Venezia 2017: The Leisure Seeker, Paolo Virzì alla scoperta dell’America

the leisure seeker

Viene da chiedersi, vedendo The Leisure Seeker, perché Paolo Virzì ci abbiamo messo così tanto a girare un film in America. Anzi, perché non abbia fatto solo film in America.

Sicuramente il regista toscano si è impegnato moltissimo per realizzare il suo primo progetto in lingua inglese. L’impegno si vede, e si nota, nella sceneggiatura semplicemente calibrata al punto. Un copione scritto come una macchina ad orologeria, nel quale non c’è spazio per sbavature o colpi di scena eclatanti.

Prima di tutto The Leisure Seeker è infatti un film molto tradizionale, che non inventa o cerca l’originalità.  Ma non pretende nemmeno di inventare qualcosa, quello è il punto: Virzì non poteva e non voleva sbagliare, e non lo ha fatto. Pertanto, anche in un film poco sorprendente, ciò che stupisce è notare la sensibilità del regista calata così bene in una realtà culturale e cinematografica completamente differente dalla nostra. Vedendo il film, sembra davvero che Virzì viva e lavori lì da anni, e conosca i gusti del pubblico d’oltreoceano.

Nella sua semplicità, che diventa purezza, The Leasure Seeker è un fantastico spaccato di vita quotidiana.

Il suo è un genuino anti road movie, poiché qui il viaggio non è inteso come scoperta e crescita interiore, ma come necessità di tornare indietro, alle piccole cose o ai ricordi del passato felice, e mettere un punto finale. Un bisogno onesto a cui il film arriva con un tocco delicato e tenerissimo, colmo d’amore per i suoi due protagonisti, mostrando tutti gli aspetti della vita di coppia in terza età. Senza paura di risultare ridicolo, evitando ogni melensaggine, pregio immenso.

Indubbiamente Virzì è aiutato dal casting, e questo fa tantissimo. Helen Mirren e Doland Sutherland sono perfetti in coppia e lo sono singolarmente. In particolar modo, racchiudono davvero tutta la triste dolcezza e la simpatica testardaggine che muoverà le corde sentimentali della fetta di pubblico più matura.

Senza esagerare, sfruttando l’universale semplicità di una storia d’affetti, Paolo Virzì ha indubbiamente realizzato una delle sue opere migliori. Con due mostri sacri al servizio, con a disposizione una lingua diretta e libera da forzate costrizione dialettali tipiche dei suoi film italiani, soprattutto libero dalle pieghe politico/sociali che spesso i suoi film prendono finendo per farli diventare più seri (e talvolta patetici) di quello che in realtà dovrebbero essere, Virzì diverte e commuove nella maniera più empatica e comprensibile possibile. Un successo, che deve renderci felici e orgogliosi.

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Emanuele D’Aniello

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