Venezia 2017: The Insult, la banalità dell’odio

the insult

Non serve aprire un giornale per conoscere l’infinità del conflitto nei territori palestinesi.

Il problema, semmai, è quando tale conflitto non più solo militare, o politico, e varca i confini della persona umana. Perché ad odiarsi nella regione non sono solo gli stati israeliani, cristiani e musulmani, ma anche le stesse persone ebree, cristiane e musulmane.

Ziad Douieiri ci regala un film, anzi, un’opera sociale, che esplora proprio l’impossibilità di pacificazione politica o personale nella regione. The Insult con la sua magistrale scrittura trasforma un banalissimo incidente in una causa nazionale e identitaria, di cui si fanno carico anche media e politici. Non è una parodia, o una esagerazione, ma la realtà: le radici e le conseguenze del muro eretto tra persone sono tutte esplorate.

The Insult passa con disivoltura dalla dramma giudiziario al dramma personale, e non perde mai efficacia, Si nutre anzi della forza del tema, dell’onestà della sceneggiatura, della credibilità delle parti in causa. Se un cristiano e un palestinese litigano, l’identità è sempre il motivo, il resto solo un pretesto.

Un film compatto, molto parlato ma mai noioso, semplice nella narrazione ma calibrato perfettamente ad orologeria nei vari colpi di scena.

Un film neorelista, quasi che a più riprese pare uscire dallo schermo ed entrare nei nostri telegiornali. L’umanità dei suoi personaggi, schiacciati dal proprio senso di appartenza, crea un’atmosfera perennemente tesa ma dal retrogusto fortemente amaro: anche se i due volessero fare un passo di pace, e ci provano varie volte, il contorno sociale li riporta ai ruoli cui predestinati.

The Insult è un racconto cupo ed esistenzialista sull’inutilità dell’odio e della partigianeria. Non importa chi vince, si perde sempre in qeusta partita. Almeno, è un grande film a ricordarcelo.

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Emanuele D’Aniello

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