Home Blog Pagina 203

Leggo ergo sum… donna

Leggo ergo sum… donna

Se già la stagione invernale aveva sancito la vittoria delle donne come mangia-libri per eccellenza, anche la fine dell’estate conferma il dato: sotto l’ombrellone vincono le lettrici, contro il sesso opposto, con un bel 56 per cento.

Mentre le statistiche disegnano un Universo Femminile che fagocita letteratura più o meno nobile, non posso fare a meno di pensare che in mezzo a queste percentuali ci siano alcune donne che fanno del libro qualcosa di più di un passatempo: quel prezioso scrigno di parole e storie è come un amuleto quotidiano, un prontuario di risposte, un accessorio indispensabile per superare la giornata.
Personalmente, dovunque vada, ho sempre un libro in borsa, oppure mi reco in luoghi dove posso osservare libri. Apro anche i libri che trovo nei pub. Questo perché leggere qualcosa molto spesso si rivela più interessante e informativo che sentire tante chiacchiere inutili.
In questa riflessione sull’amore per la lettura, mi sovviene che comunemente una donna che legge molto, o è parecchio interessante o è parecchio strana agli occhi degli altri. Questo perché di solito le persone non ti chiedono di cosa ti interessi, ma che locali frequenti.

Nel fiore dei miei 18 anni, raccontai ad un ragazzo con cui uscivo un libro che stavo leggendo. La sua risposta fu: Ah, ma tu leggi così, anche fuori da scuola? Una frase insignificante che è rimasta scolpita nella mia mente e mi ha fatto selezionare con cura tutti quelli venuti dopo.

Cadono a fagiolo i versi della poeta Martha Rivera Garrido, condivisi oggi da Libreriamo su Facebook:

 

Non innamorarti di una donna che legge,
di una donna che sente troppo,
di una donna che scrive.
Non innamorarti di una donna colta, maga, delirante, pazza.
Non innamorarti di una donna che pensa,
che sa di sapere e che, inoltre,
capace di volare,
di una donna che ha fede in se stessa.
Non innamorarti di una donna che ride o piange mentre fa l’amore, che sa trasformare il suo spirito in carne e, ancor di più, di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose), o di una donna capace di restare mezz’ora davanti a un quadro o che non sa vivere senza la musica.
Non innamorarti di una donna intensa, ludica, lucida, ribelle, irriverente.
Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così.
Perché quando ti innamori di una donna del genere, che rimanga con te oppure no, che ti ami o no, da una donna così, non si torna indietro.
Mai.

 

Le donne “del genere”. Alcuni cercano di conquistarle invano, altri ci riescono, ma è raro che durino a lungo. Attualmente sono pochi gli uomini che sanno avere a fianco forti personalità, a cui l’amore per l’arte ha insegnato a stare bene anche da sole.
La lettura, la contemplazione artistica, la cultura, forniscono un arricchimento spirituale insostituibile e imprescindibile per chi se ne appropria. Si beve costantemente da una coppa sempre piena. Alcuni partner non comprendono perché a volte una donna preferisca leggere un libro piuttosto che uscire. Non concepiscono il potere rigenerante della lettura in solitudine.
Poi se l’arte è anche il suo mestiere, se la passione la induce a fare le ore piccole per scrivere, comporre e quant’altro, capita anche che sia accusata di essere egoista, cinica, fissata con una carriera che, peraltro, “non la porterà da nessuna parte“. Qui giace la paura dell’uomo di fronte a una donna così, quel tarlo che lo corrode da dentro, insinuandogli nelle tempie la paura di non essere indispensabile. Cosa spinge il potere ad imporre l’ignoranza se non la paura di essere scavalcato? Non è forse un tipo di freno applicato a popolazioni intere, oltre che alle antiche minoranze? Dalla trasgressione di tale comando deriva la violenza, che in alcuni paesi ancora impedisce alle donne di poter frequentare la scuola.
E allora, come si fa a dimenticare quella verità celata dall’ingenuità disneyana e resa famosa dal personaggio di Gaston, quando dice all’accanita lettrice Belle:
 
Non è giusto che una donna legga. Le vengono in testa strane idee e comincia a pensare.
Purtroppo questa non è solo la battuta di un cartone animato: è la sintesi di un passato in cui le donne non venivano istruite, eterne bambine nel gineceo, o erano educate solo per compiacere i mariti, come nell’età Vittoriana.
Ancora oggi quelle che sono vendute come spose bambine, non sono ritenute adatte all’istruzione o al lavoro, ma sono considerate delle proprietà da scambiare con qualche pezzo di terra o sacco di patate.

Alessia Pizzi

Nel cuore della regina: “Cleopatra. Divina donna d’Inferno”

1

Nel cuore della regina: “Cleopatra. Divina donna d’Inferno”

Vi racconto della mia morte affinché possiate capire che la gloria di una regina è misera cosa rispetto all’Amore

Parlare di un figura storica del calibro di Cleopatra VII Thea Philopatore è compito tanto piacevole quanto complesso. Questo non solo perché l’ultima regina dei Tolomei ha rappresentato un unicum nella storia del potere femminile, ma anche perché nel tempo la sua biografia è stata vittima sia di elogi sia di speculazioni, che ne hanno appesantito il profilo storico senza mai intaccarne la popolarità: risale giusto a un anno fa la mostra a lei dedicata presso il Chiostro del Bramante “Cleopatra. Roma e l’incantesimo dell’Egitto”, con cui la regina ha conquistato l’Urbe ancora una volta.
Cleopatra, tuttavia, non è solo un personaggio di spicco per le vicende romane, ma anche nel percorso dell’emancipazione femminile ante litteram.
È proprio nei regni ellenistici, infatti, che si consolida la presenza delle donne a corte, a partire dalle forti regine macedoni della famiglia di Alessandro Magno: per definizione, proprio con la morte del grande condottiero inizia quell’età che vede sparire Atene sotto la luce di Alessandria d’Egitto, un’epoca ricca di aperture per le donne, la cui fine coinciderà con il suicidio della regina. Se la drammatica uscita di scena non ha intaccato però la memoria positiva che alcuni estimatori, tra cui Plutarco, hanno scolpito nelle pietre dei secoli, la propaganda filoaugustea ai tempi delle guerre civili romane ha lasciato ai posteri l’infelice eredità di regina meretrix, epiteto poco lusinghiero che riecheggerà fino al quinto canto dell’Inferno dantesco.
Il peccato della lussuriosa Cleopatra, secondo un’opinione piuttosto retrograda, fu quello di allacciare delle relazioni sentimentali alquanto opportunistiche con due delle figure più rilevanti della storia occidentale: Giulio Cesare e Marco Antonio. Da questa “colpa originale” parte Antonella Rizzo con l’antitetico titolo di Cleopatra. Divina donna d’Inferno (Fusibilia Libri), per dare nuovamente voce, e in una veste del tutto inedita, allo spirito di donna che arrivò a sedurre persino il genio shakespeariano.

Sono Regina della mia disperazione, del mio dramma. Ma avanzo fiera incontrando il nuovo giorno: con gli occhi di brace

 
L’opera vede protagonista il prosimetro, forma letteraria che rimanda sempre all’illustre produzione dantesca, ovvero quel connubio tra prosa e poesia, dove l’una completa l’altra: “un genere elegante e desueto” – racconta la Rizzo – “che impreziosisce il contesto.”

cleopatra antonella rizzo

L’autrice si immedesima profondamente nell’anima della regina, fino al suo midollo di donna, presentandone, da un lato, il peso di un grande potere, dall’altro, le declinazioni squisitamente femminili, dalla passione amorosa alle corde materne. Così si legge nell’introduzione: “Alla sua straordinaria complessità si rivolge la mia spontanea lettura del suo vissuto, a quella dicotomia intelletto-cuore di cui si tenta invano la separazione come garanzia di controllo delle azioni umane; augurandomi che si esaurisca l’immagine di una Donna protagonista minore di un morboso connubio sesso e potere.”

Molto risalto è dato all’attenzione per la cura del corpo, che nei secoli ha reso Cleopatra non solo un’icona di stile e un archetipo di femminilità, ma anche l’ipotetica madre di un trattato di cosmetica. Fortissimo nel testo il richiamo della dea Iside, che in età ellenistica veniva spesso identificata con Afrodite e indossata come maschera divina dalle stesse regine: quello che viene proposto da Cleopatra e dalle sue ave alle donne coeve è un nuovo role model, secondo cui la donna è potente, dominatrice, consapevole e, di conseguenza, secondo molte fonti conservatrici, spregevole.

L’autrice tira fuori con il suo lavoro un’immagine depurata dalla incrostazioni della storia, dando risalto all’essenza femminile di una grande personalità: un animo impetuoso – sconvolto dal grande amore per Giulio Cesare – che identifica il love affair con Marco Antonio come il frutto di una rassegnata seconda scelta. Impressionante è il linguaggio di piuma, prezioso e delicato allo stesso tempo, che non è mai fardello durante il viaggio nei seducenti panni di Cleopatra. Quest’opera, per suggestioni, si avvicina molto alla Cassandra di Christa Wolf, testo in cui l’epica si colora di psicologia femminile. A differenza della Wolf, però, la Rizzo è più diretta e meno contorta nel periodare: contraddistingue la sua penna un non so che di sacro, che capovolge il lettore in uno spazio senza tempo.

 Lascio che la Morte, amica adorata, suoni trionfante lo strumento della vittoria e consegni quella verità ai miseri di spirito. Ora.

 
 
Alessia Pizzi

Addio colleghi umanisti, siamo giraffe con il collo corto‏

Allarme umanisti: rubano i soldi agli ingegneri!

