Un salto negli anni 70 con The Rocky Horror Picture Show

Tim Curry nei panni di Frank'n'Furter, lo scienziato simbolo del Rocky Horror Picture Show

The Rocky Horror Picture Show al Gasometro, un salto negli ’70 a ritmo di rock.

Venerdì 29 luglio la rassegna romana del Gasometro prevedeva la proiezione del film cult The Rocky Horror Picture Show. Dimostrando di non essere affatto invecchiato, il titolo è riuscito a riempire la sala di spettatori. Tanto è stato scritto su questa perla, ma nell’occasione di una proiezione all’interno del quartiere Ostiense non si può non ricordare.
Non a caso, il film del 1975 è divenuto famoso in seguito alle esplicite tematiche sessuali usate come mezzo di parodia dei film del terrore e di fantascienza, in contrasto con il carattere repressivo dei costumi dell’epoca, e continua a radunare fan su fan che non disdegnano di partecipare a proiezioni come questa. Film di fama internazionale, venne girato ad opera di Jim Sharman basandosi sul musical scritto ed interpretato da Richard O’Brien, che veste in entrambe le versioni i panni del gobbo Riff-Raff e, nonostante inizialmente fu un vero flop al botteghino, può dirsi ormai il campione indiscusso dei film cult che ha dato vita a una serie di indiscutibili icone sociali e che non manca mai di far sentire la sua valenza all’interno di raduni dedicati al cinema di serie B.
Due novelli fidanzati, gli ingenui Brad e Janet (interpretati da due giovanissimi Barry Bostwick e Susan Sarandon), si perdono in una notte piovosa e decidono di addentrarsi in un castello decisamente ambiguo, dove finiscono per prendere parte ad un esperimento, che farebbe la gioia dell’eccentrico scienziato nonché padrone del castello Frank’N’Furter (Tim Curry): la creazione di Rocky, abbronzatissimo uomo palestrato, completamente ignaro degli usi degli esseri umani e mero giocattolo sessuale dello scienziato. Verranno a contatto con una realtà completamente distante da quella a cui sono abituati – balli scalmanati, abiti succinti e travestitismo sono solo i primi di una lunga serie di novità – per poi finire a perdere il loro bagaglio di inibizioni ed esibirsi su un palco come mai avrebbero immaginato.
Il vero fulcro dello shownon risiede solo nella trama, che spesso necessita di più visioni per essere compresa in tutte le sue sfumature, quanto anche nella musica, autentico gioiello rock che ha conquistato intere generazioni di affezionati al genere, come pure nei continui riferimenti a pilastri del cinema horror e di fantascienza di carattere popolare; nell’inclinazione nonsense, promiscua e assolutamente irripetibile che impermea tutto il film, dall’inizio alla fine. Il vero fulcro risiede, inoltre, in quelle masse sfegatate che hanno dato vita passo dopo passo ad un cinema ed un teatro interattivo, tra costumi, oggetti, frasi di rito da sbandierare in momenti precisi della trama, che hanno fatto partire quella scintilla di tolleranza dei costumi, ancora oggi meta quasi irraggiungibile.
Certo, non parliamo di un film che scava nelle profondità dell’animo umano, ma se consideriamo il periodo in cui fece la sua prima comparsa è più facile comprendere il perché di una crescita esponenziale della sua fama e del suo culto fra i giovani del tempo e attuali: libertà, ricerca della propria identità – sia pure quella sessuale – e conseguente adeguamento con sospiri di sottofondo, spesso ostacolato da una società ancora troppo stretta ai valori che l’hanno resa tale. “Don’t dream it, be it” canta Tim Curry, galleggiando in una piscina con ancora indosso trucco pesante e sandali dal tacco vertiginoso: non sognate ancora la vostra essenza, siate con disinvoltura ciò che siete. Non è una richiesta, non è una preghiera fatta in ginocchio, non è una ricerca di giustizia ma una semplice dimostrazione di ciò che si è e che non si può nascondere. E non è esattamente ciò che nello stesso periodo si andava affermando in Inghilterra, tramite la diffusione del glam rock, la scalata di incredibili artisti che non disdegnavano di dare voce a quel tema così controverso come l’androginia e l’identità sessuale dai confini labili? Parliamo di David Bowie, di Marc Bolan, carismatico leader dei T-Rex, solo per citarne alcuni.
Insomma, The Rocky Horror Picture Show fu, è e rimarrà ancora per molto un caposaldo della cultura pop, non solo per il suo carattere poco ascrivibile ad un preciso genere ma soprattutto per il messaggio di libertà, che vede sì le sue origini in un determinato periodo storico ma che possiede la flessibilità di collocarsi comodamente anche nell’attualità, per lo stimolo ad abbandonare gli schemi precostituiti in onore del piacere, di quel carattere dionisiaco che troppo spesso viene relegato in un anfratto della propria coscienza ed additato come “non necessario”.
Tuni Laurenti

Articolo Precedente“Odio sentirmi una vittima”: intervista a Susan Sontag
Prossimo ArticoloAmadeus: oltre la musica, oltre il genio
Nata nella Terra di Mezzo da genitori elfi, coraggiosi e fighi, Tuni Laurenti venne rapita da Papà Castoro e cresciuta nella menzogna. Per questo ha tanto potenziale ma davvero poca fiducia in se stessa. Scappa a dieci anni insieme al fido amico Charmander, amorevolmente soprannominato Zippo, alla ricerca della Valle Incantata, del Santo Graal e di un cerotto per vesciche ma si sbaglia, scende a Quintiliani e si trova dispersa in un mondo parallelo, quasi oltre il raccordo. Il suo sogno più grande è quello di poter finalmente vedere in carne ed ossa l’Invisibile Unicorno Rosa e istituire il Fantaghirò-Day, per instillare nelle giovani ragazze con sogni di gloria la scintilla della fiducia in se stessi. Aspetta con trepidazione il Ragnarök, momento cruciale in cui finalmente potrà spodestare Papà Castoro e vendicarsi per averle negato la vita da strafica che ha sempre sognato.

Lascia un commento

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui