Roma 2017: Stronger, Jake Gyllenhaal ci insegna a non arrenderci

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Il bello dei film, perlomeno di quelli pensati e non solo realizzati, è il poter aprirli e trovarci tante cose dentro. Anche, o forse soprattutto, cose che escono pur non avendo il giusto risalto.

Stronger racconta la storia vera di Jeff Bauman, uno dei tanti feriti nell’attentato alla maratona di Boston in cui perse entrambe le gambe. Ecco, già solo da questa brevissima descrizione si può capire che tipo di film sia. Una biografia tradizionale, una storia vera che punta ad ispirare gli spettatori. E per quanto Jake Gyllenhaal sia bravo e convincente, esattamente qui Stronger lascia a desiderare. Non perché non funzioni o non sia efficace, ma perché è una parte semplice, banale nella trattazione e abusatissima. Stronger il film che racconta una storia vera, didascalica per quanto emotivamente potente, funziona ma non è nulla di che.

Fortunatamente anche in un film simile possiamo trovare altre cose da sottolineare.

Indubbiamente, se il focus non fosse stato su Jeff Bauman, se la sua storia non fosse stata il motore il tutto, avremmo avuto altri momenti non meno potenti o ben fatti. Stronger funziona infatti quando parla dalla comunità e della famiglia. Un altro tema onestamente trattato da tanti film su Boston, ma qui la forza del collettiva e l’ambiguità sentimentale è molto più trasversale.

E ancora di più, se Stronger fosse stato fatto dalla prospettiva di Erin, la fidanzata di Bauman, sarebbe uscito fuori qualcosa di interessante e originale. Il film mostra, ma non affonda, il suo senso di colpa, quel rapporto che diventa sincero solo col contatto umano nel tempo, solo con le difficoltà estreme, e nasce da un senso d’obbligo e costrizione sentimentale assolutamente lacerante.

Giusto sottolinearlo ancora: Stronger è un buon film, che colpisce nonostante cadute inevitabili nella retorica. Quantomeno, non cerca mai di santificare il proprio protagonista, non negando le spigolature negative. Gode di due interpretazioni, ed è giusto evidenziare la naturalezza comune di Tatiana Maslany, di primissimo livello. Ma non si differenzia o supera tantissimi esempi simili nel genere, pur mostrando i temi e le potenzialità per farlo.

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Emanuele D’Aniello 

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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