Eh sì, avete letto proprio bene, ma tranquilli non si è capovolto il mondo: gli ingegneri continuano a guadagnare di più dei professori, dormite sereni… va tutto bene.
E allora cos’è questa storia? È stato Stefano Feltri, il vicedirettore de Il Fatto Quotidiano, a denunciare la temibile calamità che sta per colpire i nostri atenei:

“Purtroppo migliaia e migliaia di ragazzi in autunno si iscriveranno a Lettere, Scienze politiche, Filosofia, Storia dell’arte. I ragazzi più svegli e intraprendenti si sentono sicuri abbastanza da buttarsi su Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza. Studi difficili e competitivi. Ma chi li completa avrà opportunità maggiori, in Italia o all’estero.”


Come curarsi da questa malattia che affligge i poveri italiani tonti e incapaci, appassionati di cultura umanistica? Avete presente quei docenti mancati, precari, che continuano a regalare soldi allo Stato solo per entrare in graduatoria? Ah, Feltri, meno male che ci sei tu a proporre le tue idee innovative e rivoluzionarie:

“Dal lato delle scelte collettive, cioè le politiche pubbliche, dovremmo tutti chiederci se ha senso sussidiare pesantemente università che producono disoccupati e formano persone che nessuno sente il bisogno di assumere o retribuire adeguatamente. Tradotto: meglio avere molte facoltà di filosofia e scienze della comunicazione o chiuderne qualcuna e magari dare più incentivi alla ricerca in campo chimico o elettronico? Parliamone.” (fonte)

Del resto all’Italia, paese che vive di rendita per la sua storia millenaria, a cosa servono letterati e storici? Scordatevi le notti passate a tradurre Cicerone e Demostene, accantonate quel passo di Boccaccio che ha stimolato le vostre papille esegetiche, dite addio alla decodificazione del papiro di Saffo… Siamo malati, umanisti miei, afflitti da un morbo incurabile che ci vede seguire le nostre malsane passioni. 
Perdonali perché non sanno quello che fanno…

Non conta se abbiamo iniziato la Triennale in cinquecento e abbiamo finito la Magistrale in venti, non importa se siamo tra coloro che hanno scelto di conseguire tutti i crediti per l’insegnamento con il massimo dei voti: il campione preso sotto esame è quello dei colleghi confusi che hanno scelto un curriculum letterario con esami poco ambiziosi perché non sapevano quale pezzo di carta appendere al muro. Una volta non era Giurisprudenza la facoltà più gettonata in caso di crisi mistica? Ma no, la pattumiera siamo noi. Rubiamo i fondi alle intelligenze superiori. E in questo siamo anche supportati dallo Stato, che vuole assecondare silente la nostra perversione, ideando opinabili riforme per farci insegnare, prima o poi. Perché gli umanisti o fanno questo o sono considerati dei falliti.

Avete presente la comunicazione, la cultura e tutti gli ambiti in cui potreste lavorare? Scordateveli. Saranno gli ingegneri a guidare con zelo i turisti nei musei, o forse qualche letterato straniero, ma non voi. Saranno i fisici a parafrasare Dante ai vostri figli. Nella migliore delle ipotesi, se siete poveri sarete visti come uno scarto della società, mentre se siete ricchi farete i bohemien in giro per il mondo.

Eppure un ricordo mi chiama da lontano: non erano il valore e la capacità a fare la fortuna dell’uomo? Ma no, forse mi sbaglio. È roba da antichi. Sepolta e superata. Qui vige il darwinismo, cari amici letterati, e noi, secondo l’ignoranza vigente, siamo le giraffe con il collo corto.
E quindi grazie a Stefano Feltri che, dall’alto della sua laurea in Economia, ci ha aperto gli occhi come un profeta, palesando ai nostri genitori l’inutilità della nostra istruzione umanistica, salvando le future generazioni dallo spreco di denaro, offrendo ai noi poveri letterati quelle risposte, permeate di roboante pregiudizio, che da sempre aspettavamo.
Alessia Pizzi

Cinque curiosità (più o meno inquietanti) su Londra

0

Cosa vi viene in mente quando pensate all’Inghilterra?

Shakespeare, i Beatles, l’immortale regina Elisabetta, l’antipatica sterlina, la pioggia, il tè, il volante a destra, Il principe George ti disprezza
L’Isola britannica effettivamente ha più di qualche stranezza da scoprire. Ecco una TOP FIVE di alcune peculiarità londinesi, scoperte in un recente viaggio:

– INDICAZIONI STRADALI PER NON MORIRE SPIACCICATI SULL’ASFALTO

La guida “a rovescio” anglosassone disorienta praticamente tutti gli stranieri nell’attraversamento della strada. Per questo gli inglesi, così formalmente e fastidiosamente gentili, si sono attrezzati offrendo indicazioni scritte ai semafori. E’ inevitabile, vedendo queste direttive sull’asfalto, pensare che qualche sbadato sia rimasto vittima dei sensi contrari… 

– STRISCE PEDONALI? SOLO A ABBEY ROAD

Le strisce di Abbey Road sono uno dei pochi esempi di Zebra Crossing rimasti a Londra. Il modello zebrato, inaugurato nel lontano 1951 e reso famoso negli anni Sessanta dalla copertina dell’album beatlesiano, col tempo è stato sostituito dalle Panda Crossing (triangoli alternati bianchi e neri) e poi dalle Pellican Crossing: circolando a piedi, infatti, è più comune incontrare i puntini bianchi che limitano le strade da attraversare, piuttosto che le strisce bianche. A quanto pare le nostre amatissime zebre si sono “estinte” negli ultimi anni, perché non venivano rispettate dai guidatori, e sono state sostituite dai semafori con i sensori, o meglio dalle Puffin Crossing.


– LONDRA COME NAPOLI?

Gli inglesi sono famosi per la precisione. Fanno la fila indiana anche per salire sull’autobus…e guai a non rispettarla! Estendendo la loro diligenza alla cura dell’ambiente, hanno adibito esplicitamente dei secchioni per gettare i bisogni degli amici a quattro zampe. Nonostante ciò, il problema dell’immondizia ha colpito anche Londra, che in alcuni angoli della città è sommersa dalle buste della spazzatura.

– IL MAL DI STOMACO, QUESTO SCONOSCIUTO

Se state male di stomaco, rassegnatevi alla sofferenza: chiederete skinny chicken e ve lo porteranno marinato col burro, proverete speranzosi la soup of the day e ci spalmeranno sopra il burro, proporrete supplicanti un panino senza salse e vi diranno che è impossibile realizzarlo… anche nei pub gestiti da italiani. Insomma, il mal di stomaco in Inghilterra non esiste. Se volete stare leggeri, bevete il tè e BASTA. Quello non manca dal 1657, quando la Garway’s Coffee House di Londra lo vendette per la prima volta.

– L’ISLAM CI CONQUISTERA’

Non sono atipiche le proteste della comunità islamica, che a Londra è pari al 4,4% della popolazione totale: interessante la freddezza british anche nel contenere i manifestanti, soprattutto dopo che un recente sondaggio della BBC, commissionato all’istituto ComRes, ha rivelato che oltre un quarto (il 27%) del campione di mille musulmani britannici intervistati «comprende i motivi dietro all’attacco a Charlie Hebdo a Parigi» condotto dai fratelli Kouachi il 7 gennaio scorso. Senza dubbio gli italiani di fronte al cartello “L’Islam conquisterà est e ovest” non avrebbero reagito con la stessa compostezza anglosassone…
Alessia Pizzi

Poetesse famose dell’antichità, oggi dimenticate, tra pregiudizi e verità

2

“Di scrittrici ce ne sono state molte, alcune ricordate altre dimenticate, ma è dalla seconda metà dell’Ottocento che la donna scrittrice mette da parte la vita, le relazioni, i sentimenti per dedicarsi al mondo.”

Così la collega Federica Colantoni introduce su Cultora.it un elogio della scrittura femminile, presentando l’ampliamento delle tematiche muliebri da un punto di vista ristretto, quello privato, a uno più ampio, che sfiora le questioni coeve, letterarie e socio-politiche.
 
Se c’è un caposaldo nel pregiudizio concernente la scrittura femminile è proprio quello che vuole vedere le autrici parlare di “cose da donna“. Per questo motivo molte di loro sono state spesso definite dalla critica “virili” o “mascoline”, quando il loro genio non faceva vibrare le corde del sentimentalismo.
 
Con tristezza affermo che quei corsi e ricorsi storici di cui parla Polibio, facilmente riscontrabili, ad esempio, nella letteratura latina che emula quella greca, e in quella italiana che le riprende entrambe, difficilmente risultano tangibili nella scarna tradizione letteraria femminile.
 
Questo filone secolare è stato censurato dai canoni letterari imposti dalle politiche patriarcali, che hanno ammutolito a lungo i canti delle donne. Lo stesso Euripide fa affermare al coro di Medea, che solo un piccolo gruppo di donne non è stato estraneo alle Muse (vv. 1080 e ss.).
 

Poetesse famose dopo Saffo: Anite, Nosside, Erinna

 
Arrivo dunque al punto. Il caso dell’Ottocento non è che il ricorso dell’antichità classica, dove possiamo ipotizzare proprio due filoni di ispirazione femminile: quello lanciato da Saffo di Lesbo, che predilige un io soggettivo e volutamente muliebre, ripreso dalla poetessa Erinna (IV sec.?) e dall’epigrammista ellenistica Nosside di Locri, le cui rispettive sensibilità poetiche si rivolgono alla vita in casa, ai templi, e alle cerchie femminili, e quello inaugurato da Telesilla di Argo, autrice classica di poemetti mitologici e inni, emulata con molta probabilità dalle poetesse vaganti di età ellenistica e dall’epigrammista Anite di Tegea.
 
