Paghetta obbligatoria per la figlia 26enne fuori corso: paradosso all’italiana

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Nella vicenda di un padre, costretto dal tribunale a garantire la paghetta mensile alla figlia più che maggiorenne, risiedono paradossi e ingiustizie.

In tribunale per una paghetta, ebbene sì.

Succede a Pordenone, dove l’agronomo Gino Cecchini ha visto ribaltata a suo sfavore la decisione di non mantenere più la figlia ventiseienne. Per giunta fuori corso.

Di primo acchito, l’idea che la paghetta spetti obbligatoriamente può far gioire tanti adolescenti, eppure la vicenda assume i contorni dell’incredibile. La ragazza infatti, è iscritta al corso di triennale di Relazioni Pubbliche di Gorizia da ben sei anni, con una media dei voti piuttosto bassa e una sfacciataggine da 30 e lode.

paghetta obbligatoria

Stando al padre, la situazione è degenerata dopo aver discusso per l’ennesima volta del pessimo andamento didattico. Alla ragazza non è servita una bella sfuriata con conseguente uscita serale, quanto piuttosto una causa in tribunale.

Già il fatto di per sé ci fa interrogare sulla natura del rapporto che intercorresse tra padre e figlia: ragionando così, le volte che avrei dovuto citare mia madre in tribunale si contano sulle zampe di un mille piedi. Eppure, evidentemente, qualcosa di decisivo sarà scattato nella testa della giovane, che già da tempo aveva abbandonato il tetto paterno, per cercare una stanza a Gorizia, ovviamente a spese del padre.

Il paradosso sta nel trionfo

Chiunque, specie tu, che quando provavi a contrattare un voto all’università ti sentivi dire “che più di così non si può fare”, sei convinto del buon senso del tribunale e che la richiesta di mantenimento da parte della figlia venga accolta solo se per farsi tante risate.

Sorprenditi, proprio tu, perché la Corte d’Appello di Trieste ha dato ragione alla figliol prodiga. Le ha acconsentito una paghetta che vale per noi disperati quanto un egregio stipendio mensile: 2.000 euro. Hai letto bene.

Sorge spontaneo chiedersi su che basi il tribunale abbia accordato tale richiesta. La risposta risiede in ciò che la Corte ha riscontrato in questa situazione, e cioè:

una certa inerzia nella maturazione che porta all’indipendenza dei giovani ragazzi.

Il padre ammette di aver accontentato anche troppo la figlia nel corso della sua crescita, riconoscendo che forse questa politica di tolleranza le abbia rallentato il processo di maturità (…dai, pure qualche neurone). Però risulta paradossale che in un momento di crisi lavorativa per tanti giovani, l’unico esempio che la giustizia possa dare sia questo. Ma non eravamo bamboccioni?

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