla di un fatto storico, le repressioni di Nabucodonosor II in Israele, che portarono ad una prima distruzione del Tempio di Salomone. Nel dramma si raccontano non solo le storie di un popolo oppresso, ma anche d’amore, seme di speranza e germoglio che cresce dentro tutti di noi, che ci tiene in vita in momenti sempre difficili. Risulta facile pensare quanto questi temi, nel 1842 quando l’opera venne creata, nel pieno Risorgimento, siano stati considerati attuali.
Le bellissime rovine dell’impianto termale del crudele imperatore Caracalla hanno fatto da scrigno all’interessante regia di Federico Grazzini, il quale ha posposto l’opera ai nostri giorni, usando come scenografia dei muri disintegrati, palazzi distrutti dalla guerra, e delle reti che chiudevano i prigionieri ebraici. Potevano essere in un’odierna Baghdad o in CIE. Pur non riconoscendo l’antica Babilonia, ci siamo gustati il Nabucco e l’intelligenza del regista è stata quella di non stravolgere la musica di Giuseppe Verdi ed il libretto di Temistocle Solera.
Il cast era tutto sommato buono, eccezion fatta per l’Ismaele di Antonio Corianò e l’Abdallo di Pietro Picone, delle volte stonati, ma che ha visto delle buone esecuzioni nella Fenena di Alisa Kolosova e nello Zaccaria di Vitalij Kowaljow (truccato come Gandalf nel Signore degli Anelli), mentre sono stati semplicemente splendidi la vigorosa e ferina Raffaella Angeletti nel ruolo di Abigaille, schiava ambiziosa che aspira a prendere il posto di Nabucco, ed anche il baritono romeno Sebastian Catana nel ruolo eponimo, dalla bellissima voce, che sapeva rendere tutti gli stati d’animo del re verdiano: padre autoritario e dolce, sovrano orgoglioso, uomo ferito ed umile durante la redenzione finale.
La nota dolente è stata la direzione di John Fiore, che ha reso l’opera piatta, mancando di poesia in alcuni punti (il celebre Va’, pensiero non ha suscitato in me nessuna emozione) e di vigore quando l’opera lo richiede.
Peccato, perché sarebbe potuta essere una grande esecuzione. Ma lo spettacolo è stato bellissimo.
Teatro dell'Opera di Roma
Marco Rossi
(Foto di Yasuko Kageyama)

La Royal Opera House in diretta via satellite

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Nexo Digital è lieta di presentare la stagione 2016-2017 della Royal Opera House al cinema in diretta via satellite.

Dal 26 settembre dodici appuntamenti d’eccellenza con opera e balletto
per uno dei più attesi cartelloni di sempre in diretta via satellite da Londra
nelle sale cinematografiche italiane

Entrò e l’intera Opera House le si aprì davanti. In fin dei conti non era in ritardo (…). L’intero teatro risplendeva –rosso, dorato, crema ed odorava di vestiti e fiori, e riecheggiavano gli scricchiolii e il trillo degli strumenti, e il brusio e il mormorio delle voci.

Gli Anni, Virginia Woolf
Situata nel cuore di Covent Garden, la Royal Opera House è uno dei luoghi più importanti della cultura inglese ed è universalmente riconosciuta come uno tra i palcoscenici più prestigiosi al mondo.
Per chi non avrà la fortuna di potersi gustare dal vivo gli spettacoli della nuova stagione del teatro londinese, Nexo Digital propone quest’anno in diretta via satellite nei cinema italiani 12 spettacoli del cartellone teatrale della Royal Opera House: 6 balletti e 6 opere che spaziano dal repertorio classico a quello contemporaneo e che verranno trasmesse in contemporanea in 1500 cinema in tutto il mondo, tra USA, Francia, Spagna, Giappone, Australia…
La stagione si aprirà il 26 settembre con la Norma di Puccini per proseguire con Così fan tutte di Mozart (17 ottobre),Anastasia (2 novembre), Les contes Hoffman (15 novembre), Lo Schiaccianoci (8 dicembre), Il trovatore di Verdi (31 gennaio), Woolf Works (8 febbraio), La Bella Addormentata (28 febbraio), Madama Butterly di Puccini (30 marzo),Jewels (11 aprile), The Dream (7 giugno), Otello (28 giugno).
Tra i protagonisti di questa stagione: Antonio Pappano, direttore musicale della Royal Opera; Àlex Ollé dell’innovativa compagnia teatrale catalana La Fura dels Baus che dirigerà la Norma; il giovane e carismatico tenore Vittorio Grigolo e il superbo baritono Thomas Hampson nei Racconti di Hoffman; le celebrità internazionali Anita Rachvelishvili, Lianna Haroutounian e Gregory Kunde nel Trovatore; l’amatissima soprano Ermonela Jaho nella Madama Butterfly; il più volte Premio Oscar Wayne McGregor scenografo di Woolf Works; il tenore di fama mondiale Jonas Kaufmannnell’Otello.
La stagione della Royal Opera House è distribuita nei cinema italiani da Nexo Digital in collaborazione con Gruppo24Ore, MYmovies.it, Classica HD, Sky Arte HD, Amadeus, Danza&Danza e Danzadove, Sipario, il Corriere Musicale, British Council.

Calendario della stagione 2016/17 della Royal Opera House

calendario 2016/17 - Nezo Digital
Lunedì, 26 settembre h. 20.15– The Royal Opera – NORMA di Vincenzo BELLINI
(nuova produzione)
Antonio Pappano dirige un cast d’eccezione in una nuova produzione del capolavoro operistico di Bellini.
Sonya Yoncheva / Joseph Calleja / Sonia Ganassi
Conductor: Antonio Pappano / Director: Àlex Ollé
180 min
Lunedì, 17 ottobre h 19.30 – The Royal Opera – COSI’ FAN TUTTE di Wolfgang Amadeus MOZART
Semyon Bychkov dirige un cast di talenti giovani e promettenti, tra cui il soprano americano Corinne Winters in questa nuova produzione dell’opera di Mozart sulla natura dell’amore.
Daniel Behle / Alessio Arduini / Johannes Martin Kranzle
Corinne Winters / Angela Brower / Sabina Puertolas
Conductor: Semyon Bychkov / Director: Jan Philipp Gloger
195 min
Mercoledì, 2 novembre h 20.15 – The Royal Ballet – ANASTASIA di Kenneth MacMILLAN
Il balletto di Kenneth MacMillan è un’avvincente ricerca dell’identità alla soglia turbolente della rivoluzione russa.


Mercoledì, 15 novembre h 19.15 – The Royal Opera – LES CONTES D’HOFFMANN di Jacques OFFENBACH
Vittorio Grigolo nel ruolo principale guida un cast d’eccezione che include Thomas Hampson, Sonya Yoncheva, Christine Rice e Sofia Fomina nel fantastico dramma operistico di Offenbach. Una produzione creata dal regista Premio Oscar John Schlesinger.
Vittorio Grigòlo / Thomas Hampson / Sofia Fomina / Christine Rice / Sonya Yoncheva
Conductor: Antonio Pappano / Director: John Schlesinger
220 min

