Road To Tenerife: l’arrivo

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¡Aquí estamos!

Dal finestrino il panorama è incantevole, l’oceano tenebroso circonda spiagge di sabbia fina, le palme si perdono a vista d’occhio, il paesaggio quasi lunare si divide tra rocce nere partorite dal vulcano ed una terra verde, arancione battuta dal sole.
Il caldo si fa sentire, a Roma stanno iniziando le prime piogge, mentre qui l’estate non sembra svanire, accompagna costantemente ogni mese dell’anno con picchi di calore vertiginosi e timide correnti fresche che perlomeno la notte permettono di respirare.
Dopo essermi sistemata in albergo, dove ho piacevolmente scoperto di essere libera per i primi giorni, sono subito in costume per buttarmi in spiaggia. Las Americas è una zona piccola, molto turistica, la gente vive dell’estate, del mare e delle onde.
Camminando per il lungomare sento il vento del sud sulla pelle, come la carezza di una madre, la salsedine che increspa i capelli, l’odore dell’oceano, forte, di spuma marina, è quasi inebriante. Ti viene voglia di chiudere gli occhi e riempire i polmoni, di abbracciare la luce, di scomparire tra la sabbia calda, avvolgente.
Il Teide mi guarda dall’alto, talmente vicino che se allungassi la mano potrei toccarlo con la punta delle dita, la vetta coperta da una nube leggera, penso all’Olimpo, forse davvero su queste vette vertiginose vi abitavano gli Dei.
In un attimo sono sull’asciugamano, con la pelle nuda sotto i raggi del sole, mi rendo conto di trovarmi a sei ore di volo dalla mia famiglia, dai miei amici, dal mio paese. Eppure mi sento bene. La gente è sorridente, rilassata, chiunque ti saluta amichevolmente, ti accoglie. Sono abituati ai turisti, alle persone che fuggono dalle proprie vite tristi per inseguire un angolo di paradiso in terra, ai giovani alla ricerca di esperienze e di vita.
Si sentono tante lingue diverse, tante culture, tante storie. Nell’albergo dove lavoro provengono tutti dall’altra parte del mondo, latinoamericani che qui si sentono a casa, che hanno trovato una buona paga ed una comunità affettuosa. Per i corridoi sento le cameriere chiamarmi “amor”, “mi niña”, “mi hija”, sono madri, ed il loro cuore si intenerisce a vedermi con l’uniforme, imbarazzata, goffa.
Passano pochi giorni e già mi sento a casa, cammino per l’hotel con una certa familiarità, conosco i nomi e le storie dei miei colleghi, mi è bastato poco per sciogliere la lingua e ritrovarmi a bere una birra dopo l’orario di lavoro.
Bene Tenerife, si dice che chi ben comincia è già a metà dell’opera, e per adesso le premesse sono buone. Cos’altro hai da offrire?
 
Stay tuned.
Martina Patrizi

23 anni, laureata in letteratura e linguistica italiana all'università degli studi di Roma Tre. Amante dell'arte e della vita, mi tuffo sempre alla ricerca della bellezza e di una nuova avventura. La mia frase è "prima di essere schiuma, saremo indomabili onde".

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