L’omosessualità nei versi: da Saffo a De André

omosessualità vaso greco

Bisogna chiarire sin da subito che il tema è delicato. E considerare che, mi rivolgo, ça va sans dire, a cervelli pensanti, qualsiasi forma di razzismo, offesa o mancanza di rispetto sta sempre negli occhi di chi guarda e nelle orecchie di chi ascolta.

Ciò detto, il tema non è più delicato, ma diventa semplicemente un tema, uguale a qualsiasi altro e se fa scalpore vuol dire c’è un problema per chi percepisce tale scalpore, tutto qua. Prendiamo in aiuto a tal proposito un pensiero del buono e caro Fëdor D., per gli amici Dostoevskij, e andremo tutti d’amore e d’accordo (si spera, in realtà, di essere sempre in disaccordo; con gli altri e, soprattutto, con se stessi!):

Se avessi voluto aspettare che tutti fossero diventati intelligenti, sarebbe passato troppo tempo…poi ho capito anche che questo momento non sarebbe arrivato mai, che gli uomini non cambieranno mai e che nessuno riuscirà a trasformarli e che tentar di migliorarli sarebbe fatica sprecata!

Ecco, bene, grazie al Sommo per averci spianato la strada. Ah già, avevo quasi dimenticato di presentare il tema, eccolo, eccolo:

O M O S E S S U A L I T À, oddio!

Dai, suvvia, smettiamola. Omosessualità e letteratura, per far sapere che, udite udite, esiste da una vita e che è, come ogni forma d’amore, poesia! Seguiremo una presentazione schematizzata e lineare; sebbene esistano milioni e milioni di esempi, ne abbiamo scelti soltanto alcuni.

Avremmo potuto parlare dei Simposi degli antichi e bellissimi Greci, della corrispondenza amorosa tra Rimbaud e Verlaine, del “De Profundis” del carissimo Oscar (spoiler: forse lo citeremo dopo, shhh!), di Tchajkovskij e di tanto e tanto altro, ma abbiamo scelto solo alcuni punti cardine. Loro:

I componimenti amorosi della poetessa Saffo, i sonetti del Bardo e la canzone/poesia “Andrea” che Faber dedicava ai “figli della luna“.

“Questa canzone la dedichiamo a quelli che Platone chiamava, in modo addirittura poetico, i figli della luna: quelle persone che noi continuiamo a chiamare gay oppure, per una strana forma di compiacimento, diversi se non addirittura culi. Ecco, mi fa piacere cantare questa canzone, che per altro è stata scritta per loro una dozzina di anni fa, così a luci accese anche a dimostrare che oggi, almeno in Europa, si può essere semplicemente se stessi senza più bisogno di vergognarsene”.

(Fabrizio De Andrè a un concerto tenuto al Teatro Smeraldo di Milano, 1992)

L’ordine temporale non è un caso, ma prende in esame tre diversi periodi storici che vanno da tanto tempo addietro fino ad oggi passando per un periodo centrale e fondamentale. Che poi, parliamoci chiaro, siamo veramente dei mentecatti destinati all’involuzione perenne, confinati in un eterno stato di degenerazione delle cellule, se ancora ci stupiamo quando due uomini o due donne stanno assieme.

Non capisco come mai faccia ancora scalpore l’omosessualità e non faccia scalpore l’ignoranza beota della gente. Dilemmi.  

Certamente figlio dei precetti cattolici della evangelica e quanto mai salvifica figura del padre/padrone/pater familias (e quando questi padri scoprono di “avere un figlio gay” ahia, son dolori…e mo’ chi li sente!?) e della madre di penelopiana indole che aspetta lì buona buona, seduta e ferma, attenta al focolare, lo stigma che perseguita, perché in alcuni casi si tratta di un vero e proprio perseguitare, le relazioni omosessuali stenta a raggiungere la sua naturale scomparsa nonostante la maggior parte delle persone nel mondo abbia “frequentato le scuole”.

Oh, così si dice, che vai a scuola quindi sei intelligente. Sì, vabbè.

L’abuso d’informazione dilata l’ignoranza con l’illusione di azzerarla.