Giovedì, 8 dicembre h 20.15 – The Royal Ballet – LO SCHIACCIANOCI
Peter Wright da Lev Ivanov
La Royal Ballet celebra il novantesimo compleanno di Peter Wright con la sua amatissima produzione di questo meraviglioso balletto, danzato sulla magnifica partitura di Tchaikovsky.
135 min
Martedì, 31 gennaio h 20.15 – The Royal Opera – IL TROVATORE di Giuseppe VERDI
Il primo revival della nuova produzione di David Bösch, diretta da Richard Farnes e interpretata da Dmitri Hvorostovsky, Anita Rachvelishvili, Lianna Haroutounian e Gregory Kunde. Uno dei capolavori di Giuseppe Verdi.
Dmitri Hvorostovsky / Anita Rachvelishvili / Lianna Haroutounian / Gregory Kunde
Conductor: Richard Farnes / Director: David Bösch
180 min
Mercoledì, 8 febbraio h 20.15 – The Royal Ballet – WOOLF WORKS di Wayne McGREGOR
Il primo revival del trittico ballettistico acclamato dalla critica, ispirato dalle opere di Virginia Woolf.
155 min
Martedì, 28 febbraio h 20 – The Royal Ballet – LA BELLA ADDORMENTATA di Marius Petipa con coreografie aggiuntive di Frederick Ashton, Anthony Dowell e Christopher Wheeldon
Per celebrare i 70 anni di produzioni storiche del Royal Ballet, entriamo in un mondo incantato pieno di principesse, fate e incantesimi. Gioiello sempreverde e classico amatissimo, La bella addormentata della Royal Ballet contiene il meglio del balletto classico, con tutto il suo fascino e virtuosismo, una musica splendida e ballerini talentuosi.
180 min
Giovedì, 30 marzo h 20.15 – The Royal Opera – MADAMA BUTTERFLY di Giacomo PUCCINI
Antonio Pappano dirige un cast stellare guidato da Ermonela Jaho nella commovente opera di Puccini.
Ermonela Jaho / Marcelo Puente / Scott Hendricks / Elizabeth Deshong
Conductor: Antonio Pappano / Directors: Moshe Leise and Patrice Caurier
165 min
Martedì, 11 aprile h 20.15 – The Royal Ballet – JEWELS di George Balanchine
L’immortale evocazione realizzata da George Balanchine dello splendore sfavillante di smeraldi, rubini, e diamanti.
150 min
Mercoledì, 7 giugno h 20.15 – The Royal Ballet – THE DREAM- SYMPHONIC VARIATIONS/MARGRUERITE AND ARMAND di Frederick Ashton
A conclusione delle celebrazioni dei 70 anni di produzioni, il Royal Ballet chiude il ciclo con un programma misto del suo coreografo fondatore Frederick Ashton.
Mercoledì, 28 giugno h 20.15 – The Royal Opera – OTELLO di Giuseppe VERDI (nuova produzione)
Jonas Kaufmann fa il suo debutto nel ruolo di Otello nell’appassionante opera di Verdi tratta dalla grande tragedia shakespeariana pervasa da gelosia, inganno e omicidio. Diretto da Antonio Pappano.
Jonas Kaufmann / Maria Agresta / Ludovic Tezier
Conductor: Antonio Pappano / Director: Keith Warner
165 min

Cosa si legge nella terra di Capalbio Libri?

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L’analisi di IBS.it sui gusti dei lettori della Toscana e di Grosseto.

Capalbio Libri
IBS.it – la libreria italiana online, da quest’anno partner di “Capalbio Libri il piacere di leggere in Piazza“, stila la lista dei libri più venduti in Toscana e nella provincia di Grosseto, terra che da 10 anni ospita il Festival.
Due classifiche con molti punti in comune quelle ricavate da IBS.it e riferite agli acquisti effettuati sul sito negli ultimi dodici mesi.
Tra i libri più acquistati dai lettori toscani spuntano alcuni dei titoli che hanno dominato le classifiche degli ultimi mesi Buchi nella sabbia di Marco Malvaldi, La Ragazza del treno di Paula Hawkins e Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà di Luis Sepúlveda.
Dopo 18 anni dalla prima vendita di un libro IBS.it prosegue il suo cammino e presenta il progetto #qualcosainpiù, l’attività di affiancamento a festival ed eventi culturali che, ogni giorno, lavorano in Italia con la stessa passione di IBS.it, per la promozione e diffusione della cultura. Cultura che nel nostro Paese ha mille volti ed espressioni.
Uno di questi è “Capalbio Libri il piacere di leggere in Piazza.” giunto quest’anno alla sua decima edizione. Un’edizione speciale che si tinge di rosa, per celebrare l’industria editoriale che trae nuove fondamentali energie dalle donne.
“Siamo molto orgogliosi di affiancarci a un evento come questo, voce di un’Italia fatta di lettori racchiusa per una settimana nel cuore di un antico Borgo Medioevale. – racconta Patricia Veltri, responsabile area Partnership di IBS.it – Grazie alla partnership stretta con IBS.it gli ospiti che seguiranno le serate di Capalbio verranno omaggiati con una Happy Card, ovvero uno speciale buono acquisto che potrà essere speso su IBS.it, magari per acquistare uno dei libri appena scoperti.”
Nei suoi primi 18 anni di vita IBS.it si è progressivamente trasformato da puro sito di vendita a un luogo di riferimento per tutti gli amanti della cultura e dell’entertainment. A disposizione dei clienti – oltre tre milioni – un’offerta che conta oltre 6 milioni di prodotti: 800mila titoli in lingua italiana, 4 milioni di libri in lingua inglese, oltre 1 milione di eBook, 300mila dischi musicali (CD e vinili), 30mila film, 19mila giocattoli e 5mila videogames.
Ogni anno, da IBS.it partono 1 milione e 600 mila pacchi e ogni giorno la società movimenta dai suoi magazzini di Assago (MI) una media di 20 mila prodotti. Inoltre, nei suoi primi 18 anni di vita, IBS.it ha consegnato libri scritti da oltre 300 mila autori e pubblicati da 4.065 diversi editori a testimonianza della sua peculiare capacità di reperire tutte le pubblicazioni disponibili in commercio.

La Biennale di Venezia e Persol premiano Liev Schreiber

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All’attore e regista statunitense Liev Schreiber il Persol Tribute to Visionary Talent Award 2016

La Biennale di Venezia e Persol annunciano che è stato attribuito all’attore e regista statunitense Liev Schreiber (Spotlight, X Men: le origini – Wolverine, Ogni cosa è illuminata) il Persol Tribute to Visionary Talent Award della 73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (31 agosto – 10 settembre 2016).
La consegna del Persol Tribute to Visionary Talent Award 2016 a Liev Schreiber avrà luogo venerdì 2 settembre alle ore 22 in Sala Grande (Palazzo del Cinema, Lido di Venezia), in occasione della proiezione del film Fuori Concorso The Bleeder (Usa/Canada, 93’) diretto da Philippe Falardeau, con Liev Schreiber e Naomi Watts. Si tratta di un biopic che racconta la vera storia del pugile statunitense Chuck Wepner, che ispirò il personaggio di Rocky Balboa nella celebre serie cinematografica Rocky.
In precedenza, Liev Schreiber era stato più volte presente alla Mostra di Venezia: 
  • come interprete l’anno scorso con il film premio Oscar Il caso Spotlight di Tom Mc Carthy, nel 2012 con il film d’apertura Il fondamentalista riluttante di Mira Nair, nel 2004 con The Manchurian Candidate (2004) di Jonathan Demme; 
  • come regista nel 2005 con il suo film d’esordio Ogni cosa è illuminata, con Elijah Wood, per il quale ha vinto i premi Lanterna Magica e Biografilm.
Il Direttore della Mostra, Alberto Barbera, a proposito di questo riconoscimento ha dichiarato: “Ho un’ammirazione sconfinata per Liev Schreiber, capace di dare il meglio di sé sia nei ruoli da protagonista in tanti film di produzione indipendente, che in quelli da comprimario in molti film mainstream hollywoodiani, oltre che in una serie di grande successo come Ray Donovan, da lui prodotta e in parte diretta. La solida preparazione da attore shakespeariano dei suoi esordi sono il lievito che continua ad alimentare interpretazioni imprevedibili e complesse, intrise di profonda umanità . Ogni volta che compare in scena, si ha l’impressione che il film si alzi di tono, facendo di ogni sua apparizione qualcosa di unico e memorabile. La sensibilità, l’intuito, l’intelligenza ne sono componenti essenziali: le stesse qualità del suo unico lungometraggio regista, Ogni cosa è illuminata, che mi auguro non debba rimanere solitaria prova di un talento non comune.”
Chiara Occulti, Senior Vice President Brand and Communication Management di Luxottica Group, ha dichiarato: “Siamo particolarmente orgogliosi di continuare la nostra collaborazione con la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, per noi giunta quest’anno alla sua dodicesima edizione consecutiva. Il PERSOL TRIBUTE TO VISIONARY TALENT AWARD celebra nel 2016 Liev Schreiber, un talento che rispecchia appieno la personalità di Persol. Siamo orgogliosi che un artista come Schreiber abbia accettato di ricevere e di associare il suo talento a quello di Persol.”
Liev Schreiber è considerato uno tra i più talentuosi attori del cinema contemporaneo, oltre a essere uno stimato regista e attore teatrale. Tra i suoi titoli di successo al cinema, Il caso Spotlight (2015) diretto da Tom Mc Carthy, vincitore dell’Oscar per il miglior film, Salt (2010) di Phillip Noyce, X-Men le origini – Wolverine (2009) di Gavin Hood, Motel Woodstock (2009) di Ang Lee, Defiance – I giorni del coraggio (2008) di Edward Zwick, The Manchurian Candidate (2004) di Jonathan Demme, Kate & Leopold (2002) di James Mangold accanto a Meg Ryan e Hugh Jackman, A walk on the moon – Complice la luna (1999) di Tony Goldwyn, The Hurricane (1999) di Norman Jewison, RKO 281 (1999) di Benjamin Ross, Big Night (1996) di Campbell Scott e Stanley Tucci e la trilogia Scream (1996, 1997, 2000) diretta da Wes Craven. Liev Schreiber ha diretto nel 2005 il suo primo lungometraggio Ogni cosa è illuminata, con Elija Wood. Ha studiato presso la Royal Academy of Dramatic Art, una tra le più rinomate scuole di teatro del mondo e tra le più antiche della Gran Bretagna, e si è laureato nel 1992 alla Yale School of Drama. Ha vinto un Tony Award nel 2005 come miglior attore non protagonista per Glengarry Glen Ross, e ha ricevuto due nomination come protagonista per Uno sguardo dal ponte (2010) e Talk Radio (2007).
La 73. Mostra del Cinema di Venezia si terrà al Lido dal 31 agosto al 10 settembre 2016, diretta da Alberto Barbera e organizzata dalla Biennale presieduta da Paolo Baratta.