Le prime, le “cantrici” di III secolo circa (solo in questo secolo, peraltro, viene attestato per la prima volta il termine “poetessa” al femminile), dopo un’epoca di reclusione per le donne, godono appieno dello sgretolamento della rigida polis e iniziano a vagare per le sedi greche come performers, ottenendo privilegi pari a quelli dei colleghi uomini, tra cui compensi in denaro.
 
Le loro composizioni “impegnate”, ricordate dalle epigrafi onorarie rinvenute nelle città che le ospitarono, concernevano la celebrazione storica e mitologica delle gesta dei rispettivi popoli. La più importante tra loro fu Aristodama di Smirne. Avete idea di cosa volle dire per le “donne dalle bianche braccia” poter girare il mondo in tournèe?
 
L’altra, Anite, vissuta in quell’Arcadia di cui celebra le bellezze bucoliche, per la sua ispirazione epica è stata persino denominata l’Omero femmina:

Il tuo valore Proarco ti uccise nella mischia e la tua fine
gettò in tetro lutto la casa del padre Fidia; ma sopra di te
la pietra canta questo messaggio bello: moristi combattendo
per l’amata patria. 
(A.P. VII 724)

 
Per concludere, non è propriamente nell’Ottocento che la donna si appropria per la prima volta del mondo esterno: con sfumature diverse è già accaduto molti secoli prima, ma nessuno lo ricorda, sia per la frammentarietà delle opere di queste donne, sia per la difficoltà che la critica passata e odierna riscontra nel considerare queste figure, le cui scelte poetiche, spesso innovative, sono diventate famose col nome di qualcun altro, di sesso maschile.
 
Molto avrei ancora da dire su questi profili, ma il mio, come quello della Colantoni, è solo un pezzo da aggiungere al puzzle incompleto della letteratura femminile. A noi donne contemporanee non resta che unire le nostre voci per ricordare quelle antiche, inghiottite dalla storia e dal pregiudizio.
 
Per maggiori informazioni su Anite, Nosside ed Erinna vi lascio un mio intervento qui sotto e vi rimando alle voci che ho compilato sull’Enciclopedia Delle Donne, frutto degli studi per la mia tesi di laurea sulle voci femminili dell’antichità.
 
Alessia Pizzi

Nosside, le poesie più famose

Il Curriculum del Lettore, Libro Maestro di Vita

0

Online, cartaceo, Europass o personalizzato: oggi il Curriculum Vitae, noto anche come “CV”, è un elemento imprescindibile nella vita di ogni individuo.

Un biglietto da visita, da rendere appetibile in tutti i modi possibili agli occhi di chi non ci ha mai visto e sta per giudicarci. Esaminarci. Assumerci?
Nell’universo dei blog rivolti alla cultura è nato un nuovo trend, lanciato da ParoleOmbra, ovvero quello di stilare il Curriculum del Lettore. Come sottrarsi a una sfida così allettante? Il libro, cartaceo o digitale che sia, ha sfidato i secoli dei fragili papiri e dei roghi inquisitori. Il libro forma le menti con un’eredità scritta che si protrae per generazioni. Gli amanti della lettura vivono l’esperienza come un atto sacro, un rito quotidiano. Sulla metro, scomodi e in piedi, in pausa pranzo, sul tapis roulant, il libro o la sua versione meno romantica (l’e-reader), subisce gli spiegazzamenti delle orecchie e gli urti, i rovesciamenti delle bottigliette d’acqua e le dita sporche di trucco. Vive con noi lettori, compagno di vita insuperabile. Un Curriculum del Lettore allora serve. Serve a raccontare sì, una storia evolutiva personale, ma anche a diffondere la propria esperienza per aiutare gli altri a trovare le risposte che cercano, spesso proprio nei libri.

Il mio #CurriculumDelLettore

Molto piccola ho iniziato con la mitologia, mi sono innamorata di dèi ed eroi, di oracoli e lunghi pepli. Da più grandicella ho sognato con Viaggio al centro della terra (Jules Verne) e Piccole Donne (Louisa May Alcott), unendo la mia curiosità per il mondo delle scoperte a quella per le declinazioni squisitamente femminili.
In adolescenza, avida d’amore, ho sospirato con Fosca di Tarchetti e Cronache di poveri amanti di Pratolini. E i tesori dell’antichità, da Omero a Saffo, li ho baciati anche da moderni, con le Memorie di Adriano (Marguerite Yourcenar) e Itaca per Sempre (Luigi Malerba). Nel frattempo, ho lottato con Antigone (Sofocle) e sofferto con Medea (Euripide). Dell’intensa “fase Coelho”, i cui libri sono un po’ come le canzoni di Gigi d’Alessio (dopo un po’ tutte uguali), restano lo Zahir e Veronica decide di morire.
Ventenne, sviluppo un’intensa passione per l’universo femminino, supportata da Orgoglio e pregiudizio (Jane Austen) e Una stanza tutta per sé (Virginia Woolf). Con la crescita arriva la crisi, e con essa La principessa che credeva nelle favole (Marcia Grad Powers) e Con te o senza di te (Osho). Dopo un decennio di classici greci e latini inizio a lavorare nel marketing e scatta la curiosità nei confronti dei contemporanei: tra tutti restano Christa Wolf con Cassandra e José Saramago con Cecità.
 

To be continued…

***
Alcuni li teniamo stretti nel cuore, altri li perdiamo negli angoli della vita. A volte abbiamo letto con zelo, a volte con immensa fatica. Fatto sta che la lettura resta una passione radicata, una devozione assoluta verso quel maestro di vita che è il libro.
 
Alessia Pizzi

Facebook, scegli l’erede del tuo profilo in caso di decesso

0

Più di un miliardo di persone possiede un account Facebook all’interno del quale, con molta probabilità, ha postato le proprie foto, i propri stati d’animo e i relativi dettagli personali.

Lo Tsunami digitale che ci ha travolto negli ultimi anni non ha lasciato all’umanità il tempo per elaborare la complessità del cambiamento sociale che deve affrontare. La privacy è diventata ormai molto relativa, ma comunque c’è ancora chi tenta di salvaguardarla.
Proprio su Facebook è apparsa una strana impostazione, che consentirebbe di scegliere il proprio “erede” social. Andando su Impostazioni-Sicurezza, avrete la possibilità di scegliere chi dovrà prendersi cura del vostro account post mortem.

La notizia in un primo momento fa sorridere perché i social network sono come un giocattolo per noi, ma non è poi così assurda. Il problema non ce lo siamo mai posto perché attualmente chi utilizza questi mezzi sa usare il computer e quindi fa parte di una fetta di popolazione relativamente giovane.
Non conosciamo le sorti future di Facebook, ma senz’altro conosciamo la caducità della vita umana. Trovo un po’ macabro che gli account dei deceduti rimangano online, soprattutto per i parenti. Quindi è giusto che sia delegato qualcuno per gestire il profilo o eliminarlo.
Già, perché Facebook offre una duplice scelta: lasciare in gestione (limitata) l’account all’erede, oppure cancellare il profilo. Brrrrr!!!!!!!
A questo punto non so se dobbiamo aspettarci delle partnership Facebook-Inps o Facebook- Anagrafe per il futuro prossimo. Ma, considerando il funzionamento medio dei servizi in Italia, forse è meglio scegliersi un erede digitale, una persona di fiducia. Così, giusto per stare tranquilli e non rivoltarsi nella tomba.

Alessia Pizzi

Le poesie di Wallada bint al-Mustakfi per la prima volta in italiano con Fusibilia

FusibiliaLibri pubblica per la prima volta in Italia la traduzione delle poesie di Wallada bint al-Mustakfi, poetessa dell’XI secolo vissuta nei territori arabo-spagnoli.

Il volumetto, dal titolo Cammino orgogliosa per la mia strada, comprende anche i lavori delle sue allieve ed è frutto del lavoro di Claudio Marrucci e Antonio Veneziani.

La biografia di Wallada nella storia di Cordova

Cordova è stata per 700 anni la capitale araba dell’Andalusia: dal 755 al 1942, anno della riconquista cattolica, ha incarnato l’emblema dell’integrazione e del cosmopolitismo da un punto di vista etnico, religioso e sociale. La cultura era il fiore all’occhiello di questa realtà, tanto che la biblioteca realizzata dal Califfo Alhakén II veniva paragonata a quella di Alessandria d’Egitto, per il numero di volumi e per la presenza di figure letterarie di ampio prestigio.
 
Nel pieno della guerra guerra civile in al-Andalus nacque Wallada bint al-Mustakfi, figlia di Muḥammad III al-Mustakfi, uno degli ultimi califfi Omayyadi di Cordova: siamo nel 1001. In un clima di forte apertura nei confronti di tutti, comprese donne e omosessuali, la principessa divenne famosa come educatrice di nobildonne e poetessa, tanto da guadagnarsi l’appellativo di Saffo Andalusa. 
 
