I masnadieri falliscono il colpo al Teatro dell’Opera di Roma

masnadieri

Un titolo come I masnadieri di Giuseppe Verdi, tratto dall’omonima opera di Friedrich Schiller, riscalda sempre gli animi e crea grande curiosità

Il Teatro dell’Opera di Roma continua nel suo percorso di esecuzione di opere rare. Dopo Il Viaggio a Reims, il Fra Diavolo e La Damnation de Faust la scelta è caduta su I masnadieri. SI tratta di un capolavoro del giovane Giuseppe Verdi, andato in scena per la prima volta all’Her Majesty’s Theatre di Londra nel 1847 su libretto di Andrea Maffei tratto dall’omonima opera di Friedrich Schiller, del quale il Maffei si stava occupando della traduzione della sua opera omnia.

La prima e l’ultima esecuzione di questa meraviglia sulle assi del teatro capitolino è stata nel 1972, con un cast da sogno che comprendeva Gianni Raimondi, Ilva Ligabue, Renato Bruson, Boris Christoff e Gianandrea Gavazzeni sul podio.

L’edizione 2018 era molto attesa.

Due parole sulla trama

Carlo ha deciso di abbandonare la casa del padre, in rivolta contro l’autorità paterna. Pentito del suo gesto, vuole farvi ritorno, ma una lettera del padre Massimiliano scritta dal fratello Francesco lo invita a non tornare. Egli allora si mette a capo di un gruppo di masnadieri. In realtà la lettera è falsa ed è stata scritta dal malvagio fratello per impossessarsi dei beni del padre. Egli ordina ad un suo sgherro, Arminio, di travestirsi dal soldato e annunciare al padre la falsa notizia della morte del primogenito.

A tale notizia non solo Massimiliano sviene dal dolore, ma anche Amalia, figlia adottiva del vecchio conte e innamorata di Carlo, rimane sconvolta. La ragazza fugge alla festa che viene organizzata in onore di Francesco e ricorda il suo amato. In quel momento Arminio, pentito del suo gesto, le svela la verità. La sua gioia è frenata dall’arrivo di Francesco, il quale le dichiara il suo amore e tenta di violentarla. Armata di spada, Amalia riesce a sfuggirli e vaga nella foresta.

Rivede il suo amato Carlo e si rinnovano le promesse d’amore. Egli non è felice in quanto il gruppo dei masnadieri è dedito a rapine, stupri e qualsiasi genere di crimini. In quel momento i masnadieri notano uno strano movimento intorno alla torre loro base. È Arminio che porta a mangiare al vecchio Massimiliano, imprigionato da Francesco e condannato a morire di fame. Carlo giura vendetta e insieme ai suo sgherri assalta il castello.

Francesco, frastornato da un sogno in cui si prevedeva una maledizione di Di come una sorta di giudizio finale, riceve la visita del pastore Moser il quale lo informa che ciò che starà per avvenire è una punizione divina contro di lui. Avvertito da Arminio dell’arrivo dei masnadieri, Francesco si prepara alla battaglia. Il castello viene assaltato e Amalia viene fatta prigioniera. Carlo allora non può più nascondersi: racconta la verità su di lui al padre e all’amata. Per correggere i propri errori si consegna alla giustizia dopo aver ucciso Amalia, per non infangarla e per non farla cadere nelle mani dei masnadieri.

La complessità dell’opera

La musica di Giuseppe Verdi e il testo esprimono in maniera molto chiara la complessità psicologica dei vari personaggi. Carlo è un tipico personaggio Sturm und Drang, in rivolta verso un’autorità (quella paterna), come se egli fosse alla ricerca di una nuova società e mentalità (come dice all’inizio nel recitativo Quando io leggo in Plutarco). Egli si mette a capo di un gruppo di delinquenti senza mai esserne convinto, non partecipando mai ad azioni violente, ma vorrebbe tornare dalla famiglia e si vergogna del suo nuovo status.

Lo stesso Francesco, come già sottolinea il maestro Roberto Abbado, è un “uomo fragile“, vinto dalla sua ambizione. Anche la sua deformità fisica provoca in lui un rancore. La musica di Giuseppe Verdi è tetra, grandiosa, cupissima e, soprattutto, descrive perfettamente tutto. In essa si sentono echi del Macbeth dello stesso anno e un anticipo del futuro Trovatore, ma anche un attenzione ai compositori contemporanei (guarda molto a Donizetti del quale vi èuna citazione della famosa aria “Una furtiva lagrima”).