I Film del Gasometro: cineforum gratis ad Agosto

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Vacanze romane? Niente ferie? Estate sui libri? Vi ricordiamo che il Gasometro Teatro continua la sua programmazione anche ad Agosto con il cineforum gratis e il teatro.

Ecco tutti gli spettacoli per passare qualche serata insieme all’aria aperta, condividendo i film più amati o quelli che ancora non abbiamo visto, i reading più effervescenti, le esibizioni più interessanti, sotto le stelle del “core de Roma”.
Martedì 9 agosto, ore 21e15 (Cinema, ingresso gratuito) ROMEO + GIULIETTA di Baz Luhrman, 115 min. – USA 1996 
Mercoledì 10 agosto, ore 21e15 (Cinema, ingresso gratuito) FRIDA di Julie Taymor, 123 min. – USA 2002 
Giovedì 11 agosto, ore 21e15 (Cinema, ingresso gratuito) JUNO di Jason Reitman, 92 min. – USA 2007 proiezione in lingua originale con sottotitoli in italiano 
Giovedì 25 agosto, ore 21e15 (Cinema, ingresso gratuito) FINO A QUI TUTTO BENE (sarà presente in sala il cast del film) di Roan Johnson, 80 min. – Italia 2014 
Venerdì 26 agosto, ore 21e15 (Cinema, ingresso gratuito) FRANKENSTEIN JUNIOR di Mel Brooks, 106 min. – USA 1974 
Martedì 30 agosto, ore 21e15 (Cinema, ingresso gratuito) IL CIGNO NERO di Darren Aronofsky, 103 min. – USA 2010 proiezione in lingua originale con sottotitoli in italiano 

Mercoledì 31 agosto, ore 21e15 (Teatro, biglietto 10 euro) A SCIUQUE’ di e con Ivano Picciallo

Paradox: il Balletto di Roma danza a Palazzo Venezia

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Il Balletto di Roma danza nei giardini di Palazzo Venezia con Paradox, trittico coreografico sul concetto di genere, con coreografie di Itamar Serussi e Paolo Mangiola.

Paradox – Shyco, Balletto di Roma
Una calda e afosa serata romana, che sembra magicamente rinfrescarsi tra le mura di Palazzo Venezia e sotto le palme del suo giardino, finalmente tornato alla comunità dopo anni di mortificante chiusura. Una serata dedicata alla danza del Balletto di Roma all’interno della rassegna estiva Il Giardino Ritrovato. Arte, musica e spettacoli.
È il 1 agosto e il programma prevede Paradox, trittico coreografico sul concetto di genere, un’indagine su stereotipi, ambiguità e paradossi di un mondo che tenta di scindersi in due. Un progetto del Balletto di Roma, che vede i danzatori diretti da due coreografi: l’israeliano Itamar Serussi Sahar, scuola Batsheva Dance Company e coreografo stabile al Scapino Ballet Rotterdam, e il giovane Paolo Mangiola, talento già riconosciuto e affermato nel Regno Unito, autore per Royal Ballet e WayneMcGregor | Random Dance.
La prima tappa di questo breve percorso è il solo Shyco, coreografia di Itamar Serussi, creato per e su un danzatore della compagnia romana. Tutto inizia in una luce calda, su toni estivi e terrosi; in scena un uomo dallo sguardo neutrale e distaccato procede lungo un percorso discontinuo tra tensione e fluidità, impulso e abbandono al flusso. L’alternanza e contrapposizione delle due qualità del movimento sono la chiave di un processo che mette in scena l’apertura del genere maschile verso la sensibilità, la consapevolezza della bilateralità intima dell’individuo che incarna una virilità fatta di movimenti potenti e impulsivi, lineari e controllati al punto da sembrare totalmente cerebrali, ma anche il suo contraltare sensibile, emotivo, vulnerabile. Un’alternanza che però non va mai a compromettere la consapevolezza e il controllo dell’esecuzione, tanto precisa e lineare da dar vita a un movimento astratto e allo stesso tempo concretamente radicato al suolo.
Paradox – Tefer, Balletto di Roma
Sempre del coreografo israeliano è il lavoro che chiude la serata: Tefer. Ancora il maschile al centro della ricerca, ancora un lavoro che indaga un atletismo forte e potente in una danza guerriera nella quale però compaiono tratti di ambiguità, momenti di spiccata ironia. 
Nel mezzo di queste “virili” coreografie si staglia il quadro dell’universo femminile, colorato di tutte le sue sfumature e contraddizioni. Fem, coreografia di Paolo Mangiola, creata in collaborazione con le danzatrici, cambia completamente l’atmosfera in scena: compaiono colori pastello, i movimenti si fanno fluidi, i vestiti morbidi sembrano non volerlo contrastare, ma lasciarlo propagare. Anche la musica, elettronica e scandita ritmicamente negli altri due pezzi, qui si fa calda, emotivamente coinvolgente.
Fem
Paradox- Fem, Balletto di Roma
Una danza ricca di dinamismo in cui vengono alla luce le contraddizioni di quattro donne in bilico tra esibizionismo individuale e solidarietà; alla base c’è Incertezza del proprio ruolo, di quale sia la maschera che si vuole indossare nella società. Il linguaggio della tecnica accademica si fa metafora dell’individualismo, l’esteriorità in una ricerca del virtuosismo, tanto tecnico che quotidiano: un dogma, una convenzione che viene scomposta, esasperata, caricaturata al punto da mostrare la propria natura artificiosa. All’estremo opposto c’è un movimento condiviso dal gruppo, morbido e intimo, in cui affiorano sentimento di empatia, vicinanza, accoglienza.
Chiara Mattei

Trionfo di musica con i 2Cellos alle Terme di Caracalla

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I 2Cellos alle Terme di Caracalla a Roma, dopo il grande successo nell’Arena di Verona, ritornano a grande richiesta per un nuovo concerto in Italia in un contesto altrettanto prestigioso.