A differenza della poetessa di Lesbo, però, abbiamo molte informazioni biografiche su di lei: sappiamo che visse la decadenza del suo potere sfidando la società. Si dice che, abbandonato il velo, indossasse vestiti trasparenti e ricamati coi versi delle sue poesie. Questo non le risparmiò dure critiche, ma non le impedì di portare avanti le sue idee, che si fece cucire persino sulle maniche della veste:
 
Sono stata creata da Dio per la sua gloria,
ma cammino orgogliosa per la mia strada.
Sulla mia guancia comandi pure l’amante,
i baci li offro invece a chiunque li desideri
 
Celebre divenne la love story con Ibn Zaydun, il consigliere di corte della famiglia rivale dei Banu Yahwar. La loro corrispondenza amorosa passerà alla storia come uno degli esempi più felici della lirica araba. Il fatto, inaspettatamente, ci tocca da vicino: certa critica ha infatti sottolineato le affinità tra questi versi e quelli dello Stilnovo, che, come è ben noto, si ispirava alla scuola siciliana, emula della poesia provenzale. Indovinate dove venivano mandati a studiare all’epoca i nobili provenzali? Proprio a Cordova, per la sua fama di città culturale. Quando papa Innocenzo III bandì una crociata contro gli albigesi, molti provenzali si rifugiarono proprio in Sicilia, portando con sé il prestigioso bagaglio culturale. Un filo invisibile, dunque, sembra collegare il nostro Dante a Wallada!

Le poesie di Wallada

 
Tornando ai love affairs, finirono molto male quando Ibn tradì Wallada, non si sa se con un uomo o una schiava.
 
Sono gelosa per colpa tua, 
sono gelosa di qualsiasi occhio ti sfiori; 
sono gelosa di te, del tuo tempo e del tuo spazio. 
Se ti nascondessi nei miei occhi, 
fino al giorno del Giudizio Universale, 
non sarebbe abbastanza, 
perché la mia gelosia non cesserà mai
 
La poetessa, allora, entrò in contatto con il visir Ibn Abdus, rivale dell’ex amante, che gli fece confiscare tutte le terre per amore di Wallada. La donna visse con il visir fino alla sua morte, ma non lo sposò mai.
 
Ci sono pervenuti nove componimenti della sua produzione; sembrerebbe un piccolo numero ma, considerando l’imbarazzante silenzio femminile nella storia letteraria – dovuto non di certo alla mancanza di genio poetico – l’eredità di Wallada è un piccolo tesoro da conservare e apprezzare, da oggi, finalmente, anche in italiano.
 
Se gli amanti giurassero 
di essere morti di mal d’amore 
il giorno della separazione, 
non giurerebbero il falso. 
Gli umani, quando si dividono 
dopo essere stati uniti, muoiono, 
se gli amanti, però, 
tornano insieme, resuscitano.

Confronto veloce con Saffo

 
  • Il nome di Wallada significa “colei che dà alla luce”, ma sappiamo che non fu mai sposata, né ebbe figli. Conosciamo invece la figlia di Saffo e siamo incerti su chi fosse suo marito.
  • Saffo insegnava la raffinatezza alle future spose greche, forse con sfumature omoerotiche. Wallada aprì un circolo letterario in cui accoglieva anche ragazze umili a cui insegnava la letteratura. Alcune di loro hanno scritto anche versi omoerotici.
  • Sono entrambe due voci femminili con profonda autocoscienza poetica e fanno parte del piccolo gruppo di donne emerso dalla Storia “al maschile” tramandata dal canone. 
  • Non sappiamo come Saffo sia emersa dal silenzio femminile (molto ci si è interrogati sulla società di Lesbo dell’epoca), mentre sappiamo che la società andalusa di Wallada concedeva alle donne molte libertà, tra cui quella di essere istruite.
 
 
Alessia Pizzi
Ho pubblicato parte di questo articolo anche su Cultora.it
 
 


Vuoi saperne di più sulle poetesse dimenticate?

Ad Ottobre arriva nelle sale Maryl Streep con “Suffragette”

0

La camaleontica Maryl Streep torna sotto i riflettori nei panni della leader delle suffragette, ovvero Emmeline Pankhurst, nella pellicola Suffragette.

L’ho conosciuta come attrice da bambina, quando su Rete4 non facevano che mandare in onda La casa degli spiriti, film tratto dall’omonimo romanzo. Gli anni Novanta in cui sono cresciuta l’hanno resa la regina delle serate di Canale5 con La morte ti fa bella, e nei cosiddetti anni Zero ha spopolato con Il diavolo veste Prada. In Mamma Mia ha dimostrato altri talenti, ma il film non mi è piaciuto…l’ho trovato un po’ buonista. Recentemente mi sono innamorata de I ponti di Madison County. Donne, se volete farvi del male psico-fisico, vedetelo.
Ma torniamo alle nostre femministe: la storia vuole che, una notte, la baby suffragetta Emmeline sentì suo padre darle la buonanotte aggiungendo: Se solo fossi maschio… Non c’è da stupirsi se la mente della ragazzina sviluppò degli ideali ribelli in materia.Fatto sta che lei e suo marito, l’avvocato Richard Marsden Pankhurst, combatterono molto per i diritti delle donne, specialmente quelli inerenti il suffragio.
La pellicola che omaggia queste vicende è diretta dalla regista anglosassone Sarah Gavron ed è ambientata nell’Inghilterra vittoriana. La protagonista, Maud, è una donna semplice che lavora fin da bambina in una lavanderia e che viene coinvolta in un movimento di emancipazione femminile: la sua vita cambierà grazie al contatto con le donne del gruppo, determinate a lottare per ottenere l’anelato diritto al voto. Ad ottobre 2015 ci aspetta una nuova versione della Streep, da amare senz’altro. A quanto pare si è già calata nei panni della suffragetta visto che lo scorso febbraio ha scritto una lettera ai membri del Congresso Americano per rilanciare la battaglia femminile:
«Scrivo per chiedervi di combattere per l’uguaglianza, per vostra madre, vostra figlia, vostra sorella, vostra moglie o voi stessi, sostenendo attivamente l’emendamento sulla parità di diritti».
Alessia Pizzi

La Valigia: Uomini VS Donne. Ataviche nevrosi

0
Chi mi conosce sa quanto mi divertano le questioni di genere, specialmente quando si tratta di riderci un po’ su: sfatiamo il mito delle femministe acide e accettiamo il fatto che ci sia qualcuno al mondo che riesce a vivere con autoironia la primordiale contrapposizione tra uomo e donna.

Nell’infografica che trovate sotto vengono riportate delle simpatiche statistiche sul “Caso Valigia”, confrontando le tendenze dei due sessi. Uno dei dati afferma che Le donne mettono in valigia 44 vestiti rispetto ai 14 capi degli uomini.

Dovrete ammettere, però, che molti maschietti hanno nell’armadio tre magliette e tre pantaloni in totale…va bene che fa parte del loro fascino CASUAL, ma a volte si presentano con temibili abbinamenti, della serie: giacca di una tuta e pantalone di un’altra,  strisce laterali cozzanti, mix di quadri e fantasie floreali.

…HO VISTO COSE CHE VOI UMANI! 
Da questo insormontabile gap squisitamente maschile scaturisce l’innato desiderio femminile di preparare la valigia al partner (VADE RETRO, SATANA!). Il 51% delle donne è afflitta da questo male. Ma un po’ le capisco: dopo tante ore passate a truccarsi, imbellettarsi, e ad abbinare capi di abbigliamento non possono concepire di uscire con un uno che sembra Alvaro Vitali nelle vesti di PierinoQuando le fidanzate diventano mogli e poi mamme, cosa succede? Le abitudini sono dure a morire e il male diventa ereditario: il 62% delle donne fa la valigia anche ai propri figli, con un contributo del 7% da parte dei partner. C’era da aspettarselo con questi presupposti, no? Allora penso ci sia un’altro dato, non considerato da questo contenuto, che dovrebbe spaventare l’intera umanità: moltissimi “bambini” di sesso maschile ormai belli cresciuti si fanno fare ancora la valigia dalla madre
Ma questo le statistiche si rifiutano anche solo di prenderlo in considerazione…
Fonte: Ibis
Alessia Pizzi

“Arcipelago Donna”, rassegna al femminile dell’Estate Romana 2015

0
L’ESTATE ROMANA 2015 si colora al femminile con Arcipelago Donna. Giovani officine di impegno civile. La rassegna, arrivata alla seconda edizione, animerà il Parco Collina della Pace dal 25 Luglio al 4 agosto.
Vi segnalo con piacere gli appuntamenti, se anche voi volete combattere questa torrida estate a colpi di teatro, musica e danza!
Sabato 25 luglio alle 21, “Angelica”: una comica ripetizione della morte in scena.
Domenica 26 luglio, “Donne e Mafia”: storia delle donne promotrici della legalità, in quanto compagne di chi ha combattuto la mafia.
Lunedì 27 luglio, “Frida AM I-Primo Studio”: La Danza contemporanea della compagnia Atacama, Libera di essere quello che voglio. Io ci sono, esisto e sono viva, io sono Frida.
Martedì 28 luglio, “Donna non rieducabile“, memorandum teatrale di Anna Politovskaja”giornalista russa nota per il suo impegno sul fronte dei diritti umani.
Mercoledì 29 luglio, “Ogni volta che guardi il mare”: storia di una madre che vuole proteggere sui figlia dall’illegalità.
Venerdì 31 luglio, “Eredità di Eszter”: storia di due gemelle, opposti archetipi di femminilità.
Sabato 1 agosto, un omaggio alla musica, agli anni sessanta e alle donne. Miranda Martino si esibirà riunendo le più belle canzoni dei suoi tre spettacoli: “Napoli senza tempo”, “I miei anni ‘60”, “Le donne di Brecht, Viviani e le altre”.
Domenica 2 agosto, “Le Beatrici”: cliché femminili vengono smontati in modo ironico e graffiante dando vita a donne che scoprono la propria natura più profonda.

Lunedì 3 agosto, messa in scena di “Tony Pagoda. Ritorno in Italia” di Paolo Sorrentino.
Martedì 4 agosto “Materiali per Medea”: un tentativo di ricerca di rappresentazione di ciò che è oscuro, incomprensibile e sfugge al realismo di un personaggio.

