Roma 2017: Last Flag Flying, ogni generazione ha la sua guerra

Last Flag Flying

Sapete come si riconosce un grande autore? È colui che prende una storia semplice, realizza un film apparentemente minore, e riesce a metterci dentro tutta la propria poetica e la propria forza emotiva.

Last Flag Flying è sicuramente un film minore nella grande filmografia di Richard Linklater. È l’adattamento di un romanzo sconosciuto, continuazione di un romanzo altrettanto poco noto da cui però fu tratto L’Ultima Corvè di Hal Ashby. Questo non è il sequel a tutti gli effetti (tanto che cambia i nomi dei personaggi), ma tra qualche citazioni sparsa riprende spiritualmente quella storia.

Poi, appunto, c’è il tocco di Linklater, che lo eleva da filmetto qualsiasi. E allora Last Flag Flying, road movie a metà e racconto d’amicizia, diventa l’elaborazione del lutto di una nazione, quell’America che si passa le guerre e le morti annesse di generazione in generazione, che sia il Vietnam di un tempo o il sempre attualissimo Iraq. Un film che demonizza l’istituzione militare, si interroga sul senso di un governo che continua a mandare giovani a morire senza un vero fine, ma ha enorme rispetto per coloro che credono in queste etichette e missioni.

Non a caso, Last Flag Flying è un film umanissimo. Una storia che vuole bene ai propri personaggi, e mette sempre in primo piano l’importanza del sentimento individuale. Quello che inizia dal singolo e diventa empaticamente universale.

Linklater come sempre mette da parte la trama, la sua firma è fatta con i dialoghi ed i personaggi. Non c’è mai un momento morto che non ci faccia ridere o riflettere. Alla fine di tutto, tra l’esuberanza di Bryan Cranston, la malinconia di Steve Carell, la sicurezza di Laurence Fishburne, vorremmo entrare nello schermo e abbracciare tutti e tre. Last Flag Flying è soprattutto un grande racconto d’amicizia, perché fortunatamente di generazione in generazione, tra le cose che non passano mai, c’è anche il piacere di ritrovarsi e condividere momenti belli e brutti.

In questo, Linklater ancora una volta indaga il più elemento della sua poetica, presente in quasi ogni film: il tempo. Soprattutto al pubblico più giovane, nel 2017, potrà sembrare anacronistica l’ironia di tre personaggi quasi sessantenni su internet e cellulari. Ma con quelle piccole gag Linklater in realtà vuole mostrarci come il tempo per quei tre non sia mai passato, semplicemente sono ancora tre ragazzi per cui il mondo attorno a loro è andato avanti troppo veloce, senza avvertirli.

Un senso di nostalgia che è la vera spina dorsale del film, e diventa malinconia positiva nel calore della famiglia o dell’amicizia. Non c’è una lacrima che sia forzata, o una risata che non sembri genuina. La tristezza della vita, e quindi del tempo che passa, si può combattere. Linklater ce lo insegna con un film che non ha paura di essere piccolo. E, proprio per questo, diventa più grande di tanti altri sfacciati ed incapaci di essere così profondi.

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Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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