Ad aprire la serata Remo Anzovino, pianista contemporaneo tra i massimi esponenti della musica strumentale italiana, che è stato anche l’ospite musicale alla serata di consegna del Premio Strega.
Luka Šulić e Stjepan Hauser si sono conosciuti e incrociati diverse volte in Croazia mentre frequentavano diverse master classes e competizioni quando erano ragazzi. Si sono sempre considerati uno il miglior rivale dell’altro, temendosi, ma la collaborazione inizia a Londra. Nel 2011. Vengono tutti e due da una formazione di tipo classico, ma l’unione sviluppa la creatività e l’immaginazione, nasce così l’idea di suonare ogni tipo di musica e genere: rock, pop, musiche di film. Per i 2 Cellos il violoncello è uno strumento universale, con molte possibilità, capace di riprodurre diversi suoni ed effetti; in questo poco tempo hanno potuto sviluppare tecniche e intraprendere strade diverse trovando anche consensi tra i puristi della musica classica o grandi della musica pop rock come Elton John: “Abbiamo imparato molto lavorando con Elton John anche stando solo in piedi accanto a lui e guardando cosa succedeva intorno, questa sarà una lezione per il resto della vita, ci ha aiutato molto nella nostra carriera”.
Il tour ufficiale termina a fine luglio, ma ci sarà spazio per un paio di appuntamenti straordinari, uno dei quali è proprio quello del 4 settembre all’Home Festival di Treviso, che vedrà 2Cellos esibirsi per la prima volta in Italia in un festival serata nella quale prima di loro suoneranno Max Gazzè e Vinicio Capossela.
In ogni spettacolo, un vero trionfo di musica delicata e dirompente, a seconda dei momenti, arricchita da uno show di luci ed effetti speciali da concerto rock (in questa occasione anche troppe luci accecanti), mentre la scaletta spazia ad ampio raggio fra le musiche degli artisti che i 2Cellos amano arrangiare con il loro inconfondibile stile: da Bach ai Rolling Stones, da Morricone agli AC/DC, passando attraverso gli U2 e Sting. Fra questi naturalmente anche l’ultimo singolo, “Whole Lotta Love“, un mix tra la canzone dei Led Zeppelin e la Quinta Sinfonia di Beethoven, ricreate con le tipiche sonorità che rendono unici i 2Cellos. Da non dimenticare il bravo batterista Dušan Kranjc presente in tutto il tour che completa alla perfezione le esecuzioni dei due violoncellisti. 
Luka e Stjepan prima del concerto erano particolarmente elettrizzati all’idea di suonare in un altro anfiteatro di grande prestigio: “Abbiamo suonato in varie arene in tutto il mondo, ma il fascino di quelle italiane è difficilmente eguagliabile. Dopo l’emozione immensa provata all’Arena di Verona, non vedevamo l’ora di ritornare a Roma, in un luogo altrettanto prestigioso come Caracalla. Siamo sicuri che anche il nostro pubblico, molto caloroso e partecipe, ma anche esigente, apprezzi l’opportunità di vivere i nostri concerti in luoghi così belli”.
“We never feel on top, we always aim higher and better!”




Sara Cacciarini

Adriano Pappalardo, live show gratuito a Vasanello

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Ancora qualche giorno e Vasanello sarà di nuovo in festa.

Dal 12 al 16 agosto infatti, nel caratteristico comune in provincia di Viterbo, fitto calendario di eventi in onore di San Rocco e Santa Maria Assunta.
Le celebrazioni, organizzate dal comitato festeggiamenti Classe 1977, guidato da Sergio Mariottini, prevedono una serie di appuntamenti, sia religiosi che folcloristici, in grado di accontentare ogni fascia d’età.
Si va dal cabaret di Valentina Persia, al teatro delle bandiere con gli Sbandieratori Revixi di Corinaldo che presso l’arena polivalente daranno vita allo spettacolo “Francesco, uomo d’Assisi”, all’esibizione della cover band Doppio Senso con la partecipazione di Alberto Rocchetti e Claudio Golinelli fino alla tombola e alla mostra fotografica in ricordo di Andrea Di Palermo.
Il momento clou è però, senza dubbio, il live gratuito in piazza della Repubblica di Adriano Pappalardo, martedì 16 agosto alle 21.30.
Il cantante è un artista poliedrico che, negli anni, si è diviso tra musica, televisione e cinema, potendo vantare una delle carriere più longeve a livello nazionale. 
Inizia infatti a cantare nel 1971, con un provino alla Numero Uno, la neonata etichetta discografica di Mogol.
Qui è direttamente Lucio Battisti, il quale diverrà poi uno dei suoi più grandi amici, che decide di metterlo subito sotto contratto dopo essere rimasto piacevolmente colpito dalla sua voce potente con inaspettate venature soul. 
Nel 1975 passa alla Rca italiana con la quale , nel 1979, raggiunge uno straordinario successo con il singolo Ricominciamo che diverrà, da allora il suo maggiore cavallo di battaglia. 
Il brano, in seguito,sarà ripreso da diversi artisti e soprattutto da Mina che, nel 1996, lo inciderà nell’album “Cremona” offrendo nuova linfa al tormentone degli anni ’80. 
Nel 1982 inizia la sua esperienza cinematografica con la presenza in spot pubblicitari e in veri e propri film, in cui viene scelto per interpretare ruoli da “duro” o “cattivo”, ma anche in ruoli per le tipiche commedie italiane, spaziando da Rimini Rimini a La Piovra 4
Pappalardo è un interprete pieno di vigore e sicuramente uno straordinario “animale da palcoscenico” per quella sua aggressività che arriva direttamente a chi lo ascolta.
Per tale motivo lo spettacolo di martedì 16 agosto, a Vasanello, si preannuncia come un’esplosione di vitalità sicuramente da non perdere. 

Per info:
FB – classe festeggiamenti 1977 vasanello

Bandabardò e il nuovo progetto ecologista [Intervista]

Un mondo a misura di donna e di bambino dove si rispettino le diversità e l’ambiente.

La Bandabardò nasce l’8 marzo 1993. Enrico “Erriquez” Greppi – cantante lussemburghese-fiorentino, insieme ad Alessandro M. “Finaz” Finazzo, virtuoso chitarrista elettrico,  voleva fondare una band che proponesse canzoni da cantare tra amici. A loro si uniscono fin da subito Marco “Don” Bachicontrabbassista, Alessandro Nutini, “Il giovane Nuto”, batteria, Andrea Orlandini, “Orla”, chitarrista abbellitore; negli anni faranno parte della band anche Ramon,  Jose Ramon Caravallo Armaspercussioni, tromba, e  Pacio – Federico Pacini, Tastiere.
Debuttano con il primo cd, “Il circo mangione”, nel 1996 e da allora quasi ogni due anni esce un nuovo disco e fanno nuovi tour. Con i suoi oltre 1200 concerti e 23 anni di attività la Bandabardò può dirsi a buon diritto una delle live band più vitali in Italia. I loro concerti sono feste straripanti d’affetto, anche quest’anno a Villa Ada il pubblico eterogeneo (molte mamme con bambini, giovani e adulti) numerosissimo, ha cantato infaticabile ogni canzone, duettando continuamente con gli artisti sul palco, senza perdersi un solo verso, in uno scambio d’intesa che non smette mai di sorprendere. L’allegria caratterizza tutti i concerti e viene trasmessa al pubblico che danza instancabile e senza pensieri, solo per il gusto di ballare, ridere e scherzare: ogni volta è una festa. Quest’anno è stata ripresa una delle canzoni del primo disco, “Lo sciopero del sole”, da cui prende nome il tour, una filastrocca profetica in cui il sole, indignato e stanco perché l’aria si è fatta ormai irrespirabile, lascia tutti e va via. Ho intervistato Don Bachi e Il giovane Nuto in occasione del concerto a Villa Ada lo scorso 27 luglio: l’atmosfera rilassata ha reso l’intervista una chiacchierata amicale, il contesto del lago e i puf colorati, sui quali comodamente sederci, mi hanno fatto sentire in vacanza, ed è proprio questo lo spirito che la band riesce sempre a trasmettere a chi gli sta accanto:
 