La musica…..

Purtroppo l’esecuzione della prima di ieri sera, 21 gennaio 2018, ha destato non poche perplessità. La palma della vittoria va data all’Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma in forma smagliante diretti da un grandioso Roberto Abbado, attento a sottolineare tutti i preziosismi della scrittura verdiana. Memorabili le prime parti dell’orchestra, come il violoncellista Luca Pincini nel bellissimo assolo nel preludio iniziale scritto per Alfredo Piatti.

Tra i solisti ha brillato la stella della giovane soprano palermitana Roberta Mantegna, una bella vocalità e presenza scenica. Amalia è una delle parti più difficili della storia dell’opera. Il ruolo venne scritto per la soprano Jenny Lind e la Mantegna ha eseguito tutto perfettamente, compresi i fantastici trilli della cabaletta Carlo vive. Unico neo è stata una lieve stonatura nella cadenza della prima aria Lo sguardo avea degli angeli, ma si è trattato veramente di una cosa minuscola per una giovane debuttante in una prima tanto difficile.

Purtroppo le nubi si sono addensate su Stefano Secco come Carlo. La voce del tenore milanese, come già si notò nel Trovatore della stagione precedente, è troppo leggera per Verdi, e quindi spesso si è trovato costretto a forzare la propria vocalità con risultati non soddisfacenti. Il pubblico purtroppo l’ha duramente contestato

Debuttava al Teatro dell’Opera di Roma il baritono polacco Artur Ruciński. Il suo Francesco era cantato con voce torrenziale e lunghi fiati, seppur risultasse spesso ingolato. Notevolissima la presenza scenica.

Il migliore in assoluto è stato Riccardo Zanellato, che ha creato un Massimiliano nobile, forte e malinconico nello stesso tempo. Notevoli Saverio Fiore come Arminio e Pietro Picone come Rolla mentre debole e senescente il Moser di Dario Russo.

……e la regia

Purtroppo lo spettacolo è stata inficiato da una brutta messinscena di Massimo Popolizio, celebre attore ronconiano. Al suo debutto come regista d’opera, l’attore genovese ha deciso di retrodatare l’azione dal Settecento al periodo gotico. L’ambientazione, anche grazie alle tetre luci di Roberto Venturi, le scene di Sergio Tramonti e i bellissimi costumi di Silvia Aymonino, hanno reso bene l’aspetto noir della storia. Massimo Popolizio ha dichiarato di essersi ispirato a prodotti come il Trono di Spade ed aver curato la regia come fosse un fumetto. La contestazione violenta all’allestimento scenico, aspetto che anch’io ho abbracciato, a mio avviso va ricercata in una serie di errori che hanno reso il tutto poco godibile.

La messinscena prevedeva dei video curati da Luca Brinchi e Daniele Spanò nei quali, oltre alle nuvole in bianco e nero, si vedevano spesso due occhi (probabilmente gli occhi di tutti i protagonisti, come fossero una telecamera accesa sugli altri), ma il telo non veniva mai tirato su del tutto. Il risultato era che chi, come il sottoscritto, stava in galleria spesso e volentieri non riusciva a vedere bene lo spettacolo.

I cambi di scena erano troppo visibili. Il protagonista era quasi sempre messo su di un ponte di corazze che, per Popolizio, voleva sottolineare quanto “le relazioni sceniche sono molto più forti se si svolgono su piani diversi“. A mio avviso, duetti d’amore e vari altri pezzi d’assieme non si possono fare se i cantanti sono troppo lontani.

Mi è piaciuto il fatto che, come scritto nelle note, il regista abbia chiesto a tutti gli artisti se i vari movimenti inficiassero le prestazioni canori, ma purtroppo si è notata l’inesperienza in questo campo nello spettacolo.

Lo spettacolo sarà in scena fino al 04 febbraio e v’invito, seppur con le rispettive luci ed ombre, ad andare a vedere quest’immenso capolavoro.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Kasuko KageyamaTeatro dell’Opera di Roma)

Lascia un commento

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui