Arcimboldo a palazzo Barberini: naturalismo, fantasia, meraviglia

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Tutti lo conoscono a pochi lo hanno visto da vicino. Palazzo Barberini porta finalmente a Roma i capolavori del celebre artista.

Giuseppe Arcimboldi. Ma bando alle formalità, chiamiamolo pure Arcimboldo. Le sue teste composte incuriosiscono proprio tutti. Attraggono, affascinano, quasi ipnotizzano. Scoprire come e perchè sono nate, e cosa ha studiato e respirato il nostro Arcimboldo per farle è tutt’altra cosa. A mostrarcelo è lo spazio mostre di palazzo Barberini che dallo scorso 20 ottobre fino all’11 febbraio ospita “Arcimboldo”.  Noi di Culturamente siamo andati a vederla in anteprima e ve la presentiamo. Pronti? E allora vai con la mostra!

La mostra si apre con una sala dedicata all’ambiente milanese in cui Arcimboldo ha mosso i primi passi in campo artistico. 

Presenti non solo alcune sue opere ma anche dipinti e manufatti che ben rappresentano “che aria tirava” a Milano negli anni 30-40 del Cinquecento. Peccato che il collegamento tra Arcimboldo e il circolo di Giovanni Paolo Lomazzo è affidato solo alla scarna e poco attraente spiegazione del pannello. Difficile comprendere le dinamiche intellettuali e immergersi nell’atmosfera della Milano cinquecentesca se non si ha una buona base di conoscenze pregresse.

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La seconda parte dell’esposizione è dedicata alla permanenza dell’artista a Vienna e a Praga al seguito degli Asburgo.

Le teste composte più celebri e virtuosistiche sono presentate su pannelli affrontati obliquamente. Gli stessi pannelli sui lati esterni presentano ritratti della famiglia imperiale, sempre di mano di Arcimboldo, e alcuni manufatti che hanno la funzione di rappresentare il contesto. Una disposizione che mette in grande risalto le celebri “teste” amplificandone l’effetto quasi magico e permettendo di goderne pienamente. Anche qui il collegamento tra le opere di Arcimboldi e i manufatti esposti risulta poco chiaro.

La terza sala è dedicata invece al fenomeno delle wunderkammer e ai disegni naturalistici eseguiti dall’autore.

Qui il collegamento tra i disegni naturalistici, le bizzarrie esposte e le celebri creazioni arcimboldesche è chiarissimo. Tutto grazie ad un video che mostra come nelle “teste” si ritrovino animali e piante disegnate per gli Asburgo. Interessante ed efficace.

Lo spazio seguente è dedicato al “bel composto” ovvero a come questo particolare tipo di composizione si possa ritrovare in altri generi e su altri supporti. L’ultima sala invece affronta il tema delle “pitture ridicole” alla luce del trattato lomazzesco. Interessante e divertente l’opera contemporanea eseguita per la mostra che riproduce, con tecnica arcimboldesca, una testa a tutto tondo. Anche in queste ultime sale però appaiono poco chiari i collegamenti  tra Arcimboldo e gli oggetti esposti che non siano di sua mano o a lui attribuiti. Per avere un’idea chiara del contesto sono necessarie conoscenze proprie che permettano di apprezzare al massimo le opere esposte.

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Una nota finale e molto gradita è il video che ripercorre l’intera esistenza del nostro Arcimboldo. Con particolare attenzione al contesto storico, architettonico ed intellettuale arrivando all’influenza delle sue opere su autori posteriori. Questo certamente rende tutto il percorso mostra più chiaro e quindi più apprezzabile.

“Arcimboldo” è certamente una mostra d’eccellenza per quanto riguarda le opere esposte. I dipinti di mano dell’autore non sono pochi e vederli da vicino è un’emozione da non perdere anche perchè sono esposti in modo da risultare perfettamente godibili.

Un vero peccato che i collegamenti con il contesto storico/intellettuale risultino così deboli. Se lo spettatore non ha delle conoscenze proprie sarà molto difficile immergersi nella mentalità e nel fascino dell’epoca e sentirsi davvero coinvolto. Nonostante qualche piccola criticità “Arcimboldo” ha il grande merito di portare finalmente a Roma le opere di uno tra gli autori più riscoperti degli ultimi tempi. In un mondo che ci ha abituato ad un bombardamento mediatico di immagini ad alta risoluzione, ammirare opere del genere ed immaginarle nel loro contesto storico lascia sicuramente esterrefatti.

Chiara Marchesi

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