-Lo sciopero del sole è un pezzo che ha 18 anni, in realtà apparteneva al cd del 2001 – Se mi rilasso… collasso perché avete deciso di farne un singolo proprio adesso?
“Si può dare al brano un’interpretazione ecologista, è stato scritto in tempi non sospetti, ma è ancora molto attuale, io collaboro con la Gaudats Junk band che utilizza strumenti riciclati, ne ho parlato all’inizio con loro ed è nata l’idea di risuonarlo con questi strumenti che fanno un suono particolarissimo: le cassette del vino per farci le chitarre, il basso è una tanica di quelle bianche dell’acqua da 15 litri, la batteria è fatta con una valigia e con delle pentole. Inoltre vivo vicino a un comune, Capannori, in provincia di Lucca, attivissimo da questo punto di vista, perché ha adottato la strategia a Rifiuti Zero. Nel 2009 ha fatto scelte politiche molto forti, ha detto NO all’inceneritore e fa la raccolta differenziata porta a porta. Tutto questo è il risultato anche della lotta di Rossano Ercolini un maestro elementare che si oppose alla costruzione dell’inceneritore (per questo suo impegno come attivista e educatore, ha ricevuto il Goldman Environmental Prize ed è stato invitato alla Casa Bianca dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama nel 2013). Seguiamo anche le idee di Paul Connett professore di chimica dell’Università di Canton, NY “zero waste” Rifiuti Zero per ridurre l’indifferenziato. Sono tematiche che da sempre la Bandabardò porta avanti. Il video del singolo è stato realizzato da Giacomo Costa (visual artist e fotografo digitale 3D) e l’architetto Norman Foster “l’uomo può eliminare se stesso con le scelte sbagliate, quando si ritrovano tutti insieme c’è un’emergenza comune”.
Si tratta di una scelta civile prima che politica” – interviene Nuto- “La banda cerca di dare un segnale perché è giusto interessarsi di più soprattutto adesso che c’è un distacco da queste problematiche”.
– “Il circo mangione” è il primo cd che avete fatto nel 1996: ho notato che la banda adesso è più matura, nei primi dischi i brani erano più sognanti – “Uomini celesti”, “Succederà” “Sogni grandiosi” – adesso i testi sono più realisti, come in “Punti di vista” e “Senza impegno”. Siete cresciuti?
 
Sogni grandiosi
Bisognerebbe fare sempre sogni grandiosi
e con la faccia verso il cielo,
viaggi avventurosi
pensa se la gente, invece del potere,
pensasse all’amicizia come modo per godere
 
Punti di vista
Il Nuto mi ha spiegato 
I conti in mano come un’equazione. 
Costa meno con le mercenarie 
Che investire in una relazione.
Don bachi mi ha confessato 
Se non siamo in tre non mi diverto
“Ad Erriquez, il cantante e autore dei testi, piace fotografare quello che ha intorno, i personaggi, l’uomo medio che non vuole prendersi le responsabilità: è un’analisi amara. In “Punti di vista” ci sono le confessioni della gente presi con uno spirito ironico, nei provini per scherzo quando ha scritto il pezzo ha messo tutta la band, con la chitarra e le voci ne è uscita una bozza a cui però ci siamo affezionati, passiamo la vita a prenderci in giro.
 
Nel primo disco c’erano questi personaggi mitologici e fricchettoni mentre per esempio “Scaccianuvole” era un disco cupo, è un’evoluzione.”
-La scelta delle scaletta durante i concerti come viene fatta? 
“Ormai dopo vent’anni di musica e avendo a disposizione più di cento canzoni possiamo giocarcele nei modi più diversi. Ad ogni concerto ne suoniamo circa una ventina, questa volta abbiamo deciso di fare una scaletta alfabetica, iniziando dalla A fino alla Z.
 
La Z in realtà è una cover delle Les Negresses Vertes “Zobi La Mouche”, un pezzo importante che si colloca nel periodo in cui siamo nati. “
 
-Quali sono i vostri progetti futuri?
“Di solito facciamo un disco e poi andiamo avanti un paio di anni in tour, adesso comincia quello europeo: Londra, Berlino, Bruxelles fino a novembre. Poi riprende la fase di creazione in cui Finaz ed Erriquez si chiudono una quindicina di giorni a scrivere i testi che poi vengono proposti alla band e si definiscono tutti insieme. 
 
L’ideale della banda è sempre quello di avere un mondo a misura di donna e di bambino dove si rispettino le diversità e si rispetti l’ambiente.”
 
“Con la maturità sono arrivato a pensare che è sempre meglio comunque spendersi, fra scegliere o no di fare qualcosa meglio farla. Non aver paura di esporsi e sporcarsi le mani” commenta il Nuto.
Il prossimo concerto con “Lo Sciopero del Sole Tour” sarà il 10 agosto a Festambiente.
Sara Cacciarini

Il Divo, il personaggio Giulio Andreotti

“Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene”

Titolo: Il divo, la spettacolare vita di Giulio Andreotti
Regista: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Cast principale: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Piera Degli Esposti, Carlo Buccirosso, Flavio Bucci
Nazione: Italia, Francia
Anno: 2008

Prendiamo un uomo. Un uomo piccolo, con voce bassa, un po’ gobbo. La sua fisicità è semplice, forse troppo. Le mani congiunte, in segno di preghiera, oppure raccolte dietro la schiena. Il passo e i movimenti molto lenti. Una stretta di mano pallida, di mera cortesia. Inespressivo, mai fuori dalle righe. Sempre calmo, pacato. Un personaggio teatrale, quasi comico. Una macchietta.

Diamogli poi potere. Tanto potere. Un potere di persuasione, tanta intelligenza, capace di cambiare tutto ciò che tocca. E un potere temporale. Leader di un partito, presidente di una nazione per molti anni. Diventa così una figura strana, enigmatica, quasi spaventosa.
Inseriamolo nella storia della politica del nostro paese. Chi viene mente?
Lui, solo lui. “La prima lettera dell’alfabeto, il Gobbo, la Volpe, il Moloch, la Salamandra, il Papa Nero, l’Eternità, l’Uomo delle tenebre, Belzebù” o, come lo chiama Paolo Sorrentino nel filmdedicato a lui, Il divo Giulio Andreotti, il senatore democristiano più famoso della storia italiana, custode della verità del nostro paese dal dopoguerra fino a…non si sa bene quando.
 

La trama

La pellicola di Sorrentino si divide in due momenti diversi, ma ravvicinati, della ‘spettacolare vita’ (come scrive il sottotitolo del film) di Andreotti (interpretato da Toni Servillo). La prima è dedicata al Giulio pubblico, il senatore, l’enigmatico, il generoso, il politico. Lo vediamo alla nascita del suo settimo governo e la sua corsa al Quirinale. Vediamo coloro che lo circondano: sua moglie Livia (Anna Bonaiuto), la fedele segretaria Vincenza (Piera degli Esposti) e la sua ‘corrente’ nella DC tra i quali Paolo Cirino Pomicino (Carlo Buccirosso), Vittorio Sbardella (Massimo Popolizio), Franco Evangelisti (Flavio Bucci) e Salvo Lima (Giorgio Colangeli). E’ proprio la morte di quest’ultimo da parte della mafia che non permette al senatore di ottenere la carica più alta dello Stato e allacciare l’altra parte del film: i suoi presunti rapporti con la criminalità organizzata. Qui vediamo un Andreotti agitato, preoccupato, privato. Le confessioni dei pentiti, i collegamenti della P2, la sua lotta al processo. La storia, le ipotesi, i pensieri: tutto lui, solo lui.

Quello che Sorrentino tenta di fare in questa pellicola audace è un compito tutt’altro che facile. La Politica e le istituzioni vengono descritti in modo alquanto farsesco, quasi da giullare: non usa un tono scherzoso, li rende semplicemente dei ‘tipi’. Tutti mostrano lati scuri, sciocchi, invadenti o, peggio, ridicoli. Si pensi alla corsa di Pomicino nel corridoio della Camera, le due deputate che si rifanno il trucco, fino a giungere al procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli che si spruzza la lacca prima degli interrogatori ai mafiosi pentiti.

