In nome del popolo sovrano, storie nella Roma che lottò

In nome del popolo sovrano

“Avevamo fatto la Repubblica dei poeti: potevamo vince?”

Roma, 1849. Pieno periodo risorgimentale. La città vive la romantica parentesi della Repubblica, dopo la fuga di Pio IX e la caduta del potere temporale. Giornate dove i cannoni sparavano sempre e ovunque, le barricate impedivano la circolazione delle carrozze e i cuori rivoluzionari combattevano contro i francesi per proseguire un’idea di governo, destinata dal principio a tramontare. In quei giorni lontani, bellicosi e caotici Luigi Magni ambienta In nome del popolo sovrano, pellicola del 1990. 
 
Sono passati vent’anni dagli eventi de Nell’anno del Signore. Gli animi dei carbonari sono diventati combattenti per l’Italia: una parola che suona come sogno di una società carica di libertà. Roma, nello scenario sopra descritto, vede l’amore di Giovanni Livraghi (Luca Barbareschi), disertore austriaco e capitano garibaldino; e Cristina (Elena Sofia Ricci), giovane nobildonna dalle idee repubblicane. A far scudo del loro amore Angelo Brunetti, detto Ciceruacchio (Nino Manfredi), maniscalco e portavoce popolare; e il frate barnabita Ugo Bassi (Jacques Perrin) contrario al potere temporale. Peccato che Cristina sia sposata con il marchesino Eufemio (Massimo Wertmuller), giovane inesperto e stralunato, e la famiglia di lui sia a favore del ritorno del Papa, primo fra tutti il suocero (Alberto Sordi). Seguendo questa storia d’amore, dove la passione, il patriottismo e la fede nel domani si uniscono, la pellicola ci mostra la sconfitta di un’utopica forma di governo, che per prima nella Storia abolì la pena di morte. Da contorno, prediche nazionalistiche, ironiche conversazioni e, soprattutto, battaglie, dove borghesia e popolo si univano per la vittoria di un unico ideale.

Seconda a livello temporale, ma terza ad essere stata girata, In nome del popolo sovrano s’inserisce nella trilogia risorgimentale del regista romano. Tra i tre, è il film dove la guerra è maggiormente presente e, forse, con maggior numero di ‘perdite’. La poesia si percepisce nel romanesco, malinconico e sarcastico (a volte un po’ volgare, ma non gratuitamente), in un’atmosfera di lotta, paura e coraggio.  Lo spirito romano di quei giorni è il vero protagonista. Uno spirito che ne ha viste tante e crede poco ai cambiamenti, ma che accetta e capisce, anche attraverso le lacrime, la necessità di adeguarsi ai tempi.
Massimo Wertmuller è il marchesino Eufemio

Simboliche figure di questo spirito che cambia sono Eufemio e suo padre. Il primo con i suoi tormenti, i suoi pianti e le sue scelte. Rappresenta quella generazione che si trovò per istinto a scegliere l’ideale all’onore. Il suo spirito è contrario all’immobilismo idealistico del padre. Come dirà la serva Rosetta, infatti, parlando con il marchese-padre: “Ecco che succede a fare i figli con le lavandaie: è il sangue della madre che gli si ribella. Eufemio v’è nemico perché per metà è figlio del popolo“. Sarà Eufemio a sparare al quadro del nonno e a schiaffeggiare lo stesso padre che lo ritiene un “mammalucco“: gesto assurdo per gli ideali conservatori dell’epoca.

Il marchese-padre (Alberto Sordi) durante il monologo sul balcone

 

Il marchese-padre è rappresentante di coloro costretti ad adeguarsi. Inizialmente vede tutto come un capriccio, un gioco che è durato troppo. A seguito della notizia di ciò che ha fatto Eufemio e della sua fuga, capisce il dramma del figlio, che per metà è anche suo e quindi “è anche nemico di se stesso“. E‘ lui che esegue un commovente monologo sul terrazzo, rivolto alla Città Eterna, afferma che i tempi sono diversi e che non è più possibile “fregarsene di tutto e di tutti“. La città risponde con un suono di campane, simbolo di un certo immobilismo. Risposta a cui il marchese controbatte, non indifferentemente.

Torna, come sempre in questi film di Magni, il tema della fede e della cristianità. Anche qui, come nel precedente film, si vede un netto contrasto tra chi crede e chi governa con fede. Bassi è il miglior rappresentante della prima categoria. Lui, che combatte con la tonaca, che benedice le bare dei martiri della rivoluzione. La Chiesa non lo riconosce più come ‘uomo di fede’. Giovanni, però, che sempre lo deride di non essere “un prete vero e proprio“, è a lui che si inginocchierà e chiederà la confessione. Significativa la scena tra Bassi e Lorenzo, il figlio di Ciceruacchio. Qui il prete parla per la prima volta al bambino dell’angelo custode. Il ragazzino capisce e Bassi, abbracciandolo, sorride e afferma: “Bravo! Sei quasi un teologo. Continua di questo passo e ti faranno Papa“. Frase satirica ma di un uomo che, malgrado tutto, continua ad avere una fede pura, non corrotta dal potere. 

Forte nel film è il senso e l’uso della Storia, utilizzata in stile quasi manzoniano. Nella pellicola, troviamo molti personaggi realmente esistiti, come Belli (Roberto Herlitzka) e Carlo Bonaparte (Carlo Croccolo). In questo film, inoltre, Magni inserisce un ingrediente spesso presente in altre sue pellicole (come State buoni se potete): la figura dei bambini, che rappresentano quell’incoscienza coraggiosa, quella volgare purezza e quella speranza carica di confini che solo una guerra può sconvolgere. 

3 buoni motivi per vedere il film
E’ una cronaca di quegli anni: dai nomi dei martiri della Repubblica Romana, si capisce la profonda ricerca delle fonti;
– I costumi di Lucia Mirisola, vincitori del David 1991;
– Le musiche di Nicola Piovani, tristi e forti allo stesso tempo. 

Quando vedere la pellicola?
La domenica pomeriggio, per la disponibilità di tempo e lo spirito ‘da divano’. Il motivo non è certo per l’argomento, che viene reso in maniera molto scorrevole e leggera; quanto per la durata di 110 minuti. L’originale, per chi avesse la fortuna di trovarlo, è di 140 minuti. 

Francesco Fario
Attore e regista teatrale, si laurea in Lettere Moderne a La Sapienza per la triennale, poi alla magistrale a TorVergata in Editoria e Giornalismo. Dopo il mondo del Cinema e del Teatro, adora leggere e scrivere: un pigro saccentone, insomma! Con Culturamente, ha creato la rubrica podcast "Backstage"

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