The Dinner: Ai confini della morale borghese per verificarne i limiti

The Dinner: la recensione del film

Nessuno è veramente consapevole della sua ampiezza morale fino alla prova dei fatti ed è solo davanti agli eventi che la vera natura dell’uomo si rivela.

Non sono così frequenti le pellicole in grado di analizzare alcuni comportamenti umani con una lucidità quasi disarmante. Senza fuochi d’artificio narrativi ne trovate spettacolari. Semplicemente rappresentando esistenze che si credono esemplari, ma solo fino a prova contraria. Il film pone inquietanti interrogativi alla nostra morale.

Mostra quali possano essere gli effetti di un evento sulle nostre certezze etiche e quanto queste siano salde. Ma soprattutto, che consapevolezza abbiamo del loro limite davanti all’imprevisto. Queste motivazioni mettono già The Dinner tra le pellicole interessanti in uscita. Tratto dal best-seller “La Cena” di Herman Kock e travestito inizialmente da commedia, il film diretto da Oren Moverman tiene costante il livello della tensione sin dall’inizio.Intorno alle vicende della famiglia Lohman si snodano i percorsi della morale dei quattro personaggi. Riuniti in un ristorante per risolvere una grave e inquietante questione riguardante i loro figli, saranno costretti a mettere a nudo le proprie coscienze. Piano piano i cardini della morale borghese saranno messi a dura prova denunciando i propri limiti.

Un conflitto con se stessi e con gli altri, che corrode la propria integrità alla ricerca del compromesso interiormente accettabile. False verità che servono a salvare coscienze la cui altezza morale non era mai stata messa in gioco prima. Un confronto devastante, che rivela la vera natura degli istinti umani. Crudi e primordiali, spesso in standby nel quadretto delle convenzioni sociali, ma pronti ad esplodere in difesa delle proprie priorità.

Due fratelli con un rapporto travagliato alle spalle a cena con le loro mogli. Coppie di contesto sociale e personalità diversa alla tavola di un lussuoso ristorante. Tra stuoli di camerieri in livrea e portate strepitose annunciate dal maitre, si amplificano le contraddizioni morali che dovranno affrontare. Bellissimi i dialoghi certamente tra i punti di forza della narrazione.

L’ottima prova collettiva del cast rende i personaggi quasi reali

La prestazione collettiva del cast è di ottimo livello. L’interpretazione di Richard Gere, perfettamente a suo agio nei panni del politico Stan Lohman, sembra in risalita rispetto alle ultime prove. Certamente aiutato da un progetto più interessante degli ultimi. Più convincente la prova di Steve Coogan, il fratello Paul, personalità dai risvolti complessi che incide e regola i rapporti tra gli altri tre.

Anche Rebecca Hall nei panni di Katelyn, fornisce un’interpretazione estremamente realistica della moglie del politico. I suoi tempi, il modo tagliente di portare le battute su un meraviglioso sorriso di ghiaccio, la rendono perfettamente coerente con la posizione sociale del suo personaggio, abituata a mediare tra la ragione e il calcolo. In antitesi a questa tipologia femminile c’è Claire la moglie di Paul, interpretata da Laura Linney. L’Attrice incarna ottimamente la maternità che acceca fino ad ingannare la percezione della realtà.

La regia di Moverman si muove agevolmente sui diversi livelli narrativi, senza inciampare nel flashback e aiutato da una sceneggiatura e montaggio di livello. La colonna sonora così come la fotografia, creano vestiti diversi per ognuno di essi. Il finale è un punto di collegamento con lo spettatore, l’inizio di un ragionamento da cui non può esimersi. La spinta ad esplorare i propri limiti morali, nell’impossibilità di una risposta che può arrivare solo in caso di coinvolgimento reale. Proprio come per i protagonisti del film.

Bruno Fulco

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