Roma 2017: Hostiles, il meridiano di sangue di Scott Cooper

hostiles

Non sapete per quanti anni, parlando di film western, ho letto a sproposito una presunta influenza di Cormac McCarthy.

Quindi, non potete immaginare quanto sia felice ora nel poter scrivere di un film che davvero ricorda Cormac McCarthy e ha imparato la sua lezione. Hostiles è appunto quel film.

Il western di Scott Cooper non è naturalmente un classico racconto del genere, come avrete intuito. Ci sono i pellerossa, le cittadine di frontiera, la diligenza che non arriva mai e il simbolo del treno. Ma, nonostante qualche ovvia e quasi doverosa citazione estetica, Cooper non prova mai ad essere John Ford. Il suo è un western riflessivo, che al rumore dei cavalli e frecce, comunque presenti, preferisci i silenzi. Le urla implose. La battaglia interiore. . Hostiles è un viaggio contemplativo nel cuore della violenza umana, e non ne fa mai mistero con una scena iniziale assolutamente dura da digerire.

Christian Bale è un soldato americano tutto d’un pezzo che, pur controvoglia a causa di terribili esperienze personali, deve accompagnare nel Montana il capo pellerossa, malato e in procinto di morire, che anni prima ha ucciso i suoi stessi commilitoni. Il loro viaggio è letteralmente un cammino verso la fine: si accompagna qualcuno a morire.

Cooper riesce da questo punto a portare il film dal letterale al metaforico, poiché il tragitto diventa davvero una passeggiata dantesca nell’Inferno, un microcosmo della vita che naturalmente finisce nella morte. Si perde il conto delle volte in cui i personaggi si fermano a seppellire qualcuno. Terra spalata, preghiere, cadaveri, Hostiles è un continuo faccia a faccia con la fine. Un’inevitabile percorso che conosce un solo traguardo. E quando i protagonisti Bale e Pike sono ripresi nella loro tenda, distesi a dormire, come fossero ciascuno sul letto di morte, il messaggio del film non potrebbe diventare più chiaro di così.

Tale cammino è inevitabile soprattutto per un motivo: la vita umana non riesce a liberarsi della violenza.

Per tutto il film i personaggi si trovano coinvolti in un susseguirsi di eventi tragici e via via sempre più efferati, sempre più immotivati. Qui però c’è lo stacco tra McCarthy e Cooper: se il primo ne ha sempre un discorso teorico e universale, il secondo lo declina alla realtà. La mira del regista è puntata all’America, come si evince dalla citazione che apre il film. Quel paese nato nella violenza, che preferisce la pistola alle carte firmate. E soprattutto il regista punta ad analizzare l’essenza stessa del maschio, condannato all’impurità dell’anima. In tutta la sua filmografia, seppur ancora breve, Cooper ha mostrato e sviscerato la virilità, la figura storica del maschio investito da un destino manifesto che lo fa cadere ciclicamente nella violenza.

Se le sue donne sono spesso archetipi, e qui Rosamund Pike appare angelica anche quando prende un fucile, i suoi maschi sono sempre figure in lotta tra il proprio codice morale e la necessità di superarlo per rispondere alla bruttezza del mondo. Christian Bale in questo è l’interprete perfetto: la sua recitazione implosa e minimale scava nel travaglio interiore di un uomo nato malvagio ma in lotta per redimersi, mentre tutto attorno va a rotoli e cerca costantemente di ricondurlo sulla via sbagliata.

Il western è probabilmente il genere perfetto per tale discorso. È il cinema delle radici, è il genere delle origini proprio di quell’America figlia della violenza. Scott Cooper lo rende perfetto nell’analizzare senza reticenze il buio di ogni uomo. Anche le pochissime scivolate retoriche – ovvero l’epilogo – portano sempre gli strascichi di un sangue che non si cancella. Con pochi film questo regista è diventato il cantore della virilità dannata americana, e con Hostiles ha inquadrato la propria poetica nella sua forma più compiuta.

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Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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