L’America del nostro scontento: l’altra faccia degli Stati Uniti

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L’America del nostro scontento è un prezioso strumento per comprendere senza lenti deformate la complessa realtà americana.

L’America del nostro scontento, di Roberto Festa, edito da Elèuthera, il riferimento al titolo e non solo di un romanzo di Jonh Steinbeck è piuttosto evidente, è uno di quei tipici esempi di come un lavoro letterario possa, in virtù di fatti imprevisti, mutare totalmente rispetto all’iniziale progetto. Lo stesso autore, profondo conoscitore del mondo americano, al cui studio ha dedicato più di un saggio; chiarisce nella premessa cosa sia accaduto nella fase preventiva della stesura del lavoro:

«La mia idea iniziale era raccontare i progressisti americani e l’eredità che lasciava Barack Obama. Poi c’è stato l’8 novembre 2016 e per molti il mondo è crollato: quello che pareva un viaggio relativamente tranquillo verso il futuro si è trasformato in un percorso accidentato che non fa vedere il futuro.»

L’8 novembre 2016, infatti, contro ogni previsione, si dava per certa l’affermazione di Hillary Clinton. Viene, invece, eletto Donald Trump che, prima delle primarie non era neppure considerato fra i candidati più autorevoli. Alla vigilii, infatti, era nettamente favorito Jeb Bush, ultimo discendente della dinastia che aveva già dato agli Stati Uniti due presidenti. Un fatto epocale, con effetti immediati evidenti e futuri ancora tutti da interpretare.

L’America del nostro scontento non è, sia chiaro, un instant book; anche se l’elezione di Trump ha avuto un peso sulla genesi del libro, modificandone alcune parti, facendo uscire alcuni personaggi e, invece, favorendone l’ingresso di altri.

Il bel libro di Festa è, innanzitutto e principalmente, un libro di storie di individui che l’autore ha voluto raccontare. Cerca il più possibile di staccarsi dalla cronaca, da quel fagocitante mostro che prima mangia storie e poi sputa informazioni con ritmi da fast food. Questo libro è un racconto a più voci, un reportage sull’universo americano. Il lato più nascosto, silenziato e distante, che l’autore conosce come pochi, muovendosi, guardando, toccando con mano e non nascondendosi dietro un placido monitor.

Roberto Festa, come i grandi giornalisti del passato che raccontavano sul posto, cammina per l’America, sporcandosi i vestiti, compiendo migliaia di chilometri per guardare davvero. Dalla drammatica vicenda, mai del tutto risolta, della morte di tre ragazzi nello stato del Mississippi per mano del Ku Klux Klan, a quella, se possibile ancora più spaventosa, dell’epidemia di eroina che devasta giovani e non solo nelle zone ex industriali, deserti dove ogni speranza è tramontata e la droga rimane l’unica via d’uscita. Ma anche il racconto degli assassini di medici abortisti da parte di fanatici oppositori di un diritto costituzionalmente garantito, o anche il racconto dei nuovi stili di vita delle comunità gay americane. Il tutto sullo sfondo di un panorama profondamento modificato dall’elezione di Trump, fatto di attese, di paure, di incertezza ma anche di ingenuo stupore.

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Un’America diversa da quella patinata e scintillante che spesso leggiamo e vediamo.

È un’analisi approfondita di spaccati sotterranei, che dà voce a silenzi inascoltati, sullo sfondo di un paese fatalmente spaccato fra città e campagne, tra costa e interno, fra Nord e Sud, tra bianchi e neri, fra uomini e donne.

Spaccature profonde che hanno nel corso dei decenni aumentato un solco che era già evidente, ampliando divari che sono sempre esistiti nella cultura americana.

Una separazione che noi europei fatichiamo da sempre a comprendere: se è vero che gli USA, come afferma Sergio Romano, «sono una grande democrazia aperta al mondo spesso straordinariamente generosa» è altrettanto certo

«che possono essere in molte circostanze un Paese nazionalista, razzista, continuamente percorso da tentazioni autoritarie.»

Un libro che è uno strumento quanto mai prezioso per conoscere queste difficili realtà, per andare oltre facili stereotipi e semplicistiche letture. Èutile per analizzare realmente la complessa e multiforme dimensione americana. Un saggio articolato ma che si legge come un romanzo; nelle cui pagine riecheggia il tributo alla grande letteratura americana, quella di denuncia, di inchiesta, che descriveva a tinte forti, nonostante tutto, un grande paese.

Una prosa asciutta, sferzante, ma anche in certi momenti idilliaca che non risparmia nulla al lettore. Mostra il quadro d’insieme senza lenti deformate ma in tutta la sua sconcertante realtà. Leggendo L’America del nostro scontento, di Roberto Festa, si percorrono le strade meno note degli Stati Uniti; e come in un dipinto di Hopper, si odono urla, si sentono odori forti, si vedono delitti terribili, finendo ad attendere «l’alba che sale e il rumore del mare».

Maurizio Carvigno

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