Venezia 2017: Suburbicon, le facce ridicole dell’America

suburbicon

Esistono le intenzioni, e poi esistono i risultati. Spesso, purtroppo o per fortuna, i due mondi non collimano.

Nelle intenzioni, Suburbicon è uno spaccato dell’America attuale riflessa in due storie, per diversi motivi molto grottesche, ambientate negli anni ’50. Un film che ci mostra una pacifica e normalissima famiglia di afroamericani circondati da bianchi depravati. Bianchi che non solo non accettano l’integrazione sociale, ma si odiano, complottano, uccidono e sadicamente mettono il loro egoismo in primo piano, sacrificando addirittura il legame della famiglia.

Nei risultati, Suburbicon è un film spaccato in due. Da una parte è poco ispirato nella vicenda “seria” della famiglia afroamericana, mostrata nella maniera più didascalica e idealistica possibile. Dall’altra parte, è molto interessato ai divertenti bianchi pazzi che si uccidono a vicenda nelle maniere più farsesche immaginabili.

Viene da chiedersi, vedendo il prodotto finale, cosa sarebbe uscito con una regia diversa. O perlomeno, se la sceneggiatura scritta dai fratelli Coen fosse rimasta a loro e non passata nelle mani di George Clooney.

È quasi superfluo pensare quale parte sia stata scritta da chi. Il tocco sociale e politicamente corretto di Clooney è evidente. Sicuramente rende Suburbicon qualcosa di più della semplice dark comedy, inquadrandolo della critica sociale e politica che più contemporanea, e quindi dannatamente efficace, non si può per un pubblico americano. Ma così facendo perde per strada un po’ di anarchia, un po’ sana capacità di graffiare oltre il simbolismo razziale.

Indubbiamente, rimane in piedi grazie alle prove dell’intero cast. Matt Damon è sempre perfetto nel ruolo dell’uomo comune, lati oscuri connessi. Julianne Moore ha sempre quel triste sorriso capace di far empatizzare in pochi secondi. Oscar Isaac è una ventata d’aria fresca, e appena appare sullo schermo rigira il film come un calzino e ruba la scena con carisma e ironia. La rivelazione è certamente il piccolo protagonista Noah Jupe, in grado sempre di reggere emotivamente la scena con i suoi colleghi più maturi.

Suburbicon con le influenze al noir rimane sempre a galla, ma non si erge mai: poteva decollare, e preferisce un tranquillo innocuo approdo a riva.

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Emanuele D’Aniello

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