“The Pills, sempre meglio che lavorare”: prova riuscita?

Un tempo era la meta o premio finale di tanti sacrifici, ora invece sembra che il cinema, soprattutto quello comico in Italia, lo vogliano e lo possano fare tutti.

Di esempi di comici passati dalla tv al grande schermo, senza assolutamente merito o talento, ne abbiamo visti a profusione negli ultimissimi anni. Ora tocca alla sfida estrema: gli youtubers al cinema. The Pills è il nome di un trio di amici romani che spopola sul web da quasi 5 anni, e ora si butta a capofitto nel cinema. E la cosa bella è che, tra tutti i comici che hanno tentato il grande salto recentemente – io lo dico, incluso pure Zalone – il tentativo di questi tre ragazzi è il più divertente e riuscito, o quantomeno il più onesto in assoluto.
The Pills: sempre meglio che lavorare espone le proprie intenzioni chiaramente fin dal titolo: non aspettatevi un’opera retorica o introspettiva sull’ansia generazionale dei giovani d’oggi in cerca di lavoro, in pieno precariato, perché a questi tre in lavoro è l’ultima cosa che interessa. La premessa tematica è subito originale, esilarante e al tempo stesso profonda: se in Italia il lavoro è un serio problema, e rimane tale paradossalmente anche una volta ottenuto, causa gli stipendi risibili e le tante ore passate senza soddisfazioni, non resta che trovare una soluzione col proprio talento, ognuno con quello in cui riesce meglio, utilizzando la propria creatività. Sempre Meglio che Lavorare è esattamente questo, una risposta alla crisi con la creatività, perché questo film di creatività e visione è pieno zeppo. Prendiamo i film di tanti comici passati al cinema, da Brignano ai Soliti Idioti, dallo stesso Zalone a Pio & Amedeo, passando per Paolo Ruffini e Alessandro Siani: il film dei The Pills è l’uno dei pochi che si sforza non solo di scrivere una storia, ma soprattutto di utilizzare il mezzo cinematografico in tutte le sue potenzialità, sperimentando con la narrazione, con la messa in scena e col linguaggio filmico. Parlo di una comicità del tutto surreale e folle, sinceramente irriverente, che a molti non piacerà ma che da noi nessuno ha il coraggio o la capacità di fare.
Santo cielo, una commedia italiana in cui si sperimenta, mi emoziono solo a scriverlo.
Naturalmente le citazioni abbondano, si fa fatica quasi a seguirle tutte, e la voglia di sperimentare nasce prima di tutto dalla voglia di imitare, è palese. Ma come può essere altrimenti quando la generazione di provenienza di questi tre ragazzi è quella cresciuta a pane e film americani? Gli si perdonano anche gli errori, perché sono onesto, il film parte male e fatica a carburare almeno per 10/15 minuti: l’inizio è lento, farraginoso, con scene scollegate tra loro, ti viene il sospetto e la paura che stiano per rifare gli sketch di youtube, l’errore supremo al cinema. Invece è semplicemente bisogno, al primo film, di capire come intendere il mezzo: improvvisamente la storia parte, c’è un tema di fondo che regge tutto, e ognuno dei tre protagonisti ha una sottotrama interessante e soprattutto divertente.
Indubbiamente il grosso limite del film è intrinseco all’operazione: la spiccata e imprescindibile romanità. Già i video internet dei The Pills sono conosciuti essenzialmente a Roma, inoltre il loro modo di parlare, il loro modo di essere, la scelta dei luoghi e delle situazioni trasudano romanità a più non posso. La comicità italiana in generale, fondata moltissimo sulle soluzioni dialettali, guarda oltre le singole città, cosa che qui non accade. Questo è un film che si segue e diverte da Bolzano a Lampedusa, però è indubbio che fuori dal contesto di Roma il pubblico perde qualcosa, anzi molto.
Ed infine l’elemento fondamentale è aver visto che i The Pills non hanno cambiato né personaggi né stile comico, passando da youtube al cinema sono rimasti loro stessi, coerenti col proprio stile. Il film non ha snaturato ciò per cui sono diventati sono popolari, semmai ha amplificato la loro comicità. E non va sottovalutata una significativa amarezza di fondo, l’aspetto che più ho apprezzato: non sembra tra una battuta sboccata e l’altra, ma l’assunto iniziale di non voler lavorare ha il significato di voler cristallizzare il tempo sull’apparente serenità del presente, sulle serate spensierate con gli amici, sul fare o non fare qualcosa però sempre insieme. E allora il film è soprattutto una bellissima storia d’amicizia, un storia che racconta l’ansia del tempo che passa e rischia di spazzare via tutto, a cominciare dai rapporti umani. Con tutti gli ovvi difetti strutturali derivati dall’opera prima, The Pills: sempre meglio che lavorare è un po’ la versione corretta e aggiornata di Ecce Bombo, e un film che piacerà a molte fasce d’età, soprattutto i giovanissimi, ma può essere veramente compreso solo da chi ora si affaccia ai 30 anni.
Dopotutto il paradigma della cicorietta esiste, e speriamo tutti di ritrovarla con lo stesso sapore che le dava mamma.

 

 
Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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