Alessia Pizzi

Glenn Cooper piace a tutti. Tranne al suo paese d’origine!

0
Alla ricerca di notizie su uno degli autori che sta letteralmente dominando il mercato libresco italiano, ho scoperto qualcosa che mi ha fatto sentire meno diversa dagli altri esseri umani: Glenn Cooper agli americani non piace, o almeno, non quanto agli europei.
Partiamo dall’inizio: solitamente non leggo autori considerati fenomeni di massa finché non passano di moda, nel caso del signor Cooper, però, sono stata deviata dalla sua professione di archeologo.
In quanto amante dell’antichità, sono stata attirata dall’idea di gialli storici. Così, entrata in una delle tante Feltrinelli, dove tutti i suoi libri sono sbattuti sugli stand principali, ho comprato il primo figlio, La Biblioteca dei Morti.
Che dire, senz’altro una storia originale e un finale che non delude. Ma il libro è davvero difficile da mandar giù e non di certo per la sua complessità.
A parte alcune sezioni, la lettura è molto lenta e crea davvero poca voglia di riaprire il libro appena si ha un attimo di tempo libero. Almeno questo è il mio standard per realizzare se effettivamente un libro mi piace oppure no.
Dopo la lettura, sono rimasta perplessa dagli epiteti attribuiti all’autore, tipo il guru del thriller ecc. E visto che piace a tutti, come al solito mi sono posta delle domande, del tipo: sarà che non l’ho capito a fondo questo scrittore?
Così, alla ricerca di informazioni su quel palinsesto di risposte infinite che è il web, ho trovato la quella insperata: a quanto pare Glenn ha conquistato l’Europa, nella fattispecie Italia, Germania, Spagna e Inghilterra, dove i suoi romanzi sono diventati dei veri e propri bestsellers, mentre in America, patria natale dell’autore, non sono poi stati venduti così tanto.
Dulcis in fundo, uno degli ultimi scritti,Dannati, addirittura sarebbe uscito in anteprima nazionale nel nostro paese! Dettaglio non di poco valore…
E allora ecco, ho lo spirito americano, non è che non ti voglio apprezzare Glenn.
Davvero, nothing personal.


Alessia Pizzi

Un tempo c’era l’Horror, oggi (purtroppo) c’è Babadook

0
C’è stato un tempo per i bei film dell’orrore e un tempo in cui le pellicole mediocri celavano i propri limiti dietro un titolo allettante. Il predestinato. Le Origini del male. Eccettera eccetera eccetera.
L’età dell’oro e la sua imitazione sono ormai concluse se un film come “Babadook“, anche solo per il titolo, può essere considerato l’horror dell’anno.
Lungi da me arrogarmi le qualità di una critica di cinema, ma da cultrice e conoscitrice dell’Horror sono certa che il film dell’australiana Jennifer Kent non può davvero essere considerato un fiore all’occhiello di tale genere cinematografico.
Partiamo dalla trama: una mamma rimasta sola soffre profondamente la morte del marito e si ritrova a crescere un figlio di sei anni. Stanca dell’iperattività anomala del proprio pargolo, decide di attribuire le sue stranezze a qualche malattia mentale, piuttosto che credere che un libro stregato abbia liberato una temibile entità, che minaccia la sua vita e quella del bambino.
Già dalla foto potete capire quanto può far paura Babadook, che sembra la versione EMO di Papà Gambalunga: alto, magro e col cilindro in testa.
Fatto sta che il mostro si impossessa della madre e sarà il prode figlio a salvarla (con trappole escogitate meglio di MacGyver). Morale della favola, il duo riacquista la serenità solo quando Babadook, spaventato e sconfitto dal potente acuto della madre, si rifugia in cantina per sempre. 
Ma state tranquilli, verrà sfamato dall’allegra famigliola con una sana dieta a base di vermi! La mamma ha addomesticato il mostro, in pratica. GIRL POWER.
Ora, perdonate l’ultima dei romantici, ma non potete considerarlo l’Horror dell’anno. Senz’altro la regista indaga la psiche femminile, mettendo in luce gli stati d’animo di una donna sola che non trova neanche due minuti per finire la sua pratica col vibratore (una delle scene migliori di questo CULT HORROR), ma da qui a dire che è un vero film dell’orrore ce ne vuole.
Piuttosto sembra una favola moderna, molto inquietante. Suspense zero, coinvolgimento reso impossibile dall’ambiente borghese molto british.
E a pensarci bene, mi inquietavano di più le sopracciglione di Judy Abbot, la mocciosa di Papà Gambalunga.
…BOCCIATO!
Alessia Pizzi

Al via la terza edizione di EscaMontage Film Festival Itinerante

0
Lo scorso 19 luglio, presso la Sala Conferenze dell’Archivio Storico di Bracciano (RM), è stata inaugurata le terza edizione di EscaMontage Film Festival Itinerante, manifestazione culturale nata per unire varie forme d’arte, oltre al cinema. 
La coppia Iolanda La Carrubba – Sarah Panatta ha ricordato che questa è solo una delle espressioni dell’associazione culturale EscaMontage, all’attivo con collaborazioni artistiche, un magazine, e addirittura una casa editrice, per dare ampio spazio agli artisti e offrire loro supporto e serietà.
Durante il primo incontro è stata presentata la silloge poetica “Chiaro inchiostro” di Massimo Pacetti, edita proprio da EscaMontage. Dopo una breve presentazione da parte dell’autore e un commento della poetessa Tiziana Marini, curatrice della prefazione, si è passati al reading poetico. Presenti all’appello Dona Amati, Mariagrazia Garbarino, Ugo Magnanti, Marco Onofrio, Roberto Piperno e Alessandra Carnovale. Ad inframezzare le letture poetiche le musiche del cantautore Amedeo Morrone.
 

 

Vi starete chiedendo cosa mi ha portato fin qui… sono stata attirata da una delle performer migliori che conosco, Dona Amati, e dalla sua lettura di Akiko Yosano. Ovviamente si tratta di una di quelle poetesse semi sconosciute che piacciono a me: giapponese, vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento, autrice di tanka erotici.

Per punire

gli uomini dei loro peccati infiniti

Dio mi ha dato

questa pelle chiara

questi lunghi capelli neri.

Informazioni sul Festival e prossimi appuntamenti:
Alessia Pizzi

Continuano gli “Omicidi Culturali”: chiude anche il Teatro Due?

Arriva come un fulmine a ciel sereno la notizia della possibile chiusura del Teatro Due di Roma. Un’informazione che lascia perplessi come la comunicazione di un fatto inspiegabile e inaspettato. Il teatro, sito nel Vicolo dei Due Macelli 37 a Roma, ha ravvivato per tutto l’anno la città con una stagione ricchissima e variegata. Ultima chicca, terminata un paio di mesi fa, il DOIT Festival.
Per dirla in breve, il MiBACT non avrebbe intenzione di finanziare più il teatro, perché non idoneo al nuovo regolamento per lo spettacolo dal vivo, specialmente in termini numerici. L’estate 2015 continua a mietere vittime, dopo i teatri Tor Bella MonacaQuarticciolo e Scuderie di Villino Corsini, è dunque la volta del Teatro Due. Ho avuto l’onore di seguire la sua attività per tutto l’anno e non riesco a capacitarmi più di queste dinamiche brutali. L’arte è per antonomasia un’espressione che non può limitarsi semplicemente a questioni di bilancio. Tutto il centro di Roma è ricco di piccoli teatri che lavorano duramente e costantemente, portando in scena spesso performance migliori perfino rispetto ai “colossi”. Io e la mia ex redazione (Tribuna Italia) abbiamo seguito praticamente tutti gli appuntamenti. Li abbiamo supportati, li abbiamo apprezzati. Quindi vi lascio le prove della precocità di questa “morte”, soprattutto a livello di promozione e dinamismo:
Mi chiedo, con un po’ di perplessità, se, una volta confermata, la notizia sarà diffusa. La chiusura dell’Eliseo (che tra l’altro riapre i battenti proprio quest’anno) fece grande scalpore illo tempore, ma si trattava di un teatro molto conosciuto. 
Sembra che ai piani alti importi poco delle realtà minori, che invece scaldano i cuori di tanti cittadini appassionati di teatro. Con una sforbiciata crudele si taglia rapidamente, mentre la signora Cultura continua ad incarnare, sconsolata, il capro espiatorio del nostro “Bel” Paese.
Un’Ifigenia sacrificata sull’altare del menefreghismo.
Alessia Pizzi

