Piera Degli Esposti si tramanda a noi con Wikipiera

La vocazione del raccontare non è mai stata più dolce.

Parlare di sé senza essere egotisti. Trasformare la propria vita in teatro e la scena in ricordi proiettati sull’eco delle parole. Questa è la capacità di un’attrice come Piera Degli Esposti, in grado di articolarsi come una serena e sincera manifestazione di se stessa nel corso di uno spettacolo che è intervista ed introspezione: Wikipiera, al Teatro della Cometa, con Pino Strabioli. Seguendo un preciso percorso riflessivo, è necessario rilegare alla banalità la ripetizione di complimenti di grandezza e bravura. Fronzoli di cui attori arrivati a questo livello di carriera non hanno bisogno. Hanno già chi rinnova per loro auguri ed inchini. La consapevolezza della loro arte è ormai cementata nella memoria collettiva. Non rimane allora che cercare di sondare diversamente la materia, per rendere al lettore un quadro d’insieme degno di essere letto.
Ma prima un cenno al contenuto. Cos’è Wikipiera? È il racconto di una donna di nome Piera, dalla maestra delle elementari che per prima l’ha formata a Lucio Dalla. Dalle iniziali esperienze teatrali ad Eduardo De Filippo. Da “La Figlia di Iorio” a “Molly”, alla televisione. Il tempo si ferma e la voce si fa sincera, da qui fino al 18 ottobre.
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Il palco è allestito senza grandi pretese. Bastano due sedie, un tavolino, un leggio ed uno sfondo girevole. Insomma, uno studio televisivo trapiantato a teatro ed arricchito della profondità atmosferica che solo un sipario può dare. L’impressione è quella di non star assistendo all’esecuzione di un canovaccio predisposto: l’unico testo è la vita stessa ed i ricordi che la compongono, ispezionati da una donna che non ha timore di donarsi alla mente degli altri. Ne deriva una generale idea di improvvisazione. È un salotto anche questo. Il modo in cui la materia dello spettacolo raggiunge lo spettatore è in fondo quello di uno schermo televisivo. È accanto a te nella stanza, pur essendo lontano. Si potrebbe giocare molto sull’accavallarsi di piani di percezione, ma il fine è sempre lo stesso: l’insistente bisogno di donare e tenersi compagnia. L’esperienza, nel complesso, è rasserenante. Troviamo una Piera che, con la dolcezza di una madre vegliarda, cerca con la sua vita di curare l’angoscia degli altri. I suoi ricordi non sono solo l’appagamento di una curiosità pettegola, quanto la creazione di un modello rassicurante. Piera, in tutta la sua persona, si siede su una cima di strati di tempo e lascia intendere come arrivare aldilà della tempesta sia possibile, qualsiasi strada si prenda. È un punto d’ispirazione e di coraggio.
“Il compito dell’attore è quello di consolare” così ci spiega Piera. La sua idea si concretizza nel piacere di interpretare personaggi abitati dal dolore, potendo in tal modo dar vita alla catarsi consolatoria. Non sfugge a questo dovere teatrale la storia della sua esistenza: ascoltarla è forza e stupore; illuminazione e speranza. Un insegnamento che non tutte le biografie viventi possono dare. Piera, come una settimana prima Carmen si offre ad una comunità che ha bisogno disperatamente di esempi che ne guidino lo spirito. Nel farlo, assolve ad un antico dovere generazionale: tramandarsi nella memoria, cosicché il frutto del tempo non vada perduto.
Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC

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