Torino 2018: Mandy, quando l’amore frigge il cervello

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Non posso naturalmente suggerire e tantomeno consigliare il consumo di droga, qualunque essa sia. Nemmeno velatamente. Ma immagino cosa possa essere vedere Mandy sotto l’effetto di determinate sostanze.

Anche se, dopotutto, Mandy già di per sè è una droga più che un film. Un’esperienza allucinata e allucinogena, che si muove sotto la forma di un brutto trip e ne prende sempre più le sembianze. Da ogni angolatura, positiva o negativa.

Il livello di psichedelia ipnotica di Mandy, che prende una canonica revenge story e la disintegra in una sinfonia di colori e sangue, è semplicemente indescrivibile. Siamo dalle parti del primo Friedkin e di Jodorowsky, di George Miller e Sam Peckinpah. Tutti riletti sotto acido, naturalmente. Dire che Mandy sia uno dei film più folli e imprevedibili degli ultimi anni, davvero, non rende letteralmente l’idea del livello di spettacolo sensoriale e provocazione artistica che sfida le concezioni dello spettatore.

Ora, provate a prendere i vari ingredienti di Mandy. Sangue. Violenza. Una fotografia rosso sangue che tinteggia perennemente lo show. Una setta di hippie cristiani che sembrano satanisti. Veri demoni. Nicolas Cage che beve vodka e urla. Duelli con motoseghe. Colpi di balestra.

E, ripeto ancora una volta a caretteri cubitali, NICOLAS CAGE CHE FA IL MATTO.

Ma la vera pazzia, più degli occhi spiritati di Cage, è la letterale essenza di Mandy. Un film che abbina, e fa convivere splendidamente, la violenza più estrema, e splendidamente ironica, con l’amore più puro e solitario. Un film che brama la pace la guerra, gli eccessi con i silenzi, la perversione col sentimento. Tutto calato in un’atmosfera lisergica di pulsioni e sensazioni astratte dal primo all’ultimo secondo.

Tutto ciò, appunto, rende Mandy una delle più complete, per quanto tra le più ostiche e strambe, esperienze cinematografiche possibile. Una dose di sconfinato divertimento e costante sorpresa. Un senso di stupore pervaso da un malessere esistenziale. Non ci sono compromessi e mezze misure, Mandy va iniettato e lasciato corre libero senza alcun freno.

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Emanuele D’Aniello

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