La Battaglia dei Sessi, i tempi non sono cambiati

La Battaglia dei Sessi

Spesso capita di vedere film che, anche involontariamente, raccontano il presente in maniera perfetta. Dopotutto sceneggiatori e registi non vivono in una bolla, sanno cosa li circonda. Raramente però capita di vedere film così disperatamente alla ricerca di essere al passo con i tempi.

La Battaglia dei Sessi prende uno dei leggendari incontri/show di tennis degli anni ’70 tra Billie Jean King e Bobby Riggs, un match uomo contro donna che ha fatto epoca, usandolo come specchio dei tempi che viviamo, in cui aumentano di pari passo sia uno strisciante e becero sessismo sia una forte rivendicazione d’uguaglianza femminile, aggiungendo il discorso attualissimo in America – soprattutto a Hollywood, non a caso – della richiesta di parità di salario per donne e uomini.

Ammettiamolo, la premessa è un colpo di genio. Stupisce quasi che nessuno prima abbia pensato ad un parallelismo tra i due eventi. E per un tema così delicato il traguardo è naturalmente quello di cercare il pubblico più vasto possibile. Rullo di tamburi: ecco entrare la commedia. La Battaglia dei Sessi è, indubbiamente, un film gradevolissimo. Leggero, ben recitato, godibile dal primo all’ultimo minuto. Come prodotto di intrattenimento trasversale, sta in piedi senza problemi. Ma proprio la sua leggerezza si sposa molto poco con la gravità dell’attualissimo tema di fondo.

Se quindi il film fosse uno standard biopic sportivo visto in tv, nulla da dire. Come prodotto cinematografico dal sottotesto importante, c’è più di qualcosa da obbiettare.

La Battaglia dei Sessi dimentica costantemente di drammatizzare ciò che mostra, o renderlo almeno vagamente cinematografico. Sceglie la strada del racconto ordinato, logico, fedele, fino alla parossistica ricostruzione documentaristica del match finale. Rende la figura di Billie Jean King solo il simbolo di una serie di slogan o momenti intimi poco approfonditi (sia il suo impatto nello sport e nel movimento femminista, sia la sua doppia relazione avrebbero meritato biopic autonomi), e Bobby Riggs una caricatura sopra le righe da compatire. Emma Stone e Steve Carell li salvano con loro bravura, ma entrambi sono macchiette più che personaggi. Ed entrambi sono più facile da apprezzare che da discutere.

La Battaglia dei Sessi ci impedisce infatti di odiare qualcuno. Il sessismo è detto, raccontato, urlato, sottolineato da una sceneggiatura eccessivamente didascalica, ma mai veramente mostrato o analizzato. Così non si capisce perché l’incontro finale tra i due tennisti debba rappresentare un punto di svolta per l’epoca, e tale visione superficiale lo fa apparire più come una baracconata del tipico entertainment a stelle e strisce.

In chiusura, si può dire che La Battaglia dei Sessi è un piacevole film, ma la materia affrontata meriterebbe altro, sicuramente un differente peso, una differente maturità. Vorrebbe avere la solidità di Billie Jean King, ma gli rimane addosso soltanto la buffoneria di Bobby Riggs.

Emanuele D’Aniello

Emanuele DAniello
Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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