(Carmelo Bene)

Grazie a dio (ironia livello pro), nel 2022 si può vivere con un livello di serenità maggiore rispetto a quando si rischiava la galera sol perché si amava una persona dello stesso sesso, ma lo stigma sociale non è stato del tutto abbattuto, anzi. In tutta onestà, credo che chi spera di abbatterlo del tutto debba salire al primo capoverso e rileggere la frase di Fëdor D., senza mettere in discussione che nel frattempo son stati fatti passi da gigante.

Lo sapevo che non avrei resistito, devo per forza lasciarvi un piccolo passo. Passo in cui Wilde, in uno slancio regale verso il suo Bosie, arriva al gesto più forte: il perdono.

“|…| sono costretto a perdonarti. Devo perdonarti. |…|Non si può nutrire continuamente una vipera in seno, né levarsi ogni notte per seminare triboli nel giardino della propria anima. |…|Non posso consentire che tu porti nel cuore per tutta la vita il peso della responsabilità di aver rovinato un uomo come me.|…|Devo togliere il fardello dalle tue spalle e prenderlo sulle mie.”

(“De profundis”, O.Wilde, 1897)

Tutto questo scritto tra le mura di un carcere, mura ottenute a causa della cattiveria e dell’egocentrismo dell’amato. Ma non importa, per l’amore estremo Wilde va oltre ogni cosa.

Permettete un ultimo piccolo sfogo e poi torniamo alla bellezza.

Fate attenzione a non parlare delle unioni x x o y y. Ma quanta stoltezza! Usano persino i codici.  Eh sì, perché i figli buoni, i bambinelli, vengono su solo dalla sacra combo famiglia Giuseppe-Maria+bue-asinello. Che ne sanno di quanto era rivoluzionario Gesù Cristo (“La Buona Novella” di FdA per la spiegazione).

Poco importa se poi nella sacra famiglia il padre è, per dire eh, un ubriacone che ricorda a fatica il nome dei figli o se la madre, ma sempre per dire(!), è indaffarata a fare le dirette su Instagram per stare al passo coi tempi (un tempo si diceva altro) e accantona i figli davanti ad uno schermo, mentre loro perdono l’affetto e l’amore e magari pensano: “Oh, questa è cretina davvero!“.

Ecco, siam tornati lì, all’amore. Lo sanno questi grandi teorici del “Ma dai, facciano quel che vogliono però dentro le loro case senza farsi vedere e soprattutto non si permettano ad adottare, sti pazzi!” che durante il percorso di crescita di un bambino è fondamentale ricevere cure, affetto ed attenzioni a prescindere da chi gliele fornisca? 

Ma tanto qui siamo ai discorsi che portano al cane che gira gira gira e rigira e poi sta sempre a mordere la sua coda, non cambieranno mai, inutile. L’ho già detto di rileggere la frase del Russo di sopra? Sì, l’ho detto.

Dicevamo? L’amore, l’amore, cullarci con assoluta leggerezza sulle sue note, coglierne la bellezza in ogni sua forma perché l’amore non fa mica distinzioni tra chi si ama, tra generi o altro. Come se l’essere in sé dipenda dall’amore o dal fatto che si è compagni d’un uomo o di una donna.

L’amore è l’incanto che nasce da un attimo, è la sospensione che si genera nell’incrocio degli occhi, è l’alchimia che gestisce il cuore.

Saffo, Shakespeare e Fabrizio De André

E così era per Saffo, la dolce poetessa così delicatamente cantata dal Leopardi, in questi versi intenta al ricordo dell’amata:

Squassa Eros
l’animo mio, come il vento sui monti che investe le querce.
Sei giunta: hai fatto bene: io ti bramavo.
All’animo mio, che brucia di passione, hai dato refrigerio.
Ero innamorata di te, un tempo, Attis

(“Inno ad Afrodite”, Saffo, VI secolo a.C., traduzione di S. Quasimodo)

La sola vista, il sol pensiero ha dato refrigerio all’animo.

Non conta conoscere il soggetto in questione, conta emozionarsi e provare il brivido felice di quel refrigerio che la struggente sofferenza di Saffo riesce ancora oggi a regalare. L’amore è amore. E i Greci, come visto, lo sapevano bene. Vivevano per emozionarsi e godere dei piaceri della vita.