Torna in scena l’universo femminino con Mosaico di Donna – Vetustà

0
Non so di preciso come è accaduto, ma un giorno mi sono innamorata dell’universo femminile. Come un martello nella mia testa, sentivo la forte esigenza di saperne di più sulle donne antiche, o meglio, di capire che fine avessero fatto tra meandri della nostra storia.
Così, quando mi gettai a capofitto nella scrittura di una tesi sulle donne nell’antica Grecia, ebbi la possibilità di mettere le mani sui tomi della biblioteca Bodleiana di Oxford, scrigno dei Gender e degli Women’s Studies.
Solo un paio di anni fa, gli studi sulle donne erano appalto dell’ambiente accademico anglosassone e io speravo di poter contribuire – nel mio piccolo – a portare la ricerca anche in Italia.
In questo biennio ho constatato con enorme gioia che il nostro Paese, comunemente retrogrado, sta ampliando la propria panoramica in fatto di donne.
La cultura è stata e continua ad essere, concedetemi il termine, la “prima donna” della situazione. Basti ricordare le mostre fotografiche dedicate ai ruoli delle donne, come quella organizzata dal MLAC dell’Università La Sapienza di Roma, o quella di Sheila McKinnon sulle spose bambine.
Tra tutti i teatri capitolini, il Teatro Due è stato quello più attento alle tematiche femminili, ed è proprio grazie alla loro addetta stampa Angela Telesca che ho avuto il privilegio di recensire lo spettacolo di Cecilia Bernabei, Mosaico di Donna – Vetustà.
L’atto unico mette in scena alcuni personaggi storici tutti al femminile, come Penelope e Messalina, proponendo allo spettatore delle forti riflessioni sulla società passata e su quella odierna, al fine di mettere in luce molti pregiudizi e stereotipi radicati nell’immaginario comune da secoli.
Se volete un giudizio complessivo sull’opera, vi rimando alla mia recensione
Scrivevo:
Lo spettacolo denuncia gli stereotipi muliebri tramandati e invita al superamento del pregiudizio. Il testo è magistrale: presenta al pubblico i luoghi comuni e le relative confutazioni, suggerendo senza appesantire, molte riflessioni sulla società.” 
In questa sede, però, non è tanto la giornalista a scrivere, quanto la storica, la donna: questo spettacolo arriva dritto al cuore. Unisce le donne antiche a quelle moderne con un filo invisibile, offrendo una chiave di lettura a molti dei dissidi che ancora ci affliggono.
L’opera torna in scena il 25 e il 26 luglio, ospite della manifestazione Arene di Roma – nonsolocinema. Per chi se la fosse persa la scorsa primavera, ne lascio un assaggio:

«Non apparire mai superiore ad un uomo: questo è l’unico peccato che mai potrà essere condonato. I giochi di equilibrio tra ciò che dovremmo essere agli occhi esterni e quello che siamo nel profondo del cuore, ci hanno reso combattive, risolute, capaci di qualsiasi gesto. Non conta quello che la storia tramanda: conta ciò che siamo state per noi stesse; conta ciò che abbiamo fatto per proteggere e custodire quel che andava tutelato» 

(Dal monologo di Costanza d’Altavilla in “Mosaico di Donna-Vetustà”)
Informazioni:
25 luglio Chiostro di San Pietro in Vincoli – ore 21:00 – Ingresso € 5,00 26 luglio Piazza Vittorio Emanuele – ore 23:00 – Ingresso gratuito Info: 370.1359966 www.arenediroma.com
Ufficio stampa: Angela Telesca ufficiostampa@chiupiuneart.it 320.8955984


Alessia Pizzi

Epitaffi: dalla pietra al libro, dal libro alle… panchine!

1

Ricordate la panchina nel film Notting Hill, quella con la frase incisa che Julia Roberts legge a Hugh Grant?

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]“Per June che amava questo giardino, da Joseph che le sedeva sempre accanto”[/dt_quote]
Il bello dell’Inghilterra sta nel presentare in ogni angolo panchine così e non solo in giardini altolocati come quello del film. Per quanto l’idea della frase rivolta “al morto” possa sembrare inquietante, mi sembra una piccola rivincita romantica per questo popolo tacciato continuamente di freddezza.
L’incisione su panchina è interessante se si considera che il genere dell’epitaffio, ovvero la dedica ai deceduti, nasce come epigrafe, ovvero incisione su lapide.
Tale genere diviene letterario, ovvero passa dalla pietra al libro, solo nel III secolo a.C., con l’arrivo di poeti epigrammatici che scrivono epitaffi per sconosciuti, amici, animali e addirittura per se stessi.
[dt_divider style=”thin” /]

Dalla pietra al libro, si diceva, e dal libro al legno. Corsi e ricorsi degli epitaffi.

Anche come prodotti di raffinata letteratura gli epitaffi erano dei brevissimi componimenti che nel corso dei secoli si sono sviluppati addirittura come lamenti per il defunto. Nel caso dell’epigramma in morte del grillo, che ci regala la poetessa ellenistica Anite, la fortuna del genere fu immensa: basti pensare che lo stesso Catullo scriverà dei teneri versi per la morte del passer di Lesbia. Tanto basta per confermare il gradimento del topos letterario da parte non solo dei greci, ma anche dei latini.[dt_divider style=”thin” /]

A un grillo, usignolo dei campi 
e a una cicala, ospite delle querce,
piangendo molte lagrime infantili, 
una tomba comune fece Miro. 
Ade crudele le strappò di colpo 
i suoi amati balocchi.
Anite di Tegea, III sec. a.C.
[dt_divider style=”thin” /]
La caratteristica principale degli epitaffi di questa poetessa risiede proprio nel risalto al mondo bucolico, nell’occhio alle piccole cose: chi avrebbe mai notato – nella roboante poesia classica fatta di eroi e grandi battaglie – la morte di piccolo e insignificante insetto? La piccola Miro, bambina dal cuore tenero, piange per lui, e la sensibilità ellenistica non può fare a meno di dare risalto alla quotidianità di questo dolore. Dettaglio che renderà gli epigrammi, genere letterario che ingloba il sottogenere dell’epitaffio, uno dei componimenti più apprezzati di sempre, specialmente nelle raccolte poetiche scritte.
[dt_divider style=”thin” /]
Piangete, o Veneri e Cupidi,
e quanto c’è di uomini più belli:
il passero della mia ragazza è morto,
il passero, delizia della mia ragazza,
che lei amava più dei suoi occhi.
Era dolcissimo e la riconosceva proprio
così bene come una ragazza la sua mamma,
e non si muoveva dal suo grembo,
ma saltellando attorno or qua or là
sempre verso la sola padrona pigolava.
Ma lui adesso va per strada tenebrosa
là, dove dicono nessuno ritorni.
Ma siate maledette voi, malvage tenebre
dell’Orco, che divorate tutte le beltà:
Un passero così bello mi toglieste,
o brutta sorte! O passer poverino!
Ora per opera tua alla mia ragazza
piangendo un po’ gonfi s’arrossano gli occhietti
Catullo, I a.C.

 

Alessia Pizzi

NO AL FEMMINICIDIO: le giornaliste Mediaset in t-shirt per protesta

0

Lo scorso 12 Settembre le giornaliste di Studio Aperto e di Rete4 hanno presentato la loro silenziosa protesta contro la violenza sulle donne,indossando una t-shirt con su scritto:“NO MORE FEMINICIDE”.

La semplice mise risalta,addosso a queste donne sempre in tailleur, per l’eloquenza del messaggio confezionato con la delicatezza e la forza tipiche dell’animo femminile.
Il tema della violenza sulle donne negli ultimi anni ha preso molto piede nella sensibilità e nella coscienza comune:questo sicuramente lascia speranzosi nei confronti dei possibili futuri provvedimenti legali in materia,che purtroppo-a tutt’oggi-non sembrano tutelare il mondo femminile.
Prove di questa mancanza sono le tante voci spezzate,“ascoltate” e trasmesse dai media soltanto quando a parlare restava il loro corpo senza vita,le parole dei cari affranti o perfino quelle del loro stesso carnefice.
C’è da chiedersi se la violenza sulle donne sia davvero incrementata in questi ultimi anni o se semplicemente abbia perso il suo status di tabù,sia perché l’universo femminile ha guadagnato parola e terreno,sia perché un recente fenomeno televisivo suole rendere la cronaca reality,da seguire come uno show.
Sebbene questo atteggiamento mediatico abbia regalato più attenzione nei confronti della condizione femminile,non consola tuttavia che il protagonismo guadagnato dalle donne dopo anni di lotte per i loro diritti sia legato alle loro morti violente.
Molte indagini sociologiche e psicologiche affermano che sia stata l’emancipazione femminile a scatenare nel maschio un’insicurezza tale da portarlo a voler prevaricare l’altro sesso con l’unica arma che gli rimane:la fisicità. 
Le origini di quest’arma sono molto più remote,legate indissolubilmente ai primordi della civiltà (nel senso meramente antropologico del termine)con l’unica differenza che,se nell’antica Grecia o nel Medioevo era legittimata dalla cultura del tempo,oggi non lo è più,almeno in Occidente:non dimentichiamo infatti che in alcune parti del mondo la donna è ancora considerata un oggetto da possedere o un animale da addomesticare.
Che la violenza sulle donne sia aumentata o che sia il residuo di un sostrato culturale che ancora si fa sentire,poco ci interessa:a noi interessa che le voci e le proteste-più o meno silenziose-siano finalmente accolte e tutelate.

Alessia Pizzi

“Sante da Vestire”: l’arte profana scappa dalle soffitte

0

Ne parlano in pochi ma sono creazioni davvero suggestive da ammirare dal vivo: donne dal fascino antico – sante – come non le avete mai viste.

Nella soffitta della canonica della chiesa di San Michele Arcangelo, presso il comune di Rosora in provincia di Ancona, è stato rinvenuto un manichino femminile di legno con gambe e braccia snodabili.

sante vestite
Tale tradizione scultorea è tipica del cinquecento e appartiene al filone chiamato “statue abbigliate”, diffuso principalmente nell’Italia centro-settentrionale. La statua rinvenuta viene attribuita all’artigiano e artista Romano Alberti detto Nero da Sansepolcro, autore di cui scrive Vittorio Sgarbi nel suo libro “Piene di grazia, i volti della donna nell’arte”.

Lo scultore di arte devozionale esce dal buio della storia, dopo aver lavorato per le chiese umbre offrendo le sue figure sacre dalle calze rosse, le scarpe dorate e le belle acconciature.
Come mai questa santa dalla bellezza rinascimentale è stata chiusa in una soffitta? E perché sono sparite tutte le statue vestite, laddove i documenti ne segnalano la presenza presso gli altari?

