L’Uomo di Neve, forse è meglio tenersi Don Matteo

L'Uomo di Neve

Prima di tutto, facciamo le cose con ordine. E allora andiamo con la sigla.

Siamo nella tranquilla cittadina di Oslo. Grande, ridente, ma fa freddo, molto freddo. Nevica spesso, fortunatamente alla gente del posto piace. Ogni tanto si scaldano ballando musica inascoltabile. Il problema è che, quando nevica, un serial killer di donne si fa vivo. A lui piace decapitarle, le donne. Sulla sua caccia si mette un detective col vizio del bicchiere, ma nemmeno poi così tanto. E la sua assistente, perché la dinamica di coppia non può mancare.

E…..la storia è tutta qui. Fino al suo prevedibile finale. Chiederei alla regia la sigla di chiusura, giusto?

So cosa state pensando, ma non è che io voglia scherzare. Il film è davvero tutto qui.

L’Uomo di Neve non è un film brutto in senso assoluto. Se ne vedono ben di peggiori, continuamente. Semplicemente, è un classico giallo stampo vecchio stampo come al cinema non se ne fanno più decenni. Anzi, onestamente non so se ne siamo mai stati fatti così. Non ci sono seconde chiavi di lettura, non c’è un mezzo sottotesto nascosto, non c’è un minimo approfondimento dei personaggi, una ramificazione psicologica, un colpo di scena che svolti il senso di tutto. Non c’è nemmeno l’atmosfera raggelante del bianco scandinavo, che forse avrebbe aiutato. È un giallo che va letteralmente dritto, talmente banale nella confezione da telefonare l’assassino quasi subito.

Non possiamo nemmeno appellarci al discorso “anche se sappiamo l’assassino non è importante, il messaggio del film è un altro” perché qui la detective story è l’unica cosa che c’è. Non c’è un messaggio che il film comunichi, non ci sono significati. Prendiamo il precedente lavoro del regista Tomas Alfredson: La Talpa, anche una volta svelata l’identità della spia, parlava di altro, e quindi potevi rivederlo ancora pur sapendo il finale, scoprendo ogni volta nuove cose o dettagli. Sia quello, sia adesso L’Uomo di Neve, sono adattamenti letterari, solo che il primo è cinematografico, questo no.

È incredibilmente deludente rendersi conto di quanto inutile sia un film tratto da Jo Nesbo.

Uno degli scrittori di thriller più popolari finalmente al cinema col suo personaggio più amato, era difficile sbagliare. Nel libro sicuramente c’è molto di più, a partire dai personaggi. Qui invece abbiamo un inutile JK Simmons, a cui però deve aver fatto comodo l’assegno. Un disorientato Michael Fassbender, completamente fuori parte perché sempre troppo cool per ricordare un detective alcolizzato (ma poi diciamolo, l’aspetto del suo continuo bere è solo accennato e mai veramente mostrato o sfruttato) o in difficoltà. Rebecca Ferguson è l’unica veramente brava e intensa, ma naturalmente il suo personaggio si rivela superfluo.

Pertanto, non è solo per fare lo spiritoso, ma davvero L’Uomo di Neve non è un film, semmai una puntata del Tenente Colombo, L’Ispettore Derrick, e tutto quel mondo lì. Una storia auto-conclusiva che aggiunge nulla, trattata nella maniera più convenzionale possibile dal manuale della detective story.

Probabilmente questo B movie d’altri tempi troverà un proprio pubblico. Ma è altrettanto chiaro che la creatura di Nesbo avrebbe meritato altri risultati, non l’accostamento con Don Matteo.

.

Emanuele D’Aniello

1 Commento

Lascia un commento

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui