Fargo 3×07/3×08, Nikki voleva solo il suo tappeto

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Probabilmente, questi sono stati i due episodi più ricchi della nuova stagione di Fargo.

La trama si è mossa moltissimo, anche a livello temporale con un salto in avanti di tre mesi. A tutti i personaggi è capitato qualcosa, e lo status quo legato alla premessa della storia è definitivamente saltato. Dopotutto l’avvicinarsi del finale di stagione impone un’accelerata di ritmo e stravolgimenti costanti.

Il cambio di marcia comunque non cancella tutti i difetti della stagione, c’è da ammettere. Il collante della storia rimane saldato su un marasma di idee e toni che spesso cozzano o non si amalgamo. La singolarità dello stile, e l’impronta diversa che si cerca di dare ad ogni puntata, è spesso forzata. E, oltre alla ripetitività della storia, anche i protagonisti non funzionano. E’ infatti paradossale che in un ricchissimo cast corale proprio i principali non catturino. Ewan McGregor non ha mai dato la spinta emotiva necessaria, risultando il meno interessante del plotone, e Carrie Coon è stata fin troppo sottoutilizzata, incastrata in un personaggio troppo familiare e abusato, eccessivamente derivativo dalla protagonista della 1° stagione.

Ecco, la parola chiave, o forse difetto chiave, è “derivativo”.

Non scopro l’acqua calda affermando che una serie nata come omaggio ad un film è forzatamente derivativa. Lo è ancora di più questa stagione, doppiamente anzi: lo è verso il mondo cinematografico dei Coen, citato senza sottigliezze, e lo è verso sé stesso per la ripetizione di situazioni narrative avute nelle precedenti stagioni (e ora ritroviamo anche un personaggio in carne e ossa visto nella prima).

Semmai, la forza di Fargo si nota quando riesce a smarcarsi dall’omaggio puro e semplice per rielaborarlo. Prendiamo quindi la prima metà dell’episodio 8, finora il punto più alto della stagione. Grazie anche al carisma di Mary Elizabeth Winstead, la cui presenza scenica è un perfetto mix di vulnerabilità umana e determinazione oltre la semplice disperazione, l’avventura nei boschi gelati è un’ipnotica scia di sangue che diventa odissea di sopravvivenza. Questa improvvisa e violenta escursione alla The Revevant riesce ad accumulare forza slegandosi dal contesto della serie. E lo fa senza difficoltà tonali, senza l’obbligo della strizzata d’occhio alla forma.

E quando ci trasferiamo in una sala da bowling, si concretizza il piccolo gioiello. Perché l’omaggio a Il Grande Lebowski è persino superfluo da sottolineare, tanto è vistoso e tanto è preciso nella ricostruzione scenica e dell’apparizione dello straniero, ma la scena riesce a superare l’imitazione. Sarà per la presenza di Ray Wise, il cui volto non può non far venire in mente le atmosfere lynchane ai fans più navigati delle serie tv, ma l’intera sequenza funziona come incubo ad occhi aperti, come dickensiano monito dei fantasmi e peccati personali, come soprannaturale e inquietante visione della necessità di una guida virgiliana. E riesce, appunto, senza la spinta dell’omaggio, senza la ricerca della forma estetica a tutti i costi a cui Noah Hawley, purtroppo, ci ha spesso abituato.

Certo, poi finita quella mezz’ora ritorna il solito e stantio Fargo, ma non si può avere tutto. Semmai, si può pretendere che l’imminente finale di stagione sia all’altezza delle ispirazioni cui la serie ambisce.

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Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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