 

La segregazione di tali sculture fu dovuta alla loro origine profana: il loro disconoscimento risale all’età post-illuminista a causa del troppo sfarzo dei vestiti, contrario alla modestia tipica della Vergine Maria; perciò i vescovi suggerirono ai parroci di relegare le statue nelle soffitte e nelle sagrestie o, nel peggiore dei casi, di distruggerle.
Nel 1962 il Concilio Vaticano II ha sancito la condanna dei simulacri abbigliati, rendendo lo studio di tali opere meramente folkloristico e facendo cadere ufficialmente nell’oblio i loro creatori: fanno tenerezza queste sante chiuse in spazi bui, ci ricordano le bambole della nostra infanzia, abbandonate alla polvere e non più degne di attenzione.
Il loro essere preziosamente anticonvenzionali le ha rese profane, lontane dalla concezione di “sacro”. Eppure la pratica di vestire una santa può rivelarsi un’antica devozione, un modo forse atipico di avvicinare il quotidiano al divino, ma non per questo meno degno di essere preso in considerazione.

 

Alessia Pizzi

Recentemente il Museo Diocesano di Massa ha allestito una mostra a tema, clicca qui per il video.

Questioni di…naso: l’odore che ci conquista

0
Ho come l’impressione che l’odorato sia sottovalutato: questa idea mi sorge perché viviamo nella società della vista, dell’immagine. Aristotele che viveva in tempi tutt’altro che moderni, la pensava come me, quindi forse non si tratta tanto di attualità; nel trattato “Sull’Anima” infatti scrive:

Magritte, Gli Amanti
Ciò che riguarda l’odore e l’oggetto dell’odorato è meno facile a
determinarsi di quanto è stato esposto perché la particolare natura dell’odore non è così chiara come quella del suono, della luce o del colore. La ragione è che questa sensazione non l’abbiamo perspicua, ma inferiore a molti animali: e in realtà l’uomo sente gli odori mediocremente e nessun oggetto dell’odorato avverte senza dolore o piacere, prova che l’organo sensoriale non è in noi perspicuo.

Sin dall’antichità donne e uomini hanno fatto uso di unguenti e olii per il corpo: nell’antica Grecia gli atleti si ungevano, in Egitto le regine si cospargevano di essenze specifiche. Esistevano olii per le vergini, olii per le spose… Per capire quanta importanza avessero sappiate almeno che questo blog prende il suo nome da un ricciolo della regina Berenice che, secondo il poeta Callimaco, una volta reciso per essere donato ex voto agli dei, lamentò l’allontanamento dalla testa della regina e dai suoi unguenti profumati. I profumi non sono solo quelli delle donne però. Scrive Archiloco:

Odoravan d’unguento chioma e seno:
anche un vecchio ella avrebbe innamorato…
Oggi esistono tantissimi tipi di profumo e spesso siamo attratti da una persona perché, come si dice….lascia la sciaIl profumo è un’arma di seduzione…come un bel vestito. Ma a differenza del bel vestito credo che esso ci inganni un po’ di più. Se ci avviciniamo a qualcuno di cui apprezziamo l’odore “artificiale”, potremmo rimanere delusi nell’intimità, perché in essa esistono solo gli odori.
Ogni persona ha il suo ed è strano pensare a quanto alcuni ci siano estranei mentre altri ci riportino inspiegabilmente alla sensazione di “casa”. L’olfatto ci connette al nostro essere animali, fondamentalmente. Per quanto ci nascondiamo dietro la tecnologia o la moda, nella sessualità, in quella autentica almeno, bisogna restare primordiali: vista, tatto, gusto e olfatto.
Assaggiare qualcuno è come assaggiare dei cibi: alcuni ci stuzzicano, altri ci nauseano, di altri non possiamo fare a meno.

Quest’ultimo diventerà il nostro piatto preferito: potreste obiettare che il cibo si mangia; è vero… ma se ci pensate bene il ricordo che avete di un cibo preferito è spesso legato al suo odore. Ricordi di infanzia, di cucine di nonne e mamme che ancora oggi solleticano il nostro senso più sottile. Il gusto è un senso concreto: mangiamo, ci piace, siamo soddisfatti. L’olfatto lo trovo più seducente… avete mai pensato all’acquolina in bocca quando sentite l’odore della pietanza che aspettate? L’odore ci stimola, ci prepara a gustare…. è una sorta di preliminare. La vista ci colpisce, il tatto e il gusto ci danno concretezza, certezza… ma solo il nostro naso sa stuzzicarci davvero, e raramente si sbaglia. Il naso PRE-gusta. Ci prepara ad accogliere.
Non a caso esiste l’aromaterapia: il potere rilassante degli odori che ci piacciono. Spesso quando si è stressati basta sentire un odore familiare per sentirsi meglio. Profumi legati a ricordi cari, profumi nuovi che scopriamo d’amare, profumo antichi di segreti e curiosità. Forse la soluzione per chi lamenta rapporti aridi è proprio ri-affidarsi ai sensi…magari iniziando con quello meno inflazionato.

Finché sei giovane affidati ai migliori. Un vaso nuovo conserva a lungo l’odore di ciò che vi si versa. (Orazio)


Alessia Pizzi

Psicacogia dell’anima: Eros, fantino di cuori

2

Amore, figlio di Espediente e Povertà secondo Platone, mero desiderio sessuale per Schopenhauer, Signore per Dante, protagonista di film e canzoni. Il sentimento che da sempre interessa l’uomo per la sua definizione etica, fisica o semplicemente per la sua ricerca.

L’amore ti ruba le briglie dei cavalli. Non importa quanto tu li abbia addomesticati nel tempo, quanto siano stanchi, spaventati, disillusi. Quando Amore li cavalca, loro corrono e tu gridi: perché nulla è peggiore di perdere il controllo tanto sudato, la serenità raggiunta con tanti sforzi. Ti ritrovi nudo all’improvviso, nelle mani di uno sconosciuto che senti più vicino di tante facce conosciute. Nella tua nudità ritrovi il tuo cuore: non te lo ricordavi così. Lo sentivi forte nel petto, sereno, fiero….indipendente. Ora è lì tutto tremante, terrorizzato all’idea che quella mano stringa troppo forte o che lo faccia cadere. Ecco cosa siamo noi davvero: quel piccolo cuore che sentiamo solo battere in noi, ma che non vediamo mai.

Saffo scrive:

[…] la lingua mi si spezza; per le membra
fuoco sottile corre all’improvviso,
nulla più vedo e sento nelle orecchie rombare il sangue;
freddo sudore tutta mi pervade,un tremito mi prende
e più dell’erba divento verde;
e sento in me che sono già quasi morta.

La passione non è bisogno da appagare. Passione significa essere consapevoli che toccare l’altro ci farà conoscere una nuova dimensione di noi stessi e non sarà come le tante altre volte in cui abbiamo toccato qualcuno con l’enfasi dello zapping davanti alla televisione. Questa è la differenza: non è la coccola, non è la sicurezza, è il tocco. Un tocco unico che ci portiamo nel tempo eterno della memoria, che ci fa sorridere al suo ricordo, eccitare al suo pensiero. Nella vita possiamo facilmente trovare il sesso, come possiamo trovare le coccole sul divano.  Ma la passione è un altro mondo, un altro tempo in cui non c’è più spazio per i confini, le convenzioni e la paura di essere sbagliati. E’ lo spazio in cui si ama, quello di due cuori che si incontrano e di due anime che si scambiano. Senza un perché. Senza un domani. Contemplazione estatica di ciò che si può creare con un altro essere umano. 

Alessia Pizzi

Platone e l’innamoramento: la semplicità dello sguardo dell’anima

5

Se prendiamo un oggetto A, che è uno, e gli aggiungiamo un oggetto B, che è uno anch’essi, questi due oggetti sommati saranno ora due. Ora abbiamo un due che prima non c’era. Questo due pare perciò essere nato dal nulla.

Platone dice che conoscere equivale a riconoscere

Come se noi avessimo insite delle conoscenze che ci consentono di comprendere anche ciò che non conosciamo. Mi permetto di applicare questo pensiero all’innamoramento: quando conosciamo una persona, cos’è che ci attrae a lei in maniera diversa dalle altre? Ciò che di solito ci fa percepire la diversità è il paragone con le esperienze precedenti, ma credo ci sia molto di più in fondo.

Platone dice che l’anima è superiore al corpo

Non c’è dubbio. Le attrazioni fisiche ci saziano finché c’è la novità da scoprire… finita la passione la persona ci diviene praticamente indifferente.
 
 
Esistono persone che non abbiamo neanche sfiorato, che non riescono ad uscire dalla nostra testa.
 
Non sappiamo come sarebbe farci l’amore, ma l’occhio dell’anima sente che sarebbe speciale. Attenzione: non parlo degli amori idealizzati. Parlo di quando accade che due persone si conoscono e sentono che lo scambio di anime avviene a prescindere da un’eventuale fisicità.
 
Ho parlato dell’occhio dell’anima. È un concetto che mi ha colpito in Platone perché proprio poco tempo fa scrivevo un post sull'”occhio esterno” che per me è sempre stato un po’ il filtro razionale di ogni relazione.
 
Oggi voglio scrivere dell’occhio interno. Cosa ri-conosce quest’occhio che non ha mai amato, o che torna ad amare in alcune persone che ci toccano? Il fattore che ho sempre trovato stupefacente nell’innamoramento è la semplicità.
Il giorno prima quella persona è un’estranea… poi ti ci trovi a parlare e senti che l’attrazione è subito diversa. Non subentra la noia, non subentra quella voglia di bruciare tutto e subito (come molte passioni superficiali) ma si creano subito quei piccoli feeling speciali che lasciano perplessi.

