Il dramma del Trovatore, ossia la danza della pioggia

Il Trovatore di Giuseppe Verdi è un’opera che ancora oggi appassiona. Il suo dramma, fatto di cappa e spada, è avvincente ed appassionante. L’Arena di Verona lo accoglie in uno scenario fantastico.

Quando si dice l’emozione di una prima volta. Il Festival lirico Arena di Verona è un must per tutti gli appassionati d’opera e tutti questi strambi personaggi devono andarci, almeno una volta nella vita. Ed eccomi a parlare dell’allestimento del Trovatore di Giuseppe Verdi al quale ho assistito la sera del 10 agosto 2016.

Trovatore
© gbopera magazine

Il rapporto con questa mia prima volta è stato complesso. Il viaggio è stato il regalo da parte di mia madre per una delle prove più difficili della mia vita: una dieta. Ma ecco che, qualche giorno prima della partenza, la gioia e la letizia sono state interrotte da una brusca notizia: la sera del 10 agosto era prevista pioggia. Con l’anima furibonda mi sono messo in viaggio verso quel capolavoro di città che è Verona ed ho notato che durane tutta la giornata del 10 agosto il sole era splendente e riscaldava l’anima ed il cuore. Un poco sollevato sono andato verso l’Arena (in parte semivuota… Voglio pensare che non sia disaffezione verso questo tipo di spettacolo ma per le previsioni meteo non buone) ma l’anima riscaldata ci ha messo poco a raffreddarsi un’altra volta quando le nubi si sono riaddensate e la pioggia ha fatto interrompere lo spettacolo quando mancavano circa 15 minuti alla fine. Ce lo siamo comunque goduti quasi per intero.

Il Trovatore, dramma di cappa e spada in una Spagna dove i due personaggi maschili, Manrico ed il Conte di Luna, sono rivali in amore e per ideologie politiche ma non sanno di essere fratelli, è una musica che lascia senza parola. È l’opera più romantica di Giuseppe Verdi, con momenti di abbandono sentimentale e drammatici di grande effetto, e fa parte della cosiddetta “trilogia popolare” che comprende anche la Traviata e Rigoletto.
La parte più bella dello spettacolo è legata alla regia di una persona che ha unito la sua fama all’arte, Franco Zeffirelli. Lo spettacolo, nato nel 2001, è di una grandiosità eccezionale. Le scenografie, curate dallo stesso regista, rappresentano un castello enorme che all’improvviso si apre come una conchiglia, per creare la chiesa della monacazione di Leonora nel II atto. Due soldati enormi con armatura sorvegliano la scena e nell’accampamento degli zingari del II atto spuntano variopinti tendaggi; un effetto teatrale sorprendente aiutato dai bellissimi costumi di Raimonda Gaetani. Se legge queste semplici righe, maestro Zeffirelli, mi permetto solo di osservare che dovrebbe essere curata di più la recitazione dei cantanti.
Il gruppo dei cantanti ha presentato in parte luci ed ombre. Molto brave tutte le parti di contorno, soprattutto la Ines di Elena Borin ed il vecchio zingaro di Vincent Garcia Sierra, ma molto efficaci anche il Ruiz di Antonello Ceron, il messo di Cristiano Olivieri ed il Ferrando di Sergej Artamonov.
La grande Violeta Urmana era Azucena, la zingara madre adottiva di Manrico e occulta vendicatrice, colei che spinge Manrico, poeta ma anche valoroso guerriero, ad odiare il Conte di Luna, a seguito di antichi rancori personali. La Urmana rende benissimo il carattere sfaccettato del personaggio, tra madre amorosa e voglia di vendetta, con una voce splendida (anche se gli acuti sono faticosi) ed una grande grinta. A lei, dopo il suo Condotta ell’era in ceppi, sono stati tributati gli applausi più calorosi della serata. Peccato che la pioggia ci abbia privato del finale, che è una delle scene madri di questo personaggio.
Il cattivo Conte di Luna, orgoglioso, crudele, era il baritono slovacco Dalibor Jenis. La sua bellissima voce tende un poco ad ingolfare per ottenere delle note basse più sonore. La stessa caratteristica appartiene al soprano cinese Hui He nel ruolo di Leonora, la donna contesa tra i due protagonisti, che ha un timbro molto gradevole ma tende a calare negli acuti ed il personaggio non si notava molto.
A mio avviso è stato deludente il tenore Marco Berti nel ruolo di Manrico, voce piccola (all’Arena vi è un sistema di amplificazione sofisticatissimo il quale non dà l’idea che le voci siano amplificate, ma serve per far ascoltare meglio ai cantanti l’orchestra ed il contrario) con difficoltà in acuto e problemi d’intonazione.
Sul podio il grande Daniel Oren, maestro che sa come far emergere un cantante e crea sempre l’atmosfera giusta. Ma, caro Maestro Oren, non si taglia l’opera: non c’erano i daccapo delle cabalette, alcune parti dei concertati finali e sembra che siano stati falcidiati anche i balletti del II e III atto. Maestro, lei è una persona intelligente e sensibile, vedrà che se farà tutto come scritto ne trarrà profitto.
Per il resto, sono rimasto emozionato nell’entrare lì. Andateci, con il suggerimento di portarvi dei cuscini perché i posti sono un poco scomodi.
Marco Rossi

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