Sofia si veste sempre di nero: l’eroina di Paolo Cognetti

Sofia, la protagonista di Paolo Cognetti, non è che un insieme frammentario di immagini e colori riflessi su superfici e specchi dallo sguardo di altri raccontati, colmati, filtrati, riempiti. Sofia non esiste ed esiste. Esiste solo in questa forma. Non si esprime direttamente, non si espone, ma è una continua rifrazione di luce. Ogni capitolo è il negativo della foto di uno stesso soggetto.

“Io voglio essere felice adesso“.

Il romanzo inizia con la nascita di Sofia Muratore. Le altre tele raccontano la sua vita, sulla quale si allunga l’ombra della depressione materna, della morte del padre, e la presenza salvifica della zia che lotta contro l’anoressia della nipote senza che lei stessa se ne accorga. La nutrirà distrattamente, lasciando avanzi sul tavolo, una mezza mela, parole che la impegneranno tra un boccone e l’altro, smorzando la rabbia e addolcendo gli spigoli.

“Davanti all’obiettivo, Sofia tornava ad essere la cameriera in riva al fiume: si muoveva lì dentro come se quella fosse la vita, e il resto un’imitazione.”

Sofia è il capitano di una nave di pirati. Libera ed in fuga. Libera ed in viaggio. Troverà la legittimazione a vivere attraverso cinema, teatro e lontananza da casa, concedendo alle coinquiline di rimanere in piedi davanti alla sua porta aperta, mentre l’appartamento di Roma si riempie di profumi e di voci. La sua sagoma cambia a seconda dello sguardo da cui viene inquadrata, raccontata, così come mutano il suo colore e la sua malinconia. Il lettore segue la crescita, meglio sarebbe dire la schiusa, di una donna che si emancipa e che riesce a prendere una sua forma…e che forse trova anche un po’ di serenità.

“Sofia era il contrario di me: il cibo le piaceva, e sperimentava con slancio piatti sconosciuti, però poi mangiare, l’atto vero e proprio del masticare e inghiottire, le costava fatica, come se per lei non fosse naturale. Avanzava ogni volta qualcosa.”

Lo specchio più vicino è rappresentato da un uomo che si innamora di lei a New York, il narratore finale, che decide di raccontarla nell’ultimo capitolo: Brookling Sailor Blues. La trasmissione delle parole di Sofia diventa più diretta, l’eroina assume consistenza. Lo specchio si trasforma nello sguardo dentro l’obiettivo, che la fissa, in ogni movimento nervoso del suo corpo, in ogni sigaretta e respiro.

Cosa mi ha portata da Sofia?

È una domanda che mi sono posta più volte lungo la lettura, soprattutto durante l’approccio iniziale a lei. Ho cominciato il romanzo mentre cambiavo casa, vita, coinquilina -Nana, la mia gatta- . La lettura è durata a lungo. L’ho centellinato, perché intenso, doloroso, intimo. Soltanto alla fine dell’ultima pagina mi sono accorta che non sono stata io ad andare verso il romanzo, ma è stata Sofia a venire da me.  Mi sono solo potuta limitare ad accoglierne i riflessi.

Perché leggere “Sofia si veste sempre di nero”?

Perché rimesta nelle parti più buie che sono in ognuna di noi. Perché siamo tutte Sofia, in un qualche angolo del nostro essere. Perché ognuna di noi è luce tremula e, al contempo, pirata.

Federica Belfiori

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