Noi non lo citiamo, ma qualche passo del Simposio non guasterebbe mica eh, fateci un pensierino, anche soltanto per dire: “Porca miseria, i Greci erano così e nel 2022 c’è ancora chi si scandalizza!

Un occhio di particolare riguardo lo merita la soave delicatezza delle carezze che il Bardo (o chi per lui, visti i dubbi “amletici” sul “proprietario” dei Sonetti Shakespeariani) applicava al suo destinatario:

“|…|

Per me il tuo amore è meglio di nobili natali,
più ricco della ricchezza, più fiero dell’eleganza,
di maggior diletto dei falchi o dei cavalli
e avendo te, di ogni vanto umano io mi glorio:
sfortunato solo in questo, che tu puoi togliermi
ogni cosa e far di me l’essere più misero.

(Sonetto 91, W. Shakespeare, 1609)

Godiamo di questi versi fantastici, puliti. Nei versi dei poeti si coglie la purezza dell’amore in quanto tale, scevro da catene sociali. E da qui si evince che l’amore non ha confini. I confini sono sempre nella testa dell’essere che si vuol porre limiti. E sarà anche peggio per lui, a noi che ci importa?.

Da questi versi si coglie la potenza della libertà di pensiero, anzi, la libertà con la quale viaggiava e/o viaggia il pensiero libero di un soggetto che è aldilà dei confini umani; una libertà che non poteva esprimersi, chiarirsi con altre parole se non con quelle che ritroviamo sui pezzi di carta.   

La dolcezza candida delle parole con le quali Shakespeare accarezzava platonicamente il proprio amato carezza, a sua volta, l’animo di chiunque la legga. Ci si emoziona, non c’è altra strada.

“|…|

Con l’effluvio di questo tempo or più sereno
il mio affetto appar rinato e Morte mi soggiace,
giacché, a scorno suo, vivrò sempre nei miei versi,
mentre essa infierirà su ottusi ed incapaci,
e tu in questi troverai il tuo monumento,
quando corone di tiranni e bronzee tombe saran consunte.

(Sonetto 107, W. Shakespeare, 1609)

Così come sono dolci e commoventi le tenere lacrime dell’Andrea di Faber, che si è metaforicamente ed in tutti i sensi “perso e non sa tornare“, che resta lì sul pozzo, a piangere i riccioli neri del suo perso compagno con un buco nel cuore, un buco profondo:

Andrea gettava riccioli neri nel cerchio del pozzo
Il secchio gli disse, gli disse: “Signore, il pozzo è profondo”
“Più fondo del fondo, degli occhi, della notte e del pianto”
Lui disse: “Mi basta, mi basta che sia più profondo di me”

(“Andrea”, F. De Andrè, 1978)

Ma mai così profondo da colmare il vuoto, da spezzare l’eternità di quell’amore, dell’amore, “la perla più rara“! Alla fine dei conti, ognuno vive la sua vita liberamente, solo chi non la vive si occupa di occuparsi della vita altrui.

Ma a noi pensatori liberi, a noi esseri liberi, a noi amatori della vita, dell’attimo, degli esseri umani chiunque essi siano, cosa ci importa del parere di questi microbi?  Noi siamo greci, siamo Saffo, siamo Wilde, siamo liberi e sereni, di vivere. Di vivere l’amore, in ogni sua forma.

Che senso ha utilizzare appellativi vari, stigmatizzare, sottolineare? Sottolineare cosa? L’amore non si spiega, diceva Cammariere, c’è poco da sottolineare! Amatevi! E fatelo come ci si è sempre amati dall’alba dei tempi: con il cuore!

Lorenzo Romano


Lorenzo Romano
Nato a Galatina in provincia di Lecce nell'Agosto del 1993, è un docente di scuola primaria. Da sempre amante della letteratura in ogni sua forma, pubblica articoli di stampo culturale con diverse riviste online. Il suo campo di interesse spazia tra la letteratura e la musica d'autore passando per il teatro ed il cinema.

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