Sognare è Vivere, storia di patrie e madri secondo Natalie Portman

Sognare è Vivere

Chi conosce bene Natalie Portman sa benissimo che l’attrice ha da sempre una voce artistica profondissima.

A tale impegno, a tale interesse, si sposa benissimo l’ambizione. Non possiamo infatti che definire ambiziosa l’idea di esordire alla regia e alla scrittura adattando un libro di Amos Oz. E non un’opera a caso del fondamentale autore israeliano, ma la sua autobiografia.

E’ un impegno affascinante e gravoso al tempo stesso, quasi necessario per una ragazza nata a Gerusalemme ma conosciuta da tutti per i suoi successi hollywoodiani. Nulla al mondo come le parole di Oz sono fondamentali per capire la propria dimensione da parte di un israeliano. E forse nessuno al mondo come gli israeliani appunto percepisce visceralmente tale appartenenza.

Impegnata come regista, qui Natalie Portman attrice fa un passo di lato, ma non indietro, perché la storia di Sognare è Vivere è essenzialmente quella del piccolo Amos. Attenzione però, non un protagonista attivo, il suo ruolo semmai è quello di diventare occhi e mente degli spettatori. Noi assistiamo, attraverso di lui, a cosa vuol dire per il suo popolo la nascita di Israele.

Sognare è Vivere è realmente una storia di patrie e madri, e per un israeliano i due ruoli spessissimo coincidono.

Israele per il suo popolo è la madre, e non c’è davvero definizione più perfetta di questa. La cultura, l’appartenenza, la vita stessa, anche l’isolamento di Israele rappresenta il simbiotico rapporto tra patria e cittadino. Non a caso, quindi, le difficoltà del paese e del popolo corrispondono qui al crollo della madre del protagonista.

Sognare è Vivere è indubbiamente un film non perfetto, non riuscito al 100%, schiacciato dalla possenza del romanzo originale e dall’ovvio “rodaggio” della Portman dietro la macchina da presa. Fatica a mantenere un ritmo deciso, fatica molto ad unire la storia del paese alla storia personale. La metafora che vorrebbe accomunarle si perde un po’ per strada in un film narrativamente diviso.

Ma al cinema è proprio dalle imperfezioni che, spesso, nascono le cose più importanti. Nella fiera e determinata interpretazione della Portman c’è il dolore delle donne in un mondo ancora diseguale. Nel ritratto spietato e senza filtri della depressione c’è il tenace desiderio di superare le convenzioni su cosa è cinematografico per lanciare un messaggio, una fermezza di intenti tipicamente israeliana. E nella straziante poesia dei minuti finali c’è l’essenzialità dell’amore materno e della necessità di un rapporto del quale nessun figlio può fare a meno.

Pregi o difetti, fare film è soprattutto avere la capacità di saper andare oltre un qualcosa.

E quindi, laddove non riesce un vero adattamento degli acuti sottotesti del romanzo di Oz, la Portman fa giustamente sua la storia e suo il film, rielaborando più che adattando, spingendo i tasti a lei più consoni e non a caso più profondi, più umani, più empatici. La Portman trasforma una grande storia personale in una intima storia universale: l’orgoglio di essere donna, la forza che solo lei può conoscere dell’amore materno, e al tempo stesso l’immane dolore di vederlo scivolare, non ha confini.

In conclusione, allora, è errore o successo avere il coraggio di esordire alla regia con un simile soggetto? Al di là della semplice risposta, rimane il fatto che solo Natalie Portman per bisogni personali poteva riprendere questa storia, e solo lei ha capito la potenza universale oltre il racconto biografico e storico.

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Emanuele D’Aniello

Emanuele DAniello
Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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