Al centro di tutto ovviamente, c’è lui, il Divo Giulio. Non si vuole né osannare l’ex senatore né tanto meno volerlo offendere fino in fondo. Dando per scontato che tutti sappiano chi sia Andreotti, quale sia il suo ruolo nella politica e quale sia il suo carattere, il regista napoletano costruisce intorno a questa enigmatica figura un personaggio a tratti comico, a tratti inquietante, ma sempre calmo, solo, credente e finto.

La calma la vediamo dalla voce, la compostezza, la coscienza di sé e della sua potenza. Sintomatica la scena del gatto a Montecitorio. Entrando davanti a lui, vede l’animale (non si bene cosa ci stia a fare lì). A distanza si ferma. Si volta guardando un corazziere, che rimane immobile. Batte le mani rapidamente per scacciarlo via, ma l’animale non si muove. E’ lì che Andreotti usa la sua arma. Lo guarda negli occhi: chi conosce i gatti, sa bene che nel linguaggio dei felini questo gesto è una sfida. Dopo pochi secondi, il gatto si arrende, si allontana mentre il senatore prosegue per la sua strada, sempre con la stessa espressione con cui è entrato. E’ calmo al processo, quando parla di Licio Gelli, tanto da fare dell’ironia, e si trattiene dalla rabbia quando citano “invano” una dichiarazione su di lui fatta dal suo mentore Alcide De Gasperi. E’ calmo davanti ai fotografi, davanti alla confusione parlamentare. La calma gli concede quei tratti da macchietta. Da citare la scena della battuta di caccia, dove al protagonista si apre la canna del fucile: si ferma, si guarda intorno, come se aspettasse un aiuto da qualche parte.

La recensione

La sua solitudine viene più volte evidenziata nel film. Quando parla con la moglie dell’ambasciatore (Fanny Ardant), le sue parole sono chiare: “Mi creda, io so cos’è la solitudine; non è una gran bella cosa. Per il mio ruolo, per la mia storia, avrò conosciuto nella mia vita approssimativamente 300.000 persone. Lei crede che questa folla oceanica mi abbia fatto sentire meno solo?”.
Coinvolto nei processi, costretto a licenziare la segretaria, questa, mentre porta via le sue cose e parlando ad Evangelisti, afferma: “Andreotti, stringi stringi, è sempre stato un uomo solo. E da oggi è ancora più solo“.

Il suo tratto credente è onnipresente. Si dirige in chiesa all’alba dell’inizio del suo settimo governo. Ricorda in continuazione quanto lui non creda al caso bensì alla “volontà di Dio”. Mille e mille volte fa allusioni alla religione e alla cristianità. E’ quella credenza che esiste ed è radicata in lui che gli fa vedere continuamente il fantasma di Aldo Moro. E’ la sua fede che gli causa i sensi di colpa, prima causa dei suoi mal di testa.
 
Tutto però è frutto di un personaggio…del personaggio. In realtà, ci mostra Sorrentino, il vero Andreotti è un altro. La sua maschera è volontaria. Mille le sue contraddizioni, mille le sue ipocrisie.

Si pensi alle sue mani in preghiera. Non sono unite, non hanno le dita incrociate. Sono appoggiate, quasi a formare una conca: sinonimo di una probabile apparenza. E’ lui che chiede al prete di confessarsi, precedendolo però nell’andare al confessionale, con la testa chinata e le mani congiunte, quasi fosse lui il sacerdote. Parla di umiltà, eppure usa il plurale per parlare di se stesso, come un monarca o, peggio, un pontefice. Potrebbe essere anche questa sua caratteristica di finzione ad aumentare, oltre ai sensi di colpa, i suoi continui mal di testa: quasi una fatica dovuta alla concentrazione. Le sue allusioni hanno spesso più significati. Alla festa, vedendo gli invitati danzare, alla domanda “Lei ha mai ballato, presidente?” segue la risposta “Tutta la vita, signora“: consci del suo immobilismo fisico, si può immaginare a cosa alluda il senatore. Significativo il monologo-sfogo di Andreotti. Lo vediamo di spalle e sopra di lui delle luci teatrali, bianche, neutrali. Alla loro accensione, Andreotti si volta di scatto, usando il ‘piede-perno’: come un attore che attende un segnale dal palco. E poi, seduto, si concede uno sfogo. Uno sfogo di quella realtà nascosta, di quel personaggio ipotetico che potrebbe mascherare un’ipotetica verità. E’ lì che lui confessa, lasciandosi andare.

Andreotti durante il suo monologo (foto di blogtivvu.com)

Esiste però un modo per studiarlo o, quanto meno, capirlo?

E’ la segretaria Vincenza, a pochi minuti dall’inizio del film, che dà una linea d’interpretazione, dando consigli alla moglie dell’ambasciatore: “Guardi le sue mani. Se fa girare i pollici, significa che lei sta dicendo cose intelligenti. Se si gira la fede al dito, vuol dire che non è d’accordo con quello che lei sta dicendo. Se i polpastrelli cominciano a toccarsi ad intervalli regolari, significa che entro cinque minuti lei sarà congedata“. Come in The Iron Lady, il corpo aiuta, a chi rappresenta il potere, ad esprimere ciò che le parole spesso non riescono a fare.

Rimane, però, incognita la sua figura: a libera intepretazione, come l’uomo politico, il credente e la realtà.

3 buoni motivi per vedere il film:

– Toni Servillo, superbo nella voce e nei movimenti
– Il trucco, firmato da Vittorio Sodano, così convincente da ricevere la candidatura all’Oscar e altri numerosi premi
– La colonna sonora, tanto austera quanto imprevedibile, come il protagonista

 Quando vedere il film

E’ un film da vedere, poiché i discorsi sono pochi, anche se taglienti e poetici. Un pomeriggio, a mente piena, senza un briciolo di sonno: non perché lo induca, ma perché ogni scena persa è uno spreco. Film da rivedere, almeno per tre motivi: la trama, l’interpretazione degli attori e le parole del protagonista.

Francesco Fario

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Il 6 agosto torna “Capalbio Libri” e il piacere di leggere in piazza

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Tanti gli ospiti in programma, con focus tematici che spazieranno da un diario intimo di Enzo Tortora al futuro del Partito Democratico, dalle banche alla maternità.

