Mon Roi, al cinema la storia di una donna senza identità

Mon Roi, ovvero “Mio Re”, uscirà nei cinema italiani il 3 dicembre. 

Tony (Emmanuelle Bercot) è un’avvocata di successo e donna in carriera, sensuale nella vita privata e tenace sul lavoro. A seguito di un grave incidente sugli sci, viene ricoverata in un centro di riabilitazione. Il periodo di degenza si rivela un momento terapeutico sia fisicamente che psicologicamente. Grazie agli antidolorifici, all’assistenza del personale medico e alla spensieratezza degli altri giovani pazienti della clinica, Tony riesce a ritagliarsi del tempo per riflettere sul passato, ripensando così alla sua relazione turbolenta con Georgio (Vincent Cassel).
Tra flashback sulla storia d’amore e ed esercizi di riabilitazione alla gamba, il quadro sentimentale della coppia viene ricostruito lentamente nella mente dell’“inferma d’amore” e mostrato allo spettatore. La protagonista affronta perciò un difficile processo di guarigione che può finalmente renderla libera.
La pellicola, nelle sale italiane dal 3 dicembre, si presenta come un esercizio di regia dell’attrice e sceneggiatrice Maiwenn Le Besco. Accusata di essere troppo autoreferenziale, Maiwenn risponde in un’intervista alla stampa estera francese asserendo che «non si identifica con chi l’etichetta con la definizione di autrice di film autobiografici. […] Il fatto che le piaccia rappresentare storie di attrici non significa che film come [ndr.] “All about me” siano incentrati su di sé». Ed è proprio da tali dichiarazioni dell’autrice che bisognerebbe iniziare per capire l’intento cinematografico e produttivo della pellicola.
Questo film cosa vuole lasciare, una riflessione sul stato sociale della donna? E’ una narrazione fine a se stessa? O, piuttosto, è un lungometraggio costruito intorno alla figura emblematica di Vincent Cassel? Per il ruolo di “re” non si sarebbe potuto scegliere un attore migliore, bello e maledetto, seduttore e conquistatore, galante e violento psicologicamente, passionale e pieno di sé.
Sembra quasi fatto apposta. Pare una coincidenza l’uscita nelle sale italiane di “Mon roi” a pochi giorni da una ricorrenza importante, il 25 novembre. La “giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999 ha come obiettivo quello di sensibilizzare ad un tema che affronta vari questioni, sociali e psicologiche appunto. Dunque, che passi avanti abbiamo fatto da allora? Questa pellicola potrebbe essere interpretata e recensita facendo leva sia sul piano psicologico della protagonista che su questioni macrosociali, come gli stereotipi di genere ad esempio.
Tony è una donna che ha ottenuto tanto dalla propria vita, ha superato il divorzio dall’ex marito che l’accusava “di essere troppo larga” anatomicamente facendole così violenza psicologica. Nonostante la precedente rottura, Tony si lascia trasportare in una seconda relazione burrascosa con Georgio. L’avvocata subisce passivamente le richieste del suo uomo, non si oppone, vive in uno stato catatonico e si modella in base alle scelte di quello che sarà il suo secondo marito. Tony è una donna specchio e non lo capisce o, forse, rifiuta di accettarlo.
«Non è un caso – ha affermato la regista Maiwenn – che abbia deciso che Tony dovesse essere un’avvocata. Non la vediamo mai svolgere la sua professione – il film si concentra interamente sul suo rapporto con Georgio – ma mi piaceva l’idea che fosse una persona impegnata a difendere altre persone – buone e cattive – così come difende il suo uomo. Ha atteso a lungo, ha vissuto una storia d’amore appassionata e sta facendo tutto il possibile per preservarla, quindi sì, è una combattente».
Ma è davvero una combattente? Tony, piuttosto, sembra in una campana di vetro, ed infatti la regista ha prediletto una narrazione con ambienti chiusi. La scelta di lasciare il lavoro fuori dalla vita privata è lodevole, ma non è vero che “non la vediamo mai svolgere la sua professione”. Si pensi alla scena dell’arringa platealmente dedicata al “suo re”, al tentativo di condivisione dei successi lavorativi con il marito e il conseguente esito negativo o all’irruzione di Georgio nel suo ufficio.
Georgio agisce psicologicamente sulla propria partner in modo brutale ed irruento o persuasivo, abusa delle sue fragilità, la tradisce più volte, la convince che è un oggetto da mettere in mostra al mondo. Ma Tony dov’è? Tony non è una combattente. E’ solo lo specchio delle volontà del suo uomo. Se interpreta i ruoli di avvocata, poi moglie e infine madre, quando e come veste i panni di Tony? Chi è Tony? Cosa vuole dalla sua vita, a parte guarire fisicamente?
Perché si è innamorata di Georgio? Perché vivere una passione così soffocante e distruttiva? A queste domande non si può dare una risposta. “Mon roi” è la banale fotografia di una donna che non sa cosa vuole dalla vita, che si lascia scivolare tutto addosso, permettendo al suo partner di distruggere ogni cosa e cancellando completamente le aspirazioni personali.
La protagonista fa solo una scelta, amare Georgio, e reitera nell’errore danneggiando anche suo figlio. La sua vita altalenante e dolorosa le sta bene, le piace, le dona gioia e perdizione. E’ una regina incatenata nel regno del suo re. Sarebbe utile capire, dunque, quante donne si sono immedesimate in questo personaggio e perché.
Jessica Cerino

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