L’anima riconosce una fossetta, uno zigomo, un sorriso.

 
L’anima riconosce gli sguardi, gli odori, le vicinanze. Poi conoscendosi ovviamente subentrano le discussioni, ma l’anima riconosce ancora: e ci fa aspettare davanti a un telefono o fuori da una porta, mentre per altre persone “non speciali” era bastata una parola o un gesto fuori posto a farci calare l’interesse. Per non parlare di quando si sta insieme, si fa l’amore… quella persona non ci basta mai. Per questo a me non piace parlare di “persone sbagliate” e di mancanze: non mi piace dare etichette.
 
Possiamo amare la persona peggiore al mondo per noi e allontanare quelle che secondo uno standard di normalità ci renderebbero serene. Ma soprattutto non concepisco domande come: cos’ha lei/lui che io non ho? Sono domande insensate…nessuno ha qualcosa in più o in meno, semplicemente gli occhi delle anime si riconoscono tra loro e, per quanto uno possa essere perfetto, se l’altra anima non lo riconosce non sarà mai come l’imperfetto che ha amato.
 
Credo che non ci sia nulla di più bello di un riconoscimento d’anime. L’appagamento che ne deriva anche a distanza di tempo, anche se l’amore è finito, arreca una soddisfazione unica perché dà speranza: la speranza che abbiamo occhi interni per cercare, per riconoscere, per amare di nuovo. Persone diverse a seconda dei momenti della vita, ma che ci sorprenderanno sempre con quella sensazione di averci toccato il cuore con uno sguardo… lo sguardo interno, appunto. Anche gli stilnovisti scrivevano che l’amore passa attraverso gli occhi e io sono d’accordo: quando due persone si guardano con l’anima c’è riverbero pure nello sguardo oculare. Quando amiamo, quasi affoghiamo negli occhi dell’altro in un perdersi e ritrovarsi ad ogni battito di ciglia.
 

Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle,sentire gli odori delle cose,catturarne l’anima.Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo.Perché lì c’è verità,lì c’è dolcezza,lì c’è sensibilità,lì c’è ancora amore.

Alda Merini

Alessia Pizzi

Ti piace la filosofia? Prova il nostro quiz!

“Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire” (L. Pirandello)

2

Dopo anni che conoscete una persona, vi siete mai chiesti se ve la ricordate da estranea?

Quando le persone condividono la quotidianità, diventa quasi impossibile ricordare la vita senza l’altro anche se, paradossalmente, il numero degli anni vissuti senza sono maggiori rispetto a quelli condivisi.

 

Allora forse è vero che il tempo dell’amore ha ritmi tutti suoi, scanditi dai battiti del cuore più che dalle lancette dell’orologio.
Condividere ogni giorno della propria vita lega i destini. Destini che non vorremmo più dover sciogliere, destini che non ricordiamo più sciolti. Sembra che quella persona sia stata accanto a noi anche prima di conoscerla, entriamo nel suo passato attraverso i ricordi che lei sceglie di dividere con noi… e improvvisamente abbiamo due passati: il nostro e quello di chi amiamo.

 

Provare a ricordare l’estraneità. Come ci apparve a primo impatto? Che impressione ci fece?

 

Nel tempo le sensazioni sono sostituite dalla conoscenza, la paura dalla fiducia, l’incertezza dall’abitudine: un’abitudine positiva, quella di sapere che accanto a noi c’è qualcuno con cui possiamo parlare, piangere, litigare, qualcuno che ci ama.
Mi chiedo quanto sia razionale l’amore. Alla fine scegliamo chi amare per chimica, feeling, quello che volete, ma alla fine tendiamo sempre a proiettare sul partner le nostre etichette, i nostri punti di vista. È davvero un amore libero?

 

Quante volte in una coppia si sentono frasi del tipo: “Da te non me lo aspetto” o “Non è da te”. Ma chi è l’altro per dirci cosa è o non è “Da noi?” Queste sono frasi dettate dalla paura.
Mi piace pensarla alla Pirandello, noi siamo estranei a noi stessi: se è così con quale pretesa vogliamo delineare l’altro?
 

“Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso.”

 

Mettere dei confini all’altro (e a noi stessi) ci illude di vivere più sereni forse, ma non è la realtà.
La realtà consiste nell’accettare il flusso che siamo e che è l’altro, scorrere insieme, per rigettarsi nello stesso mare alla fine di ogni tratta. Ma lo sapete tutti, ogni percorso ha i suoi pericoli, le sue difficoltà, le sue deviazioni, e non è banale ritrovarsi alla foce. Come siamo nati da sorgenti diverse, diverse possono essere le acque in cui ci tufferemo; abbiamo attraversato la terra paralleli per un po’, facendoci compagnia e gustandoci il panorama: dovremmo saperci dividere con la stessa serenità
quando non è più il momento di condividere lo stesso cammino.

 

Una realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile.”

 

Ma allora cosa pensare di quei piccoli vizietti, di quei tic, delle abitudini che ci disegnano in mente il ritratto di chi amiamo, anche a distanza nel tempo, anche in lontananza?
Sentire una canzone e sapere che gli piacerà, mangiare qualcosa in un certo modo, ricordare il modo di muoversi, di parlare, di sorridere, ricordare l’odore.

 

Per quanto non dovremmo legarci all’idea di chi amiamo, è innegabile che alcuni dettagli ci restano dentro per sempre, ricordi del mistero che è l’altro: un mistero che credevamo di aver svelato, ma di cui ci resta solo qualche indizio… che ci lascia ancora confusi.

 

Alessia Pizzi

Il complesso di Adamo: “E’ Stata Eva!”

1

Il complesso di Adamo: “E’ Stata Eva!”

Ultimamente mi sono chiesta se il fenomeno della violenza sulle donne sia davvero in aumento o se siano i media ad amplificarlo.


Gli stupri, gli omicidi, la violenza fisica e psicologica, privata e pubblica sulle donne esiste da sempre. Basti ricordare l’uccisione delle neonate nell’antica Grecia, i roghi di “streghe” medievali o semplicemente la vita coniugale dell’Italia del secolo scorso.

La donna ha sempre dovuto fare i conti col proprio sesso (che paradosso) e specialmente col “pudore”: tutte le manifestazioni che sono sembrate opporsi a tale moderazione sono state stroncate in vari modi, a seconda dell’epoca storica, ma sempre brutalmente. La problematica principale legata al pudore è strettamente vincolata al predominio che il maschio ha sempre imposto al cosiddetto “sesso debole”; più debole sicuramente da un punto di vista fisico.

Con l’emancipazione femminile riemerge la questione della fisicità tra uomo e donna:

ora che quest’ultima non può essere dominata a livello sociale e culturale, sembrerebbe che l’unica arma accessibile all’uomo per imporsi sia la violenza. Al telegiornale apprendiamo quotidianamente di stupri e uxoricidi che sono divenuti la portata principale del banchetto dei programmi di cronaca.

Mi chiedo se la violenza dell’uomo sulla donna sia realmente aumentata o se, grazie alle nuove conquiste, semplicemente se ne è iniziato a parlare, superando l’omertà del passato. La storia insegna comunque che l’uomo ha sempre tentato di tenere a freno la sessualità femminile, come se essa potesse rivelarsi pericolosa. Questo ha dato forma alla famosa virtù della verginità, alla concezione di “disonore”, di “donna ripudiata” o anche solo di “zitella”.

Molte donne storiche sono state screditate, come ad esempio Cleopatra, regina egiziana accusata di aver abbandonato il “suo” Antonio – dopo averlo sedotto – nella battaglia finale contro Ottaviano. Nessuno si è mai chiesto se, in quanto regina, volesse semplicemente tutelare il suo regno.

il complesso di adamo

Quante volte, d’altra parte, le donne sono state usate dagli uomini per alleanze matrimoniali?

Non dimentichiamo che oggigiorno per noi è un privilegio poter scegliere con chi stare perché prima venivamo semplicemente affidate al partito più conveniente e – per di più – eravamo educate con l’unico scopo di trovar marito.
Per quanto la televisione al momento ci propini modelli di donne da calendario e veline, modelli di apparenza, modelli di un erotismo allo stesso tempo storpiato e banalizzato, non credo sia questo il regno al femminile che abbiamo conquistato e che dovremmo difendere: quello di una sensualità libera dal giogo altrui.
Non portiamo una gonna corta per sentirci dire che provochiamo gli stupri, la portiamo perché siamo entrate in un mondo che ci vuole libere di esprimerci, che ci vuole femmine, non più bambine da maritare, mogli da tradire…streghe da bruciare.
E allora di nuovo la domanda, se la violenza sulle donne è sempre esistita, PRIMA che esistessero le minigonne, PRIMA che avessimo la libertà di scegliere, non è la società ad essere cambiata e l’uomo e la donna con lei, ma è l’uomo che è rimasto sempre uguale?
E ribadisco UOMO. Perché non si tratta solo di persone disturbate, si tratta di ragazzi che attuano stupri di gruppo e di uomini che uccidono le proprie partner.
Solo che adesso… se ne parla. E la questione è sempre quella concernente il controllo del sesso debole, che forse tanto debole non è, considerata la voglia di contenimento che suscita da sempre nella controparte.

Sarà forse una reazione inconscia dell’uomo al primordiale cedimento di fronte al frutto proibito?

Secondo la religione cattolica siamo nate da una costola, vi abbiamo sedotto con un frutto e indotto a perdere l’Eden….e voi ci avete seguito. Non ci facciamo un bella figura, nessuno dei due sessi.

Alessia Pizzi