E’ stata presentata ieri alla stampa, presso la Sala dell’ex Consiglio Nazionale del Ministero dei Beni Ambientali Culturali e del Turismo (MIBACT) di Roma, la 10° edizione di Capalbio Libri. Sono intervenuti il Sindaco di Capalbio Luigi Bellumori, il Fondatore di Capalbio Libri Andrea Zagami e il Direttore Editoriale della manifestazione Denise Pardo.
Capalbio Libri, la rassegna letteraria dell’estate, tornerà sabato 6, sino al 13 agosto, a Capalbio (Gr) con nove appuntamenti. Tanti gli ospiti in programma, con focus tematici che spazieranno da un diario intimo di Enzo Tortora al futuro del Partito Democratico, dalle banche alla maternità. Il festival, ideato da Andrea Zagami, con la direzione editoriale di Denise Pardo, organizzato dall’agenzia di comunicazione integrata Zigzag in collaborazione con il Comune di Capalbio, si svolgerà come da tradizione in Piazza Magenta, il cuore del borgo medievale di Capalbio (Gr), tutte le sere con inizio alle ore 19:00. L’11 agosto, inoltre, è previsto un doppio appuntamento alle 19:00 e alle 21:30.
GLI AUTORI – Da Sergio Staino con “Alla ricerca della pecora Fassina” ad Antonio Padellaro con “Il fatto personale”, da Myrta Merlino e il suo “Madri. Perché saranno loro a cambiare l’Italia” a Marco Tardelli con “Tutto o niente. La mia storia”. Durante i nove appuntamenti saranno rappresentati tutti i colori della scrittura, tutto il meglio dell’editoria italiana. Spazio anche per una dei finalisti del Premio Strega, Elena Stancanelli, con “La femmina nuda”; di politica ed economia se ne parlerà durante le presentazioni di “L’impresa oltre la crisi” di Gianluca Comin, “Banche: possiamo ancora fidarci?” di Federico Rampini, “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti” di Franco Debenedetti.
Imperdibile l’appuntamento con il lato inedito di Enzo Tortora: sarà presentato, infatti, “Lettere a Francesca”, di Francesca Scopelliti. Un modo per ricordare il conduttore televisivo a 60 anni dalla sua prima apparizione in video.
CHI CONDURRA’ LE OTTO SERATE – Il celebre palco rosso di Piazza Magenta, cuore di Capalbio il bellissimo borgo della Maremma, si “tinge di rosa”, per celebrare un’industria editoriale che trae nuove fondamentali energie dalle donne e con le donne. Le conduttrici saranno la giornalista de L’Espresso e direttore editoriale del festival Denise Pardo, la penna di Panorama Annalisa Chirico, il volto di Sky Tg24 Giovanna Pancheri, la conduttrice Rai Annalisa Bruchi, la responsabile della struttura Rai Quirinale Mariolina Sattanino, la blogger e giornalista de Il Fatto Quotidiano Silvia Truzzi, la giornalista radiofonica Rai Daniela Mecenate. Una sola eccezione a questa conduzione senza “quote blu”: lo scrittore e giornalista del Corriere della Sera Sergio Rizzo che condurrà la serata dedicata a tutte le madri.
Questa edizione, inoltre, vedrà il gradito ritorno in veste di presentatrice di Marta Mondelli, che si alternerà nella lettura di brani dei libri in programma con Irene Grazioli Fabiani e Lilly Adriana Franceschetti.
LA DIREZIONE EDITORIALE – Da quest’anno la direzione editoriale del festival è affidata a Denise Pardo, che ha curato la selezione dei libri e le scelte degli ospiti. Sarà lei a condurre la prima e l’ultima serata del festival. Come da tradizione ad aprire la rassegna nella serata d’apertura di sabato 6 agosto ci sarà il Sindaco di Capalbio, Luigi Bellumori, che ha fortemente voluto la manifestazione.
DENISE PARDO – Nata a Il Cairo, giornalista e scrittrice italiana è cresciuta a Roma, autorevole firma del settimanale L’Espresso. Dopo aver collaborato a varie testate, nel 1987 inizia ad occuparsi per L’Espresso di cronaca e costume, poi di attualità, informazione e politica. Nel 1993 dopo l’omonima inchiesta pubblicata sul settimanale, scrive il libro “Razza cafona” edito da Tullio Pironti. Nel maggio del 2009 pubblica “La piovra Rai” edito da Bompiani. Nel 2005 vince il premio giornalistico il “Premiolino” e nel 2011 il Premio Satira Politica Forte dei Marmi per il giornalismo.

IL FESTIVAL – “Capalbio Libri, il festival sul piacere di leggere in piazza”, nato nel 2007, sperimenta da dieci anni nuovi modi per la promozione di libri e lettura. Argomenti di attualità e interesse per il pubblico vengono trattati insieme agli autori di saggi e romanzi presentati con la partecipazione di giornalisti, personalità della cultura e della politica.
PARTNERSHIP – Il festival è organizzato in collaborazione con il Comune di Capalbio, con i patrocini del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MIBACT), Regione Toscana, Provincia di Grosseto, Comune di Capalbio, e con il patrocinio e il sostegno di SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori. Con i partner ibs.it, Invitalia, Jaguar Land Rover Italia, Kairos, Terna, Banca di Saturnia e della Costa d’Argento, Mimesi, Locanda Rossa, Terre di Sacra, Gallù, Garden Vivai Mediterranei, Hotel Residence Valle del Buttero. Con il contributo dei ristoranti Il Cantinone, Il Frantoio, Al Pozzo, La Porta, La Torre, Trattoria Toscana e Tullio. Sostengono questa edizione le eccellenze del territorio Cantina Monteverro, Frantoio Terre di Capalbio, Azienda Artigiana Jacobelli Liquori e Tenuta Monteti.
IL PROGRAMMA – Questo il programma delle serate della decima edizione di Capalbio Libri.
Sabato 6 agosto, ore 19:00 – Sergio Staino, Alla ricerca della pecora Fassina – Giunti, con Massimo Bray e Marco Damilano. conduce Denise Pardo.
Con gli eterni temi, drammi, ferite e spaccature della sinistra italiana, Staino costruisce un vero e proprio romanzo a fumetti, un’avventura che di romanzesco ha i personaggi principali e i comprimari, i vivi e i fantasmi, i colpi di scena e i fili conduttori, gli eroi e i buffoni, forse più i secondi che i primi. Si ride, insomma, di questo teatrino rissaiolo della politica italiana. Staino riesce ancora a farci ridere, anche se di ilarità, nel mondo reale, ne circola davvero poca e invocare l’assistenza dello spirito di Berlinguer sembra più utile e sicuro che votare alle primarie…”

