Il coraggio del vortice poetico, sapete reggerlo?

poesia sulla vita - antonella rizzo

In un momento storico tappezzato di book blogger che “recensiscono” – e qui le virgolette hanno il loro peso – libri anche di dubbio spessore e che ottengono innumerevoli likes per una bella foto dove un cappuccino affianca la copertina, mi chiedo spesso se ci sia ancora posto per la poesia.

Nessuno la vuole leggere, pochissimi la vogliono recensire. Eppure c’è ancora chi la produce.

Mi chiedo se sia per noia o magari umiltà: paura di non saper commentare un testo che non presenta una sinossi a cui appigliarsi con un bel copia e incolla.

Perché la poesia, rispetto alla prosa, avanza nuda senza una trama da propinare per incuriosire o imbastire un bel post sui social network. Molto spesso (almeno noi che ancora leggiamo poesia) siamo incantati dal titolo della raccolta, oppure, grazie alla brevità della natura del genere poetico, ci basta leggere qualche verso per lasciarci sedurre.

Ebbene, perché questa premessa se non per rimarcare il fatto che alla poesia ci si accosta da vergini: il commento è solo nostro e deve basarsi sulle emozioni che ci trasmettono i versi. Forse proprio questa necessaria e imprescindibile empatia – che deve assolutamente condurre la lettura poetica – inibisce così tanto le persone.

Ed è l’empatia che ancora una volta mi traina verso una delle penne poetiche più oneste che ho conosciuto in questi anni. Non faccio mistero che Antonella Rizzo sia un’amica oltre che l’autrice di “A quelli che non sanno che esiste il vortice“, perché il suo talento è talmente evidente che non esistono favoritismi o favori nel suo caso.

Premesso che ho conosciuto Rizzo prima come autrice e che proprio questo suo fascino artistico mi ha indotto ad avvicinarmi a lei anche come donna, affermo con certezza che la sua penna sappia accarezzare suggestioni sempre differenti, unite in questo caso dal fil rouge del tema del viaggio, il viaggio dell’esistenza naturalmente.

Nessuno è salvo se rifiuta di raggiungere la sua isola.

Così esordisce questa raccolta di liriche dalla scrittura ferma ed elegante, con una massima che racchiude proprio il senso dell’atto del viaggiare: l’essere liberi.

C’è Dio tra queste pagine, come una figura mitologica inventata dalle mamme per sopportare qualche dolore in più, ci sono le donne, come figure che ondeggiano tra un peccato che non esiste e una comprensione che non è di questo mondo:

Se il mio confessore mi avesse compresa, il mio cane, il mio uomo, almeno il mio santo.

Chi non conosce il vortice, allora? L’ignorante, il semplice, o colui che non si pone quesiti, che non vive di grandi emozioni. Sicuramente non è il caso di Antonella, che si lascia ispirare da quello che la circonda per ispirare, ancora una volta, chi la legge. E c’è riuscita anche stavolta.

Alessia Pizzi

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