Truth di James Vanderbilt apre il Festival del Cinema di Roma, ma non convince

Solitamente, i film sul giornalismo hanno un unico scopo: mostrare come si arriva alla scoperta di una grande notizia.

Truth di James Vanderbilt capovolge tale assunto: è un film, in realtà, sulle conseguenze di una notizia sbagliata. Il film di apertura della 10° edizione della Festa del Cinema di Roma racconta infatti il Rathergate, recente episodio famosissimo in America e praticamente ignoto da noi, ovvero l’indagine sul passato nelle forze armate del presidente George Bush che si rivelò fondata su fonti non provate, e quindi portò al licenziamento dalla CBS della produttrice tv Mary Mapes e al ritiro semi-forzato dello storico conduttore Dan Rather.
La storia, lo capite subito, è molto interessante e ricca di spunti riflessione. Vanderbilt, che ha scritto anche la sceneggiatura, non a caso riesce a scovare tra le righe e le sfumature della vicenda l’aspetto forse più incredibile, ossia come Mary Mapes sia al tempo stesso l’elemento da condannare per non aver verificato le proprie fonti, accecata dalla voglia di raggiungere la notizia ad ogni costo, sia la vittima dell’intera situazione, perchè la CBS, un immenso network che deve difendere i proprio interessi corporativi di fronte alla pressante opinione pubblica, non ha perso tempo nel difenderla puntando invece a farne il vero capro espiatorio. In tal senso, la cosa migliore del film è proprio la trasformazione di Dan Rather – che probabilmente in tanti altri film sulla vicenda sarebbe il protagonista – non solo in figura di seconda piano, ma soprattutto in un simbolo del giornalismo americano: quello che interpreta Robert Redford non è un vero personaggio multidimensionale, ma una metafora dell’apice del giornalismo, un apice che nel mondo contemporaneo non c’è più, la cui caduta porta conseguenze, non tanto a se stesso, ma a Mary Mapes.
Ma sia altrettanto chiaro, proprio per i tanti elementi interessanti, spiace dire che Truth non è un gran film. Un prodotto efficace, un buona biografia, ma non un gran film. E la colpa non è dei tanti elementi agiografici che molti critici americani, ovviamente colpiti dalla vicenda più di noi, hanno evidenziato – il film è tratto da una biografia della stessa Mary Mapes, quindi c’era da aspettarselo – ma di un disguido tecnico di fondo. James Vanderbilt è uno sceneggiatore noto che qui esordisce alla regia, e come tutti gli sceneggiatori che debuttano con un proprio copione, è troppo innamorato del proprio scritto. E’ indubitabile che questa sceneggiatura in mano ad un altro regista più serio e navigato, in grado di limare alcuni dettagli ed evidenziare determinati aspetti rispetto ad altri visti nel prodotto finale, avrebbe potuto fare il salto di qualità. Vanderbilt invece vuole parlare di tante cose – aspetti tematici, aspetti personali, la difesa del giornalismo vecchio contro il nascente internet – senza dare equilibrio. Ma il film ha soprattutto un grosso problema di fondo: per quanto si possa empatizzare con lei, e capire che la punizione della CBS nei suoi confronti sia stata forse sproporzionata, è difficile capire le ragioni di Mary Mapes, considerando l’assunto iniziale secondo il quale lei ha davvero sbagliato. Lei stessa nel film cerca sempre di riportare, a dispetto degli errori, la situazione al fulcro della situazione, al fulcro del problema, ma dimentica che il fulcro si perde proprio a causa sua, proprio a causa dei suoi errori che fanno dimenticare la vera questione. Il film sicuramente non nasconde le sue colpe, ma non a caso, per renderla veramente empatica, deve troppo spesso affidarsi alla solita interpretazione carismatica e torrenziale di Cate Blanchett.
Truth è un film con un titolo molto impegnativo, e la parola “verità” è citata tante volte nel corso della storia. Verità che si cerca ma non si trova e forse, alla fine, la qualità del film non rende vera giustizia ad una ricerca così importante. Ma merita la visione per ricordare soprattutto cosa sia il vero giornalismo, nel bene e nel male, e a cosa può andare incontro.
 
Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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