Domenica 7 agosto, ore 19:00 – Antonio Padellaro, Il fatto personale – Paper FIRST, con Bruno Manfellotto. conduce Annalisa Chirico.
Antonio Padellaro si racconta in una autobiografia politicamente scorretta e ironica. Oltre quarant’anni di giornalismo e cronaca del Paese ricostruiti attraverso le sue esperienze editoriali: da notista parlamentare al Corriere della Sera – negli anni dell’omicidio Pasolini e degli scontri con Oriana Fallaci allo scandalo P2 fino a Tangentopoli – passando per la vicedirezione dell’Espresso e la guida, prima, dell’Unità – in cui i dissapori con i vertici dei Democratici sono all’ordine del giorno – e, poi, del Fatto Quotidiano, di cui è stato anche fondatore nel 2009“.
Lunedì 8 agosto, ore 19:00
- Gianluca Comin, L’impresa oltre la crisi – Marsilio, con Mario Sechi. conduce Daniela Mecenate.
Le crisi d’impresa oggi non sono più (o non solo) crisi di produttività. Vengono provocate da violenti e improvvisi attacchi esterni o, a volte, da passi falsi del management nella comunicazione. Sono all’ordine del giorno e possono assumere proporzioni mondiali,come avvenuto nel caso Volkswagen con lo scandalo delle emissioni. Non riservato ai soli addetti ai lavori,il volume si rivolge a chiunque voglia capire come funzionano oggi i meccanismi della comunicazione di sé, della propria azienda, del proprio brand”.
Martedì 9 agosto, ore 19:00 – Franco Debenedetti, Scegliere i vincitori, salvare i perdenti – Marsilio, con Giulio Sapelli. conduce Giovanna Pancheri.
Protezionismo, autarchia, keynesismo, programmazione,strategie, italianità: tante variazioni su uno stesso tema,l’idea che lo Stato, per governare l’economia, debba intervenire e sappia farlo con le scelte giuste. È la politica industriale: lo Stato si sostituisce al mercato e sceglie i vincitori della gara concorrenziale. Salvo poi, quando l’«insana idea» non ha successo, dover correre ai ripari salvando i perdenti.
Mercoledì 10 agosto, ore 19:00 – Federico Rampini, Banche: possiamo ancora fidarci? – Mondadori, con Enzo Moavero Milanesi, conduce Annalisa Bruchi.
Rampini torna ad accendere i riflettori sui mali e le malefatte della finanza e sui comportamenti non sempre virtuosi dei banchieri. E questo suo libro vuole servire da guida. Per capire quel che sta succedendo nel sistema del credito. Per essere meno sprovveduti e fragili di fronte agli shock finanziari. Per imparare qualche regola di sopravvivenza, di autodifesa di fronte a quelli che da tutori possono trasformarsi improvvisamente in predatori del nostro risparmio. 
Giovedì 11 agosto, ore 19:00 – Myrta Merlino, Madri. Perché saranno loro a cambiare il nostro Paese – Rizzoli, con Maria Rita Parsi, conduce Sergio Rizzo.
Questo libro nasce da un’immagine. Quella di Toya, madre nera che va a tirar via suo figlio, a suon di schiaffi, da un corteo pericoloso. E prosegue con degli incontri con madri famose e sconosciute, ignote e dimenticate, eroiche e ordinarie. Madri parla di noi. Noi mamme italiane, fortissime e ostinate, fragilissime e imperfette. Ogni storia ci interroga su come siamo, come vorremmo diventare e come non dovremmo essere. La maternità unisce tante donne (forse tutte), ma ognuna pensa che sia solo sua. Se solo riuscissimo a usare tutto il nostro amore “per sempre”, potremmo cambiare i nostri figli, il loro futuro e dunque il nostro Paese.
Giovedì 11 agosto, ore 21:30 – Francesca Scopelliti, Lettere a Francesca, di Enzo Tortora – Pacini Editore, con Chiara Beria d’Argentine e Alfredo Montagna, conduce Mariolina Sattanino.
A quasi trent’anni dalla morte di Enzo Tortora, la sua compagna Francesca Scopelliti consegna alla memoria degli italiani una selezione delle lettere che il celebre giornalista e presentatore televisivo le scrisse dall’inferno del carcere nel quale era stato sbattuto per “pentito” dire. Arrestato nel 1983 per associazione camorristica e spaccio di droga, la star amata da decine di milioni di italiani vive in quei giorni l’incubo di una giustizia ferma al Medioevo e promette di battersi fino all’ultimo non soltanto per affermare la sua estraneità alle accuse ma anche per denunciare le aberranti condizioni di vita dei detenuti. Promessa mantenuta: Enzo Tortora diventerà di lì a poco il grande leader politico della battaglia per una giustizia giusta, culminata con la vittoria schiacciante (poi tradita dal Parlamento) del referendum per la responsabilità civile dei magistrati.
Venerdì 12 agosto, ore 19:00
- Elena Stancanelli, La femmina nuda – La Nave di Teseo, con Massimo Ammaniti, conduce Silvia Truzzi.
Anna è una donna intelligente, bella, con un lavoro interessante, ma di colpo tutto questo non serve più. Dopo cinque anni la sua storia d’amore con Davide affonda in una palude di tradimenti, bugie, ricatti. E la sua vita va in pezzi. Si trasforma in un’isterica, non dorme, non mangia, fuma e si ubriaca ogni sera per riuscire ad addormentarsi. Compulsivamente inizia a frugare nel telefonino di lui, nelle chat, sui social. Non sa cosa sta cercando, non sa perché lo sta cercando. Per un anno rimarrà prigioniera di quello che lei stessa chiama il regno dell’idiozia, senza riuscire a dirlo a nessuno. 
Sabato 13 agosto, ore 19:00 – Marco Tardelli, Tutto o niente. La mia storia – Mondadori, con Domenico Arcuri e Tommaso Cerno, conduce Denise Pardo.
A più di trent’anni dall’urlo di Madrid, Marco Tardelli racconta senza reticenze alla figlia Sara la sua storia, nata da una passione assoluta e totalizzante come il primo amore, che nessun ostacolo, nessun rifiuto, è mai riuscito a spegnere: il calcio. L’infanzia passata tra i monti della Garfagnana e la periferia di Pisa, le prime partite all’oratorio di padre Bianchi, che alimenta il suo sogno, contrastato invece dai genitori; i soldi guadagnati durante le vacanze estive come cameriere e i deludenti provini per club di serie A, finiti tutti allo stesso modo: «È bravo, ma con quel fisico non può fare il calciatore». Poi, a soli 20 anni, dopo aver indossato le maglie di Pisa e Como, Marco approda alla Juventus di Gianni Agnelli e Giampiero Boniperti, una grande squadra che è innanzitutto una scuola di vita, e con la quale in dieci anni conquista un’impressionante serie di vittorie: 5 scudetti, 2 Coppe Italia, una Coppa dei Campioni (la tragica notte dell’Heysel), una Supercoppa europea, una Coppa delle Coppe, una Coppa Uefa.
PARTNERSHIP – Il festival è organizzato in collaborazione con il Comune di Capalbio, con i patrocini del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MIBACT), Regione Toscana, Provincia di Grosseto, Comune di Capalbio, e con il patrocinio e il sostegno di SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori. Con i partner ibs.it, Invitalia, Jaguar Land Rover Italia, Kairos, Terna, Banca di Saturnia e della Costa d’Argento, Mimesi, Locanda Rossa, Terre di Sacra, Gallù, Garden Vivai Mediterranei, Hotel Residence Valle del Buttero. Con il contributo dei ristoranti Il Cantinone, Il Frantoio, Al Pozzo, La Porta, La Torre, Trattoria Toscana e Tullio. Sostengono questa edizione le eccellenze del territorio Cantina Monteverro, Frantoio Terre di Capalbio, Azienda Artigiana Jacobelli Liquori e Tenuta Monteti.

Il fagiolo carne protagonista della nota sagra a Fabrica di Roma

 A Fabrica di Roma la quinta edizione della festa che celebra il legume autoctono ricchissimo di sostanze nutrizionali.

Il 15, 16 e 17 Settembre 2017, presso Parco Le Vallette a Fabrica di Roma, nel viterbese, si terrà la sagra del fagiolo carne.
…V’è un paese del Viterbese – Fabbrica di Roma – dove i fagioli, di varietà piccola e colorata, sono squisitissimi. E là non mangiano, o per lo meno fino a qualche anno fa non mangiavano, altra cosa che essi. La piluccia di quella minestra borbottava sul fuoco tutti i giorni per il pasto serale; eppure, niente disturbi intestinali, né flatulenze! Il segreto era questo: li condivano col finocchio. Anonimo (Rivista del primo Novecento)
Una semenza autoctona di origini antichissime, estremamente ricca dal punto di vista nutritivo con vitamine, proteine, amidi, fibre, zuccheri, calcio, ferro e fosforo: questo è il fagiolo carne che dopo aver rischiato di scomparire, torna prepotentemente alla ribalta a Fabrica di Roma, nel cuore della Tuscia. Dopo il riconoscimento di “prodotto tipico locale” ottenuto grazie all’impegno dell’amministrazione comunale e all’adozione di provvedimenti ad hoc, il rinomato “faciolo” è protagonista della quarta edizione della sagra ad esso dedicata, ideata dal comitato San Matteo in collaborazione con Proloco e Comune, che avrà luogo il 15,16 e 17 settembre p.v.
Nel corso della manifestazione verranno esaltate le specifiche proprietà attraverso un menu popolare interamente cucinato secondo le ricette della tradizione. Sarà possibile gustare a prezzi molto popolari piatti gustosi e robusti quali l’antipasto del faciolo, gli gnocchetti co i facioli, i facioli, facioli co le cotiche e co le sarsicce.

Ad allietare l’iniziativa ogni sera (e domenica a pranzo) saranno invitati anche formazioni musicali che si esibiranno dal vivo.

Del fagiolo carne, che ha rappresentato per tanti secoli la principale forma di sostentamento territoriale delle genti, si possono trovare molte testimonianze legate alla cultura contadina locale conservate sia nell’archivio storico comunale che nell’archivio di stato di Viterbo. La sua storia è legata infatti ad una tradizione che si è evoluta nel tempo: mentre in epoche remote veniva addirittura usato come pagamento in natura per il canone di locazione di terreni, ai nostri giorni, è stato inserito, paradossalmente, tra le semenze in via d’estinzione.
La Sagra è anche una buona occasione per scoprire Fabrica di Roma, antico paese a 26 chilometri di distanza da Viterbo, che sorge a 300 metri sul livello del mare nelle vicinanze del Lago di Vico. Al suo interno meritano una visita la Chiesa Collegiata di San Silvestro Papa, nota anche come il Duomo, risalente al XII secolo, la Chiesa di Santa Maria della Pietà, il Castello La Rocca che sorge proprio al centro del paese e il medievale Palazzo Cencelli, che ora ospita il Comune; nel suo territorio spiccano invece Falerii Novi, sito archeologico di una antica città romana e la Chiesa di Santa Maria in Falleri, senza dimenticare la via Amerina, un itinerario turistico di grande impatto storico-religioso poiché rappresentava già agli albori dell’Impero Romano una via molto trafficata che collegava gran parte del territorio falisco.

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